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venerdì 25 novembre 2011

La celebre paleodieta (a grande richiesta!)



“La paleodieta è una nuova dieta che in realtà è la dieta più antica del mondo ovverosia è l’alimentazione che l’uomo primitivo delle caverne seguiva nel periodo precedente la scoperta dell’agricoltura avvenuta circa 10.000 anni fa. Per circa due milioni di anni l’uomo era stato  cacciatore–raccoglitore ed il suo sostentamento era basato su quello che poteva trovare: frutta, bacche e miele come fonte di carboidrati, il fabbisogno di grassi e proteine era invece coperto da semi, nocispeci, bruchi, lumache, insetti, uova, pesce, crostacei, soprattutto gli organi interni degli animali e il cervello più facilmente digeribili rispetto alla carne cruda delle fasce muscolari che, essendo molto ricche di connettivo, erano difficilmente digeribili. Solo con l’uso del fuoco, circa 300.000 anni fa, si sfruttarono meglio i muscoli degli animali cacciati potendo arrostire la carne e anche i legumi, resi digeribili dalla cottura. L’uomo forzatamente nomade si sfamava raccogliendo il cibo dove lo trovava nutrendosi anche di carogne, pescando e cacciando seguendo anche gli spostamenti delle sue prede. Questo stile di vita ha plasmato per selezione genetica i nostri precursori per più di un milione di anni, anche se sembra che il consumo dei cereali selvatici tra le popolazioni di cacciatori e raccoglitori possa risalire a circa 100.000 anni fa. Infatti alcuni archeologi dell’Università di Calgary hanno recentemente trovato in una caverna in Mozambico reperti datati all’inizio dell’era glaciale che dimostrano la lavorazione del sorgo selvatico, antenato del principale cereale consumato tutt’oggi a scopo alimentare nell’Africa sub-sahariana. Poi circa 10.000 anni fa con la scoperta dell’agricoltura l’uomo è divenuto più stanziale e ha anche cominciato ad allevare gli animali, non solo per  nutrirsene, ma anche per produrre il latte ed i suoi derivati. Con questo cambiamento la dieta si è arricchita di carboidrati (soprattutto cereali)  a discapito  delle proteine. I cereali però non sono commestibili allo stato crudo e necessitano della cottura e nonostante ciò rimangono più difficilmente digeribili  rispetto agli alimenti che si possono consumare crudi. L’introduzione dei cereali e questo sbilanciamento nel rapporto carboidrati/proteine ha portato conseguenze notevoli sull’uomo. Nel Paleolitico l’altezza media era elevata come quella che si è raggiunta solo attualmente invece l’altezza media di un soldato legionario romano era intorno ai 165 cm. L’aspettativa di vita nel Neolitico era peggiorata in quanto gli uomini si ammalavano più facilmente. Quando i carboidrati sono in eccesso rispetto alle proteine si sviluppano nell’organismo resistenza insulinica ed infiammazione che sono alla base della maggior parte delle malattie croniche e degenerative. Per quanto riguarda il latte bisogna annotare che l’uomo  è l’unico animale che continua a nutrirsi con il latte anche dopo lo svezzamento e se per il neonato il latte materno è l’unico e il miglior nutrimento non lo è senz’altro il latte vaccino diverso nella composizione percentuale dei macro e micronutrienti. Per quanto riguarda la insostituibilità del latte e derivati come fonte di calcio (utile allo sviluppo di ossa e denti) si deve riconoscere che gli uomini del Paleolitico avevano le ossa e denti robusti e senza segni di osteoporosi come è evidenziato dai reperti fossili. Senza dubbio l’alimentazione ricca di frutta e verdure creava un ambiente alcalino con effetti protettivi per le ossa e la salute in genere, viceversa i cereali e latticini sono alimenti acidificanti che favoriscono così la perdita di calcio dalle ossa. Il calcio tra l’altro è presente in quantità considerevoli  anche in tutte le noci, i semi crudi e le verdure. Una delle critiche più comuni a questa dieta è che sia una dieta iperproteica; in realtà non è così in quanto i carboidrati  erano ben presenti, non sotto forma di cereali, bensì come frutta e verdure. Le percentuali non erano fisse ma potevano variare anche in conseguenza della disponibilità del cibo e a secondo del clima e delle stagioni. Viene indicato un range nel quale: i carboidrati vanno dal 20% al 40 %, le proteine dal 20% al 35%  e i grassi dal 30% al 60%. Quindi poteva essere se mai, in certi momenti, una dieta iperlipidica. Però bisogna considerare che i grassi erano per lo più salutari cioè prevalentemente dal pesce e dalla frutta secca e anche i grassi provenienti dal cervello e dalle carni della selvaggina erano particolarmente ricchi di Omega 3. Il cervello per la sua struttura lipidica e le carni perché di animali che si nutrivano prevalentemente di erba fresca cioè pascolavano e non erano stabulati e alimentati con foraggi come negli allevamenti. Senza dubbio un limite di questa dieta è la scarsa praticità e organoletticità. Non è che noi possiamo facilmente abituarci a mangiare cervelli, vermi e bacche però potremmo attuare alcuni  accorgimenti  utili per la nostra salute: cominciando a fare tanti piccoli pasti invece di pochi ed abbondanti,  si riduce così la stimolazione insulinica; limitando il consumo dei cereali 2 volte a settimana. Se siamo degli sportivi e abbiamo bisogno di più carboidrati possiamo introdurre anche degli alimenti non paleolitici come le patate (alcalinizzanti) e se  introduciamo dei cereali la scelta migliore è verso i cereali senza glutine e a basso indice glicemico come il riso basmati, oppure i  cosiddetti pseudo-cereali come quinoa, amaranto, e grano saraceno. Anche consumare i cereali e legumi germogliati può essere utile. Cosi facendo si riducono notevolmente gli antinutrienti presenti; in questo caso diventano vere e proprie verdure ricche in amido predigerito e viene eliminato l’acido fitico, che contrasta l’assorbimento intestinale di vari minerali. Ovviamente andrebbero eliminati anche il caffé, sale e alcolici. Per quanto riguarda il sale il fabbisogno corporeo di sodio dovrebbe essere coperto da quello contenuto nei cibi. E per quanto riguarda l’alcol qualcuno sostiene che forse anche l’uomo del paleolitico occasionalmente poteva  nutrirsi  di frutta fermentata. Quindi anche per noi l’eventuale consumo di alcol deve essere solo occasionale. Anche il latte e suoi derivati vanno eliminati o almeno limitati e ovviamente sono totalmente  da eliminare gli oli di mais e di semi perchè troppo ricchi di acidi grassi Omega 6 che hanno  un effetto infiammatorio e i grassi trans cioè  idrogenati presenti nelle margarine e in vari prodotti confezionati, che sono molto pericolosi per la salute. Purtroppo il 55% della dieta occidentale si basa su alimenti che i nostri antenati non conoscevano, cereali, latticini, cibi preparati e lavorati, insaccati, farina raffinata, dolcificanti e acidi grassi idrogenati. La conseguenza di questa nuova alimentazione “arricchita” è l’invecchiamento precoce con l’aumento delle malattie degenerative, come le patologie cardiovascolari,  i tumori, l’artrite, il diabete e l’obesità e l’ultima arrivata, la “sindrome metabolica”.
Si potrebbe obiettare che nel corso del tempo ci siano state delle modificazioni  genetiche per cui l’uomo si sarebbe adattato al consumo di latticini e cereali, però la grande diffusione di intolleranze al lattosio e al glutine fa sospettare il contrario. Basti dire che dalla comparsa dell’Homo Sapiens,circa 35.000 anni fa, il nostro patrimonio genetico è mutato meno dell’1%. Ma se vogliamo essere sicuri di ciò nel nostro specifico caso ora è disponibile la Nutrigenomica cioè la possibilità  tramite un esame del  DNA salivare di individuare  il profilo biochimico nutrizionale genetico del singolo individuo. Ma questa è un’altra storia”.

I cacciatori-raccoglitori non hanno/avevano bisogno di dentisti e gastroenterologi e, con il passaggio dalla caccia e raccolta all'agricoltura, i nostri corpi si sono ingraciliti e i crani si sono rimpiccioliti del 10%:
mentre, in precedenza, nel corso del nostro processo evolutivo, si erano sempre accresciuti:
*A. africanus* - *H. habilis*: + 183 cc
*H. habilis* - *H. ergaster*: + 205
*H. ergaster* - *H. erectus*: + 162
*H. erectus* - H. heidelbergensis*: + 112
*H. heidelbergensis* - *H. sapiens* arcaico: + 185
*H. sapiens* arcaico - *H. neanderthalensis*: + 91
*H. neanderthalensis* - *H. sapiens* moderno: + 95
Con il passaggio all'agricoltura di Homo Sapiens, dopo oltre 20mila anni di onorata carriera ominide sapiens, si verifica la prima regressione encefalica nella storia evolutiva della nostra specie: – 10%
Vi prego di risparmiarmi lo slogan politicamente corretto del “non contano le dimensioni, conta l’uso che se ne fa”. Se è grande e lo sai usare è meglio. Punto.
Intolleranze alimentari: ecco un'ottima indicazione di quel che siamo evolutivamente abituati a mangiare e quel che invece ci irrita, come ad esempio lattosio, glutine, fruttosio, sorbitolo.
Altri handicap evolutivi derivano dalle difese naturali delle piante, che non potendo scappare si tutelano in altro modo (es. saponine, lectine, tannini, fitati). Ci danneggiano in varie maniere, anche impedendo l'assorbimento dei nutrienti (perciò sprechiamo quel che mangiamo), che è quello meno doloroso ma forse più devastante, nel lungo termine.
Ecco gli effetti delle lectine (soia): “danni organi interni: ipertrofia pancreas, fegato, atrofia timo, muscoli”.
La soia contiene anche saponina:
Nel link qui sopra c’è davvero quasi tutto quel che c’è da sapere.
Curioso che la soia, che è estremamente tossica, sia pubblicizzata come un alimento fondamentale, la base della dieta vegetariana/vegana, no? Come mai? Chi ha interesse ad avvelenare milioni di persone? Chi ha interesse a minimizzarne gli effetti? Qual è il giro di affari dei produttori di soia?
I nostri cervelli si adattano in modo relativamente rapido, i nostri organismi no: “Non ci siamo evoluti per migliaia di anni consumando farine e zuccheri. Questi alimenti ci sono ancora "estranei". Non voglio dire che non dobbiamo mangiarne, contesto solo il fatto che debbano avere un posto preminente nella nostra dieta”.
Questo, infine, è quel che scrive Jared Diamond
sulla pessima idea di introdurre l’agricoltura e sui vantaggi del regime alimentare dei cacciatori-raccoglitori:
“Il peggior errore nella storia della razza umana” di Jared Diamond
Maggio 1987- Trad. Tonguessy
“E’ grazie alla scienza che sono avvenuti significativi cambiamenti nella compiaciuta immagine che avevamo di noi stessi. L’astronomia ci ha insegnato che la nostra Terra non è al centro dell’Universo ma è solo uno degli innumerevoli corpi celesti. Dalla biologia abbiamo imparato che non siamo stati creati così da Dio ma abbiamo subìto delle evoluzioni così come milioni di altre specie. E ora l’archeologia sta demolendo un altro sacro credo: che la storia dell’umanità nel corso dei passati milioni di anni sia una lunga storia di progresso. In particolare recenti scoperte suggeriscono come l’avere adottato l’agricoltura, che si suppone sia stato il nostro maggiore passo verso una vita migliore, fu in realtà una autentica catastrofe da cui non ci siamo mai ripresi.
Con l’agricoltura arrivarono anche le grandi diseguaglianze sociali e sessuali, le malattie ed il dispotismo che maledicono le nostre attuali esistenze. Ad un primo impatto, le prove contro questa interpretazione revisionista sembrano irrefutabili. Ce la caviamo molto meglio in quasi ogni campo rispetto alle persone del medioevo, che a loro volta se la cavavano meglio dei cavernicoli, i quali a loro volta se la cavavano meglio delle scimmie antropomorfe. Basta fare un rapido conto dei vantaggi: abbiamo a disposizione vari cibi in abbondanza, straordinari utensili, molti beni materiali, le vite più lunghe e la salute migliore della storia. Siamo al sicuro da carestie e predatori. Otteniamo energia dalle macchine e dal petrolio, non dal sudore della nostra fronte. Chi sarebbe quindi il neoluddista che vorrebbe scambiare la propria vita con quella di un contadino medievale, di un cavernicolo o di uno scimmione?
[…]. Un esempio diretto di cosa abbiano imparato i paleopatologi dagli scheletri riguarda i cambiamenti storici nell’altezza. Gli scheletri di Grecia e Turchia mostrano che l’altezza media dei cacciatori-raccoglitori verso la fine della glaciazione era di 1,80m per gli uomini e 1,70 per le donne. Con l’adozione dell’agricoltura le altezze crollarono e nel 3000 AC si stabilizzarono in 1,60m per gli uomini e 1,50 per le donne. Nei tempi classici le altezze molto lentamente aumentarono, ma tanto Greci che Turchi moderni non hanno ancora riguadagnato le altezze medie dei loro distanti antenati.
Un altro esempio di paleopatologia al lavoro è lo studio degli scheletri Indiani presenti nei tumuli delle valli dell’Illinois e dell’Ohio. A Dickson Mounds, situato presso la confluenza dei fiumi Spoon e Illinois, gli archeologi hanno estratto circa 800 scheletri che rendono l’idea dei cambiamenti nella salute di quella popolazione quando decise di adottare la coltivazione intensiva di mais attorno al 1150 AC. Gli studi di Georges Armelagos e dei suoi colleghi dell’università del Massachusetts mostrano come questi primi agricoltori pagarono un alto prezzo per questo nuovo stile di vita. Paragonati ai cacciatori-raccoglitori che li precedettero, gli agricoltori avevano circa il 50% di problemi in più allo smalto dentale (il che indicava malnutrizione), il quadruplo di anemia causata da deficienza di ferro (evidenziata da avanzata osteoporosi), il triplo di lesioni ossee che rivelavano malattie infettive in generale, ed un aumento delle condizioni degenerative della spina dorsale, probabilmente a causa del lavoro troppo duro.
“L’aspettativa di vita alla nascita nelle comunità pre-agricole era di circa 26 anni” afferma Armelagos ”mentre in quelle agricole era di 19 anni. Quindi questi episodi di difficoltà alimentari e malattie infettive stavano seriamente minacciando la loro capacità di sopravvivenza”. Le prove suggeriscono che gli Indiani di Dickson Mounds, come molte altre popolazioni primitive, si dedicarono all’agricoltura non per scelta ma per la necessità di nutrire un sempre maggiore numero di individui. “Non penso che i cacciatori-raccoglitori adottarono l’agricoltura se non quando furono costretti, e quando lo fecero scambiarono qualità con quantità” dice Mark Cohen della State University di New York, coeditore assieme ad Almelagos di uno dei più rilevanti libri del campo: “Paleopathology at the Origins of Agricolture”. “Quando iniziai ad affermare queste cose dieci anni fa, non molti mi davano ragione. Adesso invece è diventata una voce rispettabile, quantunque controversa, nel dibattito in corso.”
[…]. Oltre a deficit alimentari, morte per fame ed epidemie, la società agricola ha portato un’altra maledizione all’umanità: profonde divisioni di classe. I cacciatori-raccoglitori avevano pochissimo cibo immagazzinato e nessuna risorsa alimentare concentrata come frutteti o mandrie: si sostentavano grazie ad una varietà di animali e piante selvatiche. A seguito di ciò non potevano esserci né Re né classi parassite che ingrassavano grazie al cibo sottratto ad altri.
Solo all’interno della società agricola poteva nascere un’elite di robusti nullafacenti che prosperavano alle spalle di una popolazione devastata dalle malattie. Gli scheletri delle tombe greche a Micene (1500 AC) suggeriscono che la stirpe reale usufruisse di una dieta migliore, dato che le spoglie reali erano di 5-8 cm più grandi ed avevano denti migliori (di media, un rapporto di uno a sei di denti cariati o mancanti). Tra le mummie cilene del 100 DC le élites si distinguono non solo dagli ornamenti e monili d’oro ma anche per un quarto di lesioni ossee dovute a malattie.
[…]. Le società dedite all’agricoltura hanno anche incoraggiato la diseguaglianza tra i sessi. Liberate dalla necessità di trasportare i loro bambini nel corso della loro esistenza nomade, e costrette a produrre più braccia per dissodare i campi, le donne di queste società tendono ad avere un numero maggiore di gravidanze rispetto alle loro controparti nomadi, con conseguente perdita di salute. Tra le mummie cilene, per esempio, le donne avevano maggiori lesioni ossee a seguito di infezioni rispetto agli uomini.
[…] Quello che balza agli occhi, quindi, è che con l’avvento dell’agricoltura la vita delle élites migliorò, mentre quella delle persone comuni subì dei peggioramenti.
Supponiamo che un archeologo debba spiegare la storia umana ad un visitatore alieno. Potrebbe illustrare i risultati dei suoi scavi con l’ausilio delle 24 ore dove un’ora rappresenta 100.000 anni di vita passata. Se la storia umana inizia a mezzanotte, oggi saremmo quasi alla fine del nostro primo giorno.
Abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori per la quasi totalità della giornata: da mezzanotte fino all’alba, a mezzogiorno e al tramonto. Alle 11:54 abbiamo adottato l’agricoltura
Courtesy of Ricardo J. Salvador, Associate Professor of Agronomy Iowa State University of Science and Technology Ames, Iowa 50011-1010.
In, Course Syllabus Agronomy 342, World Food Issues: Past and Present: Jared Diamond on Agriculture.
Originally published in Discover Magazine, May 1, 1987. Pages 64-66

domenica 23 ottobre 2011

Violenza e nonviolenza dai Neanderthal agli Extraterrestri




Fra natura e cultura non c’è, nella modernità, semplice distanza, ma salto, e in questo salto (in questa alienazione) si inseriscono quelle categorie che solo nell’artificio divengono naturali (libertà, eguaglianza, fratellanza).

Carlo Galli

L’Uomo Selvaggio è un archetipo mitologico che s’incontra a tutte le latitudini ed in tutte le epoche. Basti pensare ad Enkidu, dell’Epopea sumera di Gilgamesh, ai satiri, a Tarzan, allo Yeti, a Bigfoot ed a Oetzi. È il “doppio” dell’uomo civilizzato, lo specchio che riflette la sua natura ferina, ancora non interamente domata dal processo evolutivo e civilizzatore, a metà strada tra natura e cultura. Come l’extraterrestre rappresenta l’uomo futuro, ultrascientifico, immensamente sapiente ma anche denaturalizzato, asessuato, irriconoscibile, così l’Uomo Selvaggio, angelo e demone, costituisce un modello ideale (il Buon Selvaggio) oppure una figura estranea e sovversiva a causa della sua primitività. L’Alieno e l’Uomo Selvaggio sono entrambi trans-umani ed ibridi, i due estremi dell’evoluzione umana. Questi “doppi” della specie umana assolvono la fondamentale funzione di rassicurarci sul fatto che in fondo non siamo soli, né siamo troppo unici, perché ciò implicherebbe una zavorra di responsabilità morale davvero impressionante. Essa inoltre determina i margini estremi della norma di espressione dell’umano. Dopo aver creato il Mostro ed il Folle per demarcare i limiti della corporeità e dell’intelletto, l’umanità ha creato l’Uomo Selvaggio, come retaggio-monito del suo passato, e l’Extraterrestre, come proiezione di sé stessa nel futuro (Renard 1984). Nell’acceso dibattito sulla validità dell’opzione nonviolenta questa contrapposizione tra passato e futuro gioca un ruolo decisivo: definire la natura umana in un certo modo permette di programmare gli indirizzi di sviluppo della civiltà globale. Se l’umano è naturalmente violento, allora i principi democratici dovranno continuare a piegarsi alle esigenze dell’armonia sociale e della sicurezza, se invece l’umano è naturalmente buono ed è stato il potere a corromperlo, ne consegue che l’attuale assetto sociale, per quanto democratico, non rappresenta il migliore dei mondi possibili, anzi, contribuisce a mantenere gli esseri umani in una condizione di minorità e di perpetua rivalità. Allo stesso tempo, l’adesione ad una prospettiva piuttosto che ad un’altra influenzerà il tipo di rappresentazione di un’eventuale civiltà extraterrestre che dovessimo incontrare. Se prevale l’ottimismo new age, la visione è quella di una civiltà di fratelli cosmici venuti a riscattare l’umanità da una situazione compromessa irreversibilmente. Se prevale il pessimismo di un realismo cinico, la visione sarà quella di una razza di conquistatori e sterminatori che non perderanno tempo in chiacchiere e mireranno al sodo. Come si vede, è del nostro futuro che si sta parlando, anche quando l’oggetto della discussione è l’Altro.
Ma per discettare di natura umana con cognizione di causa è indispensabile rivolgersi all’antropologia, cosa che, purtroppo, accade di rado. Da antropologo, ho sentito la necessità di contestare le mille interpretazioni della nostra umanità che sono sorte per venire incontro più alle preferenze personali che alla realtà dei fatti, o quantomeno alla descrizione della realtà che possiamo desumere dai dati a nostra disposizione. Questo capitolo è una sintesi delle conclusioni alle quali sono giunto in merito al nostro passato. Lascerò invece che siano gli autori i cui scritti prendo in esame nei capitoli successivi ad indicare quali siano gli scenari futuri preferibili e quelli invece da evitare con la massima cura.

Il mito edenico

“Il primo esercito permanente, come organismo specializzato nella violenza, nasce a Babilonia nel momento in cui la società da patriarcale si trasforma in patriarcale. la preistoria non conosceva le guerre anche se esisteva la violenza. la civiltà fondata sul potere ebbe inizio verso il 3000 a.C. Da allora in poi il numero delle guerre e delle loro vittime è aumentato in maniera progressiva […] La trasformazione urbana che accompagnò la rivoluzione neolitica fu caratterizzata dal passaggio da una civiltà matriarcale a una patriarcale”. Questa è una citazione tratta da “Pace e disarmo culturale” di Raimon Panikkar (2003, pp. 17-18), uno dei pensatori della nonviolenza più apprezzati, specialmente in Italia (Peyretti). È emblematico di un certo modo di affrontare il drammatico problema della violenza umana che ritengo tanto nocivo alla ricerca della verità quanto la sua polarità opposta, quella di studiosi come Richard Wrangham, docente all’Università di Harvard, convinto che dentro ciascuno di noi si celi un Uomo Bestiale, un atavismo, un retaggio del nostro passato preistorico che condiziona il nostro comportamento. Secondo lui “se presupponiamo che gli esseri umani siano fondamentalmente simili agli scimpanzé (sic!)…questa intuizione biologica (sic!) ci insegna che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. La brutta notizia è che dobbiamo lavorare sodo per impedire agli uomini di coalizzarsi per uccidere gli avversari” (Wrangham/Peterson 1996). Un’affermazione che elude il problema delle considerevoli variazioni nell’incidenza di comportamenti violenti tra individui, tra culture e tra epoche (Kelly, 1995; Thorpe, 2003) ed il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli uomini non ha mai assalito, violentato o ucciso qualcuno nella sua intera esistenza. Stando all’evidenza quotidiana, più che una sottile patina, la Cultura e la Civiltà appaiono come una camicia di forza in grado di bloccare quasi sempre la presunta Bestia Interiore che ereditiamo dai nostri antenati. L’idea della Bestia Interiore è un fantasma nietzscheano, un ectoplasma evocato dall’abbrutente cinismo di certi scienziati ed ha la stessa impalpabile consistenza dello spettro del Buon Selvaggio rousseauiano. L’unica tipologia umana che corrisponde quasi perfettamente alla descrizione degli studiosi “nietzscheani” è lo psicopatico, che costituisce un estremo patologico dello spettro di manifestazioni dell’umano, la cui consistenza non eccede il 4-6% della popolazione mondiale, nella peggiore delle ipotesi. D’altro canto di esseri umani realmente nonviolenti non se n’è vista traccia nel mondo: a quanto ci consta non lo erano né Buddha, né Gesù.
Dobbiamo perciò rigettare entrambi gli estremi e prediligere uno schema in cui la variabilità individuale la fa da padrona e la “natura umana” si esprime nelle persone in forme estremamente distinte, tanto che pretendere di collocare questo o quell’altro individuo in una determinata categoria definita è un atto di violenza nei suoi confronti: “la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza. Perciò chi vi dice che “è naturale questo” ed è “naturale quello” sbaglia. L’unica cosa “naturale” per un essere umano è quella di differenziarsi dagli altri, di maturare nei suoi modi e nei suoi tempi, di realizzarsi secondo le sue proprie attitudini, valori ed aspirazioni. Il resto sono superstizioni, un corredo di pregiudizi che si affermano su base etnica, religiosa, storica, culturale” (Fait & Fattor, 2010).
Non esiste alcun programma di costruzione di un organismo umano. Gli esseri umani crescono e maturano consapevolmente ed interattivamente, non sono fabbricati sulla base di una serie di istruzioni di montaggio. Ciascun individuo si sviluppa in modo peculiare nel suo ambiente. Perciò non esiste una natura umana che è rimasta intatta nel corso dei secoli. Non sono i geni ad interagire con l’ambiente, è l’organismo a farlo e l’organismo è in costante mutamento, come lo è l’ambiente. Quindi non c’è ragione di fissarsi sui geni e sugli antenati. L’essere umano non può cambiare a nostro piacimento, ma allo stesso tempo non c’è alcuna ragione scientifica per descrivere gli esseri umani indipendentemente da un’immensa pluralità di circostanze storiche ed ambientali nelle quali crescono e vivono la loro vita. Lo Human Genome Project ha speso cifre colossali per sequenziare i geni di un essere umano ideale – una persona universale – che non è mai esistita e mai esisterà, in quanto non esistono attributi che definiscano l’umanità in modo assoluto: ci sarà sempre la possibilità di individuare numerosissime eccezioni, non solo nelle disposizioni e capacità, ma persino nella morfologia (Ingold, 2006).
Sfortunatamente so per esperienza che queste semplici considerazioni di buon senso non convincono tutti, perché molti preferiscono anteporre le proprie predilezioni ed identificazioni alla realtà dei fatti. Perciò in questo capitolo esaminerò una serie di ragioni che mi inducono a concludere che: (a) non è mai esistito un Buon Selvaggio, né una società matriarcale edenica; (b) l’uomo moderno (Homo Sapiens) non è mai stato ferino nel senso wranghamiano di una creatura schiava dei suoi impulsi: fin dal principio ha dimostrato di essere paragonabile a noi, nel bene e nel male; (c) più affine all’Uomo Bestiale fu semmai l’Uomo di Neanderthal, che ci ha trasmesso dei geni, ma che si è estinto.

Generalmente chi studia la violenza e la nonviolenza prende le mosse da un assunto ottimista – l’umanità è tendenzialmente cooperativa – o da uno pessimista – l’umanità è tendenzialmente competitiva. Nel primo caso la nonviolenza sarà considerata una naturale proclività umana che è stata messa a tacere da certe tendenze della civiltà moderna, in particolare quella occidentale. Nel secondo caso è giocoforza concludere che la guerra di tutti contro tutti è la naturale condizione umana. È quantomai frustrante osservare che, quasi mai, questi due assunti si sostengono su una solida base antropologica. È frustrante per due ragioni: perché dimostra che l’antropologia non è una disciplina presa nella giusta considerazione e perché dimostra che non esiste un consenso antropologico su questo tema. È facile spiegare perché le cose stiano così: l’oggetto dello studio dell’antropologia, il fenomeno umano è talmente complesso che gli specialisti di questo campo sono stati costretti ad ammettere di essere profondamente ignoranti al riguardo. È però anche vero che qualcosa siamo arrivati a capire ed alcune circostanziate deduzioni si possono certamente fare.

Gli antropologi non sono in grado di definire univocamente che cosa s’intenda per cultura. Una definizione accettabile, ma vaga, potrebbe essere “il termine con cui si designa l’insieme delle cose materiali ed immateriali create dall’uomo”. Non sanno cosa sia la coscienza, non sanno perché il cervello umano sia così voluminoso (né tantomeno perché lo siano i suoi attributi sessuali, del tutto sproporzionati). Quel che si sa - o si crede di sapere - è che fino a 2 milioni di anni fa le dimensioni erano grosso modo quelle del cervello dei primati attuali, oggi sono tre volte tanto. Non conosciamo il come ed il perché di questa trasformazione. Sappiamo che gli albori della cultura umana, cioè l’apparizione delle prime pietre intenzionalmente scheggiate (e quindi distinguibili dagli oggetti che possono essere impiegati provvisoriamente da altri primati), risalgono a 2 milioni e mezzo di anni fa, quando nel solo Kenya esistevano quattro specie di ominidi che vivevano fianco a fianco. Sappiamo anche che fu solo a partire da 30-40 mila anni fa che la cultura cominciò ad avere un impatto sostanziale sull’evoluzione umana e solo a partire da 10 mila anni fa circa questo impatto è andato incrementandosi esponenzialmente. Cro-Magnon è il primo uomo moderno da un punto di vista delle capacità simbolico-comportamentali ed anatomiche e rappresenta un salto di qualità prodigioso rispetto al passato. Giunge in Europa presumibilmente dall’Africa circa 40mila anni fa con un bagaglio di facoltà e competenze stupefacente. Vivono più a lungo, sono somaticamente indistinguibili da noi ed intellettualmente nostri pari: sono capaci di tessere, dipingono e scolpiscono con stile, immaginazione e grazia, costruiscono strumenti musicali (anche a percussione) e introducono le prime, rudimentali, notazioni musicali, condividono le risorse con la comunità, tengono in gran conto le donne – e non per la loro fertilità, dato che per i cacciatori-raccoglitori non è quasi mai un problema – personalizzano l’architettura delle loro abitazioni, dedicano ricche sepolture ai propri morti, introducono l’arte ceramica già almeno 25mila anni fa (cf. Venere di Dolní Věstonice). Sono sofisticati e creativi innovatori, diversamente dai loro predecessori, i Neanderthal che, nel corso di decine di migliaia di anni, introducono relativamente poche nuove tecniche e tecnologie, quasi sempre solo come reazione alle pressioni climatiche. Le armi da caccia e da pesca introdotte da questi nostri antenati erano di un’efficienza così ottimale da essere impiegate ancora relativamente di recente tra gli Inuit e gli aborigeni australiani. Non si era mai visto nulla del genere su questo pianeta (Tattersall, 1997). Già 20 mila anni prima del loro arrivo in Europa avevano raggiunto l’Australia, dimostrando quindi sorprendenti competenze nautiche. L’enigma della mancata “fioritura” dei Neanderthal indica che non esiste una corrispondenza diretta tra anatomia e comportamento. Qualcosa dev’essere accaduto che ha permesso a potenziali cognitivi inespressi di liberarsi e di fiorire, cioè che ha portato alla nascita della coscienza. Forse fu il linguaggio, perché senza linguaggio è difficile concepire delle modalità di pensiero complesso ed astratto; forse fu qualcos’altro che ci rimane ignoto. La grande rivoluzione che ebbe luogo con l’apparire dell’umanità fu la transizione da un’evoluzione biologica non intelligente e del tutto imprevedibile ad una co-evoluzione culturale e cognitiva, dotata di una certa direzionalità, il risultato dell’insieme di operazioni di numerose intelligenze. Ciò ha virtualmente interrotto la speciazione umana, ossia la trasformazione biologica spontanea della nostra specie. Rispetto ai primati (che costituiscono un diverso genere all’interno della famiglia degli ominidi), gli esseri umani hanno in più la cultura come dimensione esistenziale - non potremmo vivere senza di essa - e quindi più numerose e raffinate capacità, oltre ad una maggiore duttilità e variabilità comportamentale. L’uso sistematico di utensili, l’addomesticamento del fuoco ed il suo uso culinario ed agricolo, la comunicazione simbolica astratta, strutture sociali articolate, un sofisticato culto dei morti, forme organizzate di trasmissione delle conoscenze alle nuove generazioni, la capacità di interpretare e prevedere il comportamento altrui e di immedesimarci nel prossimo, ecc. è possibile che tutti questi tratti siano presenti in alcuni gruppi di primati, ma la differenza quantitativa, e quindi qualitativa, tra lo sviluppo umano e quello degli altri animali è semplicemente incomparabile. I primati hanno avuto tanto tempo quanto ne hanno avuto gli esseri umani per sviluppare una cultura, eppure non hanno fatto alcun passo in avanti, né è prevedibile che ne faranno in futuro, anche con l’aiuto dell’uomo. Per questo non è affatto moralmente, concettualmente o metodologicamente scorretto considerare la cultura come ciò che ci separa nettamente dal resto della natura e ci rende “speciali”, e non mere scimmie nude.
Gli esseri umani apprendono e progrediscono perché sono in grado di capire che il cambiamento è preferibile ad uno stato di ignaro appagamento, che la vita reale non deve necessariamente seguire le istruzioni contenute nel copione della tradizione, perché una vita creativa, innovativa e vibrante, cioè una vita culturale, può essere immensamente più gratificante. La lentissima evoluzione degli scimpanzé, che pure sono geneticamente così prossimi agli esseri umani, è la prova più evidente di questa distinzione di fondo. Ciascun essere umano è votato al cambiamento ed è destinato a contribuire al cambiamento del pianeta; in questo, nessun animale si avvicina anche lontanamente alla condizione umana. La presunta evoluzione culturale degli scimpanzé è così lenta che non hanno ancora raggiunto neppure l’età della pietra e le dimensioni del loro cranio sono rimaste pressoché immutate per milioni di anni, sempre stando a quanto ci è dato di capire al momento attuale. Al contrario i cani, che sono geneticamente più distanti da noi rispetto agli scimpanzé, ma hanno condiviso il nostro ambiente domestico per almeno 10 mila anni e forse molto di più, sono in grado di comunicare con gli esseri umani in modi più complessi cioè, in un certo senso, sono più partecipi della cultura e dell’intelligenza umana.
Sembra che alcuni primatologi, invece di concentrarsi su che cosa renda unici gli scimpanzé, e quindi degni di considerazione in quanto tali, siano ossessionati dall’idea di dimostrare quanto siano simili agli esseri umani, come se questo li rendesse più speciali e più meritevoli di tutela. Un fenomeno analogo concerne gli studiosi dell’Uomo di Neanderthal, di norma molto sensibili ad ogni suggerimento che la distanza tra questi e l’uomo anatomicamente moderno sia estremamente cospicua, a dispetto delle evidenti e straordinarie differenze che li separano. Non c’è nulla di antropocentrico nel sottolineare quel che ci rende unici, cioè un dato di fatto incontrovertibile, così come non sarebbe corretto accusare di bonobocentrismo chi rileva l’unicità degli scimpanzé bonobo o di neanderthalocentrismo chi elogia – molto giustamente – la perizia con cui i Neanderthal riuscirono ad adattarsi al loro ambiente.
Il fatto è che tutto lascia pensare che l’Uomo di Neanderthal non sia un tentativo prematuramente abortito, un uomo incompiuto. L’immagine del Neanderthaliano vestito da uomo contemporaneo che si aggira per le metropoli senza farsi riconoscere è una paura fantasia irrispettosa della sua dignità di Neanderthaliano completo. Sono diversi per la stessa ragione per cui il Barolo non è succo d’uva, anche se entrambi derivano dall’uva. La cultura fa la differenza: senza quel divario culturale le società umane non si differenzierebbero molto da quelle neanderthaliane, né il Barolo dal succo d’uva. Anche se permane una certa propensione a raffigurare l’uomo come “un carciofo da cui puoi togliere le foglie spinose della cultura lasciando solo il nudo cuore tenero dell’uomo naturale” (Marks, 2003: p. 163), va chiarito una volta per tutte che non v’è alcuna natura umana al di fuori della cultura. Natura e cultura non possono essere separate per poter confermare le ipotesi che più ci aggradano.
La questione centrale del dibattito sulla violenza umana risulta quindi essere il ruolo da assegnare alla cultura nello sviluppo umano. Affermare che la cultura sia un fenomeno biologico è un’enorme scempiaggine (Jones, 1993). Nel corso del progresso umano la nostra specie ha completato una transizione essenziale, dal corpo alla mente, e le prodezze della nostra mente trascendono largamente il nostro DNA e, in parte, la nostra corporeità. Esistono certamente numerosi istinti innati, ma la nostra specie, unica fra tutte, non deve per forza sottostarvi. La selezione naturale è stata rimpiazzata da quella artificiale, in un ambiente artificiale che, per definizione, non produce evoluzione nel senso naturalistico del termine. In altre parole l’etica e la cultura sono un prodotto della mente umana in un ambiente antropizzato. Non possiamo ricavare alcuna prescrizione morale dalla natura perché essa è del tutto amorale. La nostra esistenza o l’esistenza di qualunque altra specie vivente le è del tutto indifferente. È questo che ha reso necessaria la nostra fuga dalla natura nella cultura: la natura ci stava ormai stretta. La cultura è dunque a buon diritto quel piedistallo che gli esseri umani si sono costruiti nel corso della loro storia evolutiva e sul quale sono poi saliti: nessuno ci ha messi lì, se non noi stessi e peraltro non senza buone ragioni. A livello cognitivo, non siamo neanche una mera estrapolazione o raffinamento di tendenze precedenti (Tattersall & Schwartz, 2000).
Al contrario una delle lezioni della storia è che proprio la naturalizzazione radicale degli esseri umani è quasi sempre sfociata nel genocidio o nella pulizia etnica. Questo lo aveva ben capito lo stesso Charles Darwin, nel suo “L’origine dell'uomo”, in cui denunciava senza mezzi termini il riduzionismo zoologico degli esseri umani, che imputava il male alla Bestia Interiore (Mayr, 2000). D’altronde il dogma centrale del nazional socialismo era che la lotta per la sopravvivenza è una legge iscritta nella natura che per ciò stesso dev’essere applicata alle società umane. Ciò sancì l’emergere della nozione di comunità biotica (biocrazia), in cui la separazione tra animali ed esseri umani era annullata (riduzionismo zoologico) mentre la linea divisoria tra malati e sani finì per coincidere con quella tra morte e vita (Sax 2000). Solo chi era costituzionalmente sano e razzialmente eletto era degno di prevalere nella lotta per la vita. Il resto della specie umana poteva solo servire o estinguersi. I nazisti rifiutarono la veridicità dell’enunciato, che a noi pare ovvio, che l’etica e la cultura sono un prodotto della mente umana in un ambiente antropizzato e che non si può ricavare alcuna prescrizione morale dalla natura perché essa è del tutto amorale e la nostra esistenza o l’esistenza di qualunque altra specie vivente le è del tutto indifferente. Non si possono ignorare le tragiche conseguenze dell’idolatria di una natura antropomorfizzata e della naturalizzazione degli esseri umani tipiche del nazismo. Come detto, la natura ci stava e ci sta sempre più stretta e così siamo stati costretti a fuggire dalla natura nella cultura. Non c’è nulla di moralmente abominevole in questo.
Solo chi, magari abbagliato da un pregiudizio naturalista o da sentimentalismi malriposti – magari il senso di un’ingiustizia che va sanata – volesse ignorare l’abisso di complessità socio-culturale che ci separa dai Bonobo potrebbe credere di ricavare dal loro comportamento indicazioni utili su come dovrebbero procedere gli affari umani (Goodman et al., 2003). Quarant’anni fa, in piena battaglia per i diritti civili, gli scimpanzé erano trattati dai primatologi alla stregua di “buoni selvaggi”. Divennero poi crudeli predatori dediti all’infanticidio ed al cannibalismo negli anni 80 degli yuppie rampanti à la Gordon Gekko, lo spietato Michael Douglas del celebre “Wall Street”; recentemente sono ridiventati fondamentalmente buoni ma in parte “corrotti” dal contatto con gli esseri umani, in natura come in cattività. La domanda che ci dobbiamo porre è se siano stati loro a cambiare in questi 40 anni oppure gli umori della nostra società. Insomma, sembra di poter dire che il nostro atteggiamento verso gli altri sia determinato in gran parte non tanto dall’identità altrui, ma dalla nostra. Forse la più convincente spiegazione delle variazioni comportamentali dei primati è alquanto semplice: ancora negli anni Venti l’anatomista Solly Zuckerman riferì che i babbuini dello zoo di Londra mostravano elevati livelli di gerarchizzazione ed aggressività. Ma nessuno dei suoi colleghi che lavoravano sul campo, nell’habitat stesso dei babbuini, riuscì a replicare queste osservazioni. Divenne quindi presto evidente che il comportamento dei babbuini di Zuckerman era stato drammaticamente alterato dalla riduzione dello spazio in cui i babbuini si trovavano a vivere. Le restrizioni artificiali imposte da uno spazio chiuso come quello di uno zoo avevano generato dinamiche interne che non potevano esistere all’esterno e quindi le osservazioni di Zuckerman non erano generalizzabili (Rose, 1998). Anche qui, però, occorre una precisazione: la bellicosità delle popolazioni umane non è direttamente correlata alla densità demografica, né alla frequenza degli interscambi (Keeley, 1996). Il che ci aiuta a capire che gli umani sono davvero un caso a parte.
Scartate le spiegazioni etologiche, possiamo cominciare a prendere in esame i dati paleoantropologici. Sono scarse le immagini pittografiche che illustrano scene di violenza contro altri esseri umani, mentre sono numerose quelle ai danni degli animali da preda, com’è naturale in popolazioni di cacciatori. Quel che si può affermare con un certo margine di sicurezza è che non è mai esistita un’età dell’oro. L’idea che siccome gli esseri umani erano pochi e le risorse abbondavano, allora non c’era bisogno di scontrarsi è valida, ma ciò non significa che non esistessero violenze rituali, omicidi d’onore, esecuzioni, faide tra clan, scontri per il controllo di zone d’abbeveraggio degli animali selvatici, dispute territoriali, rapimento di donne, ecc. Una disamina seria della documentazione disponibile mostra che la violenza ha sempre accompagnato le società umane, nel Paleolitico come nel Neolitico, tra i cacciatori-raccoglitori come tra gli agricoltori. È vero che il Neolitico segna un’esplosione dell’evidenza della violenza, che diventa di massa, con fosse comuni per le vittime, ma ciò non indica un suo relativo intensificarsi. Il numero di umani crebbe e così le occasioni di conflitto (Guilane & Zamit, 2002).
Tutto questo non deve sorprenderci. Il nostro è un pianeta violento, dove animali della stessa specie si massacrano e in certi casi praticano persino la tortura, non danno il colpo di grazia, preferendo che l’avversario muoia dolorosamente, combattono in gruppo, com’è il caso degli scimpanzé. Attribuire la colpa alla natura umana o al processo di civilizzazione è un residuo di una mentalità romantica non corroborata dal vaglio empirico. Anzi, i tassi di omicidio tra animali co-specifici sono più alti di quelli delle società umane moderne, ma in linea con quelli delle società di cacciatori-raccoglitori ed orticultori. Quel che cambia, con l’avvento dell’agricoltura e della metallurgia è la scala delle distruzioni, che diventa evidentissima, ma proporzionalmente inferiore, per via, come detto, dell’incremento demografico (Gat, 1999). Gli esseri umani non sono mai stati unici nella loro ferocia contro i consimili (Mattson, 2003) e i nostri antenati non erano troppo diversi da noi, anzi. Coltivatori del Neolitico, indigeni della Nuova Guinea, villaggi cinesi o dello Yucatan, società polinesiane e o delle coste peruviane: in ogni civiltà ci sono segni di fortificazioni. Nella sola Nuova Zelanda sono rimaste le tracce di oltre 4mila forti preistorici (LeBlanc, 2004). Conflitti per le risorse, certo, ma anche per il potere ed il prestigio, per avidità, egoismo, razzismo. In pratica non sono mai esistite delle società pacifiche, o comunque non per lungo tempo ed i conflitti tribali causano un numero di vittime fino a venti volte superiore a quello delle guerre tecnologiche del ventesimo e ventunesimo secolo, in proporzione alla popolazione ed ai combattenti coinvolti (Keeley, 1996; LeBlanc & Register, 2003). L’unica maniera per difendere la tesi che il neolitico fu un’epoca anche solo relativamente pacifica è quella di mal interpretare deliberatamente l’evidenza archeologica, storica ed etnografica e, per quanto la causa della pace e della nonviolenza debba essere prioritaria, occorre sostenerla con argomentazioni solide, non con mitologie romantiche. Parimenti inammissibile è il mito misantropico di una specie umana intrinsecamente malvagia e feroce. Uno studio triennale che ha coinvolto una trentina di specialisti di otto diverse discipline (antropologia, psicologia, archeologia, biologia, sociologia, storia, scienze politiche e scienze religiose), provenienti da tutto il mondo, ha rilevato che “la guerra va compresa come una pratica sociale violenta e collettiva che si fonda sempre su una logica culturale e quindi non può essere spiegata unicamente in relazione alla biologica, alla genetica ed all’evoluzione” (Thrane & Vandkilde, 2006). La questione del potere va collocata in una posizione centrale nell’analisi della guerra. Che si tratti di democrazie o di società autoritarie, è il potere centrale che decide delle sorti di una nazione e solo una cittadinanza consapevole, informata ed attiva – ossia che eserciti un maggior potere, limitando quello dei governanti, in una società meno piramidale e perciò più egalitaria – è in grado di indirizzare il paese verso la pace, in luogo della guerra. Rummel incapsula questo concetto in uno slogan efficace: “il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente” (Rummel, 1997). E il potere uccide per autoperpetuarsi, perché la guerra pare avere l’effetto di preservare lo status quo, piuttosto che quello di cambiare la società e la casta guerriera appare proprio in concomitanza con un incremento delle disparità sociali e della gerarchizzazione delle comunità dell’età del bronzo (Thrane & Vandkilde, op. cit.). Allo stesso tempo, sono pochissimi quelli che ritengono che la schiavitù sia meglio della libertà e la guerra meglio della pace, ma la guerra e l’asservimento continuano ad esistere. Per Hermann Göring “è ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Ma sono i capi che decidono la politica dei vari stati ed è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.
Dagli albori della storia dell’uomo e, più in generale, dagli albori della storia della vita, gli organismi che popolano questo pianeta hanno variamente impiegato strategie cooperative, conflittuali e di disimpegno nei confronti dei potenziali rivali, a seconda delle circostanze. Quel che è venuto completamente a mancare, tra gli umani dei nostri giorni, è il rispetto del principio che i conflitti non devono superare quella soglia che compromette gli equilibri dell’ecosfera. Oramai siamo perfettamente in grado di distruggere questo pianeta e noi assieme ad esso, ma la persistenza del paradigma dominante della competizione sregolata e dell’incessante prevaricazione non lascia ben sperare. Un’ulteriore differenza, rispetto a prima, è che nelle piccole comunità nessuno accumula così tanto potere da essere nella posizione di decidere autonomamente ed arbitrariamente se scatenare una guerra. Serve un vasto consenso che viene immediatamente sondato tramite un’assemblea straordinaria ed un leader guerrafondaio può essere rimosso (o addirittura soppresso). Oggi un governo può entrare in guerra senza chiedere il parere del parlamento e senza doverne rispondere.

Il mito del Neanderthal vittima innocente di un’umanità crudele

Nel 2003 Wesley Niewoehner, archeologo alla California State University di San Bernardino, intervistato dalla BBC, spiegava che la ragione dell’estinzione dei Neanderthal andava cercata nell’enigmatica persistenza dell’uso di un repertorio comportamentale che poneva l’accento sulla forza fisica piuttosto che sull’innovazione tecnologica (Briggs, 2003).
La vicenda dei Neanderthal ci pone di fronte ad un vero e proprio mistero. Un essere umano così simile a noi, geneticamente quasi identico, con una massa cerebrale quasi pari alla nostra ed un comportamento così dissimile. Nel corso di ben 200mila anni di esistenza non si segnalano vere e proprie rivoluzioni tecnologiche ed organizzative, ma solo un lentissimo perfezionamento di ciò che già c’era, probabilmente sotto la spinta dei cambiamenti climatici (Mellars, 1996). Le più recenti scoperte evidenziano un quadro affatto diverso da quello ricostruito in precedenza, che dipingeva la situazione pressappoco così: i Neanderthaliani erano degli uomini come i Cro-Magnon, ma più semplici, rozzi e di buon cuore. Sono stati i Cro-Magnon a sterminarli, a causa della loro naturale aggressività, competitività e spietatezza. È chiaro che, se le cose stessero così, ci sarebbe poco da salvare di un’umanità moderna che ha cominciato il suo percorso civilizzatore sterminando un’altra popolazione umana, per di più quasi completamente pacifica, indigena ed interessata unicamente a sopravvivere. Avrebbero ragione i misantropi e questo libro non avrebbe alcuna ragione di essere scritto. Tuttavia le cose non stanno così. Quel che è successo, nel frattempo, è che è stato superato il paradigma UNESCO del politicamente corretto, che ha condizionato le scienze umane per oltre mezzo secolo, imponendo un insensato imperativo dell’assimilazione ed omogeneizzazione delle suddivisioni del genere Homo, per evitare discriminazioni perfino verso esseri umani ormai estinti (Levin, 1998).
Ora sappiamo invece che i Neanderthal erano aggressivi, competitivi e promiscui, probabilmente a causa dell’alta concentrazione di androgeni, come il testosterone. In questo, erano molto più simili agli altri primati che all’uomo moderno (Nelson et al. 2011). Ci viene anche spiegato che “i Neanderthal erano caratterizzati non solo da adattamenti biomeccanici specifici, ma anche da condizioni ormonali che non hanno riscontri nell'essere umano moderno, sia sano che affetto da patologie” (Viegas, 2010). Erano geneticamente quasi indistinguibili da “noi” (99,5%) ma con una scarsa differenziazione genetica tra di loro. Praticavano il cannibalismo (Thompson, 2006; Bryner, 2010), con una particolare predilezione per il midollo e le cervella e senza mostrare alcun particolare rispetto per le vittime della loro antropofagia, trattate alla stregua delle altre prede (Defleur et al., 1999). Erano particolarmente scadenti nella sfera dell’orientamento e per questa ragione i loro campi erano situati vicino ad aree morfologicamente molto riconoscibili (Burke, 2006). L’antenato comune, che non è ancora stato trovato, risale ad almeno mezzo milione di anni fa (Viegas, 2010). Tra l’1 ed il 4% del nostro genoma ha avuto origine dai Neanderthal, indipendentemente dalla popolazione considerata (inglesi o melanesiani che siano). Ma gli Africani non ne possiedono neanche un frammento. Questo significa che la parziale ibridazione avvenne nel Medio Oriente, prima che l’uomo moderno si spingesse in tutto il mondo. Un’ibridazione parziale perché le sequenze genetiche neanderthaliane non si sono replicate nel genoma dell’uomo moderno. Ciascuno si ritrova con un pezzetto di genoma neanderthaliano diverso rispetto a quello altrui (Pääbo, 2010). Pare che le porzioni di genoma neanderthaliano ci abbiano fornito un vantaggio evolutivo in termini di metabolismo, robustezza e cicatrizzazione delle ferite, ma abbiano anche aperto la porta alla schizofrenia ed all’autismo (Green et al., 2010).
È tuttavia improbabile che i responsabili della loro estinzione siano stati gli Homo Sapiens. Infatti nel Caucaso ebbero davvero pochissime chance di coesistere, essendo scomparsi prima che i Cro-Magnon arrivassero ed anche in Europa il periodo di coesistenza sarebbe stato troppo breve per permettere un genocidio (Pinhasi et al., 2011). Perciò, al momento attuale, nessuno dovrebbe permettersi di affermare di conoscere le cause della scomparsa dei Neanderthal, o di saper spiegare l’improvvisa apparizione dei Cro-Magnon. In proposito, non abbiamo le idee molto più chiare rispetto alla fine del secolo scorso (Tattersall, 1992; Walker & Shipman, 1992; Tattersall & Schwartz, 2000). Quel che sappiamo è che legittimo ipotizzare che la più lenta maturazione di Cro-Magnon sia responsabile della sua superiorità intellettuale (Smith et al. 2010), perché il cervello dell’uomo anatomicamente moderno, pur non essendo molto più grande (1490 cc a fronte di un indice medio di 1395 cc per i Neanderthal), era organizzato molto meglio (Gunz et al. 2010). Queste ed altre indicazioni sulla scarsità di comportamenti simbolici tra i Neanderthal, che erano versioni leggermente più sofisticate di quelle dei loro predecessori a differenza della nostra lettura della realtà simbolicamente mediata, ci spingono ad ipotizzare che, a dispetto della somiglianza, le divergenze cognitive fossero colossali e che “non c’è ragione di supporre che senza un’influenza esterna i Neandertal avrebbero sviluppato comportamenti “moderni”. Erano semplicemente degli umani perfettamente adattati al loro ambiente naturale” (DeSalle & Tattersall, 2008, p. 129).

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sabato 22 ottobre 2011

Bartolomé de Las Casas - introduzione


La scoperta dell’America coincise con la scoperta di un Mondo Nuovo e di un’umanità nuova, diversa, sconcertante. Francisco Lòpez de Gòmara (1511-1566), ecclesiastico e storico spagnolo, riconobbe nella scoperta dell’America il più grande evento della storia dopo la venuta del Cristo. Per l’umanità del Nuovo Mondo fu quasi certamente il più grande evento in senso assoluto. Gli indigeni presero coscienza del nuovo ordine quando ormai il loro servaggio si era trasformato in una condizione irreversibile. Alcuni credettero che i nuovi arrivati fossero dèi o semidèi, altri, pur essendosi resi conto di avere a che fare con degli esseri umani provenienti da terre molto distanti, rimasero prigionieri del preconcetto che ogni civiltà sufficientemente avanzata da attraversare un oceano doveva per forza essere benevola. La maggior parte degli indigeni cessò di vivere troppo in fretta per potersi fare un’idea chiara di ciò che stava accadendo. Fortunatamente, tra gli Europei, ci furono anche persone di buona volontà e lucida coscienza, come Bartolomé de Las Casas, che usarono il Nuovo Mondo come uno specchio che poneva in evidenza il putridume e le brutture della civiltà del Vecchio Mondo e si cimentarono nell’impresa di porvi rimedio.
Le opinioni sono ancora divise sulla figura di Bartolomé de Las Casas. “Nonostante la mole di documenti e di studi che attestano il contrario, rimangono ancora pregiudizi e riserve verso un semplice clerigo che non aveva mai fatto studi regolari e forse nemmeno raggiunto la licencia (laurea) in teologia, la cui opera non risponde ai canoni accademici ed è totalmente finalizzata alla sua attività pratica, quindi facilmente tacciabile di parzialità, di apologetismo e propagandismo o nel, migliore dei casi, di umanitarismo e messianismo evangelico privo di mediazioni culturali. Non contribuisce certo a far apprezzare l’opera del Procuratore degli indios il suo stile complicato, farraginoso, prolisso, discontinuo, poco elegante, lontano dalla chiarezza e dalla sistematicità degli scolastici come De Soto e De Vitoria, come pure dall’eleganza della retorica di un Sepúlveda” (Tosi, 2009).
Chi è dunque Bartolomé de Las Casas e perché qualcuno dovrebbe essere interessato a leggere una sua biografia? A mio giudizio è una figura a dir poco straordinaria e, come tante personalità eccezionali, dei tratti caratteriali spigolosi hanno nuociuto alla sua immagine ma hanno anche permesso ai suoi biografi di poter lavorare su materiale intrinsecamente stimolante. Il Nostro non amava i compromessi, se questi comportavano un maggior carico di sofferenza per i suoi protetti, gli indigeni americani. Non accettava di fare passi indietro quando era convinto di essere nel giusto, ossia quasi sempre. Molti lo consideravano spocchioso ed arrogante, e forse lo era, specialmente quando riteneva che i suoi avversari fossero pavidi, o ignoranti, o in cattiva fede e dunque complici di un genocidio. Difficile non dargli ragione: chi si mostra timido di fronte al male non è meno colpevole di chi lo commette. Numerosi furono i politici, amministratori, imprenditori, esploratori, militari di professione e rappresentanti del clero che, per così dire, se la legarono al dito. Nel 1543 un inviperito cabildo (consiglio coloniale cittadino) di Santiago del Guatemala scrisse al sovrano che “in realtà siamo allibiti di come la vostra Casa, fondata dai vostri avi cattolici…venga improvvisamente sovvertita da un monaco illetterato e privo di senso religioso, invidioso, vanitoso, passionale, agitato e non privo di cupidigia, colpevole per di più di suscitare scandalo! Tutto ciò a tal punto che dovunque abbia abitato in queste Indie egli ha dovuto essere espulso, non lo possono soffrire in nessun monastero, non accetta di obbedire a nessuno e non dimora mai a lungo nello stesso luogo” (Mahn-Lot, 1985, p. 144). Come Gesù il Cristo, Las Casas, di estrazione non agiata e per di più autodidatta, scandalizza i suoi contemporanei con gli insegnamenti, le azioni, le prese di posizione, la prodigiosa vitalità ed energia, l’asprezza delle sue polemiche, il rifiuto del patriottismo e dell’ortodossia quando mascherano l’ingiustizia. Come Gesù, è invidiato, temuto, disprezzato, braccato, è pietra di scandalo. Un giorno esclama: “Signore, tu vedi che cosa cerco in tutto ciò e che non ci guadagno che fame, stanchezza, sete e odio da parte di tutti. Se sbaglio, è per il tuo Vangelo, illuminami affinché io non sia più per il mondo uno scandalo”. Drammatizza. Non è profeta in patria, ma la Corona lo sostiene, perché lui, scaltramente, intuisce di potersi rendere utile alla corte di Spagna nel suo tentativo di imbrigliare i Conquistadores che, troppo lontani dalla madrepatria, la fanno da padroni nel Nuovo Mondo. Anche una parte importante del mondo accademico - fortunatamente, almeno in quella fase, egemone – lo appoggia, perché i suoi nemici sono anche i loro nemici.
Quasi ogni sua iniziativa è però destinata al fallimento. Las Casas è un perdente della storia, ma un vincente della memoria e della coscienza umana, che lo hanno premiato. Troppo in anticipo sui tempi, le sue idee risultano francamente donchisciottesche nel loro contesto, sebbene all’osservatore odierno possano apparire come eminentemente ragionevoli e sensate. Con il suo zelo pesta troppi piedi. Commenta il vescovo del Guatemala Francisco de Marroquín: “Da quando padre Bartolomé ha ricevuto la mitra ha dato libero sfogo alla sua vanità; quando si dà prova di zelo, occorre unirvi l’umiltà”. Las Casas non è umile, non ha né il tempo né la disposizione ad esserlo. Deve salvare quante più vite sia possibile, deve proteggere le culture e le comunità locali, “non perché io [sia] un cristiano migliore degli altri, ma per la compassione che [provo] istintivamente nel vedere questa gente subire simili ingiustizie”. Il suddetto vescovo riconosce che “è molto dolce e sempre tale resterà, ma…ha cominciato a recalcitrare”. Marianne Mahn-Lot osserva molto giustamente che “gli spagnoli di Ciudad Real erano credenti a modo loro, ma non potevano sopportare il fatto che il vescovo esigesse da loro una trasformazione tanto repentina e radicale del proprio stile di vita”. È intransigente, è moralizzatore, è schietto, è audace. “Questo parlare è duro: chi lo può ascoltare? Ma Gesù, conoscendo in se stesso che i Suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: Questo vi scandalizza?” (Gv. 6, 60-61). Il “Difensore degli Indiani”, storico, antropologo, politologo, filosofo morale, teologo autodidatta, consacrò la sua vita alla difesa dei deboli, degli oppressi e dell’umanità in generale, al di là di interessi e vicissitudini storiche. Fu un moderno Sisifo, lottò per anni, in ogni suo scritto ed in ogni sua orazione, contro un cinico realismo che aveva già dichiarata persa la battaglia degli Indios, che non ci credeva più e anzi, vedeva in una struttura organizzativa neofeudale l’unica alternativa all’estinzione degli autoctoni. Molti tra i suoi avversari, in fondo, disprezzavano quell’umanità inferiore. Las Casas fu un novello Sisifo perchè il macigno che faceva rotolare (lo skandalon) era enorme e ponderoso, la salita era aspra e gli sforzi sembravano futili in una società che accumulava detriti sulla cima per allontanare la meta e che irrideva chi spingeva la roccia della dignità e dei diritti umani, tacciandolo di stolto idealismo o di labilità mentale. Il missionario francescano Toribio de Benavente, detto Motolinía, scriveva all’imperatore: “Non so come Sua Maestà abbia potuto soportare un uomo così pesante, irrequieto, importuno, turbolento, litigioso, agitato, maleducato, offensivo, senza pace”. Era in corso un contrasto tra domenicani e francescani sulla maniera di evangelizzare gli autoctoni e Motolinía, che pure aveva a cuore le sorti dei medesimi, accusava Las Casas di eccessivo idealismo, di causare turbative del Nuovo Ordine, di essere un anti-colonialista. “Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la Mia parola, osserveranno anche la vostra.” (Gv. 15, 20). Eppure, ogni giorno, quest’apostolo della libertà e della giustizia – e non è facile retorica, come avrò modo di dimostrare – si risvegliava e riprendeva a sospingere, perché la sua vita non avrebbe avuto senso altrimenti. Come il Sisifo di Albert Camus, la sua azione fu una rivolta contro l’assurdo della Conquista, contro la disumana insensatezza di una realtà senza Cristo, di fronte alla quale non si poteva non levare la voce in protesta, se si intendeva rimanere umani e cristiani.
La protesta di Las Casas fu ampia, intensa e lungimirante, abbracciando diversi campi del sapere e non mancò di influenzare Voltaire ed altri intellettuali illuministi. Questo pensatore-militante, a tratti contradditorio, a tratti proiettato in una dimensione irrealistica, si rifà agli autori canonici ed alle Sacre Scritture, ma supera i primi per passione, impegno civile ed umanità ed emula Gesù il Cristo nel suo carattere sovversivo, universalista e messianico. Dialoga con profitto con la punta di diamante della teoria giuridica europea, gli esponenti della Scuola di Salamanca Francisco de Vitoria, Domingo de Soto e Melchor Cano, ma se ne discosta per il maggior ruolo che affida al magistero della Chiesa e per l’opposizione alle ingerenze umanitarie armate ed alla dottrina dei “doveri naturali” degli Indios verso gli Spagnoli. Semmai, per Las Casas, erano gli Spagnoli ad aver contratto doveri ben precisi verso gli autoctoni al momento della scoperta. Crede energicamente nell’unità della specie umana e nei suoi attributi intrinsici di dignità, uguaglianza, socievolezza, razionalità e libertà, che permettono a ciascun essere umano di godere di diritti inviolabili ed inalienabili. Crede che ogni società ed ogni uomo possano realizzare il loro potenziale attraverso l’educazione ed il pieno godimento della loro libertà. Per lui il perfezionamento, fine ultimo dell’umano, si ottiene tramite la luce dell’intelletto che, anche autonomamente, può condurre alla conoscenza naturale di Dio; un evento spontaneo, visto che , ne è convinto, non esistono esseri umani che non tendano al divino, in modi e forme diverse e proprie. È un paladino del rispetto delle usanze, credenze, leggi e costumi degli altri popoli, anticipando di quattro secoli il relativismo epistemologico della professione antropologica. Non ritiene che la barbarie – che pure considera tale – di certe pratiche possa diventare un pretesto per imbarcarsi in crociate di imperialismo civilizzatore. A più riprese sottolinea come l’arretratezza di una cultura o civiltà in certi suoi aspetti – giudicata in base ai summenzionati principi-cardine della natura umana – si sormonta persuadendo le persone con ragioni solide, facendo appello all’intelletto, al buon senso, alla volontà, senza l’impiego di imposizioni e violenza. Solo così la specie umana può maturare in armonia con la sua natura. La via della pace, della concordia e del rispetto è quella indicata dal Cristo ed è l’unica da seguire. Il sistema di sfruttamento ed asservimento neofeudale delle encomiendas (servizi di corvé coloniali imposti agli indigeni) è in diretta contraddizione con l’essenza della natura umana, è un peccato contro l’anima e contro Dio che dilapida la stessa vita umana. Ancora una volta con impressionante lungimiranza. Las Casas insiste che il potere di sovranità risiede nella gente, nel popolo, non nella sommità della piramide sociale. Senza la base non esiste alcuna società e da essa procedono il diritto ed i diritti. Nessuno può governare una nazione senza il consenso dei governati. L’autorità si deve costituire con libere elezioni che includano l’intera cittadinanza, uomini e donne: il principio del suffragio universale democratico, teorizzato a metà del Cinquecento! Il fine ultimo dei governanti dev’essere quello di garantire il bene comune, inteso come giustizia, libertà, prosperità e concordia. Il limite dell’azione di governo è stabilito dai diritti dei cittadini e dalla legge. Più sorprendente ancora è la richiesta che ogni autorità legittima recepisca la volontà popolare tramite un vero e proprio referendum, quando le circostanze sono drammatiche e le decisioni comportano conseguenze importanti per l’intera comunità. In pratica, nella visione lascasiana, un sovrano – o per meglio dire un presidente, o un supremo delegato – non può dichiarare guerra a nessun altra nazione o intraprendere una politica coloniale senza il consenso dei sudditi/cittadini. Il grado di perfezione di una comunità si misura in funzione della libertà di cui godono i suoi cittadini. Questo è un criterio prettamente liberale, concepito circa duecento anni prima che il liberalismo prendesse piede in Europa, e con buona pace di chi, con una lettura altamente selettiva delle sue opere, focalizzata sulla prima metà della sua attività pubblicistica, lo ha accusato di essersi prestato unicamente a servire il ruolo di agente attivo e partecipe dell’imperialismo ecclesiastico e coloniale europeo (Capdevila, 1998; Castro, 2007).
L’originalità e forza anticipatrice di Las Casas non si fermava qui. Il carattere innovativo delle sue proposte e raccomandazioni non va ricercato nelle premesse – già ben delineate da diversi teorici umanisti spagnoli, italiani e fiamminghi – ma nella radicalità delle sue conclusioni, frutto di una creatività speculativa alimentata dall’amarezza e disgusto per un presente inumano e dal sogno di un mondo realmente migliore e non confezionato ad uso e consumo dei soverchiatori e prevaricatori. Così, ad esempio, il vescovo del Chiapas teorizzava che il sovrano non deteneva beni di proprietà per diritto di nascita, ma solo in relazione alla volontà popolare; questi beni potevano anche essere alienati in caso di malgoverno. Di conseguenza le encomiendas perpetue erano illegittime, i servi indoamericani dovevano essere emancipati e le ricchezze redistribuite, in quanto sottratte illegalmente. I popoli trattati ingiustamente e tirannicamente avevano il diritto di ribellarsi ed anche di usare la forza Allo stesso tempo, però, certi vizi in seno ad una comunità dovevano essere tollerati se il tentativo di risolverli rischiava di provocare conseguenze maggiormente dannose rispetto alla loro sussistenza.
Non ci fu nessun Las Casas a proteggere i nativi nordamericani e gli schiavi neri di quelli che diventeranno gli Stati Uniti. I più celebri evangelizzatori puritani non ritennero mai che questi esseri umani avessero la medesima dignità dei coloni e li videro come un intralcio al Destino Manifesto della loro civiltà. L’espressione del Potere, in Nordamerica, non trovò seri antagonisti in grado di contenerlo e frammentarlo e il risultato fu lo sterminio degli autoctoni. Quel che rimase fu un assordante silenzio di fronte al male che, come si è detto, equivale a complicità.
Quanto alla disputa teologico-antropologica di Valladolid tra Las Casas e la sua nemesi, il filosofo di Cordoba Juan Ginés de Sepúlveda, prima ancora di essere una controversia sui diritti dell’uomo, essa concerne la natura umana, tocca una pluralità di discipline e rivela i machiavellissimi che rischiano di oscurare la verità dietro una cortina di fumo fatta di ragionamenti capziosi e circolari, manipolazioni semantiche e simboliche ed appello alla massimizzazione dell’utile. Essa ha comunque gettato le fondamenta per la teoria dei diritti umani e legittimato i fini del movimento indigenista. Personalmente ritengo che sia uno dei più importanti dibattiti della storia della teologia, del diritto e dell'antropologia politica e che abbia anticipato di secoli le attuali polemiche sulla bioetica e sul globalismo. Da una parte c'è il campione del naturalismo neo-paganeggiante (e, paradossalmente, di un’ortodossia inflessibile), dello sciovinismo militarista-imperialista, del feticismo della diversità (che diventa fine a se stessa e gerarchizzata). Dall’altra un ammiratore di Erasmo da Rotterdam, un paladino dei diritti umani universali, di una globalizzazione equa, egalitaria, giusta, rispettosa, pacifica, dell'idea che ogni essere umano dev'essere messo nelle condizioni di determinare il proprio destino e non va trattato come un infante o uno “schiavo di natura”.
Di conseguenza questo è anche un saggio sul contatto tra una civiltà tecnologicamente avanzata, rapace e moralmente degradata (l’Impero spagnolo) ed una civiltà decadente e violenta, isolata, devastata dalle pandemie, sadomasochisticamente prigioniera di attese apocalittiche (l’Impero azteco). Ci fu chi, tra gli emissari della prima, difese nobilmente la dignità della seconda di fronte agli invasori, riscattando almeno in parte le nefandezze della propria. Tra questi, il più illustre fu Bartolomé de las Casas, una figura purtroppo non sufficientemente nota, nonostante un’esistenza abbondantemente vissuta e che ha lasciato un segno nella storia – oltre cinquant’anni di luci della ribalta tra Vecchio e Nuovo Mondo ed una decisiva influenza su ben quattro tra re ed imperatori dell’epoca d’oro spagnola.
L’originalità di questa biografia risiede nella prospettiva, che non è esclusivamente storica ma anche socio-antropologica, filosofica, giuridica e politologica e rimarca l’attualità del pensiero di una persona “aiutata” da imprevedibili esperienze di vita a trasformare certi suoi difetti caratteriali in virtù e a dare il meglio di sé, ad essere all’altezza della sfida decisiva, a servire da modello anche a distanza di secoli.
Dopo una prima sezione dedicata ad una disamina del contesto storico ed una seconda che esplora la vita di Las Casas, mi soffermo sul tema dell’appropriazione del Cristo. Entrambe le parti – avversari e difesori degli indigeni – se ne appropriarono, ma solo i primi ne sovvertirono il messaggio. Lo scenario prospettato dai critici di Las Casas è quello di una crociata di Fratelli Maggiori, giunti nel Nuovo Mondo per decisione del Buon Pastore, il Salvatore che avrebbe condotto il gregge all’ovile. La visione dello stesso Las Casas e degli indigenisti non era troppo dissimile, se non in un punto cruciale, che sta alla base della civiltà contemporanea: il libero arbitrio unito al rispetto della dignità umana ed al consenso informato, quest’ultimo inteso nell’accezione più ampia di una relazione in cui completezza, trasparenza ed onestà permettono alle persone di essere pienamente consapevoli di quali siano le ramificazioni del loro beneplacito. Per gli avversari dei lascasiani, non di ovile si trattava, ma di una catena di montaggio. Lo slogan ufficiale era quello dell’avvento della civiltà dell’amore, della pace e del benessere, dopo il terrore azteco, ma la realtà era ben diversa. I nuovi signori soffrivano di un’illimitata bramosia di beni materiali e manodopera gratuita. Le invocazioni ad amarsi ed a vivere in pace con i conquistadores seguendo l’esempio di Gesù erano dunque ingannevoli, perché miravano ad imporre una certa visione del mondo, inducendo un’auto-lesionistica mansuetudine irriflessiva nei sudditi. Esisteva un’enorme discrepanza tra le parole ed i fatti. La predicazione dell’amore e della pace si accompagnava a misure di radicale intolleranza verso i non-allineati, verso una società definita senza Dio e irrimediabilmente corrotta, che richiedeva un vasto sacrificio collettivo per essere rifondata sulla base dei dieci comandamenti, il più importante dei quali è l’assoluta e completa obbedienza e sottomissione al vero Dio. Contro tutto questo si scagliò Las Casas, contro la marcia ipocrisia di quelli il cui unico Dio era – ma quanti di loro l’avevano davvero capito? – l’universo materiale, ma si proclamavano razzialmente e spiritualmente superiori, appellandosi alle parole di Gesù e dei Maestri della Chiesa. Contro chi non sapeva cosa farsene dell’Amore e formava caste dominanti che esigevano venerazione, onore, lealtà, sottomissione, conversione al loro culto e timorata idolatria, non amore. Las Casas obiettò all’ingiunzione di adorare ed onorare la presunta volontà di Dio e di rispettare le sue leggi, se ciò comportava l’annullamento di ogni libera volontà ed istanza critica. Obiettò alla segregazione degli indigeni nelle encomiendas e repartimientos – “un governo di tirannia molto più ingiusto di quello al quale furono soggetti gli Ebrei dal faraone egiziano” –, alla ritualizzazione della fede e della quotidianità, perché questa ottundeva le menti e facilitava il compito di quelli che chiamava “tiranni”, scatenando la furia di Cortés e Pizarro. In questo nuovo ordine instaurato dai conquistadores, chi disobbediva era punito nei modi più atroci perché il perdono e la tolleranza erano merce rara. L’idea di peccato mortale acquistava un significato letterale in un clima culturale da età del bronzo. I nuovi fedeli erano infantilizzati e si affermava che Dio – per mano e per bocca dei suoi inviati – si era assunto l’incarico di sistemare le cose, perché i nativi avevano dimostrato in modo definitivo la loro inettitudine, abiezione e pericolosità per se stessi continuando a farsi la guerra e a sacrificare i prigionieri. Las Casas capì che molti colonialisti e cortigiani non vedevano nella predicazione un veicolo di illuminazione spirituale ma un pretesto per mantenere l’oscurantismo e l’ignoranza ed il dominio sulla mente, il corpo e lo spirito dei sottoposti. In un paradosso orwelliano, ogni opposizione indigena a questo stato di cose era bollata come ispirata da Satana, dall’Anticristo. Solo la voce autorevole dei missionari indigenisti e dei teologi umanisti rivelava che il re era nudo, cioè che la fede dei coloni era segnata da un’interpretazione monolitica, unilaterale e perversa – ma molto conveniente – della tradizione veterotestamentaria, fatta di violenza, risentimento, soprusi, tirannia, rancore e sanguinarietà.
Anche qui, la centralità della celebre disputa di Valladolid è sancita dall’evidenza del fatto che nessuno, né prima né dopo, si era mai trovato a discettare di natura umana e destino della sua civiltà in seguito alla scoperta di un Nuovo Mondo e di traiettorie “evolutive” separate. L’unicità dell’evento e delle sue implicazioni è fuor di dubbio: una situazione analoga si realizzerebbe solo se fosse possibile retrocedere nel tempo fino al momento dell’incontro tra l’uomo anatomicamente moderno e il neanderthal o se una civiltà extraterrestre entrasse in contatto con la nostra. Prospettive che sono, per il momento, alquanto remote.