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sabato 10 dicembre 2011

Cuba, Venezuela, Brasile, Messico e il nuovo 11 Settembre (atomico?)



Il 6 dicembre il vice primo ministro israeliano e ministro per gli Affari Strategici, Moshe Yaalon, in visita in Uruguay, ha accusato l’Iran di introdurre il terrorismo in America Latina, con l’appoggio di Chávez, per poter colpire gli Stati Uniti e gli interessi israeliani e dei loro alleati, attraverso un'infrastruttura che rimanga dormiente per un certo periodo, prima di attaccare.
Yaalon cita il caso del fallito attentato all’ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Per inciso, pochi credono ancora a quella sciocchezza. Juan Cole (Richard P. Mitchell Collegiate Professor of History at the University of Michigan) elenca le ragioni per cui "costui non può essere la risposta iraniana a 007":
10. Arbabsiar era conosciuto a Chorpus Christi, in Texas, “per essere un ridicolo demente”;
9. Probabilmente a causa di un accoltellamento subito nel 1982, soffriva di un disturbo della memoria a breve termine;
8. Perdeva continuamente il suo telefono cellulare;
7. Non trovava mai le chiavi;
6. Dimenticava continuamente il borsello e i documenti nei negozi;
5. Era “praticamente disorganizzato”, ha sottolineato un suo ex socio d’affari;
4. Nella sua attività di co-titolare di una rivendita di auto usate, perdeva sempre i documenti di proprietà dei veicoli;
3. Arbabsiar, ben lungi dall’essere un fondamentalista islamico sciita, pare sia stato un alcolista; il suo soprannome è “Jack” per la sua passione per il whisky Jack Daniels;
2. Arbabsiar non solo abitualmente beveva all’eccesso, ma si faceva di canne e andava a prostitute. Una volte disse ad alta voce in un ristorante che sarebbe tornato in Iran, dove avrebbe potuto avere una ragazza per soli 50 dollari. Era un uomo rozzo e fu anche sbattuto fuori da alcuni locali;
1. Tutte le sue imprese d’affari sono fallite, una dopo l’altra.
Sempre stando alla affermazioni di Yaalon, l’Iran starebbe cercando di esportare la rivoluzione iraniana nei paesi limitrofi, in Libano, in Palestina e poi in Occidente, avvalendosi delle reti di narcotrafficanti. Agli Iraniani non serve il passaporto per entrare in Venezuela e ciò faciliterebbe il compito dei terroristi in tutto il Sudamerica. Yaalon non capisce perché il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) vogliano stringere accordi commerciali con la Palestina, che “esporta solo terrorismo e missili”; vede nell’attacco all’ambasciata inglese a Teheran la prova che l’Iran è una minaccia non solo per Israele, ma per il mondo intero; avverte che se l’Iran non annullerà il suo programma nucleare dovrà decidere se “preferire la bomba nucleare oppure continuare ad esistere come stato”.  
Infine ha paragonato la vittoria alle elezioni egiziane degli islamici alla rivoluzione iraniana del 1979:

La vicenda va inquadrata nell’ambito delle attività propagandistiche dell’American Enterprise Institute, una fondazione ultrareazionaria che ha modellato la politica estera dell’amministrazione Bush direttamente o indirettamente, attraverso commissioni e consigli. Oltre ad Oriana Fallaci, che ad esso era legata non-ufficialmente, tra i nomi di spicco figurano una serie di falchi:  John Bolton, Lynne Ann Cheney, moglie di Dick Cheney, ex vicepresidente di George W. Bush, Newt Gingrich, uno dei due favoriti per la candidatura a sfidante repubblicano di Obama, Paul Wolfowitz, ex segretario alla Difesa e presidente della Banca Mondiale e Irving Kristol, forse l’intellettuale di destra più influente negli Stati Uniti:
Ennio Emanuele Piano ha riassunto molto bene i punti chiave della posizione dell’AEI sui rapporti tra Iran, Hezbollah e Venezuela:
“Il protagonismo del gruppo terrorista sciita in Sud America risale ai primissimi anni di esistenza, quando la leadership del movimento decise di impegnare parte delle sue energie nella "tri-border area", ovvero la zona in cui si incontrano i confini di Argentina, Paraguay e Brasile. Scopo di questa presenza era quello di creare delle cellule tendenzialmente indipendenti che avrebbero dovuto adoperarsi nella raccolta di denaro da inviare in Medio Oriente per il finanziamento delle attività terroristiche del gruppo. Per il raggiungimento di tale scopo gli uomini di Hezbollah hanno iniziato ad operare in ogni ambito della criminalità organizzata, dal riciclaggio di denaro sporco ai vari traffici illeciti, tra i quali naturalmente quello di stupefacenti. Nel giro di vent'anni le poche cellule iniziali si sono moltiplicate fino a raggiungere il numero di 460 (secondo una stima riportata dallo studio), e sono oramai capaci di garantire al quartier generale in Libano finanziamenti per una cifra tra i trecento e i cinquecento milioni di dollari all'anno.
Quello della raccolta di finanziamenti non è però l'unico ambito in cui queste cellule si muovono. Al contrario per esse hanno pari importanza altre due attività che mostrano come l'Iran veda nel continente sudamericano un fondamentale campo di battaglia nella guerra globale agli Stati Uniti: la prima è la fondazione di moschee di culto sciita dove propagandare il messaggio Khomehinista: la seconda riguarda invece "logistica, pianificazione, sorveglianza ed esecuzione delle missioni" di stampo terroristico. Per i due autori "la crescente presenza di Hezbollah nell'Emisfero Occidentale può essere compresa unicamente nel contesto della realizzazione degli obiettivi strategici del suo mandante, l'Iran", che non a caso negli ultimi anni ha lavorato diplomaticamente per la creazione di un fronte comune in funzione antiamericana assieme ai Paesi dell'ALBA, il gruppo dei regimi d'ispirazione bolivariana voluto e politicamente guidato dal caudillo Hugo Chavez. A conferma del suddetto impegno diplomatico basti il dato seguente: negli ultimi sei anni l'Iran ha aperto nel continente sudamericano quattro ambasciate che si aggiungono alle sole sei precedentemente operanti. In questo modo, grazie anche al protagonismo di Mahmoud Ahmadinejad, il regime di Teheran è riuscito a rompere l'isolamento internazionale che lo caratterizzava da decenni, trovando inoltre alleati pronti ad opporsi, all'interno del consesso internazionale, alle pesanti sanzioni politiche, economiche e finanziarie contro il regime dei Mullah. Oltretutto i legami con Caracas hanno garantito alla Repubblica islamica di insediare nel bel mezzo dell'Oceano, sulla venezuelana isola Margarita, il principale centro di comando di Hezbollah nella regione.
[…].
Altro particolare di non poca importanza che caratterizza il "Network Rabbani" è rappresentato dal rapporto instauratosi con l'imam sunnita radicale della moschea di San Paolo, Taki Eldyn, già uomo legato ad Al Qaeda, tanto che nel 1995 incontrò in Argentina il prigioniero di Guantanamo ed ex braccio destro di Bin Laden, Khaled Sheyk Mohammed. Sebbene si sia trasferito in Iran, Rabbani continua ad operare in prima persona nella regione, naturalmente sotto copertura e grazie a falsi documenti (secondo l'Interpol), ed in particolare in Brasile (con l'aiuto del succitato Eldyn), lo stato latinoamericano con la più numerosa comunità islamica, stimata attorno al milione di persone, bacino di importanza strategica per il proselitismo jihadista.
Noriega e Càrdenas dedicano buona parte dello studio ai movimenti del Partito di Dio e dei Servizi iraniani nel Messico sottolineando quanto stretto sia il rapporto tra questi ed i cartelli della droga locali. "Francamente -scrivono i due autori- sarebbe molto sorprendente se non ci fosse collaborazione alcuna tra Hezbollah e Cartelli messicani, visti gli ovvi benefici per entrambi i gruppi. I cartelli hanno la possibilità di entrare nei traffici di Hezbollah e approfittare dei suoi esperti di esplosivi e dei legami con i trafficanti di droga in Medio Oriente e Asia del Sud. Hezbollah ha invece la possibilità di insediarsi in un ambiente incontrollato e con largo accesso al confine degli Stati Uniti, ed allo stesso tempo promuovere azioni dannose per minare la pace sociale degli statunitensi". Una volta penetrati negli States, difatti, i membri di Hezbollah si mettono in contatto con le comunità sciite presenti nel territorio e si adoperano nella propaganda Jihadista e nella raccolta di fondi, proprio come nei Paesi sudamericani, con la piccola differenza del trovarsi proprio nella pancia del nemico, con tutte le pericolose conseguenze che questo comporta per la sicurezza nazionale del "Grande Satana". Che la questione non sia da prendere sottogamba l'hanno capito anche a Washington, dove la Repubblicana del Sud Carolina Sue Myrick, membro della Commissione Intelligence della Camera, ha chiesto formalmente al Segretario della Sicurezza Nazionale la creazione di una "Task Force" con la partecipazione delle autorità messicane per monitorare e contrastare la presenza di Hezbollah lungo il confine.
Nelle conclusioni i due analisti dell'AEI tracciano un quadro d'insieme a tinte molto fosche dal quale si evince chiaramente come la strategia iraniana nell'"Emisfero Occidentale" sia tesa a colpire gli interessi statunitensi nella regione e creare una sorta di Polo Antiamericano assieme ai membri dell'ALBA (Ecuador, Bolivia, Venezuela cui va aggiunta anche la Cuba dei fratelli Castro) ed ai gruppi più volenti che operano nel campo della criminalità organizzata. Difficile non vedere in questo "accerchiamento" anche un piano iraniano per assicurarsi contro eventuali interventi militari USA in Persia (la qual cosa è stata confermata pubblicamente da un alto esponente delle forze armate della Repubblica islamica durante un viaggio in Bolivia lo scorso maggio), quasi a ricalcare i movimenti sovietici per il Sud America durante la Guerra Fredda:
L’ex inviato negli Stati Uniti per Radio Vaticana, Paolo Mastrolilli, sulla Stampa, ha ripreso questo “quadro accusatorio” dell’AEI in un articolo intitolato "Le basi in Sud America di Hezbollah e Pasdaran", poi rimosso. È riportato qui:
Ecco i passi salienti: “Dietro il tentativo di assassinio dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti c’è il «Piano Orizzonte», ovvero il tentativo delle Guardie rivoluzione iraniane e degli Hezbollah libanesi alleati di Teheran di insediarsi nell’emisfero occidentale per poter colpire con più facilità gli interessi di Washington. «Afaq» (Orizzonte) è il nome di un piano d’azione redatto da Hassan Nasrallah, sceicco degli Hezbollah a Beirut, per creare delle centrali operative in Messico, Cuba e Venezuela dove far confluire agenti, reclutare localmente nelle comunità sciite ed accumulare informazioni su possibili obiettivi avversari al fine di consentire alla «Forza Al Quds», emanazione all’estero delle Guardia della rivoluzione iraniana che risponde agli ordini della Guida Suprema Alì Khamenei, di poter realizzare azioni spettacolari. Disporre di un tale «network» punta a consentire a Teheran di poter minacciare rappresaglie dirette contro il territorio degli Stati Uniti in caso di un crisi militare nel Golfo Persico.
A svelare l’esistenza del «Piano Orizzonte» sono documenti di servizi di intelligence occidentali che «La Stampa» ha potuto visionare, relativi all’allarme per l’imminente arrivo in America Latina di un imprecisato numero di «inviati» degli Hezbollah in coincidenza con la festa musulmana di «Id al-Adha», dal 6 al 9 novembre, che consente di giustificare arrivi e partenze con la cooperazione religiosa a favore di numerose moschee sciite in più nazioni. Il network si basa su tre tasselli: ambasciate iraniane, agenti di Hezbollah in arrivo dal Medio Oriente e moschee sciite che li attendono per svolgere attività apparentemente di tipo religioso. Al centro del tentativo di insediamento nell’emisfero occidentale c’è il Messico e in particolare la città di Tijuana, alle porte degli Stati Uniti, dove la struttura degli Hezbollah ruoterebbe attorno ad un designer grafico di nome Ali Jamil Nasser, di circa 30 anni, che avrebbe ricevuto negli ultimi mesi messaggi e comunicazioni direttamente da Mustafa Badr al-Din, il capo delle operazioni all’estero di Hezbollah che ha sostituito in questo incarico il super-terrorista Imad Mughniyah dopo la sua uccisione a Damasco. Nel 2010 l’intelligence messicana, in cooperazione con altri servizi occidentali, era riuscita a smantellare una rete informativa degli Hezbollah che operava proprio nella regione di Tijuana, ed ora la volontà di tornare a renderla operativa in tempi così stretti coincide con le rivelazioni del dipartimento di Giustizia americano sul fatto che il complotto per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington è passato proprio attraverso il Messico.
I servizi di intelligence occidentali ritengono che la «piattaforma messicana» sia stata identificata da Hezbollah e Forza Al Quds come un indispensabile canale logistico per spostare velocemente uomini, informazioni e materiali fra l’America del Nord e del Sud, rendendo possibili operazioni su entrambi i fronti. Ad alimentare la piattaforma messicana, secondo i documenti, è il «ramo caraibico» di «Piano Orizzonte», ovvero i progetti per insediare in più località dell’isola di Cuba elementi di un’unità degli Hezbollah dipendente direttamente da Badr al-Din e dal suo stretto collaboratore Talal Hamia. Lo schema immaginato prevede che la base cubana divenga il posto dove gli agenti in arrivo dal Medio Oriente possono fare tappa per essere riforniti di valuta dei Paesi dove andranno ad operare e dei relativi documenti di identità, ovvero passaporti brasiliani, argentini, colombiani e paraguaiani, ma anche, se necessario, di Paesi europei. L’ultimo tassello è il Venezuela di Hugo Chavez - dove i cittadini iraniani possono entrare senza visto -, identificato come la base di partenza delle operazioni degli inviati Hezbollah in America del Sud ed anche come possibile luogo di rifugio per gli agenti bisognosi di protezione dopo aver realizzato azioni contro gli interessi americani".

Qui il rapporto in inglese dell’AEI:
http://www.aei.org/article/foreign-and-defense-policy/regional/latin-america/the-mounting-hezbollah-threat-in-latin-america/

mercoledì 7 dicembre 2011

Perché Israele non attaccherà l'Iran (secondo Uri Avnery)



Perché Israele non attacchera' l'Iran
Secondo Uri Avnery, scrittore e pacifista israeliano, Israele non attaccherà l'Iran. In questo articolo ci spiega perché.
10 novembre 2011 - Uri Avnery
Fonte: www.counterpunch.org - 03 novembre 2011

Tutti hanno bene a mente la classica scena a scuola del ragazzetto che ha una discussione con un tipo più grosso di lui. “Trattenetemi” grida rivolto ai suoi amici, “prima che gli rompa le ossa”.
Il nostro governo sembra comportarsi alla stessa maniera. Ogni giorno, attraverso tutti i canali, fa sapere a gran voce che da un momento all'altro romperà le ossa dell'Iran.
L'Iran sta per mettere a punto un ordigno nucleare. Non possiamo permetterlo. Quindi dobbiamo raderli al suolo.
Binyamin Netanyahu lo dice in ognuno nei suoi innumerevoli discorsi, incluso quello d'apertura della sessione invernale del Knesset (parlamento d'Israele). Allo stesso modo fa Ehud Barak. Ogni cronista che si rispetti (qualcuno ne ha visto mai uno che non si rispetti?) scrive sull'argomento. I media ne amplificano il tono e il furore.
“Haaretz” ha sbattuto in prima pagina le foto dei sette ministri più importanti (il “settetto di sicurezza”) annunciando che tre sono favorevoli all'attacco, quattro contrari.
* * *
Un proverbio tedesco dice: “Le rivoluzioni annunciate in anticipo non hanno mai luogo”. Lo stesso vale per le guerre.
Le questioni nucleari sono soggette a una censura militare molto rigida. Ma davvero molto rigida.
Tuttavia il censore sembra sorridere benevolmente. Lasciate che i ragazzi, compresi il primo ministro e il ministro della difesa (il massimo capo del censore) facciano il loro gioco.
Il popolare Meir Dagan, per molto tempo a capo del Mossad, ha pubblicamente messo in guardia dall'attaccare, ritenendo che sia l' “idea più stupida che egli abbia mai sentito”. Ha spiegato che considera un suo dovere farlo, considerati i piani di Netanyahu e Barak.
Mercoledì 2 novembre c'è stata una vera e propria fuga di notizie. Israele ha testato un missile che può trasportare una bomba nucleare a più di 5000 km di distanza, oltre tu sai dove. E la nostra aviazione ha appena completato alcune esercitazioni in Sardegna, ancor più lontano di tu sai dove. E il giorno dopo, l' Home Front Command ha tenuto altre esercitazioni nell'intera area metropolitana di Tel Aviv, tra il suono incessante delle sirene.
Tutto sembra suggerire che l'intero clamore sia solo uno stratagemma. Forse per spaventare e dissuadere gli Iraniani. Forse per spingere gli americani ad azioni più estreme. Magari coordinate in principio con gli stessi americani (fonti britanniche, inoltre, fanno trapelare che la Royal Navy si sta preparando per supportare un attacco americano all'Iran).
È una vecchia tattica di Israele: agire come se stessimo impazzendo (“Il capo è impazzito” si è soliti urlare nei nostri mercati, per suggerire che il fruttivendolo sta vendendo sotto costo). Non dobbiamo più prestare ascolto agli Stati Uniti. Dobbiamo semplicemente bombardare, bombardare e bombardare.
Bene, siamo seri per un momento.
* * *
Israele non attaccherà l'Iran. Punto.
Alcuni potranno pensare che stia azzardando troppo. Dovrei aggiungere almeno “probabilmente” o “quasi sicuramente”?
Non lo farò. Al contrario ripeto categoricamente: Israele NON attaccherà l'Iran.
Dalla vicenda Suez del 1956, quando il Presidente Dwight D. Eisenhower lanciò un ultimatum che fermò l'intervento bellico, Israele non ha mai intrapreso nessun operazione militare significativa senza prima ottenere il consenso degli USA.
Gli Stati Uniti sono l'unico alleato fidato di Israele nel mondo (oltre, forse, Fiji, Micronesia, le isole Marshall e Palau). Rovinare un tale rapporto significherebbe tagliare la nostra linea della vita. Per fare questo, devi essere più che semplicemente pazzo. Devi essere matto da legare.
Inoltre, Israele non può combattere una guerra senza il supporto illimitato degli americani, perché i nostri aerei e le nostre bombe vengono dagli USA. Durante un conflitto, c'è bisogno di rifornimenti, ricambi, di ogni forma di equipaggiamento. Nella guerra del Kippur, Henry Kissinger organizzò un ponte aereo che ci riforniva ventiquattrore su ventiquattro. E quella guerra sembrerebbe probabilmente una scampagnata rispetto a una contro l'Iran.
* * *
Diamo un'occhiata alla cartina. É sempre raccomandabile farlo, tra l'altro, prima di iniziare qualsiasi guerra.
Il primo punto che salta agli occhi è lo stretto di Hormuz, attraverso cui circola su nave un terzo della fornitura mondiale di petrolio. Quasi l'intera produzione dell'Arabia saudita, degli stati del Golfo, di Iraq e Iran deve obbligatoriamente passare per questa strettoia di mare.
“Stretto”, poi, è una parola grossa. La larghezza totale di questa strada marittima è di circa 35 chilometri. É più o meno pari alla distanza che vi è tra Gaza e Beer Sheva, coperta la scorsa settimana dai razzi primitivi della Jihad islamica.
Quando il primo velivolo israeliano sconfinerà nello spazio aereo iraniano, lo stretto sarà chiuso. La marina iraniana è dotata di parecchie motocannoniere ma non ci sarà bisogno di usarle. Basteranno le postazioni missilistiche terrestri.
Il mondo si trova già in bilico sull'orlo del baratro. La piccola Grecia sembra poter precipitare e portarsi con sé settori rilevanti dell'economia mondiale. L'eliminazione di quasi un quinto delle risorse di petrolio delle nazioni industrializzate comporterebbe, quindi, una catastrofe difficile anche a immaginarsi.
Riaprire lo stretto con la forza richiederebbe un'importante operazione militare (incluso un intervento di truppe via terra) che farebbe passare in secondo piano tutti i problemi degli americani in Iraq e Afghanistan. Possono sopportarlo gli USA? E la NATO? La stessa Israele non sarebbe in grado.
* * *
In ogni caso Israele sarebbe pienamente coinvolta nell'azione, magari come destinataria dell'attacco.
In una rara dimostrazione di unità, tutti i capi dell'intelligence israeliana, compresi quelli del Mossad e dello Shin Bet, si stanno pubblicamente opponendo all'idea di un'intervento militare. Possiamo solo immaginare il perché.
Non so se l'operazione sia così fattibile. L'Iran è un Paese molto vasto, più o meno l'estensione dell'Alaska: le installazioni nucleari sono ampiamente disseminate sul territorio e generalmente segrete. Anche con le speciali bombe ad alta penetrazione fornite dagli Stati Uniti, una tale operazione potrebbe vanificare le iniziative iraniane – quali esse siano – solo per qualche mese. Il prezzo rischierebbe di essere troppo alto per dei risultati così miseri.
Per di più, è quasi certo che con l'inizio di una guerra, pioveranno missili su Israele – non solo dall'Iran, ma anche da Hezbollah, e forse da Hamas. Non abbiamo difese adeguate per le nostre città. Il numero dei morti e dei danni sarebbe insostenibile.
Tutt'a un tratto, i media mandano in onda innumerevoli servizi sui nostri tre sottomarini, che presto diventeranno cinque, o anche sei, se i tedeschi si mostreranno comprensivi e generosi. Viene detto apertamente che grazie a essi avremo la possibilità di effettuare un “secondo colpo” nucleare, qualora l'Iran dovesse usare le sue (non ancora esistenti) testate atomiche contro di noi.
E per finire c'è il prezzo politico. C'è molta tensione nel mondo islamico. L'Iran è ben lungi dall'essere popolare in molte parti di esso. Ma un attacco di Israele contro un importante paese musulmano unirebbe all'istante Sunniti e Sciiti, dall'Egitto e la Turchia fino al Pakistan e oltre. Israele potrebbe diventare una villa in una giungla in fiamme (“villa in una giungla” è come Barak definisce Israele rispetto al Medio Oriente, n.d.t.).
* * *
Ma il dibattito sulla guerra è utile a molti scopi, compresi quelli della politica interna.
Sabato 29 ottobre, il movimento di protesta si è rianimato. Dopo una pausa di due mesi, una massa di persone si è riunita in piazza Rabin a Tel Aviv. È un dato abbastanza significativo se si tiene conto che nello stesso giorno alcuni razzi stavano cadendo su alcune città della striscia di Gaza. Fino ad oggi, in una tale situazione le dimostrazioni sarebbero state annullate. I problemi di sicurezza hanno la priorità su qualsiasi altra cosa. Non stavolta.
In molti credevano, poi, che l'euforia delle celebrazioni per Gilad Shalit avrebbe rimosso la protesta dai pensieri della gente. Non l'ha fatto.
È da notare, invece, una cosa che è accaduta: i media, dopo aver appoggiato per mesi la protesta, hanno cambiato atteggiamento. Improvvisamente tutti, compreso Haaretz, si son messi a pugnalare il movimento alle spalle. Come se ordinati da qualcuno, il giorno successivo tutti i giornali hanno scritto che “in più di 20mila” hanno preso parte alla manifestazione. Beh, io ero là, e ho una certa idea di queste cose. C'erano almeno 100mila persone, per lo più giovani. Potevo a malapena muovermi.
La protesta non si è esaurita, come sostengono i media. È ben lontano dal farlo. Ma quale modo migliore che parlare di un “pericolo esistenziale reale” per distogliere la mente della gente dalla giustizia sociale?
Inoltre, le riforme chieste dai manifestanti avrebbero bisogno di soldi. In vista della crisi finanziaria mondiale, il governo si oppone strenuamente ad un aumento del bilancio, per paura che il rating del credito venga declassato.
Ma allora, da dove si possono prendere questi soldi? Ci sono solo tre possibili soluzioni: gli insediamenti (e chi si azzarderebbe a toccarli?), la Chiesa ebraica ortodossa (idem!) e le enormi spese militari.
Tuttavia, alla vigilia di una delle guerre più cruciali della nostra storia, chi toccherebbe le forze armate? Abbiamo bisogno di ogni shekel (moneta israeliana, n.d.t.) per comprare più aerei, più bombe, più sottomarini. Scuole e ospedali devono, ahimè, aspettare.
Perciò Dio benedica Mahmoud Ahmadinejad. Dove saremmo senza di lui?
Note:
URI AVNERY è uno scrittore e pacifista israeliano del movimento Gush Shalom. È un collaboratore del libro “La politica dell'anti-semitismo” (Counter Punch editore).

Tradotto da Valerio Macchia.

lunedì 7 novembre 2011

Contro il sionismo



Israele ha il diritto di controllare la crescita naturale della popolazione palestinese.
Ruth Gabisonp, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme (Pappe, 2010, p. 252)

I confini sono determinati in relazione a dove vivono gli Ebrei, non a dov’è tracciata una linea su una mappa.
Golda Meir, 1971 (Cook, 2006)

Per due anni ho visto la sofferenza della gente e non ho fatto nulla – e questo è spaventoso. Alla fine mi sono sentita come se l’esercito mi avesse tradita – mi hanno usata, non sono più stata capace di riconoscermi. Ciò che chiamiamo proteggere la nostra nazione in realtà significa distruggere vite.
Inbar Michelzon, ex soldatessa, “Israeli army's female recruits denounce treatment of Palestinians”, The Observer, 22 agosto 2010.

Nei tempi addietro Burg sarebbe stato sconfessato e considerato quantomeno un lunatico. Il grave pericolo è che oggi dà voce a fornisce un’insidiosa parvenza di rispettabilità a ciò che fino a questo momento era stato indicibile. Un domani l’infestazione incontrollabile che diffonde potrebbe conferire una completa legittimazione alla delegittimazione di Israele.
Sarah Honig, editoriale apparso sul Jerusalem Post

La rivoluzione sionista ha sempre poggiato su due pilastri: un cammino di giustizia e una leadership etica. Nessuno dei due è più operante. Oggi la nazione israeliana poggia su un’impalcatura di corruzione e su fondamenta di oppressione e ingiustizia. In quanto tale, la fine dell’impresa sionista è già alle porte. Vi sono concrete probabilità che la nostra sia l’ultima generazione sionista. In Israele potrà anche esservi uno Stato ebraico, ma sarà di un genere diverso, strano e spiacevole. […] Ecco che cosa dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo: il tempo delle illusioni è finito, è giunto il tempo delle decisioni. Noi amiamo tutta la terra dei nostri avi e in un’altra epoca avremmo desiderato vivere qui da soli. Ma non accadrà. Anche gli arabi hanno i loro sogni ed esigenze. Fra il Giordano e il Mediterraneo non c’è più una netta maggioranza ebraica. Quindi, cari concittadini, non è possibile tenersi tutto quanto senza pagare un prezzo. Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto lo stivale israeliano, e al tempo stesso pensare di essere l’unica democrazia del Medio Oriente. Non può esservi democrazia senza uguali diritti per tutti coloro che vivono qui, gli arabi come gli ebrei. Non possiamo tenerci i territori e conservare una maggioranza ebraica nell’unico Stato ebraico al mondo: non con mezzi umani, morali ed ebraici. Volete la Grande Israele? Non c’è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Qalqilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c’è problema: o mettete gli arabi su autovetture, autobus, cammelli e asini e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto, senza trucchi e senza inganni. Una via di mezzo non c’è. Dobbiamo smantellare tutti – tutti – gli insediamenti e tracciare un confine internazionalmente riconosciuto fra il focolare nazionale ebraico e il focolare nazionale palestinese. La Legge del Ritorno degli ebrei si applicherà soltanto nel nostro focolare nazionale, e il loro diritto al ritorno si applicherà soltanto entro i confini dello Stato palestinese. Volete la democrazia? Non c’è problema: o abbandonate la Grande Israele fino all’ultimo insediamento e avamposto, oppure date pieno diritto di cittadinanza e di voto a tutti, arabi compresi. Naturalmente il risultato sarà che quelli che non volevano uno Stato palestinese accanto al nostro ne avranno uno proprio in mezzo a noi, attraverso le urne. Ecco quel che dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo. Dovrebbe presentare le alternative in modo chiaro: razzismo ebraico o democrazia; insediamenti o speranza per entrambi i popoli; false visioni di filo spinato, blocchi stradali e terroristi kamikaze, o un confine internazionalmente riconosciuto fra due Stati e una capitale in comune a Gerusalemme.
Avraham Burg, La morte del sionismo, ''Ha Keillah'', XXVIII (2003), 4

Il meccanismo psicologico che gli consente di mantenere una vita all´apparenza normale, civile e anche del tutto "borghese" nel cuore di territori occupati, ostili e pieni di violenza, in mezzo a circa due milioni di persone che vivono in condizioni di oppressione e di umiliazione (in larga misura a causa della presenza degli insediamenti) mentre gran parte del mondo si oppone alla loro scelta e alle loro azioni, è estremamente affascinante. In generale, sembra che quanto più l´ideologia degli insediamenti diventa infondata e pericolosa tanto più i suoi sostenitori sono quasi condannati a esaltarla, a investirla di un sacro senso di missione. A volte mi chiedo se questo sforzo nasca anche dalla paura che filtra in loro, a dispetto di tutto, proprio a causa del loro essere persone lucide, realistiche e corrette in qualunque altro ambito della vita. Una paura causata dalla realtà insostenibile e suicida che il loro modo di agire sta imponendo al paese e a loro stessi. Se infatti i coloni negano completamente questa realtà insostenibile, nonché le conseguenze dello stato di apartheid che hanno creato, ciò significa che hanno semplicemente e letteralmente perso il contatto con essa. È quasi divertente vedere come, prigionieri del proprio sogno, definiscano "deliranti" o "pazzoidi" i loro oppositori; e la loro paura del risveglio è comprensibile.
David Grossman, “Amo Israele ma combatto l´illusione delle colonie”, La Repubblica, 13 Novembre 2010

La questione israelo-palestinese è permanentemente avvolta nelle nebbie di concettualizzazioni perverse sotto la forma di grandiose generalizzazioni e rassicuranti semplificazioni tipiche di quegli intellettuali che usano formule che scuotono e stordiscono, al costo della perdita del contatto con la realtà. Si invocano i grandi principi solo per elidere il reale. La realtà dei fatti, attualmente, è quella di un popolo che si è asserragliato in una cittadella fortificata che si è costruito attorno e che ne opprime un altro, in un rapporto di forze spaventosamente sproporzionato. È probabile che una maggioranza di Israeliani farebbe volentieri a meno di vivere in queste condizioni ma è vittima dei bombardamenti propagandistici di mezzi di informazioni quasi uniformemente fedeli alla linea nazionalista e della supremazia giudaica e quindi promotori di un pensiero binario dal quale è difficile emanciparsi. Dall’altra parte ci sono centinaia di migliaia di Palestinesi in preda al risentimento, al rancore ed alla paura delle paure ebraiche, costretti a vivere in un territorio che equivale al 10% della Palestina storica, la parte più povera di risorse (in particolare di acqua).

Il sionismo
Israele non è mai esistito, è una falsificazione operata dal clero giudaico che cercava, come i loro omologhi di altre religioni, di accumulare sempre più potere ed autorità. La Bibbia è solo un guazzabuglio di leggende, tradizioni, genealogie e riti di tanti popoli diversi, fusi assieme per poter dimostrare l’esistenza di un popolo che non c’è mai stato. La “razza” ebrea è un’invenzione, come la lingua. L’ebraico moderno non esisteva, è una creazione posteriore alla nascita di Israele, resa necessaria da questo evento e dalla politica di nazionalizzazione della Diaspora chiamata sionismo. Il sionismo è il progetto di dominio totale di un gruppo etnico – inventato tanto quanto gli altri – sugli altri gruppi residenti in una certa porzione del Medio Oriente. È perfettamente comprensibile che la reazione possa essere quella di una resistenza violenta. Come ci si può porre nei confronti di una Golda Meir che afferma che non c’erano dei Palestinesi a cui sottrarre le terre – “Non esistevano!”?. Equivale alla dottrina statunitense del Destino Manifesto nei confronti dei Nativi Americani: non sanno valorizzare le terre e le risorse, sono troppo incivili per meritarsele, meglio se ce le prendiamo noi. Che si stabiliscano nelle riserve, possibilmente senza dar toppi problemi.  
Non è un accidente del caso che l’avanguardia dei coloni negli insediamenti sia stata composta da ebrei americani, cresciuti nel mito della frontiera: la loro era l’ideologia di chi ha già e vuole avere ancora di più ed è pronto a schiacciare chi interferisce, nella convinzione di sapere esattamente cosa Dio ed Abramo si sono detti migliaia di anni fa. Pronti ad implicare milioni di altre persone, dell’una e dell’altra parte, nei loro crimini. Ci sono andati di mezzo altre migliaia di Ebrei che non avevano nulla a che spartire con questa hybris mortale. La campagna del Sinai del 1956 è stata una chiara indicazione della militarizzazione della politica e della presenza nelle alte sfere di una considerevole concentrazione di persone che non credono ad altro che al potere della forza.
L’insigne storico israeliano Benny Morris ha stabilito che tre quarti dei Palestinesi che furono costretti a lasciare le loro case lo fecero sotto la pressione dell’esercito israeliano, che massacrava e distruggeva case e villaggi. Il progetto era quello di edificare uno stato giudeo che comprendesse il minor numero possibile di Arabi. Oggi mezzo milione di Ebrei vive nei Territori Occupati, la metà dei quali vi si è stabilita dopo gli Accordi di Oslo (1993). C’è stata un’unica interruzione, quella del governo Rabin (1992-1995).
Israele è un paese immaginario, un ideale ben lontano dalla realtà israeliana concreta. Da sempre si contrappongono, idealmente, l’ebreo diasporico e cosmopolita e l’ebreo conquistatore e particolarista. Questi due estremi non esistono nella realtà, sono solo due polarità in uno spettro lungo il quale si collocano gli esseri umani che si sentono in varia misura legati alla vicenda di Israele.
Durante la prima metà del ventesimo secolo quasi tutte le organizzazioni, istituzioni e comunità ebraiche europee erano scettiche, ostili o molto tiepidamente favorevoli all’opzione sionista. Non ci si sognava di dire che l’unico vero ebreo doveva essere sionista. Un giudizio del genere appartiene, oggi come ieri, al registro dell’intimidazione morale. Nessuno detiene la proprietà intellettuale della denominazione “ebreo DOC”. Un adulto moralmente e spiritualmente maturo dovrebbe rifiutarsi di permettere che qualcun altro lo arruoli in un “noi” che oscura e castra la molteplicità delle sue mediazioni e delle affiliazioni. Questo non è successo, se non sporadicamente, tra gli Ebrei israeliani ed ora Israele è l’unico luogo al mondo in cui gli Ebrei sono in pericolo in quanto tali.
Si dice che quasi nessuno sia interessato al sogno di Grande Israele, che comprenderebbe una buona parte della Giordania, eppure in 10 anni il numero di coloni in Cisgiordania è più che raddoppiato. È lecito parlare di annessionismo rampante ed una maggioranza di Israeliani ha scelto di non opporsi, assumendosi la diretta responsabilità di tutto ciò che succederà negli anni a venire.
Se gli Israeliani sono così convinti della giustezza della loro causa, qual è la ragione della violenta intolleranza rivolta contro chi dissente e propone alternative? Le parole forse non uccidono, ma facilitano il compito di chi uccide, non versano sangue ma rendono accettabile il versamento del sangue altrui, lo incoraggiano.
Purtroppo le cose non cambieranno finché gli Israeliani non dovranno pagare un costo troppo alto per l’occupazione. Per il momento la maggioranza non pensa di essere nel torto, anzi, ritiene di essere moralmente inappuntabile, come il suo esercito.

Israele come etnocrazia teonomica
“I buoni steccati fanno i buoni vicini” dice Finkielkraut.
“Questa frase mi fa rabbrividire”, replica Brauman.
“Io la trovo ammirevole. Non le vanno bene le frontiere?”, ribatte Finkielkraut.
“Una frontiera non è una barriera, è un luogo di passaggio. A me piacciono le frontiere”, conclude Brauman.
(“La Discorde”, p. 152)
Cosa succederebbe se i cristiani americani cercassero di trasformare gli Stati Uniti in uno Stato Cristiano? L’opinione pubblica nazionale ed internazionale si solleverebbe. Invece sono in pochi a preoccuparsi del fatto che Israele intenda diventare uno Stato Giudeo. Uno stato giudeo è uno stato in cui gli Ebrei hanno il monopolio della violenza legittima e lo usano per difendere e promuovere i propri interessi. Saranno sempre loro ad avere l’ultima parola e faranno di tutto per evitare di perdere il controllo di questo monopolio, poiché si sentono perseguitati. La situazione è assolutamente surreale: sono perseguitato, entro in causa tua e la requisisco per difendermi. La cosa è umanamente ed umanitariamente accettabile: è giusto aiutare il nostro prossimo. Ma quando finisce la minaccia ti restituisco la casa, non me la tengo con il pretesto che il persecutore potrebbe farsi vivo di nuovo, non opprimo gli inquilini al punto da generare una tale paranoia che continuo a sentirmi permanentemente perseguitato.
La fede etnica conduce quasi inevitabilmente alla balcanizzazione mentale. Il veleno essenzialista contamina le coscienze e le intossica, impedendo all’infermo di osservare obiettivamente la realtà. L’esempio del kibbutz, l’istituzione formalmente più progressista d’Israele, è emblematico: anche se tutti i suoi membri sono atei, gli arabi ne sono banditi. Per farne parte dovrebbero comunque convertirsi all’ebraismo.
Ci si aspetta che ogni Ebreo del pianeta – chi scrive, tra parentesi, non fa parte di questa categoria umana – sostenga la causa sionista. Ma perché gli Ebrei che vivono in Europa dovrebbero vibrare all’unisono con gli Ebrei che risiedono in uno stato che contraddice i valori costituzionali delle democrazie europee?
L’accusa di antisemitismo o di odio verso se stessi è una fenomenale scemenza. In quasi tutti i casi i critici di Israele non hanno alcun problema con gli Ebrei che non giustificano il sionismo; inoltre molti di loro sono seriamente preoccupati per la sorte degli Ebrei proprio in conseguenza del comportamento israeliano.
La nozione di stato giudeo impedisce ad Israele di essere una nazione inclusiva. Come potrebbe mai essere democratica una società organizzata intorno al criterio etnico? La neutralità religiosa ed etnica delle istituzioni pubbliche è la condizione necessaria della democrazia, l’unico sistema che si vincola a garantire l’uguaglianza dei suoi cittadini davanti alla legge. Al contrario Israele è uno stato democratico per gli Ebrei ed è uno stato giudeo per gli Arabi. L’etnonazionalismo diventa un veicolo di bigottismo, sadismo, superbia, fanatismo e bramosia sconfinata.
In particolare, in Israele l’aspirazione democratica cozza con una prassi quotidiana di violenza ed arbitrio e, laddove esiste, di pace fondata sull’unica base della smaccata superiorità militare. Sarebbe assurdo pensare di frazionare il mondo in un numero di staterelli corrispondenti al numero di popoli che si identificano come tali. Al grido di “l’arabo comprende solo la forza”, i Palestinesi sono diventati i pellerossa d’Israele. Solo in Israele si fanno sondaggi dove si chiede alla popolazione se sia favorevole all’espulsione di una sua parte (ossia se consideri una categoria di cittadini – i discendenti degli autoctoni – come un tumore nel corpo sociale) e le risposte sono in maggioranza positive.
Durante l'influente conferenza Herzliya del dicembre 2003, il Dr. Yitzhak Ravid, un ricercatore di grado elevato dell'Autorità governativa per gli Armamenti, auspicò che Israele "attuasse una rigorosa politica di pianificazione delle nascite in relazione alla sua popolazione musulmana". Avvertimenti in tal senso furono espressi alla medesima conferenza anche al massimo livello, compreso un discorso di Benyamin Netanyahu. Egli osservò che "se c'è un problema demografico, e c'è, esso riguarda gli arabi israeliani che resteranno cittadini israeliani" (Cook, 2006). Netanyahu, affermò che se gli Arabi arriveranno a costituire il 40% della popolazione di Israele sarà la fine dello stato giudeo: “Ma anche il 20% è un problema e se le relazioni con questo 20% diventano problematiche, lo stato è autorizzato a prendere misure drastiche” (Pappe, 2010).
È sconcertante osservare un popolo segnato dalla catastrofe nazista che ne maltratta un altro, gli sottrae la terra e demolisce le sue abitazioni, autoproclamandosi modello di democrazia per il Medio Oriente, esito finale di un movimento di liberazione nazionale che si è confuso con un movimento neo-coloniale e razziale.
Perché mai gli Ebrei di Damasco e di Beirut, così vicini a Gerusalemme, non sentivano il bisogno di recarvisi e invece ora si afferma che Gerusalemme debba essere etnicamente pura? E perché la Bibbia è interpretata come una cronaca fedele degli eventi passati e, contemporaneamente, come un registro catastale?

L’Olocausto ed un’autoghettizzazione suicida alle frontiere dell’Impero Americano
Oltre ai tradizionali 6 milioni di Ebrei (un numero inventato di sana pianta – furono comunque diversi milioni, su questo non ci può essere alcun dubbio, con buona pace dei negazionisti), nella Shoah morirono anche 5 milioni di non-Ebrei, ma questo è un aspetto della questione che viene generalmente trascurato.
Più gli Israeliani si sono allontanati temporalmente dall’Olocausto, più sono diventati paranoici, cinici e pessimisti. L’Olocausto è diventato come il prezzemolo: poiché nulla di quanto perpetrato dall’esercito e dai coloni israeliani è paragonabile all’Olocausto e l’alternativa sarebbe un secondo Olocausto, allora tutto è permesso. Così si uccide l’empatia: la memoria e la paura del futuro hanno reso troppi israeliani indifferenti ai traumi e sofferenze altrui. Una gara a chi ha subìto il trauma peggiore compromette ogni possibile margine di comprensione verso il prossimo. L’intero sistema ha inserito il pilota automatico e sfreccia verso l’abisso.
L’ideologia della Shoah non era così prevalente fino alla fine degli anni Settanta. Lentamente è servita a bloccare le commemorazioni degli altri genocidi, come se valessero di meno; a dire il vero per molti Ebrei è così: le morti altrui valgono di meno. Succede a tutti gli esseri umani: siamo una specie egocentrica. I milioni di non-Ebrei che morirono nei campi di sterminio sono stati ugualmente eclissati. Parallelamente sorge la finzione dell’identità europea “giudeo-cristiana”, un’invenzione ideologica in funzione anti-islamica.
La Soluzione Finale non giustifica la Soluzione Sionista. La decisione di affidarsi solo alle proprie forze non autorizza a estendere i propri diritti a discapito di quelli altrui. La memoria dei morti non giustifica il presente. I vivi non sono servi dei morti, i morti non pretendono nulla, neppure di essere onorati, non possono neppure dire la loro. Un ipotetico sondaggio tra le vittime dell’Olocausto potrebbe mostrare che queste sono in gran parte critiche dell’attuale atteggiamento israeliano. La lezione dell’Olocausto è che bisogna contenere e neutralizzare il fascismo, l’etnonazionalismo, il razzismo, ecc. non che bisogna condonare quello dei discendenti delle vittime. Anzi, le azioni del presente sono un oltraggio alle vittime del passato ed una minaccia per i vivi del presente, in tutto il mondo. Il nazismo non può essere l’unico criterio per valutare le azioni di un popolo. Si può essere infami anche senza imitarli in tutto e per tutto.
Avraham Burg, in “Sconfiggere Hitler”, ha illustrato molto bene il tragico impasse israeliano. Ecco una sintesi per sommi capi delle argomentazioni impiegate da un politico che è stato presidente ad interim dello stato israeliano: Il trauma della Shoah mi sembrava una malattia terminale ed incurabile – aggrappati tenacemente ai ricordi e sofferenze, avvinti al trauma, con il quale giustifichiamo tutto. Il ripudio dell’umanesimo universalista e dell’eredità illuminista di Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola, Montesquieu, ecc., la Shoah come pilastro teologico dell’identità israeliana moderna. Una sola lingua, quella della tensione e dei traumi, dell’ostilità e dello scontro, mentre altrove si cerca di parlare la lingua dei ponti e dei legami, della comprensione e dell’indulgenza. A volte ho la sgradevole sensazione che Israele non possa esistere senza questa condizione di conflittualità. C’è un culto ebraico della morte (necrofilia: ogni anno Israele conferisce ritualmente la cittadinanza alle vittime della Shoah). I nostri figli non sono sopravvissuti per procura, lo Stato d’Israele non deve diventare il portavoce dei morti. Tutto questo produce un pericoloso egoismo etnico, l’aspirazione alla forza fisica (quasi primitiva), l’antitesi dell’autentica essenza interiore dell’ebraismo. Di conseguenza sacralizziamo la questione sicurezza, divenuta non di rado un’ossessione vendicativa e violenta, una paranoia infinita che si traduce in perenne diffidenza: siamo ormai incapaci di distinguere un amico da un aggressore, sordi di fronte alla cacofonia morale dello “Stato di vittime” cui tutto è permesso – compreso sacrificare l’altro. La condizione della vittima è liberatoria. Lo stato militarista non ha altra via d’azione che non sia una rigidità politica e sociale fondata sulla predisposizione del popolo ai pregiudizi e alla discriminazione di ogni “altro” e di chiunque sia considerato avversario della nazione unificata. Ogni nemico è assoluto, ogni guerra totale. Più il nemico è malvagio, più noi siamo buoni. L’esercito di occupazione israeliano, generalmente aggressivo, è chiamato “Forze di Difesa”. Gli avversari sono metanemici, demoni. Siamo posseduti da un’isteria cronica. Tutto è sempiternamente in gioco: o tutto o niente, essere o non essere. Eppure coltiviamo la convinzione che a noi questo non può capitare, che siamo immunizzati dall’odio e dal razzismo.
Più gli Ebrei soffrono più il sionismo è legittimo. Chi non vuole vivere in Israele non si merita di farlo. È un processo di auto innamoramento, di feticismo della propria esteriorità, un narcisismo autoincensatore. Non c’è spazio per la sofferenza e le tragedie altrui. È come il caso del bambino maltrattato che perpetua lo schema patologico familiare, diventando a sua volta un padre padrone…il bambino non capisce che c’è una realtà diversa, che è possibile una vita diversa, migliore di quella che gli ha riservato il suo triste destino. Per questo anche colui che è stato umiliato e perseguitato può diventare di colpo simile ai suoi peggiori persecutori. Le angherie subite in passato non garantiscono l’immunità morale nel presente di colui che è appena diventato il padrone, anzi. Serve un impegno per una vita più clemente e più tollerante. 
Sempre Burg, in un’intervista, discute della questione del Grande Israele: “La destra ultranazionalista non ha accantonato il sogno di dar vita al Grande Israele... «Più che di "sogno" parlerei di incubo che può sfociare in tragedia... Anche qui: si abbia il coraggio di dire la verità. Volete il Grande Israele? Non c'è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro Paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Kalkilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c'è problema: o mettere a forza gli arabi sugli autobus e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto. Una via di mezzo non c'è»”.
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In ogni caso, se esistesse una reale minaccia – ed è perfettamente possibile che esista e che non sia incarnata dai Palestinesi ma da forze molto più potenti ed oscure, http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/verso-un-secondo-olocausto.html – concentrarsi in un fazzoletto di terra con le spalle al mare e circondato da popoli che si disprezzano e che rimangono in generale ostili alla tua presenza ed al tuo atteggiamento, per di più sottraendogli le terre con la forza, è una strategia suicida.
Fin dal 1949 i diplomatici americani fedeli alla dottrina Truman avevano spiegato agli Israeliani che la loro intransigenza avrebbe messo a repentaglio il futuro del paese e del mondo occidentale. 
Si è assistito all’uscita da un ghetto per rientrare in un ghetto ancora più grande, etnocratico, in un tragico scimmiottamento della condizione degli Ebrei europei nel Terzo Reich, quasi una coazione a riprodurre i traumi di un tempo. Un ghetto che dipende dalla benevolenza degli Stati Uniti, allo stesso tempo in cui le sue pretese irragionevoli moltiplicano la sfiducia e il risentimento tra masse crescenti di cittadini statunitensi, inclusi gli ebrei americani, che ormai giudicano che gli interessi di Israele siano in contrasto coi loro interessi e che Israele sia una minaccia per la pace nel mondo. Gli Israeliani sono diventati una minoranza extraterritoriale dell’impero americano, una minoranza non particolarmente ben vista.

Terrorismo sionista
In passato i servizi segreti di Israele hanno organizzato falsi attentati in Iraq, Egitto e in Marocco per disseminare la paura tra gli Ebrei sefarditi e spingerli ad emigrare verso Israele. Nonostante il fatto che nel Maghreb siano stati i coloni francesi a perseguitare gli Ebrei al tempo di Vichy e i musulmani a nasconderli per proteggerli, Ben Gurion rimase sempre estremamente riluttante a condannare l’uccisione di civili arabi con bombe e granate (ci furono decine di attentati sionisti tra il 1937 e il 1948). Itzhak Shamir era uno dei leader del gruppo terroristico Stern, Begin proveniva da Irgun. Shamir è stato primo ministro di Israele tra il 1983 ed il 1984 e tra il 1986 ed il 1992. Menachem Begin è stato primo ministro tra il 1977 ed il 1983. È piuttosto significativo che Israele sia stato governato da ex terroristi per un periodo compreso tra il 1977 ed il 1992, con il breve intervallo del governo di Shimon Peres, uno degli ideatori della Campagna del Sinai ed oggi patrocinatore di una suicida guerra all’Iran, pur avendo fondato il "Peres Center for Peace".


LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/i-giusti-tra-le-nazioni-salvare.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/il-governo-israeliano-sta-distruggendo.html

Bibliografia:
Rony Brauman & Alain Finkielkraut, La Discorde. Israël-Palestine, les Juifs, la France (conversations avec Elisabeth Lévy), Paris : Mille et Une Nuits, 2006.
Avraham Burg, Sconfiggere Hitler : per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Vicenza : Neri Pozza, 2008.
Jonathan Cook, Blood and Religion. The Unmasking of the Jewish and Democratic State, Pluto Press, London-Ann Arbor 2006
Yitzhak Laor, Le nouveau philosémitisme européen et “le camp de la paix” en Israël, Paris: La fabrique 2007
Gideon Levy, The Punishment of Gaza, London: Verso, 2010.
Michael Neumann, The case against Israel, CounterPunch and AK Press, 2005.
Eyal Weizman, Il male minore, Roma: Nottetempo, 2009.

lunedì 31 ottobre 2011

Verso un Secondo Olocausto?





Una reazione puramente istintiva, beninteso, dà spesso una gran sensazione di sollievo. Hitler diede modo alla Germania di scaricarsi delle frustrazioni e del malcontento di cui era preda, comportandosi semplicemente come un bambino di tre anni: quando voleva qualcosa, usciva dai gangheri, urlava e pestava i piedi, finché non l’aveva ottenuto.
Northtop Frye, “L'immaginazione coltivata”, Milano: Longanesi, 1974, p. 104.

La maggior parte delle capitali europee è il possibile bersaglio delle nostre forze aeree…Abbiamo la capacità di inabissare il mondo assieme a noi e posso assicurarvi che succederà prima che Israele scompaia.
Martin Van Creveld, docente di storia militare alla Hebrew University di Gerusalemme, intervista per Elsevier, no. 17, p. 52-53, 27 aprile 2002.

Non si chiede agli Israeliani di dare qualcosa, ma di restituire ai Palestinesi ciò che è loro, la terra, l’autostima ed i loro diritti. Nessun ladro può pretendere qualcosa per restituire il maltolto. Solo uno psicopatico sarebbe pronto a distruggere un condominio o un intero quartiere per eliminare dei malviventi. Ma è quel che succede a Gaza.
Gideon Levy "Demands of a thief", Haaretz, novembre 2007.

«I significati dell'Olocausto,» rispose lui con voce grave, «devono essere determinati da noi, ma una cosa è certa: il suo significato non sarà meno tragico di quanto lo è oggi se ci sarà un secondo  Olocausto, e se la progenie degli ebrei europei che evacuarono l'Europa per un asilo in apparenza più sicuro dovesse andare incontro alla distruzione collettiva in Medio Oriente. Un secondo Olocausto non avrà luogo sul continente europeo, perché questo è stato teatro del primo. Ma un secondo Olocausto, qui, potrebbe verificarsi fin troppo facilmente e, se lo scontro tra arabi ed ebrei dovesse continuare ad aggravarsi, si verificherà: è inevitabile. La distruzione di Israele in un conflitto nucleare è oggi una possibilità assai meno remota di quanto lo fosse l'Olocausto cinquant'anni fa».
Philip Roth, “Operazione Shylock”, Mondadori, 1993.

Perché gli Israeliani non sembrano pensare alle generazioni future? Sono davvero convinti che la loro supremazia militare ed economica li metterà al riparo per sempre da una resa dei conti determinata dalla loro aggressività, violenza ed iniquità? Sono davvero disposti a subire la condizione di stato paria agli occhi dell’opinione pubblica internazionale?
Sì, purtroppo, perché le popolazioni che si sentono minacciate di estinzione non avvertono alcuno scrupolo morale: il fine (sopravvivenza) giustifica ogni mezzo, anche se sono mezzi che alla lunga si dimostreranno autrodistruttivi. Le rappresaglie e le vendette non diventano solo giuste ma necessarie. “Con noi o contro di noi”, "O tutto o niente", "ora o mai più", “non sarò più alla mercé di nessuno, sarò io a tenere il coltello dalla parte del manico, costi quel che costi”. È questa la malattia israeliana: non esiste alcuna democrazia sana in cui la parte che governa deve convincersi ogni giorno del fatto di essere onnipotente, di non dover scendere a compromessi, di non potersi permettere di fare concessioni. Israele è pericoloso per sé e per il mondo perché è guidato da una politica incessantemente espansionistica che può solo provocare nuovi conflitti e la compromissione dello stato di diritto in patria. 
Non c’è nulla di razionale in tutto questo: egoismo ed avidità in una cornice patriottica/nazionalistica che dovrebbe in qualche misura legittimare il perseguimento dei peggiori istinti umani. Da Ben Gurion, a Sharon (1993), a Netanyahu, l’obiettivo è la restaurazione del Regno di Davide e Salomone – di una Sparta giudea, con i Palestinesi come iloti –, ossia di un’invenzione, una tremenda invenzione. Come si può scendere a compromessi con una fantasia maniacale?
In Medio Oriente si sta profilando una crisi probabilmente senza precedenti e che interessa tutti noi. C’è chi sogna un Israele più mite e comprensivo, disposto a “gettare il cuore oltre l’ostacolo e dire sì alla richiesta palestinese”. Purtroppo è destinato a restare un sogno. Dopo l'uccisione di Yitzhak Rabin per mano dell'ennesimo colono fanatico, Israele si è costruito attorno un ghetto, si è isolato internazionalmente e ormai dipende dalla benevolenza americana e da generosi sussidi che, a causa della crisi, verranno presto a mancare. Eppure continua a lamentarsi e pestare i piedi per ottenere quel che vuole, invece di programmare un futuro di pace, finalmente libero da una paranoia psicologicamente e moralmente distruttiva.

Il governo israeliano pare aver già deciso che la guerra con l'Iran è inevitabile e giusta:
L’esercito israeliano si esercita in preparazione di un possibile conflitto con gli Arabi in seguito al voto sulla sovranità palestinese:
Gli effetti psicologici dell'Occupazione sulla parte di popolazione israeliana (credo maggioritaria) che resta ancora sana, ragionevole, integra, umana sono deleteri:
Goebbels a suo tempo diceva che certe questioni si possono risolvere solo in tempo di guerra. In questo caso ci sono migliaia di Palestinesi da ricollocare (pulizia etnica). Una guerra in Palestina (e non solo) sarebbe conveniente. Non lo penso solo io, ne è convinto anche lo scrittore israeliano Uri Avnery:
“Un giornalista straniero mi ha chiesto l’altro giorno: “Ma cosa ne pensano?” “Loro” – Netanyahu, Lieberman e altri – stanno perdendo tutti gli amici rimasti, umiliando nel frattempo Barack Obama. Hanno sabotato la ripresa dei colloquio di pace. Hanno sparpagliato gli insediamenti ovunque. Se la soluzione dei Due Stati è diventata impossibile, cosa rimane? Uno stato unificato dal Mediterraneo alla Giordania? Che tipo di nazione sarebbe? Sono assolutamente contrari a uno stato bi-nazionale, che sarebbe la negazione totale del sionismo. Uno stato di apartheid? Quanto potrebbe durare? L’unica alternativa “razionale” sarebbe una pulizia etnica totale, lo sfollamento di 5 milioni e mezzo di palestinesi dalla West Bank, dalla Striscia di Gaza Strip e dalla stessa Israele. È una cosa possibile? Il mondo potrebbe tollerarlo, se non venisse distratto da un’invasione dei marziani? La risposta è: “loro” non pensano proprio. Gli israeliani sono condizionati dalla loro storia a pensare a brevissimo termine. Come dicono gli americani: “Un uomo di stato pensa alla prossima generazione, un politico alle prossime elezioni.” O come diceva di solito il dirigente sionista Chaim Weizmann: “Il futuro arriverà e si preoccuperà del futuro.” Non c’è dibattito nazionale, solo un vago desiderio di tenere tutto per sé. I sionisti di destra vogliono avere tutta la Palestina storica, quelli di sinistra vogliono avere il più possibile. Questo è il massimo di elaborazione possibile. I vecchi saggi ebrei dicevano: “Chi è l’eroe più coraggioso? Quello che trasforma il suo nemico in amico.” I saggi moderni che ci governano lo hanno così trasformato: “Chi ha il prestigio più alto? Chi trasforma il suo amico in nemico.”

L'interpretazione della realtà dei governi israeliani è la seguente: prima era Arafat (Nobel per la Pace) ad ostacolare la pace, poi l'Intifida, ora la Palestina e l'Iran. Un editoriale di Haaretz conclude, logicamente, che i governi israeliani non hanno mai cercato la pace e faranno di tutto per impedire la nascita di uno stato palestinese, solo che hanno esaurito gli argomenti per giustificarsi, la messinscena è ormai evidente a chiunque abbia occhi per vedere: 
Qui traduzione in italiano:
Netanyahu, nel 2003, affermava che se gli Arabi arriveranno a costituire il 40% della popolazione di Israele sarà la fine dello stato giudeo. “Ma anche il 20% è un problema e se le relazioni con questo 20% diventano problematiche, lo stato è autorizzato a prendere misure drastiche” (citato in Ilan Pappe, "The ethnic cleansing of Palestine", 2010).
Il che spiega la pericolosa e smaccatamente immorale prossimità con il regime sudafricano dell'Apartheid, che pure affondava le sue radici nell'antisemitismo e, in casi tutt'altro che isolati, nel nazismo:

Nel 2002, David Perlmutter, docente alla Louisiana State University, specialista di giornalismo, comunicazioni di massa e propaganda, pubblicò una sua riflessione sul Los Angeles Times che illustra meglio di un saggio tematico la prigione mentale nella quale sono rinchiusi molti Ebrei: “Israele ha costruito armi nucleari per 30 anni. Gli Ebrei capiscono che cosa ha significato in passato l’accettazione passiva ed inerme di un tragico fato. Masada non è un esempio da seguire – non ha minimamente danneggiato i Romani, ma Sansone a Gaza? Con una bomba nucleare? Quale miglior castigo per un mondo che odia gli Ebrei e migliaia di anni di massacri se non un Inverno Nucleare?...Per la prima volta nella storia, un popolo che rischia lo sterminio mentre il mondo ridacchia o guarda altrove – a differenza degli Armeni, dei Tibetani, degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale o dei ruandesi, ha il potere di distruggere il mondo. Una giustizia suprema? Questi sono i miei pensieri oscuri e la mia quieta disperazione. Chi li farà volatilizzare? Chi taciterà la follia? Mi sarà concesso di diventare un vecchio amareggiato? Avremo la possibilità di tornare col pensiero a questi giorni, oltre i funghi atomici del domani?”
In un altro editoriale apparso su Haaretz, Gideon Levy scriveva: “Vogliamo guerre violente e operazioni militari brutali ma senza che il mondo le veda. Vogliamo violazioni dei diritti umani ma senza il clamore delle critiche. Vogliamo pregare il mondo di boicottare Hamas e allo stesso tempo siamo contro i boicottaggi. Vogliamo la democrazia ma senza i rumori di sottofondo delle minoranze. Vogliamo vivere in una quasi-teocrazia, uno dei Paesi più religiosi al mondo, ma immaginare di vivere in una democrazia secolare e liberale”.
Dal canto suo Meir Dagan, che fino a pochi mesi fa era il direttore del Mossad, sta criticando severamente la dirigenza politica del suo paese, definendola “irresponsabile e scriteriata”, mentre esprime apprezzamento per le aperture dei paesi arabi. Pretende che abbiano fine i “pericolosi avventurismi” del suo governo, che “potrebbero mettere a rischio la stessa esistenza di Israele”. Commentando queste esternazioni, il giornalista del quotidiano Maariv ha scritto: “se quest’uomo dice che il governo non ha una visione ed è irresponsabile, dovremmo smettere di dormire sonni tranquilli”.
Lo stesso Bill Clinton ha recentemente dichiarato che Netanyahu non è minimamente interessato a degli accordi di pace per il Medio Oriente.
Infine ci sono i pareri di due analisti internazionali di primo piano, entrambi ebrei americani. Thomas L. Friedman ha ammesso di non essere mai stato così preoccupato per il futuro di Israele, a causa del “governo più inetto dal punto di vista diplomatico e più incompetente dal punto di vista strategico della sua storia”. Michael Walzer ha definito l’ostinato rifiuto di Netanyahu di avviare seri negoziati “una scelta folle. Non inaspettata, ma pur sempre folle”.
Israele è un interessante applicazione della Mortality Salience Theory (o Terror Management Theory TMT, Solomon 2004), su scala nazionale-collettiva. La teoria riguarda gli individui e sostiene che la paura della morte spinge a sostenere misure autoritarie e tradizionalismi. In Israele, la prospettiva più o meno plausibile dell’annichilimento dello stato ebraico proietta su scala collettiva una predisposizione altrimenti ristretta alla sfera personale.
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La posizione di Israele nel mondo si sta facendo ogni giorno più delicata. La Turchia ha rotto le relazioni diplomatiche per le mancate scuse sull’attacco sanguinoso alla “Mavi Marmara”, l'ammiraglia della Freedom Flotilla. L’incursione israeliana che ha causato l’uccisione di cinque soldati egiziani è stata motivata dall’accusa israeliana all’Egitto di ospitare gruppi terroristici nel Sinai. Nel 2006 una situazione analoga è sfociata nella guerra del Libano. Negli Stati Uniti i più accaniti sionisti sono gli esponenti della Destra cristiana, che sono però quasi tanto antisemiti quanto sono islamofobi. Khaled Fouad Allam, sociologo ed editorialista della Repubblica e del Sole 24 Ore, invitato alla manifestazione “Oriente Occidente”dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è perciò comprensibilmente preoccupato per la piega che stanno prendendo gli eventi. Intervistato sul tema “Lo sguardo di Israele e della Palestina di fronte alle rivolte arabe. Effetti e prospettive”, ha spiegato al folto pubblico presente che l’unica soluzione alla questione arabo-israeliana è percorrere la strada della giustizia, ossia la nascita di uno stato palestinese: “se non lo si farà c’è il rischio di una conflagrazione anche più grande di quella del Novecento. Non voglio neppure immaginare cosa potrebbe accadere”.
Temo che non esageri. Troppi tabù, troppa pressione psicologica, corde troppo tese. L’affetto ed il sostegno alla causa ebraica potrebbero convertirsi in odio e i Palestinesi, loro malgrado, subirebbero la medesima sorte di Israele.
Esaminiamo la situazione nel suo complesso. Gli Israeliani sono concentrati in un'area prevalentemente desertica, grande come la Lombardia, con le spalle al mare ed al muro, ossia un gigantesco ghetto non-denuclearizzato. La stessa Hannah Arendt era dell’avviso che ammassare milioni di ebrei in un fazzoletto di terra era una pessima idea. L’avvocato difensore di Eichmann, Robert Servatius, nell’arringa finale incolpò tutti i capi di stato (non solo i nazisti e collaborazionisti) per l’Olocausto, aggiungendo: “L’hanno fatto nel passato e probabilmente lo faranno di nuovo nel futuro”. Così la vede l’amico Mario Giuliano: “lo stato di Israele costituisce un immenso lager per diversi milioni di ebrei, costretti a servire nell'esercito per 2 o 3 anni, a seconda se siano femmine o maschi, senza che ve ne sia la reale necessità militare. Ed ovviamente questo fatto, di aver servito nell'esercito, va a pregiudicare la possibilità per tutti quei cittadini israeliani, di acquisire la cittadinanza di un altro paese. A questo serve il servizio militare israeliano. Fa parte del sistema-lager”.
Israele è una nazione molto piccola, poche testate atomiche sarebbero sufficienti per annientarla. Qualche milione di Arabi (Palestinesi, Libanesi, Giordani, Siriani, Egiziani, ecc.) morirebbe assieme agli Ebrei. 
Chi paventa un Secondo Olocausto per mano iraniana sostiene che Mahmud Ahmadinejad e i mullah se ne infischiano della sorte di Palestinesi, Giordani e Libanesi. Ne siamo certi? Dobbiamo veramente credere che possono permettersi di sterminare milioni di altri musulmani e di produrre una nube radioattiva che potrebbe raggiungere la Mecca e poi l’Iran stesso? Queste esternazioni possono solo servire a scatenare una guerra preventiva che rischia veramente di causare un Secondo Olocausto. Non è certo accidentale che nel corso della campagna elettorale per le presidenziali sia Sarah Palin sia John McCain abbiano riproposto la retorica dell’incrollabile intenzione iraniana di spazzare via Israele con un Secondo Olocausto. Tuttavia Mahmoud Ahmadinejad si è sempre limitato a dire che il regime occupante è destinato a scomparire, che i suoi giorni sono contati, ecc. denunciando nel contempo le atrocità commesse dagli Israeliani nei Territori Occupati. Non ha mai espresso alcuna intenzione di muovere una guerra suicida agli Israeliani.
In cambio negli anni passati sono affluiti moltissimi “Ebrei” non particolarmente raccomandabile, gente disposta a tutto, anche a rendersi responsabile di atrocità a nome di Israele e di tutti gli Ebrei. Molti Ebrei più moderati e civili sono emigrati, lasciandosi alle spalle una più elevata densità di aggressività, egoismo, paranoia, narcisismo e brame di dominio sul prossimo:
Si è anche instaurato un tabù del politicamente corretto contro il pensare o il parlar male di Israele che sta facendo fremere di sdegno l’opinione pubblica internazionale, incapace di sfogare le sue emozioni in modo ragionato e controllato. Questo tabù ha prodotto le condizioni esistenti in una pentola a pressione. Qualora il sostegno americano ed europeo ad Israele dovesse venir meno, magari a causa della crisi economico-finanziaria o di un conflitto non voluto, l’assenza del necessario dibattito spassionato e ragionevole su quel che avviene in Palestina si ritorcerebbe contro tutti gli Ebrei del mondo, trasformati ancora una volta nel capro espiatorio dei mali del mondo, come ai tempi del nazismo. L’immagine da visualizzare è quella del bacino che si riempie, con le saracinesche chiuse. La diga fatica a contenere la pressione dell’acqua, poi cede (la corda si spezza), si verifica un palese, crudele, ipocrita voltafaccia, quando la posizione israeliana sarà indifendibile (e lo sarà perché nessuno ha richiesto moderazione in tempi utili, innescando un circolo vizioso). Saranno rimasti in pochi a protestare se succederà qualcosa ad Israele ed agli Ebrei di tutto il mondo.
Un blogger si è spinto anche oltre. Non condivido necessariamente la sua posizione, ma non voglio escluderla in modo categorico: "Israele potrebbe in questa ottica essere il prossimo detonatore, la prossima Germania Nazista di cui da una parte si favorisce l' ascesa, ma intanto si prepara l' opinione pubblica a richiedere e sostenere la sua caduta .. E' solo un' ipotesi ovviamente, che mi viene dalla semplice lettura "mediatica" ... ma anche il semplice disegno di unificazione dell' Occidente sotto gli Usa, dovrebbe passare per dinamiche di questo tipo ... fare esplodere un contrasto ideologico all' interno dell' Occidente stesso (e l' ideologia religiosa è sempre stato un ottimo veicolo) e poi porsi ad arbitri della situazione, favoriti dall' opinione pubblica che intanto si monta in senso contrario ...L' ipotesi, insomma, è che si stia preparando un progetto a lungo-medio termine, ed Israele in qualche modo ne sarà il perno”.

Il voltafaccia è già in preparazione: “The only people that would benefit from this would be the Israeli's and the Saudis... and I think if I was looking at a counter intelligence operation to decide where this information came from I'd be very interested to see if I could find an Israeli hand, or Saudi hand... because in the long run Judge, BOTH ISRAEL AND SAUDI ARABIA ARE MUCH MORE DANGEROUS ENEMIES THAN THE IRANIANS ARE. The congress is crazy for war with Iran... listen to senator Graham, and senator McCain and Joe Lieberman... they are owned by the Israeli's... the Saudi's are very influential so when you look at these kind of things you have to ask who would benefit from the war? The Israeli's and the Saudi's would LOVE to see our money and our young men and women being killed to fight their enemies in Iran”.
Michael Scheuer, ex CIA, storico alla Georgetown University - 2011-10-13 su Fox News.

A questo proposito, ci si potrebbe chiedere cosa ci faccia una base americana in territorio israeliano: http://philadelphians.50megs.com/US_IL_base2.html
Serve a proteggere Israele o a controllare l’area, anche a discapito di Israele?



Cosa succederebbe a Israele se Obama perdesse le prossime elezioni?
La destra fondamentalista americana odia tradizionalmente gli Ebrei e pregusta l'avvento dell'Armageddon, in cui gli Ebrei o si faranno cristiani o periranno nello scontro finale tra le forze del bene e del male. La fondazione dello stato di Israele nel 1948 ed il controllo ebraico su Gerusalemme inverano la profezia e preparano l’avvento di Cristo e dell’era messianica in cui i fedeli godranno dei frutti della società ideale. Mancano la distruzione delle moschee musulmane sulla spianata e la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme. I saggi di Gershom Gorenberg e Grace Halsell illustrano molto bene la situazione. Questi eventi preannunciano – sono i pre-requisiti – per la venuta del Primo Messia (sionismo) e per il Secondo Avvento (cristiani). I cristiani parlano di un Armageddon nucleare, mentre i sionisti non lo contemplano, né si rendono conto che, stando alle scritture cristiane, una volta costruito il terzo tempio il loro destino sarà segnato: convertirsi o scomparire. In cambio i musulmani si attendono che, alla fine dei tempi, Gerusalemme sarà la nuova Mecca, ospitando la Ka'ba.

Teniamo a mente che nel 1999 un gruppo di evangelici americani (che si facevano chiamare “Concerned Christians”) fu arrestato in Israele mentre cercava il modo di far saltare in aria una moschea ed accelerare la venuta di Cristo. Azioni analoghe sono state progettate da terroristi sionisti (cf. Renzo Guolo, “Terra e redenzione. Il fondamentalismo nazionalreligioso in Israele”, Milano, Guerini, 1997)
Qui maggiori dettagli sul rapporto schizofrenico tra Ebrei e fondamentalisti cristiani americani:
"The so called unconditional support of Christian Zionists towards the state of Israel is loaded with self interest to say the least. Their support is entirely related to the convergence of their end goals with that of the Zionists i.e, for all Jews to live in Eretz Israel. If the Zionists had chosen to create a state any where else but Palestine, these Christians would probably revert back to the same type of religious anti-Semitism that has been common in Christian history for the past two thousand years. Even now many Christian Zionists believe that the Anti-Christ will be a Jew and that the vast majority of Jews will be hurled into the lake of fire upon Christ’s return to be tormented for all eternity".

CONCLUSIONI 
Se avete amici in Israele il mio consiglio è: sforzatevi di convincerli a trasferirsi altrove entro l’estate del 2012 o giù di lì. E' ormai il posto più pericoloso del mondo, assieme a degli ipotetici Stati Uniti post-Obama, in mano alla destra cristiana antisemita (vi è la fondata possibilità che si verifichi un’ondata di pogrom o che siano rinchiusi in campi di concentramento).

ALLEGATO A
La Stampa 10/6/2010 - Appello di Alain Elkann: "Gli ebrei diventino tutti cittadini di Israele"
“Se noi ebrei vogliamo esistere ed essere forti, dobbiamo capire che c’è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale”. “I nostri figli nel mondo intero dovrebbero sentirsi toccati, e diventare soldati in Israele, all’età richiesta e quando la necessità si fa sentire”.  “Tutti gli ebrei dovrebbero conoscere le stesse paure e le stesse speranze per i loro bambini”.  “Gli ebrei possono non condividere la politica israeliana a condizione che si considerino come israeliani”.  “Senza dubbio la maggioranza degli ebrei non ha voglia di abbandonare la propria posizione sociale, acquisita nella Diaspora, e di rinunciare al proprio lavoro, ma devono capire che non hanno più scelta. Hanno un paese che appartiene loro, e se lo desiderano possono acquisire la doppia nazionalità. Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano”. “I nostri nemici e i nostri detrattori ci rispetterebbero di più, se fossimo uniti nel credere che israeliani ed ebrei sono la stessa cosa”. “In quanto popolo monoteista più antico meritiamo rispetto”. “In Israele c’è uno stato ebraico basato su principi ebraici. Essere ebrei in Israele non significa essere una minoranza in un paese sicuro, ma appartenere ad una maggioranza che affronta delle responsabilità e dei pericoli”. “Non bisogna dimenticare che gli ebrei sono un popolo del deserto, che Abramo ha lasciato il suo focolare per partire nel deserto. Allora perché non torneremo alle nostre radici e alle nostre origini?”. “Dovremmo essere molto fieri, d’avere un paese nostro, e dunque dovremmo sostenerlo e restare uniti”. “Dio ci benedica”.
C’è o ci fa? Quali sono le reali motivazioni di Alain Elkann? E’ stato ingannato o inganna?

ALLEGATO B
Il 25 gennaio 2002, 52 riservisti israeliani scrivono una lettera aperta alla società israeliana, pubblicata su Ha’aretz:
- noi, ufficiali e soldati…ai quali sono stati impartiti ordini che non avevano nulla a che fare con la sicurezza della nostra nazione ma avevano come unico scopo quello di perpetuare il nostro controllo sui Palestinesi;
- noi, che abbiamo visto il prezzo di sangue che questo esige da entrambe le parti;
- noi, che abbiamo creduto che quegli ordini distruggono tutti i valori che abbiamo assimilato crescendo in questa nazione;
- noi, che ora comprendiamo come il prezzo dell’occupazione è la perdita del carattere umano delle Forze di Difesa Israeliane e la corruzione dell’intera società israeliana;
- noi, che sappiamo che quei territori non sono Israele e che tutti gli insediamenti sono destinati ad essere evacuati, alla fine:
noi, con la presente, dichiariamo che non intendiamo continuare a combattere questa guerra per gli insediamenti. Non continueremo a combattere oltre i confini del 1967 per dominare, espellere, affamare ed umiliare un intero popolo. Dichiariamo altresì che continueremo a servire nell’esercito israeliano in ogni missione che serva a difendere Israele. Le missioni di occupazione ed oppressione non hanno questo obiettivo e non intendiamo prendervi parte.

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