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giovedì 1 dicembre 2011

Emmanuel Assange - Julian Goldstein



Wikileaks è diventata l'interfaccia perfetta tra qualche servizio segreto e l'opinione pubblica mondiale. L'informazione in rete viene usata con licenza d'uccidere.

Fabio Ghioni, hacker

Emmanuel Goldstein è un personaggio letterario, il nemico del Partito che governa l'Oceania nel libro di George Orwell 1984. A causa della sua opposizione al Grande Fratello, ogni giorno, a partire dalle 11.00 in ogni ufficio e luogo pubblico si tengono manifestazioni di isteria collettiva contro di lui: i famosi "Due minuti d'odio". Il lettore, comunque, capirà in seguito che Goldstein e il suo gruppo non sono altro se non un sistema che il Partito usa per controllare le coscienze, al punto che la loro stessa esistenza non è decidibile con certezza.

I grandi banchieri, muovendo alcune semplici leve che controllano il flusso del denaro, possono determinare il successo o il fallimento dell’economia di un paese. Controllandone i comunicati stampa sulle strategie economiche che demarcano le tendenze nazionali, l’élite è capace non solo di prendere in mano le redini del potere della struttura economica di tale nazione ma anche di estendere il controllo su tutto il mondo.
Aldous Huxley

Anna Stepanovna Politkovskaja, morta
Enzo Baldoni, morto
Ilaria Alpi, morta
Julian Assange, arrestato per non aver indossato un profilattico
Se Assange fosse una vera minaccia per l’establishment sarebbe ancora vivo? Io credo, piuttosto, che avrebbe fatto la fine di questi altri:

Assange ha negato che dietro l’11 settembre ci sia un qualunque complotto diverso da quello di Osama Bin Laden
Assange ammira Benjamin Netanyahu
"Mendax" (ingannatore, mentitore, mendace) è lo pseudonimo usato da Julian Assange quando faceva l'hacker.
Non sarebbe la prima volta che succede:

"Chi proprio non crede alla parabola di Wikileaks è Fabio Ghioni, l’hacker più famoso d’Italia condannato per lo scandalo dei dossier Telecom. Sono almeno tre le cose che secondo Ghioni non tornano: la natura riservata delle notizie diffuse, le dimensioni degli investimenti finanziari necessari e i reati commessi. “La violazione del segreto di Stato in America è punita con la pena di morte e se gli Usa volessero veramente l’estradizione di Assange, la otterrebbero senza nessun problema”. L’ex numero uno del Tiger team di Telecom sostiene che dietro a Wikileaks ci sia qualche servizio segreto. “Per fare un’operazione del genere ci vuole un budget di almeno tre milioni di euro l’anno”. Insomma, secondo lui, qualche barba finta è andata da Assange e gli ha detto: “Ti passo le informazioni riservate, ti do un posto dove metterle, ti copro di milioni e ti garantisco fama e successo ma soprattutto impunità”. Un’offerta difficile da rifiutare.
A sostegno della sua tesi Ghioni cita la storia del soldato Manning. La persona che, secondo gli inquirenti statunitensi, è entrata nel database Siprnet, da cui provengono i cable diplomatici, per poi passarli ad Assange. “Questa è una storia comica. I computer che si possono collegare al sistema sono monitorati costantemente. Dai movimenti del mouse a quello che uno digita sulla tastiera. Ma vi immaginate un soldato che si connette e scarica centinaia di migliaia di dati? – continua Ghioni che a sostegno della sua tesi cita il caso della sicurezza informatica della sua ex azienda – Nei computer connessi alla banca dati di Telecom non puoi inserire neanche una chiavetta usb, non puoi scaricare nessun documento. Vogliamo pensare che i servizi segreti e il dipartimento di Stato americani hanno una policy sulla sicurezza informatica inferiore a quella di Telecom? Non scherziamo”.
"Violarlo e rubarne i segreti è stato un gioco da ragazzi, spiega Manning in chat a un amico hacker: “Mi sono avvicinato al computer con un cd di Lady GaGa, ho cancellato la musica e scritto un file compresso. Nessuno ha sospettato nulla. Mentre facevo finta di ascoltare e cantare Telephone (una delle hit di Lady GaGa, ndr) ho scaricato quella che verosimilmente è la più grande sottrazione di dati riservati della storia americana”.
Ecco la sintesi di un blogger, che evidenzia l'assurdità di questa versione dell'accaduto:
"un tale manning, stufo di vedere massacrati i civili irakeni decide di rubare dei file che si scambiano i diplomatici (e perchè mai? che c'entra? boh). Andiamo avanti. Questo manning entra con un cd di lady gaga e una penna usb, accede all'archivio e mentre fa finta di ascoltare il cd di lady gaga copia tutti i file... Praticamente un genio. Certo, deve essere un genio uno che riesce a copiare qualcosa su un cd musicale (che non è riscrivibile) un archivio così immenso (però forse era un dvd...). E la penna usb a cosa gli sarà servita? A sbloccare il cd musicale e farlo diventare dvd riscrivibile? Ma questi pensano che le persone sane di mente ci caschino? Io dico di sì, a giudicare dall'isteria collettiva su questi file".

Intervista a Fabio Ghioni (1 dicembre 2010):
Wikileaks sta diventando uno strumento di potere e in quanto tale, una struttura d'intelligence valuterebbe innanzitutto la sua utilità operativa come strumento di infowar o di ricatto verso persone o strutture scomode…La mia esperienza mi ha insegnato che ogni cosa che ci viene comunicata va sempre considerata con un sopracciglio alzato. Assange potrebbe essere in buona fede e allora potrei dire che il mandato internazionale è il modo più semplice di bloccare una persona. Se però non è in buona fede ed è uno strumento nelle mani di una struttura di infowar o intelligence, allora direi che il mandato internazionale è una copertura perfetta soprattutto se ha risonanza mediatica.

«Dietro a quel sito c’è qualche 007»
Intervista a Fabio Ghioni:
Assange e Wikileaks fanno tutti da soli o c’è qualcuno dietro?
«Non scherziamo. È impossibile che facciano tutto da soli, come paladini della trasparenza. Basta dare un’occhiata alla mole di documenti raccolti e resi pubblici. Stiamo parlando di intere banche dati. Dietro a tutto c’è qualcuno interessato a fare uscire queste informazioni in maniera chirurgica e a senso unico».
Cosa intende dire?
«Quando solo pochi conoscevano Wikileaks, ricordo che Assange boccheggiava e non riusciva a pagare neppure le bollette del sito. Poi sono esplosi. Qualche servizio segreto deve essersi reso conto della potenzialità di uno strumento del genere per campagne di disinformazione e propaganda mirata. Questo non significa che i documenti rivelati siano falsi. Finora, però, sono usati a senso unico, contro l’Occidente. Una specie di schema stile “divide et impera” per seminare divisioni nei rapporti fra alleati. Mi sembra una tattica fin troppo chiara e mirata, che ha poco a che fare con la trasparenza».
Quali sarebbero i servizi segreti coinvolti?
«Esistono organizzazioni cybercriminali come Russian business network, che secondo documenti americani è collegata all’Fsb, intelligence russa. Non escludo neppure che ci sia lo zampino di qualche struttura occidentale. È significativo che Wikileaks non abbia mai pubblicato documenti della Cia, ma solo del Pentagono e del Dipartimento di Stato, per ora. Non penso che Pechino e Teheran passino informazioni ad Assange. Però è plausibile che un colosso come la Cina finanzi Wikileaks, senza farlo sapere, trattandosi di uno strumento che sta provocando caos nel cuore dell’Occidente».
È stato arrestato un militare dell’intelligence Usa come gola profonda di Assange. Può essere che ci sia solo lui?
«È impossibile, inverosimile. Probabilmente ci sarà più di qualcuno al Pentagono o al Dipartimento di Stato Usa, che ha passato documenti e informazioni pensando di migliorare il mondo con la denuncia di qualche magagna occidentale. Penso che le fonti idealiste di Wikileaks siano il 5%, ma non può essere il singolo a passare banche dati intere».
Costa molto una struttura come Wikileaks?
«Il costo è elevato e si potrebbe aggirare su milioni di euro. La storia delle donazioni è ridicola. Che il sito renda pubblici i bilanci e poi faremo i conti. Assange è sempre in viaggio e non bastano i punti Mille miglia. Da dove arrivano i soldi?».
Il fondatore di Wikilekas continua a presentarsi come paladino della trasparenza. Cosa ne pensa?
«Non metto in dubbio che abbia iniziato spinto da gradi ideali, che condivido, ma poi la faccenda gli ha preso la mano. Il sito stava per chiudere per mancanza di fondi, poi è resuscitato. Mi piacerebbe credere che questa storia derivi da cittadini paladini delle libertà, ma purtroppo non è così».

Il Mossad accusato di complotto: «Le notizie di Wikileaks avvantaggiano Israele»
di Eric Salerno
ROMA (3 dicembre 2010) - A chi fa gioco il gioco di Wikileaks? Finora poco più di seicento di 251.287 messaggi diplomatici americani “rubati” sono apparsi in rete ma c’è già chi parla di complotto. Due sono le direttrici indicate: Julian Assange e i suoi collaboratori si vogliono arricchire oppure stanno lavorando per favorire la politica di un governo. Le teorie complottiste abbondano sul web. Nel mirino, quasi sempre, Stati Uniti e Israele. E anche questa volta, in prima linea tra gli accusati, i due Paesi.
In un’intervista alla rivista americana Time il fondatore di Wilkileaks ha fatto le lodi di Netanyahu che, ha detto, è convinto che le rivelazioni aiuteranno la ricerca della pace in Medio Oriente. «Il premier israeliano sostiene che i leader devono parlare in pubblico come parlano nel privato». I documenti classificati finora pubblicati giocano sicuramente a favore di Tel Aviv. Sia quando i diplomatici americani raccontano come molti leader arabi sono preoccupati per la politica di Teheran, sia quando spiegano che nonostante lo stato formale di belligeranza tra arabi e Israele, esistono ottimi rapporti tra molti paesi del Golfo e il “nemico”.
Wikileaks è nato nel dicembre 2006 e sostiene di «essere stato fondato da dissidenti cinesi, giornalisti, matematici ed esperti di informatica dagli Stati Uniti, Taiwan, Europa, Australia e Sud Africa». E anche se oggi c’è chi sospetta un ruolo dei cinesi nella raccolta e disseminazione dei documenti, molti cinesi vicini al regime sono convinti che Assange e i suoi siano in qualche modo collegati al Mossad, il servizio segreto di Tel Aviv.
Su un sito britannico qualcuno ha trovato “intrigante” una frase di un articolo del giornalista israeliano Yossi Melman, pubblicato sul quotidiano The Independent. Melman mette insieme tre eventi «apparentemente non collegati tra loro». Il primo, la pubblicazione dei documenti molti dei quali riguardano le preoccupazioni del mondo con il programma nucleare iraniano; il secondo, l’assassinio misterioso a Teheran del più importante scienziato nucleare iraniano e il ferimento di un altro; e infine la nomina di Tamir Pardo come nuovo capo del Mossad. «Ma c’è un legame tra di loro. Sono parte dello sforzo interminabile dell’Intelligence israeliana, insieme con le loro controparti in Occidente compreso l’M16 britannico e la Cia americana, per sabotare, ritardare e se possibile per impedire all’Iran di raggiungere il suo scopo di ottenere la sua prima bomba nucleare». Melman non ha voluto chiarire oltre il suo pensiero.
Accuse al Mossad, dopo quelle scontate di Ahmadinejad, sono arrivate ieri anche dalla Turchia, vecchio alleato strategico di Israele ora su posizioni nettamente contrarie alla politica del governo Netanyahu. Huseyin Celik, numero due del partito del premier Erdogan ha indicato che «Israele è soddisfatto» per le rivelazioni. «Ancora prima che i documenti fossero diffusi, già dicevano che “Israele non avrà problemi”».

Wikileaks: Tarpley, è strip-tease CIA per colpire nemici. A partire da Berlusconi-Putin. lo dice giornalista investigativo (ansa) - Roma, 7 dic 2010
Le rivelazioni di Wikileaks? "Sono uno strip-tease della Cia per colpire i suoi nemici, a cominciare da Berlusconi-Putin": lo sostiene il celebre giornalista investigativo Usa, Webster Tarpley all'ANSA. Il rapporto Roma-Mosca "vuol dire fra le altre cose l'oleodotto Southstream, oggetto di odio feroce da parte della CIA. Nessun fantoccio di Washington viene criticato", ha aggiunto.
I documenti pubblicati rivelano "cose già note da un pezzo, come il desiderio dei Sauditi di colpire l'Iran. Assange dice bene della CIA mostrando di dire male", aggiunge Tarpley, convinto che "il prossimo passo sarà un ripulisti generale dell'internet, chiudendo tanti siti critici, utilizzando come pretesto dei segreti spifferati da Assange". Il giornalista non è l'unico ad accusare Assange di fare gli interessi di gruppi occulti: nella schiera dei critici c'é anche John Young, co-fondatore di Wikileaks e ora con un proprio sito indipendente.
Per capire Assange, bisogna rifarsi a Paolo Sarpi, il maestro veneziano dei servizi segreti, il quale ha teorizzato il limited hangout o self-exposure praticato dalla CIA gia' quattro secoli prima di Assange nel suo parere "Del confutar scritture malediche," scritto per il Senato il 29 gennaio 1620. (Opere, edizione Cozzi, Milano: Ricciardi, 1969)
Notiamo in questo contesto che e' stato proprio Cass Sunstein a menzionare Wikileaks per la prima volta (ch'io sappia) nella grande stampa americana, scrivendo sul Washington Post del 24 febbraio 2007: "Wikileaks.org, founded by dissidents in China and other nations, plans to post secret government documents and to protect them from censorship with coded software." [Trad: “Wikileaks.org, fondato da dissidenti in Cina e in altre nazioni, intende pubblicare documenti governativi segreti proteggendoli dalla censura con software criptato”].
Era il primo successo pubblicitario per il gruppo di Assange, e veniva grazie a Cass Sunstein personalmente.
Su Cass Sunstein:

Fino a qualche mese fa l’unico avvocato difensore di Julian Assange era Mark Stephens, della Finers Stephens Innocent, consulenti legali del Waddesdon Trust (famiglia Rothschild):

Vale la pena ricapitolare gli indizi che dovrebbero portarci a concludere che non sia quello che dice di essere.
Da quando Assange è diventato il responsabile unico di wikileaks, scacciando o agevolando l’uscita di chi non la pensava come lui, le “fughe di notizie” hanno rivelato che:
* le armi di distruzioni di massa in Iraq esistevano veramente (!!!);
* l’Iran è una potenza regionale destabilizzatrice e va fermata con le buone o con le cattive;
* Nicola Calipari è morto a causa della sua negligenza;
* il numero di vittime della guerra in Iraq corrisponde al dato fornito dall’amministrazione Bush-Cheney, è drasticamente inferiore rispetto alle stime di tutte le organizzazioni indipendenti e i responsabili del macello sono soprattutto gli iracheni stessi e non le forze di invasione;
* la condotta di Israele e di Tony Blair è impeccabile;
Una curiosa convergenza rispetto alle posizioni dei falchi della precedente amministrazione statunitense e dell’attuale governo israeliano.
La seconda razione di fughe di notizia ha rivelato che:
* gli Stati Uniti spiano i loro alleati e le Nazioni Unite (sorpresona!);
* L’Arabia Saudita e tutti i paesi suoi alleati nel Golfo si preoccupano dell’ascesa dell’Iran;
* Ahmadinejad è descritto come il “nuovo Hitler” e Hugo Chavez come un folle;
* l’Iran riceve missili dalla Corea del Nord;
* gli Stati Uniti temono che le armi nucleari pachistane finiscano nelle mani sbagliate;
* il governo russo fa affari con la mafia russa;
* Gheddafi è (era) mentalmente labile e potrebbe (avrebbe potuto) fare di tutto;
Guarda caso, i principali bersagli sono ancora una volta i maggiori avversari e critici degli Stati Uniti e di Israele che anche questa volta se la cava brillantemente, con nulla a suo carico.
D’altronde lo stesso Assange ha affermato in due occasioni che il bersaglio di Wikileaks sarebbero stati i regimi oppressivi asiatici, Russia e Cina in primis:

In cambio, tra le tante cose, non scopriamo nulla di più di quel che ci hanno già detto i migliori giornalisti d’inchiesta riguardo al coinvolgimento delle forze NATO nel narcotraffico afghano, agli omicidi eccellenti commissionati dal governo israeliano, né sul comportamento terroristico dei mercenari assoldati dalle multinazionali in Iraq, agli eventi di Fallujah.
A che gioco sta giocando Assange? Perché ha ammesso pubblicamente che gli Americani gli passano documenti scottanti? Perché dovrebbero aiutarlo se è così temuto e detestato?
Hillary Clinton ha subito usato le wikileaks per dimostrare che le preoccupazioni americane nei confronti dell’Iran sono fondate ed ampiamente condivise.
I commenti nei forum dei quotidiani britannici che ci preparano alla guerra con l’Iran, ossia alla Terza Guerra Mondiale, si sprecano:
È un incubo per gli anti-israeliani. Ora non possono dare la colpa ad Israele se l’America attaccherà l’Iran a causa delle pressioni saudite
WikiLeaks ha anticipato il giorno in cui gli USA agiranno finalmente per estirpare gli impianti nucleari dello stato del terrore iraniano. Chi ama la pace dovrebbe rallegrarsene e nominare Wiki per il premio Nobel per la pace
Allora non sono solo i “malvagi” israeliani che esortano a colpire l’Iran, ma più o meno tutti i paesi del Medio Oriente. E’ quasi troppo bello per essere vero. Non che non lo si sapesse prima, ma ora nessuno potrà negarlo”.
Così se ci sarà una guerra contro l’Iran potremmo per favore astenerci dal dire che è solo per il petrolio, visto che sono i produttori di petrolio che spingono per l’attacco all’Iran?
Sarà molto difficile per la gente condannare l’America quando vedono che ogni sceicco la implora di bombardare i loro ‘fratelli’

La vicenda di Gary McKinnon è molto istruttiva. Rischia di ricevere lo stesso trattamento penale di un terrorista, senza neppure essere un hacker di prima classe e senza aver neppure commesso una minuscola frazione di quel che ha fatto Assange ("un tentativo irresponsabile di destabilizzare la sicurezza globale", è come il Pentagono ha descritto le rivelazioni di wikileaks).
Però Assange è ricercato dall'interpol per non aver usato un profilattico, non per aver messo a repentaglio la sicurezza internazionale!
Curioso, no?

lunedì 28 novembre 2011

Partigiani del Terrore, Sicari della Rivoluzione - Slavoj Zizek



La storia del pensiero politico è un lungo confronto con la violenza: con omicidi e brigantaggi, sommosse e guerre civili, usurpazioni e sopraffazioni, nemici esterni e criminali interni. Non solo: la politica deve fare i conti con la propria interna violenza. Infatti, la politica si struttura attraverso le differenze di potere fra persone e gruppi sociali. E la violenza sta all´origine del potere. Il potere è violenza che ha trovato una interna misura – esterna o interna –, una forma di consenso: è violenza controllata e legittimata, istituzionalizzata e finalizzata a obiettivi durevoli. […]. La violenza…strumentalizza chi ne è oggetto (lo piega, lo opprime, lo spezza), e nega così quel valore infinito della persona che la nostra civiltà pone a proprio emblema. Ma perché questa finalità umanistica non sia vuota declamazione, bisogna sapere individuare la violenza in tutte le forme che assume – alcune delle quali interne alla stessa civiltà che la vorrebbe bandire –; c´è violenza tanto dall´alto quanto dal basso, tanto nei soprusi del potere quanto nelle rivoluzioni che li spazzano via, tanto nelle istituzioni deviate o corrotte quanto nella plebaglia incanaglita dal degrado culturale e civile, tanto nelle ingiustizie che attanagliano il mondo quanto nella criminalità più o meno organizzata, tanto nella sottomissione delle donne al potere maschile quanto nelle disuguaglianze e nelle persecuzioni religiose o razziali, tanto nel terrorismo quanto nella guerra (giusta o ingiusta che sia). Bisogna, insomma, essere consapevoli del rischio che la coppia politica/violenza – che cerchiamo di separare – si torni a formare; e che la violenza si ripresenti dentro la civiltà – come aggressione, dominio, minaccia –, e non lasci altra risorsa che opporsi a essa con altra violenza. Solo se la politica democratica sa affrontare le ingiustizie, le sopraffazioni, gli abusi dei poteri, se cioè dà spazio reale alla critica, alla protesta e alla proposta –, la violenza non ha giustificazione. Oggi più che mai è quindi la democrazia – presa sul serio – lo spartiacque fra la politica e la violenza, fra la civiltà e la barbarie.
Carlo Galli, “L’autunno caldo della democrazia”, la Repubblica, 20 Ottobre 2011, p. 47

In un dialogo con Jonathan Meese, il filosofo sloveno e star dell’intellettualità internazionale Slavoj Žižek ha dichiarato, testualmente: “Sono assolutamente un fan di Saint-Just”, cioè uno degli artefici del Terrore Rivoluzionario che portò alla tirannia ed all’eccidio di decine di migliaia di Francesi ed Europei.
Nel 2007 Zizek ha anche pubblicato i più bei discorsi di Robespierre, l’altro dioscuro del totalitarismo giacobino: quest’antologia (non tradotta in italiano) s’intitola “Robespierre tra virtù e terrore”.
Per Zizek, una rivoluzione o è forte o non vale la pena di farla: le “rivoluzioni decaffeinate”, come le chiama lui – il 1789 senza il 1793 –, non lo gratificano. Ma ai giovani di Occupy Wall Street fa balenare proprio la visione di una rivoluzione decaffeinata, raccomandando di presentare richieste che saranno comunque respinte e di rifiutare il dialogo, di restare in silenzio:
Esorta a non farsi fregare dai padroni e dalla democrazia:
Celebra la “violenza popolare emancipatoria”, ossia l’immobilizzazione di un paese, ma irride il subcomandante Marcos (riprende l’epiteto di “sub-comediante”) perché non blocca lo stato messicano:
Zizek sembra dimenticare che Marcos, che vive nella realtà e non nella sfera delle astrazioni, ha ben chiaro quante migliaia di persone innocenti potrebbero morire in un conflitto generalizzato (es. narcotrafficanti contro forze dell’ordine ed esercito), che sarebbe l’esito inevitabile della strategia zizekiana in una nazione come il Messico. Dunque la sua “minuta violenza” difensiva è semmai un indice di senso di responsabilità, maturità morale ed intellettuale, sano realismo ed affetto nei confronti della sua gente e della democrazia in generale: non vuole imporre il suo volere a quei Messicani che non sono d’accordo con lui. Lo trovo ammirevole.
Mentre Marcos ha ottenuto qualcosa di concreto per gli indigeni del Chiapas, Zizek non fornisce alcuna indicazione chiara di dove bisognerebbe andare, secondo lui. Bisogna rivolgersi ai suoi libri per capirlo e lo farò in questo articolo. Prima però vorrei subito mettere sul tavolo quel che penso di Zizek. Penso che Zizek sia un ragno che sta tessendo la sua tela (come l’orwelliano Emmanuel Goldstein), oppure un terrificante fanatico che non è pienamente consapevole di esserlo.
A ben guardare, ci si potrebbe chiedere se i “consigli” di Zizek agli attivisti di Occupy Wall Street non siano esattamente la ricetta per cucinare una pericolosa escalation in cui gli animi si surriscaldano e le azioni non sono più moderate da una sobria ragione. Zizek gioca, sottilmente a fare il Rivoluzionario Cosmico. Ma Geova (l’Autorità) e Satana (il Rivoluzionario) sono indistinguibili, sono entrambi tiranni, entrambi violenti, entrambi intossicati dal proprio ego: il poliziotto cattivo e il poliziotto “buono” che ingannano la vittima.
Il Terrore Rivoluzionario francese che tanto gli scalda il cuore (come vedremo più avanti) non fu perpetrato per la causa rivoluzionaria ma per quella dell’accentramento del potere e l’inflazione dell’ego. Il gonfiamento di ego è un problema endemico dell’umanità ed in particolare dei filosofi, che dedicano molto più tempo alle idee che agli esseri umani. Penso a Badiou, Laclau, Negri, Mouffe, Deleuze e, naturalmente, a Zizek. Si sentono eroici quando offendono gratuitamente il senso comune più benevolo e temperato. L’iconoclastia, per loro, è solo un trampolino di lancio per il loro ego. Mentre i rivoluzionari del 1789 chiedevano libertà, uguaglianza e fratellanza, nel 1793 l’eroe di Zizek, Saint-Just, offriva ai Francesi la scelta tra Terrore e Virtù (proponendosi, appena ventenne, come un modello umano universale! Ma ci rendiamo conto?). Il totalitarismo giacobino che affascina, seduce il filosofo sloveno dalla fulgida carriera nell’establishment accademico americano (coincidenza?) fu la presa in ostaggio di un intero popolo, fustigato, torturato, dissanguato, decimato secondo le proprie convenienze, com’è tipico dei volgari tiranni.
Addentriamoci dunque nei più oscuri recessi dell’interpretazione storiografica zizekiana della Rivoluzione, prendendo in esame la summa del suo pensiero rivoluzionario, intitolata “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale” (Zizek, 2009).
In questo tomo Zizek si rifà a Alain Badiou, un filosofo francese al quale dedica il libro con queste parole, che descrivono molto bene il carattere estremamente autoreferenziato del personaggio in questione: “Un giorno Alain Badiou era seduto tra il pubblico in un’aula in cui stavo tenendo una conferenza, quando il suo telefono (che, oltre tutto, era il mio: glielo avevo prestato) all’improvviso iniziò a suonare. Anziché spegnerlo, mi interruppe con garbo e mi chiese se potevo parlare un po’ più piano, in modo da permettergli di udire il suo interlocutore più chiaramente…Se questo non è un atto di vera amicizia, non so cosa sia l’amicizia. E così, questo libro è dedicato ad Alain Badiou”. Il suo fu un atto di estrema cortesia, quello di Badiou un gesto di consumata arroganza e becera villania: una persona ordinaria sarebbe stata coperta di improperi e sbattuta fuori dalla sala dal resto del pubblico. Ma le celebrità godono di un tacito salvacondotto: l’idolatria del pubblico.
Zizek lancia un appello ai suoi lettori: serve un atto di fede, un salto nel vuoto delle cause perse, le cause folli, perché ormai i paradigmi dominanti hanno fallito e le teorie scettiche non hanno dato risposte. Occorre recuperare l’afflato messianico e quello totalitario. Si può persino rivendicare l’utilità del Terrore Rivoluzionario come strumento di emancipazione e di difesa dei diritti conquistati, sulla scia dell’aforisma di Saint-Just “Ciò che produce il bene generale è sempre terribile".
Oltre ai giacobini ed a Badiou, un altro eroe filosofico di Zizek è l’esistenzialista Merleau-Ponty, che difendeva gli orrori dello stalinismo sulla base di una scommessa pascaliana sul futuro: se alla fine l’Unione Sovietica sarà una società ideale tutto il male compiuto sarà giustificato ex post, nel più classico consequenzialismo. Per Zizek sarà ora la sfida ecologica ad offrire “una possibilità unica di reinventare l’idea eterna del terrore egalitario” (p. 573) che, a detta di Badiou, si compone di quattro elementi: il volontarismo (la fede nella possibilità di smuovere le montagne); il terrore (la volontà di schiacciare spietatamente i nemici del popolo); la giustizia egualitaria (immeditata, intransigente); la fede nel popolo.
Zizek si identifica come un radicale e, spiega, “i radicali sono posseduti da ciò che Alain Badiou chiama la “passione del Reale”: se di dice A – uguaglianza, diritti umani e libertà – non ci si deve sottrarre alle conseguenze e si deve avere il coraggio di dire B – il terrore necessario per difendere realmente ed affermare A” (p. 198). Non è chiaro come il marxista sloveno che insegna in numerose e prestigiose università statunitensi possa difendere un tale enunciato, dato che B ha concretamente annichilito A e spinto la Francia rivoluzionaria verso la tirannia prima e l’imperialismo e la devastazione poi.
Per cercare di dare un senso a questa patente contraddizione cita un estratto di Robespierre, sui principi di morale politica, in data 5 febbraio 1794: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza”.
Zizek, rivelando una considerevole hybris, ironizza su chi mette in guardia dal porre un’eccessiva fiducia nella propria rettitudine. Come Robespierre, anche lui crede che “la verità ha indubbiamente la sua potenza, la sua collera, il suo dispotismo, essa ha accenti commoventi e terribili, che risuonano con forza, tanto nei cuori più puri quanto nelle coscienze colpevoli” (p. 204).
L’idea del Terrore non gli dispiace per nulla, anzi, si potrebbe fare anche peggio, ossia, a suo dire, meglio: “C’è un modo per ripeterlo oggi, in un contesto storico differente, per redimere il suo contenuto virtuale dalla sua realizzazione? La tesi che sosteniamo in questo libro è che questo può e deve essere fatto e la formula più concisa per ripetere l’evento designato con il nome “Robespierre” è passare dal terrore umanista (di Robespierre) al terrore antiumanista (o piuttosto inumano)”. Robespierre era una mammola, insomma, a dispetto del ghigliottinamento di migliaia di suoi oppositori (troppo moderati per i suoi gusti), delle noyades  di Nantes, in cui furono annegate altre migliaia di indesiderabili, del soffocamento nel sangue della rivolta in Vandea con metodi che in Francia trovarono emuli solo al tempo dell’occupazione nazista. Perché un Terrore Inumano? Perché dopo Auschwitz, continua Zizek, sappiamo cosa c’è nell’uomo e non possiamo più fidarci di lui: “questa dimensione “inumana” può essere definita come quella di un soggetto sottratto a tutte le forme dell’”individualità” o della “personalità” umana (per questo, nella cultura popolazione contemporanea, una delle figure esemplari del soggetto puro è un non umano – alieno, cyborg – che mostra maggiore fedeltà al compito, maggiore dignità e libertà della sua controparte umana, dall’androide Rutger Hauer in Blade Runner al personaggio di Schwarzenegger in Terminator”.
Zizek, confermando l’impressione che si tratti di un uomo gravemente carente in empatia e buon senso – chiunque estenda la responsabilità di Auschwitz all’intera umanità è un pensatore dozzinale ed un uomo meschino –, preferisce i robot (le marionette? Gli psicopatici?), agli esseri umani. È bene chiarire che, a differenza dei replicanti di “Blade Runner”, gli androidi del libro di Philip K. Dick, intitolato “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e da cui è stato tratto il celebre film, sono molto più malvagi, indifferenti alla sofferenza, capaci di cinismo e crudeltà inaudite. Si confondono con l’uomo non per imitarlo, ma per distruggerlo. Per Dick l’uomo, a differenza dell’artificiale, ha un patrimonio interiore estraneo alla fredda macchina. Blade Runner rovescia la sua prospettiva: l’essere artificiale, segnato dalle esperienze estreme delle colonie extra-mondo, è dotato di sentimenti e profondità d’animo che gli uomini hanno perduto. La visione del mondo di Philip K. Dick, con buona pace di Zizek, era inequivocabile: senza empatia non ci può essere nulla di buono ("Mutazioni", 1997): “Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi” . Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano. Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile Che ciò avvenga in un laboratorio o meno non ha molta importanza. […]. Diventare un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia”.
Spero che, a questo punto, gli indignati si rendano conto con chi hanno a che fare: non un loro amico, ma il più subdolo dei manipolatori, oppure il più pericoloso degli inconsapevoli maître à penser, un intellettuale che rispecchia la descrizione weberiana degli “specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore”.
Difficile invidiare questa condizione, difficile farsi trascinare dalla visione misantropica di Zizek che, come Stalin o Mao, sembra preferire la marionetta all’individuo dotato di libero arbitrio. Lo conferma la sua approvazione di una famigerata minaccia di Robespierre, all’apice del suo potere: “io dico che chiunque tremi in questo momento è colpevole; poiché l’innocenza non ha mai paura del giudizio pubblico”. Il filosofo la designa, correttamente, “totalitaria”: essere giudicati colpevoli solo perché si manifesta il timore di essere giudicati tali, per ragioni a noi ignote, è kafkiano ed è agli antipodi di tutto ciò per cui si sono battuti e sono morti i paladini dello stato di diritto democratico. Zizek non ci trova nulla di strano: “questa paura, il fatto che sorga in me, dimostra che la mia posizione soggettiva è esterna alla rivoluzione, che io vivo la rivoluzione come una forza esterna da cui sono minacciato” (p. 210). Robespierre è invece innocente perché non trema di fronte alla morte, sentendosi “puro, un’incarnazione diretta della volontà del popolo” (p. 211). Per coerenza, Zizek dovrebbe ammirare anche i terroristi islamici, i fondamentalisti cristiani che attaccano le cliniche dove si fanno gli aborti, i coloni sionisti che seminano il terrore nei Territori Occupati, tutte persone che si sentono pure incarnazioni di una nobile causa, avanguardie del popolo che un giorno li capirà e li approverà.
Infatti il filosofo sloveno apprezza la decisione di Mao di sacrificare milioni di cinesi e persino l’intero globo terrestre per dimostrare che la Cina non ha paura dell’armamento atomico statunitense e la sfida lanciata da Che Guevara agli Stati Uniti nel corso della crisi dei missili a Cuba, che comportava l’annientamento dell’intera popolazione dell’isola: “questo terrore non è niente di meno che la condizione della libertà”. Il regime Ingsoc del Grande Fratello di George Orwell, in “1984”, non avrebbe saputo essere più mistificatore: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”.
Zizek, che elogia la massima di un monaco zen – “si tratta di considerare anticipatamente se stessi come morti” –, sembra incapace di comprendere che il fatto che uno sia pronto a sacrificare la sua vita non lo autorizza a sacrificare quella degli altri e che non ha alcun diritto di considerare gli altri come già virtualmente morti, per depenalizzare la loro uccisione in massa. Difficile immaginare come questa difficoltà di comprensione possa non emergere da una grave carenza di empatia e di contatto con il mondo reale.
La sua interpretazione dello spirito del buddismo è purtroppo conforme a certe tendenze interne allo stesso buddismo, anch'esso umano, troppo umano per essere all'altezza della grandezza del suo "fondatore":
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/violenza-buddista.html
Una tendenza all’autismo morale è del resto comprovata dalla singolare caratterizzazione del “soggetto rivoluzionario” prodotta da Zizek: “una posizione così “inumana” di assoluta libertà (nella mia solitudine sono libero di fare ciò che voglio, nessuno ha presa su di me) coincidente con l’assoluta soggezione a un compito (il solo proposito della mia vita è compiere la vendetta) è ciò che forse caratterizza il soggetto rivoluzionario nel suo elemento più intimo” (p. 214).
Ho già scritto quel che penso del tema della vendetta qui:
Zizek il Vendicatore è una caricatura vivente di V, il rivoluzionario torturatore di innocenti del fumetto/film “V per Vendetta”:
Il resto del mondo non esiste, la sorte del mio prossimo non è computabile nella lista dei pro e dei contro del rivoluzionario zizekiano (orwelliano?): i sentimenti di fratellanza e compassione neppure scalfiscono la corazza di principi astratti ed inflessibili. Infatti “il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore”(p. 218), perché “il nemico oggi non sia chiama Impero o Capitale: si chiama Democrazia” (p. 230).