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lunedì 28 novembre 2011

Le virtù trentino-tirolesi alla prova del Terzo Reich



Ho appena finite di leggere il rapporto del Gauleiter Frauenfeld sul Sudtirolo. Propone che i Sudtirolesi siano trapiantati in massa in Crimea e penso sia un’idea eccellente. Ci sono pochi altri luoghi su questo pianeta in cui una razza possa avere più successo nel conservare la sua integrità per secoli e secoli. I Tartari ed i Goti ne sono la prova vivente. Anch’io penso che la Crimea sarà climaticamente e geograficamente ideale per i Sudtirolesi e, se paragonata alla loro attuale situazione, sarà un paradiso di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcuna difficoltà fisica o psicologica. Tutto quel che devono fare è navigare un corso d’acqua tedesco, il Danubio, e saranno arrivati.
Adolf Hitler, luglio 1942 (Hitler, 2010)

“…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”.
Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

Come si comporterebbero Trentini e Sudtirolesi nell’evenienza di un loro inglobamento in un regime totalitario? Se i precedenti sono un’indicazione, allora è bene preoccuparsi, perché quel che si ricava dalla lettura di “La zona d'operazione delle Prealpi nella seconda guerra mondiale”, atti di un convegno di studi tenutosi nel 2006 e curati da Andrea Di Michele e Rodolfo Taiani (FMST, 2009), è un quadro a dir poco sconfortante.
Quello nazista era un ordine fondato non sul diritto del più forte, un diritto che è intrinsecamente transitorio, ma su quello metafisico e metastorico della purezza e preziosità del Sangue, della Razza e dello Spirito della Stirpe, un criterio così radicale, assoluto ed inesorabile da non sembrare neppure di origine umana. Tuttavia, mentre la fascistizzazione di entrambe le province fallì, l’occupazione nazista fu un successo. Lo pone in evidenza lo storico Luigi Ganapini, riepilogando i punti salienti dei vari contributi e citando “l’ambiguo comportamento del prefetto de Bertolini”, “il contributo sostanzioso allo sforzo bellico tedesco” da parte del Trentino Alto Adige, “i semi di conflittualità interetnica seminati a piene mani dagli studiosi”, “la scelta estrema del Corpo di Sicurezza Trentina”, la “guerra civile latente” in Alto Adige, l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno, monsignor Bortignon – salito su una scala per baciare i partigiani impiccati davanti ai loro carnefici – e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Johannes Geisler, che si limitò a predicare disciplina ed obbedienza, in contrasto con il basso clero, schierato contro il neo-paganesimo razzista. Il ruolo dell’élite scientifica è stato esaminato da Michael Wedekind nel suo bel contributo ed in un articolo più esteso, intitolato “Le sporadi tedesche: comunità germanofone dell’Alta Italia come oggetto dell’etnoscienza ed etno-politica tedesche”, pubblicato quasi contemporaneamente nell’ultimo numero di Archivio Trentino (2/2008). Lungi dall’attenersi a criteri di obiettività e rigore, gli etno-antropologi di lingua tedesca che operarono nella nostra regione e che sono stati riscoperti ed in qualche misura “sdoganati” negli ultimi anni [cf. capitolo sull’Ahnenerbe in questo stesso volume], dimostrarono “affinità ideologiche” col regime, una “bizzarra mancanza di aderenza alla realtà”, una “visione del mondo etnocentrica radicalizzata” ed una manifesta “disponibilità a partecipare al nuovo ordine europeo nazista”. Lorenzo Baratter ci ricorda che oltre 3000 Trentini, dovendo scegliere tra la prigionia in Germania assieme ad altri 600mila militari italiani, il lavoro nella Todt e il Corpo di Sicurezza Trentino, scelsero di indossare un’uniforme tedesca e di partecipare alle rappresaglie contro altri Trentini ed Italiani. Al contrario, il Corpo di Sicurezza Bellunese non prese mai forma. L’ambiguità degli obiettivi e la ristrettezza delle visioni sembrano aver sabotato il movimento resistenziale trentino. Alberto Vadagnini riporta che a fine 1944 Walter Pienagonda (“Rado”) scrive ad Andrea Mascagni che “il CLN trentino è bloccato da inerzie, beghe di partito, interessi personali, egoismi, invidie e da una visione troppo localista”. Bizantinismi morali che, secondo lo storico altoatesino Andrea Di Michele, si fanno evidenti nelle scelte postbelliche dell’SVP che, dovendo presentarsi come partito di raccolta etnico, accolse un po’ tutti, “dai più aperti oppositori al nazismo fino a coloro che vi avevano collaborato attivamente. Ciò significò anche tacere le voci degli ex resistenti in quanto scomodi testimoni di una profonda divisione che non si voleva mostrare verso l’esterno”.
Contraddizioni che, com’è noto, sono riemerse di recente in tutta la loro virulenza con il rifiuto del vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta di partecipare alle commemorazioni al lager di via Resia e con certe sue esternazioni che rivelano che lui considera l’incorporazione dell’Alto Adige nel Terzo Reich come un intervallo di libertà dall’occupante italiano. Dunque si rifiuta di riconoscere come un problema la deportazione e sterminio degli Ebrei residenti nell’area o la partecipazione ad un progetto efficacemente ricapitolato dalle considerazioni dei due massimi esponenti del nazismo, Martin Bormann, leader del partito nazista e segretario personale del Führer, e Adolf Hitler. Sul destino di milioni di Europei orientali: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Martin Bormann, Memorandum, 1942). Sulle politiche demografiche del Reich: “Il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali” (Adolf Hitler, 1928/1961). Più importante di tutto, per Ellecosta, è l’integrità dell’Heimat e la possibilità di tornare a parlare liberamente la propria lingua. L’etnia viene prima della libertà e della democrazia. Dall’altra parte c’è comunque chi, come Giorgio Holzmann, omaggia Ettore Tolomei, il campione della fascistizzazione e pulizia etnica dell’Alto Adige. Per entrambi, valgono le parole di Di Michele: “Io credo che su questio­ni così delicate e centrali non si debba transigere. Di fronte a una data che segna per tutti noi, italiani, tede­schi e ladini, la fine della dit­tatura e il ritorno alla demo­crazia, il riconoscimento de­ve essere esplicito e privo di ambiguità. Per questo, an­che nella nostra provincia, combatterono e morirono uomini sia di lingua italia­na che di lingua tedesca, ma­gari divisi sul destino che il Sudtirolo avrebbe dovuto conoscere dopo la guerra, ma consapevoli che la pri­ma cosa da fare era quella di dare il proprio contributo per sconfiggere le dittature. […]. Non è questione di essere italiani, tedeschi o ladini, ma di credere sinceramente nei valori della democrazia. Non ci possono essere ambi­guità nella condanna a fasci­smo e nazismo e va detto chiaramente che sono stati due Stati democratici, Italia e Austria, a trovare una so­luzione al problema sudtiro­lese” (Alto Adige, 28 aprile 2009).  
Quali dunque le cause della remissività, che a volte sconfinava nella duplicità, se non in un tacito e dissimulato collaborazionismo con l’orrore nazista da parte della popolazione trentino-tirolese? Ragioni storiche e politiche, certamente; la paura, comprensibilmente. Ma forse anche una sorta di “teutonofilia”, ossia il desiderio di essere tedesco, o come i tedeschi, o dalla parte dei tedeschi, a prescindere dai frangenti; e l’amore per tutto ciò che proviene dal mondo nordico, al punto da associare perizia tecnica e competenza morale e politica. Purtroppo quanto più un paese è ben organizzato, tanto più facile è sfruttarlo e tanto più arduo è trovare modi di interferire con gli obiettivi dell’occupante. In Trentino, la propaganda nazista si avvalse della stampa locale per lanciare il suo appello al tradizionale senso di lealtà e rispetto verso le istituzioni e l’autorità costituita, alla pazienza, concordia, disciplina, operosità, generosità, parsimonia, diligenza, sobrietà, cortesia ed allo spirito di sacrificio “tipicamente” trentini per garantire la pace sociale nelle retrovie alpine (Baggiani, 2010). Adolfo De Bertolini, nominato Commissario Prefetto dal Gauleiter Hofer, si era fatto interprete della diffusa volontà trentina di evitare il peggio e, nell’annunciare la costituzione del Corpo di Sicurezza Trentino, che indossava uniformi tedesche e doveva prestare un giuramento di fedeltà ad Hitler, ripropose alcuni dei motivi retorici più triti ma forse anche più rassicuranti per una popolazione angosciata: “Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale. […]. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell’onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”. L’allora vescovo di Trento, monsignor Carlo De Ferrari, una figura che non si distinse per audacia, nell’appello ai fedeli della Vigilia di Natale del 1943 li esortò a “proseguire sulla giusta via nella fede dei Padri che si tempra alle prove nell’austera disciplina che é obbedienza alle Autorità e alle leggi, per giungere così alla carità che é amor patrio e amore ai fratelli, secondo l’insegnamento di Paolo”. Il riferimento all’insegnamento paolino è quantomai significativo, perché ricorre frequentemente nei memoriali di chi denuncia le forme di collaborazionismo più o meno dell’Europa occupata dai nazisti. L’epistola ai Romani (13, 1-6) è di particolare interesse: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio”. Dietrich Bonhoeffer si interrogò a lungo sul senso e sulla validità di questo tipo di sollecitazioni in un mondo alle prese con un potere malvagio come quello nazista.
I partigiani non avevano dubbi: non esistono spazi per alcun compromesso con il Male ed un regime che stermina le popolazioni ed intende conquistare il mondo è l’incarnazione terrena del Male. Perciò il giudizio dei pochi partigiani trentini sulle presunte virtù trentine fu ben diverso: mentalità arretrata e reazionaria, clericalismo antimodernista, passività ed arrendevolezza, pavidità, scarsa lungimiranza, concretezza meschina ed ipocrita, chiusura mentale. Vi era la sensazione, peraltro non troppo distante dal vero, che la principale preoccupazione fosse quella di preservare la buona amministrazione, la coesione sociale ed un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Come per tutta la storia trentina, le poche ribellioni non smossero più di tanto le acque e, nei fatti, i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni rimasero quasi intatti ed immutati. In linea con l’antica tradizione secondo cui “il singolo era una creatura imperfetta che aveva bisogno della perfezione di una comunità per operare come cittadino” (Lo Preiato, 2009).
Maria Garbari (1984, p. 60) constata che lo scopo della retorica dell’occupante era quello di “associare il localismo con la visione della sicurezza, del benessere, dello starsene fuori dalla mischia, di evocare antiche tradizioni legate alla stabilità ed all’ordine: in nome di questo mondo fatto di conservazione e valorizzazione degli occupanti, si sarebbero potuti smussare alcuni angoli di frizione fra le popolazioni locali ed i nazisti ed evitare che la gente di montagna ed i contadini passassero nel campo dell’opposizione, magari attraverso la cerniera della chiesa e del clero minuto”. La Gleichschaltung nazista - allineamento coordinato e sincronizzato dell’intera società - fu senza alcun dubbio facilitato dalla tendenza locale ad esaltare il modello sociale ed amministrativo germanico e disprezzare quello italiano: “Sono questi dei luoghi comuni, che naturalmente solo parzialmente corrispondevano a verità, ma ebbero molto peso sulla mentalità locale e condizionarono senz’altro le scelte in certi momenti. Era difficile scindere l’ammirato stile di vita del mondo austro-tedesco dal nazismo di Hitler con i mezzi di informazione di cui allora si disponeva perlomeno nelle piccole comunità rurali, era difficile in quel momento ammirare il popolo tedesco e condannarne il regime del quale non si conoscevano ancora le atrocità (Palla, 2003, p. 219). Di conseguenza ogni forma di resistenza che mettesse a repentaglio lo spontaneo fluire della quotidianità era visto come il fumo negli occhi, “in quanto sinonimo in generale di disordine, di violenza gratuita, di rottura di tutte le regole e quindi del venir meno di ogni moralità e legalità” (Palla, ibidem).
Per ciò stesso i partigiani godevano di pessima fama ed erano assimilati a rubagalline, a briganti, a predoni che usavano gli slogan socialisti per appropriarsi della “roba” altrui. Invece il miraggio del completo autogoverno delle popolazioni autoctone giustificava ogni connivenza, costituendo “la più insidiosa, la più subdola, la più temibile delle prospettive che Franz Hofer è riuscito a far credere alla popolazione trentina nella prima fase del suo governo sulla regione, prima cioè di dare il via alla seconda fase che è stata quella della più feroce, efficiente, spietata repressione poliziesca” (Agostini & Romeo, 2002, p. 71). I Trentini non si lasciarono nazificare, come non si erano lasciati fascistizzare. Tirarono semplicemente a campare, attendendo l’arrivo degli Alleati. Ma è proprio il prevalere della filosofia del “Ha da passa' 'a nuttata” che rappresenta il trofeo più ambito per un esercito occupante: è sufficiente convincere la popolazione che se non ci saranno motivi di irritazione tutto si risolverà per il meglio e poi attendere gli effetti della Sindrome di Stoccolma, quella del rapito che si allea col rapitore contro i soccorritori, reintepretando in modo radicale la sua situazione, per difendere la sua psiche.
Diversa fu la reazione era la situazione in Alto Adige, dove molti video i nazisti come dei liberatori, tanto che vi trovarono rifugio ed assistenza, tra gli altri, persino dei mostri come Adolf Eichmann (al convento dei Francescani di Bolzano), Franz Stangl (Castel Labers), Josef Mengele (Vipiteno e Termeno), Gerda Bormann, la fanatica moglie di Martin Bormann (Merano) ed Erich Priebke (via Leonardo da Vinci, a Bolzano) (cf. Steinacher, 2010). Anche a questo proposito Francesco Comina scrive “pare che buona parte degli uomini sia senz’altro pronta ad adeguarsi ai poteri ed alle ideologie imperanti se ciò consente loro di perseguire i loro scopi e valori prettamente materialistici. Il mascheramento di tale comportamento con un folclore tinto di toni religiosi risulta fastidioso all’osservatore che viene da fuori e fa sì che gli spiriti più critici si allontanino da questa patria e dal consorzio culturale così pomposamente dichiarati” (2000, p. 11). Io credo che la sua valutazione del comportamento sudtirolese sia incompleta. Accanto ai motivi pratici ed al desiderio di continuare a vivere costi quel che costi, magari approfittando delle circostanze eccezionali per arricchirsi a spese degli altri, c’era un’adesione sincera ad un certo ruolo dell’individuo nella società. In Alto Adige, come in Trentino, gli individui erano “come organi in un corpo” (Lo Preiato, 2009). Non potevano esistere interessi qualitativamente differenti dei quali tener conto, in un quadro di riferimento assoluto in cui la sudditanza nei confronti del potere non poteva essere messa in discussione. “I cittadini erano sottoposti alla potestà di un padre sui figli con un obbligo di fedeltà assoluto, perpetuo e generale” (Lo Preiato, ibidem). Obbedire senza porsi troppe domande era considerata una virtù. E ciò dà conto del comportamento delle popolazioni locali che, come annota Armando Vadagnini, si dimostrò “priva di senso rivoluzionario”, “apatica”, “fredda e indifferente” (Di Michele / Taiani, 2009). Nel Bellunese, dove le autorità ecclesiastiche e civili erano apertamente critiche nei confronti del Terzo Reich, dove centinaia di partigiani emiliani erano affluiti per combattere sulle Alpi e dove permaneva la memoria della lotta contro il nemico austriaco, le cose andarono diversamente e la prospettiva localista non esaurì l’interpretazione degli eventi degli autoctoni. L’orientamento trentinistico riemergerà invece nel dopoguerra in seno all’autonomismo trentino, che ebbe due anime: una progressista e cosmopolita, sinceramente ispirata al federalismo di Carlo Cattaneo e di Altiero Spinelli, ed una più chiusa, localista e xenofoba. Di questa corrente faceva parte chi vedeva nell’unificazione con l’Italia la minaccia di “un progressivo decadimento economico, morale e culturale della nostra regione”, chi deplorava l’abrogazione delle “chiare leggi austriache che esercitavano una profonda distinzione del male e del bene” e “l’incontrollato afflusso dal sud di gente di ogni risma, pronta al raggiro e ad ogni mezzo di corruzione”. Il Movimento Separatista era addirittura pronto a riprendere in mano le armi nel 1945 qualora ci fosse stata la necessità di un’immediata azione di forza per richiamare l’attenzione internazionale (Baratter, 2009, p. 37).
La teutonofilia indusse molti ad anteporre a valori primari quali la dignità, l’onestà, il rispetto, l’attenzione verso il prossimo, il libero arbitrio, la compassione, la giustizia e la solidarietà, quei valori secondari come la diligenza, l’obbedienza, l’efficienza, la dedizione, la coesione e l’ordine che già godevano peraltro di uno status immeritato – se fini a se stessi – in questa regione. Immeritato perché le tradizionali virtù trentine o teutoniche sono virtù secondarie, funzionali al buon governo di una popolazione, non al buon governo delle coscienze. Vediamo perché. Giamblico di Calcide, rifacendosi a Pitagora, distingueva le virtù teoriche, che sono le virtù dell’anima che ha già abbandonato se stessa e si volge verso l’alto, dalle virtù civiche. Mentre queste riguardano la ragione che si dirige verso ciò che è inferiore a se stessa, le prime traggono origine dallo sforzo della ragione verso ciò che è superiore ad essa. Pur prescindendo dalle premesse metafisiche di Giamblico, ritengo che questa divisione tra virtù primarie e secondarie sia affatto plausibile.
Le virtù primarie comprenderebbero unità, armonia, pace, equilibrio, saggezza/sapienza, amore, fede, speranza, compassione, tenacia, calore umano, coraggio, umiltà, gratitudine, benevolenza. Quasi tutte queste virtù possono essere pervertite conducendo a: assimilazione, obbedienza supina, apatia, indifferenza, ordine, fanatismo, dipendenza psicologica, anticipazioni irrealistiche, manipolazione emotiva, rigidezza mentale, facili entusiasmi, sconsideratezza, auto-svalutazione, indebitamento perpetuo, sfruttamento.
Le virtù secondarie includono competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. Tutte qualità generalmente associate alle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente. Ma sono strumenti in vista di un fine e non devono diventare un fine in se stesse. In quel caso possono finire per formare gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Infatti, essere un eccellente cittadino dotato di virtù civiche non significa essere un eccellente essere umano dotato di virtù umane. In molte società le due cose divergono. Riferendosi ai meriti di Danesi ed Italiani nel salvataggio di Ebrei durante l’Olocausto, Hannah Arendt, in “Eichmann a Jerusalem”, scriveva: “Ciò che in Danimarca fu il risultato di un autentico senso politico, una congenita comprensione dei requisiti e delle responsabilità della cittadinanza e dell’indipendenza…in Italia ebbe origine da una quasi automatica umanità generale di un popolo antico e civile” (Arendt, 2009). Questa generalizzazione va presa con le molle, perché le virtù italiane giacevano e giacciono in una matrice di vizi mal sopportabili, come il disordine, la disobbedienza, il menefreghismo, la malizia, la corruzione ed il pressappochismo che peraltro intralciarono, loro malgrado, la macchina dello sterminio. Resta però il fatto che la disumanità nazista si espresse al meglio proprio in quel sistema di virtù secondarie che sono da sempre esaltate da patrioti e riformatori sociali. A questo punto, prima di procedere, è bene ammonire il lettore a non identificare nazismo e “germanità”. Norvegia, Danimarca e Olanda sono nazioni nordiche che hanno dimostrato livelli di umanitarismo pari se non superiori a quelli italiani, mentre non dobbiamo mai dimenticarci degli eccidi commessi dagli Italiani, fascisti o meno, in Africa e nei Balcani e dalla prontezza con la quale molti Italiani hanno chiuso gli occhi di fronte alla sorte dei Sudtirolesi. È bene non indulgere nell’autostereotipizzazione degli “Italiani, brava gente”.
Lo storico Jonathan Steinberg (Steinberg 1997) ha evidenziato l’uniformità della brutalità nell’esercito tedesco, la virtuale assenza di espressioni di umanità nella corrispondenza privata e nei documenti pubblici. Non si parla mai di esseri umani (Menschen), ma solo di materiale, forniture, roba. Apparentemente tra le mansioni del soldato tedesco non era contemplato il comportarsi umanamente: termini come morale ed etico non trovavano posto nei manuali degli ufficiali. Invece i soldati italiani facevano riferimento alle virtù cristiane in pubblico ed in privato, al retaggio dei codici di condotta cavallereschi, mostrando una forte consapevolezza dei dettami dell’onore ed un impegno a proteggere i deboli e gli oppressi. Perché una tale divergenza tra due paesi che appartengono alla medesima tradizione europea? Jonathan Steinberg ipotizza una biforcazione nella concezione stessa dell’umano e cita l’autore satirico Kurt Tucholsky che, nel 1928, scrisse un brillante pamphlet intitolato “Das Menschliche” (l’umano) in cui spiegava che “Das Menschliche” è un qualcosa che altrove è auto-evidente ma non in tedesco, dove rischia spesso di decadere nella categoria di “ciò che è al servizio” o, peggio ancora, di “ciò che è una cosa”. Tucholsky concludeva che questo è ciò che rende la mentalità tedesca così difficile da far intendere altrove. Nella Germania del tempo – ossia quella che stava per cedere alla seduzione nazista, non esistendo una Germania eternamente nazificabile – l’umano era strettamente associato al disordine, all’impertinenza, al caos incontrollabile…”das Menschliche” è tutto ciò che rimane dopo che il danno è fatto”. Come antropologo devo obiettare ad ogni essenzializzazione di una cultura così ricca e variegata. È evidente che milioni di Tedeschi, anche sotto il nazismo, non smarrirono i sentimenti umanitari. Ma non c’è alcun dubbio che la teologia politica nazista aveva come fine prioritario quello di de-umanizzare i nemici e robotizzare i seguaci, o per meglio dire adepti (perché di veri e propri fedeli parliamo, non di simpatizzanti), magnificando le virtù secondarie ed emarginando quelle primarie, le uniche che potevano interferire con i piani hitleriani.
A me pare che Emmanuel Levinas abbia colto con estrema acutezza e perspicacia la vera essenza del nazismo. Riporto qui di seguito una lunga citazione tratta da “Emmanuel Levinas” di Giuliano Sansonetti e che concerne la libertà dello spirito rispetto alla materia, un pilastro del pensiero filosofico occidentale (ma anche orientale): “Tale libertà si esprime nell’estraneità dell’anima che, senza comportare una fuga dal mondo, si distanzia da esso fondando così la propria trascendenza. È questa libertà sostenuta dal cristianesimo ad aver ispirato i movimenti profondi della storia, anche quelli, come il marxismo, che si sono posti in alternativa al cristianesimo. Rispetto a tale tradizione, l’hitlerismo costituisce una vera e propria rottura, un radicale rovesciamento di prospettiva. Lo specifico di questo movimento infatti Levinas lo individua nell’incatenamento dello spirito al corpo, per cui il biologico, con tutto ciò che comporta di fatalità, più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. Donde le misteriose voci del sangue, i richiami dell’eredità e del passato, ai quali il corpo serve da enigmatico veicolo. Ne deriva che l’essere dell’uomo non è più nella libertà ma in una specie d’incatenamento. Sul piano dei rapporti sociali, non è l’accordo libero della volontà a costituire l’elemento unificante, bensì la consanguineità, per cui se la razza non esiste, bisogna inventarla. Ogni comunione di spiriti che non sia fondata sulla consanguineità non può che apparire sospetta. Anche questa idea ha bisogno di affermarsi come universale, ecco allora che il razzismo deve far posto all’idea di espansione; quest’idea, però, a differenza delle altre, non lascia la libertà di accoglierla o meno, ma si trasforma in politica di potenza. Con l’hitlerismo, in sostanza, non è messo in discussione questo o quell’aspetto della civiltà occidentale, ma l’umanità stessa dell’uomo” (Sansonetti, 2009, pp. 42-43). Il nazismo è prima di tutto la negazione della dignità, la principale virtù umana, che dipende dalla capacità dell’individuo di continuare ad essere un soggetto dotato di volontà, di autogovernarsi, un attributo che si applica ai singoli esseri umani, non alle collettività. La seconda virtù primaria negata dal nazismo è quella della giustizia che, secondo Simone Weil, consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Per Pitagora il principio di giustizia determina la relazione reciproca e bilanciata tra eguali e deve stare alla base di ogni attività umana. È l’incontro di mutualità e giustizia che genera l’altra virtù primaria che è l’uguaglianza. Un’ulteriore virtù primaria oggetto delle attenzioni naziste è la mitezza, che Bobbio definiva “la più impolitica delle virtù” e che non va confusa con la passività mansueta. Sempre per Bobbio, il mite non è remissivo davanti alla soperchieria, anzi è baluardo contro l’arroganza (l’opinione eccessiva di sé che giustifica la sopraffazione), la protervia (l’ostentazione dell’arroganza) e la prepotenza (l’abuso di potere ostentato e praticato). Come William Blake, Bobbio era fautore di una civiltà fondata sulla dolcezza e sulla “parte migliore dell’io”, anatema per ogni autentico nazista.
I nazisti avevano una valida ragione a sostegno delle loro pretese: l’inesistenza di una morale obiettiva. In un mondo in cui ha valore solo ciò che è misurabile e computabile non possono esistere valori spirituali che non necessitino di una qualche giustificazione razionale. La scienza nazista era perfettamente in grado di avvalorare le intuizioni del Führer, se necessario anche falsando i dati. C’erano dei fatti che la scienza tedesca sotto il nazismo aveva il compito di tradurre in dogmi utili al riformismo politico hitleriano. L’esistenza della razza, la perpetuazione del genotipo (allora si chiamava plasma germinale) dai primordi fino al Terzo Reich, la determinazione genetica del temperamento e delle facoltà intellettuali, la causazione naturale della Storia e dell’evoluzione sociale. Questi erano tutti fatti “scientificamente dimostrati”. Essi comprovavano implacabilmente la validità della teoria dell’Ahnenerbe (eredità ancestrale), che definiva l’individuo e la sua spiritualità come il mero epifenomeno di linee genealogiche perpetue. In pratica i tratti caratteriali e le facoltà intellettive di ogni individuo erano il portato di un lungo processo di trasmissione del patrimonio germinale a partire dai suoi antenati, processo che non poteva essere influenzato da alcun fattore ambientale. Secondo questa teoria le popolazioni e le razze sarebbero fasci di linee germinali e gli esseri umani anelli di una catena genealogica millenaria che determinerebbe chi siamo, in cosa crediamo e come agiamo.
Questo sistema di coordinate faceva sì che le virtù preferite dai nazisti trovassero un ancoraggio nella Natura – trasformata in un idolo da venerare e in un agente cosmico schierato dalla parte del Terzo Reich –, e quindi nell’evoluzione universale. La spiritualità materialista dell’hitlerismo implicava il collettivismo identitario e quindi il rigetto di ogni concettualizzazione degli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti. Questa logica classificatoria imputava a tutti i membri di una razza, ad esempio gli ebrei, le colpe di alcuni ed attribuiva a tutti gli ariani i meriti di alcuni presunti ariani. Vi era poi la pretesa che chi fosse stato identificato come membro di una razza dovesse allinearsi alle pratiche e prescrizioni ad essa associate, accettando l’appiattimento della sua identità sulla categoria bio-sociale assegnatagli fin dalla nascita. Il danno in termini di dignità umana e realizzazione delle proprie potenzialità si estendeva anche al nazista, che non si rendeva conto di sconfessare la propria individualità e di condurre un’esistenza moralmente parassitaria, a rimorchio della sua razza ed ideologia di riferimento, narcisisticamente convinto di condividere le virtù del Volk e del Geist. Questo senso di impeccabilità e di intangibilità morale è alla base del comportamento osservato e denunciato dal grande alpinista Tita Piaz in Val di Fassa nel periodo dell’occupazione nazista (Palla, cf. Di Michele/Taiani, 2009): “Due giorni fa si flagellò uno di Campestrin perché non voleva ammettere di essere ebreo! Pare che la civilizzazione presso certi popoli sia passata attraverso i secoli senza lasciar traccia di sé. Se le cose venutemi a conoscenza questi ultimi tempi mi fossero state raccontate alcuni mesi fa mi sarei decisamente rifiutato di crederle non foss’altro che per rispetto della natura umana. Ma dunque siamo ritornati ai primordi della vita, retrocesso nel tempo delle scure profondità dell’essere? E l’uomo immagine di Dio dov’è ora?” (p. 349). E ancora, riguardo al mercanteggiamento dei beni delle vittime da parte delle guardie: “Capisco come i soldati romani abbiano diviso le misere vesti di Cristo che era un ribelle estraendole a sorte, ma non riesco a trovare una scusa per questi miserabili pigmei e questi quadrati egoisti che non arrossiscono punto di vendere il più piccolo favore al miglior offerente, che speculano sulle sventure delle vittime che sono loro fratelli” (p. 352). È interessante notare che Piaz impiega il termine “fratelli”. Nessun aguzzino avrebbe mai visto nell’altro un fratello, che è invece un concetto centrale dell’etica umanistica e cristiana.
Chi sostiene l’etica umanista-cristiana tanto aborrita dai nazisti ritiene che le virtù primarie ed i valori centrali definiti dalle carte costituzionali non abbiano bisogno di una qualche giustificazione razionale o di un ancoraggio naturalistico-evolutivo. Ritiene che non sia davvero necessario dimostrare scientificamente l'utilità di amore, amicizia, familiarità, comunanza, collegialità, fraternità, buon vicinato, dignità umana e solidarietà. Che per i diritti umani non siano richieste verifiche di autenticità e che principi ed intuizioni extra-scientifiche non siano il prodotto di superstizioni o di emozioni inaffidabili ma di semplice buon senso. Torniamo a toccare il nodo irrisolto del senso ultimo dei nostri ragionamenti morali. Possiamo fare a meno di ricercare in motivazioni che eccedono la nostra umanità le ragioni per comportarci decentemente, equanimemente ed affettuosamente nei confronti del prossimo? Dobbiamo chiedere a Dio o alla Scienza di spiegarci perché non si debbano fare certe cose? Oppure siamo giustificati nel sostenere che la madre di tutte le regole, “tratta gli altri come loro vorrebbero essere trattati”, esaurisce ogni discussione in merito al perché ed al percome uno debba agire in un modo piuttosto che in un altro? Personalmente credo che sia questo il caso e che la nostra umanità ci obblighi ad intervenire quando ci si chiede di alleviare le sofferenze altrui. Rimarranno comunque persone che non la riterranno un’argomentazione soddisfacente e vorranno risalire ancora più a monte, sostenendo magari che quelle centrate sull’empatia ed il buon senso (intuizioni morali) siano confuse pretese argomentative e che la comune condizione di vulnerabilità della nostra specie – nell’infanzia, nella malattia e nella senilità – non possa dar conto dell’esistenza dei sentimenti del rispetto, della gentilezza, dell’amore e della compassione. Questi critici sono liberi di pensare come credono, a patto che non cerchino di imporre all’intera collettività il loro riduzionismo epistemologico ed etico.

venerdì 21 ottobre 2011

L'anima nera dell'umanità - perché non c'è pace?




 
Questo grande male... da dove proviene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l'erba a crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?
Terrence Malick, “La sottile linea rossa”

Il più grande messaggero di pace della storia, Gesù il Cristo, ammoniva: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma una spada” (Mt 10, 34; cf. 12, 51-53). Altrove, precisava: “Non sanno che sono venuto a portare il conflitto nel mondo: fuoco, ferro, guerra” (Tommaso, 16). Dichiarazioni piuttosto paradossali. Che cosa intendeva dire? Immagino fosse pienamente consapevole del fatto che il pensiero pacifista sarebbe stato ostacolato in ogni modo. Così è stato. I martiri della pace sono stati numerosi, i nemici della pace anche di più.
Realisticamente, poteva avere successo la satyāgraha gandhiana, se posta di fronte a gente come Martin Bormann – “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Memorandum, 1942) – e come Heinrich Himmler – “I più di voi sanno cosa significa trovarsi davanti a cento cadaveri, a cinquecento o a mille. Aver provveduto a tutto questo e, a parte le eccezioni costituite da alcuni episodi di umana debolezza, essere rimasti ugualmente corretti: ecco cosa ci ha resi duri” (discorso di Posen, 1943)? O avrebbe invece causato il sacrificio di altri milioni di persone disarmate?
Siamo come le pecore tra i lupi? Il colmo dell’ironia è scoprire che Hitler stesso lodava il pacifismo: “In verità, l’idea pacifista umanitaria va forse abbastanza bene una volta che l’uomo del più alto livello abbia conquistato ed assoggettato il mondo a tal punto da essere diventato il padrone assoluto di questo globo”. La pace totalitaria, l’annichilimento del dissenso e della diversità.
La vita del corpo e dell’anima non è una faccenda di pacifica contemplazione e quieta devozione. Spesso, dentro e fuori di noi, c’è un terribile caos, una lotta disarmante e crudele. Non è sempre facile affrontarla ed esiste il pericolo che il senso di impotenza che pervade la gente con forza sempre crescente ci porti a credere disfattisticamente che la guerra non possa essere evitata perché è il risultato di una mania di distruzione, propria della natura umana. Come vedremo, però, l’intensità degli impulsi distruttivi non significa che essi siano invincibili ed irrefrenabili. In fondo, se ci pensiamo bene, le democrazie entrano in conflitto quasi sempre proclamando che si tratta di una guerra difensiva. Generalmente gli esseri umani non sembrano contenti di assumere il ruolo di aggressori. Qualcosa vorrà pur dire. Ma allora perché continuiamo a farci prendere per i fondelli?
La mia ipotesi è che non ci sia niente di irrimediabilmente sbagliato nella natura umana e che il problema sia invece che noi tutti viviamo in oligarchie camuffate da democrazie liberali e laiche. La pace non ha alcuna chance in questo tipo di società, che non condanna apertamente l’egocentrismo, il narcisismo, il distacco emotivo, l’indifferenza, il nepotismo, l’egoismo, la meschinità, la volgarità, la superficialità, la manipolazione delle menti, la propaganda, l’arrivismo, l’anti-intellettualismo, ecc. Questi vizi primari e secondari sono tollerati ed in certi ambienti sono persino additati ad esempio, come segno di pragmatismo ed avvedutezza. Queste false democrazie, che ignorano lo spirito delle loro carte costituzionali, dei loro valori fondanti, sono terreno fertile per tutte le tragiche debolezze umane, dall’egotismo all’autoinganno, dalla propensione alla fallacia logica al bisogno di appartenenza e fusione, dalla dipendenza nei confronti delle figure autoritarie al manicheismo, al conformismo, all’orgogliosa ignoranza, alla percezione selettiva, all’inerzia ed all’isterilimento psichico e spirituale. Per questo continuano a farci fessi.

Non siamo malvagi di natura, ma…
Nessuno sa definire cosa sia la natura umana, eppure ci sono scienziati e filosofi che continuano ad imputarle ogni nefandezza, sebbene il diritto e la dottrina dei diritti umani possano fondarsi solo su una visione positiva dell’umanità. Si attacca non solo la consapevolezza di quel che potremmo realizzare se solo mettessimo a frutto le conoscenze scientifiche già disponibili, ma soprattutto la fiducia nell’essere umano in quanto tale e nelle sue capacità di scegliere con raziocinio e buon senso, che è poi l’essenza della cultura umanista ed illuminista.
Secondo Konrad Lorenz tutti i nostri mali sono causati dalla cessazione della selezione naturale. Siamo animali auto-addomesticati, e come tali ci siamo degradati. Il sociobiologo Edward Wilson auspica interventi genetici sulla nostra specie mirati ad imitare l’armoniosa comunità delle api. Il filosofo politico britannico John Gray ha dichiarato che “chi ama la terra non sogna di diventare il saggio custode del pianeta, sogna un’epoca in cui gli umani non contino più nulla”. Richard Wrangham, docente di bioantropologia ad Harvard, reputa che dentro ciascuno di noi alligni un Uomo Selvaggio, un atavismo, un retaggio del nostro passato preistorico che condiziona il nostro comportamento. Secondo lui “se presupponiamo che gli esseri umani siano fondamentalmente simili agli scimpanzé…questa intuizione biologica (sic!) ci insegna che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. La brutta notizia è che dobbiamo lavorare sodo per impedire agli uomini di coalizzarsi per uccidere gli avversari”.
La misantropia “scientifica” è gravida di questo genere di stravaganti asserzioni. Esse partono da una premessa che la quotidianità stessa rivela essere manifestamente errata, e cioè che gli esseri umani passino il tempo ad aggredirsi invece di badare agli affari loro o cooperare tra loro. Se le cose stessero davvero così nessuna società umana potrebbe operare. Questo abbaglio nasce dall’attaccamento a due dogmi ben precisi: quello dell’innata malvagità dei maschi umani e degli scimpanzé maschi e quello secondo cui la civiltà umana è solo una sottile patina che fatica a trattenere le pulsioni spesso incontrastabili della biologia evolutiva, inscritte nel nostro corredo genetico, che ci ha resi eterni predatori e carnefici. Tutto questo naturalmente elude la questione delle considerevoli variazioni nell’incidenza di comportamenti violenti tra individui e tra culture ed il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli uomini non ha mai assalito, violentato o ucciso qualcuno nella sua intera esistenza. Forse questi pensatori ritengono con tragica supponenza di essere tra i pochi esemplari della specie umana in grado di tenere a bada il selvaggio vigore dei loro geni.
Eppure, lo studio del comportamento dei soldati in combattimento dimostra che la gran parte degli esseri umani non prova alcun piacere nell’uccidere o usare violenza contro un proprio simile. Anzi, la necessità di un rigido, meticoloso e prolungato addestramento, che si avvale di ogni possibile tecnica inventata dagli scienziati del comportamento per placare le remore ed ansie di una coscienza colpevole (bestializzazione del nemico, trasferimento della responsabilità verso le autorità, cameratismo, uso di psicofarmaci ed alcolici, ecc.), è la prova migliore del fatto che la guerra non è un “fatto naturale”.
Patriottismo ed idealismo non sono mai stati sufficienti a convincere i soldati a massacrare e farsi massacrare, a vincere le inibizioni, l’ansia, i rimorsi ed i sensi di colpa. Si è stimato infatti che, durante i due conflitti mondiali, solo il 15-20 per cento dei soldati al fronte sparava contro il nemico ed in molti di questi casi si sparava in aria. Percentuali analoghe sono state riscontrate dall’esercito inglese nella guerra delle Falkland. A Gettysburg, dei 27.574 fucili recuperati, il 90 per cento non aveva sparato un sol colpo, ed altri 6000 avevano sparato solo qualche colpo. In uno scontro con gli Zulu, 12 pallottole inglesi su 13, pur sparate a bruciapelo, riuscirono a mancare il bersaglio. A Rosebud Creek, nel 1876, furono sparate 252 pallottole per ogni nativo americano colpito. Quando si abbandonano le chiacchiere e ci si affida ai dati empirici, ai fatti, si scopre che quel che ci hanno fatto credere erano sciocchezze.
Siamo violenti, siamo aggressivi, siamo egoisti, ma non lo siano irrimediabilmente, non lo siamo incessantemente, spesso lo siamo contro il nostro migliore istinto, contro “gli angeli migliori della nostra natura”, diceva Lincoln.

Di norma, quindi, gli esseri umani non sono capaci di uccidere un altro essere umano a distanza ravvicinata, neppure quando è in gioco la loro stessa sopravvivenza. Il costo psicologico dell’uccidere un proprio simile e, più in generale, del fare la guerra, è fatale alla psiche di milioni di soldati. I soli Stati Uniti, nella Seconda Guerra Mondiale, dovettero rimpatriare oltre mezzo milione di uomini in seguito a collasso psichico. Dopo due mesi di combattimento continuo il 98 per cento dei soldati subiva danni psicologici tali da ridurli ad uno stato vegetativo. Le allarmanti statistiche sui suicidi, divorzi, dipendenze, accattonaggio, ecc. tra i veterani del Vietnam parlano chiaro e molti psicologi temono che l’uso di psicofarmaci in Iraq ed Afghanistan produrrà un’epidemia di sociopatia tra i veterani.
Per questo gli strateghi consigliano di usare armi automatiche, l’aviazione, armi a lunga gittata (obici, cannoni, missili) ed armi robotiche. I fatti danno loro ragione: l’efficienza di combattimento è cresciuta stabilmente. Insomma l’unico modo per convincere gli esseri umani ad uccidersi tra loro è quello di robotizzarli e di distanziarli fisicamente e psicologicamente il più possibile, oggettificandoli. Per poter fare la guerra una società deve prima desensitivizzare e de-umanizzare chi la combatterà, nonché il fronte interno. Si deve sopprimere l’empatia:

Chi è normale?
Le discipline scientifiche che si interessano della specie umana hanno raggiunto un punto di convergenza nell’affermazione dell’unicità dei singoli individui. Per la genetica ogni organismo è un prodotto squisitamente univoco dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. I genetisti di popolazione concordano nel dire che se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione netta e significativa è quella tra individui. I neurologi hanno dimostrato che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli omozigoti, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Secondo i linguisti le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza. Idee e valori personali potrebbero essere di enorme beneficio per la collettività, se fossero re-indirizzati in una direzione costruttiva e non distruttiva.
Quel che conta è che, stando ai dati scientifici disponibili, non esiste un’anima nera dell’umanità. La malvagità, la crudeltà, l’egoismo, l’aggressività sono fenomeni comuni all’intera specie ma in forme ed intensità sensibilmente diverse, in diretta correlazione con il grado di soppressione dell’intelligenza emozionale (cognizione sociale) e del pensiero morale, cioè dell’empatia – la capacità di sentire e fare propri gli stati emotivi altrui – e della capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. La propensione ad una condotta morale deriva dalla capacità empatica ed è importante indirizzare la nostra attenzione e i nostri sforzi in quella direzione.
Su questo pianeta esistono decine di milioni di esseri umani completamente privi di empatia e coscienza o con una coscienza residua, ridotta o menomata (narcisisti, psicotici, psicopatici, sadici, istrionici, schizoidi, pedofili, ecc.). Sono nati così o lo sono diventati in certi ambienti familiari caratterizzati da negligenza o abuso. Gli individui privi di empatia si definiscono psicopatici:
Esistono diversi modelli eziologici che spiegano l’insorgere della psicopatia, ma quello che mi convince di più considera la psicopatia come una variazione estrema di certi tratti distintivi di una personalità normale (qualunque sia il significato attribuibile a “normale”). È altamente probabile che all’origine di questa patologia vi sia una disfunzione o lesione del lobo frontale che determina la differenziazione tra psicopatia/sociopatia congenita o acquisita. Non esistono stime univoche sulla percentuale di psicopatici: il valore oscilla tra il 2 per cento ed il 6 per cento della popolazione nei paesi del Nord America e dell’Europa settentrionale e sembra diminuire gradualmente procedendo oltre gli Urali e verso l’Africa o il Centro-America. Gli psicopatici possono avere un grado elevato di intelligenza cognitiva ma sono incapaci di interpretare gli stati emotivi altrui e di discriminare fra bene e male. Pongono invariabilmente il proprio interesse davanti a tutto il resto. Di conseguenza tendono ad essere seduttori, bugiardi patologici, manipolatori, privi di scrupoli, rimorsi e di autocontrollo, emotivamente superficiali, irresponsabili, sessualmente promiscui, impulsivi, narcisi e megalomani. Insomma, sono dei perfetti predatori di esseri umani che mirano ai più alti livelli di affermazione sociale in termini di status e di potere. Il loro successo dipende dal grado di tolleranza di una società nei confronti di questo tipo di personalità. Per fortuna sono anche molto deboli nei ragionamenti contro-fattuali, quelli che consentono di immaginare scenari alternativi derivanti da scelte comportamentali diverse. Poiché non riescono a visualizzare una sufficientemente ampia selezione di opzioni, è possibile sfuggire alle loro trame.
Pur tenendo conto del fatto che molti di noi non hanno le capacità e le competenze necessarie a diagnosticare un disturbo mentale e che quindi non ha senso etichettare questa o quella persona, bisogna comunque essere consapevoli del fatto che il problema esiste. Secondo una dozzina di studi condotti in Nord America e nell’Europa settentrionale e centrale, mediamente fino al 14-15 per cento della popolazione soffre di disordini mentali, spesso più di uno (ossessivo-compulsivi, schizoidi, paranoidi, antisociali, dipendenti ed evitanti, istrionici, narcisisti, sadici e masochisti, schizotipici, passivi-aggressivi, borderline). Quasi una persona su sette non è in grado di pensare obiettivamente e vivere bene, serenamente. E queste statistiche non includono anoressia, bulimia, psicopatia e i vari disordini psichici che limitano drasticamente le normali attività delle persone.
La maggior parte delle persone non riesce a concepire l’idea che altri esseri umani possano ragionare e sentire in un modo sensibilmente diverso dal loro senza essere necessariamente “pazze”. È altrettanto difficile accettare l’idea che le ideologie attivino solo ciò che è latente. Non sono infatti le idee a deformare la personalità di un individuo, ma il contrario. Le idee tirano semplicemente fuori quel che di buono o cattivo c’è già dentro. Purtroppo la maggior parte di noi ha bisogno di credere che tutto sia sotto controllo perché la nostra autostima, la nostra psiche, necessitano di conferme, mentre l’ammissione di errori di giudizio o di deficienze cognitive e morali distruggerebbero le nostre fragili certezze e l’immagine di noi stessi che ci siamo creati negli anni.

Come uccidere l’empatia in tre mosse
La pace si uccide sopprimendo l’empatia. La prima mossa è quella di creare una rete di persone tendenzialmente anempatiche in un ambiente tossico per l’empatia, cioè impregnato di stimoli esterni che indirizzano la società verso una condizione di sociopatia prevalente. Chi ha letto le sconvolgenti pagine della fondamentale ed informatissima inchiesta “Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri”, della giornalista canadese Naomi Klein, non potrà fare a meno di sospettare che l’assetto socio-economico della cosiddetta civiltà occidentale renda più facile l’inserimento e la promozione di individui dalla coscienza molto debole. Questi, favoriti dall’assenza di scrupoli e dal maniacale perseguimento di obiettivi categorici, riescono ad esercitare un notevole ed insospettato potere di influenza sulla società.
Contemporaneamente, questa stessa civiltà sembra altresì votata a contribuire all’emergere di tendenze psicopatiche o schizoidi in persone altrimenti psicologicamente “sane”. Klein dimostra che i vizi e le dottrine di pochi hanno causato una buona fetta del male nel mondo negli ultimi decenni. Stiamo parlando di esseri umani di vasto potere ed ingenti risorse che si comportano esattamente come un branco di avvoltoi o iene, avventandosi sull’animale ferito per scarnificarlo. L’aggressione avviene attraverso guerre, colpi di stato, omicidi eccellenti, torture, ricatti, indebitamenti coatti, controllo dell’informazione e manipolazioni varie. Non è certamente un male “banale”, quotidiano. Realisticamente, la maggior parte delle persone non si comporterebbe così. Sono ricchi, sono istruiti ma commettono il male e non sentono rimorsi. Non è falsa coscienza, è assenza di coscienza. Perché? Numerosi studi sulla responsabilità imprenditoriale hanno rivelato che le multinazionali tendono a seguire le logiche e norme di condotta tipiche degli psicopatici. Sono genuinamente amorali, guidate unicamente dall’esigenza di generare profitto, programmate per crescere costantemente e distruggere i concorrenti più deboli. Non appena il sistema giuridico non può perseguirle, l’impunibilità si traduce in violazione sistematica delle leggi e dei diritti. Gli esempi sono ormai innumerevoli.
In generale un essere umano si astiene dall’uccidere qualcuno non perché ci siano leggi che lo vietano e puniscono gli assassini, ma perché sa/sente che è sbagliato. Il giroscopio interiore della coscienza stabilisce quali siano gli imperativi categorici e mantiene il più possibile fisso il baricentro morale. Le grandi aziende, specialmente le multinazionali, non possiedono questo senso morale ed è legittimo chiedersi se ce lo abbiano le nazioni, per quanto intensi siano gli sforzi di ammantarsi di una qualche legittimità superiore. È difficile discernere la differenza tra l’esportazione della democrazia e quella di un prodotto. Nel caso iracheno la differenza la fanno le centinaia di migliaia di vittime.
Gli ambienti patogenetici come questo sono il terreno di coltura ideale del fanatismo. Il fanatico, diceva George Santayana, “è un uomo che raddoppia gli sforzi quando si dimentica dei fini”. Comune a tutti i fanatici è l’amore per l’odio: “Odio, dunque sono”, oppure “ci odiano, dunque siamo”. C’è il fanatico che non tollera critiche al governo perché sono antipatriottiche e lui si identifica con la patria. C’è il fanatico che denuncia complotti internazionali contro la sua terra, la sua fede, il suo stile di vita (es. Eurabia). Ci sono poi i fanatici dalla “coscienza infelice”, quelli che detestano il loro tempo e la gente che li circonda e si sentono ostaggi nati troppo presto o troppo tardi. Vorrebbero stravolgere la loro epoca, muovendo la storia in avanti più celermente, oppure ricreando il tempo che fu, e sono disposti a sacrificare del “materiale umano” nel farlo. Ci sono fanatici che credono che ciascuno di noi sia stato plasmato dalla propria cultura e tradizione e che per questo esiste un rapporto quasi mistico tra noi ed i nostri antenati che va preservato ad ogni costo. Ogni fanatico si ritiene prima di tutto una vittima – piccola, fragile e vulnerabile – e per questo è innocente, puro ed infallibile per definizione. Le vittime sono incolpevoli e non riconoscono o non si curano del dolore che causano agli altri. Ma in fondo l’odio nasce proprio dal disprezzo per se stessi e da un senso di colpa represso. Il fanatico ha bisogno di un nemico che ripristini la fiducia in se stesso, nel significato della sua esistenza e nella giustezza della sua casa. Perde di vista l’obiettività, confonde il bene con i suoi desideri ed il male con tutto ciò che si oppone alla loro realizzazione, si aggrappa al dogmatismo e rifugge il dialogo.
I politici più cinici e scaltri sanno fare buon uso dei fanatici, che sono facilmente sedotti dalla trappola dell’autorità e potere. Li asserviscono educandoli all’odio, che annulla la personalità ed impedisce la comunicazione fra gli uomini, e li ricompensano con altro odio, un odio che ha bisogno di essere costantemente alimentato, pena il rischio di rivolta contro i loro stessi compagni d’odio o persino i loro capi. È un odio mistificante che si fa passare per amore e lealtà, quando invece non è altro che l’impulso egoistico e materialista di chi tenta disperatamente di garantirsi stabilità psichica e la certezza della sopravvivenza fisica. I suoi sforzi sono condannati al fallimento e svelano la sua mediocrità e l’ordinaria immoralità del suo contesto, popolato da mostri – i nazionalismi, i razzismi, i campanilismi, gli integralismi – che torcono l’anima delle loro vittime, per poi tramutarle in carnefici. È fin troppo facile per noi esseri umani ripudiare un comportamento morale razionalizzando le nostre azioni.

Il Golem
La seconda mossa necessaria ad ingannare l’opinione pubblica incline alla pace ed indebolire l’empatia consiste proprio nel dar vita ai summenzionati mostri ideologici, i golem. Abbiamo visto che in cima alla piramide dell’iniquità risiedono solitamente gli individui cronicamente privi di coscienza o dalla coscienza affievolita – a causa del mancato sviluppo della corteccia cingolata anteriore o per ragioni biografiche (es. infanzia traumatizzante).
Al livello inferiore s’incontrano i fanatici, quelli che una coscienza ce l’hanno ma l’hanno consegnata ad un Moloch ideologico (Razza, Etnia, Fede, Classe, Patria, Corporazione, ecc.).
Ancora più in basso sono collocati gli utili idioti, masse di conformisti de-individuati disposti a servire il maschio-alfa o il “comune sentire”. Hanno una mentalità autoritaria, quella di chi è forte coi deboli e debole coi forti. Anche il loro è male, ma solo questo è il male superficiale denunciato da Hannah Arendt, un male di ordine inferiore, appunto, che si può spiegare antropologicamente e sociologicamente senza ricorrere alle categorie della patologia mentale o dell’estremismo. Non sono fanatici o psicopatici a tempo pieno, ma agiscono in un contesto che genera tendenze di questo tipo. Sarebbero perfettamente in grado di comprendere i loro errori e pentirsi, una volta che le circostanze lo consentissero.
Il problema è che troppe persone continuano a credere che la Patria, lo Stato, l’Azienda, la Marca, la Squadra siano entità reali, vive, animate, con una propria identità e coscienza. Come umanizziamo gli animali, così antropomorfizziamo istituzioni, imprese, organizzazioni, ecc., cioè oggetti ed astrazioni. Riversiamo in loro affetti, risentimenti, sogni, aspettative, paure, desideri, ecc. e non ci accorgiamo che non è diverso dal credere in Babbo Natale. Soprattutto, non ci accorgiamo che ciascuno di questi golem è un mortale nemico dell’empatia perché per sua natura tende a dividere, a rendere le società più fredde, centripete, irreggimentate, rigide, turgide, confinate.
I golem avversano la fluidità, la sensualità, l’eterogenea frammentazione del reale, sono programmati per devivificare e desensitivizzare la realtà, per narcotizzare l’empatia. I golem non amano la vita, perché questa scorre ed è promiscua, mentre la società fredda è intransigentemente moralista, convinta di detenere la verità definitiva, in tutta la sua interezza, di rappresentare la purezza, l’autenticità assoluta, l’innocenza incarnata. Pur di vivere, pur di preservare la sua forma materiale, l’amante delle astrazioni (patria, etnia, lingua, cultura, società, stato, ecc.) tende a reificarle, a crederle vere, concrete, tangibili, dotate di volontà e coscienza. Un muro di auto-inganni, idolatria e feticci si frappone tra lui e la verità. Paradossalmente ed autolesionisticamente si lega a ciò che non è mai stato vivo, nell’illusione che lo sia. Tutto questo in luogo dell’amore per ciò che è vitale, spontaneo, creativo, evolvente, caldo, amorevole, fluido, imprevedibile, cangiante, liquido, sensuale, impuro, promiscuo come lo è la vita – panta rei, tutto scorre.
Le società calde, femminee, sono in perenne ebollizione, amano la complessità, la pluralità, la malleabilità, la sofficità, la liquidità, la costante trasformazione, l’ignoto e rifuggono ciò che è inturgidito, fisso, immobile, definito, tassidermico, tassonomico, corazzato, aggressivo, granitico, immutabile, ecc. Sono attratte dal vivente, dall’impulso vitale d’amore, dall’integrazione del tutto.
I suddetti golem dipendono dal nostro consenso per la loro esistenza; se non li rigenerassimo continuamente, si estinguerebbero. Eppure non ce la sentiamo di lasciarli morire, lasciamo che assorbano le nostre energie creative e vitali, ci lasciamo dominare da questi despoti, senza ribellarci. Facciamo loro indossare delle maschere allegre e giovali, benevole e rassicuranti, ma mostri sono e mostri rimarranno, perché è nella natura dello scorpione pungere la rana che lo sta aiutando a guadare il corso d’acqua.
La sopravvivenza di questi mostri dipende dalla quantità di energia che riescono a strappare a chi li venera. Sono espressioni di quella forma di vita che nella lingua hopi si chiama Powaqqatsi “la vita che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita”. Sono come l’Anticristo di Solovev, che “credeva in Dio ma nel profondo del suo cuore preferiva se stesso”.
L’adoratore del golem commette un grossolano errore di falsa coscienza: percepisce un io insufflato, ma si tratta di un’illusione. Beandosi della sua “meritata” grandezza, non muove un dito per irrobustire l’individualità reale. Si autoinfantilizza e permette che il sistema ne tragga beneficio, mantenendolo in quello stato per addomesticarlo meglio. Perde la capacità di prendere le distanze, di ponderare la sua situazione e guardare la società in cui vive con un certo distacco, con l’occhio di un forestiero o di un nemico. Perde la capacità di essere un agente di pace e non di guerra. Finisce per lasciarsi arruolare in progetti che non sono mai stati suoi, magari autodistruttivi, ma ai quali si accoda per senso del dovere e sconfinata fiducia nella logica retrostante. È l’alienazione finale: non è più sé stesso, ma l’idea che qualcuno si è fatto di lui; è pronto per essere sacrificato, magari in una guerra tra golem.

Il Terrore
Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio, Vincenzo Vinciguerra, ha svelato sotto giuramento qual è la terza mossa della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere ... l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. Lo scaltro Agente di Guerra sa che i golem operano al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem per fare in modo che la loro estinzione non sia priva di significato.
La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto dall’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia.
Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico. Il culto per le celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. È la guerra.

Difendere l’umanità dai suoi detrattori
Come si contrastano le strategie empatocide? Come si possono tutelare delle oasi di pace negli anni a venire? Abbiamo una vera scelta? C’è sempre una scelta, anche se ci conforta l’illusione che sia tutto predeterminato o troppo più vasto e potente di noi per subire la nostra influenza. Innanzitutto è indispensabile astenersi dal dare ai loro corifei e paladini ciò che vogliono, ciò che pretendono, in special modo la nostra anima. La crudeltà, la tortura distruggono la coscienza/anima dei responsabili e feriscono quella delle vittime. Occorre mantenere le distanze, per quanto possibile. L’antropologo francese René Girard ci ricorda che non si deve mai scherzare col fuoco: “Hanno la violenza dalla loro, ma non possono esercitarla apertamente. L’importante è ottenere il libero consenso della vittima al suo supplizio – spezzare la resistenza di Giobbe, ma senza costrizione apparente – l’esigenza di una vittima consenziente caratterizza tanto il totalitarismo moderno quanto certe forme religiose e parareligiose del mondo primitivo”. Per questo è essenziale giovarsi della nostra conoscenza del fenomeno per auto-immunizzarci.
La ponerocrazia, il “governo dei malvagi” (dal greco ponēros, “malvagio, nocivo”), odia visceralmente la vita spirituale ed odia l’empatia, che è l’alimento della vita più elevata, quella spirituale. Dunque si può sconfiggere attraverso l’amore per l’umanità, la coscienza e la natura, l’integrità (la volontà di essere onesti con se stessi e con gli altri rispetto alle proprie motivazioni), l’indipendenza di giudizio, la forza di volontà, l’assertività e la libertà, l’immedesimazione nell’altro e non la proiezione della propria auto-percezione nell’altro. Si devono coltivare il senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Si deve ricercare la giustizia e tutelare il libero arbitrio. La volontà di seguire la voce della ragione, della conoscenza e della coscienza contro la voce delle passioni irrazionali è l’unica che ci permetta di approssimare la verità, la comprensione obiettiva della realtà e del proprio ruolo in essa. Bisogna cercare la verità sopra ogni altra cosa. La vigilanza, la circospezione e la curiosità, che portano alla conoscenza, sono la nostra miglior difesa, l’autocompiacimento il nostro tallone d’Achille.
La conoscenza ci protegge perché più si conosce, meno si ha paura, meno ci si angoscia e meno pericoli si corrono perché si capisce cosa sia necessario per proteggersi. La conoscenza è sconfinata, non ha limiti, dunque il suo valore è infinito.
La conoscenza ci fa capire che è nostro preciso dovere difenderci dai bulli, se non vogliamo che siano loro a determinare il futuro della nostra specie e della nostra civiltà:

Il nazismo - un compendio



"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà"
Furio Jesi a Kerényi, 16 maggio 1965; Jesi & Kerényi, 1999, p. 51).

"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà".
Furio Jesi

"Avreste creduto che un’intera nazione di persone dotate di intelligenza e cultura elevate potesse lasciarsi catturare dal potere affascinante dell’archetipo…la bionda bestia si sta muovendo nel sonno…Odino il viandante si è messo in cammino".
Carl Jung

"Non c’è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano. Come ebbe a osservare qualcuno durante l’ultimo congresso del partito a Norimberga, non si è visto niente di simile dai tempi di Maometto. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa [inconscio] e che poi li mette in pratica. Se pure non è il vero Messia, Hitler assomiglia però a un profeta del Vecchio Testamento: la sua missione è di unificare la sua gente e condurla alla Terra Promessa. Questo spiega perché i nazisti devono combattere ogni forma di religione che non sia la loro particolare versione idolatra".
Intervista rilasciata da Jung a H.R. Knickerbocker nell’ottobre del 1938.

"Lévinas mostra come il nazismo consista nella filosofia dell’asservimento al corpo, nell’accettarne l’incatenamento, nel cancellare ogni esigenza di evasione. L’appello all’eredità, al passato, al sangue, l’idea della società a base consanguinea, annientano la libertà, precludono ogni possibilità di presa di parola, di critica, di scarto, di rimorso, di pentimento. Le idee che legano l’Io lo legano in maniera indissolubile, egli vi aderisce perché scaturiscono dalla sua carne e dal suo sangue, dal suo passato, dalla sua razza. L’Io non ha più il potere di sfuggire a se stesso. E se le idee con cui si identifica completamente, assumendole come la verità stessa del proprio corpo, pretendono in quanto verità di essere universali, malgrado il loro razzismo, la loro diffusione diviene espansione, diventa violenza, guerra, sterminio. L’origine del nazionalsocialismo è da ricercarsi fondamentalmente nella dedizione all’essere, nell’adesione incondizionata all’essere, da cui solo il peso della responsabilità per altri può disancorarare l’io, schiodarlo. La “filosofia dell’hitlerismo” non è un’anomalia contingente, ma si iscrive come una stabile minaccia nella filosofia occidentale, affetta com’è da allergia all’alterità. Senza il superamento di tale allergia, il liberalismo e la democrazia non possono nulla, dato che essi si sono costituiti fondamentalmente per la difesa dei diritti dell’Io, piuttosto che di quelli dell’Altro; si sono attestati a difesa degli appartenenti, dei comunitari, e non dei non appartenenti, degli extracomunitari".
Augusto Ponzio, introduzione a “Dall’altro all’io” di Lévinas

Fu il giorno dell’anniversario della Rivoluzione Francese che il nazismo annullò per legge il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare.
Sappiamo che cosa hanno fatto i nazisti, quale fosse la loro ideologia, ma non sappiamo perché lo abbiano fatto. È stato un incidente di percorso, un’aberrazione, un corpo estraneo o si tratta piuttosto di una presenza che ci accompagna da sempre, in sottotraccia? È un fenomeno puramente “tedesco” da cui ci siamo vaccinati o potrebbe ripetersi altrove, nuovamente? Io non credo sia eccezionale e perciò irripetibile e ho scritto questo libro proprio per mettere in guardia i lettori. Un nuovo nazismo non si ripresenterà mai indossando la stessa maschera, ma la struttura mentale sarà la stessa, perché è una variante della diversità umana, uno dei numeri della ruota che prima o poi viene fuori e che ha successo perché il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe assolutamente.

Il Nazional-Socialismo lascia sbalorditi. Per questo molti hanno creduto di vedere in questa dottrina l’irrompere del demoniaco nella nostra realtà. Si è quasi sempre inclini a chiamare in causa agenti metafisici per spiegare qualcosa che non si capisce. La tragica verità è che nessuno l’ha compreso e nessuno lo comprenderà mai. Possiamo solo limitarci a descriverlo e denunciare quei tratti della contemporaneità che paiono virare in quella direzione. Il nazismo non comportò solo un programma di sterminio e schiavismo di interi popoli, ma anche la sistematica demonizzazione di chiunque non fosse sufficientemente nazista. Ogni cittadino del Reich doveva essere nazista e, se possibile, anche le vittime dovevano essere nazificate, dimostrando con il loro comportamento che la via nazista era quella giusta. La pseudo-scienza serviva solo a convincere gli indecisi. La causa della distruzione degli Ebrei – chiamata Shoah o Olocausto – non fu l’identificazione di un ipotetico crimine da loro commesso, ma l’attribuzione di un peccato inespiabile, quello di essere sovversivamente antitetici al nazional-socialismo, per ragioni che non ci risultano chiare, visto che molti Ebrei erano fascisti e, almeno inizialmente, nazisti. Gli Ebrei non potevano essere responsabili della loro condizione, essendo nati così, inadatti alla vita su un pianeta finalmente ordinato al meglio: l’unica soluzione era la loro eliminazione. Il totalitarismo nazista fu dunque un gigantesco esorcismo ed autoesorcismo, con tanto di rituale ecatombe: si trattava anche di estirpare l’ebreo in sé, uccidendo tutti gli Ebrei.
Non fu però solo un inferno in terra. Dal punto di vista degli animali il Terzo Reich fu un’autentica utopia. Hitler era vegetariano e le leggi a tutela degli animali e dell’ambiente erano le più avanzate nel mondo. Molto dipendeva dalla prospettiva e dal proprio ruolo nella società. Anche i cittadini tedeschi “ariani”, prima della guerra, se la passarono molto bene (Mayer, 1971). Pensavano di essere liberi, mentre erano sottoposti ad un processo di graduale assuefazione al male, o quantomeno a quel che in genere si chiama male: un violento, predatorio, tracotante egoismo individuale e collettivo. Accettarono l’idea che il governo doveva operare senza poter condividere con la gente le informazioni in suo possesso, per ragioni di sicurezza. Nutrirono una completa fiducia nelle sue buone intenzioni. Si lasciarono distrarre dal teatrino del regime, penso per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle contraddizioni, dai sotterfugi, dalle spiacevoli verità. Pochi dedicarono del tempo a pensare alle questioni fondamentali. Molti attraversarono la vita in modo abbastanza o molto superficiale. Il regime presentava alla gente un certo numero di spauracchi e ciò bastava a giustificare ogni susseguente decisione. Tutto era in costante movimento, in trasformazione, un’eterna fascinazione estetica e retorica, un continuo rilancio emotivo impedivano di riflettere sulle “piccole” cose spiacevoli che si moltiplicavano, sui segni che indicavano che c’era qualcosa che non andava. Demandarono le loro responsabilità e il regime si assunse l’incarico di pensare per tutti: la gente poteva occuparsi d’altro. Tutto era molto più semplice e piacevole. Per di più in un sistema a risorse finite, se una parte della popolazione veniva esclusa, la restante parte ne traeva concreti vantaggi. In tempi di magra, non si va certo per il sottile. Meglio pensare al presente, meglio non affrontare la realtà nei suoi aspetti spiacevoli, nei suoi presagi più sinistri, nei suoi sintomi più debilitanti. Fai il primo passo perché senti di doverlo fare. Il secondo passo è un po’ più spiacevole del primo, ma lo consideri ancora ragionevole. Il terzo passo serve a giustificare quelli precedenti. Lo devi fare per non ammettere di aver preso una cantonata, di essere una persona cattiva. Nessuno trova facile ammettere di aver sbagliato e di essere malvagio e così si continua con il passo successivo che razionalizza e legittima a posteriori quelli precedenti: ogni male diventa un male necessario, un male minore. Di conseguenza, per molti Tedeschi del dopoguerra, il principale errore di Hitler fu semplicemente quello di aver perso la guerra.
Hitler non era un fesso. La sua filosofia era grezza ma organica e l’egotistica volontà di potenza è un’attrattiva irresistibile per gli esseri umani. La filosofia nietzscheana la incapsula in questo aforisma (259), tratto da “Al di là del bene e del male”: “Lo ‘sfruttamento’ non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita”. Milioni di Europei (e non solo), inclusi decine di insigni letterati, giuristi, filosofi, artisti, fisici, biologi, genetisti, antropologi e medici vi aderirono con entusiasmo (e non per mera convenienza). Si guadagnò anche la stima di Gertrude Stein, Martin Heidegger George Bernard Shaw, Lord Halifax, David Lloyd George, Henry Ford, Walt Disney, Charles Lindbergh, Prescott Sheldon Bush, rispettivamente padre e nonno di George H.W. Bush e George W. Bush. Il nazifascismo seduce perché è l’esaltazione del carnefice per mano del carnefice stesso, è autogiustificativo. Hitler dice ai suoi seguaci: i vostri peggiori vizi sono in realtà le migliori virtù. Non vergognatevene ma inebriatevene. Sono gli altri che hanno frainteso e si comportano innaturalmente. Per questa ragione il nazismo è a tutti gli effetti, un’ideologia eterna. C’è sempre stato e sempre esisterà, perché è mero bullismo all’ennesima potenza, proiettato su scala cosmica e metafisica. In un certo senso si può immaginare che questo tipo di grezzo manicheismo autoreferenziato per cui io vengo prima di tutto il resto e chi si oppone al mio volere si oppone al corso della storia universale sia così elementare da potersi sviluppare tante volte e in tanti mondi diversi. È lo sdoganamento della legge del più forte, sotto le spoglie di un edificio ideologico più o meno sofisticato. Sentiamo dalla “viva voce” dei protagonisti che cos’era per loro il nazional-socialismo. In un discorso tenuto a Kulmbach, il 5 febbraio 1928, Hitler dichiara che “l’idea della lotta è antica come la vita stessa e in questa lotta il più forte, il più abile, vince, mentre il meno abile, il debole, soccombe. La lotta è la madre di tutte le cose... Non è secondo i principi di umanità che l’uomo vive ed è in grado di elevarsi al di sopra del mondo animale, ma soltanto mediante la più brutale delle lotte”. Il Führer si ritiene guidato dalla Divina Provvidenza: “siamo diventati ciò che siamo grazie alla volontà della Provvidenza e fino a quando saremo autentici e rispettabili e valorosi nella lotta, fino a quando crederemo nella nostra grande opera e non capitoleremo, continueremo a godere dei favori della Provvidenza” (discorso a Rosenheim, Baviera, 11 agosto 1935). A Monaco (15 marzo 1936): “Seguo i dettami della Provvidenza con la stessa confidenza di un sonnambulo”. A Norimberga (11 settembre 1936): “Credo nella Provvidenza e la considero giusta. Perciò credo che la Provvidenza premia sempre chi è forte, intraprendente e retto”. Sempre a Norimberga (6 settembre 1938): “Noi veneriamo esclusivamente la cura di ciò che è naturale, e di conseguenza, in quanto naturale, voluto da Dio. La nostra umiltà si afferma nella sottomissione incondizionata alle leggi divine dell’esistenza per come noi uomini riusciamo a comprenderle”. È però consapevole del fatto che il suo obiettivo è cinico e misantropico: “non sono venuto al mondo per rendere gli uomini migliori, ma per sfruttare le loro debolezze” (Hitler, 2010). Hitler si vedeva come un eletto per compiti sovrumani, profeta della rinascita dell’uomo in una nuova forma. Era in corso una completa metamorfosi dell’umanità, proclamava (Griffin, 1998). In un discorso nel 1922 Hitler definì Gesù “il vero Dio”. In seguito lo chiamò “il nostro più grande leader ariano”. Secondo Hitler il movimento nazista avrebbe completato “il lavoro che Cristo aveva iniziato, ma non poté completare”. Infatti “il vero messaggio” della Cristianità poteva essere trovato nel Nazismo. Cristo aveva combattuto gli Ebrei e loro l’avevano liquidato. La sua religione è la “Cristianità Positiva” ossia il Cristianesimo tradizionale spogliato di ogni cosa che non gli piacesse. La divinità di Hitler non era un “deus otiosus” ma un dio attivo, chiamato Creatore o Provvidenza che aveva creato l’universo ed un mondo in cui le varie razze dovevano combattersi per la sopravvivenza (Steigmann-Gall, 2005).
Nel 1926, Joseph Goebbels, affascinato dalla visione di Hitler, gli scrisse una lettera, spiegando: “Lei ha dato un nome alla sofferenza di un’intera generazione. Quel che lei ha espresso è il catechismo di un nuovo credo politico che prende vita in un mondo secolarizzato che sta crollando. A lei un dio ha dato il potere di esprimere la nostra sofferenza. Lei ha formulato la nostra agonia con parole che promettono salvezza” (cf. Burleigh, 2006, p. 200). Secondo Martin Bormann, il delfino di Hitler, “il potere della legge di natura è ciò che chiamiamo l’onnipotente forza di Dio. La pretesa che questa forza universale possa interessarsi alla sorte di ogni individuo, di ogni bacillo sulla terra, che possa essere influenzata dalle cosiddette preghiere o da cose stupefacenti, si fonda su una considerevole quantità di ingenuità oppure sulla piccineria da insolente bottegaio. Noi Nazional-Socialisti, al contrario, pretendiamo da noi stessi di vivere nel modo più naturale possibile, ossia in accordo con le leggi della vita e della natura. Più precisamente le comprendiamo e vi ci atteniamo, più agiamo nel rispetto della volontà della forza onnipotente”. Queste sono concezioni radicalmente estranee alla tradizione umanista e che si collocano nella corrente panteista del pensiero umano, che “venera”, se così si può dire, l’universo fisico. Il panteismo è un sistema filosofico basato sull’idea che nulla muore ma tutto si ricicla ed evolve ciclicamente in modo tale da rinnovarsi e migliorarsi ogni volta (oppure si ripropone identico a se stesso in un Eterno Ritorno – questa era l’interpretazione di Nietzsche). La legge universale dell’universo è il movimento. Il rischio maggiore del panteismo è che l’ammirazione per l’automatismo della natura esteriore (legge di natura) possa spingere ad imitarlo applicandolo alla vita umana (legge morale), tentando di imporre la conformità come virtù suprema, eliminando tutto ciò che è imprevedibile, tutto ciò che consente l’esistenza della libertà e della creatività. Nel panteismo radicale ci sono i germi della degenerazione nazista: la deificazione dei naturali misteri della vita, il sogno di un utopico paradiso in terra, la brama di immortalità, l’esigenza di procreare per perpetuare il proprio genoma e di farlo bene per migliorare l’efficienza biologica umana (eugenetica: la procreazione umana come zootecnia), rimuovendo gli scarti (selezione dei nascituri e degli inferiori). Non ha alcun senso parlare di libertà per gli esseri umani in relazione alla creazione. Per il panteista, il bene ed il male sono identici, perché tutte le cose sono in realtà un’unica cosa, l’unica cosa esistente. Tutto è uno, l’unità di materiale e spirituale, un’unica realtà che è il creatore auto-creatosi. È di questo Creatore che parla Hitler. È a questo Creatore che allude Heinrich Himmler quando afferma che “esiste un solo Grande Spirito e noi individui siamo le sue temporanee manifestazioni. Siamo eterni quando eseguiamo la volontà del Grande Spirito, siamo condannati quando lo contestiamo nel nostro egotismo ed ignoranza. Se obbediamo, viviamo. Lo sfidiamo e siamo gettati nel fuoco inestinguibile. Le nostre esistenze fisiche sono come la guaina dei germogli di bambù. Per la crescita della pianta è necessario che cada una guaina dopo l’altra. Non è che la guaina corporale sia di importanza marginale, è semplicemente che la pianta-spirito è più essenziale e la sua sana crescita è di importanza primaria. Perciò non fissiamoci troppo sull’esistenza fisica ma, quando necessario, sacrifichiamola per un qualcosa di meglio. Perché questa è la maniera in cui la spiritualità del nostro essere si afferma”. O quando demolisce l’antropocentrismo: “L’uomo non è nulla di speciale. È solo una piccola parte della terra…Deve tornare a vedere il mondo con umiltà. Solo allora raggiungerà il giusto senso della misura riguardo a ciò che sta sopra di noi e come siano integrati in questo eterno ciclo. […]. La nostra esistenza, così costretta tra la nascita e la morte, si sottopone nel corso della storia ad un’estensione eterna: ci insegna a sentirci come anelli in una catena che è il prodotto di millenni e che ci trascina verso i futuri millenni, cosicché nella nostra coscienza il retaggio del passato e la responsabilità per il futuro si plasmano in un’unità inscindibile che determina le lotte del nostro presente” (Pois, 1986; Goodrick-Clarke, 1992).
Se c’è un Essere Supremo esso dev’essere una legge suprema di natura, o comunque un tutto organico in costante evoluzione lungo la strada della perfezione, spinto da una forza pre-biologica che compenetra il cosmo animando tutte le cose nell’universo tangibile. Il che presuppone la completa sottomissione alle leggi di natura, e perciò la sopravvivenza del più adatto e la disuguaglianza intrinseca. Nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere dei compiti specifici. Chi sgarra, chi si oppone, mette a repentaglio l’integrità del tutto, che funziona automaticamente, senza avere alcuno scopo. La morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione della creazione, come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. L’universo è duro ed implacabile ed offre conforto solo a chi obbedisce alle regole, mentre è spietato verso chi le trasgredisce. I nazisti decisero coerentemente che, “stando così le cose”, la volontà di potenza era il principio fondante della creazione. I Tedeschi seguirono il Pifferaio Magico, dimentichi dell’ammonimento di Heinrich Heine (1797-1856), contenuto in “Sulla storia della religione e della filosofia in Germania, libro III): “Ma più terribili di tutti sarebbero ancora i filosofi della natura che attivamente interverrebbero in una rivoluzione tedesca e si identificherebbero con la stessa opera di distruzione. E invero, se la mano del kantiano percuote fortemente e sicuramente, per il fatto che il suo cuore non è mosso da nessuna riverenza tradizionale; se il fichtiano coraggiosamente affronta ogni pericolo, per il fatto che per lui non ne esiste nella realtà nessuno; il filosofo della natura sarà terribile per il fatto che si mette in relazione con le potenze originarie della natura, può evocare le forze demoniache del panteismo alto-germanico, che risvegliano in lui la bellicosità che troviamo negli antichi tedeschi, i quali non combattono né per distruggere né per vincere, ma semplicemente per combattere. Il cristianesimo – e questo è il suo merito più bello – ha addolcito un poco la brutale bellicosità germanica; tuttavia non ha potuto distruggerla, e, quando una volta il talismano lenitore, la croce, si rompe, allora si scatena nuovamente la ferocia degli antichi guerrieri, la folle furia bellicosa, della quale i poeti nordici cantano e dicono tante cose. Quel talismano è tarlato e verrà il giorno in cui andrà miseramente in frantumi”.
Detto questo, si badi bene che questo modo di concepire il cosmo non era unicamente nazista e per questo è giusto definirlo eterno e universale. Non è certo un caso che i Giapponesi siano stati i migliori alleati del Terzo Reich. Il buddhismo zen di quel periodo era stato gradualmente contaminato da una sua corrente radicale, che ha percorso tutta la sua storia per diventare dominante proprio sotto la dittatura militare, che la trovò di grande utilità. Persino il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki (1870-1966) rimase imbrigliato in questa deriva estremistica. In quegli anni sosteneva infatti che una persona che uccide può essere nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali. In quel caso non può essere considerato un assassino. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo, sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta (Faure, 2008; Jerryson & Juergensmeyer, 2010).

I giudici del tribunale di Norimberga non seppero identificare il male universale che operava dietro la facciata pubblica del Nazionalsocialismo. Mancò l’immaginazione morale che poteva aiutare a percepire il carattere apocalittico della civiltà che sorse nella Germania tra le due guerre, una civiltà fondata su una weltanschauung magica, che aveva sostituito la svastica alla croce. Prevalse l’unanime consenso sulla necessità di trattare gli accusati come se costituissero una parte integrale del sistema umanista-cartesiano occidentale. Forse non ne erano consapevoli, o forse non volevano aprire gli occhi della gente sulla vera natura dell’inversione di valori. Si decise di classificare il tutto come aberrazione mentale e perversione sistematica degli istinti. Più facile parlare in asettici termini psicoanalitici che accennare alla possibilità che non si trattasse solo della psicopatia di un gruppo di delinquenti politicizzati. Ma la cosa più abnorme fu che il nazismo si dotò di una filosofia del vivente (Lebensphilosophie), non dell’umano. L’umanità non aveva alcun valore, alcun ruolo nel nazismo. Stalinismo e Maoismo, per quanto mostruosi e letali per milioni di persone, non giunsero mai a questo estremo: erano più simili alle classiche tirannie sanguinarie del passato. Forse solo gli Aztechi si avvicinarono, per certi versi, alle patologie misantropiche ed omicide del nazismo. Per i nazisti esistevano leggi della vita dei popoli (Lebensgesetze für die Völker) che, tra le altre cose, imponevano la lotta per la vita (Lebenskampf). La storia era la progressione dei popoli nella loro lotta per la sopravvivenza e per lo spazio vitale (Lebensraum). Tutto ciò che divideva e contaminava doveva essere bandito. Il terrorista norvegese Breivik, che pure era anti-nazista, non si discostava poi molto da questa logica: al posto della dimensione biologica aveva collocato quella cultura. Che è poi la logica, ancora una volta elementare, di Gorgia e di Trasimaco, nei dialoghi platonici: “la natura vuole padroni e servi”; la giustizia naturale è “l’utile del più forte”. In più i nazisti aggiunsero il riduzionismo zoologico dello specismo. Erano infatti razzisti verso i neri, gli asiatici e i latino-mediterranei, ma erano specisti nei confronti di Ebrei e Roma e Sinti, che consideravano letteralmente non-umani, una specie differente. Ciò pose fine alla forma più basilare di solidarietà. I nazisti decisero che loro incarnavano la purezza e tutto il resto era impuro, mettendo in opera una produzione seriale di materiale umano di scarto, sospeso appunto tra l’umano e l’inumano, da una parte, e la realizzazione dell’ideale di una Iper-umanità dall’altra. Da un lato, la produzione del sottouomo – quello che Primo Levi chiama il musulmano –, dall’altro, la costruzione del grande corpo perfetto e incontaminato della popolazione: L’uomo incorruttibile, eterno. In un testo di propaganda contro gli Ebrei pubblicato nel 1942 dall’Ufficio centrale delle SS per la razza e la colonizzazione, si legge: “il sott’uomo, questa creatura della natura, con le sue mani, i suoi piedi, il suo tipo di cervello, con i suoi occhi e la sua bocca, una creatura che sembra essere della stessa specie di quella umana. Ne è tuttavia una del tutto diversa: una creatura orribile, una parvenza di uomo, con tratti simili a quelli dell’uomo, ma situata, per via dello spirito, della sua anima, al di sotto dell’animale. All’interno di questa creatura un caos di passioni selvagge, senza freni: un’indicibile volontà di distruzione, messa in atto dagli appetiti più primitivi, un’infamia senza pudore”. Oggi, per molti, questa sembrerebbe una passabile descrizione di un nazista. Tutti proiettiamo l’ombra, la nostra metà oscura, sui nostri rispettivi capri espiatori, per non doverla affrontare, per non ammettere che c’è del marcio in noi.
Purtroppo, come esisteva un ebreo (solo in senso simbolico: compassione, rispetto, tolleranza) in ogni nazista, così esiste un nazista in ciascuno di noi, perché tutti noi tendiamo a prevaricare il prossimo a pensare che l’altro non ha proprio lo stesso nostro valore, ma sempre un po’ di meno, quel po’ di meno che fa la differenza e rende una società violenta ed iniqua. Nelle fasi di crisi, come quella attuale, possono verificarsi psicosi di massa, epidemie psichiche. Lo rimarcava Carl Jung al tempo dell’ascesa del nazismo: “Le antiche religioni, con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dai cieli ma sono nate in quest'anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi. Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi e possono in qualunque momento assalirci con la forza distruttiva, in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme. I nostri terribili dèi hanno soltanto cambiato nome e rimano tutti in –ismo” (Jung, 1946). Nel sondare l’inconscio dei pazienti e l’inconscio collettivo, gli si rivelano archetipi violenti e tenebrosi, avverte che un cambiamento è imminente, che la nietzscheana bestia bionda si sta risvegliando e o farà con forza esplosiva. Lo fece e continuò a distruggere fino all’ultimo istante. La macchina da guerra tedesca raggiunse il massimale produttivo tra il 1943 ed il 1944. Il massimo numero di morti si registrò nel gennaio del 1945 (450.000 in un mese, contro i 350.000 al mese del 1943). Lo stesso vale per i caduti civili e per le morti causate dalla Germania, che aumentarono costantemente. Il morale dei Tedeschi non venne mai meno fino alla fine. Non fu un lavaggio del cervello: il sacrificio era la strategia di sopravvivenza della Germania e fu condivisa, non imposta. L’individuo doveva sacrificarsi per la comunità e inoltre una nazione colpevole di atrocità e genocidi doveva combattere fino alla morte, non poteva sperare nella pace. Serviva una guerra totale. Non ci si poteva dare per vinti, non si poteva ammettere di aver perduto, ossia di aver sbagliato, non ci si poteva permettere di farsi tante domande sulle proprie scelte. I rapporti della Gestapo indicavano che i Tedeschi non volevano morire e non cercavano la distruzione della Germania, ma sentivano di non aver scelta, ormai. La sopravvivenza stava nell’unità, la dissoluzione dei legami portava alla distruzione: il sacrificio fu una strategia di sopravvivenza. L’unico modo riconosciuto di essere uomo era essere morto o uccidere. Chi era morto obbligava moralmente i commilitoni a continuare a combattere. Fu come una maledizione: i morti governavano i vivi. Goebbels lo intuì molto presto, nel dicembre del 1942: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi”.

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