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giovedì 26 gennaio 2012

Auschwitz in Israele - Il Secondo Olocausto





«I significati dell'Olocausto,» rispose lui con voce grave, «devono essere determinati da noi, ma una cosa è certa: il suo significato non sarà meno tragico di quanto lo è oggi se ci sarà un secondo  Olocausto, e se la progenie degli ebrei europei che evacuarono l'Europa per un asilo in apparenza più sicuro dovesse andare incontro alla distruzione collettiva in Medio Oriente. Un secondo Olocausto non avrà luogo sul continente europeo, perché questo è stato teatro del primo. Ma un secondo Olocausto, qui, potrebbe verificarsi fin troppo facilmente e, se lo scontro tra arabi ed ebrei dovesse continuare ad aggravarsi, si verificherà: è inevitabile. La distruzione di Israele in un conflitto nucleare è oggi una possibilità assai meno remota di quanto lo fosse l'Olocausto cinquant'anni fa».
Philip Roth, “Operazione Shylock”, Mondadori, 1993.

La prima istintiva reazione israeliana alla dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu che tutto Israele ha bisogno di essere circondato da una barriera è la seguente: “Oh no, questa è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”. Tale risposta sarebbe del tutto comprensibile. Ogni bambino israeliano, e anche ogni bambino ebreo in tutto il mondo, è nato insieme a immagini di barriere e recinzioni. Le recinzioni dei campi di sterminio della seconda guerra mondiale. Queste immagini vengono automaticamente associate agli sguardi delle persone dietro le recinzioni; lo sguardo negli occhi delle persone che camminano verso le camere a gas e i forni crematori. Pertanto, la proposta di circondare l’intero paese con una recinzione inizialmente suscita una reazione di paura e di rifiuto; la sensazione di un ghetto o di uno Stato fortezza…Un intero paese vive dietro le recinzioni, circondato in tutte le direzioni da oceani di nemici. Il pensiero che questo è il nostro destino può spingere una persona normale verso la follia. E così, stiamo assistendo alla creazione della nuova Sparta qui, la Sparta di oggi; eppure avremmo tanto voluto essere come Atene.
Eitan Haber, giornalista e saggista israeliano

L’Ombra che si trova in contraddizione con i valori non può essere accettata come parte negativa della propria struttura psichica e viene proiettata, vale a dire spostata, verso l’esterno e vissuta come un elemento esteriore. Viene combattuta, punita e sterminata come “nemico esterno”, e non considerata invece come un nostro elemento personale “interno”. […]. I conflitti psichici inconsci dei gruppi e delle masse si esprimono soprattutto in esplosioni epidemiche, come le guerre e le rivoluzioni violente, in cui le forze inconsce che si erano accumulate nella collettività diventano dominanti e “fanno la storia”. […]. Per la collettività rimane quindi sempre più urgente il bisogno di liberarsi in maniera esplosiva e violenta delle energie aggressive accumulate, per scaricare perlomeno temporaneamente lo stato di tensione e di ingorgo emotivo. […]. Ogni popolo pensa di identificarsi, nell’inflazione della “coscienza immacolata”, con i valori più alti dell’umanità, si identifica con essi e prega in coscienza il “suo” Dio, come quintessenza del lato luminoso, di donargli la vittoria. Quest’inflazione della coscienza a posto non viene in alcun modo disturbata dalla messa in atto di un’Ombra brutale. La frattura tra il mondo etico di valori proprio della coscienza e un mondo sotterraneo inconscio da reprimere e da rimuovere che nega quegli stessi valori, conduce l’umanità a nutrire sensi di colpa e ad accumulare nell’inconscio energie ormai ostili alla coscienza, energie che, manifestandosi con violenza repentina, trasformano il corso della storia umana in un terribile fiume di sangue.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, pp. 48-55.

Sono sempre più convinto che l’ostinazione israeliana nel voler distruggere il programma atomico iraniano si trasformerà in un boomerang terribile.
I devastanti effetti che si ripercuoteranno sull’intero pianeta:
saranno la goccia che farà traboccare il vaso. Un’opinione pubblica internazionale da troppo tempo irretita e repressa nei suoi sentimenti anti-sionisti dall’utilizzo manipolatorio dell’Olocausto rischierà di passare da un estremo di tolleranza ad un estremo di intolleranza:
Il governo israeliano non sembra avvedersene e continua la costruzione del suo campo di concentramento che, nello scenario peggiore, quello di una guerra regionale che degenera in un conflitto globale:
potrebbe tramutarsi in un gigantesco campo di sterminio per gli Ebrei israeliani e per i Palestinesi.

Dopo aver costruito il famoso muro nei territori palestinesi occupati, condannato dall’ONU:
Israele sta costruendo recinzioni di acciaio ai confini con Egitto, Libano e Giordania:
“Le ruspe sono già al lavoro. Il ministero della Difesa ha dichiarato che il piano dei costi previsto sarà di circa 272 milioni di euro. Il muro sarà rinforzato da sensori elettronici. I lavori non dovrebbero durare più di un anno”.
“Il muro con il Libano non è l’unico in programma. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato a Capodanno che Israele ha l’intenzione di costruire una barriera lungo la sua frontiera orientale, lungo il confine giordano, simile a quella che è in costruzione attualmente lungo la frontiera egiziana. Il governo israeliano sta investendo 360milioni di dollari Usa in una barriera di acciaio alta cinque metri lungo i 240 km che separano Israele dall’Egitto. L’opera sarà completata nel settembre 2012. “Quando la barriera di sicurezza lungo il confine egiziano sarà finita, una verrà costruita sul confine giordano” ha dichiarato Netanyahu”.
L’obiettivo è quello di bloccare l’immigrazione clandestina e l’infiltrazione di potenziali terroristi.
Il risultato sarà però quello di un popolo imprigionato tra il mare e il filo spinato, in un gigantesco campo di concentramento circondato da popoli con i quali non intende arrivare ad alcun accordo di pace.
È chiaramente un suicidio. Il più fervido e scaltro nazista non avrebbe potuto immaginare una trappola più tremenda: Ebrei che si costruiscono attorno il loro lager. Ebrei che, per scongiurare un'altra Shoah, la rendono più probabile. Mefistofelico...

mercoledì 25 gennaio 2012

Le 4 principali sfide dei prossimi anni secondo Jacques Attali






Jacques Attali, uno degli economisti ed intellettuali europei più influenti del nostro tempo (ex eminenza grigia di Mitterrand - vedi foto),
non è uno di quelli che si astiene dal dire quel che pensa per paura di fare la figura del pirla:
Non ne ha bisogno, perché sa di cosa sta parlando e perché non ha mai nascosto che cosa auspichi (a differenza, ad esempio di Monti, Lagarde, Merkel, Napolitano, ecc.). Osserva gli indicatori socio-economici, i dati sul commercio e ne trae delle conclusioni che sono ineludibili, ossia che i candidati francesi alle presidenziali stanno nascondendo ai loro elettori la verità, ignorando sistematicamente e deliberatamente le questioni di cui dovrebbero discutere. Un fenomeno che non è limitato alla Francia, come ben sappiamo noi Italiani.
Ecco le 4 questioni fondamentali:
1. I volumi del traffico internazionale di merci sono in vistosa diminuzione e sono ritornati ai livelli del 2002 (cf. Baltic Dry Index), in prossimità del collasso del 2008. Ciò significa che l’economia globale sta per rallentare e non sorpasserà la soglia di una crescita del 3%, il livello più basso da una dozzina di anni, con l’eccezione del 2009. Infatti la crescita è rallentata in Cina, India, Brasile e Africa. Attali osserva che anche le nazioni più dinamiche non saranno in grado di creare abbastanza posti di lavoro per i loro giovani. L’Europa, dal canto suo, andrà in recessione. Sarà più difficile esportare e si dovrà scegliere tra protezionismo e un vasto piano di rilancio dell’economia mondiale.
2. In Europa, nonostante il massiccio, epocale intervento della BCE, che potrà dare l’impressione che la crisi sia in remissione, la situazione debitoria della maggior parte delle nazioni sarà presto insostenibile: per ridurre questo debito si vareranno altri programmi di austerità e la loro simultaneità non farà altro che peggiorare la recessione, riducendo il gettito fiscale ed aumentando le spese sociali. O si intraprendono grandi progetti europeo si abbandona l’euro. O si opta per un federalismo democratico o si abbandona la Banca Centrale Europea.
N.B. Attali è un globalista, a favore degli Stati Uniti d’Europa e del governo mondiale, io no, per le seguenti ragioni:
3. Negli Stati Uniti, terminata l’euforia per la massa monetaria immessa nel sistema pre-elettoralmente (leggi: la Federal Reserve sta aiutando Obama a vincere le elezioni sulla scia di una ripresa fittizia), si capirà che chiunque vinca le elezioni dovrà fronteggiare delle enormi difficoltà. Se Obama vince non avrà comunque una maggioranza al Congresso e non potrà aumentare le tasse per tenere sotto controllo la crescita del debito pubblco. Se perde, il suo successore repubblicano sarà costretto a tener fede alla sua promessa di ridurre le tasse. In entrambi i casi il dollaro crollerà e renderà ancora più improbabile la crescita europea. Attali si domanda: come si possono convincere gli Americani ad essere rigorosi quanto si aspettano che lo siano gli Europei?
4. Il mondo musulmano si trova di fronte a scelte colossali. L’Egitto ha solo tre mesi di risorse a disposizione per importare quello di cui ha bisogno prima che la sua economia collassi. La Tunisia non è messa meglio. La Siria è martirizzata. La scelta iraniana di proseguire con il programma nucleare rende più probabile un intervento militare prima o dopo le elezioni presidenziali americane. Lavarsene le mani o aiutarli? E come?   


giovedì 19 gennaio 2012

Egitto, Siria, Iran: come andrà a finire?




Il conflitto in Kosovo è la lotta del bene contro il male. È un conflitto giusto, che dobbiamo vincere. Non ci sono altre strade. Dobbiamo vincere se vogliamo che i nostri figli crescano in un mondo sicuro e stabile. Dobbiamo vincere perché la lotta contro il Fascismo negli anni quaranta non sia stata inutile.
Tony Blair

EGITTO
Mohammed Elbaradei, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e uomo apparentemente tutto d’un pezzo, essendosi sempre opposto alle trame dell’amministrazione Bush e del governo Blair, sbugiardandoli, ha annunciato che non parteciperà alle elezioni presidenziali che si terranno prima della fine di giugno (la data non è ancora stata decisa):
Il gran rifiuto è motivato dal suo timore che il risultato sia già stato predeterminato dalla giunta militare al potere in Egitto e che – sono le sue parole – “governa come se Mubarak non fosse mai stato spodestato”.
Non sta esagerando, anzi:
Il problema è che, dal punto di vista della giunta militare, non c’è mai stata una rivoluzione in Egitto. L’esercito ha preso il potere, ufficialmente nell’interesse del popolo. È vero che la rivoluzione non c’è stata, ma è indubbiamente falso – come si evince dalle informazioni contenute nell’articolo sopra-linkato – che l’esercito fa esclusivamente i suoi interessi. Con buona pace di Alaa al-Aswany, uno dei più importanti scrittori egiziani contemporanei, che aveva detto che “per giustificare l'invasione dell'Iraq gli Americani dissero che era l'unica maniera per liberare una nazione da un terribile dittatore. Abbiamo dimostrato con la nostra rivoluzione che si può costringere un dittatore ad andarsene pacificamente”, non c’è stata rivoluzione, c’è stato invece un colpo di stato finalizzato all’autoperpetuazione dell’establishment.
Tahar Ben Jelloun [“Sangue a piazza Tahrir, il furto di una rivoluzione”, la Repubblica, 24 Dicembre 2011] avvalora quest’interpretazione: “Gli avvenimenti in atto a piazza Tahrir, in Egitto, ci obbligano a rettificare alcuni dati divulgati da tutti noi, che però sono errati. Ciò che è accaduto un anno fa in Egitto non era una rivoluzione, bensì un colpo di stato militare. Mubarak non ha lasciato il Paese sotto la spinta dei manifestanti, per quanto numerosi e decisi, ma per volontà di una giunta militare che non gli ha lasciato altra scelta. Questo punto è essenziale per comprendere la violenza della repressione scatenata dall´ottobre scorso contro gli egiziani e le egiziane. L’esercito ha preso il potere, facendo credere che sarà il popolo a governare il Paese. Grave errore. Il popolo è rimasto per le vie e sulle piazze, e ha creduto di essersi sbarazzato dalla dittatura di un capo corrotto. Ma purtroppo la verità è un´altra: l´esercito ha mantenuto lo stato d´emergenza decretato 50 anni fa. Il 9 ottobre scorso, alcune auto blindate hanno investito 27 manifestanti che si ribellavano contro le aggressioni ai danni dei copti; e il 19 novembre lo stesso esercito ha ucciso 50 manifestanti e tradotto davanti a tribunali speciali migliaia di insorti, condannati a pene pesanti. L´esercito non intende cedere neppure un grammo del suo potere, e soprattutto dei suoi privilegi. Come già Sadat, Mubarak aveva colmato i militari di favori: sapeva che in questo modo li avrebbe placati, evitando un colpo di stato. Ma nel gennaio scorso, quando tra il clamore popolare milioni di persone hanno occupato piazza Tahrir, così come i rivoluzionari francesi avevano preso Place de la Bastille, i militari non potevano contrapporsi a quella forza popolare, quando già si contavano centinaia di morti e di dispersi. Hanno dunque giocato il gioco della rivolta, mentre in segreto si preparavano a prendere il potere. […]. I militari…stanno rubando la rivoluzione del popolo, mentre le elezioni danno favoriti i fratelli musulmani. Ora queste elezioni non sono democratiche, nella misura in cui si intende la democrazia come una cultura, una tradizione radicata nelle mentalità. In Egitto, come in Marocco e in Tunisia, la democrazia ha funzionato in quanto tecnica. Ma votare non basta per essere democratici: occorre difendere i valori fondamentali che sono alla base di un sistema democratico. Ora, la religione è incompatibile con la democrazia (si è ben visto ciò che ha dato la democrazia cristiana in Italia). Quella che aveva preso il nome di "primavera araba" sta perdendo i suoi colori, e trascolora oramai verso il rosso: rosso sangue”.
ElBaradei è troppo serio per farsi coinvolgere nel teatrino della politica egizia, che nominerà il presidente prima che sia approntata la nuova costituzione, che ne sancirà funzioni e relazioni rispetto agli altri poteri dello Stato. Chi accetterebbe di candidarsi per un incarico pubblico senza sapere quali saranno le sue mansioni, i suoi doveri, il suo effettivo potere decisionale e i suoi margini di discrezionalità? Solo dei candidati che hanno già un accordo sottobanco con l’esercito. Così funziona in Egitto (e non solo): anche se i fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza dei voti, non saranno loro ad esprimere il primo ministro, sebbene siano intenzionati a rispettare la laicità dello stato. Al potere resterà verosimilmente Kamal Ganzouri, il fantoccio della giunta militare, economista formato negli Stati Uniti, già premier sotto Mubarak. Come i militari credano di poter evitare una vera e propria rivoluzione è una domanda che finora non ha trovato risposta. Il re del Marocco, Muhammad VI, è riuscito a placare la popolazione accettando di nominare come primo ministro una figura proposta dalla maggioranza parlamentare. Ora l’Egitto, che è servito da modello per le proteste marocchine, è più autoritario della monarchia maghrebina!
Se si trattasse solo di una questione legata alle libertà ed ai diritti civili gli alti ufficiali non dovrebbero preoccuparsi poi molto. La rivolta egiziana è nata a causa del fortissimo rincaro dei generi di prima necessità e dell’aumento della disoccupazione:
non certo per l’iniziativa dei cosiddetti “fighetti di Tahrir”.
Il problema è che l’economia egiziana, come quella dell’eurozona, è messa davvero male
e ciò significa che i prossimi tumulti coinvolgeranno anche le masse contadine, ossia decine di milioni di persone, con molto poco da perdere.
ElBaradei sospetta che i Fratelli Musulmani saranno così contenti di mantenere la loro maggioranza parlamentare (i parlamentari del “nuovo corso”, appena eletti, sono per il 99% uomini e l’1% donne) e la possibilità di influenzare la stesura della nuova costituzione, che daranno via libera alla giunta militare per tutto il resto. Un accordo vantaggioso per entrambe le parti e disastroso per l’Egitto, che ha già visto un inciucio del genere, nel 2006, quando a 88 fratelli musulmani fu concesso di entrare in parlamento in cambio del loro sostegno al regime. Ora la Fratellanza Musulmana sarebbe un partner di maggioranza, con tutto l’interesse a coabitare con la vecchia élite, a spese dei cittadini.
Cittadini che, nettamente più svegli e scettici di quelli occidentali, hanno subodorato l’intrallazzo e stanno preparando una massiccia protesta in occasione dell’anniversario dell’inizio della “primavera araba”. Così, Hussein Tantawi, il 75enne comandante in capo dell'esercito egiziano, leader del Concilio Supremo Militare e dunque capo di stato, si è fatto portavoce della trita, becerissima retorica di ogni regime, ma che riecheggia sinistramente quella hitleriana: “L’Egitto fronteggia dei gravi pericoli, pericoli senza precedenti. Le forze armate sono la spina dorsale dell’Egitto e lo proteggono. Dei complotti minacciano questa spina dorsale e le forze armate sono state costrette a scendere in campo solo per proteggere l’Egitto dai nemici della nazione e del popolo”:
La realtà è ben diversa. L’esercito ha preso il potere, ha rimosso Mubarak e ha fatto piazza pulita (letteralmente) del movimento libertario, democratico e per una maggiore giustizia sociale, uccidendo, imprigionando e torturando migliaia di manifestanti ed attivisti, criminalizzando le manifestazioni e dichiarando, falsamente, che i rivoluzionari avevano rubato mezzi militari per poterli schiacciare senza pietà:
Questi spiacevoli sviluppi della “primavera araba” – questo mostruoso, visceralmente antidemocratico intreccio di fondamentalismo, militarismo e capitalismo –, non sono stati coperti adeguatamente dalla stampa occidentale, fin troppo entusiasticamente fissata sul mantra della primavera araba, diventato un pretesto per esportare militarmente la democrazia in Libia, Siria ed Iran, ma non nelle tirannie della penisola arabica, alleate dell’Occidente: 

SIRIA
Stando ad un sondaggio della Qatar Foundation, il 55% dei Siriani non vuole che Assad abbandoni la guida della nazione:
Si tenga conto del fatto che il Qatar è una delle nazioni più anti-Assad sulla faccia della terra:
e dunque difficilmente potrebbe pubblicare un risultato favorevole ad Assad, se non fosse vero.
Il Qatar aveva già inviato clandestinamente centinaia di soldati in Libia a combattere Gheddafi:
In una guerra della disinformazione che si è risolta senza una singola prova che Gheddafi stesse massacrando la popolazione:
e con il black-out su quel che sta succedendo nella Libia democratica:
Ora, a proposito della Siria, i media stanno ancora una volta ribaltando la realtà.
La maggior parte dei giornalisti italiani lo fa in buona fede, convintamente partecipe di una crociata umanitaria, sicura che i capi della ribellione non mentirebbero mai sul numero di morti (sic!). Anche molti politici italiani sono in buona fede. La loro colpa è quella di essere pigri, di avere la presunzione di sapere molto più di quel che sanno e di fidarsi di poche fonti smaccatamente di parte e prone alla volontà di chi vuole procedere con la scaletta delle guerre imperialiste.
Delle persone serie avrebbero già scoperto da tempo che la stessa “capitale dell’insurrezione”, Homs, è una città in buona parte favorevole ad Assad:
e che i giornalisti occidentali che ascoltano sempre e solo le testimonianze dei ribelli che li accompagnano senza mai nepure chiedere prove che quel che affermano è vero stanno vergognosamente tradendo la loro etica professionale:
I pochi giornalisti occidentali che sanno fare il loro mestiere ci lasciano le penne. Penso, ad esempio, a Gilles Jacquier, che stava documentando un corteo pro-Assad, quasi 10 anni dopo il primo tentativo di assassinarlo, nei Territori Occupati (2002), per mano dei soldati israeliani:
L’ipocrisia occidentale si spinge al punto di celebrare gli osservatori della Lega Araba finché le loro valutazioni sono in linea con la volontà dei governi euro-americani (es. Libia, almeno inizialmente) e di condannarli quando invece rivelano che la situazione in Siria è ben diversa da quella descritta dai media “liberi” delle democrazie occidentali, enfatizzando il dissenso di un singolo osservatore su 165:
Delle persone serie, che rispettano i propri lettori ed elettori, avrebbero preso in considerazioni le informazioni fornite da un ex agente della CIA, Philip Giraldi e riguardanti il coinvolgimento NATO nella destabilizzazione della Siria, che prevede persino l’afflusso di quegli stessi guerriglieri “fondamentalisti islamici” (pecunia non olet) che hanno già combattuto in Libia:
o il punto di vista di un ex ministro canadese:

IRAN
L’Iran è l’ultima tappa. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che boicotteranno qualunque nazione che comprerà petrolio dall’Iran. Cina e India non sembrano intenzionati a prendere sul serio questo ricatto. Il Giappone, una colonia americana come l’Italia, lo farebbe, se se lo potesse permettere, ma dopo Fukushima e la sospensione delle attività di varie centrali atomiche, non può permetterselo. È possibile che questa minaccia rafforzi le fazioni nazionalistiche ed antiamericane che, purtroppo, sono anche anti-democratiche. La Corea del Sud dipende, come il Giappone, dall’economia cinese: cosa deciderà di fare? Poi c’è l’Italia, che dipende dalle forniture libiche e iraniane ed è sull’orlo della recessione e ci sono quei paesi dell’America Latina “neobolivariani”, che sembrano intenzionati a sfidare gli Stati Uniti:
L’appello statunitense potrebbe rivelare che le alleanze americane sono molto più gracili di quel che ci si potrebbe aspettare e che la superpotenza ha i piedi d’argilla:
L’Iran non può certamente permettersi di restare isolato, piegato sotto l’embargo. Se vuole può chiudere lo Stretto di Ormuz e se sarà costretto lo farà. Gli Stati Uniti lo considererebbero un atto di guerra. La Russia ha spiegato che un attacco americano all’Iran sarebbe considerato una minaccia alla sua sicurezza. La Cina ha detto la stessa cosa riguardo al Pachistan, che è ai ferri corti con gli Stati Uniti. È come Sarajevo 1914: un colpo di pistola (un lancio di missile) e ci sarà un effetto domino che causerà un conflitto mondiale:
ed una susseguente pandemia?
Eppure, NON ESISTE ANCORA UN MOVIMENTO DI MASSA CONTRO LA GUERRA. La crisi economica sembra aver attirato su di sé tutta l’attenzione del mondo. La gente non riesce a capacitarsi del fatto che qualcuno possa davvero arrivare alla guerra. Obama, il premio Nobel per la Pace? Hillary Clinton? Impossibile. E invece…

domenica 6 novembre 2011

L'Egitto prima e dopo la sollevazione - plus ça change, plus c'est la même chose




Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?
Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, “Il Gattopardo”

Le sollevazioni in Egitto e Tunisia è stata spontanea ma sarebbe ingenuo credere che lo scacchiere mediterraneo e quello mediorientale siano lasciati alla mercé della società civile. Non è successo in Sudafrica, purtroppo, dove l’eredità di Mandela è già un ricordo; non succederà lì. Troppi interessi forti stanno già muovendo le loro pedine per riprendere il controllo della situazione, delle risorse energetiche, di Suez, del Mediterraneo nel suo complesso.
Non si può prevedere precisamente cosa succederà, ma si può immaginare che arriverà il momento in cui la gente si accorgerà che il “tajdid” è rimasto solo sulla carta e che al potere ci sono andati dei trasformisti camuffati da innovatori, con l’avallo delle forze armate. Allora la reazione rischierà di essere quella della violenza cieca, che conduce alla rovina, perché è quello che vogliono i burattinai (i cosiddetti “poteri forti”): una mandria imbestialita e spaventata, non esseri umani consapevoli, determinati e coraggiosi.

L’EGITTO DI IERI
Queste erano le opinioni di alcuni studiosi occidentali molto qualificati sulla situazione dell’Egitto al momento della transizione, quando si nutrivano speranza che parevano fondate:
“I Fratelli Musulmani sono da lungo tempo il bersaglio privilegiato di un regime che li ha costantemente stigmatizzati secondo la falsa alternativa: “il mio autoritarismo o quello, molto peggiore, degli islamisti”. […]. Sono le forze dell’ordine del regime che torturano ed assassino impunemente da trent’anni, non i Fratelli Musulmani. […]. Penso, in definitiva, che si sia voltata la pagina delle tentazioni autoritarie e che sia percorribile la strada di un’alleanza tra islamici e laici, come succede in diversi paesi, tra i quali lo Yemen e il Libano…ma le modalità della transizione saranno almeno in parte condizionate dall’atteggiamento della comunità internazionale, a seconda che essa si comporti come ha fatto dal 2006 nei confronti di Hamas (che ha cercato di far cadere in ogni modo) o, al contrario, che accetti di rispettare il verdetto delle urne”.
François Burgat (politologo al CNRS), “La tentazione autoritaria appartiene al passato!” Le Monde, 2 febbraio 2011
*****
“Questi stati non sono semplici prosecuzioni dei precedenti regimi post-coloniali, bensì dirette emanazioni della globalizzazione neo-liberista che ha fatto nascere qui, come in altre parti del mondo, un nuovo tipo di sistema politico: lo stato neo-autoritario globalizzato. […] In campo politico il passaggio al neo-autoritarismo nel mondo arabo è stato caratterizzato dall'introduzione (in alcuni casi il ripristino) delle istituzioni liberal-democratiche - multipartitismo, costituzioni, corti costituzionali, leggi di garanzia sulla stampa e l'associazionismo - non per consentire una partecipazione politica democratica, bensì per creare canali di mobilitazione e cooptazione finalizzati al sostegno e alla permanenza al potere del regime, il cui strumento più evidente è la manipolazione dei processi elettorali. […]. Se proviamo ad applicare questa descrizione generale ai casi concreti ritroviamo, con poche varianti locali, il succo delle politiche portate avanti da Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania e persino dall'Arabia saudita dagli anni Novanta ad oggi. Il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti ed è la causa delle rivolte arabe in corso: le politiche neo-liberiste hanno arricchito le élite di regime e privato i cittadini normali delle garanzie in materia di sanità, istruzione, salari minimi che, seppur in modo corrotto ed insufficiente, i precedenti stati sociali riuscivano ad offrire. La crescita economica dei primi anni 2000 non è stata reinvestita nella creazione di posti di lavoro, bensì in attività economiche speculative a vantaggio delle élite, e la disoccupazione, specie giovanile, è esplosa, mentre alle classi medie, sempre più deboli, e alle classi povere, sempre più povere, non venivano ridistribuite che briciole, ad esempio attraverso i sussidi al prezzo di qualche prodotto essenziale. Con la crisi economica mondiale del 2008 non sono rimaste neanche le risorse necessarie per queste minime politiche redistributive e la crisi socio-economica dei paesi arabi è scoppiata in tutta la sua ampiezza. Dunque il neo-autoritarismo frutto della globalizzazione è la causa delle rivolte arabe di oggi e solo il cambiamento, in tutti i settori, delle strutture di potere che sostengono questo tipo di sistema in ciascun paese può permettere la costituzione di sistemi davvero nuovi, capaci di esprimere e rappresentare gli interessi di tutte le componenti sociali”.
Laura Guazzone, “Un'opportunità storica a rischio di cambi solo cosmetici”, Il Manifesto, 11 febbraio 2011.
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“La fine del regime di Mubarak dimostra la falsità dei pregiudizi diffusi: gli Arabi rifiutano la democrazia, l’Islam è incompatibile con la sovranità popolare, l’autorità degli autocrati è salda. I manifestanti in favore della democrazia erano spinti da una serie di rivendicazioni politiche ed economiche di lunga data: mancanza di democrazia, crescente divario tra una minoranza di ricchi e la classe media e i poveri, corruzione endemica, crescita dei prezzi degli alimenti, alti livelli di disoccupazione, mancanza di opportunità e prospettive per i giovani. Gli egiziani hanno voluto riprendersi la dignità e il controllo sulle loro vite, porre fine alla corruzione, pretendere trasparenza e assunzione di responsabilità, lo stato di diritto, diritti umani e in particolar modo il diritto di decidere chi debba governare l’Egitto ed il suo futuro. Le insurrezioni in Tunisia ed in Egitto hanno rivelato un movimento democratico molto ampio che non è guidato da una singola ideologia o da estremisti religiosi. […] E’ tempo di guardare ai fatti. A partire dalla fine del secolo scorso, lungi dal promuovere l’integralismo religioso, i Fratelli Musulmani, come altri candidati e partiti politici ispirati dall’Islam in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Libano, Turchia, Giordania, Kuwait, Bahrain, Pakistan, Malesia e Indonesia, hanno scelto la via del voto, non del botto (“ballots, not bullets”). Tra i nemici e critici più vigorosi dei Fratelli ci sono stati i militanti egizi, compreso l’al-Qaedista Ayman al-Zawahiry. Per decine di anni, i Fratelli Musulmani, sebbene ufficialmente illegali, hanno dimostrato di rappresentare la più vasta ed efficace opposizione nonviolenta nella società egizia…Al contrario, il governo Mubarak, per decenni, ha usato mezzi repressivi, brogli elettorali e la violenza dei suoi gorilla per intimidire e vessare le opposizioni laiche e religiose. […] Ad ogni modo i Fratelli Musulmani non hanno dato l’avvio alle proteste e molti esperti ritengono che possano contare su uno zoccolo duro di elettori che non supera il 25%....In definitiva, come tutti gli altri Egiziani, hanno il diritto di partecipare alle elezioni e di essere rappresentati al governo”.
John L. Esposito, “Does the New Dawn in Egypt Require a New Framework for U.S.-Middle East Relations?”, Huffington Post, 14 febbraio 2011
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“Per gli islamisti radicali queste rivolte sono, invece, una cocente sconfitta. Il "leninismo religioso" jihadista ha sempre perseguito una logica azione-repressione-insurrezione destinata, nelle intenzioni, a sfociare nell'instaurazione dello Stato islamico. Un progetto fallito: le masse degli "autentici credenti" non hanno seguito le avanguardie. […]. Una duplice sconfitta, quella degli islamisti radicali, perché essi soccombono anche agli odiati rivali neotradizionalisti, come i gruppi di filiera Fratelli Musulmani, che nei nuovi regimi potranno perseguire la via dell'islamizzazione "dal basso" proponendosi come alternativa politica e contraendo ulteriormente lo spazio delle schegge impazzite che ciclicamente rimpinguano il radicalismo jihadista. A evocare il fantasma qaedista sono anche i neocon elettivi di ogni latitudine, privati di un formidabile argomento mobilitante. Accade anche in Italia: non a caso Berlusconi ha messo più l'enfasi sul pericolo del fondamentalismo islamico che sul massacro in corso”.
Renzo Guolo “Ma il fantasma di Al Qaeda non si aggira nel deserto” La Repubblica 25 febbraio 2011.
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“L’Occidente cosa deve fare? «Togliersi i paraocchi con cui da 30 anni guarda al mondo arabo: quella paura del nemico Islam, quel modo di vedere ogni movimento in quella zona di mondo come frutto dell´estremismo. È uno schema vecchio, legato alla rivoluzione islamica in Iran: ma attraverso questo schema abbiamo giudicato ogni fenomeno legato a questa zona del mondo, dall´immigrazione alla politica. Oggi è tutto diverso: l´Occidente deve smettere di non credere nei giovani arabi. E deve smettere di tifare per una transizione tranquilla a scapito della democrazia, solo perché, come in Egitto, la transizione è guidata da un esercito pagato dagli Usa. Non ci sarà stabilità solo con la transizione, la stabilità arriverà con la democrazia: la gente vuole democrazia, occorre lavorare per mettere fine alla corruzione e promuovere lo sviluppo economico. Puntare a vere elezioni da cui escano parlamenti rappresentativi, che possano scrivere costituzioni vere”.
Olivier Roy, "La primavera araba non si fermerà il popolo pretende la democrazia", intervista alla Repubblica, lunedì 28 Febbraio 2011.

L’EGITTO DI OGGI
Arresti indiscriminati di attivisti per i diritti umani ed un sistema giudiziario più giusto, protagonisti della rivolta, già arrestati sotto Mubarak:
e di blogger colpevoli di aver espresso le loro opinioni:
strumentalizzazione da parte della giunta militare degli scontri interreligiosi:
più in generale, torture, arresti di massa, militarizzazione dello Stato, leggi emergenziali, posticipazione delle elezioni a data da destinarsi:
“Il rischio è che le forze militari riescano ad assicurarsi il governo dell’Egitto senza condurlo ad una condizione di vera democrazia come quella auspicata dal popolo che si è ribellato ad inizio 2011. Gli attivisti continuano la loro lotta e chiedono una giornata internazionale per sottolineare la necessità di difendere la rivoluzione ed opporsi ai generali dell’esercito”.

L’EGITTO DI DOMANI?
Il nuovo Parlamento dovrebbe riunirsi per la prima volta il 17 marzo del 2012, rapporti Israele-Iran permettendo. Se il futuro governo continuerà sulla strada delle riforme “cosmetiche”, magari sfruttando l’instabilità medio-orientale, scoppierà una rivoluzione sanguinosa. 

venerdì 21 ottobre 2011

la cosiddetta "primavera araba"



La posizione di Israele nel mondo si fa ogni giorno più delicata. La Turchia ha rotto le relazioni diplomatiche per le mancate scuse sull’attacco sanguinoso alla “Mavi Marmara”, l'ammiraglia della Freedom Flotilla. La recente incursione israeliana che ha causato l’uccisione di cinque soldati egiziani è stata motivata dall’accusa israeliana all’Egitto di ospitare gruppi terroristici nel Sinai. Nel 2006 una situazione analoga è sfociata nella guerra del Libano. Negli Stati Uniti i più accaniti sionisti sono gli esponenti della Destra cristiana, che sono però quasi tanto antisemiti quanto sono islamofobi. Khaled Fouad Allam, sociologo ed editorialista della Repubblica e del Sole 24 Ore, invitato alla manifestazione “Oriente Occidente”dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è perciò comprensibilmente preoccupato per la piega che stanno prendendo gli eventi. Intervistato sul tema “Lo sguardo di Israele e della Palestina di fronte alle rivolte arabe. Effetti e prospettive”, ha spiegato al folto pubblico presente che l’unica soluzione alla questione arabo-israeliana è percorrere la strada della giustizia, ossia la nascita di uno stato palestinese: “se non lo si farà c’è il rischio di una conflagrazione anche più grande di quella del Novecento. Non voglio neppure immaginare cosa potrebbe accadere”. Quel che manca, però, è la volontà politica di dar seguito al “risveglio delle coscienze, alla nascita di una coscienza collettiva, di una comunione umana di fronte al degrado”, un fenomeno che si sta verificando in tutto il mondo a causa della crisi globale e che porta con sé la legittima richiesta di una vera cultura della pace, che “non è fatta di retorica e di marce, ma di una autentica riconversione interiore, che non può avvenire se prima non c’è la giustizia”. Ad Allam non piace l’espressione “risveglio arabo”: “la storia del secolo scorso è stata piena di risvegli arabi, soffocati nel sangue. Questa volta la gente è riuscita a farsi sentire, a conquistarsi la copertura mediatica, ma non è detto che abbia vinto. In Egitto l’islamo-nazionalismo, l’alleanza tra militari e fratellanza islamica, sta scippando la rivoluzione ai cittadini, ed in particolare alle donne, agli omosessuali ed alle minoranze religiose”. La battaglia per la democrazia, ha chiarito lo studioso di padre algerino e madre siriana, è una battaglia per l’uguaglianza che richiede tempi lunghissimi, ma“non sembra che gli Europei siano particolarmente entusiasti nel sostenerla in Tunisia ed in Egitto”. Non è una sorpresa, aggiunge amaramente: “i politici di oggi sono più mediocri che autentici, a causa del divorzio tra politica e cultura che si è consumato negli ultimi decenni. Queste persone non hanno alcuna esperienza della sofferenza, delle tragedie, della catastrofe della seconda guerra mondiale, non possono capire le sofferenze altrui. Non sono profetici e non saprebbero come esserlo. Non hanno alcun interesse a riunificare i popoli e sono troppo schiavi del consenso, in un vuoto di significato che, nel mondo arabo, ha portato alle rivolte. Se la politica è l’arte del vivere assieme, cosa ci si può attendere –ha concluso Allam – da politici che non citano neanche più poeti e filosofi?”.
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La sollevazione in Egitto e Tunisia è stata spontanea ma sarebbe ingenuo credere che lo scacchiere mediterraneo e quello mediorientale siano lasciati alla mercè della società civile. Non è successo in Sudafrica, purtroppo, dove l’eredità di Mandela è già un ricordo; non succederà lì.

Troppi interessi forti stanno già muovendo le loro pedine per riprendere il controllo della situazione, delle risorse energetiche, di Suez, del Mediterraneo nel suo complesso. Chi è Omar Suleiman, figura che determinerà la politica egiziana dei prossimi anni, da dietro le quinte? Uomo dei servizi segreti, probabile torturatore, stretti rapporti con la CIA, amico di Israele. Temo che le cose non andranno diversamente altrove.

Non si può prevedere cosa succederà, ma si può immaginare che arriverà il momento in cui la gente si accorgerà che il “tajdid” è rimasto solo sulla carta e che al potere ci sono andati dei trasformisti camuffati da innovatori. Allora la reazione rischierà di essere quella della violenza cieca, che conduce alla rovina, perché è quello che vogliono i burattinai: una mandria imbestialita e spaventata, non esseri umani consapevoli, determinati e coraggiosi.

Studiosi da tenere d'occhio: Laura Guazzone, François Burgat, Renzo Guolo, John L. Esposito, Frédéric Volpi, Olivier Roy, Massimo Campanini, Eberhard Kienle, Burhan Ghalioun.
Riporto, a beneficio della discussione, le opinioni di una serie di esperti occidentali.
François Burgat (politologo al CNRS), la tentazione autoritaria appartiene al passato! Le Monde, 2 febbraio 2011 “I Fratelli Musulmani sono da lungo tempo il bersaglio privilegiato di un regime che li ha costantemente stigmatizzati secondo la falsa alternativa: “il mio autoritarismo o quello, molto peggiore, degli islamisti”. […]. Sono le forze dell’ordine del regime che torturano ed assassino impunemente da trent’anni, non i Fratelli Musulmani. […]. Penso, in definitiva, che si sia voltata la pagina delle tentazioni autoritarie e che sia percorribile la strada di un’alleanza tra islamici e laici, come succede in diversi paesi, tra i quali lo Yemen e il Libano…ma le modalità della transizione saranno almeno in parte condizionate dall’atteggiamento della comunità internazionale, a seconda che essa si comporti come ha fatto dal 2006 nei confronti di Hamas (che ha cercato di far cadere in ogni modo) o, al contrario, che accetti di rispettare il verdetto delle urne”.
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Laura Guazzone, Un'opportunità storica a rischio di cambi solo cosmetici, Il Manifesto, 11 febbraio 2011
“Questi stati non sono semplici prosecuzioni dei precedenti regimi post-coloniali, bensì dirette emanazioni della globalizzazione neo-liberista che ha fatto nascere qui, come in altre parti del mondo, un nuovo tipo di sistema politico: lo stato neo-autoritario globalizzato. […] In campo politico il passaggio al neo-autoritarismo nel mondo arabo è stato caratterizzato dall'introduzione (in alcuni casi il ripristino) delle istituzioni liberal-democratiche - multipartitismo, costituzioni, corti costituzionali, leggi di garanzia sulla stampa e l'associazionismo - non per consentire una partecipazione politica democratica, bensì per creare canali di mobilitazione e cooptazione finalizzati al sostegno e alla permanenza al potere del regime, il cui strumento più evidente è la manipolazione dei processi elettorali. […]. Se proviamo ad applicare questa descrizione generale ai casi concreti ritroviamo, con poche varianti locali, il succo delle politiche portate avanti da Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania e persino dall'Arabia saudita dagli anni Novanta ad oggi. Il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti ed è la causa delle rivolte arabe in corso: le politiche neo-liberiste hanno arricchito le elite di regime e privato i cittadini normali delle garanzie in materia di sanità, istruzione, salari minimi che, seppur in modo corrotto ed insufficiente, i precedenti stati sociali riuscivano ad offrire. La crescita economica dei primi anni 2000 non è stata reinvestita nella creazione di posti di lavoro, bensì in attività economiche speculative a vantaggio delle elite, e la disoccupazione, specie giovanile, è esplosa, mentre alle classi medie, sempre più deboli, e alle classi povere, sempre più povere, non venivano ridistribuite che briciole, ad esempio attraverso i sussidi al prezzo di qualche prodotto essenziale. Con la crisi economica mondiale del 2008 non sono rimaste neanche le risorse necessarie per queste minime politiche redistributive e la crisi socio-economica dei paesi arabi è scoppiata in tutta la sua ampiezza. Dunque il neo-autoritarismo frutto della globalizzazione è la causa delle rivolte arabe di oggi e solo il cambiamento, in tutti i settori, delle strutture di potere che sostengono questo tipo di sistema in ciascun paese può permettere la costituzione di sistemi davvero nuovi, capaci di esprimere e rappresentare gli interessi di tutte le componenti sociali”.
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John L. Esposito, Huffington Post, 14 febbraio 2011
“La fine del regime di Mubarak dimostra la falsità dei pregiudizi diffusi: gli Arabi rifiutano la democrazia, l’Islam è incompatibile con la sovranità popolare, l’autorità degli autocrati è salda. I manifestanti in favore della democrazia erano spinti da una serie di rivendicazioni politiche ed economiche di lunga data: mancanza di democrazia, crescente divario tra una minoranza di ricchi e la classe media e i poveri, corruzione endemica, crescita dei prezzi degli alimenti, alti livelli di disoccupazione, mancanza di opportunità e prospettive per i giovani. Gli egiziani hanno voluto riprendersi la dignità e il controllo sulle loro vite, porre fine alla corruzione, pretendere trasparenza e assunzione di responsabilità, lo stato di diritto, diritti umani e in particolar modo il diritto di decidere chi debba governare l’Egitto ed il suo futuro. Le insurrezioni in Tunisia ed in Egitto hanno rivelato un movimento democratico molto ampio che non è guidato da una singola ideologia o da estremisti religiosi. […] E’ tempo di guardare ai fatti. A partire dalla fine del secolo scorso, lungi dal promuovere l’integralismo religioso, i Fratelli Musulmani, come altri candidati e partiti politici ispirati dall’Islam in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Libano, Turchia, Giordania, Kuwait, Bahrain, Pakistan, Malesia e Indonesia, hanno scelto la via del voto, non del botto (“ballots, not bullets”). Tra i nemici e critici più vigorosi dei Fratelli ci sono stati i militanti egizi, compreso l’al-Qaedista Ayman al-Zawahiry. Per decine di anni, i Fratelli Musulmani, sebbene ufficialmente illegali, hanno dimostrato di rappresentare la più vasta ed efficace opposizione nonviolenta nella società egizia…Al contrario, il governo Mubarak, per decenni, ha usato mezzi repressivi, brogli elettorali e la violenza dei suoi gorilla per intimidire e vessare le opposizioni laiche e religiose. […] Ad ogni modo i Fratelli Musulmani non hanno dato l’avvio alle proteste e molti esperti ritengono che possano contare su uno zoccolo duro di elettori che non supera il 25%....In definitiva, come tutti gli altri Egiziani, hanno il diritto di partecipare alle elezioni e di essere rappresentati al governo”.
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Renzo Guolo “Ma il fantasma di Al Qaeda non si aggira nel deserto” La Repubblica 25 febbraio 2011
Per gli islamisti radicali queste rivolte sono, invece, una cocente sconfitta. Il "leninismo religioso" jihadista ha sempre perseguito una logica azione-repressione-insurrezione destinata, nelle intenzioni, a sfociare nell'instaurazione dello Stato islamico. Un progetto fallito: le masse degli "autentici credenti" non hanno seguito le avanguardie. […]. Una duplice sconfitta, quella degli islamisti radicali, perché essi soccombono anche agli odiati rivali neotradizionalisti, come i gruppi di filiera Fratelli Musulmani, che nei nuovi regimi potranno perseguire la via dell'islamizzazione "dal basso" proponendosi come alternativa politica e contraendo ulteriormente lo spazio delle schegge impazzite che ciclicamente rimpinguano il radicalismo jihadista. A evocare il fantasma qaedista sono anche i neocon elettivi di ogni latitudine, privati di un formidabile argomento mobilitante. Accade anche in Italia: non a caso Berlusconi ha messo più l'enfasi sul pericolo del fondamentalismo islamico che sul massacro in corso.
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"La primavera araba non si fermerà il popolo pretende la democrazia", intervista a Olivier Roy la Repubblica Lunedì 28 Febbraio 2011
“L´Occidente cosa deve fare? «Togliersi i paraocchi con cui da 30 anni guarda al mondo arabo: quella paura del nemico Islam, quel modo di vedere ogni movimento in quella zona di mondo come frutto dell´estremismo. È uno schema vecchio, legato alla rivoluzione islamica in Iran: ma attraverso questo schema abbiamo giudicato ogni fenomeno legato a questa zona del mondo, dall´immigrazione alla politica. Oggi è tutto diverso: l´Occidente deve smettere di non credere nei giovani arabi. E deve smettere di tifare per una transizione tranquilla a scapito della democrazia, solo perché, come in Egitto, la transizione è guidata da un esercito pagato dagli Usa. Non ci sarà stabilità solo con la transizione, la stabilità arriverà con la democrazia: la gente vuole democrazia, occorre lavorare per mettere fine alla corruzione e promuovere lo sviluppo economico. Puntare a vere elezioni da cui escano parlamenti rappresentativi, che possano scrivere costituzioni vere”.