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sabato 31 dicembre 2011

Auspici per il 2012...ed il 2013...ed il 2014 e oltre...




I decreti del destino guidano chi è consenziente, e trascinano chi non lo è
Seneca

Che giova a un uomo guadagnare tutto il mondo se perde l’anima sua?
Marco, 8:36

Per cosa è nato l’uomo se non per essere un riformatore, un rimodellatore di ciò che è stato fatto; un rinunciatore delle menzogne; un restauratore della verità e del bene, ad imitazione della grande natura che ci stringe tutti al suo petto, e che mai si assopisce su passato remoto, ma si ripara in ogni istante, offrendoci ogni mattino un nuovo giorno, e con ogni pulsazione una nuova vita?
R.W. Emerson

Pensiamo troppo alla farina, parliamo troppo di farina, scambiamo troppi buoni per la farina, il burro, la carne e il formaggio invece di libri e pensieri. La farina è la nostra unica preoccupazione. Dal tanto guardare farina non riusciamo nemmeno più a vedere che ben altre cose si fanno sempre più rare e razionate, come il diritto, la dignità, il parlare libero. Scordiamoci della farina, di tanto in tanto! Per lo meno della nostra, di farina, e pensiamo un po’ di più a quelli che ne hanno meno o non ne hanno del tutto.
Emmy Moor, lettrice del Berner Tagwacht, 22 aprile 1943

Una regione europea alpina non ha bisogno di ancorarsi ad “un’origine etnica, linguistica e culturale comune a tutti i cittadini”: invece il contratto politico tra le genti alpine si dovrebbe basare su un progetto di tutela del patrimonio comune (le Alpi), definendo strumenti comuni, valorizzando le diverse tradizioni. La regione europea alpina sarebbe espressione di una cultura politica da spirito europeo e federalista, che pone in primo piano la persona, i suoi diritti, la sua capacità di influenzare le decisioni, valorizzando le identità complesse e non il criterio dell’omogeneità etnica
Bruno Luverà, I confini dell’odio. Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea, 1999


Lo storico altoatesino Claudio Nolet, che cura la pubblicazione della rivista «Il Cristallo», ha chiesto a me e a Mauro Fattor di immaginare cosa il futuro possa avere in serbo per l’Alto Adige. Alla sua domanda, che fa riferimento al libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (Raetia, 2010), segue la mia risposta.

“Nella seconda parte Fait svolge il tema che gli sta più a cuore, quello dell’affermazione della libertà della persona rispetto a modelli precostituiti e a norme fissate dalla collettività. È una posizione forte che ci fa chiedere se dalla sua analisi dei miti etnici non risulti che contro di essi non ci sia altra possibilità di riscatto se non con un atto di conversione radicale. Non c’è anche la via di una graduale correzione di abiti mentali generati dall’influenza dominante dell’ambiente?”

La mia risposta è che esistono molti futuri possibili, una situazione analoga alla premessa di “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, di Jorge Luis Borges. Molto dipende dal numero di residenti in Alto Adige che risponderebbero affermativamente alla domanda: “ci sono persone in Alto Adige così ignoranti, faziose e poco lucide che sarebbe meglio privarle della libertà d’espressione e del diritto di voto, almeno localmente?”.
Molti intervistati non risponderebbero sinceramente, quindi non sapremmo mai l’incidenza effettiva di questa mentalità autoritaria. Quel che sappiamo con certezza, invece, è che contrapporre un gruppo all’altro serve unicamente ad ostacolare la maturazione della società civile e quindi a giustificare misure paternalistiche e tecnocratiche da parte delle autorità nei confronti dei cittadini. Dal che ne consegue che il cambiamento non proverrà dall’alto. La storiografia lo conferma: chi detiene il potere non ama il cambiamento, a meno che questo non serva a rafforzarne la posizione. Perciò la conversione, graduale o subitanea che sia, deve cominciare dal basso, dalla gente comune.
Nei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni commentava la difficoltà con la quale pochi riuscivano ad esternare il proprio scetticismo in merito alla reale esistenza degli untori con una frase davvero molto bella: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune” (cf. cap. XXXII). Il potere repressivo della tradizione (il senso comune) sulla voce della nostra coscienza (il buon senso) è quello che, finora ci ha impedito, non solo in Alto Adige, di farci un’idea chiara di come dovremmo stare al mondo. Anche da questo dipende il successo delle riforme auspicate, che sono riforme delle coscienza e, in quanto tali, si avviano solo quando i tempi sono maturi.
Lo sono, in Alto Adige, questi tempi? No.
E quando lo saranno? Credo molto prima di quanto ci si potrebbe aspettare. Il malessere che attraversa il mondo intero lascia intendere che non ci sarà gradualismo, anche se quella sarebbe la via più auspicabile. Ci sarà una cesura, un prima e un dopo. Tutto sta nel capire come ci si arriverà. 

Grandi pensatori si sono succeduti nella storia ripetendo sostanzialmente due verità, rimaste per lo più inascoltate, che ci sarebbero di grande aiuto: “fate agli altri ciò che desiderano sia fatto loro” ed “a ciascuno il suo”, o per meglio dire “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Quest’ultima è una norma di condotta che non si trova solo in Marx ma anche nel Nuovo Testamento, nella forma: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti degli apostoli 4, 34-35).
Sono verità facili da memorizzare ma difficili da mettere in pratica per degli esseri viventi così egotisti quali noi siamo. Se li avessimo ascoltati, non ci troveremmo alla mercé delle multinazionali, dei guerrafondai, dei populisti, dei settarismi più disparati (i famosi golem di cui sopra). Se li avessimo ascoltati, avremmo capito che la vita migliore è una vita sobria e che questa civiltà dei bisogni indotti e della loro complicazione e proliferazione ci sta portando alla rovina.
Avremmo anche capito che chi si avvinghia ad un paradigma obsoleto quando questo si sta estinguendo, finirà con esso nell’abisso. Sono convinto che quel momento stia sopraggiungendo – a causa della crisi del capitalismo e della crisi climatica, che avrà effetti imprevedibili e presumibilmente agghiaccianti, nel senso letterale del termine – e che molti rimarranno sorpresi di quanto fragili siano i presupposti, così superficiali ed esteriori, su cui si fondano le nostre società “avanzate”, incluso l’Alto Adige. 
“Contro i Miti Etnici” (CME) è nato anche per offrire una visione alternativa, recuperando quella che ha ispirato le migliori forze riformatrici del passato, l’idea di un luogo in cui uomini e donne godono della piena libertà di cercare la verità e di coltivare la loro vita interiore. Dove ci si riunisce e si lavora assieme per il Bene Comune, quello degli esseri umani e quello della natura.
Era questo lo spirito con cui fu fondata l’America e molti sionisti credevano in un Israele molto simile a questo “luogo dell’anima”. Credo che Alexander Langer fosse sostanzialmente in linea con questo tipo di aspirazioni. Oggi, purtroppo, Israele e Stati Uniti paiono avviati a convertirsi nell’antitesi di queste visioni nobili del destino umano. Il nostro compito dovrebbe essere quello di impedire che ciò accada all’Alto Adige.
Ma, per avere successo, dobbiamo sforzarci di far capire a quante più persone è possibile che è giunto il tempo di lasciar andare la presa, di togliersi dall’ombra dei golem, di allontanarsi, ciascuno nei suoi modi e nei suoi tempi, dai paradigmi che erano validi prima ma che ora rischiano di trascinarci a fondo. È tempo di procedere oltre. “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato” (1 Corinzi 13: 11).
In queste fasi di grandi sommovimenti, di insicurezza, di trepidazione, di enormi sfide, è facile irrigidirsi, tornare sui propri passi, verso il bordo della vasca, verso la riva. Ma è importante insistere, perché molti di noi sanno già nuotare e non devono disperare solo perché tanti altri – quelli che indossano un’armatura di maiuscole totemiche: Disciplina, Tradizione, Patria, Dovere, Natura, ecc. – vogliono convincerci che se gli esseri umani fossero fatti per stare in acqua, avrebbero branchie e pinne.
Per il momento, finché non giungerà il tempo della Grande Cesura, sarà necessario fare buon viso a cattivo gioco e conformarsi alle sue regole, ma nella consapevolezza che quel gioco e quelle regole sono sorpassate – “al tempo stesso dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosene”, diceva Walt Whitman. Nella consapevolezza che chi si oppone al cambiamento apparterrà al passato e chi invece si lascia sospingere dall’onda del cambiamento apparterrà al futuro, sarà il futuro
Mi rendo conto che sposare una causa che richiede una vera e propria apocalisse della mente non sia semplice, ma i fisici hanno pur dovuto ammettere che il modello newtoniano di un universo meccanico, gerarchico e perfettamente ordinato era una descrizione inadeguata della realtà. Anche noi arriveremo ad accettare il fatto che i golem non hanno mai avuto alcuna esistenza reale, ma erano il parto delle nostre fantasie, delle ombre, dei riflessi, degli idoli di burro che si sciolgono al sole dei fatti, dei parassiti che s’impiantano nella nostra coscienza per poi dirle cosa fare solo a patto che li riconosciamo come nostri signori e padroni: sono qualunque cosa, ma non la realtà.
Capiremo che venerare i golem esige da noi la negazione di quasi tutto ciò che occorre per preservare il nostro equilibrio psichico e la nostra integrità morale ed intellettuale e per indurci alla sottomissione, alla negazione di sé, alla contrizione, all’espiazione, alla docilità, all’umiltà interessata – virtù utili solo a chi cerca di sopprimere il libero arbitrio e la dignità altrui e propria.
Capiremo che credere nella dignità umana significa cercare di sviluppare le proprie potenzialità invece di lasciarle latenti; resistere alla tentazione di imitare gli altri o conformarsi in modo irriflessivo alle usanze, mode e mentalità prevalenti; resistere alla tentazione di fingere di essere ciò che non si è, di recitare una parte per gli altri e per se stesso; e, più importante di tutto il resto, significa attribuire ad ogni singola persona questo pensiero: “ho una vita da vivere, è la mia vita e quella di nessun altro, è la mia unica vita, fatemela vivere. Esisto e nessuno può prendere il mio posto, perché non sono stato programmato per essere ciò che sono diventato” (Kateb, 2011).
Allora saremo anche pronti ad accettare l’idea che il principio fondante delle nostre società sono i diritti, non la democrazia, perché una democrazia che non sia costituzionale (una democrazia plebiscitaria, del tipo che è tanto in voga nelle Alpi) non è più tale: il costituzionalismo limita i capricci della sovranità popolare. I diritti esistono indipendentemente dalla nostra volontà, non scaturiscono dalla volontà popolare. Nessuna maggioranza referendaria li può abolire, anche se fosse un singolo diritto di una singola persona che non se ne curasse più di tanto. Statuti, convenzioni e carte costituzionali non li rendono possibili, li riconoscono, perché non sono stati inventati, sono sempre esistiti. Sono verità di per sé evidenti, evidenti per chi abbia una sufficiente conoscenza, coscienza e sensibilità (Kateb, 2011).
Dopo di che saremo pronti a disfarci della pulizia etnica concettuale attraverso la quale cancelliamo l’altro dalla nostra coscienza, rifiutandoci di riconoscere che il diritto di noi tutti di esistere implica anche l’obbligo di comportarci con decenza l’uno verso l’altro; e che se la mappa non è il territorio, ossia se la nostra mappatura della realtà è soggettiva, solo uno stolto si rifiuterebbe di consultare le mappe altrui, magari persino vietandole. La censura ed il paternalismo sono garanti della menzogna e dell’impostura, annunciatori di sventura.
In Alto Adige ciò renderà possibile il superamento di un sistema che è nemico della dignità umana ed in contraddizione con i diritti umani e che è stato tenuto in vita da chi ha continuato a credere che fosse possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, che si potessero trattare i cittadini da bambini, anche quando sono già adulti.

domenica 27 novembre 2011

Si può evitare una Terza Guerra Civile Europea (studiando il caso jugoslavo)




La guerricciola slovena – che dà il via nel 1991 alla disintegrazione dei Balcani – è un capolavoro di astuzia strategica e di messa in scena, e l’esperienza fatta a Timosoara mi aiuta a prenderne atto con relativa rapidità. Lo strappo – come si vedrà più tardi – avviene grazie a una tacita unità d’intenti con la Serbia. Si consuma all’insaputa della Croazia, e soprattutto dell’esercito federale, che cade nel tranello della provocazione. La Slovenia non interessa a Milošević; dietro alle sue dichiarazioni roboanti sull’integrità dei confini, egli già lavora per ritagliare dal paese la fetta più larga possibile di Grande Serbia, dunque il separatismo sloveno gli è utile a mettere in mora il processo e a schivarne la responsabilità. Anche per i dirigenti di Lubiana è un abile gioco delle tre carte. Essi hanno costruito la separazione pompando la rabbia popolare dei ‘mitteleuropei’ contro i ‘bizantini’ serbi, ma è proprio con i bizantini che essi si accordano per spaccare la Federazione.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”, 2000, p. 58.

Incremento del costo dei combustibili fossili, eccessivo indebitamento, forti disparità nord-sud, regionalismi separatisti, cultura democratica deficitaria, burocrazia inefficiente e corrotta, malavita organizzata, speculazioni internazionali, trame geopolitiche globali: queste sono state le cause principali della morte della Jugoslavia. 
Succederà anche all’Unione Europea, in caso di crollo dell’eurozona, come hanno vaticinato Merkel e Sarkozy?

Occorre prima fare piazza pulita della tenace credenza che siano le lealtà etniche a causare le guerre civili. I miti etnici e religiosi sono ingredienti fondamentali di quasi ogni guerra civile, ma si attivano solo se e quando conviene a quelli che chiamo gli “imprenditori dell’etnico” – politici, intellettuali, industriali e finanzieri che hanno interesse a rinfocolare dissidi per dividere la popolazione. Un semplice, incontestabile dato di fatto è sufficiente a confutare una volta per tutte il mito dell’incontenibile forza dell’odio interetnico. Il censimento ruandese del 1991 stimava che la popolazione tutsi ammontasse a 600mila cittadini e almeno 300mila Tutsi sono sopravvissuti al loro genocidio. Se il conto delle vittime è affidabile – tra il mezzo milione ed il milione –, allora il numero di Hutu uccisi da altri Hutu è paragonabile se non superiore a quello dei Tutsi massacrati dagli Hutu. Il che significa che, ancora una volta, le semplificazioni binomiali (bianco/nero, buono/cattivo) non rendono giustizia alla complessità degli eventi umani. 

Per capire cosa sia successo in Jugoslavia si deve anche tener conto della trama mafiosa che la avvolgeva in un reticolo di poderosi traffici di esseri umani, di armi, di droga tra Kosovo, Croazia, Germania e Italia, che hanno coinvolto alcuni tra i politici croati ed austriaci più in vista. Per maggiori dettagli, rimando all’articolo di Vito Lops, sul Sole 24 Ore del 10 settembre 2010, dal titolo “Il giallo della banca Hypo Alpe-Adria. Tra i contatti con la malavita e quei finanziamenti ad Haider”, alle fondamentali inchieste pubblicate online da “EaST Journal” ed agli studi rigorosissimi del politologo Francesco Strazzari, in particolare l’inestimabile “Notte balcanica : guerre, crimine, stati falliti alle soglie d'Europa” (2008), che hanno già tratteggiato i contorni della vicenda, in cui criminalità e sovranità si intrecciano inestricabilmente e trasversalmente rispetto ai gruppi etnici.
I Serbi, Milosevic in primis, restano comunque i principali responsabili di ciò che è avvenuto. Fino al 1958 il partito comunista era intento a creare una “coscienza jugoslava”. Poi, negli anni Sessanta, questa politica fu rovesciata e non solo non ci si curò più di fare riferimento alla nazionalità jugoslava, ma addirittura si introdusse l’obbligo per i cittadini di dichiarare la loro affiliazione etnica. Questo fu fatto perché molti Serbi stavano tentando di impadronirsi clandestinamente dei centri di potere dell’intera nazione – l’esercito e l’amministrazione pubblica –, approfittando del fatto che l’etnia non contava. Perciò bisognava in qualche modo identificarli. Il nazionalismo etnico divenne la principale forma di opposizione al comunismo, ma soprattutto ad un colpo di stato serbo dissimulato. Non si trattava di un atavismo, la natura del conflitto non era etnica. C’era invece un uso mafioso dei legami clanici per conquistare fette sempre più grandi di potere, prestigio, influenza e benessere. Tutto questo produsse un processo scismogenetico: le varie fazioni assunsero posizioni gradualmente sempre più estreme, in una crescente polarizzazione. I mass media, invece di mitigare questi processi, irrobustirono la tendenza a tessere interazioni simboliche all’insegna della contrapposizione scismatica. Ogni questione sociale andava letta in termini etnici, cosicché le simpatie e preferenze di ciascuno finivano per andare alla “sua” gente, indipendentemente dalla ragionevolezza delle istanze sollevate dall’altra parte (Denich, 2000).
I fatti, perciò, danno ragione al sociologo e politologo Marco Deriu, quando sostiene che “Il conflitto etnico non è la realtà della guerra, ma piuttosto il nome della rappresentazione pregiudiziale con cui gli osservatori sia locali che occidentali si dispongono a fronte di un conflitto del quale capiscono ben poco e da cui vogliono a tutti i costi sentirsi distanti” (Deriu, 2005, p.105). E anche a Paolo Rumiz: “Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero” (Rumiz, 2000, p.29). Quando invece quella tribale è una mera mascherata che serve innanzitutto a far credere “all’irrazionalità di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilità di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo, fornisce la base teorica all’impossibilità della convivenza e dunque all’inevitabilità della pulizia etnica; in terzo luogo, soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte dell’opinione pubblica internazionale” (Rumiz, ibid., p. 76). 
Guido Rampoldi (“L'Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005) ha parlato di ribaltamento della verità ed ha denunciato due motivi propagandistici convergenti: quello che associava il nazionalismo serbo al nazismo e quello che si agganciava alla teoria fatalistica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington, che leggeva ogni conflitto come un fenomeno naturale o un’ineluttabilità storica e perciò incontrollabile: “Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l'Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro 'spontaneo' tra popolazioni portatrici di 'civiltà' inconciliabili; e la 'civiltà' dei musulmani doveva avere caratteristiche aggressive (come è anche nell'Huntington più recente). […] È la fabbrica d'una vulgata in cui "civiltà" ha la spiacevole tendenza a funzionare come un'altra pseudocategoria, "razza", cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d'un patrimonio genetico”.
Queste impressioni sono state confermate da un progetto di ricerca internazionale che ha coinvolto storici e scienziati sociali e che aveva come obiettivo quello di scrivere una storia il più possibile imparziale del conflitto jugoslavo (MacDonald et al., 2009). Lo studio internazionale riporta che in un sondaggio del 2003, a poco più di un decennio dalla fine delle pulizie etniche, tra il 21% ed il 25% di Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci non avrebbero avuto alcun problema ad accogliere in famiglia un genero o una nuora dell’altro gruppo etnico, indipendentemente dal giudizio della propria comunità. Un valore ai miei occhi sbalorditivo.
Dunque perché l’odio assassino? Gli studiosi elencano una serie di ragioni: la crisi economica, l’autoritarismo e clientelismo diffuso, dalla famiglia allo stato, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di politici che cercavano lo scontro, i mezzi di informazione che battevano il tasto sull’atavicità ed inevitabilità dei conflitti interetnici, perché controllati da lobbies governative ed industriali che pensavano di poter avvantaggiarsi da uno scontro generalizzato. La guerra fu fabbricata anche a partire dalle acredini residue risalenti alla seconda guerra mondiale che lo stato ignorò, come se non esistessero, invece di affrontarle e creare una vera riconciliazione. Questi esperti sono concordi nel respingere la logica circolare per cui la guerra era inevitabile per il semplice fatto che ha avuto luogo. Obiettano, come Rumiz, che la debolezza con cui ci si oppose alla guerra fu paradossalmente il risultato dell’impreparazione della popolazione ad un tale sviluppo estremo. La gente non se l’aspettava e non si era attivata per evitarla. Invece politici, produttori d’armi, intellettuali, giornalisti e organizzazioni criminali avevano investito molto nell’innescamento di una spirale di distruzione e riuscirono a convincere ciascuno jugoslavo che erano stati gli altri a volere la guerra, non “noi”.  Nonostante questo moltissimi jugoslavi aiutarono i propri “nemici etnici”. 

Con ciò non si vuol dire che la Jugoslavia fosse un’utopia plurale, Ma non era nemmeno una terra di rancori e faide insanabili dove l’unità era stata imposta da fuori. C’erano separazione e convivenza, tolleranza e pregiudizio: come in Alto Adige, come in Italia, come in ogni altro luogo. Non era una società tribale, ma fu tribalizzata e si lasciò tribalizzare. Un paesano serbo aveva molte più cose in comune con il suo compaesano musulmano che con un serbo di Belgrado, sia per quel che riguarda il dialetto, sia per quel che concerne lo stile di vita; ma il conflitto rese saliente il parametro religioso e quindi la barriera separò categorie religiose, e non economiche, sociali e di ideologia politica. Vi erano relazioni amichevoli tra gruppi, ma diverse pratiche sociali li separavano, specialmente al di fuori degli ambienti urbani, dove i matrimoni misti erano rari e le amicizie erano monoetniche, così come lo erano i colleghi di lavoro. I matrimoni misti non erano comuni non per una questione di xenofobia ma perché creano complicazioni di adattamento a tradizioni diverse che molte persone preferiscono evitare. Era più facile frequentare e coniugarsi a persone che condividevano le medesime pratiche e che erano già inserite nel medesimo reticolo di obblighi reciproci dei propri genitori. Insomma, la sfera pubblica era condivisa ma quella dell’intimità era separata (Bringa, 1995). La Bosnia rurale era una società plurale, nell’accezione di Furnivall (1948): “Essa è, nel suo senso più stretto, una mescolanza, poiché essi si mescolano, ma non si combinano. Ciascun gruppo ha la sua propria religione, la sua cultura e la sua lingua, le sue idee e costumi. Come individui si incontrano, ma solo al mercato, per comprare e vendere. C’è una società plurale, con differenti sezioni della comunità che vivono fianco a fianco, ma separatamente, all’interno della stessa unità politica”. Un po’ come l’Unione Europea, in effetti. Questa separazione spiega perché, una volta che lo stato jugoslavo si sfasciò ed iniziarono le violenze, fu relativamente facile per i fomentatori d’odio rendere così determinanti e disumani i legami etnici, trasformandoli in legami clanici, cioè in una grande famiglia fittizia in cui ogni parente è tenuto ad aiutare e sacrificarsi per gli altri parenti. Un familismo su scala gigantesca reso possibile da un’accorta e scellerata manipolazione simbolica. Le persone non possono scegliere i loro familiari e, allo stesso modo, non fu più possibile scegliere con chi stare: o con noi o contro di noi. Fu la fine del volontarismo e l’inizio del sanguinario dominio del fatalismo. Non importava più ciò che uno sentiva dentro, importava la sua collocazione nell’universo simbolico serbo, croato e musulmano. Ognuno era prigioniero, volente o nolente, nella sua gabbia etnica e poteva solo cercare di allargarla a spese delle gabbie altrui
Nelle città il problema dell’etnocentrismo era molto meno sentito ed i matrimoni misti erano molto più comuni. Le statistiche sui matrimoni misti indicano che in Jugoslavia, fino al 1981, sei milioni di cittadini si erano imparentati attraverso un matrimonio misto, su una popolazione complessiva di poco più di 22 milioni di abitanti. L’integrazione sociale era dunque un fatto, non un’impossibilità (Petrović, 2000). Infatti le città multietniche bosniache resistettero alla propaganda e respinsero l’esortazione a separare le comunità miste. Per questo i Serbi bosniaci furono costretti a tagliare le linee telefoniche tra quartieri etnicamente differenziati. Tagliando le comunicazioni tra le persone si ristabiliscono i confini che la gente ignorava. L’assenza di informazioni non consentiva di farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo e si era più facile preda della propaganda (Ramet, 2005).
Purtroppo la psiche umana è conformata in modo tale che una diversa affiliazione – una distinzione ed un senso di missione – è sufficiente per innescare un processo scismogenetico, ossia la formazione di una frattura. Ma ancora negli anni Ottanta per molti era impossibile immaginare una tragedia del genere. Solo a partire dal 1987 si cominciò a prestare attenzione a quelle Cassandre che avvertivano che c’erano tutti i presupposti per una guerra civile, se le autorità non avessero corretto la rotta (Ramet, 2008). Gli stessi etnografi che lavoravano sul posto, lontano dai centri urbani dove lo tsunami stava montando, non si erano dati pensiero di quel che sarebbe potuto accadere ed effettivamente accadde di lì a pochi anni. C’era sì l’idea di una possibile separazione, ma generalmente non si temeva una guerra civile e certamente non un evento di tale ferocia. In fondo i popoli bosniaci non si erano assaliti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e anche lì c’era stato bisogno dell’intervento nazifascista per scatenare l’inferno. Se l’odio fosse davvero stato una costante, un elemento intrinseco ai rapporti tra le genti jugoslave, allora si sarebbe arrivati ad una separazione netta, in aree etnicamente pure, già da secoli. Se la coesistenza fosse stata davvero impossibile e le relazioni interetniche fossero state realmente troncate come si sostiene ora, perché comunità differenti avrebbero continuato a convivere e risiedere in territori potenzialmente ostili, come hanno fatto? Paolo Rumiz, infatti, parla di incredulità della gente, ignoranza, sorpresa: “NON ESISTE PROVA MIGLIORE FORSE CHE LA BOSNIA NON È STATA DISTRUTTA DALL’ODIO, MA DA UNA DIFFUSA IGNORANZA DELL’ODIO” (Rumiz, 2000, p. 7).
I musulmani pensavano che solo i forestieri (ljudi sa strane) avrebbero creato incidenti. Ma quando queste forze esterne si presentarono alle loro porte, si stupirono nello scoprire che alcuni dei loro vicini si univano ad esse nell’eccidio dei musulmani, nel saccheggio e nella distruzione delle loro case (Bringa, 1995). Questa inconsapevolezza è da attribuire alla distanza dagli epicentri del fenomeno scismogenetico ed alla complessità della convergenza di fattori politici, economici, istituzionali ed ideologici tali da produrre una “tempesta perfetta” che compromise gli equilibri attivando certi meccanismi di progressiva contrapposizione in tutta l’area, anche laddove non c’erano stati dissidi diversi da quelli che s’incontrano in ogni comunità umana. Quel che si può escludere recisamente è che sia colpa di anonimi fattori storici o biologici. Ci furono persone in posizione di autorità che fecero tutto quanto era in loro potere perché accadesse quel che poi successe. Narcisismo ed orgoglio ferito, problemi di autostima, la ricerca spasmodica di un leader carismatico e messianico che conducesse il gregge, fecero il resto. A ciò si aggiunse la convinzione serba, alimentata dal regime, di essere tra i pochi guardiani rimasti dei valori del cuore e dello spirito e contro l’americanizzazione del pianeta (Ramet, 2005).
La pulizia etnica servì prima di tutto a creare le contrapposizioni, non ne fu la conseguenza. Poiché, essenzialmente, c’era un solo linguaggio, serbi musulmani e croati cominciarono a distorcere le loro lingue per andare incontro al mito della separazione. I musulmani introdussero termini arabi al posto di quelli serbi, i croati cercarono di inventarsi un croato puro ed autentico con picchi farseschi come quando si smise di usare il termine hiljada (mille) che era un vecchio termine croato, perché era stato impiegato dal governo jugoslavo, preferendo il sinonimo tisuca. Si distrussero i monumenti dedicati agli eroi della guerra antinazista, perché erano jugoslavi (Hedges, 2003).
Come i nazionalismi precedono l’esistenza delle nazioni e le creano dal nulla, immaginandosi delle comunità che prima non c’erano, allo stesso modo la pulizia etnica produsse legami solidissimi tra i carnefici, che si sentirono uniti dal senso di colpa e dalla necessità di proseguire nell’escalation di odio e violenza per dare un senso alle atrocità compiute in precedenza, in un circolo vizioso di razionalizzazione dell’imbarbarimento progressivo. Ad ulteriore dimostrazione che la maggior parte delle persone coinvolte in questa pratiche mostruose possiede una coscienza e va ritenuto pienamente responsabile di ciò che sta facendo. Il risultato fu che molti serbi bosniaci – ma certamente non tutti, anzi – si distaccarono da quei criteri morali, psicologici e cognitivi che fino a quel momento avevano impiegato per valutare se stessi e gli altri (Ramet, 2005).
La crisi jugoslava non va letta come il risultato di odio etnico. Quel tipo di interpretazione inverte la storia e comincia a leggerla dalla fine. L’odio è arrivato alla fine. Accettare la naturalezza ed inevitabilità delle animosità etniche ne facilita l’insorgere e il trinceramento in appartenenze gelose, possessive, intolleranti e paranoici (Woodward, 1995). Tutti i gruppi si percepivano come vittime, ignorando gli eccessi della propria parte, ignorando le rivendicazioni altrui. Fu uno di quei casi di autismo collettivo che sono molto frequenti nella specie umana. Il fatto è che finché non esiste un vocabolario comune ed una storia condivisa non ci sarà pace, ma solo assenza di conflitto violento.  Ciò non significa deresponsabilizzare le persone. La gente comune non era innocente. Fu dopo tutto una maggioranza di elettori a continuare a votare per dei candidati che avevano enfatizzato la loro eticità e la contrapposizione rispetto agli altri gruppi etnici e a non votare in massa per chi voleva una pacifica convivenza. Queste persone avrebbero potuto e dovuto immaginare che il continuo rilancio di accuse, l’escalation dei proclami e la progressiva polarizzazione avrebbero causato una guerra civile.


SEGUE L'IMPORTANTE CORREZIONE INTEGRATIVA DI GIULIANO GERI (ZANDONAI EDITORE), CHE RINGRAZIO:

"Un piccolo appunto. Non si può, a rigor di logica, parlare di divisioni "etniche" tra popolazioni della stessa etnia (slavi), dunque l'introduzione di un simile concetto è già di per sé la cifra di una manipolazione a fini diversificati, di cui l'Occidente è responsabile al pari della classe politica interna che ha preparato, studiato a tavolino e poi scatenato la dissoluzione. Inoltre non si può parlare di "nazionalità jugoslava", se non in termini particolari. "Narodnost" è proprio la categoria cui si è voluta sostituire quella, impropria, di "etnia". Gli ultimi censimenti chiedevano ai cittadini jugoslavi di esprimere la propria "nazionalità" (serbi, croati, bosgnacchi ecc.). Chi si rifiutava di appartenere a quelle che sarebbero diventate "gabbie etniche", si definiva ufficialmente di "nazionalità jugoslava", senza alcun criterio né sentimento di appartenenza socio-politica che non fosse quella federale. 
Una settimana fa c'è stato il ventennale della caduta di Vukovar, mirabile esempio di come la guerra civile sia stato un evento rigorosamente pianificato".


domenica 20 novembre 2011

Buoni steccati per un buon vicinato - quando i morti valgono più dei vivi


Non dobbiamo lasciare gli immigrati agli italiani. La maggior parte di loro ha frequentato la scuola italiana perché noi non li volevamo, ma è nel nostro interesse che imparino il tedesco, altrimenti si dichiareranno italiani.

Richard Theiner, Obmann (segretario) della Südtiroler Volkspartei.

La società multiculturale tiene al suo interno le diverse culture, ma l’una di fronte all’altra come sistemi di valori e visioni del mondo chiusi, ciascuno in sé sufficiente a fornire il quadro etico completo e bastante all’esistenza dei suoi membri. Onde, potrebbe dirsi che il pluralismo tende ad un orizzonte comune di senso, per quanto composito; mentre il multiculturalismo no, si ferma a una giustapposizione delle diverse culture, nella migliore delle ipotesi estranee l’una all’altra; nella peggiore, conflittuali. [...]. il primo schema è la separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza. [...] La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. 
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia. Un dialogo”.

All’interno di questa mentalità [ideologia tirolese] vorrei inserire il concetto di lotta ai corpi estranei, attorno al quale si sviluppa questa mia riflessione. Sono diventati corpi estranei idee, aspirazioni e movimenti che non rientravano nel quadro descritto, ma piuttosto disturbavano il mondo così ordinato e tramandato e per questo motivo sono cadute sotto questa straordinariamente vigile ed efficace lotta ai corpi estranei. Per fare un esempio, basta pensare cosa è successo in Tirolo dal XVI sec. in poi con il protestantesimo, arrivando persino all’espulsione fisica. Oppure richiamiamo alla memoria il destino degli ebrei in Tirolo. Pensiamo ai massoni e all’illuminismo – indipendentemente dal fatto se la minaccia proveniva da Vienna, da Monaco o persino (che orrore!) dalla Francia con le baionette napoleoniche. Pensiamo al rifiuto del liberalismo politico – la disputa nella scuola, il “Kulturkampf” e ciò che è successo attorno alla libertà di religione in Tirolo appena un po’ più di cent’anni fa lo dimostrano – oppure alla freddezza con cui sono state accolte in Tirolo le idee repubblicane o socialiste. Non serve un particolare acume per riconoscere proprio nel culto dell’eroe tirolese Andreas Hofer la celebrazione più alta ed evidente di questa convinta e alla fine vincente lotta ai corpi estranei.
Alexander Langer, “Ciechi dall’occhio destro: il Tirolo fra Andreas Hofer e Haider”.

Se la gente vuole restare separata lo farà spontaneamente, se vorrà unirsi lo farà spontaneamente. Gli esperimenti di ingegneria sociale su vastissima scala che prevedono la divisione tra gli esseri umani sono invece inevitabilmente il sintomo di una sconfinata hybris che prima o poi presenta il conto. Gli esseri umani sono già egocentrici di natura, con un corollario di gelosie, invidie, rivendicazioni possessive, avidità, egoismi, ecc., ormeggiare centinaia di migliaia di essi ad una proporzionale etnica permanente è suicida. Lo stesso discorso vale per quegli esperimenti che costringono all’assimilazione i nuovo arrivati, considerati automaticamente non all’altezza di poter insegnare qualcosa di nuovo e utile ai residenti. Il fascismo, fece anche peggio: irruppe in casa d’altri e gridò: voi non valete nulla, la vostra cultura è un intralcio, o diventerete come noi o è meglio se ve ne andate. 
L’eterna contesa tra natura e cultura. Da un lato abbiamo il modello imperialista ed assimilatore latino e neo-latino, quello che ha trasformato l’Alsazia in un penoso parco a tema del nazionalismo francese e francofono e che avrebbe fatto subire una sorte simile all’Alto Adige, se il fascismo fosse durato quanto il franchismo. È anche quello dei romani e dei conquistadores, sempre pronti a civilizzare i nativi, estirpando le loro specificità “per il loro bene”. Dall’altra parte abbiamo un modello ugualmente radicale, nella separazione biologica, che ha dato vita a tutte le forme di segregazionismo del passato coloniale europeo e della storia americana e sudafricana. Per un utile confronto tra mentalità dell’apartheid e segregazionismo in Alto Adige, rimando a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010).
Esempi documentati di questo secondo sistema sono i regni visigoti nell’Iberia e quelli anglosassoni in Britannia. L’analisi genetica indica che in Britannia la popolazione celtica locale, di origine iberica, fu presumibilmente sottoposta ad un regime di apartheid estremamente aggressivo che, nel corso di un paio di secoli, anche a causa del terribile impatto demografico della cosiddetta “peste di Giustiniano”,  invertì la proporzione di invasori germanici rispetto agli indigeni celto-romani. È ipotizzabile che la radice indoeuropea walos sia all’origine di nomi e toponimi come Welschtirol (Trentino), Wales (Galles), Cornwall (Cornovaglia), Vlach (nei Balcani), Valacchia (Romania meridionale) e Valloni (in Belgio), ossia di terre e popoli celti o latini confinanti con il mondo teutonico. Il che potrebbe indicare una tradizionale riluttanza a mescolarsi con popoli non-germanici, laddove possibile. Fu comunque quel che scelsero di credere i nazisti, che tentarono di restaurare l’antico istituto dell’Erbhof (maso chiuso) e del corrispondente diritto fondiario germanico in tutta l’Europa rurale occupata (D’Onofrio, 1997). 
In realtà non c’è nulla d’intrinseco in questa contrapposizione. La sua dimensione storica è più che plausibile (Strassoldo, 2000, p. 85):

La spiegazione apparentemente più ovvia delle differenze tra Germania e Italia negli atteggiamenti verso la natura sta nel fatto che l’Italia, come propaggine della civiltà ellenica, si è urbanizzata almeno quindici secoli prima della Germania. Da molto più tempo la sua cultura si è sviluppata nell’ambiente artificiale di insediamenti stabili di pietra e mattoni, ad altra densità di popolazione. Il suo territorio è stato antropizzato, la natura addomesticata e sottomessa, le selve emarginate negli ambienti estremi, dei monti e delle paludi. La sua religione ha perso i caratteri tellurici (animasti, politeisti e panteisti) e ha assunto caratteri iranici e metafisici, la sua cultura si è fatta antropocentrica e socio-centrica.

Non esiste una società che sia indipendente dalle persone che la compongono e dalle vicende storiche che la modellano. La società è una costruzione, se è corrotta è perché sono corrotti i suoi membri. È una gabbia che ci siamo eretti attorno e noi siamo i nostri carcerieri. Non ha senso dare la colpa alla società. Chi, comprensibilmente, ne ha abbastanza del modello degli steccati etno-linguistici dovrebbe seguire l’esempio di Rosa Parks, che con la sua disobbedienza civile diede il via al movimento per la fine del segregazionismo tra bianchi e neri. Costruire un’ortodossia della separazione per interrompere il flusso della vita significa erigere muri e proiettare sull’altro, sul diverso, la nostra ombra, tutto ciò che di negativo vogliamo rimuovere da noi stessi. Ci si guarderà in cagnesco e si competerà invece di intessere relazioni. Una persona di buona volontà, un giusto, non ha bisogno di potere, status, autorità, quindi non crede a nazioni e bandiere, non erige muri, non è aggressivo, non necessita di identificazioni che lo espandano, che lo sollevino dalle sue ansie di inadeguatezza, che gli consentano di dire orgogliosamente “io” e “mio”, camuffandoli da “noi” e “nostro”. In questo modo non solo inganniamo noi stessi, ma inganniamo anche gli altri, rendendoli nostri complici. Poniamo un’etichetta su di noi e sugli altri e così non dobbiamo più preoccuparci di prenderli singolarmente per capirli. Ci convinciamo di sapere già tutto quel che c’è da sapere su di loro. È un comportamento terribilmente infantile e la proporzionale etnica lo alimenta generando nuovi spazi di autovenerazione personale e collettiva: “io non ho bisogno di voialtri”, “staremmo meglio se voi vi levaste di torno”. Questo è quel che si sente dire sempre più spesso in Alto Adige ed è un pessimo segno, il segnale che un meccanismo di risoluzione dei conflitti è invece un meccanismo di spartizione della prosperità che li perpetua, fissandoli.
L’idolatria frammenta e dove c’è frammentazione c’è conflitto e dove c’è conflitto c’è spesso miseria umana, miseria dell’animo, incaapcità di analizzare obiettivamente le cose, le nostre vite, le esistenze ed i pareri altrui. Abbiamo paura dei fatti e scappiamo nel mondo delle astrazioni. I nostri problemi derivano dalla nostra riluttanza a far convergere i due binari, quello dei fatti e quello delle idee. Questa scissione, che rispecchia quella etno-linguistica, genera dissonanza e violenza, ma facciamo fatica a capire che la violenza non è fuori o dentro di noi, la violenza siamo noi. Ce lo insegna la storia, il buon senso e, come vedremo, la scienza sperimentale.
La violenza non è solo picchiare o uccidere qualcuno. È violenza anche quando usiamo frasi taglienti ingiustificate, per il puro gusto di ferire l’altro, quando con un gesto liquidiamo una persona, per lo stesso motivo, quando obbediamo per paura. La violenza è sottile, profonda. Quando ci autoidentifichiamo come altoatesino o sudtirolese, siamo già entrati nel ciclo della violenza, perché ci separiamo in qualche misura dal resto del mondo e quando lo facciamo, in nome delle nostre credenze, tradizioni, nazionalità ed altre sovrastrutture, allora generiamo violenza. Chi aspira ad essere nonviolento non può appartenere ad una nazione, ad un gruppo etnico o ad una religione, ad un partito politico o una fazione, perché ciò condizionerà il modo in cui intende le ragioni altrui, lo renderà meno obiettivo, e quindi meno giusto, meno equo, meno sereno, meno distaccato, più aggressivo, più rabbioso. Sono la paura, la rabbia, lo spirito antagonistico che ci spingono ad onorare nazioni, stracci che chiamiamo bandiere, leader che incarnano la nostra “essenza”, ad assumere un atteggiamento difensivo che produce equivoci sempre più aggrovigliati e pericolosi. Competiamo con gli altri, continuare a confrontarci, a voler prevalere, a scegliere la gelosia, l’avidità, l’ingordigia, l’aggressione come stile di vita. È curioso che due guerre mondiali non ci abbiano ancora insegnato che bisogna stare uniti, non creare barriere tra noi. Quante ne serviranno ancora per farci rinsavire?
Eppure, ogni volta ricadiamo nello stesso errore e dividiamo il mondo in noi e loro, in buoni e cattivi, i capri espiatori a cui assegnare l’onere della colpa per tutto ciò che non va. Nominiamo narratori ufficiali specialisti della semplificazione, che corroborino la nostra immeschinita visione del mondo, che personifichino il “noi”, per renderlo più gestibile, più uniforme, per farci dimenticare quanto variegata e preoccupantemente contraddittoria sia la natura di questo “noi”. Diciamo le cose come stanno: noi vogliamo vivere e gli altri hanno meno diritto di vivere di noi. In Alto Adige gli altri hanno meno diritto alla prosperità di noi e i tagli dovranno colpire prima di tutto gli altri, i veri parassiti, quelli che fruiscono di prerogative immeritate, perché hanno imparato a fare le vittime. Questo è un altro discorso che si continua a sentire, da una parte e dall’altra. “Parassita” è un vocabolo che, dopo la vicenda nazista, ci si augurerebbe di non dover più sentir pronunciare in pubblico.

Gli studi di psicologia sociale degli ultimi 60 anni dimostrano fuori di ogni ragionevole dubbio che il paradigma della segmentazione etnica sia una faglia sismica che si estende nel cuore di un’area che, solo per il momento, non è sottoposta a sollecitazioni tettoniche; che lo slogan più adatto sarebbe “quanto più ci separeremo, tanto più rischieremo di farci del male”; e che, per ridurre o eliminare questa faglia, occorrerebbe seguire il consiglio di Alexander Langer: “quanto più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, tanto meglio ci comprenderemo”.
Un mondo vivo cambia, fluisce, scorre, è in uno stato di flusso costante. Chi crede di poter fissare identità e confini sarà spazzato via. Le catene imposte alla realtà si spezzano come fuscelli. Quel che dev’essere chiaro, una volta per tutte, è che dividere gli esseri umani apre la strada alla violenza e che questo l’Alto Adige non se lo può più permettere (e non se lo sarebbe mai dovuto permettere). Chi divide dovrà essere considerato responsabile di ogni spiacevole conseguenza. Vediamo dunque perché.
L’esperimento di Robbers Cave, realizzato nel 1954 da Muzafer and Carolyn Sherif in un campo estivo dell’Oklahoma, è considerato ancora oggi uno dei migliori esperimenti di psicologia sociale della storia. Vi presero parte 22 ragazzi separati fin dal momento in cui montarono su due diversi autobus per recarsi al campo in due gruppi di undici elementi in modo tale che non si conoscessero. Ciascun gruppo ignorava l’esistenza dell’altro e per i primi giorni furono mantenuti ad una distanza tale da non scoprire mai la presenza dell’altro gruppo. Gli fu chiesto di darsi un nome. Un gruppo optò per “i serpenti a sonagli”, l’altro si battezzò, “le aquile”. Il che è già di per se curioso visto che nella mitologia indigena americana aquila e serpente sono i due acerrimi nemici per antonomasia. Entro pochi giorni in seno a ciascun gruppo si formarono spontaneamente dei rapporti gerarchici. Poi si fecero incontrare i due gruppi e, nel giro di un altro paio di giorni, cominciò a generarsi dell’ostilità reciproca, che crebbe molto oltre quel che era stato preventivato dagli sperimentatori. Furono costretti ad interrompere questa fase per dare inizio alla terza ed ultima fase, quella dell’integrazione, che prevedeva l’introduzione di compiti, sfide ed obiettivi condivisi che annullavano la salienza di ciascun gruppo e costringevano i vari ragazzi a ragionare in termini di interessi comuni e sforzi cooperativi, perché nessun gruppo sarebbe stato in grado di farcela da solo. Come ad esempio l’approvvigionamento d’acqua in seguito ad un’improvvisa scarsità (artificiale), la rottura (non accidentale) del motore di un furgoncino, la scelta di un film da proiettare. Questi incarichi fecero sì che l’ostilità svanisse e, alla fine dell’esperimento, tutti avevano fatto amicizia e pretendevano di tornare a casa assieme. Le conclusioni di questo esperimento confermavano i risultati di esperimenti precedenti e sono state a loro volta comprovate da altri esperimenti, sempre più ingegnosi, ideati negli anni successivi.
Il dato più preoccupante è che è sufficiente dividere le persone in gruppi perché, in modo automatico, i componenti di un gruppo, per quanto eterogenei, comincino ad elaborare dei pregiudizi omogenei nei confronti di ciò che è esterno (negativi) ed interno (positivi) al gruppo e delle forme di dipendenza nei confronti del gruppo stesso (Kecmanovic, 1996). A prescindere da ogni considerazione e senza neppure rendersi conto dell’arbitrarietà delle loro categorizzazioni e linee di demarcazione, una persona indotta a catalogare gli altri in gruppi tende: (a) a minimizzare le differenze tra i membri di questi gruppi e ad esagerare le differenze tra gruppi; (b) a ricordare più facilmente ciò che accomuna i membri del suo gruppo e ciò che lo distingue dai membri di un altro gruppo; (c) a ricordare più facilmente le informazioni positive che riguardano i membri del suo gruppo, ignorando o rimuovendo dalla memoria quelle negative; (d) a vedere più legami e legami più intensi ed evidenti tra i membri del suo gruppo e se stesso; (e) ad aspettarsi che i valori ed atteggiamenti dei membri del suo gruppo rispecchino i suoi in misura maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (f) ad affezionarsi ai membri del suo gruppo considerandoli maggiormente degni di fiducia, affetto e lealtà; (g) a comunicare in modo tale da preservare un orientamento benevolo e positivo nei loro confronti; (h) ad aiutarli in misura segnatamente maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (i) a sottrarre risorse agli altri gruppi ed essere meno leale verso i loro membri, fenomeno che svanisce quando la separazione lascia il posto all’identificazione dell’altro come persona e non come membro di un diverso gruppo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009).
Il che dimostra che separare, compartimentare (diaballein in greco) gli esseri umani è “diabolico”.
Le strategie sperimentate con successo dagli psicologi sociali per riuscire a superare lo scontro e stimolare la cooperazione includono invece un processo di decategorizzazione, che sottolinea le qualità individuali degli altri ed incoraggia le interazioni su base personale. Questo è quel che abbiamo cercato di avviare io e Mauro Fattor con il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”. Una strategia alternativa, più semplice, è quella di ricategorizzare i membri che si percepiscono come appartenenti a gruppi diversi in un’unica, sovrastante categoria (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). Questo è quel che alcuni cercano di fare in Alto Adige, estendendo il dominio simbolico e semantico di “patria” fino a comprendere la minoranza altoatesina, affinché si senta coinvolta nel comune progetto di migliorare la società locale. Ciò però comporta lo spostamento della linea di demarcazione (e dei pregiudizi favorevoli o antagonistici) un po’ più in là e può creare un più intenso dualismo con i vicini trentini a sud e i vicini tirolesi a nord. Storicamente, il nazionalismo ha sfruttato questa strategia per superare i regionalismi, con il risultato di pacificare vaste aree, ma anche di causare maggiori frizioni tra nazioni, in luogo delle più limitate faide tra signorie, feudi e contrade. Inoltre questa nuova, più ampia identità collettiva può essere instabile (se i pregiudizi sono troppo radicati), può non arrecare i vantaggi promessi, può essere percepita come un’imposizione ingiustificata e portare di conseguenza all’esacerbamento dei dissidi invece che alla loro risoluzione permanente. Mi pare che questo sia precisamente il caso dell’Italia di questi anni. 
Che la soluzione migliore sia quella di invitare le persone ad imparare a gestire una molteplicità di identità collettive – analogamente a come ciascuno di noi passa nel corso di stessa una giornata da un ruolo all’altro senza avvertire traumi o di sconnessioni – è dimostrato dal fatto che chi supera la barriera dell’appartenenza forte ed opta per un’identificazione plurale e complementare, tende ad essere psicologicamente più in salute, ad esperire minori livelli di stress e a dedicarsi ad attività che sono più salutari per il suo organismo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). A ciò si aggiungono due aspetti ancora più decisivi: il mantenimento della volontà di denuncia delle disuguaglianze ed ingiustizie, che all’opposto un’eccessiva enfasi sulla coesione sociale inibisce, ed un più alto tasso di pensiero creativo ed innovativo, qualitativamente migliore (Fiske/Gilbert/Lindzey, 2010).

In sintesi, i sostenitori del comunitarismo identitario sbagliano quando affermano che la loro posizione sia naturale, razionale e conveniente. Nessuno di questi tre attributi è applicabile a questa ideologia. La scelta identitaria collettiva è al contrario emotiva, non è universale ed è potenzialmente disastrosa. Trovo semplicemente indecente che un presunto debito di riconoscenza verso antenati ignoti debba prevalere sulle responsabilità nei confronti dei vivi e che il paternalismo autoritario di genitori etnicamente militanti debba plasmare l’identità etnica dei figli, pena l’estinzione della comunità e dell’Heimat, cosicché ogni passeggiata, ogni conversazione, ogni domanda servano a trasformarli nel genere di persona che sarebbero ammirati da un Silvius Magnago o da un Pietro Mitolo. Goebbels, nel dicembre del 1942, esclamava: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi!”.
Gli esseri umani non sono argilla e se davvero ci sentiamo in debito nei confronti delle future generazioni, sarebbe opportuno dimostrarlo facendo in modo che possano nascere in un mondo in cui gli esseri umani si incontrano, piuttosto che in uno in cui si scontrano nel nome di sentimentalismi ed arcaismi e sulla scorta di istinti primordiali francamente risibili, come ha messo in luce Hans Magnus Enzensberger nella sua acuta analisi delle dinamiche dello scompartimento ferroviario (Enzensberger, 1993, pp. 5-8):

Due passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro storia, non sappiamo da dove vengono, né dove vanno. Si sono sistemati comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non è accolto con favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un singolare senso di solidarietà. Essi affrontano i nuovi arrivati come un gruppo compatto. È loro il territorio che è a disposizione. Considerano un intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza è quella dell'autoctono che rivendica per sé tutto lo spazio. Questa visione delle cose non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata. Questo innocente modello non è privo di lati assurdi. Lo scompartimento ferroviario è un soggiorno transitorio, un luogo che serve solo a cambiar luogo. E’ destinato alla fluttuazione. Il passeggero è di per sé la negazione del sedentario. Ha cambiato un territorio reale con uno virtuale. Ciononostante difende la sua precaria dimora con silenzioso accanimento.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Ciò si deve al fatto che tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice istituzionale delle ferrovie, dall'altro da norme di comportamento non scritte, come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati. Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. […]. Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari, dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per sé tutti i privilegi che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la difesa di un territorio «ereditario» appena occupato, e degna di nota la totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con quanta rapidità si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta e negata.

martedì 25 ottobre 2011

boicottare il censimento etnico in Alto Adige


Ethnische Zuordnung 2011? Ich mach nicht mit. Censimento etnico 2011? Io non ci sto. 
Ungültig machen, nicht ausfüllen, sich „anders“ erklären: 3 Möglichkeiten um zu sagen: ich mache nicht mit. - Invalidare la scheda, consegnare in bianco, dichiararsi “altro”: tre modi per dire: Io non ci sto.
http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2011/10/10/censimento-disobbedisco/.