La grande catastrofe
collettiva è più un effetto che una causa. Non è il cielo che la invia,
assolutamente. Sono gli uomini che vi si precipitano e la trattengono. È il
prodotto, questa la morale della storia, del loro egoismo innato, della loro
incapacità a uscire da se stessi, della riduzione della loro vita a dei bisogni
elementari. Se non pensano che a salvare la loro vita, quella del clan
familiare, sono marchiati da un segno fatale, non riusciranno a sfuggire. Se,
al contrario, guardano al di là del loro orizzonte individuale…accumulano tutte
le possibilità dalla loro parte
Benedetta Fanizza, “Jean Giono: la ricerca della
felicità in Le Hussard sur le toit”, 2002.
Jean Giono (1895-1970) è
l’autore del celebre “L’Ussaro sul Tetto” (1951) e de “L'uomo che piantava gli
alberi” (1953). Fu anche un collaboratore di Vichy, ossia del Terzo Reich.
Quegli intellettuali e
scrittori che collaborarono con il nazismo lo fecero adducendo motivazioni
diverse, ma i meccanismi psicologici che li spinsero a farlo erano molto simili,
così come la loro abilità nel rimuovere le conseguenze pratiche del loro
comportamento. Nel caso di Jean Giono il pacifismo integrale, l’idealizzazione
della vita rurale (“il ritorno alla terra”) e lo scetticismo verso il metodo
democratico e la modernità in generale lo consegnarono anima e corpo al regime
fantoccio di Vichy e al Terzo Reich. Veterano di Verdun, negli anni Trenta,
durante l’estate, radunava un circolo di intellettuali pacifisti nel villaggio
di Contadour, raccogliendo le loro riflessioni negli Ecrits pacifists.
Nel 1939 fu arrestato per attività antimilitari ed antipatriottiche. Nel 1944
fu arrestato nuovamente, questa volta per collaborazionismo e forse per
proteggerlo dalle possibili rappresaglie dei partigiani francesi. Durante la guerra
aiutò degli Ebrei e dei comunisti, perché erano dei conoscenti, non perché
simpatizzava per la causa di chi combatteva il nazismo. Nei suoi diari
comunicava il suo disprezzo verso chi resisteva all’occupazione e la sua
crudele indifferenza alla sorte degli Ebrei. Non criticò in una sola occasione
i Tedeschi. In un intervista del 1941 definì Hitler un “poète en action’: “che
cos’è Hitler se non un poeta in azione?”.
Elogiava costantemente i motivi
ruralisti della propaganda di Vichy, che vedeva come un regime che poteva
restituire i Francesi al legame con la terra, con le radici. Non condannò mai
il trattamento riservato agli Ebrei dalle autorità di Vichy, che anticiparono
persino i desideri degli occupanti nazisti, per poterli meglio compiacere, emanando
leggi più severe di quelle in vigore in Germania.
Quando, nel gennaio del 1944,
un ex partecipante agli incontri di Contadour, Vladimir Rabinovitch, gli chiese
di schierarsi a sostegno degli Ebrei, gli rispose – queste le sue parole
trascritte nella pagina di diario del 2 gennaio, che: “non mi interessava
nulla, che degli Ebrei me ne frega quanto delle mie prime mutande [‘je me fous
des Juifs comme de ma première culotte’], che nel mondo ci sono cose più
importanti da fare che preoccuparsi degli Ebrei. Che narcisismo! Per lui gli
Ebrei sono l’unico argomento di discussione. Quanto a me, intendo occuparmi di
ben altro”.
Giono aveva paura. Lo
ammise lui stesso: “non sono proprio coraggioso”.
Traumatizzato
dall’esperienza della Grande Guerra, era ossessionato dalla sua sopravvivenza
fisica. Nel 1934 scriveva: “non posso dimenticare la guerra. Mi piacerebbe
farlo, posso anche trascorrere due o tre notte senza pensarci e poi
improvvisamente la rivedo, la risento, la rivivo. E questo mi spaventa. Durante
la guerra ero spaventato, tremavo, me la facevo addosso…Preferisco pensare alla
mia felicità. Non voglio sacrificarmi”. Questa sua ossessione eclissava la voce
della sua coscienza. Scriveva: “vivono solamente quelli che non fanno la
guerra, nessuna guerra” (‘Seuls vivent ceux qui ne font pas la guerre, aucune
guerre’). Per questo si astraeva emotivamente da tutto ciò che lo circondava.
Chiuse occhi, orecchi e bocca, mise a tacere la voce della coscienza,
aspettando che passasse la buriana.
Per lui il pacifismo divenne
sinonimo di non-resistenza al male. Approvava il non intervento nella guerra
civile spagnola, che favorì il colpo di stato franchista contro un governo
legittimamente eletto, lasciando impuniti fascisti e nazisti. Per Giono
democrazia e dittatura pari sono. La sua opposizione al fascismo passava in
secondo piano rispetto all’opposizione alla guerra. Un’opposizione peraltro
debole, visto che non si astenne dal frequentare i circoli dei
collaborazionisti più inveterati, dallo scrivere per quotidiani e pubblicazioni
collaborazioniste, dal godere di buona stampa su quelle naziste e
dall’incontrare le autorità occupanti nel maggio del 1944, quando era chiaro a
tutti che avrebbero perso la guerra. Fu premiato con ripetuti inviti a Weimar
per celebrare il Nuovo Ordine Europeo di Hitler. Nessuno lo costrinse a farlo,
fu una sua libera scelta, una scelta di complicità mascherata.
In virtù del uso pacifismo
integrale, Giono non riuscì mai a vedere la Resistenza che come una forma di
guerra e tutte le guerre per lui erano sbagliate a prescindere. Meglio la Pax
Nazista ad uno stato di conflittualità: “Per quel che mi riguarda, preferisco
essere un Tedesco vivo piuttosto che un Francese morto”. Riuscì persino a
rammaricarsi dello sbarco in Normandia degli Alleati, perché avrebbe riportato
la guerra in Francia: “non faccio alcuna differenza tra Tedeschi ed
Anglo-Americani, si assomigliano”.
Un gruppo di sicofanti lo
spinse ad indossare i panni di saggio e profeta della sapienza bucolica ma, a
dispetto del suo impegno pacifista, Giono approvava la prospettiva di una
rivolta contadina, anche di indomita crudeltà, che spazzasse via la modernità
urbana ed imponesse la sua idea di arcadia, internando i governanti di allora
nei manicomi. L’ontologica purezza dell’ambiente rurale era da lui contrapposta
alla congenita impurità di quello urbano. Negli anni Trenta avvertì i suoi
corrispondenti ed interlocutori che si avvicinavano tempi terribili. Celebrò
gli accordi di Monaco, che invece servirono unicamente ad eccitare la voracità
di Hitler e del Terzo Reich. Non vide alcuna ragione per cui i Francesi
avrebbero dovuto combattere per la libertà della Cecoslovacchia.
Per lui, nel 1939-1940, i
governanti francesi erano tanto colpevoli quanto quello nazisti per la
distruzione della guerra. Eppure, quando lo stato lo richiamò alle armi, nel
settembre del 1939, dimenticò subito il suo volantinaggio antimilitarista dei
giorni e mesi precedenti e si presentò al comando dell’esercito, dove gli
assegnarono la mansione di segretario. I suoi amici pacifisti restarono senza
parole.
Frequentò assiduamente
diversi esponenti della Rivoluzione Nazionale (Vichy) e, nei primi giorni
dell’Occupazione, si tinse i capelli di biondo e li fece tornare grigi solo in
seguito alla Liberazione. Neppure i suoi famigliari credettero alla scusa del
sole che gliene aveva schiarito delle ciocche, costringendolo ad uniformare il
colore della chioma.
Bibliografia
Richard J. Golsan, French
Writers and the Politics of Complicity: Crises of Democracy in the 1940s and
1990s, Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2006.
Richard J. Golsan, “Of Jean
Giono and Collaboration: A Response to Meaghan Emery”, French Historical
Studies, 33:4 (Fall 2010): 605-624.
Julian
Jackson, “The Rural Fantasies of Jean Giono”, H-France Salon, vol. 2, issue 1,
#2, 2010
John Loftus, già ufficiale dei servizi segreti,ex inquirente della sezione Crimini di guerra nazisti del Dipartimento della GiustiziaUSA, Presidente del Museo dell'Olocausto della Florida ed autore di varie pubblicazioni sulle relazioni pericolose tra intelligence statunitense e nazismo:
The Belarus Secret (1982), Unholy Trinity: How the Vatican's Nazi Networks Betrayed Western Intelligence to the Soviets (1992), The Secret War Against the Jews: How Western Espionage Betrayed the Jewish People (1994), Unholy Trinity: The Vatican, the Nazis, and the Swiss Banks (1998).
Ecco un suo articolo tradotto in italiano:
“Per la famiglia Bush è un incubo perenne. Per i loro clienti nazisti la Dutch connection era la madre di tutti i sistemi di riciclaggio del denaro. Dal 1945 al 1949 iniziò nella zona americana della Germania occupata uno dei più lunghi e, come ora appare, futili interrogatori di un sospetto di crimini di guerra nazisti. Il magnate multimilionario dell'acciaio Fritz Thyssen - l'uomo il cui consorzio dell'acciaio era il cuore della macchina da guerra nazista – parlava e parlava e parlava ad un gruppo congiunto di interrogatorio USA-UK. Per quattro lunghi anni, successive squadre di inquirenti tentarono di infrangere la semplice pretesa di Thyssen di non possedere né conti in banche straniere né interessi in società straniere, né beni che potessero portare ai miliardi mancanti in beni del Terzo Reich. Gli inquirenti fallirono completamente. Perché? Perché ciò che l'astuto Thyssen deponeva era, in certo senso, vero. Quello che gli investigatori alleati non capirono mai era che essi non facevano a Thyssen la domanda giusta. Thyssen non aveva bisogno di nessun conto bancario straniero perché la sua famiglia segretamente possedeva un'intera catena di banche. Egli non dovette trasferire i suoi beni nazisti alla fine della II G.M., tutto ciò che doveva fare era trasferire i documenti delle proprietà - azioni, obbligazioni, atti e accordi legali - dalla sua banca di Berlino attraverso la sua banca in Olanda ai suoi amici americani di New York City: Prescott Bush e Herbert Walzer. I soci di Thyssen nel crimine erano il padre ed il suocero di un futuro presidente degli Stati Uniti. Gli investigatori alleati sottostimarono il potere di Thyssen, le sue connessioni, le sue motivazioni ed i suoi mezzi. La ragnatela di società finanziarie che Thyssen aiutò a creare negli anni '20 rimase un mistero per il resto del ventesimo secolo, una quasi perfetta condotta fognaria nascosta sottoterra per spostare il denaro sporco, denaro che rifornì di fondi le fortune postbelliche non solo dell'impero industriale Thyssen... ma anche della famiglia Bush. Era un segreto che Fritz Thyssen si sarebbe portato nella tomba.
Era un segreto che avrebbe condotto l'ex agente dell'intelligence USA William Gowen, ora quasi ottantenne, proprio ad un passo dalla famiglia reale olandese. I Gowen non erano nuovi alle controversie o alla nobiltà. Suo padre era uno degli emissari diplomatici del Presidente Roosevelt presso Papa Pio XII che fecero l'inutile tentativo di persuadere il Vaticano a denunciare il trattamento che Hitler riservava agli ebrei. Fu suo figlio, William Gowen, che prestò servizio a Roma dopo la II G.M. come cacciatore di nazisti ed investigatore del servizio controinformazioni dell'esercito USA. Fu l'agente Gowen che per primo scoprì nel 1949 il canale segreto del Vaticano per portare in salvo i nazisti. E fu anche lo stesso William Gowen che iniziò a far venire alla luce nel 1999 la condotta segreta olandese per contrabbandare il denaro dei nazisti.
Mezzo secolo prima Fritz Thyssen stava raccontando agli investigatori alleati che egli non aveva interessi in società straniere, che Hitler gli si era rivoltato contro ed aveva preso la maggior parte delle sue proprietà. I suoi rimanenti beni (che sapeva comunque persi) erano soprattutto nella zona d'occupazione russa della Germania. I suoi distanti (e non di suo gusto) parenti nelle nazioni neutrali come l'Olanda erano i reali proprietari di una sostanziosa percentuale della restante base industriale tedesca. Come vittime innocenti del Terzo Reich essi premevano sui governi d'occupazione alleati in Germania chiedendo la restituzione delle proprietà che gli erano state sequestrate dai nazisti.
Secondo le norme dell'occupazione alleata della Germania tutte le proprietà possedute dai cittadini di una nazione neutrale che erano state prese dai nazisti dovevano essere restituite ai cittadini neutrali dietro presentazione di appropriata documentazione dimostrante la prova della proprietà. Improvvisamente, parti neutrali di ogni genere, particolarmente in Olanda, pretesero la proprietà di diversi pezzi dell'impero Thyssen. Nella sua cella Fritz Thyssen semplicemente sorrideva ed aspettava di essere rilasciato dalla prigione mentre membri della famiglia reale olandese e del servizio informazioni olandese rimettevano assieme per lui i suoi possedimenti anteguerra.
Gli inquirenti britannici ed americani potevano avere seriamente sottostimato Thyssen ma non di meno essi sapevano che gli veniva mentito. I loro sospetti si concentrarono in particolare su una banca olandese, la Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Questa banca da anni faceva molti affari con i Thyssen. Per fargli un favore, nel 1923 la banca di Rotterdam prestò il denaro per costruire proprio il primo quartier generale del partito nazista a Monaco. Ma in qualche modo le indagini alleate continuarono a non andare da nessuna parte, le piste sembravano tutte arenarsi.
Se gli investigatori si fossero accorti che Allen Dulles, il capo dell'intelligence USA nella Germania postbellica, era anche l'avvocato della banca di Rotterdam, avrebbero potuto fare domande molto interessanti. Essi non sapevano che anche Thyssen era cliente di Dulles. Non si sono nemmeno mai accorti che era l'altro cliente di Allen Dulles, il barone Baron Kurt Von Schroeder che era il fiduciario dei nazisti per le società Thyssen che ora si pretendevano possedute dagli olandesi. La banca di Rotterdam era al cuore dello schema di copertura di Dulles, ed essa custodiva gelosamente i suoi segreti.
Diversi decenni dopo la guerra il giornalista investigativo Paul Manning, collega di Edward R. Murrow, inciampò sugli interrogatori di Thyssen negli Archivi Nazionali USA. Manning voleva scrivere un libro sul riciclaggio del denaro dei nazisti. Il manoscritto di Manning era un coltello alla gola di Allen Dulles: il suo libro menzionava specificamente la Banca voor Handel en Scheepvaart per nome, sebbene di sfuggita. Dulles si offrì di aiutare l'ignaro Manning con il suo manoscritto e lo mandò verso un vicolo cieco, in cerca di Martin Bormann in Sud America.
Senza sapere di essere stato deliberatamente sviato, Manning scrisse una prefazione del suo libro ringraziando personalmente Allen Dulles per la sua "assicurazione che era sulla pista giusta e doveva continuare così". Dulles mandò Manning ed il suo manoscritto nelle paludi dell'oscurità. Anche l'imbroglio stesso della "caccia a Martin Bormann" venne usato con successo per screditare Ladislas Farago, un altro giornalista americano che esaminava troppo approfonditamente il riciclaggio del denaro dei nazisti. Gli investigatori americani dovevano essere mandati ovunque eccetto in Olanda.
E così la Dutch connection rimase inesplorata fino a quando nel 1994 pubblicai il libro "The Secret War Against the Jews". Come argomento di curiosità storica menzionai che Fritz Thyssen (ed indirettamente il partito nazista) avevano ottenuto i loro primi finanziamenti dalla Brown Brothers Harriman e dalla sua affiliata Union Banking Corporation.La Union Bank era a sua volta la holding della famiglia Bush che controllava molte altre società, compresa la "Holland American Trading Company".
Era pubblicamente noto che le holding di Bush erano state sequestrate dal governo USA dopo che i nazisti invasero l'Olanda. Nel 1951 i Bush reclamarono dall'Alien Property Custodian la Union Bank assieme alle sue proprietà "neutrali" olandesi. Non l'avevo capito, ma avevo sbattuto contro un pezzo veramente grande della scomparsa Dutch connection. La proprietà di Bush della società d'investimenti olandese-americana era l'anello mancante nelle prime ricerche di Manning nei documenti dell'indagine Thyssen.
Nel 1981 Manning aveva scritto: "Il primo passo di Thyssen in una lunga danza di frodi fiscali e valutarie iniziò [alla fine degli anni '30] quando dispose che le proprie quote nella olandese Hollandische-Amerikanische Investment Corporation venissero accreditate alla Banca Bank voor Handel en Scheepvaart, N.V., Rotterdam, la banca fondata nel 1916 da August Thyssen Senior".
In questo oscuro paragrafo di un libro poco noto, Manning aveva involontariamente documentato due interessanti argomenti: 1) La Union Bank di Bush aveva evidentemente acquistato le stesse azioni societarie che i Thyssen stavano vendendo come parte del loro riciclaggio del denaro dei nazisti, e 2) la banca di Rotterdam, lungi dall'essere un ente neutrale olandese, venne fondata dal padre di Fritz Thyssen. In retrospettiva, io e Manning avevamo scoperto terminali diversi della Dutch connection.
Dopo aver letto l'estratto del mio libro sulla proprietà di Bush della Holland-American trading Company, l'agente del servizio informazioni USA in pensione William Gowen cominciò a mettere insieme le tessere del puzzle. Mr. Gowen conosceva ogni angolo dell'Europa per il suo passato di figlio di un diplomatico, agente del servizio informazioni americano e giornalista. William Gowen merita tutto il credito per la scoperta del mistero di come gli industriali tedeschi nascosero il loro denaro dagli Alleati alla fine della II G.M. Nel 1999 Mr. Gowen andò in Europa, a proprie spese, per incontrare un ex membro dell'intelligence olandese che aveva informazioni interne dettagliate sulla banca di Rotterdam. Lo scrupoloso Gowen prese nota della dichiarazione e quindi la fece leggere e correggere dalla sua fonte per evitare errori. Qui, sommariamente, si racconta come i nazisti nascosero il loro denaro in America.
Dopo la I G.M. August Thyssen era stato seriamente danneggiato dalla perdita di beni dovuta alle dure condizioni del trattato di Versailles. Egli era determinato a che ciò non accadesse mai più. Uno dei suoi figli si sarebbe unito ai nazisti, l'altro sarebbe rimasto neutrale. Non importava chi vincesse la prossima guerra, la famiglia Thyssen sarebbe sopravvissuta con il suo impero industriale intatto. Fritz Thyssen si unì ai nazisti nel 1923: suo fratello minore sposò una nobile ungherese e cambiò il proprio nome in quello di barone Thyssen-Bornemisza. Il barone più tardi reclamò la cittadinanza ungherese ed anche quella olandese. In pubblico fingeva di detestare il suo fratello nazista, ma in privato si incontravano a consigli di amministrazione segreti in Germania per coordinare le loro operazioni. Se un fratello veniva minacciato della perdita della sua proprietà, avrebbe trasferito le proprie società all'altro.
Per aiutare i suoi figli nel loro gioco di scatole vuote, August Thyssen durante gli anni '20 costituì tre diverse banche - la August Thyssen Bank a Berlino, la Bank voor Handel en Scheepvaart a Rotterdam e la Union Banking Corporation a New York City. Per proteggere le loro holding tutto ciò che i fratelli dovevano fare era spostare i documenti delle società da una banca all'altra. E questo fecero piuttosto regolarmente. Quando Fritz Thyssen "vendette" la Holland-American Trading Company per una perdita fiscale, la Union Banking Corporation di New York comprò le azioni. Similmente, la famiglia Bush investì i camuffati profitti nazisti in società americane dell'acciaio e di produzione che divennero parte del segreto impero Thyssen.
Quando i nazisti invasero l'Olanda nel maggio del 1940 investigarono nella Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Fritz Thyssen era sospettato di dagli ispettori di Hitler di essere un evasore fiscale e di trasferire illegalmente la sua ricchezza al di fuori del Terzo Reich. Gli ispettori nazisti avevano ragione: Thyssen pensava che le politiche economiche di Hitler avrebbero fatto diminuire la sua ricchezza attraverso una disastrosa inflazione. Egli contrabbandava all'estero i suoi profitti di guerra attraverso l'Olanda. Ma i forzieri di Rotterdam non contenevano indizi su dove fosse andato a finire il denaro. I nazisti non sapevano che tutti i documenti comprovanti la segreta proprietà di Thyssen erano stati tranquillamente rispediti alla banca August Thyssen a Berlino, sotto la benevola supervisione del barone Kurt Von Schroeder. Thyssen passò il resto della guerra agli arresti domiciliari di lusso. Egli aveva giocato Hitler, nascosto i suoi immensi profitti, ed ora era tempo di giocare gli americani con lo stesso trucco delle scatole vuote.
Appena Berlino cadeva in mano degli alleati venne il momento di rispedire i documenti a Rotterdam cosicché la banca "neutrale" potesse pretendere le proprietà con la benevola supervisione di Allen Dulles, che, come capo dell'intelligence dell'OSS a Berlino nel 1945, era ben piazzato per gestire qualsiasi tranquilla indagine. Sfortunatamente, la banca August Thyssen durante la guerra era stata bombardata ed i documenti erano sepolti nei forzieri sotterranei sotto le rovine. Ancora peggio, i forzieri si trovavano nella zona sovietica di Berlino. Secondo la fonte di Gowen, il principe Bernardo comandava una unità dell'intelligence olandese che nel 1945 tirò fuori i documenti societari incriminanti e li riportò alla banca "neutrale" di Rotterdam. Il pretesto era che i nazisti avevano rubato a sua moglie, principessa Giuliana, i gioielli della corona, ed i russi diedero agli olandesi il permesso di scavare tra i forzieri e recuperarli. L'operazione Giuliana fu una truffa olandese agli Alleati che cercavano ovunque i pezzi mancanti della fortuna Thyssen.
Nel 1945 l'ex direttore olandese della banca di Rotterdam riprese il controllo solamente per scoprire che sedeva su una grande pila di attività naziste nascoste. Nel 1947 il direttore minacciò di informare le autorità olandesi, e venne immediatamente licenziato dai Thyssen. L’ingenuo direttore di banca allora fuggì a New York City dove aveva intenzione di parlare con il presidente della Union Bank, Prescott Bush. Come ricordava la fonte olandese di Gowen, il direttore intendeva "rivelare [a Prescott Bush] la verità sul barone Heinrich e la banca di Rotterdam, perché alcuni o tutti degli interessi di Thyssen nel gruppo Thyssen potessero essere sequestrati e confiscati come proprietà del nemico tedesco. "Il corpo del direttore venne ritrovato a New York due settimane più tardi".
Allo stesso modo nel 1996 il giornalista olandese Eddy Roever andò a Londra per intervistare il barone, che era vicino di Margaret Thatcher. Il corpo di Roever venne scoperto due giorni dopo. Forse, osservò laconicamente Gowen, era solamente una coincidenza che entrambe morissero d’infarto immediatamente dopo aver tentato di scoprire la verità sui Thyssen.
Né Gowen né la sua fonte olandese sapevano delle sostanziose prove negli archivi dell'Alien Property Custodian o negli archivi dell'OMGUS. Assieme, i due separati gruppi di documenti USA si sovrapponevano a vicenda e supportavano direttamente la fonte di Gowen. Il primo gruppo di archivi conferma assolutamente che la Union Banking Corporation di New York era posseduta dalla banca di Rotterdam. Il secondo gruppo (citato da Manning) che a sua volta la banca di Rotterdam era proprietà dei Thyssen. Non sorprende che queste due agenzie americane non resero mai noti i documenti Thyssen. Come documentò il noto storico Burton Hersh:
"L'Alien Property Custodian, Leo Crowley, era nel libro paga della banca di New York J. Henry Schroeder dove nel consiglio di amministrazione sedevano Foster and Allen Dulles. Foster riuscì a farsi nominare consigliere legale speciale per l'Alien Property Custodian mentre simultaneamente rappresentava interessi [tedeschi] contro il custode".
Non meraviglia che Allen Dulles avesse diretto Paul Manning a caccia di farfalle in Sud America. Egli era molto vicino a scoprire il fatto che la banca di Bush a New York City era segretamente posseduta dai nazisti, prima durante e dopo la II G.M. La proprietà di Thyssen della Union Banking Corporation è provata, e concretizza un capo d'imputazione per tradimento nei confronti delle famiglie Dulles e Bush per aver dato aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra.
Il primo fatto chiave che deve essere provato in ogni indagine criminale e che la famiglia Thyssen possedeva segretamente la banca di Bush. A parte la fonte di Gowen ed i documenti gemelli americani, un terzo gruppo di documentazione proviene dalla stessa famiglia Thyssen. Nel 1979 l'attuale barone Thyssen-Bornemisza (nipote di Fritz Thyssen) preparò una storia scritta della famiglia da condividere con i suoi alti dirigenti. Una copia di questo topo di trenta pagine intitolato "La storia della famiglia Thyssen e loro attività" venne procurata dalla fonte di Gowen. Essa contiene le seguenti ammissioni di Thyssen:
"Così, all'inizio della II G.M. la Banca voor Handel en Scheepvaart - una ditta olandese il cui unico azionista era un cittadino ungherese - era diventata la holding delle società di mio padre. Prima del 1929 egli deteneva le quote della Banca August Thyssen, ed anche sussidiarie americane e la Union Banking Corporation di New York. Le azioni di tutte le affiliate [nel 1945] erano nella Banca August Thyssen nel settore orientale di Berlino, da dove riuscii a farle trasferire in occidente all'ultimo momento. […]. Dopo la guerra il governo olandese ordinò un'indagine sulla situazione legale della società holding e, in attesa del risultato, nominai un olandese ex direttore generale di mio padre che si era rivoltato contro la nostra famiglia. In quello stesso anno, il 1947, ritornai in Germania per la prima volta dopo la guerra, travestito da autista olandese in uniforme militare, per stabilire i contatti con i nostri dirigenti tedeschi. […]. La situazione del gruppo cominciò gradualmente ad essere risolta ma non fu prima del 1955 che le società tedesche vennero liberate dal controllo alleato ed in seguito rilasciate. Fortunatamente le società del gruppo soffrirono poco dallo smembramento. Infine, fummo nella posizione di concentrarci su problemi puramente economici – la ricostruzione ed ampliamento delle società e l'espansione dell'organizzazione. […]. Il dipartimento creditizio della Banca voor Handel en Scheepvaart, che funzionava anche come società holding del gruppo, si fuse nel 1970 con la Nederlandse Credietbank N.V. che aumentò il suo capitale. Il gruppo ricevette il 25%. La Chase Manhattan Bank detiene il 31%. Per la nuova società holding venne scelto il nome di Thyssen-Bornemisza Group".
Dunque, gli archivi gemelli USA, la fonte olandese di Gowen e la storia della famiglia Thyssen confermano tutte indipendentemente che il padre ed il nonno del Presidente Bush facevano parte del consiglio di amministrazione di una banca che era segretamente posseduta dai principali industriali nazisti. La connessione di Bush con queste istituzioni americane è pubblicamente nota. Quello che nessuno sapeva, finché la brillante ricerca di Gowen non lo portò alla luce, era che i Thyssen erano i datori di lavoro segreti della famiglia Bush.
Ma cosa sapeva la famiglia Bush dei suoi collegamenti nazisti e quando lo seppe? Come manager anziani della Brown Brothers Harriman, dovevano aver saputo che i loro clienti americani, come i Rockefeller, stavano investendo pesantemente nelle società tedesche, compreso il gigante Vereinigte Stahlwerke di Thyssen.
[NOTA BENE: tutti questi industriali erano generosi sostenitori dell’eugenetica e delle campagne di sterilizzazione/castrazione delle persone giudicate inadatte alla procreazione -
Come ripetutamente documenta il noto storico Christopher Simpson, è argomento di dominio pubblico che gli investimenti della Brown Brothers nella Germania nazista ebbero luogo con i servizi della famiglia Bush.
Quando scoppiò la guerra Prescott Bush venne colpito da un caso di morbo di Waldheimer, un'improvvisa amnesia del suo passato nazista? Oppure egli credeva veramente che i nostri benevoli alleati olandesi possedessero la Union Banking Corporation e la sua società madre di Rotterdam? Dovrebbe essere ricordato che nel gennaio del 1937 egli assunse Allen Dulles per "coprire" i suoi conti. Ma coprire da chi? Si aspettava che la piccola felice Olanda dichiarasse guerra all'America? L'operazione di copertura aveva senso solamente come anticipazione di una possibile guerra con la Germania nazista. Se la Union Bank non era il condotto per riciclare gli investimenti nazisti di Rockefeller in America, allora come avrebbe potuto la Chase Manhattan Bank controllata da Rockefeller finire a possedere dopo la guerra il 31% del gruppo Thyssen?
Si dovrebbe notare che il gruppo Thyssen (TBG) ora è la maggiore conglomerata industriale della Germania, e, con un patrimonio netto di più di 50 miliardi di dollari, una delle più ricche società al mondo. La TBG è talmente ricca che ha persino acquistato le società della famiglia Krupp, famoso fabbricante di armi di Hitler, lasciando i Thyssen gli indiscussi campioni di sopravvivenza del Terzo Reich. Dove hanno preso i Thyssen il denaro per partire con la ricostruzione del loro impero con tale velocità dopo la II G.M.?
Le enormi somme di denaro depositate nella Union Bank prima del 1942 sono la migliore prova che Prescott Bush servì consapevolmente da riciclatore del denaro per i nazisti. Tenete a mente che i libri ed i conti della Union Bank nel 1942 vennero congelati dall'Alien Property Custodian USA e non vennero restituiti alla famiglia Bush fino al 1951. A quel tempo, le azioni della Union Bank, che rappresentavano il valore di milioni di dollari di azioni industriali e di obbligazioni, vennero sbloccate per la circolazione. La famiglia Bush credeva realmente che tali enormi somme provenissero da aziende olandesi? Si potrebbero vendere bulbi di tulipano e scarpe di legno per secoli e non raggiungere quelle somme. Una fortuna di questa misura poteva essere arrivata solamente dai profitti che Thyssen fece riarmando il Terzo Reich e quindi nascosti, prima dagli ispettori fiscali nazisti e poi dagli Alleati. I Bush sapevano perfettamente bene che la Brown Brothers era il canale del denaro americano nella Germania nazista, e che la Union Bank era la conduttura segreta per riportare dall'Olanda in America il denaro nazista. I Bush dovevano aver saputo di come funzionava il circuito segreto del denaro poiché essi erano nel consiglio di amministrazione in entrambe le direzioni: fuori dalla Brown Brothers, dentro la Union Bank.
Inoltre, la misura del loro compenso è commensurata con il loro rischio come riciclatori del denaro nazista. Nel 1951 Prescott Bush e suo suocero ricevettero una quota delle azioni della Union Bank, ciascuna del valore di 750.000 dollari. Un milione e mezzo di dollari erano un sacco di soldi nel 1951. Ma allora, dal punto di vista di Thyssen, comprare i Bush era stato il miglior affare della guerra.
Il punto decisivo è grave: E' abbastanza disdicevole che la famiglia Bush abbia aiutato a raccogliere per Thyssen il denaro da dare a Hitler per il suo avvio negli anni '20, ma dare aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra è tradimento. La banca di Bush aiutò i Thyssen a fabbricare l'acciaio che uccideva i soldati alleati. Per quanto possa sembrare negativo aver finanziato la macchina bellica nazista, aver aiutato ed assistito l'Olocausto era peggiore. Le miniere di carbone di Thyssen utilizzavano schiavi ebrei come se fossero materiali usa e getta. Vi sono sei milioni di scheletri nell'armadio della famiglia Thyssen, ed una miriade di domande criminali e storiche cui deve essere data risposta sulla complicità della famiglia Bush.
Il razzismo culturalista – la cultura determina la persona – non è meno pernicioso di quello biologista – il sangue/genoma determina la persona. Lo possiamo chiamare “neorazzismo” o “differenzialismo”, perché assolutezza e feticizza le differenze, celando le comunanze ed estendendo ad ogni membro di un gruppo le presunte caratteristiche dello stesso e, vice versa, ad un gruppo, le presunte caratteristiche di determinati suoi membri. In questo modo, la colpa dell’uno ricade su tutti: un prete pedofilo significa che “il Vaticano è un covo di pedofili”. La colpa collettiva ricade su ciascun individuo: le atrocità israeliane nei Territori Occupati significano che “sei ebreo, quindi sei co-responsabile”. Nell’Austria della prima metà del ventesimo secolo, una volta appurato che era impossibile determinare il carattere ariano della popolazione austriaca in relazione ai tratti somatici, ci si rivolse alla cultura materiale, provando ad identificare un qualche tipo di correlazione tra razza, capacità tecniche ed estetica. La parabola del paleontologo Oswald Frantz Ambrosius Menghin (1888-1973), anche lui meranese, ci può insegnare dove possa condurre questo paradigma. Studioso particolarmente influente nell’ambito accademico austriaco – fu rettore dell’università di Vienna –, il suo passato è stato però sbiancato nella sua terra d’origine. Sulle pagine di wikipedia dedicate a Merano, egli figura come ministro dell’istruzione austriaco. Lo fu certamente, ma nel gabinetto formato da Arthur Seyss-Inquart, collaborazionista del nazismo, giustiziato a Norimberga per crimini di guerra. Menghin, anche lui inserito nella lista nera, seguì la rotta di tanti altri nazisti, attraverso l’Alto Adige, ma fu catturato e riportato a Nauders, presso il passo Resia, luogo che aveva già abbondantemente perlustrato alla ricerca delle tracce della cultura retica locale. Non gli fu dunque troppo difficile trovare il modo di far perdere le sue tracce dopo l’evasione, avvenuta il 30 marzo del 1948. Si rifugiò in Argentina (Blaschitz, 2002), dopo aver attraversato indisturbato la Spagna franchista. Là, amnistiato nel 1956, si riciclò come professore universitario a Buenos Aires, fondando il “Centro Argentino de Estudios Prehistóricos”, riuscendo a far dimenticare il suo passato anche negli ambienti scientifici (Kohl & Pérez Gollán, 2002), nonostante la sua insistita, quasi morbosa, attenzione per la questione razziale (Menghin, 1965) ed un tentativo, fallito, di mettere all’ordine del giorno la sua immediata espulsione dall’Università di Buenos Aires per i suoi “importanti trascorsi nazisti” (Fontán, 2005). Questo però solo fino alla pubblicazione di una sua biografia critica (Fontán, 2005), che ha indotto la direzione del museo archeologico di Buenos Aires a tornare sui suoi passi, dopo averglielo intitolato come tributo alla sua memoria. Una decisione molto tardiva, che segue un omaggio ufficiale dell’università di Buenos Aires, che lo proclamò professore onorario nel 1971, e dell’Austria che scelse di non rivangare il passato e lo riabilitò, nominandolo membro onorario della Società di Antropologia viennese nel 1958. Al contrario, il rappresentante degli studenti che rivelò il passato nazista di Menghin, un giovane ebreo, Daniel Hopen, che aveva ottenuto la documentazione compromettente dalla American Jewish Association, scomparve durante la dittatura. Cattolico integralista, Menghin studiò all’università di Vienna, dove si specializzò in filosofia della preistoria, con uno studio sul neolitico tirolese, nel 1910. Apparteneva alla scuola viennese dell’archeologia culturale-storica, incline a cercare conferme di pregiudizi e legittimare pretese nazionalistiche nei resti della cultura materiale del passato, stabilendo legami tra popoli antichi e moderni che gli archeologi successivi hanno dimostrato essere completamente spuri. Per Menghin la razza era un’espressione della cultura e la cultura era uno stampo. Per questo un nero non sarebbe mai riuscito a diventare un inglese, a prescindere dall’entità dei suoi sforzi. Analogamente, nessun ebreo poteva farsi realmente assimilare ed in ogni caso non sarebbe stato un evento desiderabile, visto che “ogni popolo ha non solo il diritto ma l’obbligo morale di difendere la sua nazionalità”, come scriveva nel 1933. Tuttavia l’imperialismo civilizzatore dei bianchi era benvenuto, perché era l’unica maniera per permettere ai popoli naturali (Naturvölker) cioè primitivi, che per qualche ragione avevano interrotto il loro percorso evolutivo, di evolvere e sviluppare le rispettive “sfere culturali”, sempre però in maniera distinta rispetto. Era un sostenitore di un ritorno alla fantomatica arcadia del passato, un mito bucolico in cui l’uomo viveva incorrotto dalla modernità industriale, dalla democrazia repubblicana e dal materialismo cosmopolita imposto dall’ebraismo internazionale – una stirpe (Volkstypus) naturalmente incompatibile con quella ariana, perché priva di radici, e che per questo era come un spada di Damocle sospesa sul capo della germanicità (Deutschtum). Lo studioso identificava l’Arcadia con l’Alto Adige e temeva che il colonialismo italiano l’avrebbe deturpata irrimediabilmente (Geehr, 1986). Sostenitore di Hitler quando il partito nazista era ancora bandito dall’Austria, credeva che la scienza ed in particolar modo la paleontologia dovesse prender parte al conflitto spirituale che stava avendo luogo, schierandosi con il nazismo e contribuendo a plasmare le coscienze delle future generazioni. Come? Difendendo le caratteristiche delle enclavi etnico-razziali che si erano formate usando la cultura come strumento di adattamento alle condizioni naturali della loro dimora ancestrale (Menghin, 1934). La commistione etno-culturale (per i Nazisti: razziale) aveva reso più ardua, ma non impossibile, la determinazione dei tratti identificativi di ciascuna enclave. Alcuni di questi tratti erano vantaggiosi, altri svantaggiosi in termini di idoneità alla sopravvivenza di queste “etnarchie” nella moderna. Da qui la necessità di ribellarsi al materialismo, all’illuminismo, al positivismo, all’universalismo, all’edonismo individualista borghese ed alla sua ossessione per i diritti, a discapito dei doveri, degli obblighi comuni, dell’ordine e dell’armonia sociale. La filosofia politica menghiniana non contemplava una concezione dei diritti ma solo una concezione del servizio e del predominante diritto della collettività, incarnata dalla sua classe dirigente, a stabilire il bene e il male, dal punto di vista della stirpe. La corrente di pensiero nella quale s’inserì Menghin è stato chiamata “modernismo reazionario”, ma una definizione migliore è quella di radicalismo reazionario. L’idea, infatti, non è quella di indirizzare il progresso in una certa direzione, né tantomeno quella di moderarne la velocità. È piuttosto quella di sfruttare il suo momento per invertire il suo corso ed inserirlo in un ordine ciclico e non più lineare, che conduca al recupero delle virtù rurali e delle strutture sociali e simboliche feudali. In questo risiede il radicalismo del nazi-fascismo e dell’etnopopulismo contemporaneo ma anche il suo appeal: la controparte di una strutturazione sociale rigidamente piramidale e gerarchica, munita di spietati sistemi di sanzione verso i riottosi e gli spiriti liberi, è la promessa, non necessariamente mantenuta, di un’esistenza semplice e serena, di buon senso, dove ci si intende all’istante, dove i legami affettivi sono più saldi ed affidabili, più caldi. Una società completamente diversa dalla modernità descritta come livellante ed omologante, generatrice di eterno spaesamento, incertezza e trasformazione, della dimensione metropolitana dell’incertezza e dell’eterna trasformazione. Una società in cui si ritiene che l’emancipazione personale ed il libero esercizio delle facoltà critiche nuocciano alla moralità pubblica ed all’integrità della nazione e che perciò esige che si facciano tornare in auge i valori del consenso, della cooperazione, dell’armonia e del comportamento ritualizzato. Il feticcio della volontà generale di Rousseau, recuperato al fine di disfarsi dell’impiccio della volontà personale, che ostacola il perseguimento di un obiettivo molto più “nobile” ed onnicomprensivo del destino dei singoli. È allora che fa capolino lo Stato pastorale o materno con le sue incessanti indicazioni su come regolare la vita di ciascuno in modo da dare l’apparenza di un ordine permanente, che promette servizi totali dalla culla all’urna in cambio della quiescenza dei suoi cittadini. Un modello di società tipicamente orientale. Infatti, nel 1952 Menghin viene designato membro onorario della Società Asiatica di Buenos Aires per le sue ricerche sull’Estremo Oriente e la sua promozione di quelle civiltà. Un dettaglio, come vedremo, d’importanza tutt’altro che marginale.
La maschera può essere usata per incutere timore (allo stadio) o per non venire riconosciuti (Zorro), copre deformità (cf. Vanilla Sky), protegge dai demoni, permette di combattere la balbuzie, potenzia e sottolinea gli attributi delle persone che la indossano, serve nelle feste di paese come elemento aggregante, per fondere la sfera umana e quella spirituale e per eseguire certi rituali in cui è necessaria una personificazione del divino, la metamorfosi dell’indossatore e la successiva epifania. Sono funzioni innocue o positive. A me interessano quelle negative.
La coulrofobia è la paura irrazionale dei clown e, per estensione, delle figure mascherate. Causa sudori, tremori, pianto, palpitazioni e perfino attacchi di panico. È sorprendentemente diffusa e non se ne conoscono con certezza le cause. Si sa che le persone che ne sono affette non sopportano la vista neppure di maschere comiche e felici. È più che probabile che l’origine di questa sindrome vada ricercata nel carattere non-umano della maschera e nella sua funzione di occultamento delle reali emozioni ed intenzioni di chi la indossa. Infatti quasi sempre queste persone non sono intimorite da un travestimento che lascia scoperto il volto. Un’intervistata mi ha spiegato che la inquietano anche “le persone che indossano i caschi e gli occhiali molto scuri, perché sembrano statue”. Infatti la fobia delle maschere è spesso legata alla fobia degli automi e di figure umanoidi, cioè non pienamente umane. Philip K. Dick, forse il più grande scrittore di fantascienza della storia, soffriva di questa fobia: “Ma ciò che mi spaventava di più era quando mio padre indossava la maschera. Il suo volto spariva. Non era più mio padre. Non era più un essere umano”. In un convegno del 1976a Vancouver, dichiarò: “Dobbiamo capire che l’universo, sebbene gentile nei nostri confronti nella sua interezza, contiene malvagie maschere ghignanti che sbucano dalla reggia della confusione e potrebbero ucciderci per il loro tornaconto. Dobbiamo però stare attenti a non confondere la maschera, qualunque maschera, con la realtà retrostante. Pensate alla maschera bellica indossata da Pericle: si scorgono tratti gelidi, la severità marziale, senza il minimo segno di compassione, e non un viso autenticamente umano, o una persona alla cui umanità fare appello. E questo, naturalmente, era nelle intenzioni. Provate ad immaginare di non sapere che si tratta di una maschera; supponete, mentre Pericle vi viene incontro nella nebbia e nella semioscurità del primo mattino, di credere che quello sia il suo autentico carattere. Non sono forse una descrizione, una visione, la maschera di guerra e l’armatura metallica di una divinità marziale? Il Dio Implacabile adirato con me. Ma dietro la rabbia, dietro il metallo e l’elmetto, c’è, come per Pericle, la faccia di un uomo. Un uomo buono e affettuoso”.
E ancora: “Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo.
In questo caso le chiamo “androidi”. Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano. Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile. Che ciò avvenga in un laboratorio o meno non ha molta importanza: l’intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano. Ma la loro stretta è quella della morte, e il loro sorriso è di un gelo tombale”.
Dick soffriva di allucinazioni visive (oppure, come gli sciamani o i mistici, vedeva una realtà a noi preclusa). Un caso analogo è quello di Friedrich Nietzsche, che a 24 anni scriveva: “Ciò ch’io temo non è l’orrenda figura dietro la mia sedia, ma la sua voce; e nemmeno le parole, bensì il tono terribilmente inarticolato e disumano di questa figura. Sì, se parlasse almeno come parlano gli uomini!”.
In entrambi troviamo il tema dell’occultamento/mimèsi (“maschere ghignanti”, “spacciandosi con successo per un nostro simile” – “dietro la sedia”) e quello della meccanizzazione (“cose gelide e crudeli”, “l’armatura metallica”, “tratti gelidi, la severità marziale, senza il minimo segno di compassione” - “Tono inarticolato e disumano”). Se un’elevatissima capacità empatica è la caratteristica che meglio definisce l’umano, allora maschere e androidi, che sono anempatici – rendono impossibile riconoscere ed identificarsi con i sentimenti e le necessità del prossimo – interferiscono con i nostri processi di socializzazione, interferiscono con il nostro essere umani. Abbiamo paura di maschere ed androidi perché non li capiamo. Una mente ed un volto senza compassione ed empatia ci appaiono come una forma di stortura evolutiva, una nociva stoltezza. È la simpatia immaginativa che ci rammenta che non siamo più importanti degli altri, che il loro dolore non è meno significativo del nostro. Chi non la prova, la sopprime, o la nasconde è pericoloso, è un potenziale psicopatico, la nemesi dell’umano; non pensa esistano azioni immorali perché il suo orientamento è puramente strumentale: noi stessi, ai suoi occhi, siamo mezzi per realizzare un fine.
Questo è il Primo Terrore. Il Secondo Terrore è che ci faccia diventare come lui. Maschere o macchine. Che ci tolga una delle funzioni basilari dell’umano, la scelta morale tra bene e male; che ci trasformi in un’arancia meccanica, senza polpa dentro, in un apparato eterodiretto, non un autentico essere vivente.
Ogni persona ha un repertorio di maschere da indossare per gli altri (non per se stessi). La maschera diventa la realtà, la nostra vera identità. Il nostro sé autentico può essere parzialmente ricostruito solo a partire dal tipo di maschera che uno si è scelto (o che gli è stato assegnato). La maschera ha un potere su di noi. Pizzorno spiega che i Dogon la chiamano imina - ciò che cattura e fissa il nyama, il mana, l’essenza, l’anima, la potenza di ogni cosa. La maschera di fatto abolisce la persona pietrificandone l’espressione, esiliando la manifestazione dei sentimenti, rendendola identica a se stessa attraverso il tempo, priva di vita. Effetto Gorgone. Frobenius parla di Ergriffenheit, l’essere afferrato, l’essere in preda ad uno stato in cui l’uomo forma un tutt’uno con la realtà, in completa identificazione con essa.
La Maschera ha un enorme potere anche sugli altri. È un elemento fondamentale nelle società segrete maschili. È una “falsa faccia”, come la chiamano gli Irochesi. Il diavolo appare per la prima volta agli uomini sotto le sembianze di un serpente. Gli Anticristo assumeranno le sembianze di Angeli di Luce, come lupi travestiti da agnelli. Nella bellissima animazione “Coraline”, il ragno al centro della ragnatela cosmica, l’incarnazione del male, finge di essere una madre perfetta, molto migliore di quella vera. Promette di tenere con sé la bambina nel suo fasullo Paradiso Terrestre se questa lascerà che i suoi occhi siano sostituiti da bottoni. Meccanizza, mineralizza, oggettifica, come la Gorgone.
Esaminiamo meglio la maschera della Medusa o Gorgone. Essa appare sovente nell’arte etrusca e in latino “larva” e “persona” sono sinonimi e stanno ad indicare gli spettri e le maschere. Come mai? “Persona” deriva etimologicamente da Phersu (phèrsuna, = “appartenente al Phersu”, ossia la maschera, appunto), termine etrusco collegato a Perseo e Persefone (Phersipnai) e forse persino a Parsifal, del ciclo arturiano, l’unico cavaliere che è riuscito a rintracciare il Re Pescatore ed il Sacro Graal. Nella Tomba degli Àuguri a Tarquinia (VI secolo a.C.), Phersu (pronuncia “fersu”, come fertilità e ferino) è rappresentato con una maschera sul volto, una barba probabilmente posticcia, una giubba maculata ed un cappuccio. Compare in coppia con un guerriero dalla testa avvolta in un panno che brandisce una nodosa clava con la quale si difende da un molosso che lo azzanna e che è tenuto al guinzaglio dallo stesso Phersu. Forse ludi gladiatori associati a rituali funerari. Altrove Phersu appare anche mentre danza e suona con la testa rivolta all’indietro o con una clava ed uno scudo. È stato fatto notare che nelle pitture murali etrusche Ade è raffigurato con un cappuccio di pelle di lupo o cane che richiama il kunee usato da Perseo e la maschera di Phersu. Ecco la descrizione di Hermes: uomo barbuto con un copricapo (un pilos con il cocuzzolo appuntito) e un corto mantello, indossa stivali alati e porta il caduceo. A volte corre o danza suonando la lira e guardando dietro di sé al di sopra della spalla. Altre volte suona la lira mentre guida una processione sacrificale che comprende Eracle (con la sua pelle di leone), che scorta agli Inferi, esattamente come fa con Perseo o Ulisse. Hermes è un furbone, ma aiuta in ogni modo i due eroi, che Atlante confonde, forse perché si tratta dello stesso eroe proveniente da due tradizioni diverse che si sono fuse. Hermes, come Phersu, è uno psychopompos, guida le anime dei morti e protegge i viventi che si addentrano nell’Ade. Aiuta Perseo a sconfiggere Medusa e a prendere la Gorgeiè képhalè, testa della Gorgone. La stessa espressione è usata nell’Odissea quando Ulisse teme l’arrivo improvviso di una testa mostruosa che lo impietrirebbe all’istante, poiché l’Ade non è posto per i viventi. Quella testa è proprietà di Persefone, signora dell’Ade, che la usa come guardiana, come Cerbero. È la Maschera del Potere supremo, quello di vita e di morte, di progressione bio-spirituale o di regressione allo stato minerale, il più remoto gradino dell’evoluzione. Potenza di terrore. Gli astronomi arabi chiamano la costellazione Perseo Hamil Ras al Ghul, “Colui che porta la testa di Ghul”, cioè Beta Persei, la stella Algol, la più diabolica e nefasta del cielo, che prende il nome da un demone o un’orca del deserto che assale i viaggiatori e li divora cominciando dai piedi. Gli Ebrei la chiamano Rosh ha Satan, la testa di Satana.
Quella di Perseo è un’impresa epocale. Omero lo definisce “preminente tra tutti gli uomini”. Da quel momento in poi la Maschera del Potere della Gorgone diventa strumento per rettificare i torti e le ingiustizie del passato, ristabilendo gli equilibri cosmici. Ercole taglia le teste dell’Idra; Perseo quella di Medusa, per poi uccidere il drago che tiene prigioniera Andromeda. Anche San Michele uccide il drago, diventando la controparte cristiana di Perseo. E dov’è il drago vicino al San Michele trentino? È il Basilisco di Mezzocorona, che si fa fregare da uno specchio: risponde ad ogni sguardo con il medesimo sguardo, a ogni suo gesto con un simmetrico gesto e, così distratto, si fa uccidere. Come Narciso, il basilisco si ammira e perde di vista la realtà vera, è sviato dal suo doppio, dalla maschera. Così è per Medusa, uno specchio la condanna riflettendo il suo sguardo mortifero. San Michele è lo sterminatore dell’Anticristo – il quintessenziale psicopatico, che indossa la maschera della santità per sedurre le vittime, come ogni serial killer che si rispetti – alla fine dei tempi, è accompagnatore delle anime dei morti in cielo, soppesatore delle colpe e dei peccati delle anime medesime nel giorno del giudizio, protettore dell’umanità dalle calamità naturali.
L’uomo è affascinato dal Potere, non può più distogliere lo sguardo. Si fa assorbire, risucchiare nel suo vortice, imprigionare nel suo regno, dopo essere stato strappato a se stesso, alla propria identità, individualità, personalità, indipendenza di giudizio. È invaso e posseduto dalla Maschera del Potere e non se ne rende conto. Si fa mettere le redini, domare, addomesticare ed addestrare. La Maschera del Potere promette ai suoi seguaci un potere infinito, ma per poterselo guadagnare dovranno accumulare una conoscenza infinita. In cambio di questa conoscenza giurano fedeltà perpetua alla Maschera e sono così perduti, hanno venduto l’anima e sono condannati a servire in eterno, tramutati in pietre o automi, lungo il ramo discendente della vita e dell’evoluzione. È il rischio che corre Dottor Bill, in Eyes Wide Shut, quando la curiosità lo sta per fagocitare in un gorgo di corruzione e violenza governato da potenti mascherati. Ma ha la possibilità di scegliere e si salva, torna a casa come Dorothy, nel “Meraviglioso Mago di Oz”: “Casa dolce casa”. La Maschera del Potere inganna e manipola, ma non può violare il libero arbitrio, può solo influenzare le persone facendole sbagliare. È quel che fa con Eva, nel Paradiso Terrestre.
Cosa c’è dietro la Maschera? Il nulla originario del francese personne, nessuno. Un Buco Nero che assorbe ciò che non può riempire il suo vuoto. La smania di controllare, di parassitare, di schiavizzare, di vampirizzare, di plasmare il prossimo, considerandolo una mera proprietà. L’ottusità meccanomorfa di chi brama un costante aumento dell’ordine, del potere, della prevedibilità e del controllo. La necrofilia, ossia l’attrazione per ciò che è puramente meccanico, esangue, corazzato, prescrittivo, predeterminato, deumanizzato, rigido, devivificato, irreggimentato e monolitico, sviscerato in quanto robotico, distruttore dei nessi vitali. Ciò che è morto, ma si rifiuta di prenderne coscienza, s’aggrappa a ciò che è vivo, come gli strigoi/vampiri rumeni, per assorbirne la forza vitale. In questo modo si illude di poter continuare a negare la sua transitorietà e permeabilità. Masca è il vocabolo longobardo che corrisponde al latino striga e che denomina un mostruoso trapassato che divora i vivi. È un qualcosa di essenzialmente diverso dalla vita e ne esorcizza l’assenza, ma allo stesso tempo può generare un’esistenza parallela, fittizia, formalmente immutabile e perpetua, che attira chi è insicuro della propria salvezza e dell’esistenza di una vita ultraterrena, chi ha paura della vita e della morte e quindi brama il potere, direttamente o per interposta persona, come appiglio per non sprofondare nell’abisso, come il cornicione per Rick Deckard in Blade Runner. Ricordo che il motto dei falangisti, come dei repubblichini, delle Guardie di Ferro romene e delle SS era “Viva la morte”. Tutto questo in luogo dell’amore per ciò che è vitale, spontaneo, creativo, evolvente, caldo, amorevole, fluido, imprevedibile, cangiante, liquido, sensuale, impuro, promiscuo come lo è la vita – panta rei, tutto scorre. I Sumeri credevano che gli dèi avessero creato l’universo come un enorme meccanismo, il cui fine era quello di assicurare la produzione e la trasformazione dei beni destinati innanzitutto al loro uso personale. Il destino di ognuno era la sua programmazione, cioè il suo perfetto adattamento al ruolo spettantegli in un sistema equilibrato, complicato ma coerente e all’interno del quale tutti gli ingranaggi erano ben sistemati e connessi gli uni agli altri per assicurare il buon funzionamento dell’intera macchina. Non abbiamo fatto abbastanza strada da allora.
Come si sfugge alla Maschera del Potere ed alla devoluzione? Diventando un tipo nuovo di Uomo Selvaggio, l’Orc di William Blake. L’Uomo Selvaggio è un archetipo mitologico che s’incontra a tutte le latitudini ed in tutte le epoche. Enkidu, dell’Epopea sumera di Gilgamesh, i satiri e fauni, Tarzan, Adamo. È il “doppio” dell’uomo civilizzato, lo specchio che riflette la sua natura ferina, ancora non interamente domata dal processo evolutivo e civilizzatore, a metà strada tra natura e cultura. Come l’Extra-Terrestre rappresenta l’uomo futuro, ultrascientifico, tecnocratico, immensamente sapiente ma anche denaturalizzato (glabro, pallido ed asessuato, a volte estremamente attraente, ma freddo e imperscrutabile), così l’Uomo Selvaggio, angelo e demone, costituisce un modello ideale (il Buon Selvaggio) oppure una figura estranea e sovversiva per via della sua primitività. L’Alieno e l’Uomo Selvaggio, entrambi sovraumani ed ibridi, sono i due estremi dell’evoluzione umana. L’Uomo Selvaggio come retaggio-monito del suo passato (Es) e l’Extraterrestre (Superego) come proiezione dell’umanità nel futuro. Il satiro o fauno, incrocio di divino e ferino, è stato rimpiazzato dall’androide, incrocio di umano e tecnologico.
Esiste un fauno civile, un fauno spiritualmente maturo, semi-divino, che rappresenta la migliore alternativa al paradigma della MegaMacchina governata dalla Maschera del Potere. Socrate è il vero, grande fauno, Gesù il grande ibrido divino-umano, Blake, Emerson e Whitman i migliori cantori di questo genere di trascendenza dell’umano. Urizen è l’acerrimo nemico di Orc e rappresenta la ragione analitica ed oppressiva, il propellente della scienza materialista e riduzionista, ma anche delle monarchie, delle tirannie e di tutte le religioni istituzionalizzate. Urizen è la personificazione della volontà demiurgica di potere, di controllo, di dominio; Orc è il mostro che rappresenta quegli aneliti di fratellanza ed amore che il potere frustra, reprime e perverte. Quel potere che distrusse Socrate e Gesù. Alcibiade paragona Socrate ad un sileno, Marsia, una figura mitologica greca che incantava la gente con le sue melodie. I sileni erano anche le statuette greche che ritraevano dei satiri, di orribile aspetto, che però, una volta aperte, rivelavano all’interno i ritratti degli dèi. Una maschera benevola, insomma. Una sfida al volgare ma diffusamente condiviso principio della kalokagathia, l’indissociabilità di bello e bene, estetica ed etica. La disarmonia di Socrate contraddice la sua armonia morale e spirituale.
Ecco come nel Simposio di Platone Alcibiade descriveva Socrate: “Quando diventa serio e la statuetta si apre, io non so se avete mai visto che immagini affascinanti contiene. Io le ho viste, simili agli dèi, preziose, perfette e belle, straordinarie”. Socrate era un fauno: brutto e grottesco fuori ma divino ed ammirevole dentro. Un involucro grezzo che celava un’anima risplendente, un presente ingrato rischiarato dal ricordo di quel che l’umanità a volte è stata capace di essere e dalla fiducia di quel che potrà essere, una volta che si sarà liberata della maschera di Urizen ed avrà spalancato gli occhi.