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giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

martedì 6 dicembre 2011

Chi era, veramente, Gandhi?



Non mi auguro la disfatta degli Alleati. Ma non credo che Hitler sia così cattivo come lo dipingono. Sta dimostrando un’abilità stupefacente, e sembra che ottenga le sue vittorie senza grandi spargimenti di sangue.
Mohandas Karamchand Gandhi,  lettera a Rajkumari Amrit Kaur, maggio 1940

Il mondo non è governato interamente dalla logica. La vita stessa implica una qualche sorta di violenza e a noi non resta che scegliere la via della violenza minore.
Harijan, 28 settembre 1934

Benché la violenza non sia lecita, quando è opposta per autodifesa, o in difesa degli inermi, è un atto di coraggio assai preferibile alla codarda sottomissione.
Harijan, 27 ottobre 1946

Chi si abbrutisce nel proprio disperato sforzo di prevalere sui nemici o di sfruttare le nazioni più deboli o gli uomini più deboli, non solo si degrada ma degrada tutta l’umanità.
Young India, 29 ottobre 1931


GANDHI E I NERI SUDAFRICANI
Nella sua autobiografia Gandhi dice di aver creduto che “l’Impero Britannico esistesse per il bene del mondo”. Da giovane, in Sud Africa, la sua unità medica si prese cura degli Zulu feriti durante la sollevazione, ma la stampa zulu non fu benevola nei confronti della minoranza indiana sudafricana, accusando gli Indiani di essersi offerti volontari nell’aiutare gli inglesi a schiacciare la rivolta ed impadronirsi delle terre tribali per puro tornaconto, per spartirsi le loro spoglie. In effetti appoggiò la soppressione armata della rivolta degli zulu ma, in quei giorni febbrili, si interrogò anche di fronte all’evidenza del fatto che le operazioni di pacificazione si sono tramutate in una caccia all’uomo che non risparmia donne e bambini rimasti nei villaggi.
È certamente vero che Gandhi fu influenzato dalla struttura castale nella quale era cresciuto e dal disprezzo che gli inglesi nutrivano nei confronti dei nativi africani, tanto che pretese che gli edifici pubblici fossero dotati di tre ingressi, cosicché gli Indiani non dovessero più impiegare quello destinato agli africani. Nel 1909, il futuro Mahatma scriveva “non abbiamo alcuna avversione verso i Kaffir (i neri), ma non possiamo ignorare il fatto che non c’è un terreno comune tra noi e loro negli affari di ogni giorno” (Bhana & Vahed, 2005, p. 45). La prigionia servì a Gandhi per constatare la disumanità di trattamento dei prigionieri africani, ma anche la bestialità di certi carcerati più refrattari ad una condotta civile. In ogni caso, Gandhi non pensò mai che fosse possibile fare causa comune. Troppe erano le divisioni tra Indiani per pensare che fosse possibile superare quelle tra Indiani ed Africani, separati anche dalla lingua. Non erano semplici pregiudizi ma considerazioni di natura politica e la constatazione dell’inevitabilità del conflitto e della competizione tra gruppi denigrati e sfruttati dall’élite razziale bianca che diventata sempre più evidente nella popolazione gravitante intorno ai grandi centri urbani, con gli operai indiani ostili a quelli africani e i residenti africani che malsopportavano il virtuale monopolio indiano sul commercio al dettaglio. La responsabilità era chiaramente bianca ma non essendovi realistiche possibilità di riformare il sistema, i segmenti di popolazione subordinata si dilaniavano a vicenda per conquistarsi qualche boccone (Bhana & Vahed, op. cit.).  

GANDHI, MUSSOLINI E HITLER
Hitler ha ucciso cinque milioni di Ebrei. È il più grave crimine del nostro tempo. Ma gli Ebrei avrebbero dovuto offrirsi al coltello del macellaio. Si sarebbero dovuti gettare in mare dagli scogli. Per come sono andate le cose, sono comunque morti a milioni.
Gandhi, al suo biografo, Louis Fischer (Fisher, 1950)


Credo che ogni guerra sia totalmente sbagliata. Ma se analizziamo con attenzione le ragioni di due parti belligeranti, possiamo scoprire che una è nel giusto e l’altra nel torto. Per esempio, se A vuole conquistare la terra di B, è ovvio che B è la parte che subisce il torto. Entrambi combattono con le armi. Non credo nella violenza della guerra, ciononostante B, la cui causa è giusta, merita il mio sostegno morale e le mie benedizioni.
Harijan, 18 agosto 1940

A Roma Gandhi incontra i gerarchi fascisti e Mussolini, desiderosi di legittimazione internazionale per la rivoluzione fascista, come lui era alla ricerca di forze da contrapporre all’impero britannico. Il 23 luglio del 1939 scrive a Hitler, chiamandolo “caro amico”. Il 24 dicembre del 1940 scrive una seconda lettera, più lunga, in cui spiega che “se vi chiamo amico, non è un formalismo. Io non ho nemici”. Gandhi prosegue spiegando che il compito che si è prefissato è quello di “assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo” e che non crede che Hitler sia un mostro: “Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari”, sebbene “molti dei vostri atti siano mostruosi e attentino alla dignità umana”. Per questo “noi resistiamo tanto all’imperialismo britannico quanto al nazismo”. Gandhi è fiducioso che la sua battaglia sarà vincente perché, come Étienne de La Boétie prima di lui, ritiene che “nessuno sfruttatore potrà mai raggiungere il suo scopo senza un minimo di collaborazione, volontaria o forzata, da parte della vittima” (Payne, 1969).
Enrico Peyretti (1999) definisce “sconcertante” l'appello rivolto agli inglesi da Gandhi il 7 luglio 1940, in cui li invita ad abbassare le armi e a combattere il nazismo con la noncooperazione: “Darete ai dittatori tutto, ma non darete mai loro i vostri cuori e le vostre menti. Se essi vorranno occupare le vostre case, voi le abbandonerete. Se non vi lasceranno uscire, voi insieme alle vostre donne e ai vostri figli vi lascerete uccidere piuttosto che sottomettervi. Questo metodo, che io ho chiamato non-collaborazione nonviolenta, in India ha avuto notevoli successi. (...) Ho sperimentato con rigore scientifico la nonviolenza e le sue possibilità di applicazione per più di cinquanta anni consecutivi. (...) Non conosco un solo caso in cui essa abbia fallito”

In una lettera indirizzata ad Hitler e datata 24 dicembre 1940 che il servizio postale britannico non recapitò mai, per tassativo ordine del governo, Gandhi rivolse un appello a Hitler affinché seguisse la via della pace e riconoscesse l’esistenza di milioni di persone che lo consideravano un mostro. Gandhi assicurava il dittatore tedesco che era al corrente del fatto che quest’ultimo considerava le sue azioni come virtuose ma anche che la forza della nonviolenza poteva tranquillamente tener testa a “tutte le più violente forze del mondo”, senza necessitare di denaro, scienza e tecnologia distruttiva. In quello stesso periodo, in un appello rivolto agli Ebrei, il Mahatma dichiarava che Hitler si sarebbe piegato di fronte al coraggio morale della loro resistenza nonviolenta, perché non aveva ancora mai fatto esperienza di una tale tenacia ed ardimento, infinitamente superiori a quelli delle sue migliori truppe d’assalto. Si diceva sicuro che l’alternativa non poteva essere peggiore di essere uccisi sul posto o gettati in qualche segreta. Solo con questo sfoggio di coraggio e determinazione si poteva sperare di convertire persone disumanizzate come i nazisti alla comprensione ed apprezzamento della dignità umana. Lo stesso Gandhi non esitava ad ammettere che un Gandhi ebreo nella Germania nazista sarebbe stato ghigliottinato nel giro di cinque minuti, ma per il maestro spirituale indiano la propria morte era infinitamente preferibile all’omicidio o abuso di qualcun altro.
Adolf Hitler aveva peraltro già chiarito nel Mein Kampf che solo un ragazzino viziato e insano di mente avrebbe potuto non vomitare ascoltando la retorica pacifista. Per lui i pacifisti erano solo “egoisti e codardi camuffati che trasgredivano le leggi dello sviluppo”. Difficile immaginare un interlocutore meno disposto ad ascoltare le ragioni di Gandhi.
È un atteggiamento responsabile quello di chi sceglie di non usare la violenza quando l’avversario ha dimostrato ampiamente che non è interessato a compromessi e negoziazioni, ma solo ad una vittoria totale e definitiva?
No.

GANDHI FU UN BURATTINO DEGLI INGLESI?
Il messaggio di “Gandhi” [il film di Richard Attenborough] è che il modo migliore di ottenere la libertà è quello di mettersi in fila, senza armi, e marciare verso gli oppressori, permettendo loro di ridurti inerme al suolo a suon di manganello; se resisti sufficientemente a lungo, li metterai in tale imbarazzo da costringerli ad andar via. Tutto ciò è la peggior sciocchezza mai sentita ed è una sciocchezza pericolosa. La nonviolenza fu una strategia scelta da un popolo specifico nei confronti di un oppressore specifico; generalizzare da tutto ciò costituisce un atto sospetto. Che utilità avrebbe avuto la nonviolenza, ad esempio, contro i nazisti? […]. “Gandhi” ci mostra un santo che vinse un impero, ma non è che frutto di invenzione.
Salman Rushdie, 1991

Il 13 aprile del 1998, Time Magazine pubblicava una dottissima analisi della figura di Gandhi. L’autore era nientemeno che Salman Rushdie che, con la sua consueta tagliente eleganza, scriveva: “Oggi Gandhi… è diventato astratto, a-storico, postmoderno, non più uno del e nel suo tempo ma un concetto da parassitare, un elemento nella nostra riserva di simboli culturali, un’immagine che può essere presa in prestito, usata, distorta, re-inventata per mille scopi, e all’inferno la storicità o la verità”.
Il film “Gandhi”, di Richard Attenborough, vincitore di otto premi oscar ed un costante afflusso di agiografie hanno trasformato il Mahatma in un santo laico, una figura simile al Cristo, ma incarnazione della Sapienza Orientale quintessenziale, un guru sempiterno e globalizzato, un totem new-age inattaccabile, sacralizzato. Un vero peccato, protesta Rushdie, perché il “vero” Gandhi era “una delle più complesse e contraddittorie personalità del secolo”, a partire dal nome, che è stato tradotto “Azione-Schiavo-Fascinazione-DroghieredellaLuna” dal brillantissimo scrittore indo-kenyota G.V. Desani.
Indomito di fronte alla morte, temeva il buio e dormiva sempre con una candela accesa.
Non voleva la partizione dell’India, ma si alienò deliberatamente le simpatie del leader musulmano indiano Ali Jinnah, l’unico che poteva evitarla.
Predicava la sobrietà, la povertà e la vita rurale, ma godeva del sostegno finanziario dei magnati dell’industria indiana, come Ghanshyam Das Birla.
Con i suoi scioperi della fame riuscì ad impedire rivolte e massacri, ma usò lo stesso metodo anche per stroncare uno sciopero dei lavoratori di uno dei suoi mecenati.
Era contrario alla segregazione degli intoccabili, ma gli intoccabili si identificano con Bhimrao Ramji Ambedkar, che di Gandhi era rivale.
Architetto di una rivoluzione del pensiero politico come la strategia della nonviolenza, dedicò il suo tempo alla formulazione di eccentriche teorie sul veganismo, l’energia eiaculatoria tantrica, i clisteri e l’astinenza sessuale assoluta, non senza indulgere negli esperimenti “brahmacharya”, in cui dormiva nudo con delle adolescenti per dar prova di continenza ed autodisciplina e per accrescere i suoi poteri spirituali.
Fu l’uomo che, quasi da solo, riuscì a mobilitare trasversalmente milioni di Indiani nella lotta per l’indipendenza, ma l’India indipendente non assomigliò neppure lontanamente a quella che sognava. Anzi, la fase finale della lotta per l’indipendenza fu segnata da stragi e immani sciagure, tanto che si rifiutò di partecipare alle celebrazioni per l’indipendenza in segno di protesta.
Iniziò la sua predicazione della nonviolenza nella convinzione che potesse avere successo contro qualunque avversario, ma le azioni di Hitler e Stalin lo indussero a rivedere questa sua posizione oltranzista.
Rushdie ipotizza che Gandhi fosse in buona fede, ma che l’emancipazione dell’India dal giogo coloniale sia stata programmata e realizzata da “forze storiche più oscure e più profonde” in cui si inserì lui e la sua filosofia di disobbedienza civile.
“Oggi poche persone si fermano a riflettere sul complesso carattere della personalità di Gandhi, l’ambigua natura dei risultati e della sua eredità, o persino sulle cause reali dell’indipendenza indiana. Sono tempi precipitosi, in cui gli slogan la fanno da padroni e non abbiamo tempo o, peggio ancora, la disponibilità ad assimilare verità composite. La verità più crudele è che Gandhi è sempre più irrilevante per la nazione di cui fu il “piccolo padre” – Bapu”. La sua condanna del nazionalismo e degli aspetti più biechi del modernismo, del liberismo e dell’edonismo sono stati dimenticati. Eppure, all’estero, la visione di Gandhi resiste ancora, contro l’imperialismo dell’omologazione e della mercificazione globalista: contro questo nuovo impero – McCulture lo chiama Rushdie – l’intelligenza gandhiana è un’arma più efficace della sua devozione. E la resistenza passiva? – conclude lo scrittore anglo-indiano – Si vedrà.
Rushdie non può essere certamente annoverato tra i guerrafondai o i sobillatori di violenza. Non solo è stato colpito da una fatwa per aver osato “affermare l’indicibile” – “il re è nudo”, ma è anche un grande ammiratore della civiltà moresca dell’Andalusia e della sua capacità di mescolare il meglio delle tre tradizioni monoteistiche, raggiungendo le vette della civiltà umanista, senza cadere nella trappola delle faide interreligiose ed interetniche.

Dove possiamo collocare il celeberrimo Mohandas Karamchand Gandhi, la figura simbolo della nonviolenza e del pacifismo? Io penso tra i violenti inconsapevoli. Quel che è certo è che si trattava di un uomo estremamente violento. George Orwell, in un bellissimo ritratto di Gandhi intitolato “riflessioni su Gandhi” e pubblicato sul Partisan review nel gennaio del 1949, ci ricorda che la stessa autobiografia gandhiana riporta che “in tre occasioni era disposto a lasciare che la moglie o un figlio morissero, piuttosto che somministrare loro la carne prescritta dal medico”. Su questo punto il Dalai Lama ha dimostrato una maggiore ragionevolezza, accettando di mangiare una modica quantità di carne per ragioni mediche.
Anche Orwell era convinto che Gandhi fosse stato manovrato a sua insaputa.
Orwell sospettava che dietro Gandhi ci fosse un disegno più vasto e che questo spiegasse la ragione per cui era stato trattato con relativa cortesia dalle autorità anglo-indiane. Negli ambienti dell’alta società britannica da lui frequentati si ammetteva cinicamente che Gandhi era utile alla causa britannica perché impediva una rivoluzione ed i miliardari indiani preferivano lui a possibili derive socialiste o comuniste delle masse del subcontinente, che li avrebbero privati delle loro ricchezze. Orwell si domanda però se non avesse ragione Gandhi quando affermava che “alla fine, gli ingannatori ingannano solo se stessi”. In fondo, diversi ufficiali inglesi lo ammiravano, per la sua incorruttibilità e tenacia, per il suo incredibile coraggio ed assenza di malizia. Lo scrittore e giornalista britannico era però incline a stigmatizzare la prospettiva ultramondana del saggio indiano – il mondo della realtà materiale è solo un’illusione a cui sfuggire – che escludeva che il nostro compito sia quello di rendere accettabile l’esistenza sulla terra. È turbato anche dall’inclinazione gandhiana ad amare Dio e l’umanità nel suo complesso, sacrificando l’amore per le persone a lui vicine: lo considera un compito irrealizzabile per le persone ordinarie e dunque inumano: “l’essenza dell’essere umani risiede nel fatto che uno non cerca la perfezione, che a volte è pronto a commettere dei peccati per lealtà, che uno non istiga se stesso all’ascetismo fino al punto da rendere impossibile i rapporti amicali, che uno sa che, nella vita, alla fine, ci attende la sconfitta e lo sconforto, il prezzo che inevitabilmente si paga quando si forgiano legami d’amore con altre persone”. Insomma, per Orwell, la maggior parte delle persone non desidera essere un santo e che, al contrario, chi desidera la santità forse non è mai stato tentato dall’idea di comportarsi come un essere umano: “se si potessero rinvenire le radici psicologiche, si scoprirebbe che il motivo principale del distacco è il desiderio di fuggire dalla sofferenza del vivere, e specialmente dall’amore che, sia esso di natura sessuale o meno, è un duro lavoro”. L’autore non ritiene sia possibile stabilire che cosa sia più nobile, si accontenta di concludere che le due visioni sono incompatibili: o si sceglie Dio, o si sceglie l’Uomo. Di Gandhi apprezza la coerenza e la sincerità. Non cercò di svicolare evasivamente dalla questione ebraica durante il conflitto mondiale: E gli Ebrei? Ti va bene che siano sterminati? Altrimenti, come pensi di salvarli senza combattere una guerra? Orwell rammenta di non aver mai sentito una risposta onesta ed inequivocabile su questo punto da un singolo pacifista occidentale. La posizione di Gandhi non mutò prima e dopo l’Olocausto: se uno non intende togliere la vita altrui, dev’essere pronto ad accettare che tante altre vite siano perse. Tuttavia Orwell dubita che Gandhi abbia pienamente compreso la natura della minaccia totalitaria. La sua causa aveva bisogno di pubblicità, di visibilità planetaria: “è difficile vedere come il suo metodo avrebbe potuto funzionare in una nazione in cui gli oppositori al regime scompaiono da un giorno all’altro senza che si sappia più nulla sulla loro sorte. Senza una stampa libera ed il diritto di riunirsi non è soltanto impossibile appellarsi all’opinione pubblica estera, ma anche dare l’avvio ad un movimento di massa o più semplicemente far sapere le tue intenzioni agli avversari…Le masse russe potrebbero mettere in pratica la disubbidienza civile se venisse a tutti la stessa idea simultaneamente e persino in quel caso, a giudicare dalla storia della carestia ucraina, non farebbe alcuna differenza”. Quanto alle guerre internazionali, continua Orwell, in politica estera, il pacifismo o cessa di essere tale oppure si trasforma in appeasement, ossia remissività, accomodamento. Il problema, secondo lui, è che la premessa di partenza di Gandhi che tutte le persone siano ragionevoli e, alla lunga, si sentano in dovere di reagire positivamente e generosamente ad un atteggiamento fermo, dignitoso e nonviolento, è discutibile: “Chi è sano di mente? Lo era Hitler? È non è possibile che un’intera cultura sia folle per gli standard di un’altra?”. Orwell apprezza la nonviolenza e crede che sia l’unica alternativa ad un apocalittico conflitto nucleare con l’Unione Sovietica ma si chiede se gli inglesi avrebbero abbandonato l’India pacificamente, se al posto di un governo laburista ci fosse stato un governo guidato da Churchill, che aveva il dente avvelenato con Gandhi per le aperture di quest’ultimo a Hitler ed ai Giapponesi.
Il giudizio conclusivo dello scrittore inglese, pur critico, è molto equilibrato: “si può avere un’antipatia di natura estetica nei confronti di Gandhi, come nel mio caso, si possono respingere i proclami di santità (che lui non fece mai), si può rifiutare l’ideale stesso della santità e perciò reputare che gli scopi fondamentali di Gandhi fossero anti-umani e reazionari: ma se guardiamo al politico e lo poniamo a confronto con le altre maggiori figure politiche del nostro tempo, non si può non notare che dietro di sé ha lasciato un profumo di pulito!

Il gandhiano Giuliano Pontara (2008) è invece dell’avviso che il gandhismo non abbia influenzato la pratica di governo dell’india post-indipendentista: Gandhi fu utile conro gli inglesi, poi la nuova classe dirigente lo mise da parte.

GANDHI E GLI PSICOPATICI
Finora, Hitler e i suoi simili si sono basati sull’invariabile esperienza che gli uomini cedono alla forza. Uomini disarmati, donne e bambini che oppongano una resistenza non violenta, priva di rancore nei loro confronti, saranno un’esperienza nuova per loro. Chi può azzardarsi a dire che non sia nella loro natura reagire alle forze più alte e sottili? Hanno la stessa anima che ho io.
Harijan, 15 ottobre 1938


Gandhi rifiuta l’esistenza di malvagi irredimibili e crede che si possa ragionare anche con un Hitler. Lo spiega in un articolo apparso la vigilia di Natale del 1938 in uno dei suoi settimanali, “Harijan”: “la fede nella nonviolenza si basa sull'assunto che la natura umana, nella sua essenza, è una, e dunque necessariamente è sensibile all’azione dell’amore. Si deve tenere presente che alla violenza che Hitler e Mussolini hanno usato fino a ora si è sempre data una risposta violenta. Nella loro esperienza i due dittatori non si sono mai trovati di fronte una resistenza nonviolenta organizzata in una certa consistenza. È dunque non solo molto probabile, ma penso inevitabile, che essi riconoscerebbero la superiorità della resistenza nonviolenza rispetto a qualsiasi impiego di violenza che essi sarebbero in grado di attuare”.
Il satyagrahi parte dal presupposto che tutti possiedono delle facoltà morali che possono essere provvisoriamente ignorate ma tacitate per sempre o eliminate permanentemente. Ma la realtà e la storia indicano che ci sono persone e forze che si piegano solo quando incontrano un avversario superiore. Il precipitoso giudizio di Gandhi sulla Germania nazista - “avrebbe potuto essere e può anche essere una potenza amichevole” – ci appare ora come surreale.
Un Gandhi ebreo nella Germania nazista, o nella Russia stalinista o nella Cina maoista, se anche si fosse trovato, non sarebbe durato un minuto.
Contro un regime barbaro, se una persona non gode di uno status riconosciuto internazionalmente, com’è odiernamente il caso di Aung San Suu Kiy, o se non vi è il coinvolgimento di un’intera popolazione, la nonviolenza equivale alla perpetuazione della schiavitù, perché l’eliminazione dell’oppositore nonviolento non costa assolutamente nulla in termini di perdita di immagine.

GANDHI E GLI EBREI
Se io fossi un ebreo che è nato, vive e lavora in Germania, rivendicherei il diritto di considerarla casa mia al pari del più alto tra i gentili tedeschi, e lo sfiderei a spararmi o a gettarmi in una galera [...]. Se un ebreo o tutti gli ebrei accettassero il consiglio qui offerto, non potrebbero certo star peggio di adesso. Inoltre, la sofferenza patita volontariamente conferirebbe loro una forza interiore e una gioia che neppure mille attestazioni di solidarietà saranno mai in grado di produrre. Se anche contro la Germania aprissero le ostilità la Gran Bretagna, la Francia e l’America non potrebbero apportare né gioia interiore né forza interiore. La violenza freddamente calcolata di Hitler potrà anche sfociare nel massacro generalizzato degli ebrei come prima risposta alla dichiarazione di guerra. Se però la mentalità ebraica fosse pronta al sacrificio volontario, persino il massacro da me immaginato si tramuterebbe in un giorno di ringraziamento e di letizia e Geova avrebbe realizzato la redenzione del popolo persino per mano del tiranno. Infatti, la morte non ha nulla di pauroso per i timorati di Dio.
Messaggio agli Ebrei nella Germania nazista dopo la Notte dei Cristalli (1938)

Martin Buber lo accusò di ipocrisia: prima consigliava agli Ebrei di non usare la violenza per resistere ai nazisti ed agli arabi. Poi condonò la violenza araba e cinese “in base a canoni comunemente accettati”. In seguito appoggiò l’intervento militare indiano nella regione musulmana del Kashmir.

GANDHI E LA SOFFERENZA
Nella lotta satyagraha “non vi è la più lontana idea di arrecare danno all’avversario. Il satyagraha postula la conquista dell’avversario attraverso la sofferenza nella propria persona” (Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. 18).
Ecco quel che Gandhi scriveva all’inizio degli anni Trenta a proposito dell’uso della propria sofferenza per ricattare psicologicamente chi ci opprime: “Mi sono andato sempre più convincendo che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell'umanità, cosi come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l'avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. Nessuno probabilmente ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me, e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L'appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell'uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana” («Young India», 5 novembre 1931). Però la sofferenza sbattuta in faccia all’aguzzino senza reagire  è un ricatto psicologico, è una forma di manipolazione e non può essere definita nonviolenta. Fu del resto Gandhi a definire il ricatto una forma di violenza. Dunque Gandhi non può essere annoverato tra i fautori della nonviolenza. Inoltre la responsabilità della morte e sofferenza di persone coinvolte nella strategia della nonviolenza ricade comunque su chi l’ha adottata, come ricadrebbe quella di chi muore in un’azione violenta. Nessuno ne esce pulito, nessuno resta innocente.

GANDHI PESSIMO MARITO E PESSIMO PADRE

AHIMSA
La non-violenza, per Gandhi, attraversa le contingenze storiche, oltrepassa le tirannie politiche, non si esaurisce nella funzione ordinatrice della società o nella maturazione della persona. Affronta a viso aperto il male, himsa (da han = uccidere e hims = desideroso di uccidere). Himsa è la necrofilia, la pulsione di morte freudiana. Gandhi la definisce il desiderio di sopprimere la vita e di far soffrire, per rabbia, vendetta, orgoglio, avidità, odio e per interesse personale e dunque include anche la menzogna, l’inganno, il sotterfugio. L’ahimsa (ahimsā = mancante del desiderio di uccidere, di nuocere) è dalla parte della vita, di tutto ciò che vive, esalta il principio di non-violenza di eros: “Buona volontà nei confronti di tutto ciò che vive, amore perfetto”. Himsa è l’idolatria nazionalista, la meccanizzazione industriale del vivente, il materialismo economico, l’avidità plutocratica. Ciascuno rivendica per sé il diritto di usare violenza e di sopraffare il prossimo, invece di amarlo. Secondo Gandhi l’uomo come animale è violento, come spirito è non-violento e opera in nome della pace, della giustizia, dell’ordine, della libertà e della dignità. Ahimsa è biofilia e comporta sia il non nuocere al prossimo, sia l’aiutarlo a crescere e fiorire. Gandhi la ritiene la legge suprema della nostra specie (ahimsa paramo dharma): “lo spirito resta latente nella bestia, che non conosce altra legge che quella della forza fisica. La dignità dell’uomo richiede obbedienza a una legge più alta, alla forza dello spirito” (Young India, 11 agosto 1920). È inestricabilmente legata alla nozione di verità (Satyagraha, vocazione alla verità, fermezza nella verità) e si alimenta di benevolenza, compassione, perdono, tolleranza, generosità, gentilezza, empatia, ecc.
La non-violenza non è per i deboli. Per Gandhi la codardia esclude ogni possibile adesione al movimento della nonviolenza. La violenza è invece dei codardi, avendo solo l’apparenza della forza, ma essendo un segno di debolezza: “da codardo, come sono stato per anni, ho albergato la violenza” (Young India, 1928). Chi è interiormente debole sviluppa quella paura che lo conduce a nuocere a se stesso ed agli altri per difendersi da nemici reali o immaginari. Si può essere davvero non-violenti quando si è conquistata la paura e si è domato il proprio ego, che non può essere cancellato, ma va continuamente tenuto sotto pressione, sfidato: “in presenza di…orgoglio ed egoismo, non c’è non-violenza. La non-violenza è impossibile senza umiltà” (Harijan, 28 gennaio 1939). La vera forza non si misura dalla capacità di uccidere, ma dalla disponibilità a morire, al sacrificio, al subire (il porgere l’altra guancia) e a porre dei limiti alle emozioni aggressive e distruttive. Il forte non vince per forza bruta, ma per amore senza paura: “[ahimsa] non significa docile resa alla volontà del malfattore, ma opposizione di tutta la propria anima alla volontà del tiranno” (Young India, 1 agosto 1920). Infine Ahimsa non può essere praticata senza fede in Dio, che implica la consapevolezza della pari dignità di ogni essere umano, l’unità in Dio: “Ahimsa non è il traguardo. La Verità è la meta” (Harijan, 1946).
Quanta saggezza in questa visione del mondo!

GANDHI ERA UN FANATICO?
Lasciate anche che essi prendano possesso della vostra bella isola e dei vostri numerosi bei palazzi. Darete loro tutto questo, ma non le vostre anime né i vostri cuori. Se quei gentiluomini decidono di occupare le vostre case, vi trasferirete, e se non vi permetteranno di andarvene liberamente, vi farete massacrare tutti, uomini, donne e bambini, ma rifiuterete di dar loro la vostra lealtà.
Messaggio agli Inglesi (1940)


Certe affermazioni gandhiane ci turbano. Penso ad esempio: “per uomini coraggiosi, sacrificare i propri figli nella guerra dovrebbe essere causa non di pena ma di gioia (pleasure)” e “il vero obiettivo della nostra lotta dev’essere uccidere il mostro del pregiudizio razziale…C’è un solo modo di uccidere il mostro ed è di offrirci in sacrificio. Non c’è vita se non mediante la morte. Solo la morte ci può sollevare. è l’unico mezzo efficace di persuasione”. Oppure: “il mio cuore è ora duro come una pietra. In questa lotta per l’autogoverno sono pronto a sacrificare migliaia e centinaia di migliaia di uomini, se ciò sarà necessario”. Pare di scorgere un sinistro sottofondo di necrofilia in Gandhi, un lato oscuro che probabilmente è la causa della sua eccessiva intransigenza. Altrimenti come si spiega che inviti i suoi seguaci a “corteggiare la morte, dobbiamo abbracciarla come si abbraccia un amico….Coloro che non sono d’accordo con tale visione farebbero meglio ad andar via”. Anche il suo senso del tragico può sollevare delle perplessità. Gandhi sa che la non-violenza è un’azione suicida per molti e che il satyagrahi è votato alla morte: “prima che costui possa capire la non-violenza, occorre insegnarli a reggersi sulle proprie gambe fino ad affrontare la morte nel tentativo di difendersi contro un aggressore che con ogni probabilità lo sconfiggerà”. Personalmente mi chiedo se questa visione melodrammatica, così spiccatamente “occidentale” (ma presente anche nella cultura giapponese del Bushido), possa realmente contribuire al trionfo della nonviolenza, in un lontano futuro, o in un mondo diverso da questo. Trovo molto patriarcale e superomistico (e decisamente illusorio) il desiderio di ottenere per sé una morte eroica che causi la disfatta della polarità antagonistica, un tema centrale della tradizione euro-americana (Meeker, 1972). Tra la tragedia e la commedia preferisco istintivamente quest’ultima, che invece insegna che la sopravvivenza dipende dal nostro adattamento alla realtà, dalla nostra capacità di trasformare noi stessi invece di trasformare l’ambiente, di accettare limiti invece di imprecare contro il destino che ci limita. La commedia cerca di risolvere i conflitti senza distruggere chi ne è coinvolto (riconciliazione, aikido). Questo è poi il nucleo dell’elaborazione gandhiana della Satyagraha. Ma l’atteggiamento del Mahatma, in alcune circostanze, ricorda un po’ troppo il lirismo epico dell’eroe tragico che si carica sulle spalle il fardello del conflitto, sentendosi in dovere di riaffermare la sua supremazia e grandezza anche a costo della sua stessa distruzione, o forse solo in virtù di essa: “se la funzione di himsa è di divorare tutto ciò che gli viene davanti, la funzione di ahimsa è quella di correre in bocca all’himsa (Harijan, 13 maggio 1939). Non vi è coralità, cooperazione, autentica solidarietà, genuina umiltà.
La tragedia comunica una concezione del mondo in cui l’inevitabile lotta è lo scenario della virile immolazione dell’eroe, contrastato da forze più vaste e potenti di lui (la natura, il fato, gli dèi, l’ingiustizia, ecc.). L’eroe alla fine deve morire, perché questo è il suo destino, perché solo così dà un senso alla sua partecipazione al dramma cosmico. Così facendo si trasforma in un modello e dopo la sua morte viene ricompensato per la sua abnegazione, la sua autoimmolazione, la rinuncia a far valere l’istinto di sopravvivenza. Ma, a quel punto, il confine tra resistenza nonviolenta di Gandhi e movimentismo violento fascista diventa meno netto e la filosofia si contamina con il narcisismo violento, prevaricatore ed autoritario dell’ “uomo che non deve chiedere mai”, di chi sacrifica gli altri e anche se stesso per la “sua” causa, cercando la “bella morte”, come dicevano i fascisti.
Il gusto per l’eroicismo alimenta la nostra tracotanza, l’hybris, la superbia di chi deve sentirsi costantemente in lotta, di chi non può trascorrere un solo istante della sua esistenza senza concepire le sue azioni come parte di uno scontro tra Davide (che in quanto piccolo e baldanzoso è nel giusto per definizione) e Golia (che è troppo potente per non avere torto). Vista in questa luce, la resistenza nonviolenta perde la sua originalità e, paradossalmente, serve a moltiplicare le occasioni di conflitto invece di quelle di compromesso e riconciliazione, ossia giustizia.

GANDHI ERA VIOLENTO E NON POTEVA NON ESSERLO
La società basata sulla nonviolenza può consistere soltanto di gruppi insediati nei villaggi, in cui la cooperazione volontaria sia la condizione di un’esistenza dignitosa e pacifica
Harijan, 13 gennaio 1940


Perché mai un inglese dovrebbe voler deificare Gandhi? […]. La risposta potrebbe essere che "Gandhi" (il film, non l'uomo, che irritò enormemente i britannici ma che ora riposa in pace per la pace di tutti) soddisfa determinate aspirazioni della psiche occidentale, categorizzabili sotto tre titoli principali. Prima di tutto, vi è l'impulso esotico, il desiderio di vedere l'India quale sorgente di saggezza mistico-spirituale. Gandhi, il guru di celluloide, segue la scia di altri santi uomini che hanno raggiunto la popolarità - a partire dal Maharishi, che per primo segnò quella via. In secondo luogo, vi è quella che potrebbe venir definita l'ansia cristiana di un "capo" devoto agli ideali di povertà e semplicità, un uomo troppo buono per questo mondo e dunque sacrificato sugli altari della storia. E in terzo luogo, vi è il desiderio politico liberal-conservatore di sentirsi dire che le rivoluzioni possono, e dovrebbero, essere combattute unicamente con l'arma della sottomissione, del sacrificio personale e della nonviolenza. L’uomo delle masse, dedito a una vita semplice, alla negazione di sé, all’ascetismo, finanziato per tutta la vita dai magnati del supercapitalismo e, alcuni direbbero, compromesso fino in fondo con essi? Il messaggio di Gandhi è che il modo migliore di ottenere la libertà è quello di mettersi in fila, senza armi, e marciare verso gli oppressori, permettendo loro di ridurti inerme al suolo a suon di manganello; se resisti sufficientemente a lungo, li metterai in tale imbarazzo da costringerli ad andar via. Tutto ciò è la peggior sciocchezza mai sentita ed è una sciocchezza pericolosa. La nonviolenza fu una strategia scelta da un popolo specifico nei confronti di un oppressore specifico; generalizzare da tutto ciò costituisce un atto sospetto. Che utilità avrebbe avuto la nonviolenza, ad esempio, contro i nazisti?
Salman Rushdie, “Patrie Immaginarie”, Milano: Mondadori, 1991

Fu vera non-violenza quella di Gandhi? Gandhi si diceva convinto che “se l’umanità non fosse abitualmente non violenta, si sarebbe estinta da secoli” (Young India, 2 gennaio 1930). Ma questa conclusione mi pare possa derivare solo da una definizione fin troppo ristretta di violenza. Una definizione più verosimile dovrebbe anche includere la violazione della volontà altrui, che fu la norma nei rapporti tra Gandhi ed i suoi famigliari. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questo tipo di definizione, che condivido, Gandhi era un violento. Di più, lo siamo tutti noi. Gandhi non poteva che essere violento, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni, l’esistenza delle quali dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi, vizi e manchevolezze – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse proveniamo e dove forse siamo diretti, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931).

sabato 5 novembre 2011

Israele, l'atomica e l'apartheid sudafricano



"Fratelli d'armi": il patto segreto di Israele con il Sud Africa dell'apartheid
DI CHRIS McGREAL
The Guardian
Nel corso della seconda guerra mondiale, colui che stava per diventare il Primo ministro del Sud Africa dell’apartheid, John Vorster, fu arrestato dalle autorità britanniche per le sue attività in favore della Germania nazista. Ma trent’anni dopo, quell’uomo sarà accolto in pompa magna a Gerusalemme. Il giornalista del Guardian Chris McGreal, che ha svolto una grande parte della sua carriera tanto nel Sud Africa quanto nell’area israelo-palestinese, sta per pubblicare una lunga inchiesta sull’alleanza militare clandestina tra Israele ed il regime dell’apartheid, che trova il suo coronamento con lo sviluppo, in comune, dell’arma nucleare.
Qualche anno fa, a Johannesbourg, incontrai una donna ebrea, della quale la madre e la sorella erano state assassinate ad Auschwitz. Poco dopo venne il suo turno di entrare nella camera a gas. Ma avvenne un miracolo, e la decisione di mandare a morte il gruppo dei condannati, di cui faceva parte Vera Reitzer, fu annullato all’ultimo momento. Vera Reitzer sopravvisse all’inferno di Auschwitz, si sposò poco dopo la guerra ed emigrò in Sud Africa.
All’inizio degli anni ‘50 aderì al Partito Nazionale (PN) che aveva appena vinto le elezioni (riservate alla popolazione bianca, Ndr) su una base apertamente razzista e segregazionista. Fu in quel momento che il Primo Ministro del PN, Malan, introdusse al Parlamento una nuova legislazione, che richiamava prepotentemente le leggi di Norimberga adottate da Hitler contro gli ebrei: la «Legge portante del censimento della popolazione» di Malan classificava i sudafricani secondo la loro razza, proibiva il matrimonio e le relazioni sessuali tra popolazioni di diverso colore, e impediva ai neri l’accesso a molte professioni.
Vera Reitzer non volle tuttavia contraddire il fatto che ella stessa, sopravvissuta al genocidio, potesse aderire ad un sistema che richiamava, nella filosofia di base se non nell’ampiezza dei suoi crimini, ciò al quale ella era riuscita a sopravvivere. All’epoca, ella pensava che l’apartheid era una necessità, tanto per prevenire la dominazione da parte dei neri, che per arginare il comunismo, che trionfava nello stesso momento nel suo paese d’origine, la Yugoslavia. La Reitzer dichiara oggi la sua convinzione che gli africani fossero inferiori agli altri esseri umani, e che di conseguenza non dovessero essere trattati allo stesso modo. Io le feci osservare che Hitler diceva la stessa cosa di lei in quanto ebrea. Ella mi chiese allora di porre fine alla conversazione.
La Reitzer non era un caso isolato in quella comunità ebraica del Sud Africa, della quale molti membri manifestavano entusiasmo per l’apartheid e la loro personale appartenenza al Partito Nazionale. Del resto, ella era una rappresentante in vista della comunità, impegnata nell’Associazione dei Sopravvissuti dell’Olocausto, mentre gli ebrei che militavano contro il sistema dell’apartheid al contrario erano frequentemente denunciati dalla loro stessa comunità.
Numerosi israeliani respingono con orrore l’idea che il loro paese, nato sulle ceneri del genocidio e che si è costruito sugli ideali del giudaismo, possa essere comparato ad un regime razzista. Pertanto, durante gli anni, la maggioranza degli ebrei sudafricani, non solamente non hanno lottato contro il sistema dell’apartheid, ma al contrario hanno prosperato sotto la sua ala protettrice, anche se qualche membro di quella comunità ha occupato un posto di rilievo nei movimenti di liberazione. Al contempo, gli stessi governi israeliani hanno sottovalutato le critiche ad un regime i cui dirigenti, precedentemente, avevano manifestato ammirazione per Adolf Hitler. Per trent’anni, la celebre «purezza dei soldati» - il termine usato da Israele per vantare la superorità morale dei suoi soldati - fu segretamente sacrificata, poiché l’avvenire dello Stato di Israele si stava intrecciando strettamente con quello del Sud Africa tanto che i livelli dirigenziali della difesa israeliana finirono per convincersi che la relazione con il Sud Africa fosse vitale per il loro stesso paese.

L’antisemitismo Afrikaner
(Nota del traduttore: la storia coloniale del Sud Africa si è sviluppata in più tappe. Nel XVII secolo, la conquista del paese comincia con l’arrivo dei coloni di origine olandese, che si definivano appunto «Afrikaner», e parlavano una lingua molto simile all’olandese, l’Afrikaans. Ma l’Impero britannico penetrò a sua volta nel paese. Entrò in competizione con i primi colonizzatori, gli Afrikaner. Ne scaturirà una guerra tra le due forze, la guerra dei «Boeri» (1899-1902, Boero in olandese significa paesano, la colonizzazione era stata prima di tutto rurale, prima lo sviluppo delle risorse minerarie e industriali del paese con una mano d’opera nera privata di ogni diritto. Dopo il 1902 e la disfatta degli Afrikaner, il Sud Africa entrò nella sfera dell’Impero britannico, senza che ciò mettesse fine alle volontà «indipendentiste» - per modo di dire, essendo la maggioranza nera condannata ad uno sfruttamento ancora più feroce – dagli Afrikaner che facevano parte della popolazione bianca. Nel 1948, il PN Afrikaner vince le elezioni com’era previsto, realizza il regime dell’apartheid, e rompe ufficialmente gli ultimi legami con l’Impero britannico nel 1961).
Obiettivo dell’apartheid era l’introduzione della segregazione in tutti i livelli di vita e della società, dal lavoro alle camere da letto, anche se i bianchi dipendevano dai neri, sia come mano d’opera che nei servizi domestici. La segregazione prese in seguito l’appellativo di «sviluppo separato» e si crearono i «bantustan», cinque aree nominalmente indipendenti, dove si ammucchiavano milioni di neri sotto la sferza di potentati locali, al soldo dei dirigenti (bianchi) di Pretoria, la capitale.
Allorché il PN prese il potere per la prima volta a Pretoria, nel 1948, i sudafricani ebrei – dei quali la maggior parte era arrivata alla fine del XIX secolo, fuggendo dai pogrom dell’Impero zarista in Lituania e in Lettonia soprattutto – avevano qualche problema di cui preoccuparsi. Una decina d’anni prima di prendere i comandi del governo, cioè nel 1937, Malan dirigeva in effetti l’opposizione all’accoglienza degli ebrei tedeschi cacciati che stavano per essere ammessi in Sud Africa. «Si dice che io me la prenda con gli ebrei in quanto ebrei. Ebbene, permettetemi di dirvi che questo è perfettamente esatto», si vantava così Malan davanti al Parlamento sudafricano nel 1937.
I pregiudizi antisemiti nella popolazione Afrikaner si erano sviluppati dopo il successo economico ottenuto dagli ebrei a partire dal 1860, consecutivamente alla corsa verso le miniere di diamanti di Kimberly. All’inizio del XX secolo, un inviato speciale del giornale The Manchester Guardian, chiamato JA Hobson, raccontava per esempio che la guerra dei Boeri era sentita, sul posto, come una guerra condotta nell’interesse «di un piccolo gruppo di finanziatori stranieri, principalmente di origine tedesca e di razza ebraica». Cinquantanni dopo, Malan ed i suoi uomini erano sempre convinti di queste teorie di complotti. Hendrik Verwoerd, direttore di un giornale violentemente antisemita, Die Transvaler, e futuro autore di un progetto di «Grande apartheid», accusava gli ebrei di controllare l’economia. Prima della seconda guerra mondiale, una confraternita segreta Afrikaner, la Broederbond – della quale Malan e Verwoerd erano membri - entra in relazione con i nazisti. Un altro membro della Broederbond e futuro Primo Ministro, John Vorster, fu incarcerato durante la seconda guerra mondiale (quando il Sud Africa era ancora dominato dalla Gran Bretagna), per i suoi legami con i nazisti, e con la milizia fascista locale delle «Camicie Grigie».
Don Krausz, che presiede oggi l’Associazione dei Sopravvissuti all’Olocausto, è arrivato in Sud Africa nel 1946, dopo essere passato attraverso i campi di concentramento di Ravensbrück e Sachsenhausen, ed ha perso gran parte della sua famiglia durante il genocidio. «I nazionalisti avevano un programma elettorale fortemente antisemita nel 1948. La stampa Afrikaans era scelleratamente anti-ebraica, la si poteva paragonare a ciò che era lo Stürmer nella Germania di Hitler. Quando si era ebreo, all’epoca, si aveva paura dell’Afrikaner. Mia moglie è originaria di Potchefstroom, in quella che era allora la provincia più Afrikaner del Transvaal. Ogni volta che un ebreo arrivava nella località, poteva essere sicuro di avere dei fastidi con le Camicie Grigie. Non c’è alcun dubbio che nelle città e località a predominanza Afrikaner, gli ebrei erano tormentati. Ecco chi erano i tipi saliti al potere nel 1948 ... Si temeva il peggio », ricorda Don Krausz.
Helen Suzman, laica di origine ebraica, fu per lungo tempo la sola voce anti-apartheid al parlamento sud-africano. Racconta «Gli ebrei non paventavano una replica del genocidio, ma temevano l’adozione di leggi razziali tipo Norimberga, per esempio leggi che avrebbero impedito loro l’esercizio delle rispettive professioni. Il nuovo governo aveva previsto l’accentuazione della segregazione razziale, e gli ebrei si domandavano quale sarebbe stata la loro sorte in particolare».
La paura fu tuttavia di breve durata perché, se il governo adottò effettivamente delle dure leggi razziali, gli ebrei ne furono esonerati. Il governo dell’apartheid, fondato sulla supremazia bianca, doveva tenere conto delle realtà demografiche, e considerava che non poteva permettersi il lusso di privarsi di una parte della popolazione bianca, benché ebrea. Nello spazio di qualche anno, molti ebrei giunsero alla condizione nella quale non solamente essi non avevano più paura, ma avevano trovato sicurezza ed un incarico nel nuovo sistema. Vi furono anche quelli che vi trovarono un parallelo tra questo rinnovamento del nazionalismo Afrikaner ed il rinnovamento ebraico incarnato da Israele.
Molti Afrikaners consideravano che la vittoria elettorale del Partito Nazionalista li liberasse dal detestato ordine britannico. I campi di concentramento creati dai britannici, durante la guerra dei Boeri per rinchiudervi gli Afrikaners ribelli, non potevano certo essere paragonati a quelli dove i nazisti mettevano gli ebrei, ma la morte di 25.000 donne e bambini, per fame e malattie, aveva lasciato tracce profonde nella memoria Afrikaner, una memoria analoga a quella del genocidio, sulla quale Israele ha costruito la sua identità. Lo stesso regime Afrikaner, cavalcò l’idea che gli Afrikaners dovessero difendere i loro interessi, o affrontare l’annientamento.
(...)
E poi c’era Dio. La Chiesa Riformata Olandese andava cercando giustificazioni all’apartheid nell’antico testamento e nella storia Afrikaner, affermando che la vittoria, già antica, degli Afrikaners sul popolo Zulù nella battaglia di Blood River era un segno che l’Onnipotente era dalla parte dell’uomo bianco.
«Gli israeliani dicono di essere il popolo eletto, scelto da Dio, e trovano una giustificazione biblica al loro razzismo ed al loro esclusivismo sionista», dice Ronnie Kasrils, ministro delle informazioni del nuovo Sud Africa, post-apartheid. Ronnie Kasrils, che è ebreo, ha lanciato una petizione diretta agli ebrei del Sud Africa, chiedendo loro di protestare anche loro contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
«C’è una similitudine con gli Afrikaners dell’epoca dell’apartheid; essi stessi facevano un discorso biblico, nel quale la terra era la loro, perché Dio l’aveva donata a loro. Tutto come i sionisti i quali raccontavano che la Palestina negli anni ‘40 era una terra senza popolo per un popolo senza terra, i coloni Afrikaners diffondevano il mito secondo il quale non c’era popolo nero in Sud africa quando essi cominciarono ad arrivare nel XVII secolo. In realtà, essi hanno conquistato con la forza delle armi, del terrore, ed hanno sferrato una serie di guerre coloniali sanguinose», prosegue Kasrils.
L’antisemitismo non è mai scomparso, ma dopo qualche anno di potere del PN, un certo numero di ebrei del Sud Africa si sentiva davvero sullo stesso livello degli altri bianchi. «Si era bianchi, ed anche se l’Afrikaner non era nostro amico, era tuttavia un bianco anche lui», riconosceva Krausz. «Ciò che ci univa era il timore dei neri. Quando io sono arrivato nel 1946, gli ebrei non smettevano di dire “i neri qui, i neri la”. Io dicevo loro “sapete, ho sentito i nazisti dire e fare agli ebrei esattamente la stessa cosa che voi dite dei neri. Qui ci sono dei cartelli con la scritta «Riservato ai bianchi», ebbene là, in Germania, c’erano cartelli «Interdetto agli ebrei».
Ma nel corso dei decenni, la Federazione Sionista ed il Jewish Board of Deputies (equivalente sud-africano del CRIF, NDR) ha tenuto in grande stima uno dei suoi notabili, Percy Yutar, il procuratore che aveva pronunciato la requisitoria contro Nelson Mandela, accusandolo di sabotaggio e cospirazione, e che fece poi condannare alla reclusione perpetua nel 1964! Yutar svolse, in seguito, una bella carriera sotto il regime dell’apartheid: procuratore generale dello Stato «libero» d’Orange, poi della provincia del Transvaal, e fu pure eletto presidente della più grande sinagoga ortodossa di Johannesburg. Nell’establishment ebraico del paese, si lodava volentieri «il suo apporto alla comunità», è un simbolo del contributo degli ebrei allo sviluppo del Sud Africa.
«Pertanto, in termini d’immagine, quando si pensa agli ebrei, si pensa piuttosto ad Helen Suzman», secondo Alon Liel, ex ambasciatore d’Israele in Sud Africa. «A mio avviso, la maggioranza degli ebrei non amava l’apartheid e ciò che quel sistema imponeva ai neri, ma essi ne raccoglievano i frutti, e forse si consolavano dicendo che dopotutto, era la sola maniera di dirigere un tale paese», aggiunge.
L’establishment ebraico ha evitato tutti i confronti con il governo. La dottrina ufficiale del Jewish Board of Deputies era la «neutralità», in modo di «non mettere in pericolo» la comunità. Quanto agli ebrei che pensavano che tacere significasse approvare l’apharteid e l’oppressione razziale, e che si impegnavano nella lotta contro la discriminazione, venivano messi in disparte.
«Li si stigmatizzava fortemente, e li si accusava di porre in pericolo la comunità. Il Board of Deputies diceva che ogni ebreo avrebbe potuto aderire al partito politico di sua scelta, ma doveva soppesare tutte le conseguenze che la sua scelta avrebbe avuto per la comunità. Per farla breve, diciamo che gli ebrei appartenevano alla minoranza bianca privilegiata, e l’attitudine della maggioranza è stata: di non fare nulla», riassume Helen Suzman.

Gli interessi comuni
Lo Stato d’Israele, dal canto suo, criticò apertamente l’apartheid negli anni ‘50 e ‘60, in un’epoca durante la quale si costruivano alleanze con i governi dei paesi africani di nuova indipendenza. Ma la maggior parte degli Stati dell’Africa ruppe con Israele dopo la guerra del Kippur del 1973, e Gerusalemme cominciò ad essere più disponibile verso il regime isolato di Pretoria. L’evoluzione fu importante e rapida tanto che dal 1976, Israele mandò un invito ufficiale al Primo ministro John Vorster (l’ex Nazi di cui si è parlato più sopra, NDR)
Silenzioso sul comportamento di Vorster durante la seconda guerra mondiale, Yitzhak Rabin sorvegliò che non se ne parlasse soprattutto durante la visita obbligata al memorial di Yad Vashem, dedicato ai 6 milioni di ebrei massacrati dai nazisti. Durante il brindisi del pranzo di Stato offerto a Vorster, Yitzahak Rabin disse «agli ideali comuni di Israele e del Sud Africa: la speranza nella giustizia, e in una coesistenza pacifica». I due paesi, disse ancora Rabin «affrontano brutalità e instabilità ispirata dall’esterno».
Vorster, il cui esercito aveva invaso, in quel periodo, l’Angola, rispose che i due paesi erano entrambi vittime di avversari della civilizzazione occidentale. Qualche mese dopo, il governo sud-africano. Nel suo bilancio di fine anno, scriveva che i due paesi avevano lo stesso problema: «Israele ed il Sud Africa hanno una cosa essenziale in comune: sono entrambi situati in un circondario ostile, abitato da popoli dalla pelle scura».
La visita di Vorster gettò le basi di una collaborazione che fece dell’asse Israele-Sud Africa un grande polo di sviluppo di attrezzature militari, e uno dei maggiori attori nell’ambito del commercio internazionale di armi. Liel, che dirigeva il dipartimento Sud Africa al ministero israeliano degli Affari Esteri negli anni ‘80, stima che quel processo condusse l’alta direzione israeliana in materia di sicurezza, all’intima convinzione che lo Stato israeliano non sarebbe sopravvissuto senza la relazione con gli Afrikaners.
«Siamo stati noi a creare l’industria militare sud-africane», stima Liel. «Essi ci hanno aiutato a sviluppare una vasta gamma di tecniche militari, perché essi avevano molti soldi. Il nostro modo di lavorare abituale era che noi apportavamo il know-how, ed essi il capitale. Dopo il 1976, c’è una vera storia d’amore iniziata tra i nostri dirigenti militari e le rispettive forze armate».
«Noi siamo stati implicati nella guerra dell’Angola, come consiglieri dell’esercito sudafricano. Avevamo ufficiali israeliani sul posto. La relazione era molto stretta».
Mentre le industrie dello Stato israeliane producevano materiali di guerra per il Sud Africa, il kibbutz Beit Alfa si diversificava in modo redditizio, producendo veicoli antisommossa, destinati alla repressione dei manifestanti neri nelle bidonville (NDT: è precisamente durante il 1976 che il movimento di liberazione del popolo nero emergerà nelle città, con il sollevamento del ghetto di Soweto, represso nel sangue)

Verso il nucleare
Il segreto meglio custodito era quello nucleare. ISRAELE FORNÌ ESPERIENZE E TECNOLOGIE CHE FURONO CRUCIALI PER LO SVILUPPO DELLA BOMBA ATOMICA SUDAFRICANA. Israele aveva già sufficienti difficoltà a giustificare tutte le sue strette relazioni con un regime fondato sulla discriminazione razziale, per non volere che la sua collaborazione militare fosse resa nota pubblicamente.
«Tutto ciò di cui parliamo oggi era totalmente segreto», prosegue Liel. «Fra i dirigenti degli affari della difesa, le persone messe al corrente erano molto poche. Ma alcuni Primi ministri ne hanno fatto parte, perciò si può dire che alcuni come Shimon Peres o Rabin ne erano evidentemente al corrente».
«Al tavolo delle Nazioni Unite ripetevamo: come popolo ebraico che ha subìto il genocidio, noi siamo contro l’apartheid, è intollerabile. Ma nella pratica, la collaborazione a livello militare continuava», continua Liel.
A livello politico anche. I gemellaggi tra le città dei due paesi si sviluppavano e, tra i paesi occidentali, Israele fu il solo a riconoscere la creazione, da parte del Sud Africa, il bantustan del Bophuthatswana, ed a permettergli di aprire una «ambasciata».
Negli anni ‘80, Israele ed il Sud Africa si aiutavano vicendevolmente per giustificare i loro rispettivi domini sugli altri popoli. L’uno e l’altro raccontavano che le loro stesse popolazioni erano minacciate di annientamento da forze esterne – in Sud Africa, dai governi neri del continente e dal comunismo; in Israele, dagli Stati arabi e dall’islam. Tutto ciò non impedì né all’uno né all’altro di conoscere sollevazioni popolari: (Soweto nel 1976, l’intifada palestinese nel 1987) che erano locali e spontanee, e cambiarono radicalmente la fisionomia dei due conflitti.
«Noi riconosciamo bene, in quanto sudafricani, nella lotta dei palestinesi, la lotta per l’auto-determinazione ed i diritti umani», ci disse l’attuale ministro Ronnie Kastrils. «Coloro che hanno subìto la repressione sono accusati di essere terroristi, allo scopo di trovare giustificazioni a violazioni ancora più grandi dei loro diritti. Si arriva a questi discorsi folli dove le vittime sono biasimate per la violenza esercitata contro di esse. Il regime dell’apartheid e Israele sono esempi sorprendenti di stati terroristi che accusano le loro stesse vittime».
C’è tuttavia un’importante differenza tra i due. Israele ha condotto tre guerre per la sua sopravvivenza, e la lotta armata in Sud Africa non è mai evoluta verso strategie di assassinio né ad una escalation di morti come si è vista da parte di taluni gruppi palestinesi in questi ultimi anni. Ma, nel decennio ‘80, la superiorità militare schiacciante d’Israele, l’abbassamento del livello della minaccia che potevano esercitare i suoi vicini, ed il trasferimento del conflitto verso i villaggi palestinesi hanno alterato la simpatia di cui aveva beneficiato, altre volte, Israele nel mondo.
Il Sud Africa, come Israele, si definiva come un’enclave della civilizzazione democratica, agli avamposti per la difesa dei valori del mondo occidentale. Ma essi hanno spesso domandato di essere giudicati attraverso il paragone con i loro stessi nemici, affermando che la loro missione era precisamente quella di proteggere il mondo libero dall’invasione da questi ultimi.
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Allorché la pressione internazionale cominciò a farsi sentire sul dossier dell’apartheid, e che anche Israele di conseguenza iniziò ad operare verso un ritiro, la prima reazione dei militari israeliani fu il rifiuto, indica Liel. «Verso il 1986-87 si arrivò ad incrociare i cammini. Quando però il ministero degli Affari esteri fece sapere che era tempo di dare una svolta, e di sostenere ormai i neri e non più i bianchi, l’establishment della sicurezza urlò: “voi siete completamente folli, è un suicidio”, racconta l’ex diplomatico israeliano. I militari ci dicevano che non ci sarebbero state industrie militari né aeronautiche se non si avesse avuto il Sud Africa come primo cliente dalla metà degli anni ‘70; i sudafricani avevano salvato Israele, dicevano. Devo dire che questo probabilmente è vero», continuò Liel.

Dimenticare il passato
Shimon Peres era il ministro israeliano della Difesa al tempo della visita di Vorster, e due volte Primo ministro durante gli anni ‘80, al picco della collaborazione con il regime dell’apartheid. Di fronte a noi, riusciva a sovvertire le questioni sulla morale di tali vincoli con Pretoria. «Io non guardo mai in dietro. Dal momento che non si può cambiare il passato, perché dovrei occuparmene?», ci rispondeva.
Quando noi insistiamo e gli domandiamo se ha mai avuto dubbi sul fatto di sostenere un regime che rappresenta l’antitesi di ciò per cui Israele era stato creato, Peres ci risponde che all’epoca, Israele portava avanti una lotta esistenziale. «Non si ha mai la scelta tra due situazioni perfettamente definite. Ogni scelta che si fa è tra due opzioni imperfette. All’epoca, i movimenti neri del Sud Africa erano vicini ad Arafat, contro di noi. In effetti, noi non avevamo veramente scelta. Ma noi non abbiamo mai cessato di denunciare l’apartheid. Nessuno è mai stato d’accordo», conclude Peres.
E Vorster ? « Certo, io non lo metterei sulla lista degli uomini più grandi della nostra epoca», dice.
Il direttore generale aggiunto del ministero israeliano degli Affari esteri, Gideon Meir, dopo averci detto che lui non aveva alcuna conoscenza dettagliata della relazione israelo-sudafricana dell’apartheid, preferisce parlare di «sicurezza». «Il nostro principale problema, è la sicurezza. Non c’è nessun altro paese al mondo la cui esistenza sia così minacciata. Ciò vale dal primo giorno dell’esistenza del nostro stato fino ad oggi. Tutto questo dipende dalla geopolitica di Israele».
Quando l’apartheid sprofondò, l’establishment ebraico-sudafricano, quello stesso che poco prima incensava Percy Yutar – il magistrato che spedì Nelson Mandela in prigione – operò una brusca virata, e tese dimostrativamente le braccia a quegli ebrei che avevano ingaggiato la lotta contro l’apartheid, come Joe Slovo, Ronnie Kastrils ou Ruth First.
«Ho ricevuto i complimenti da parte di organizzazioni sioniste internazionali. Dicevano che erano le mie radici giudaiche che avevano dato un senso alla mia lotta. Ma quando ricordai loro di non aver ricevuto un’educazione ebraica, e che la frequentazione di una scuola religiosa cristiana non mi aveva affatto influenzato, essi dissero che era stato l’istinto ebraico ad operare in me!»
Oggi il discorso anti-apartheid, nell’establishment ebraico-sudafricano, è diventato un mezzo per difendere Israele. Il grande rabbino del Sud Africa, Warren Goldstein, descrive il sionismo come «movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico», e recupera la terminologia ufficiale dell’attuale governo del Sud Africa, che vuole migliorare le sorti dei neri «precedentemente svantaggiati». «Israele è uno Stato risoluto, creato per proteggere gli ebrei dal genocidio. Anche noi siamo un popolo precedentemente svantaggiato, e non si può contare sulla benevolenza del mondo», dichiara Goldstein, che ha declinato la nostra richiesta di intervistarlo.
Nel 2004, Ronnie Kasrils si era recato nei territori palestinesi, per fare il bilancio dell’offensiva israeliana del 2002 in Cisgiordania, dopo un’ondata di attentati suicidi che aveva fatto centinai di morti. «E’ ben peggiore dell’apartheid», ci disse. «Le misure israeliane, la loro brutalità, fanno sembrare l’apartheid un giochetto da ragazzi. Non ci sono stati da noi dei jet che attaccavano le bidonvilles. Noi non abbiamo avuto accerchiamenti ripetuti ogni mese. Neanche carri armati che distruggevano le case. Il Sud Africa aveva molti veicoli blindati, e la polizia utilizzava le armi leggere per sparare sulla gente, ma mai a questi livelli», è la sua analisi.
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Ma il conflitto può anche peggiorare, e portarci ad evocare paralleli ancora più scioccanti di quello stabilito con l’apartheid sudafricana.
Arnon Soffer ha lavorato molti anni come consigliere del governo incaricato della «minaccia demografica» costituita dagli arabi. Professore di geografia all’Università di Haifa, Soffer fa un pronostico pessimista sulla situazione nella striscia di Gaza una generazione dopo il ritiro israeliano.
«Quando voi avrete 2,5 milioni di persone che vivono nei territori chiusi, sarà una catastrofe umanitaria. Queste persone diventeranno animali ancora più feroci di oggi, con la forza della follia del fondamentalismo islamico. La pressione alle frontiere diventerà orribile. Ci sarà una guerra terribile. Allora se noi vogliamo rimanere vivi, bisognerà uccidere, uccidere e ancora uccidere. Uccidere tutta la giornata, tutti i giorni», dichiara questo accademico sul Jerusalem Post.
«Se non uccidiamo, cesseremo di esistere. La sola cosa che mi preoccupa, è come si farà affinché giovani e uomini inviati per massacrare siano capaci di ritornare a casa e di rimanere degli esseri umani normali».
Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,1704037,00.html
Chris McGreal – The Guardian
07.02.2006
Traduzione per www.comedonchsiciotte.org a cura di MARIA VITTORIA GAZZOLA

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