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mercoledì 25 gennaio 2012

La pedagogia nera del nuovo ordine mondiale





In futuro il fatto che i leader non siano mai sottoposti a qualche verifica che ne accerti le qualità umane e morali sembrerà altrettanto grottesco di quanto oggi ci apparirebbe mettere un portatore di difterite a dirigere il reparto lattanti di un ospedale.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 82

Il più perfetto ed adeguato sviluppo di ogni individuo non coincide necessariamente con la più completa ed intensa coltivazione della sua personalità, ma piuttosto l’adattamento nella misura più profonda possibile alla sua umile funzione nella grande macchina sociale. Dobbiamo abbandonare l’arrogante preconcetto che siamo unità indipendenti, per piegare le nostre menti orgogliose, assorte nella loro auto-coltivazione, alla sottomissione ad un fine più elevato, il Bene Comune.
Sidney Webb, “Fabian essays”, 1889.

Tu non sarai mai più capace di sentimenti umani…di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, di onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi.
“1984”

Le buone istituzioni sono quelle che sanno denaturare l’uomo…e trasferire l’io in un’unità comune, col risultato che ogni individuo non si sente più uno, ma parte dell’unità e non senta più nulla se non all’interno dell’insieme…Lo si incatena, lo si spinge, lo si trattiene, avendo come unico vincolo la necessità, senza che egli mugugni: lo si rende duttile e docile con la semplice forza delle cose, senza che alcun vizio abbia l’occasione di germinare in lui; giacché le passioni non si animano se non hanno alcun effetto.
J.J. Rousseau, “Emilio o dell'educazione”

Nella repubblica i cittadini sono frenati dai costumi, dai principi, dalla virtù: ma come frenare dei domestici, dei mercenari se non con la costrizione e la soggezione? Tutta l’arte del padrone consiste nel dissimulare questa costrizione dietro il velo del piacere o dell’interesse, in modo che essi pensino di volere ciò che in effetti li si obbliga a fare.
J.J. Rousseau, “Giulia o la nuova Eloisa”

La maggior parte della gente vive alla giornata e se fa dei progetti questi sono solo anticipazioni di un corso di eventi naturali (matrimonio, figli, pensione). La maggior parte delle persone non vuole pianificare niente. Vuole che ci sia qualcuno che lo faccia al posto loro, assumendosene le responsabilità. L’unica loro pretesa è di avere a disposizione ciò che serve a vivere bene, i beni primari e una modica quantità di superfluo decorativo.
B.F. Skinner, “Walden II”

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe piú esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Alexis de Toqueville, “Democrazia in America”, 1840

L’organizzazione attuale è così estesamente casuale, priva di finalità, incoerente, frustrante…mentre invece una società eugenetica sarebbe pianificata e permetterebbe all’uomo di elevarsi spontaneamente sopra il proprio fosco passato per lanciarsi in uno sviluppo armonioso in una società perfetta.
F.C.S. Schiller (1864-1937)

Nell’anno della sua morte, lo zoologo francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire (1805-1861) pubblicò un saggio sull’addomesticazione degli animali e distinse tre possibili stati in cui gli animali possono essere ridotti dall’uomo, per subordinarlo ai suoi desideri: ingabbiati, addomesticati e domestici. I primi, se liberati, tornerebbero in libertà senza essere segnati dall’esperienza. I secondi sono stati domati e non devono essere tenuti prigionieri. La loro idea della vita ideale è stata radicalmente trasformata e stanno bene dove sono. Gli animali domestici sono una specie che ormai riproduce ad ogni generazione la condizione di addomesticamento. Non è più una condizione di subordinazione interiorizzata a livello individuale, ma collettivo. Non hanno più una volontà indipendente da quella dei loro padroni. Sono convinto che, da sempre, il progetto di una società senza conflitti e tensioni, perfettamente armoniosa e stabile, sia inscindibile dal cinismo e dalla megalonia dei domatori ed allevatori di esseri umani:
caratterizzati da una mentalità e personalità che amplificano e potenziano i nostri vizi congeniti:
che li spinge in un’unica, possibile direzione, volenti o nolenti:

Ogni progetto totalitario è partito dalla premessa che la zootecnia sia una prassi idonea alla gestione del “bestiame umano”.
Non ne abbiamo ancora avuto abbastanza? Essere umani, da un punto di vista evolutivo e culturale, significa mantenere mille opzioni aperte, significa che non esiste alcuna condizione naturale e soddisfacente per noi: l’unica condizione naturale è il cambiamento. Ogni società che brama la stabilità e fissità deve esigere la trasformazione dell’umano ed è per ciò stesso totalitaria – considererà l’esistenza di certe categorie di persone come un ostacolo alla felicità collettiva – e va combattuta. Una società viva è sottoposta ad un’incessante metamorfosi, come la vita appunto, e non può essere spogliata dell’imprevedibilità, creatività, emotività umana:
Viviamo su questo pianeta ma per qualche ragione ci sentiamo fuori posto. Ma va bene così, perché è ciò che ci ha preservato dall’estinzione, a differenza del 99% della vita sulla terra.

I Mondi Ideali, i Nuovi Ordini Mondiali, sono sempre ostili alle persone reali, perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. Detestano gli esseri umani del presente ed idealizzano quelli del futuro, commisurati alle attese dell’élite.
La loro diffidenza nei confronti dell’uomo è alla base del dirigismo esasperato, della più pedante pedagogia, della proliferazione legislativa e giuridica. Queste utopie sono inflessibilmente stataliste, la legge regola ogni dettaglio della vita. L’ostacolo è l’uomo, l’ambito incontrollabile del privato. La fiducia nelle istituzioni non cancella la svalutazione dell’uomo:
Nell’utopia si coltiva la facoltà di fermarsi di colpo, come per istinto, sulla soglia di un pensiero pericoloso – la potremmo chiamare “stupidità protettiva”. Il pensiero viene colonizzato, paralizzato, tramite la confusione tra finzione e realtà. Nella prefazione ad una riedizione di “Il Mondo Nuovo” Aldous Huxley osservava giustamente che una dittatura del futuro non sarebbe stata violenta perché avrebbe avuto a disposizione tutto ciò che occorre per controllare le menti della gente: “Non ci sono motivi per pensare che uno Stato totalitario nuovo debba per forza assomigliare ai vecchi. Governi di oligarchie e squadre con la camicia nera, deportazioni di massa e imprigionamenti sommari non sono solo inumani, sono anche inefficienti. […]. Uno Stato totalitario realmente efficiente dovrebbe avere un esecutivo di capi politici coadiuvati dal loro esercito di managers che controlla una popolazione di schiavi che non sono tenuti a bada con mezzi coercitivi, perché amano il loro stato di servitù”.

La cancellazione chimica dei ricordi è stata presentata dai mezzi d’informazione come la soluzione ai problemi di chi ha subito violenze ed abusi e non riesce a rimettere in sesto la sua vita. Pochi si sono chiesti cosa succederebbe se un governo impiegasse questa tecnica per eliminare ricordi spiacevoli che possono risvegliare nei cittadini la voglia di ribellarsi al potete costituito, o per neutralizzare la personalità dei dissidenti, o per rimuovere dalla mente di una persona la consapevolezza di essere stato programmato per uccidere gli oppositori di un regime.
Non esiste tuttavia un vero controllo laddove ci sono solo persone disponibili a controllare. Serve anche una maggioranza di cittadini che desidera essere controllata, una fantasia di soggiogamento volontario e spontaneo che comincia con l’infanzia e che mantiene la popolazione in uno stato di infantilismo prolungato, la cosiddetta sindrome di Peter Pan. In questo modo si arriva ad un mondo diviso tra chi monitora e sa, ma rimane anonimo, celato, e chi è monitorato e noto, ridotto allo stato di oggetto, o strumento. La società contemporanea marcia in questa direzione, quella della perdita dell’anonimato, persino a livello psicologico e genetico, della permeabilità della mia identità e della categorizzazione arbitraria dei cittadini in attivisti (pericolosi e colpevoli) e docili (provvisoriamente utili e potenzialmente innocenti).
Per come stanno andando le cose, pare di poter dire che il destino dell’umanità sarà quello di costruire tirannie mascherate da utopie. Utopie fatte di Intelligenza Artificiale, ologrammi interattivi, ibridazione tecnologica dell’umano, un nuovo sistema economico-finanziario che faccia a meno dei contanti, la comunicazione telepatica tramite chip che contemporaneamente monitorano il cervello 24 ore su 24 registrando le sue attività, l’identificazione a radio frequenza utile per il controllo psicotronico, oltre ad indubbie meraviglie come l’energia gratuita, sistemi di trasporto anti-gravitazionali, l’eliminazione di certe terribili patologie, forse persino la telepatia.
Negli Stati Uniti si stanno fabbricando soldati psicopatici:
La miscela che può condurre l’umanità alla rovina è quella di masse remissive ed acquiescenti e però allo stesso tempo pretenziose.
Attenzione alla vanagloria del Grande Inquisitore di Dostoevskij, perché di figure così è pieno il mondo contemporaneo e, davvero, non esiste nessuna autorità più pericolosa e tossica della loro, per i corpi e per le coscienze: “Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro daremo alla loro vita un assetto come di gioco infantile, con canzoni da bambini, cori e danze innocenti. […]. Ed essi non ci terranno nascosto assolutamente nulla di loro stessi. Noi permetteremo loro, o proibiremo, di vivere con le loro mogli e amanti, di avere o non avere figli, sempre regolandoci sul loro grado di docilità, ed essi si sottometteranno a noi lietamente e con gioia. Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano nostra, e noi tutto risolveremo, ed essi si affideranno con gioia alla decisione nostra, perché questa li avrà liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale. […]. In silenzio essi morranno, in silenzio si estingueranno nel nome Tuo [Gesù il Cristo] e oltre tomba non troveranno che la morte. Ma noi manterremo il segreto, e per la loro stessa felicità li culleremo nell’illusione d’una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, seppure ci fosse qualcosa nel mondo di là, non sarebbe davvero per della gente simile a loro”.
Un’altra eccellente fonte di illuminanti suggestioni è il celebre “Il Mago” di John Fowles. La chiave di lettura è semplice ed eterna: è giusto che una persona sia sottoposta a pressioni, stimoli dolorosi e persino tortura psicologica per farlo maturare? Il romanzo di Fowles, a mio avviso, è un'apologia della manipolazione e della tortura psicologica a fini didattici. Nessun mago “bianco” violerebbe il libero arbitrio di un novizio; nessun governo democratico ed autenticamente illuminato farebbe sue le filosofie pedagogiche nere del Nuovo Ordine Mondiale.
Nel Mondo Nuovo, per quanto è possibile, lasciate che gli esseri umani adatti a quel tipo di organizzazione sociale si riuniscano e vivano come meglio credono, astenendovi dal seguire il loro esempio. A ciascuno il suo.

venerdì 28 ottobre 2011

Nuovo Ordine Europeo


Stiamo andando verso gli Stati Uniti d'Europa. 


Io sono contrario e qui di seguito spiegherò perché:
Il concetto che stanno martellando in testa all’opinione pubblica europea è che occorre un'Europa più accentrata, più unitaria, perché il sistema va consolidato e stabilizzato. Si deve passare da una confederazione ad una federazione. Lessicalmente, quest'ultima sembra una differenza da poco, ma non lo è. La confederazione è un'unione di stati che conservano la propria sovranità e si accordano su quegli strumenti ed istituzioni che servono a mantenere la pace e la cooperazione. La federazione è una cosa come la Svizzera o gli Stati Uniti, dove gli stati cedono la loro sovranità ad un'entità giuridico-politica che li sovrasta e non possono più tornare indietro. L’Unione Sovietica era una federazione. Originariamente la Svizzera era una confederazione: di qui la sua denominazione di Confederazione Elvetica, sebbene non abbia più nulla di confederale. Ci volle una guerra civile per completare la transizione:
“Nel 1848 una nuova costituzione pose termine alla grande indipendenza di cui godevano i cantoni trasformando la Svizzera in uno stato federale (benché il nome di confederazione fosse mantenuto)”.
Ora io mi chiedo, e lo domando anche ai lettori: ha senso che una vasta maggioranza di cittadini italiani sia favorevole a maggiori autonomie regionali e locali e nel contempo debba subire un processo centralistico a livello europeo imposto dall’alto?
Io la considero una svolta pericolosa (rischio di guerra civile o rivolte, come fu il caso degli Stati Uniti, o del Canada, o dell’India, o del Messico) – per non dire sovversiva – che non serve gli interessi dei cittadini ma esclusivamente quelli delle oligarchie dominanti, quelle stesse che hanno permesso che la finanza governasse l’economia e l’economia governasse la politica, svuotando di ogni contenuto e valore l’idea stessa di democrazia.

IL PRECEDENTE DEGLI STATI UNITI

Siamo alla fine del diciottesimo secolo e si sta decidendo se i 13 stati ratificheranno la Costituzione [Trattato di Lisbona]. Gli stati che non l’avessero ratificata non sarebbero stati considerati parte dell’Unione.
Molti sono contrari alla creazione di un governo federale. I posteri li hanno denominati “anti-federalisti”. In massima parte contadini, artigiani e piccoli commercianti, ma rappresentati da alcune menti di grande levatura e diversi padri fondatori. La media e grande impresa ed il settore bancario erano invece schierati con i federalisti. Gli antifederalisti sostenevano che ogni stato avrebbe dovuto esercitare la propria sovranità. Non volevano una grande quercia che facesse il vuoto nel sottobosco circostante e denunciavano gli allarmismi di chi affermava che senza una nazione continentale il caos avrebbe avuto la meglio. In pratica entrambi gli schieramenti erano d’accordo su una sola cosa: si trattava di una decisione fondamentale che avrebbe segnato drammaticamente le sorti di milioni di cittadini. Prego i lettori di notare le numerose analogie con la situazione odierna in Europa. Passiamo ora all’approfondimento delle argomentazioni messe in campo dalle due parti.

Tesi degli anti-Federalisti:

  1. la confederazione va già più che bene: c’è pace, c’è stabilità, c’è prosperità. Si sta meglio in una confederazione di repubbliche di dimensioni più ridotte, meno militariste, unite dalla gestione della politica estera e delle questioni di interesse generale [Europa dei popoli, non dei tecnocrati];
  2. le riforme devono riguardare essenzialmente la regolamentazione dell’economia e del fisco [finanza, fisco e mondo del lavoro];
  3. non si attua una radicale riorientamento delle istituzioni dall’alto: serve il consenso popolare [referendum];
  4. non vi è bastata la lezione del dispotismo britannico? Volete tornare al passato? [nazismo e comunismo]
  5. potere troppo accentrato, alto potenziale di corruzione e minaccia di sviluppi oligarchici e tirannici [Bruxelles];
  6. troppo pochi rappresentanti per così tanti cittadini (eccessiva separazione tra elettorato ed eletti – lo pensava anche Montesquieu) [Strasburgo];
  7. mancanza di una carta dei diritti: per rabbonire gli anti-federalisti nel 1791 fu approvata la Bill of Rights, ossia l’insieme dei 10 emendamenti alla Costituzione che ha preservato la democrazia negli Stati Uniti nonostante le molteplici aggressioni autoritarie dall’interno [costante violazione dei diritti nella Guerra al Terrore, nelle politiche sull’immigrazione e sul diritto di espressione e protesta];
  8. drastico ridimensionamento dell’autonomia dei governi locali, gli unici strettamente a contatto con la realtà locale, eredità della lotta rivoluzionaria contro la monarchia inglese [autonomie locali];
  9. unica capitale federale diventerebbe un ricettacolo di parassiti e politicanti (“Washington ladrona!”) [Bruxelles];
  10. massimo di democrazia diretta nel quadro del completo rispetto della carta dei diritti (Bill of Rights), per evitare la tirannia delle maggioranze [Commissione Europea, Banca Centrale Europea];
  11. forte rischio di una burocrazia federale ipertrofica ed onnipotente [Unione Europea];
  12. mancanza di procedure che consentano le rotazioni periodiche delle mansioni, in modo che nessuno si “incolli” alla sua poltrona, e di togliere la delega in caso di incompetenza o disonestà [problema globale];
  13. eccessive prerogative assegnate al presidente, senza che ci sia la minima certezza che sia invariabilmente una persona proba [svolta presidenzialista, proposta di candidare Tony Blair, un criminale di guerra];
  14. l’istituzione di un esercito professionale permanente è un errore. Meglio le milizie locali, che non rappresentano mai una minaccia per la democrazia e i diritti civili e non instillano nei cittadini quella mentalità guerriera, aggressiva che affligge le nazioni europee (le guerre devono essere solo difensive) [imperialismo “umanitario”, minacciato impiego dell’esercito nelle città inglesi durante le recenti rivolte];
Le tesi dei federalisti, che alla fine prevalsero:

  1. la situazione è drammatica: siamo sull’orlo della bancarotta e dell’anarchia a causa di un governo confederale impotente [crisi dell’euro e delle banche];
  2. un governo centrale forte può promuovere la crescita del commercio e dell’economia in genere: ha maggiori poteri di coordinamento [idem];
  3. si può difendere meglio dalle aggressioni esterne [guerra al terrore e Iran];
  4. può mantenere meglio l’ordine (il panico causato dal Terrore Rivoluzionario francese fu impiegato dai Federalisti per allarmare la popolazione paventando futuri sanguinose rivolte) [guerriglia urbana];
  5. riduce i rischi di una guerra civile [morte ai PIIGS];
  6. riduce la faziosità ed i particolarismi [Anders Behring Breivik];
Antifederalisti vincono in 2 stati su 13: North Carolina e Rhode Island [No di Francia, Paesi Bassi e Irlanda alla Carta costituzionale ed al Trattato di Lisbona]. In quattro altri stati perdono per una manciata di voti (differenza di una quarantina di voti su 684 in totale). Solo 12 quotidiani su un centinaio si schierarono con gli anti-federalisti [mezzi di informazione in gran parte asserviti al pensiero unico dell’UE tecnocratica].

11 settembre 2001
In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, si è registrata una nuova svolta autoritaria della democrazia statunitense, dopo la Paura Rossa del 1917-1920: (http://it.wikipedia.org/wiki/Paura_rossa)
ed il Maccartismo del 1950-1954 (http://it.wikipedia.org/wiki/Maccartismo)
Il futuro potrebbe rivelarsi ancora più tetro:

Bibliografia:
Michael Allen, “Anti-Federalism and Libertarianism”,  Reason Papers, 7 (Spring, 1981), 73-94.
Robert P. Davidow (ed.), Natural Rights and Natural Law: The Legacy of George Mason, Fairfax, Virginia: George Mason University Press, 1986.
Rachel Hope Cleves. The Reign of Terror in America: Visions of Violence from Anti-Jacobinism to Antislavery. New York: Cambridge University Press, 2009.


INTEGRAZIONI E CORREZIONI A CURA DI MARIO GIULIANO:
“Il tuo pezzo è largamente condivisibile nelle sue conclusioni e anche i paragoni con gli Stati Uniti e la Svizzera sono interessanti. Quello che manca è forse una carrellata della storia della costruzione dell'Unione Europea e delle sue implicazioni di diritto costituzionale. La Comunità Europea nasce con competenze molto ristrette (energia atomica, carbone e acciaio, commercio) tra un gruppo ristretto di appena sei Stati. Fin dall'inizio la dottrina evidenzia e critica il carattere antidemocratico della struttura dell'organismo internazionale, anche se ciò non preoccupa date le ristrette competenze. Questo mantra viene poi ripetuto per più di mezzo secolo senza che nessuno faccia nulla di sostanziale per cambiare le cose, finché esteso il numero dei paesi a più di venti, e con il numero dei paesi anche delle competenze, la soluzione diventa quella di introdurre il voto a maggioranza ponderata che consente a pochi paesi grandi con l'alleanza di alcuni piccoli, di imporre con la prepotenza il loro volere a tutti. Al tempo stesso al Parlamento Europeo, che comunque è poco rappresentativo essendo i suoi membri troppo poco numerosi per rappresentare centinaia di milioni di persone di più di venti paesi, vengono attribuiti alcuni diritti di voto che però risultano pressoché cosmetici. Detto questo fare dei paragoni con le confederazioni e le federazioni del passato è forse fuorviante dal momento che la Comunità Europea parte in sordina come un organismo internazionale che è molto meno di una confederazione, e mira però ormai chiaramente a diventare una sorta di federazione molto accentrata senza i necessari passaggi costituzionali (id est assemblea costituente), ed anzi coartando surrettiziamente, e con profili penalmente rilevanti per praticamente la generalità dei politici europei coinvolti, le costituzioni dei singoli paesi, cioè in definitiva la loro storia. In tutti gli ordinamenti degli stati europei ci sono norme che puniscono severamente questo genere di comportamenti come attentato alla Costituzione o Alto Tradimento. E questo non si fa per dabbenaggine o inconsciamente ma dolosamente. Infatti dopo il fallimento della ratifica della Costituzione Europea, che peraltro era stata redatta in modo scorretto dal punto di vista costituzionale, senza una assemblea costituente, si è infatti esplicitamente inteso reintrodurne i medesimi contenuti con il Trattato di Lisbona, senza dare voce ai popoli (tranne l'infortunio irlandese poi bypassato con un secondo referendum). Naturalmente i perpetratori di questo crimine ai danni dei popoli europei, della loro storia e della loro cultura, si giustificano ammantando tutti i loro turpi atti della glassa dolciastra e nauseabonda della missione di pace: è grazie all'Unione Europea che i popoli europei sono in pace dal 1945, dicono. Affermazione di cui è facile misurare non solo la falsità ma anche la stupidità semplicemente passando in rassegna a tutte le guerre, di vario genere, combattute dal 1945, e alle quali gli europei hanno dato, in un modo o nell'altro, il loro contributo”.

…che allega i seguenti video:

·      “A proposito della propaganda europeista sull'efficacia dell'UE per assicurare la pace utile vedere questo: http://www.youtube.com/watch?v=5-xaGTrqmGU&feature=related, Mary Lou McDonald allo Shannon International Peace Festival. Gigantesca, e non solo fisicamente”;
·      “Mary Lou McDonald sui diritti dei lavoratori nel Trattato di Lisbona: http://www.youtube.com/watch?v=p1AcYvw6Snc&feature=related, ed oggi assistiamo in Italia al progredire della controrivoluzione neoliberista nella demolizione di una lunga tradizione giuslavorista”;
·      “Il Trattato di Lisbona spiegato da Peter Jens Bode (DK): http://www.youtube.com/watch?v=Vo0QtoguAOI&feature=related, in inglese, con interventi d'aula di Mary Lou McDonald”;
·      “Un istruttivo riassunto del colpo di stato di Lisbona (anzi dei colpi di stato): http://www.youtube.com/watch?v=Nn5JIHK_IHU&NR=1, fantastica la stroncatura del Kapò Schulz da parte della teologa danese al minuto 9:54”;


Lo ringrazio moltissimo.

sabato 22 ottobre 2011

La Svizzera, i Nomadi, gli Ebrei e il Terzo Reich



Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l'Opera di soccorso Kinder der Landstrasse è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza.
Ruth Dreyfuss, ex-consigliere federale e presidente della confederazione elvetica nel 1999.

L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità.
Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (2002).

La scrittrice elvetica Mariella Mehr, figlia di nomadi, strappata ai genitori (definiti rispettivamente una prostituta ed un asociale), sottoposta a “terapie” di elettrochoc, sterilizzata dopo averle tolto il figlio, è la vittima più celebre – in tutto furono oltre 600 – di un programma di assimilazione “umanitaria” dei nomadi nella società svizzera, gestito da un ente benefico, la “Pro Juventute” (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse - “Opera di assistenza ai bambini senza fissa dimora”, o Pro-Juventute), incaricato di “proteggere i bambini minacciati di abbandono e di vagabondaggio”. Dobbiamo ringraziare il suo talento letterario per averci reso edotti di quel che è avvenuto nella nazione delle Convenzioni di Ginevra sul diritto internazionale umanitario, dove si riunisce annualmente la Commissione dei Diritti Umani, dove ha sede la Croce Rossa.
Laurence Jourdan, in un dossier de « Le Monde Diplomatique » (« Chasse aux Tziganes en Suisse », ottobre 1999) ci spiega cosa avvenne, specialmente nei cantoni di lingua tedesca e nel Ticino, tra il 1926 ed il 1972, periodo in cui ebbe luogo un’operazione di sedentarizzazione coatta del popolo nomade, finanziata in parte con fondi federali e per il resto da privati e fondazioni, portata avanti sotto la direzione di Alfred Siegfried (1890-1972), determinato a “vincere il male del nomadismo alle sue radici, nei bambini”. Operazione che, molto tardivamente, nel giugno del 1998, è stata definitivamente condannata dall’allora consigliere federale Ruth Dreyfuss, come “un tragico esempio di discriminazione e di persecuzione di una minoranza che non partecipa allo stile di vita della maggioranza”. Solo nei primi anni Settanta la rivista “Der schweizerische Beobachter” rivelò la brutale procedura di assimilazione forzata messa in opera dalle autorità elvetiche ai danni degli Jenisch, demograficamente la terza popolazione nomade europea dopo i Rom e i Sinti, che si considera discendente dei celti (hanno spesso la pelle molto bianca e gli occhi blu e dunque non è facile distinguerli dagli altri svizzeri). Ne restano circa 35mila in Svizzera, di cui solo 5mila sono ancora nomadi o semi-nomadi e, tra loro, forse i più celebri furono i magnifici Fratelli Marx, comici d’eccezione per metà ebrei e per metà Jenisch. Oltre 600 bambini furono sottratti alle loro famiglie e trattati, per lo più, come piccoli criminali in potenza da riformare preventivamente. I programmi di assimilazione terminarono solo nel 1973, unicamente grazie allo scoop del summenzionato periodico e si dovette attendere fino al 1987 per le prime scuse ufficiali e il 1996 per l’avvio di una meticolosa inchiesta che si è conclusa nel 1998. Nel 1988 erano ancora un centinaio i reclusi nelle cliniche e riformatori. Fino agli anni Trenta il programma fu informato da principi eugenetici e di igiene razziale: gli Jenisch erano considerati degenerati razziali e rinchiusi in cliniche, orfanotrofi, penitenziari oppure sterilizzati/castrati. L’obiettivo era esplicito: l’etnocidio. La cultura Jenisch doveva scomparire dalla Svizzera perché reputata incompatibile con gli standard elvetici. Il già citato Alfred Sigfried, il Grande Normalizzatore, fu peraltro al centro di uno scandalo legato agli ambienti della pedofilia proprio l’anno in cui fu nominato direttore del programma, usava metafore come “il legno è troppo marcio” all’indirizzo dei nomadi, che vedeva come “una macchia per la patria elvetica, così orgogliosa del suo vivere civile” ed era fortemente influenzato dalle teorie dello psicologo nazista Robert Ritter, direttore del centro di ricerche sull’igiene razziale e l’eredità all’ufficio sanitario del Terzo Reich, secondo il quale il ritardo morale trae origine da un ritardo mentale geneticamente trasmissibile. Ritter consultava archivi, fotografava volti e raccoglieva misure antropometriche e campioni ematici dei nomadi. Nel 1939 il suo istituto aveva schedato 20mila persone ed era giunto alla conclusione che “abbiamo di fronte dei nomadi primitivi di una razza distinta che non potranno essere resi sedentari né dall’educazione, né dalle sanzioni” (Lewy, 2000). Nel 1932 cominciò a studiare sistematicamente la questione dell’igiene razziale relativa a vagabondi, girovaghi, briganti, e mezzo-sangue tzigani. La sua assistente, Eva Justin, scrisse dei Rom che erano violatori dell’etica del lavoro tanto cara alla classe media tedesca perché erano nomadi primitivi che si cullavano nel dolce far niente (Moriani, 1999). Ritter esercitò una notevole influenza anche nel dibattito danese, durante il periodo bellico, ma le autorità danesi preferirono appoggiare il progetto di assimilare i Rom invece di sterminarli (Zylberman, 1987). In Svizzera la strategia, descritta da Sigfried, fu quella di “far esplodere le comunità nomadi…sopprimendo le unità familiari” e per questo si attendeva che i padri cominciassero il servizio militare obbligatorio per entrare nelle loro case e portar via i loro figli che avrebbero poi subito maltrattamenti, abusi sessuali e torture e trasferiti da un’istituzione all’altra. Nell’intervista rilasciata a Laurence Jourdan Mariella Mehr ha descritto la tecnica di tortura dell’immersione in una vasca di acqua gelida finché non ci si decideva a parlare: “Quando si accorsero che a tre anni rifiutavo di parlare, decisero di farmi parlare per forza. Usavano una specie di vasca da bagno. [...]. Il paziente veniva fatto sdraiare lì dentro, bloccato fino alla testa da un'asse di legno perché non potesse uscirne. E là rimaneva finché l'acqua diventava ghiacciata. Si poteva restarci anche per 17, 18 o 20 ore”. L’amara ironia, somma ipocrisia e bancarotta morale di una società che si definiva esemplare mentre torturava i minori, imponeva doveri senza assegnare diritti e che predicava la rieducazione forzata di esseri umani che classificava come “ereditariamente inferiori”, considerando il nomadismo un tratto genetico che si trasferiva per via materna. 
Pratiche del tutto accettabili in una società in cui in quello stesso periodo, si eseguivano sterilizzazione involontarie - nel Vaud e a Berna – per ragioni analoghe a quelle addotte in Svezia (Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002) ed in cui, nel corso della prima metà del ventesimo secolo, quasi tutti gli psichiatri erano eugenisti o igienisti razziali (Schwank, 1996). Anche in Svizzera, infatti, il discorso eugenista aveva una matrice social-democratica ed era innestato nella più vasta narrazione dello stato sociale. La costruzione dell’identità nazionale svizzera non si fondava solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazioni di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità (Gerodetti, 2005).
Fu a Zurigo che il movimento della Lebensreform (“Riforma della Vita”) attrasse alcune figure centrali di quella che sarebbe diventata la dottrina dell’igiene razziale. Tra essi figuravano  (1877-1950). Essi furono accomunati da un prestigioso futuro professionale, da un orientamento apertamente razzista, dalla convinzione post-illuminista che fosse essenziale arrivare ad un controllo centralizzato sulla vita e la procreazione e da una viva predilezione per una disciplina di recente formazione, l’economia umana, nata dalla fusione di economia politica e medicina biologica e genetica, che aveva come scopo ultimo una radicale riforma della società. Un riformismo che si sentiva costretto come in una camicia di forza dai vincoli democratici. Gli specialisti svizzeri, come i loro colleghi stranieri, si lamentavano senza sosta dei vincoli democratici e dei sentimentalismi che li ostacolavano nella realizzazione del loro vasto programma di rigenerazione della società. Avevano formato un universo morale parallelo dove le loro pratiche erano completamente legittime ed a cui aderirono anche molti, troppi politici e funzionari (Huonker, 2003). Persino lo psichiatra e neuroanatomista Auguste Forel (1848-1931), pioniere della teoria neuronale, socialista, pacifista ed umanitarista era in prima linea: si proponeva di donare alla nazione un’armata di lavoratori efficienti e disciplinati, in perfetta salute e, per raggiungere questo scopo, non escludeva neppure l’impiego dell’eutanasia, una posizione che motivava chiamando in causa le nozioni di rischio e di eccezione (Ehrenström, 1993).
L’eugenismo svizzero, come le altre forme di eugenismo euro-americane si configura come una tipologia di giardinaggio sociale, un processo di riordino infastidito dall’ambivalenza, dalla prospettiva di poter assegnare un oggetto o una persona a più di una categoria e dai mutamenti, che rendono contingenti tutte le classificazioni. La rimozione dei bambini nomadi dai loro genitori per affidarli ad orfanotrofi statali va letta all’interno di questo quadro e trova delle sinistre e probabilmente non casuali corrispondenze in analoghe iniziative australiane e canadesi ai danni dei rispettivi indigeni. Tutti questi casi sono accomunati da pregiudizi, razzismo “scientifico” (scientizzato), nazionalismo, desiderio di eliminare fisicamente il diverso, sottrazione dei figli ai genitori della tipologia umana e della cultura “sbagliata”, eugenismo, igiene razziale, legalismi utili ad aggirare i diritti fondamentali, assimilazione coatta, progressismo e darwinismo sociale (Huonker, 1987; Kreis, 1992; Keller, 1995; Armitage, 1995; Tatz, 2001).
Le attività di sterilizzazione e di assimilazione non sarebbero però mai stati sufficienti a rigenerare la nazione. Il pastore protestante Hercli Bertogg evocava costantemente la minaccia nomadica: un popolo sedentario di forte tempra morale e religiosa era seriamente a rischio di essere distrutto dalla pigrizia, immoralità e magia di nomadi e vagabondi (Ludi, 2006). Per questo la persecuzione nazista dei nomadi non fu mai denunciata apertamente in Svizzera fino al fatidico anno 1972, data in cui morì Alfred Siegfried e fu pubblicata la prima inchiesta. Fino a quello stesso anno i nomadi Rom non potevano entrare in Svizzera e solo nel 1998 la Svizzera ha ufficialmente riconosciuto i non-sedentari (nicht Sesshafte) come una minoranza nazionale pari alle altre. Ma ci è voluto del tempo per strappare le più importanti ammissioni, riguardo alle responsabilità di criminologi e poliziotti svizzeri che non trovarono nulla di sconveniente nel collaborare con riviste, inchieste e commissioni controllate dai nazisti, anche laddove il risultato erano politiche genocidarie. Oppure riguardo ad una vicenda del 1942, quando un cittadino svizzero informò il consolato elvetico di Amburgo degli eccidi a cui erano sottoposti gli zingari nell’Europa Orientale, senza che ciò influenzasse minimamente l’atteggiamento delle autorità cantonali e confederali. L’interdizione ad entrare nel territorio elvetico rimase in vigore. Alcuni furono consegnati ai nazisti a dispetto delle direttive che imponevano di non espellere cittadini stranieri la cui vita fosse a rischio per ragioni di ordine politico o altro. Quelli con cittadinanza elvetica e che si trovavano all’estero non poterono avvalersene per salvarsi la vita. Altri, che possedevano passaporti italiani o sudamericani, furono più fortunati: i rispettivi diplomatici intervennero a loro tutela (Ludi, 2006).
Non furono solamente i gitani a subire l’impatto delle politiche “protezionistiche” elvetiche. A partire dall’estate del 1942, la confederazione elvetica chiuse le frontiere ai rifugiati ebrei, sebbene fosse in possesso di tutte le informazioni necessarie a capire che stava condannando a morte certa migliaia di persone. Dagli anni Trenta in Svizzera si era diffusa la convinzione che impedendo l’accesso agli Ebrei si sarebbero evitati i disordini legati all’antisemitismo, come se la colpa fosse delle vittime della persecuzione nazista. Così, paradossalmente, i residenti stranieri in Svizzera diminuirono invece di aumentare e i rifugiati continuarono ad essere visti come un fattore di instabilità e di contagio morale e virale (Ludi, 2009).
Finalmente, nel 2002, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale, ha reso pubbliche le risultanze delle sue ricerche, che sono devastanti per l’immagine del Paese (Bergier et al. 2002). Riguardo alla chiusura delle frontiere nel 1942, gli esperti hanno concluso che: “Quando le autorità svizzere decisero di chiudere la frontiera, in quel mese d’agosto, esse erano perfettamente informate. E c’è da chiedersi come mai, alla fine dell’anno, dopo che le innumerevoli informazioni si fossero ormai condensate in certezza e dopo che gli Alleati, il 17 dicembre, avessero reso pubblico e condannato il genocidio in atto, esse abbiano ulteriormente inasprito i criteri d’accettazione e si siano attenute ancora per mesi alla loro politica restrittiva in tema d’asilo” (pp. 117-118). Sugli effetti di questa politica restrittiva: “Attraverso varie misure tendenti a rendere la fuga ancora più difficile e con la diretta consegna dei profughi ai loro aguzzini, esse contribuirono a far sì che i nazisti potessero raggiungere i loro obiettivi” (pp. 162-163). Inoltre: “Mentre erano molto graditi i capitali esteri, che usufruivano di protezione giuridica e del segreto bancario, si impediva l’ingresso a uomini e donne perseguitati e spogliati dei loro beni dal regime nazista… in un momento cruciale, quando ragioni geografiche facevano della Svizzera l’ultima speranza di salvezza per molte persone in pericolo; esse rifiutarono pure di includere figli di ebrei fra i bambini accolti temporaneamente. Per molti anni ancora, motivi culturali o etnici negarono l’entrata a gente che aveva già sofferto le persecuzioni naziste” (p. 491). Dopo aver evidenziato l’accettazione delle leggi razziali del Terzo Reich ed il contributo industriale, economico-finanziario, tecnico-scientifico e logistico alla macchina bellica dell’Asse, la Commissione elenca, in sintesi, le maggiori responsabilità elvetiche: “Il timbro con la «J» del 1938, il respingimento di profughi che rischiavano la morte, l’esitazione nell’offrire protezione diplomatica a propri cittadini, i generosi crediti concessi dalla Confederazione alle potenze dell’Asse nell’ambito dell’accordo di clearing, l’aver tollerato troppo a lungo il transito di merci favorevole alla Germania attraverso le Alpi, le forniture di armi allo Stato nazista, i privilegi finanziari offerti all’Italia e alla Germania, le polizze assicurative liquidate in favore del regime nazista invece che dei titolari, l’equivoco commercio in oro e beni depredati, l’impiego di circa 11mila lavoratori coatti nelle associate svizzere nel Terzo Reich, l’assenza di volontà e l’evidente trascuratezza messe in atto nella questione delle restituzioni, l’ospitalità offerta nel dopoguerra a personalità del regime nazista considerate «rispettabili cittadini tedeschi»” (p. 513).

Democrazia diretta - il pessimo esempio elvetico



La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto
Benjamin Constant

Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?
Norberto Bobbio

L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta (Università di Ginevra)

Se il problema della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori, ma i migliori persuasori, ossia le persone senza scrupolo, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Dopo tutto, nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera solo nel 1971 (in alcuni cantoni non prima degli anni Novanta).
Esaminiamo allora l’esperienza elvetica, segnata da considerevoli trepidazioni in materia di immigrazione, fede religiosa e forza persuasiva delle narrazioni etnopopuliste-plebiscitarie. Storicamente, la democrazia diretta in Svizzera è servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili universali. Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Si dovette attendere fino al 1971 perché la Svizzera facesse il suo ingresso nel consorzio dei paesi civili. Fino al 1971 le cittadine svizzere non ebbero diritto di voto, ultime in Europa ad eccezione del Liechtenstein, anche perché con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non fu concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne fu sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge (Steinberg, 1976). In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le caccie alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Anche il commento di Renzo Guolo insiste sul valore paradigmatico di quel referendum (“Adesso l'Europa teme il contagio”, 30 novembre 2009): “Battaglia che la destra xenofoba e nazionalista svizzera e le correnti evangeliche più legate al cosiddetto "sionismo cristiano", movimento diffuso negli Usa che nell'islam vede un ostacolo alla realizzazione messianica della loro apocalittica dottrina, conducono in nome di un identità cristiana iperpolitica, che prescinde dalle posizioni delle leadership delle confessioni maggioritarie. Tanto che mentre i proponenti chiedevano di inserire il divieto in Costituzione, come misura “atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”, le altre confessioni osteggiavano apertamente tale indicazione. La stessa Chiesa cattolica giudicava la vittoria del “sì” un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo. Icona di un cristianesimo senza Cristo, quella veicolata dalla destra cristiana xenofoba, in Svizzera come altrove, che tende a impugnare la Croce sottraendola alle Chiese, accusate di non interpretare il vero “sentire del popolo”. (…). L’oggetto non era tanto, o solo, l’immigrazione proveniente dai paesi islamici, il 5% della popolazione, circa quattrocentomila persone, ma la rigerarchizzazione delle culture e delle religioni per via politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. Buon l'ultimo il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). In cambio nessun referendum ha mai intaccato lo strapotere del sistema bancario elvetico, che non è mai stato costretto a redistribuire i suoi proventi o a votarsi ad una maggiore trasparenza.
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In Svizzera, come nel New England, le due patrie della democrazia diretta, le assemblee popolari non si fecero scrupolo di bruciare centinaia di streghe, mentre invece nei paesi cattolici dominati dall’autorità monarchica e pontificia i processi alle streghe furono sporadici. Più recentemente, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (Bergier et al. 2002) ha concluso che: “L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità”.
La crescente aggressività ed intolleranza delle scelte referendarie elvetiche nasce dal fatto che la costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazione di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità, come gli Ebrei, gli Jenisch, i malati mentali e le persone “inadatte a procreare” (Kreis, 1992; Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002; Gerodetti, 2005).
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Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è scettico e, nel marzo del 2007, concludeva il suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all'Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, è stata interrotta spontaneamente un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale. Questo genere di consultazioni sono in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi, 2009) e sono in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: "a parte il fatto che tra queste iniziative, diverse perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta", specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger, 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger, ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’”altrui”, il dentro e il fuori e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale difeso dalle autorità (Langer, 2010).
È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che se non si interviene la svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Fu in quelle circostanze che le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003).

L’analisi esemplare che Lorenz Langer, ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer, 2010), vale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Alto Adige. I paralleli sono numerosi ed estremamente istruttivi. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici e questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza dimostrata dalle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria?
Langer osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato come anti-democratica ogni critica e condannato l’imperialismo del diritto internazionale negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli irragionevoli alle iniziative popolari in un paese che è connaturatamente democratico e quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che fino all’invasione francese del 1798 quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. Così, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva, e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non che questo sia un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”; un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività: se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle loro vite, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica, fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente” (Langer, ibidem).

È necessario affrontare la realtà dei fatti, non continuando a cullarci nelle nostre illusioni. I demagoghi amano la democrazia diretta perché è il loro habitat naturale. I demagoghi sono specialisti nel divinizzare il proprio popolo e demonizzare gli oppositori (che non sono mai un popolo): vox populi, vox Dei. Accusano gli altri di essere ciò che in realtà caratterizza la loro personalità e stile di fare politica: intolleranti, elitari, autoritari, moralmente opachi, incompetenti, anti-patriottici, attentatori delle libertà civili, statalisti, culturalmente egemonici. Sono leader carismatici di movimenti al tempo stesso reazionari e modernisti e promotori di una concezione plebiscitaria della democrazia in cui l’investitura per acclamazione del leader gioca un ruolo centrale e la “democrazia diretta” è vista come un valido strumento per neutralizzare gli intollerabili formalismi e le “vergognose garanzie” della democrazia liberale rappresentativa. Una democrazia diretta può funzionare laddove una frazione sufficientemente vasta della cittadinanza è in grado di esercitare un consenso o un dissenso informato e consapevole. Ma, ammettiamolo una buona volta, siamo tutti, in generale, molto ignoranti in molti ambiti e gli ignoranti sono inclini a fare scelte stupide. Ad esempio eleggono politici egoisti e superbi e continuano a votarli ad ogni tornata elettorale. Quei politici non sono sbucati dal nulla, una maggioranza di votanti li ha voluti, come vorrebbe disfarsi di vari vincoli e laccioli che lo stato di diritto impone all’intera cittadinanza e quest’ultima subisce. Quale miglior opportunità di un referendum che quantifichi e faccia pesare la volontà popolare? Un cittadino maturo, cioè pronto per la democrazia diretta, deve chiedersi perché troppe volte essa non funziona, perché diventa uno strumento di ingiustizia, autoritarismo e xenofobia. Un cittadino maturo non crede alla democrazia diretta a prescindere, perché non la idolatra, non ne fa un culto laico. Per far crescere e maturare i cittadini c'è già la democrazia ed esistono già i referendum e sicuramente qualche passo in avanti nel dopoguerra lo abbiamo fatto, ma pensare che dopo soli sessant’anni di vita repubblicana la popolazione sia pronta a decidere su certe questioni importanti, che sono anche le più complesse – come complessi erano i quesiti sulla privatizzazione dell’acqua, a dispetto di quel che molti hanno creduto, sbagliando – è ingenuo ed irresponsabile. Il solo fatto che l’elettorato non sia capace di mandare a casa dei demagoghi incapaci di gestire la cosa pubblica e sfacciatamente maldisposti verso la Costituzione è la prova migliore del fatto che la maggior parte dei cittadini non è pronta per la democrazia diretta e che sarebbe meglio che la Svizzera restasse un caso più unico che raro.