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sabato 28 gennaio 2012

Il Grande Pacificatore, l'androginia e l'equilibrio tra bene e male





For a New World Order to live well


La società di oggi non accetta facilmente la mia esistenza…Se mi guardo attorno, non c’è un luogo dove mi senta accettato. Non c’è qualcuno con cui poter parlare della domanda filosofica più importante: ‘Perché viviamo?’ Le menti dei miei compagni di scuola sono troppo impegnate a preparare i test d’ingresso alle scuole superiori e non si possono permettere di parlare delle apprensioni del cuore. Nell’educazione contemporanea si pone l’accento sul come realizzare l’obiettivo di passare il test d’ingresso piuttosto che discutere di questioni relative alla dignità umana. Non si capisce quanto importante sia pensare e parlare dei problemi della vita.

Studente giapponese, intervistato dalla filosofa ed educatrice giapponese Naoko Saito

L'idea della congiunzione degli opposti - la coincidentia oppositorum - che accomuna tanto il pensiero di Jung quanto quello di Eliade alla tradizione orientale e al pensiero mistico - non solo anima una più vasta concezione dell'essere umano in quanto unità psico-soma e unità microcosmo-macrocosmo ma diventa anche uno dei motivi che ritornano con forza all'interno della cultura del Novecento, sia come forza di un archetipo che si impone autonomamente, sia come fascinazione di un'idea che permette di riscoprire e attivare l'archetipo operante in ogni individuo.
Aldo Carotenuto, Jung e la cultura del XX secolo, Milano: Bompiani, 1995, pp. 77-78

I fattori che si uniscono nella Coniunctio sono intesi come opposti, i quali si fronteggiano ostilmente o si attraggono amorevolmente l’un l’altro.
C. G. Jung, “Mysterium Coniunctionis”

Lorsqu'on est appelé à régénérer un État, ce sont des principes constamment opposés qu'il faut suivre.
[Quando si è chiamati a rigenerare lo Stato, occorre seguire dei principi che siano in costante opposizione]
Napoleone Bonaparte

Gesù disse loro: “Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno”.
Tommaso, 22.

Simon Pietro gli disse, "Lasciate che Maria se ne vada, poiché le donne non meritano la vita" Gesù disse, "Io stesso la guiderò in modo da farla maschio, così anche lei potrà diventare uno spirito vivente somigliante a voi maschi. Poiché ogni donna che farà se stessa maschio, entrerà il Regno dei Cieli”.
Tommaso, 114.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che arreca gaiwoh (equanimità, virtuosità), skenon (salute) e gashasdenshaa (potere). Gaiwoh è la giustizia realizzata tra uomini e nazioni ma è anche l’aspirazione a vedere che la giustizia prevalga. È un desiderio più forte del piacere e del bisogno di avere ragione: è un tipo di amore. Skenon è chiarezza di intendimento e integrità fisica, due precondizioni per l’ottenimento della vera pace. Gashasdenshaa è l’autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali. La società ideale è quella della casa comune in cui ciascuno ha il suo focolare, ma si convive sotto lo stesso tetto. Là il pensare rimpiazza l’uccidere.
Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago, per convertirlo. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – ed assomiglia anche a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore ce la fa con un trucco. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il cattivo sta per preparare il suo pasto umano, cosicché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo. Scioccato, Atotarho cade in depressione, ma il Grande Pacificatore lo aiuta: lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso del male per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). La chiave della conversione è la volonà di non imporre la verità o la spiritualità su chi non è pronto a riceverla. Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante. Viene “sconfitto” e si converte quando in lui si risveglia la consapevolezza del potere dell’amore e della sapienza che è in lui. All’intensità della sua resistenza – non ascolta ragione, non sono gli argomenti a persuaderlo – corrisponde l’intensità della sua bontà. In questa tradizione irochese il male degli uomini è bontà malindirizzata e malconcepita, malintesa, è amore che opera spinto da una paura sbagliata, uno sforzo equivocato nei mezzi e nelle finalità, uno spirito aggiogato ad un padrone disperato, energia umana sprecata, guastata e deviata dal suo corso migliore.
In generale penso che sia così, ma c’è almeno un’importante eccezione:

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Gli antropologi hanno spesso notato che le comunità dei popoli “tradizionali” erano spesse bipartite in una metà bassa ed una alta, Terra e Cielo, estate e inverno, pace e guerra, femminile e maschile, legate da rapporti al tempo stesso di rivalità e di cooperazione ed accompagnate da una gestione duale dei poteri da parte di un capo civile e di uno religioso. Nell’ambito mitologico la bipartizione trova riscontro nel mito delle origini, che assegna a due eroi culturali, talora gemelli o comunque fratelli, il merito di aver fondato la comunità, mentre, nella concezione dell’universo, alla bipartizione del gruppo sociale corrisponde quella del resto dell’universo degli esseri e delle cose dell’universo, distinti ed aggregati per accoppiamento di opposti: Rosso e Bianco, Chiaro e Scuro, Giorno e Notte, Nord e Sud, Est ed Ovest, Cielo e Terra. Questo stesso aspetto è evidente anche in Cina, dove la polarizzazione yin-yang, che si manifesta già nelle realizzazioni artistiche di epoca shang, mostra la tensione verso una coincidentia oppositorum, una congiunzione che risulta evidente nell’iconografia che mostra gufi con occhi solari ed emblemi della luce adornati con simboli della notte e dell’oscurità, in modo da rappresentare la ciclicità del processo di alternanza tra le due manifestazioni cosmiche complementari.
In Grecia abbiamo Dioniso e Apollo, che varie raffigurazioni ritraggono come androgini. Lo spirito apollineo è razionale, formale, luminoso ed armonico, all’insegna misura e proporzione. Lo spirito dionisiaco è estatico, creativo, oscuro, all’insegna della passione sensuale. Eros e Thanatos, l’impulso creativo e limpulso entropico/distruttivo (anche autodistruttivo).
Empedocle insegnava che l’universo è in costante metamorfosi, si genera e decade, grazie a Amore e Discordia/Odio, che operano in tutto ciò che è animato e in tutto ciò che è inanimato. Eros unisce tutte le forme di vita e Thanatos le separa e le disperde. Composizione e decomposizione sono forze di eguale intensità, eterne e mescolate in ugual misura in tutte le cose, in un’interazione necessaria.
Gesù il Cristo è un maestro delle contraddizioni, delle antinomie. Esaminiamo alcune delle sue parabole:
Buon Samaritano: il “degenerato” è un giusto, il “giusto” è un degenerato. Vignaioli: i primi saranno gli ultimi, gli ultimi saranno i primi. Figliol Prodigo: il ribelle è festeggiato, l’obbediente si ribella. L’esattore delle tasse e i farisei: il peccatore è salvato, il salvato è peccatore. Il seminatore: l’abbondanza di semi non garantisce una buona mietitura, pochi semi possono dare buoni frutti. Giudizio Finale: chi sembra celebrare il Cristo è invece servo dell’Anti-Cristo e chi è perseguitato è invece il vero credente. La pecora perduta: quella persa vale più delle 99 salvate.
Analogamente, il vangelo greco degli Egiziani, che è databile tra la fine del I secolo e la metà del secondo secolo a.C., descrive il modo in cui sarà possibile avere accesso al Regno di Dio:quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”. La Seconda lettera di Clemente, analogamente, riporta: “interrogato da qualcuno su quando verrà il Regno, il Signore stesso rispose: “quando i due saranno uno, il fuori come il dentro e il maschio con la femmina né maschio né femmina”.
Anche nei vangeli canonici il superamento (limitatamente alla sfera psicologica e spirituale) del dimorfismo sessuale è implicito nella risposta di Gesù agli apostoli che gli chiedono cosa si debba fare per assicurarsi un posto nel Regno dei Cieli: “Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. (Matteo 18, 2-4). Come pure negli effetti della gloria: “E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità” (Giovanni, 17:22-23). Paolo di Tarso esprime una posizione assolutamente conforme: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3, 28). Che riafferma in una diversa epistola (Colossesi, 3, 8-11): “Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”.

Le tradizioni che oggi consideriamo primitive ci educherebbero, se badassimo ai loro precetti. Ci siamo pericolosamente imbarbariti. Pericolosamente per noi e per tutto ciò che ci circonda.
Come abbiamo visto, vi è una diffusione planetaria e trans-temporale di riti e miti riguardanti la ricomposizione unitaria della coppia binaria, indice del riconoscimento universale dell’importanza del principio della coincidenza degli opposti.
Apprendiamo che le parti sono in equilibrio, si incontrano e fondono agli estremi, due metà di un cerchio. Nel punto di congiunzione dei semicerchi si crea un perfetto equilibrio. Senza una metà non c’è l’altra, senza oscurità non c’è luce, in un grande ciclo naturale pedagogico (caduta e redenzione).
Apprendiamo che l’equilibrio è naturale. Una parte della creazione procede verso lo squilibrio (che considera equilibrio) e l’altra verso l’equilibrio: assieme generano un equilibrio dinamico. Le forze opposte nella natura si incontrano ed il risultato può essere una polarizzazione in un senso o nell’altro, oppure si può raggiungere un equilibrio simmetrico, o un equilibrio parziale su un versante o sull’altro. Ogni potenziale si realizza nei punti di intersezione. Tutto è parte dell’equilibrio che compone ciò che chiamiamo Universo, o Creazione. 
È possibile ipotizzare – è lecito augurarsi – che la condizione di evidente decadenza del presente sia il modo in cui il sistema può ritrovare un equilibrio simmetrico:

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I popoli che gli Europei hanno considerato incivili intendevano la pace in modo molto diverso dal nostro, che corrisponde da vicino alla quiete che segue la vittoria di una fazione sull’altra (cf. Napolitano che ingiunge agli Italiani di perseguitare gli antisemiti ovunque essi siano, in manifesta violazione dei principi costituzionali). La loro pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male”. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta. Persino la guerra era inclusa nell’idea di pace, una guerra condotta in un certo modo e con certe motivazioni. L’assolutismo pacifista era completamente estraneo alla loro mentalità ed è un’invenzione della modernità europea.
Vivere in pace significava accogliere la vita in tutti i suoi aspetti, le quattro direzioni cardinali, tutte le creature.
Il contrario di questo significato della pace e della giustizia è quello che divide e separa le parti della realtà e le mantiene distinte, un moralismo che sminuisce l’interconnessione della vita. Ci sono cose che vanno distrutte e persone che vanno uccise (es. Hitler/Stalin), ma non certo per plasmare il cosmo a nostro piacimento, bensì unicamente perché il cosmo si ricostituisca, per conto suo.
Non è che il bene e il male non esistono, anzi, - male è: dolore e timore insensati, brutali, crudeli, futili perché irredimibili, lo spreco di vita, l’ingiustizia titanica, la rabbia sorda e violenta. Il punto è che sono interdipendenti. Ciò che è oggettivamente buono è la realtà nella sua interezza e ciò che è oggettivamente cattivo è la sua frammentazione. Ciò che alla mente ordinaria appare come opposizione, contrasto e contraddizione è un’unità trascendente, la riconciliazione dei contrari interconnessi, chiamata coincidentia oppositorum. Pace e giustizia discendono da tale comprensione. La vita è una relazione misteriosa ed intima tra forze opposte e la legge dovrebbe essere ciò che preserva questa relazione e, nel farlo, il dinamismo della vita. La Caduta è l’illusione che i contrari si escludono a vicenda.
I monoteismi sono male perché diffondono l’idea che ci sia una parte della natura umana che deve essere distrutta, senza che sia possibile ricostituire l’unità fondamentale dell’essere. Questo male nasce proprio dalla scelta umana di escludere le forze del “male” dalla nostra vita e dalla nostra mente consapevole. Quando questo male viene isolato, cresce fino a distruggere un bene che, innaturalmente separato, è indifeso. Da qui scaturiscono il razzismo, il segregazionismo, la guerra sterminatrice, la pulizia etnica, il genocidio e tutto l’orrore di cui siamo capaci.  
La pace non è un qualcosa di passivo, non è assenza di conflitto, ma una forza che armonizza le azioni e gli impulsi della vita umana in tutte le loro molteplicità e contrasti. La forza che chiamiamo pace è, nell’universo e nell’individuo, una qualità della mente, un’energia cosciente.
La pace fa da ponte tra due forze contrapposte. Il male è la forza che ostacola fatalmente l’azione della forza riconciliativa, la discesa della colomba, lo Spirito Santo, nella vita umana. Opporsi a ciò che è buono (es. attraverso l’intolleranza delle diversità che non violano la legge, l’ingiustizia, la violenza contro l’ambiente, la tortura, la guerra, ecc.) non è un peccato imperdonabile. Imperdonabile è ostruire il corso della riconciliazione tra il bene e ciò che lo antagonizza. Satana deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario. Il diavolo viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. Nella sua prima forma il demonio è uno strumento divino e serve delle sacre finalità. Per questo Gesù chiama Pietro “Satana” ma gli ordine di mettersi dietro di lui come discepolo – “va dietro a me, Satana”, in luogo di quella che è stata per lungo tempo l’errata traduzione “Lungi da me, satana!” (Matteo 16:23) –, quando Pietro dimostra di non aver capito il senso del suo messaggio. Che la Chiesa abbia scelto proprio “Satana” come suo fondatore è estremamente significativo.
È invece irreparabile il male di chi nega lo Spirito Santo e la sua funzione di agente riconciliativo tra i contrari (es. altoatesini e sudtirolesi, bianchi e neri, ebrei e musulmani, cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord, uomini e donne, destra e sinistra, ecc.) e ponte tra l’umano e il divino, ossia chi induce l’uomo a credere di essere solo un animale o una macchina.  
Il cuore della democrazia è apprezzare l’altro anche quando è un mio avversario: fare un passo indietro ed un passo al di fuori di se stessi, dalle proprie emotività e permettere all’altro di pensare, parlare e vivere. La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica in questo mondo, capace di coniugare pragmatismo e misticismo, materia e spirito, esteriore ed interiore, bene e male:
Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere che cosa sia un essere umano, indipendentemente da tutte le distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali; quali che siano i suoi pregi e difetti.

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Pierre-Joseph Proudhon contro la cosiddetta dialettica hegeliana
Nel suo “Philosophie de la misère”, il filosofo politico Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) spiega che fu inizialmente attratto dalla schematizzazione hegeliana del reale in tesi-antitesi-sintesi. Ma poi si accorse che si trattava di un tragico errore. Le antinomie irrisolte, aveva capito, sono feconde per la vita. Senza contrapposizioni tra polarità opposte non c’è vita, non c’è movimento, non c’è progresso; c’è solo inerzia, sterilità. Chi le volesse risolvere sarebbe come chi tagliasse il ramo dell’albero su cui siede. E poi nessuno, neanche un dio, potrebbe comunque riuscirvi. I poli di una batteria elettrica sono indistruttibili ed il problema consiste nel trovare non tanto la loro fusione, che equivarrebbe alla loro morte, ma un loro equilibrio, incessantemente instabile e variabile, in relazione allo sviluppo della società.
Florence Nightingale e Ramsete II
Durante un viaggio in Egitto, nel 1850, Florence Nightingale vede una raffigurazione del faraone Ramsete II, incoronato da Oro e Set, il principio del bene e quello del male. Il male non è rappresentato come un oppositore ma come collaboratore, la sua mano sinistra. Dal bene si origina il male, dal male si origina il bene, dal disordine l’ordine e vice versa. Ciò che appare come male, nella limitata prospettiva umana, è un elemento necessario della completezza dell’universo di Dio. Per la Nightingale, il fine dell’umanità è l’unione con Dio. L’umanità deve realizzare la sua natura divina, questo è il piano divino. Lo può fare solo attraverso la conoscenza delle leggi universali. Ce la farà solo commettendo innumerevoli errori. Il male e la sofferenza sono dovuti all’ignoranza delle leggi divine e del piano divino. Il male fa parte del piano divino perché serve ad istruire la specie umana. Senza il male non ci sarebbe alcun processo evolutivo. L’evoluzione è corale, collettiva, serve uno sforzo congiunto, non un pastore che guidi il gregge.
Albert Camus, il Mediterraneo e il giusto mezzo
Per Camus la luce mediterranea è simbolo di lucidità, equilibrio e misura, in opposizione all’oscurità ed alla dismisura nordica. Il suo modello di vita morale è improntato a una sorta di eroismo altruistico. È a partire dalla misura che è possibile organizzare un mondo tutto umano, tutto plasmato dalla ragionevole, ma limitata, capacità dell’uomo. Già Pitagora, in uno dei suoi detti aurei, aveva sentenziato: “La misura in ogni caso è la cosa migliore”. L’euthymia Democrito la chiama anche euestò, cioè benessere, lo star bene nel mondo, l’aver raggiunto una sorta di equilibrio che non coincide con l’appagamento totale delle proprie pulsioni e dei propri desideri. Lo stato in cui l’animo è calmo ed equilibrato, non turbato da paura alcuna e dal superstizioso timore degli dèi o da qualsiasi altra passione. In ogni aspetto della vita umana, il desiderio innesca un processo di attivazione, capace di rendere operoso e produttivo l’uomo, ma il desiderio deve essere tenuto nei giusti limiti. Se oltrepassa i limiti della metriotes, innescherà un processo di bisogni concatenati che, non potendo mai essere del tutto soddisfatti, causeranno insoddisfazione, tormento e dolore.
Il pensiero meridiano di Camus si qualifica certamente come critica della ragion cinica, come elogio dell’imperfezione moderata, di quella visione della realtà che sa che la vita umana è un misto di bene e di male e che l’uomo non è l’essere capace appagare sempre e comunque tutti i suoi desideri. Nemesi, dea della misura, è fatale ai “dismisurati”. La libertà assoluta coincide col diritto, per il più forte, di dominare: essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano l’ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà.
La coincidentia oppositorum nella musica e nel pensiero greco
Symphonein, in greco, indicava il coro, il concerto. Congiungersi si diceva harmozein. Harmonia proviene dal linguaggio dei carpentieri ed indica la congiunzione delle parti in una struttura complessa, ordinata, equilibrata. Harmonia dev’essere symphonia: non una sola voce o strumento, ma una molteplicità, in una risoluzione delle contraddizioni. Un assemblaggio di elementi separati ma che stanno bene assieme, una miscela (krasis) composita nella tensione tra elementi opposti ma che ben si combinano. Harmonia è figlia di Ares e Afrodite che si attraggono irresistibilmente. Symphonoi sono i toni che stanno bene assieme, diaphonoi quelli non vanno d’accordo. Maggiore è la diversità, più saldo sarà il legame nella loro combinazione, l’armonia degli opposti. Una società civile sana è quella in cui le voci sono diverse e solo in virtù di questa diversità possono formare un coro. 
Un’incredibile simmetria, la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, è quella in cui tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge. Un perfetto equilibrio delle forze, quieto nella sua costante tensione. Un dinamismo bilanciato che mantiene l’immobilità in virtù di tensioni assolutamente proporzionali. Un altro principio estetico greco era quello della palintropos harmonie, l’oscillazione armoniosa, il ritmo dell’universo, in costante mutamento. Anche qui un’armonia contrastante o armonia retrograda: “Interpretando il termine come “tensione”, la lotta tra gli opposti sarà sempre giustamente equilibrata, essendo i vantaggi ottenuti in una regione di forza sempre simultaneamente controbilanciati da uguali vantaggi altrove conquistanti la forza opposta. Interpretando il termine come “oscillazione”, la lotta può in ogni luogo andare a favore di uno dei due opposti, ma alternativamente, essendo l’avvicendamento soggetto a una legge che determina i periodi in cui ognuno prevale”.

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Bibliografia
Carl Gustav Jung, “Aion: ricerche sul simbolismo del sé”, Torino: Boringhieri, 1997.
Mircea Eliade, “Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso”, Milano: Jaca book, 2007.
Joseph Campbell, “Mitologia primitiva: le maschere di Dio”, Milano: Mondadori, 2000.
Toshihiko Izutsu, “Sufism and Taoism: a comparative study of key philosophical concepts”, Berkeley: University of California Press, 1984.
Karl von Meyenn (Hrsg.), “Wolfgang Pauli. Wissenschaftlicher Briefwechsel mit Bohr, Einstein, Heisenberg u.a.”, Bd. I-IV, Berlin 1979-2001.
Ursula K. Le Guin, “The Left Hand of Darkness”, Ace Books, 1969.
James P. Driscoll, “The unfolding God of Jung and Milton”, The University Press of Kentucky, 1993.
Bonnie MacLachlan, “The harmony of the spheres: dulcis sonus”. In: Wallace, Robert W. et Bonnie MacLachlan, eds., Harmonia Mundi: Musica e filosofia nell’ antichità, Biblioteca di Quaderni Urbinati di Cultura Classica (Roma: Edizioni dell’ Ateneo, 1991), pp. 7-19.


giovedì 19 gennaio 2012

Paradiso perduto e riconquistato - Gesù faceva promesse da marinaio?




Ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.
Matteo 10: 22

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Matteo 10: 28

I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?". Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio". Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?”.
Giovanni 10: 31-34

In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Giovanni 14: 12.

La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Filippesi, 3: 20-21

La rivelazione cristiana fu una dottrina dell’eguaglianza fra gli uomini, Dio è il padre e gli uomini sono fratelli. Questa dottrina colpì alla radice quella terribile tirannia, che soffocava il mondo civilizzato, essa frantumò le catene degli schiavi e distrusse quel grande inganno, che permetteva ad un piccolo gruppo di persone di vivere nel lusso a spese del lavoro della massa e manteneva i cosiddetti operai in una posizione inferiore. Ecco perché il cristianesimo primitivo fu perseguitato ed ecco perché, quando divenne chiaro che non si poteva eliminarlo, le classi privilegiate l’hanno svuotato e corrotto. Esso cessò così di essere vittorioso, non fu più il cristianesimo dei primi secoli, divenne il servitore delle classi privilegiate e si mise clamorosamente dalla loro parte.
Henry George

Cos’è la felicità se non la semplice armonia tra un essere e l’esistenza che conduce?
Camus

Non chiedere una descrizione delle terre verso cui fai rotta. La descrizione non te le descrive e domani arriverai lì e le conoscerai dimorandovi.
Emerson

Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

Il lavoro è atto creativo, espressione di ciò che vi è di creativo nel lavoratore. Ogni lavoro che sia privo di ciò è lavoro monotono e il lavoro monotono è sfruttamento, che produce solo il meccanico, il brutto, l’inutile.
Northrop Frye, “L’ostinata struttura”

Soltanto in un ambiente domestico bene organizzato, protetto dalle calamità e dalle corrosive anticipazioni delle calamità, possono fiorire durevolmente le attività più elevate, sollecitudine per i giovani, affetto per i vecchi, spirito di collaborazione alla base dei gruppi e degli interessi rivali, pensiero duraturo e sistematico diretto a raggiungere la verità, libertà di espressione nelle arti, e libertà creativa nell’ambito disciplinato di leggi umane, nelle arti del vivere: in breve un modo di vita nel quale i bisogni biologici e sociali sono intessuti in un disegno culturale ricco e multicolore.
Lewis Mumford, “La cultura delle città”, 2007, p. 274

Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Roma, 1969, pag. 962

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Atti degli apostoli 4, 34-35

Preferisco le cicale che stridono alle formiche che accumulano, gli insetti che cantano a quelli che si vantano….la cicala è un angelo mancato, la formica un forzato riuscito. 
Jacques Lacarrière, “Un jardin pour mémoire”, 1999

Dostoevskij descrive un sogno che ha fatto un 3 novembre, all’età di 46 anni (il protagonista è un suo omonimo), dopo aver pensato al suicidio ed essersi rifiutato di aiutare una bambina in difficoltà che si era rivolta a lui per chiedere soccorso: perché un aspirante suicida dovrebbe preoccuparsi dei problemi altrui? Il sogno è una rivelazione che gli giunge per “premiare” il suo amaro pentimento per la sua indifferenza, che lo ha distolto dal proposito di porre fine alla sua esistenza. Nel sogno commette il suicidio ed un entità misteriosa dall’aspetto umano, senza essere umano, lo conduce via, lontano dalla Terra – “Noi volavamo nello spazio ormai lontani dalla terra” –, passando nei paraggi di una stella che lui crede erroneamente sia Sirio, essendo invece il Sole, un altro Sole, identico all’originale. Il suo Virgilio gli dice: “Vedrai tutto”. Poi lo deposita su un pianeta identico alla Terra: “Sono dunque possibili simili ripetizioni nell'universo, è tale, dunque, la legge naturale?... E se quella laggiù è la terra, possibile che essa sia uguale alla nostra terra... esattamente uguale, disgraziata, povera, ma cara ed eternamente amata, generatrice di un altrettanto tormentoso amore verso di sé, anche nei suoi figli più ingrati, come la nostra?”. In effetti il pianeta sembra proprio essere la Terra: “Esso si ingrandiva sempre più davanti ai miei occhi e distinguevo già l'oceano e i contorni dell'Europa”. È una Terra edenica: “Mi trovavo, credo, su una di quelle isole che formano l'arcipelago greco, o in qualche luogo sulle rive del continente limitrofo a questo arcipelago. Oh, tutto era esattamente come da noi, ma sembrava che ogni cosa ovunque brillasse di una luce festosa e di una grande, santa e finalmente raggiunta solennità”. 
Una Terra di un’epoca precedente alla Caduta di Adamo ed Eva: “E, finalmente, scorsi e riconobbi gli abitanti di quella terra felice. Furono loro ad avvicinarsi a me circondandomi e baciandomi…Non avevo mai visto sulla nostra terra una simile bellezza in un essere umano. Forse soltanto nei nostri bambini nei primissimi anni della loro infanzia si può trovare un lontano e pallido riflesso di quella bellezza. Gli occhi di quegli esseri felici brillavano di una vivida luce. I loro volti risplendevano di intelligenza e di una sorta di consapevolezza compiuta e serena, ma erano volti allegri; nelle parole e nelle voci di quelle persone echeggiava una gioia fanciullesca. Oh, compresi immediatamente tutto, tutto, fin dal primo sguardo! Quella era una terra non lordata dal peccato, su di essa vivevano persone che non avevano peccato, e vivevano in un paradiso simile a quello nel quale avevano vissuto, secondo le tradizioni di tutta l'umanità, anche i nostri progenitori che caddero nel peccato, con la sola differenza che tutta la terra qui era un unico e identico paradiso”.
Là gli esseri umani vivono in armonia con ciò che li circonda, comunicano con gli animali, le piante, le stelle, in una società anarchica e priva dei classici vizi umani (invidia, malizia, gelosia, possessività, aggressività, violenza, tracotanza, prevaricazione, vanità, egocentrismo, superbia) e dove i figli non appartengono a nessuno, ma vengono allevati dall’intera comunità, per permettere loro di esperire ed apprezzare la diversità. Questi abitanti edenici non osservano alcun culto, ma credono nella vita eterna e sono costantemente consci della Creazione. “Ben presto compresi che il loro sapere veniva integrato e alimentato da ben altre intuizioni delle nostre sulla terra e che le loro aspirazioni erano completamente diverse. Essi non desideravano nulla ed erano tranquilli, essi non anelavano alla conoscenza della vita come ad essa aneliamo noi, perché la loro vita era piena. Ma il loro sapere era più profondo e più alto della nostra scienza; poiché la nostra scienza cerca di spiegare che cos'è la vita, si sforza essa stessa di comprenderla per insegnare agli altri a vivere; loro invece sapevano come dovevano vivere anche senza la scienza, e questo lo compresi, ma non riuscii a comprendere le loro conoscenze”.
Per loro la morte non è altro che una transizione verso uno stato di maggiore consapevolezza dell’Essere (e non-Essere): “I loro vecchi morivano placidamente, come se si addormentassero, circondati dalle persone che si accomiatavano da loro, benedicendoli, sorridendo loro, e, a loro volta, accompagnati dai loro radiosi sorrisi. In tali occasioni non vidi mestizia o lacrime, ma regnava soltanto un amore che pareva accrescersi fino all'estasi, ma un'estasi quieta appagata, contemplativa. Si sarebbe potuto pensare che essi continuassero ad essere ancora in contatto con i loro morti, anche dopo la loro morte, e che la comunione terrena tra loro non venisse interrotta dalla morte…Non avevano templi, ma vivevano in una sorta di connaturata, viva e incessante comunione con la Totalità dell'universo; essi non avevano una fede, ma in compenso avevano la ferma consapevolezza che quando la loro felicità terrena fosse giunta a compimento raggiungendo i limiti della natura terrena, sarebbe sopravvenuto per loro, sia che fossero vivi o che fossero morti, un allargamento ancora maggiore del loro contatto con la Totalità dell'universo”.
Il sogno è talmente lucido che Fedor comincia a dubitare che si tratti di una dimensione onirica: è stato forse trasportato in un mondo realmente esistente?
“Sapete, vi racconterò un segreto: tutto ciò, forse, non è stato affatto un sogno! Poiché qui è accaduto qualcosa di un genere tale, qualcosa di così terribilmente vero, che sarebbe stato impossibile sognarselo. Ammettiamo pure che il mio sogno l'abbia generato il mio cuore, ma forse che il mio cuore da solo sarebbe stato in grado di generare quella terribile verità che poi mi è accaduta? Come avrei potuto inventarmela da solo, oppure sognarla col mio cuore? Possibile che il mio meschino cuore e il mio capriccioso e insignificante intelletto abbiano potuto elevarsi fino a una tale rivelazione della verità?”
Purtroppo la sua mera presenza corrompe la società ideale nella quale è stato catapultato: “Il fatto è che io... li corruppi tutti! Sì, sì, finì che li corruppi tutti! Come ciò sia potuto accadere, non lo so, ma lo ricordo chiaramente”.
La comunità decade, degenera, finisce per diventare un duplicato dell’umanità che Fedor si era lasciato alle spalle. Divisioni, contrapposizioni, ripicche, rappresaglie, torture, isolamento, individualismo, egoismo, avidità, venerazione del supplizio e della sofferenza: “Ognuno divenne talmente geloso della propria personalità che si sforzava con tutte le proprie forze soltanto di umiliare e sminuire quella altrui riponendo in ciò tutta la propria vita. Apparve la schiavitù, apparve persino la schiavitù volontaria: i deboli si assoggettarono ai più forti al solo scopo che quelli li aiutassero ad opprimere coloro che erano ancor più deboli di loro. Apparvero i giusti che andavano da quegli uomini con le lacrime agli occhi e parlavano loro della loro superbia, della misura e dell'armonia smarrite e della perdita della vergogna. Essi venivano derisi o lapidati. Sulle soglie dei templi fu versato sangue santo”.
Sprofondati nella più miserevole confusione di lingue, idee e sentimenti, la nuova umanità si affida alla scienza ed al diritto per dirimire la questione di cosa sia vero e falso, giusto e sbagliato, buono e cattivo e per riguadagnarsi la felicità perduta: “Essi si ricordavano a malapena di ciò che avevano perduto e non volevano neppure credere che un tempo erano stati innocenti e felici. Essi ridevano perfino della possibilità di questa loro precedente felicità e la definivano un sogno. Essi non erano neppure in grado di figurarsela in forme e immagini, ma, cosa strana emeravigliosa, pur avendo perduto ogni fede nella loro passata felicità e pur definendola una favola, essi desiderarono a tal punto di essere di nuovo, un'altra volta, innocenti e felici che caddero in ginocchio come bambini davanti al desiderio del proprio cuore, lo deificarono, costruirono templi e cominciarono a innalzare preghiere alla loro stessa idea, al loro stesso «desiderio», perfettamente convinti nello stesso tempo della sua irrealizzabilità e impossibilità, ma adorandolo in lacrime e inchinandosi davanti a esso”.
Fedor, mortificato dagli effetti del contagio da lui provocato, propone loro di crocifiggerlo, nella speranza che tutto torni come prima. Ma i nuovi umani caduti nel peccato ormai dubitano di tutto e di tutti, incluso lui, inclusi i suoi consigli. A quel punto Fedor si risveglia e capisce che non tutto è perduto: “Se infatti una buona volta hai scoperto la verità e l'hai vista, allora sai che quella è la verità e che un'altra non ce n'è, né vi può essere, sia che dormiate oppure viviate…Io ho visto la verità e ho visto e so che gli uomini possono essere belli e felici senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia la condizione normale degli uomini… Ma come edificare il paradiso, io non lo so, perché non sono capace di esprimerlo a parole… La cosa principale è: ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro: immediatamente si troverebbe come mettere tutto a posto. Eppure questa è soltanto una vecchia verità che è stata ripetuta e letta un miliardo di volte, ma che non ha attecchito! «La coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità»: ecco ciò contro cui bisogna battersi! E mi batterò. Se soltanto tutti lo vorranno tutto andrà a posto in un momento. Quella bambina poi l'ho rintracciata... E mi metterò in cammino, mi metterò incammino!”

Apocalisse: istruzioni per l'uso

mercoledì 28 dicembre 2011

L'imperialismo umanitario e la resistenza hoferiana (ieri e oggi)





Anche l’anti-hoferismo ha i suoi scheletri nell’armadio e può servire, a suo modo, ad impedire l’affermazione in Alto Adige di una cultura sinceramente democratica.

Albert Camus osservava molto acutamente che “il male che c’è nel mondo deriva sempre dall’ignoranza, e le buone intenzioni possono fare altrettanto danno della malevolenza, se mancano di discernimento”. Nei piani napoleonici c’erano ben poche buone intenzioni e molto cinismo amorale (machiavellismo) e, anche laddove, tra gli amministratori dei suoi domini, c’era sincero idealismo, non era certo immune da una feroce intransigenza robespierriana, che trovava il suo equivalente nel fanatismo reazionario dell’integralismo cattolico.
Non c’è nulla di più sanguinario di queste due patologie della coscienza – l’amoralità e l’intransigenza –, che hanno una radice comune nel narcisismo, nell’esaltazione del proprio ego e della propria prospettiva sul mondo. Dopo il declino del cristianesimo e la fine del comunismo, l’umanitarismo è la nuova crociata redentrice (Brauman, 2009). Mentre sarebbe sbagliato non intervenire, è altrettanto sbagliato intervenire con tutto il proprio peso: sarebbe meglio intervenire un po’, con moderazione e rispetto, perché, come sottolinea Tzvetan Todorov nell’introduzione al libro: “il diritto o la morale non sostenuti dalla forza rischiano di essere impotenti, ma la forza senza diritto e senza morale conduce al crimine”. 
Il parallelo tra un Terzo Mondo immaginato come una landa desolata, popolata da eterne vittime bisognose di incessante soccorso ed un’analoga percezione degli ambienti alpini è del tutto legittimo (Arnoldi, 2009). 
Come oggi si esporta la democrazia ed il benessere, così, ai tempi di Andreas Hofer, le baionette franco-bavaresi imponevano il diritto napoleonico e la medicina moderna sollecitati dal medesimo impulso che anima l’umanitarismo contemporaneo, quello della legge dei gas perfetti: un’espansione infinita se non ci sono forze che la limitano. Andreas Hofer fu il catalizzatore di quelle forze. Possiamo discutere della bontà dei suoi valori e dei più vasti disegni politici che lo coinvolsero, forse a sua insaputa, ma dobbiamo prendere atto del fatto che tutti noi, come i franco-bavaresi di un tempo, siamo abituati a pensare che la violenza è sempre quella altrui, perché noi siamo democratici, civili ed umanitari e gli altri o non lo sono, o lo sono sensibilmente di meno
Crediamo che la nostra violenza redentrice sia un male minore, che in fondo è un bene, e quindi si giustifica da sé, ma il diritto non coincide sempre con la giustizia e l’umanitarismo può degradare l’umanitario, allo stesso modo in cui il moralismo è una perversione della morale
I detrattori dell’hoferismo e del napoleonismo a volte incappano nella trappola cognitiva di pensare che ogni critica ad una causa giusta (la loro) sia ingiustificata e dietrologica. L’umanitarismo (come la lotta per l’autodeterminazione e contro gli invasori) elimina i dubbi e gli scrupoli, scredita le critiche e divide il mondo gerarchicamente tra vittime e carnefici, vittime e soccorritori, trasformandosi in un modo di leggere (erroneamente) il mondo (Brauman, 2009). Quello attuale, e quello di chi combatteva Hofer, è un messianismo laico, l’ennesimo mito che ci permette di condensare una pluralità di significati complessi in un codice binario.
Le armate napoleoniche, come quelle della NATO, non praticavano forse il “cannibalismo umanitario” tipico dell’orco filantropico, come l’ha chiamato Octavio Paz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1990? 
Vi liberiamo, vi soccorriamo, vi emancipiamo dai vostri vizi: abbiamo bisogno di un contingente di vittime per continuare a sentirci dei salvatori. L’ingerenza “umanitaria” diventa allora un dovere (dobbiamo farlo), un diritto (possiamo farlo) ed un vizio (non possiamo non farlo). Si scambiano le intenzioni per i risultati, ci si munisce di una falsa coscienza compiaciuta, si pontifica, prigionieri del proprio gioco di specchi. In questo modo, a causa di questa ideologia redentrice, la meravigliosa conquista dei diritti umani, nel diciannovesimo secolo come nel ventunesimo secolo, può fungere da vettore di guerra, oppressione ed iniquità, per strappare i barbari alla loro barbarie.
La sofferenza patita e la giustezza della causa conferisce l’immunità morale alla propria fazione. Gli uni e gli altri, francobavaresi ed hoferiani, volevano salvare il Tirolo, per cambiarlo oppure per conservarlo eternamente. Non era un Tirolo realmente esistente, ma una costruzione della loro mente, un ideale da difendere ad ogni costo, che fungeva per gli uni e per gli altri come valvola di sfogo di angosce esistenziali, reazione all’anomia, all’insoddisfazione ed al bisogno di autostima, ma anche come pretesto per imporre il proprio ego e le proprie proferenze ed esigenze.
L’umanitarismo produce perversioni anche tra chi ne beneficia, come il vittimismo. Il vittimismo partorisce la vittimologia e la vittimocrazia: in Alto Adige gli imprenditori etnici amano presentarsi come rappresentanti di un popolo vittimizzato, in un mondo in cui l’ideologia umanitarista esige che si intervenga in favore delle vittime e moltiplica le vittime per potersi sostenere. L’esito è profondamente anti-umano, oltre che anti-umanitario, perché perpetua l’immagine dicotomica delle vittime e dei carnefici, dominati e dominatori e tiene bene in vista la prospettiva del capro espiatorio e della violenza indiscriminata: “qualcuno deve pagare per tutto quel che abbiamo dovuto subire!”. Altro che grandi ideali: è contabilità spicciola. Dall’una e dall’altra parte.
La convivenza si costruisce sulla capacità di ascoltare l’altro e di imparare da lui, non certo sulla presunzione di auto-sufficienza e sulle brame messianiche. Altrimenti la valutazione obiettiva della realtà lascia il posto alle monocolture della mente, che elidono la diversità e fanno presentire una drammatica mancanza di alternative che in realtà non esiste e non esisterà mai, laddove la necessità è l’alibi del tiranno.
Ogni identità è una relazione, ossia un’interdipendenza. Non si protegge un’identità separandosi dagli altri o stabilendo dall’alto come questa vada tutelata: così facendo la si condanna a morte. Alla mancanza di riconoscimento dell’altro corrisponde una percezione deficitaria di noi stessi ed una concezione strumentale della politica: le persone sono mezzi in vista di un fine, la realtà è argilla da modellare a nostro piacimento, finché non assume i contorni da noi desiderati. Come se fosse possibile cambiare l’altro senza cambiare anche noi stessi
Il vero cambiamento parte da noi stessi, da un auto-esame, dal mettersi in discussione, da una revisione delle nostre relazioni con gli altri. È patologicamente narcisistico pretendere che gli altri debbano cambiare per venire incontro alle nostre esigenze ed arrivare così a vivere la vita che desideriamo per noi, o separarsi dagli altri pur di averle sempre vinte. Purtroppo questo genere di desiderio trova un terreno fertile in una società del consumo e dell’edonismo, che ci instilla deliri di onnipotenza, insegnandoci ad espandere ininterrottamente le nostre brame, a credere che possiamo e dobbiamo mirare ad una sorta di onnipotenza ed autarchia, che è giusto e doveroso superare la nostra naturale condizione di incompiutezza, di carenza strutturale: “l’uomo che non deve chiedere mai”, “il lusso è un diritto”, “perché io valgo”, “tutto intorno a te” ed altre fesserie sensazionalistiche, emotive e manipolatorie all’origine della pandemia depressiva del mondo occidentale. 
Si chiama hybris ed è l’indisponibilità a riconoscere che abbiamo dei limiti e che questi limiti non sono ostacoli che dobbiamo cercare freneticamene ed ossessivamente di superare ma rappresentano i diritti di cui sono titolari gli altri esseri viventi che popolano questo pianeta, che non sono nostre appendici, continuazioni di noi stessi, non sono terre di conquista su cui allungare le mani, non sono alterità da cancellare perché scomode, sconvenienti, irritanti
Per questo il patriottismo, l’orgoglio etnico, l’umanitarismo (quando è "civilizzatore"), quasi senza eccezioni, sono il volgare sentimentalismo di chi crede di prendersi cura di qualcosa che è al di fuori di se stesso, ma in realtà sta proiettando all’esterno il suo amor proprio: i successi ed i patimenti della patria, della comunità, della civiltà sono prima di tutti i suoi ed è questo che lo gratifica o lo affligge. Ogni ingiuria alla patria è un’occasione per sentirsi protagonista di un melodramma cosmico che soddisfa le sue fantasie di grandezza. Se la patria non è sufficiente ci sarà la classe, la fede religiosa, la civiltà, ecc. L’amor patrio, come l’amore per l’umanità, è la menzogna di chi non vuole confessare il proprio narcisismo e lo trasla su una collettività, per mimetizzarlo. Lo aveva capito perfettamente don Lorenzo Milani che, nel 1966 (Gesualdi, 1975), scrive ad una studentessa napoletana:

Non si possono amare tutti gli uomini...Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio. E siccome l'esperienza ci dice che all'uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più... Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.

Sulla scia di Paolo di Tarso, che scriveva (1 corinzi 13, 3-7: 3):

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.