Visualizzazione post con etichetta Etty Hillesum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etty Hillesum. Mostra tutti i post

sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

venerdì 2 dicembre 2011

Della Paura e del Potere



La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l'ira all’odio, l'odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura
Yoda

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
Giovanni Falcone

Cowards die many times before their deaths. The valiant never taste of death but once.
William Shakespeare, "Julius Caesar"

Bello vivere nella paura, vero? In questo consiste essere uno schiavo.
Roy Batty

Nel circo, gli esseri umani sono rappresentati come liberi dall’abbraccio della morte. Nel circo una persona cammina su un cavo a cinquanta piedi dal suolo…un’altra rimane sospesa in aria per il tallone, qualcuno sostiene dodici persone in una piramide umana, qualcun altro è un proiettile umano. L’artista circense è l’immagine della persona escatologica – emancipata dalla fragilità e dall’inibizione, briosa ed eccitante mentre trascende la morte, ormai né confinata né conforme ai dettami della paura di morire. Il circo perciò ridicolizza la morte e, così facendo, ci mostra che l’unico nemico in vita è la morte, un nemico che dobbiamo fronteggiare tutti, in ogni circostanza, in ogni momento…Il servizio che ci rende – più di quello che ci rendono le chiese, malauguratamente – è quello di illustrare esplicitamente, drammaticamente ed umanamente la morte in seno alla vita. Il circo è una parabola escatologica e una parodia sociale: segnala la possibilità di trascendere il potere della morte, rivelando il mondo così com’è mentre apre al strada al Regno
William Stringfellow, “A Simplicity of Faith”

Che cosa è questa complicità degli oppressi con l'oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?
Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica, 16 giugno 2011

Il valore del viaggio è nella paura. E' nel fatto che, a un certo momento, così lontani dal nostro paese e dalla nostra lingua (un giornale francese assume un valore inestimabile. E quelle ore serali trascorse al caffé cercando di stabilire un contatto con altri uomini), un vago timore ci coglie, e l'istintivo desiderio di ritrovare il rifugio delle vecchie abitudini. E' l'apporto più evidente del viaggio. In quel momento siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo dell'essere. L'incontro con una cascata di luce ci mette in presenza dell'eternità. Per questo non bisogna dire che si viaggia per piacere. Non esiste piacere nel viaggiare, ma piuttosto, mi sembra, un'ascesi.
Albert Camus, “Taccuini, 1935-1942” – “Alle Baleari, l'estate scorsa”

Soltanto di rado anche il più coraggioso tra noi possiede il coraggio di ciò che veramente sa.
Nietzsche

Solo tardivamente guadagniamo il coraggio di ammettere quello che sappiamo.
Camus

Il teologo statunitense William Stringfellow, molto apprezzato da Karl Barth, era un grande amante dell’arte circense e il 15 gennaio del 1966 pubblicò un saggio intitolato “The Circus and Society” su “The Scotsman”. In esso descriveva il circo, nei suoi aspetti migliori, non quelli disumanizzanti del Diverso e del clown alienato, come la prefigurazione di un’umanità redenta, in un nuovo Eden. Il Circo era la parabola del Regno e la parodia del mondo. Per Stringfellow i cristiani erano dei viaggiatori, come la gente del circo. Si fermavano un poco e poi ripartivano. Eterni pellegrini. Nel circo gli animali giocano tra loro ed assieme agli uomini, imitando gli uomini. Gli uomini camminano nel fuoco, o in cielo sospesi su un corda, danzano nell’aria afferrandosi in volo, giocano con mille oggetti contemporaneamente. Sfidano la morte, le leggi della fisica, la paura. Intanto i pagliacci si fanno beffe della serietà delle persone, del loro amor proprio. Stringfellow usa il circo come allegoria della condizione umana: l’unico potere che le potenze (celesti e terrene) esercitano su di noi è quello della morte. La paura della morte ci controlla e ci rende schiavi. Gesù ci ha mostrato che è una paura insensata, dunque non abbiamo nulla da temere.

Jiddu Krishnamurti, che cristiano certamente non era, ha dedicato moltissimo tempo allo svisceramento della questione della paura e dell’incantesimo che getta su di noi. Krishnamurti osserva che più c’è confusione, più la gente cerca un pastore, o un testo sacro, o un’ideologia. Il sistema, l’uomo della provvidenza e l’idea diventano importanti, a discapito dell’essere umano. Si ha paura di perdere il lavoro, del giudizio altrui, del dolore e delle malattie, della morte, di essere disprezzato ed irriso, di non essere amato, della noia, della solitudine, ecc. La paura è la transizione da una condizione di certezza ad una di incertezza. Se una cosa accade improvvisamente non c’è tempo di avere paura, è lo scarto temporale che ci lascia il tempo di pensare – ossia di non osservare i fatti ma di riconcettualizzarli nella nostra mente sulla base dei ricordi (condizionamento sociale) – e quindi di temere: il tempo è tiranno, si dice. Temiamo l’ignoto e il cambiamento, ma allora temiamo la vita stessa, perché panta rei, tutto scorre, imprevedibilmente. Dunque abbiamo paura di morire ma anche di vivere. Difficile essere sereni. La vita è cambiamento ed aggrapparsi al passato significa condannarsi alla paura. Aggrapparsi disperatamente alla patria, all’ideologia, ad una parola/concetto (es. cancro, guerra, crisi), alla stessa famiglia, significa che ogni mutamento ci intimorirà. La paura rincitrullisce la mente e non c’è libertà nella paura. La paura rende schiavi. Non c’è amore nella paura: è più facile che ci sia odio, menzogna, autoinganno, superficialità, meccanicità, egoismo. Ma la “società” – chi detiene il potere – ha deciso che senza la paura ci sarebbe il caos. La paura serve a controllare la gente e trono ed altare sono alleati.

Se non ci comportiamo nel modo corretto in questa vita pagheremo nella prossima, o lo Stato ci punirà severamente. Oppure si insinua il bisogno di continuare a mettersi a confronto con gli altri: guardate loro, loro sì che hanno successo, non sono dei perdenti come voi. Serve ad instillare paura, paura del confronto, appunto, della competizione. Una mente spaventata non è mai onesta, né con se stessa né con gli altri. Se non fossimo psicologicamente in preda alla paura ci emanciperemmo dagli idoli/golem, dagli dèi, dai simboli di venerazione, dai leader populisti.

Poi c’è la paura della differenza, di qualcuno diverso che ci mette in difficoltà, la paura del conflitto conseguente a questa messa in discussione delle nostre certezze, la paura della perdita che potrebbe conseguirne, la paura del cambiamento che tutto ciò comporta. Le persone impaurite vivono all’interno di confini ristretti, tendono a sforzarsi di controllare tutto attorno a loro, incluse le altre persone, sono inibite nella loro capacità di empatizzare, sono inclini a ritirarsi nelle vecchie abitudini, nei vecchi paradigmi, quelli che stanno estinguendosi. Sono a rischio di perdersi e di spingere altri a perdersi.

Nel film “Fast Food Nation”, un gruppo di studenti apre il recinto del bestiame destinato ad essere macellato, che vive in condizioni di marcato degrado. Vorrebbero che uscissero ed invadessero le strade, in modo da poter poi sollevare la questione sul loro trattamento. Per quanto si sforzino, nessun bovino esce. Il cancello è aperto, ma è come se fosse ancora chiuso, a causa del condizionamento mentale. In verità non c’è alcun vincolo che non sia scioglibile. Ciò che ci trattiene è la paura, la paura della frusta, dell’elettrochoc, della morte, del giudizio altrui, ecc. L’intera società è concepita per rivitalizzare periodicamente queste paure, come un grande allevamento di bestiame. Dieci persone autenticamente, profondamente consapevoli sarebbero più pericolose di un milione di anarchici armati. Il potere nasce dalla docilità dell’uomo, dal fatto che esso accetti di obbedire.

*****

IL REGNO DEL TERRORE
Sopravvivere non basta, bisogna esserne degni e bisogna che siano presenti quelle precondizioni essenziali, senza le quali la vita non è tollerabile e perde il suo valore specifico, riducendosi ad un concetto astratto. “Il problema non è se conserveremo le nostre vite ad ogni costo, ma come le conserveremo”, constata Etty Hillesum. Gesù, Buddha e Socrate, ciascuno a suo modo, indicano che l’autoconservazione non è una ragione sufficiente per commettere il male. Sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. La vita del corpo non è il valore precipuo, ma è su questa fossilizzazione delle nostre emozioni che si alimenta la paura del terrorismo e la paura della crisi, che altera i riflessi dei cittadini: abbiamo già rinunciato al salutare scetticismo nei confronti del governo e del potere, sostituendolo con la deferenza:
Così accettiamo una progressiva restrizione dei nostri diritti. Poiché la Guerra al Terrore e la Guerra alla Crisi sono perpetue, non ci sono limiti a quel che ci potrebbe essere richiesto di sacrificare, tra tutte le conquiste delle passate generazioni.
Nulla di tutto questo sussisterebbe se non avessimo paura di morire. Tutte le virtù che le nazioni esaltano ed idolatrano – la potenza militare, l’abbondanza materiale, l’alta cultura, la sofisticatezza tecnologica, la grandeur imperiale, l’orgoglio razziale/etnico, la prosperità, i risultati sportivi, la lingua, ecc. sono ricollegabili alla necessità di tenere sotto controllo la paura della morte. Amiamo la patria perché viviamo della sua vitalità riflessa, uccidiamo per essa per la stessa ragione:
L’aggressività, la violenza, nascono dalla paura. La paura è dunque il problema centrale della nostra specie. Una mente in preda alla paura è confusa, conflittuale e tende ad essere violenta, distorta, aggressiva. L’umanità ha bisogno delle sue emozioni. Dice bene il mitico James T. Kirk, in “Ultima Frontiera”: “Sai bene che il dolore e la colpa non possono essere eliminati dal gesto di una mano fatata. Le cose che portiamo con noi ci rendono ciò che siamo. Perdendole, perdiamo la nostra identità. Non voglio che mi portino via il mio dolore, ne ho bisogno!". Abbiamo bisogno delle nostre emozioni per dare il meglio di noi stessi. Una società che volesse amputarci emotivamente – per il nostro bene – sarebbe un totalitarismo mascherato che vuole trasformarci in marionette (cf. l’esoterico eppur rivelatore “Teatro delle marionette” di Heinrich Von Kleist, ma anche “Equilibrium” di Kurt Wimmer)
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/lanticristo-e-il-teatro-delle.html
togliendoci ciò che ci rende umani e il potenziale per essere migliori, migliori di quanto vorrebbe quell’ipotetico regime di un futuro distopico, purtroppo non troppo remoto:  
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-cyloni-sono-gia-tra-noi.html
Quel che abbiamo il dovere di fare è controllare le emozioni negative (incluso l’amore possessivo), disciplinandole, non sopprimendole. In questo modo le emozioni da trappola ed ostacolo si trasformano in trampolino di lancio.

Al giorno d’oggi, purtroppo, intere industrie lucrano sul terrore come dei parassiti, e lo stesso fanno i politici autoritari. Tutte queste sinistre figure, interessate solo al proprio tornaconto, rendono il mondo progressivamente più miserabile, oscuro e sgraziato di quel che sarebbe altrimenti. Nessuno di loro può offrire l’immortalità o prevenire eventi catastrofici, reali o immaginari. Il rischio fa parte della vita, non ha senso ripudiare il nostro modo di vivere per gratificare chi desidera che lo facciamo e ci spaventa per indurci a farlo.
La paura è ciò che impedisce a molta gente di accettare la realtà così com’è, preferendo continuare ad ignorare gli indizi che demolirebbero la loro visione idealizzata. Non possono affrontare l’idea che chi sta in alto e può disporre delle vite di milioni di persone a sua completa discrezione possa scegliere di ucciderle per i propri scopi, senza il minimo scrupolo e rimorso. Questa verità dev’essere repressa dietro un velo di fantasie. Paradossalmente, quando indirizziamo i nostri timori, scegliamo la direzione sbagliata, un falso babau.

L’induzione della paura è un’idra che sembra impossibile uccidere, perché è connaturata all’esercizio del potere in un mondo che non è in grado di selezionare i suoi governanti sulla base della coscienza e coscienziosità. Perché ci nutriamo di cliché, scorciatoie logiche, sensazionalismi, semplificazioni, generalizzazioni, dicotomizzazioni. L’effetto dirompente di questa estenuante litania di frasi fatte e pensieri precotti corrode le coscienze ed agita gli animi. Bombardati costantemente, reagiamo con riflessi pavloviani: islamismo = terrorismo; stranieri = minaccia; libertà = egoismo; scetticismo = antipatriottismo;  altruismo = comunismo; felicità = soldi, potere.
La paura serve a manipolare la coscienza umana. Non si ha facile accesso ai centri superiori del cervello e quindi non si scorgono alternative, non si è più in grado di ragionare lucidamente. L’uso della paura è deliberato: lo scopo è mantenerci ad un livello di consapevolezza inferiore, in modo da preservare lo status quo anche in piena Era dell’Informazione. Non siamo imprigionati da sbarre di ferro, ma dalla chiusura delle “porte della percezione”.

Per far pendere la bilancia in favore della libertà servono le 3C: Conoscenza, Cooperazione e Compassione. Esse contrastano le 3M di Mistero, Miracolo e Militarismo, disseminate da chi ha interesse ad imprigionare la coscienza e l’anima umana. Le 3C sono evolutivamente aperte, le 3M sono evolutivamente chiuse. Dovrebbero restare in uno stato di equilibrio, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che così non è: le 3M dominano ad ogni livello. Tuttavia il futuro è aperto, non è predeterminato, è un groviglio vorticoso di incertezza e possibilità inimmaginabili fino al momento in cui non si fanno certe scelte.

*****

CORAGGIO E VILTÀ
Coraggio: "forza d'animo, connaturata o suscitata dall'altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire con serenità e senso di responsabilità situazioni scabrose, difficili, avvilenti, ed anche la morte".



Viltà: "disonorante rifiuto di affrontare pericoli o responsabilità, dovuto a codardia o pavidità".
Queste sono le definizioni del Devoto-Oli.

A questo punto non vorrei che si finisse per confondere la paura con il timore e l'apprensione. Non mi pare indichino la stessa cosa. Essere vigili, circospetti, cauti, ragionevolmente intimoriti/apprensivi di fronte ad una sfida non è aver paura, che è legata a stati ansiosi ed angosciati in cui c'è una perdita di controllo di pensieri ed azioni che può creare assuefazione e diventare un alibi. Finché questi sono temporanei, finché si possono imbrigliare con la forza d'animo e di volontà allora va tutto bene. Il codardo è uno che ha abdicato ad ogni possibilità di riacquistare l'autocontrollo: è servo della paura e vede pericoli ovunque. Dominato dal suo ego con le sue maniacalità e paranoie.


Codardia è "il venir meno all'adempimento del proprio dovere di fronte ad un pericolo". Il codardo vede rischi e minacce dove non ci sono, il coraggioso (che non è incosciente - non sono sinonimi) ha una visione più obiettiva, o meno soggettiva, della realtà, rispetto al codardo. Proprio perché è una questione morale il codardo muore ogni giorno e, poiché ogni giorno non si dimostra all'altezza, rende più arduo per gli altri far conto su di lui/lei.
La differenza è, io credo, sostanzialmente questa: il coraggioso mette il proprio ego e la propria sopravvivenza in secondo piano rispetto al bene comune, il codardo dà priorità ad ego ed alla propria sopravvivenza.
Solo quando ci si sforza di conoscere se stessi e ci si affronta a viso aperto, onestamente, il nostro comportamento è moralmente e spiritualmente integro. Serve coraggio perché spesso, purtroppo, si perviene a questa conoscenza solo attraverso la sofferenza o il superamento di enormi ostacoli. 
Il vile evita in ogni modo il patimento, quindi difficilmente maturerà.
Chi è troppo spaventato vede i pericoli più grandi di quelli che sono ed è incapace di contrastarli con efficacia. Temendo di perdere la vita dimentica che una vita senza onore, integrità e libertà non è degna di essere vissuta. Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite, molto maggiore di quello che sarebbe giustificato dal suo potere reale:
Politici privi di scrupoli cavalcano la paura ed accusano i loro critici di vivere nel mondo dei sogni, disconnessi dalla realtà, di spingere la nazione verso il disastro.
Uno stato d’animo impaurito ed aggressivo fa il gioco di chi vuole controllarci, di chi desidera distruggere la nostra libertà di dare espressione alle qualità della nostra coscienza/anima, di rimanere in piedi, non proni. Per farlo hanno bisogno di condizionarci in modo tale da indurci a pensare unicamente alla nostra sopravvivenza. Di qui il caos che regna sovrano sul nostro mondo, in questa fase della storia umana: il caos sovverte l’armonia interiore.

La battaglia più importante diventa allora quella combattuta per rifiutarsi di pensare e sentirsi come altri vogliono che noi pensiamo e ci sentiamo (ossia la modalità “istinto di sopravvivenza”). È una battaglia per il nostro cuore e la nostra mente. Temere la violenza che sospettiamo tengano in serbo per noi significa reprimere il potenziale di espansione della nostra verità interiore, della nostra libertà interiore. È quel che alcuni vogliono: Guerra e Terrore Rivoluzionario, seguiti da Ordine e Disciplina. Ogni Rivoluzione, non lo ripeterò mai abbastanza, necessità di coraggio ma anche di lucidità. Si vince la paura del Potere, che è tale solo perché gli consentiamo di esserlo, e poi si domina ego, che ci spinge al messianismo, all’intolleranza, alla megalomania (es. Robespierre, Saint-Just, Lenin, ecc.). No alla Guerra, sì alla Rivoluzione, no al Terrore Rivoluzionario, sì alla Democrazia:

*****

LA LEZIONE
C’è una lezione in tutto questo. C'è sempre una lezione in ogni cosa: la vita è una scuola a tempo pieno. Il fatto è che viviamo in un mondo insicuro anche perché certi politici hanno interesse a renderlo tale o a farcelo percepire come più insicuro di quel che è o potrebbe essere. Uscendo dall’infanzia dell'umanità ci siamo resi conto che i nostri genitori non ci possono proteggere, che non c’è alcun tutore che ci garantisca contro i pericoli. La raggiunta maturità comporterebbe la presa di coscienza del fatto che non abbiamo bisogno di guardiani e curatori dei nostri interessi e che coltivare questo tipo di dipendenza conduce dritti sulla strada dell’entropia e della Vera Morte, la morte della coscienza/anima.
Sfortunatamente non tutti hanno il coraggio di crescere e così ci si affida alle utopie ed ai Grandi Inquisitori, ai Fratelli Cosmici ed alle Chiese, che fanno le veci del defunto Dio Onnipotente. In questa crisi esistenziale/identitaria globale è insita un'enorme opportunità di crescita per chi è disposto e pronto a farlo, cioè dotato di sufficiente discernimento da prevedere i pericoli e le insidie, di sufficiente altruismo da provare ad alleviare la sofferenza che ci circonda, di sufficiente apertura alla conoscenza, all’apprendimento, al cambiamento di prospettiva, al vivere in uno stato d’animo rischioso ed avventuroso.

Agendo in buona fede, fiduciosi nell’esistenza di un fine e di valori ultimi nella vita, ci si sforza di raggiungere quella condizione indispensabile alla comprensione della verità, per quel che è possibile:
Con diligenza, pronti a rinunciare a ciò che si riteneva vero, in favore di una verità più profonda, pronti a divenire un veicolo e recipiente di salvezza, in qualunque contesto essa si manifesti.
In questo modo, attraverso la sincera convinzione (la verità interiore) e l’empatia/compassione/comprensione, ciò che c’è di meglio in noi si fa più presente a noi stessi. Questa è la peggiore minaccia esistenziale per lo psicopatico, è come una blasfemia, perché con la sua presenza nega la sua esistenza, o ne svela la vuotezza, la vacuità:



mercoledì 30 novembre 2011

Il sentimento oceanico (Etica per un Mondo Nuovo)




Tutto l’egotismo svanisce; le correnti dell’Essere Universale circolano attraverso di me; io sono parte o particella di Dio.
R.W. Emerson, “Natura”

E infatti la personalità si dissolveva come un grano di sale nel mare; ma nello stesso tempo il mare infinito sembrava essere contenuto nel granello di sale. Il granello non poteva più essere localizzato nel tempo e nello spazio. Era in uno stato in cui il pensiero perdeva la sua direzione e cominciava a girare su se stesso, come l'ago della bussola nelle vicinanze di un polo magnetico; finché si sradicava dal suo asse e cominciava a vagare liberamente nello spazio, come un nodo di luce nella notte; finché sembrava che ogni pensiero e ogni sensazione, ogni dolore e perfino la gioia fossero soltanto le linee dello spettro dello stesso raggio di luce, disintegratesi nel prisma della coscienza.
Arthur Koestler, “Buio a Mezzogiorno”

Sembrava [la moglie del collega Alfred North Whitehead] tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione  che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane.
Bertrand Russell, “The autobiography of Bertrand Russell”, vol. 1, London: Allen and UNwin, 1967.

Io sono l'amante dell'irresistibile ed immortale bellezza
R.W. Emerson, Nature

Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
Etty Hillesum

I mistici sono accomunati dall’estensività, ossia la capacità di usare l’empatia per decentrarsi, spersonalizzarsi, accogliendo nel proprio Io ogni altro pronome personale. Qui è utile il confronto con uno dei grandi mistici sufi, Mansur al-Hallaj (858-922), la cui vita ha davvero molto in comune con quella di Socrate e di Gesù (Massignon, 1975). Al-Hallaj, dopo aver proclamato la propria consustanzialità con Dio, con il Cosmo e con gli altri esseri umani – al-Haqq, “Io sono il Reale”, “Io sono la Verità”, “Io sono Dio” – si difese dalle accuse dei musulmani ortodossi affermando che “Egli è il tutto in tutto e voi dite che Egli è lontano da me. L’oceano circonfluente non è lontano e non finisce mai” (Elenjimittam, 2001, p. 420). L’idea di individualità impersonale – o sentimento oceanico, o coscienza cosmica, o super-anima, o super-coscienza, o estasi trascendentale, ecc. – è perfettamente espressa da un suo verso: “In quella gloria non c’è ‘Io’ o ‘Noi’ o ‘Tu’. ‘Io’, ‘Noi’, ‘Tu’ e ‘Lui’ sono la stessa cosa” (Nicholson, 1914). La natura umana e quella divina si fondono e mescolano, divenendo indistinguibili: si è totalmente individuati e, al tempo stesso, totalmente partecipi.
I mistici sono in grado di espandere i confini del proprio ego fino ad includere dei totali sconosciuti; una capacità, questa, che sarà gradualmente estesa agli animali ed alle piante, perché il nostro destino, a giudicare dalle lucidissime intuizioni dei mistici, è quello di una totale compartecipazione nell'esperienza della vita sul pianeta e probabilmente nello spazio. Come ha ben illustrato Jiddu Krishnamurti, la divisione ontologico-categoriale, a partire da quella tra Soggetto ed Oggetto, è all’origine della nostra bancarotta morale. In pratica il primo processo necessario allo sviluppo di una coscienza altruistica è la costruzione di un’identità personale forte. Questo perché le persone che non si differenziano dal proprio gruppo di riferimento generano tensioni egocentrizzanti che non solo impediscono il manifestarsi di un altruismo spontaneo ma fomentano atteggiamenti discriminatori. La separazione dell’io dal “noi” è dunque più importante di quella dell’io dal “loro” (Jarymowicz, 1993).
È importante rilevare come l’ottica dell’individualità impersonale caratterizzasse anche alcune delle vittime più illustri dell'Olocausto e della guerra, come Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil. In tutte loro non si può fare a meno di notare un sentimento di profonda compartecipazione alle vicende umane nella loro totalità. Ne scaturisce una comprensione e condivisione universale che va oltre i confini del tempo, dello spazio e del giudizio morale sulle motivazioni dei loro stessi carnefici. Umanissime protagoniste della propria e dell’altrui vita, della propria e dell’altrui storia, queste filosofe della vita e dell’amore hanno sconfitto il progetto nazista di deumanizzazione tramite l'irradiamento di un potente narcisismo collettivo ed il sogno hitleriano di imporre una morale pre-moderna, improntata alla durezza egoista e virilista ed all’esclusivismo etnico-razziale.
Il loro maggior merito, a mio parere è stato quello di cogliere il senso più ampio della sofferenza umana, trasformandolo, esorcizzandolo e cercando di arginare nel contempo la disistima dei posteri nei confronti della storia e dell’umanità in generale. In questo senso, l’analisi attenta e perspicace della Shoah fatta da Primo Levi, sopravvissuto per poi morire suicida, risulta probabilmente incompleta senza la loro l’idea di redenzione impersonale e di coscienza cosmica, intese in un’accezione più ampia di quella cattolica. Ma quale accezione? Il punto di partenza è quello dell'accidentalità dell'Io.
È semplicemente ridicolo lasciarsi ossessionare dalle proprie radici quando, per quel che ci è dato di sapere, il nostro luogo e momento di nascita è del tutto casuale. Un mistico come Eckhart aggiungerebbe che è altrettanto sbagliato ignorare il Sé Universale per far confluire tutte le nostre energie in quest'io accidentale e provvisorio che tiranneggia noi e tiene a distanza ciò che ci circonda - tutti avranno notato come cambiano i nostri movimenti ed atteggiamenti se siamo soli o se c’è qualcun altro in una stanza, per quanto disinteressato a quel che facciamo. Per Eckhart solo la morte ci riavvicina alla sorgente originaria della creazione, che è totalmente impersonale, come nel Buddhismo. In vita, possiamo intravedere la nostra condizione oltremondana se ci tuffiamo nell’oceano della supercoscienza, la superanima di Emerson.
È il “sentimento oceanico” che lo scrittore francese Romain Rolland aveva suggerito al suo amico Sigmund Freud di investigare metodicamente, descrivendo questa sensazione come quella di “un’onda in un oceano sconfinato”. Il padre della psicanalisi, però, non potendolo esperire in prima persona, non riuscì mai a classificarlo e razionalizzarlo e lo liquidò alla stregua di una sindrome.
Stando alle descrizioni che ne danno i mistici, tra i quali il già citato Al-Hallaj, si tratta dello stato mentale che segue la parziale o totale soppressione dell'Io o comunque il suo confluire nell'oceano del Sé cosmico (o Dio) e la conseguente sensazione di unità con tutto quello che, in precedenza, si considerava “il resto”. L’oceano interiore, che è l'habitat dell'individualità impersonale, non ha nulla a che vedere con il senso di trascinamento e dispersione nelle folle oceaniche che acclamano i dittatori, se non nel senso che la possibile esistenza nella nostra specie di un meccanismo innato che ci invita alla trascendenza può facilitare la psicologia delle folle (Sironneau, 1982). Per tutto il resto questo fenomeno è diametralmente opposto a quello che mi interessa. Non a caso Emerson amava la solitudine nella natura: “Stando sul nudo terreno... il gretto egotismo svanisce. Divento un occhio trasparente; non sono nulla; vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono parte o particella di Dio ("Nature", 1844). Qui la trascendenza è intesa come la percezione di essere una parte del tutto, il quale sarebbe incompleto senza di noi. Esattamente l’opposto di quel che predicano i totalitarismi, sempre disposti a sacrificare l’individuo a maggior gloria del corpo politico o razziale.
Leggiamo un'altra testimonianza preziosa, quella del filosofo francese Pierre Hadot (2008, p. 9): “Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d’erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romaine Rolland ha chiamato il “sentimento oceanico”. […] Solo molto più tardi ho scoperto che molte persone hanno esperienze analoghe, ma non ne parlano”. Persone come Plotino, filosofo e mistico neo-platonico che ricavava dalla sua disponibilità verso il trascendente l’energia e la volontà per rendersi amabilmente e calorosamente disponibile verso gli altri, sostenendo che “la natura di tutti gli esseri va accettata con dolcezza” (Hadot, op. cit. p. 91). Hadot chiama questo atteggiamento “un’aspettativa amorosa nei confronti del mondo” e riferisce che, secondo Plotino, l’essere umano può raggiungere questa condizione quando resta immobile e tutte le cose si volgono verso di lui “come un cerchio si volge verso il centro da cui emanano i raggi”. Questa è un’immagine che riporta alla mente le pratiche meditative asiatiche ma anche, e piuttosto sorprendentemente, il precetto dei Desana della Colombia, che rappresentano il saggio come un uomo ritto in piedi, a fungere da asse cosmico: “Raggiungere questo stato di riflessione, stabilizzazione ed equilibrio è l’ideale degli uomini Desana perché solo allora incontra la sicurezza data dalla comprensione della religione e della sua funzione nella vita della società”. (Sullivan, 1988: p. 382).
E non è ancor più affascinante riscoprire la medesima immagine nei Vangeli e nel “Paradiso Riconquistato” di John Milton?
Una differenza non marginale tra l’antropologia desana e l’antropologia perenne (cf. “filosofia perenne”, Aldous Huxley) per come ha preso forma nel Vecchio Mondo risiede nel fatto che la mistica a noi più familiare è una mistica dell’accoglienza, dell’appartenenza alla comunità umana (koinomia) ed include l’intera specie umana, mentre quella dei nativi americani è più localizzata, per via del relativo isolamento delle tribù indigene rispetto al resto del mondo. Detto questo, è assai probabile che gli sciamani indigeni provino il medesimo “sentimento di coappartenenza essenziale” con l’universo circostante e condividerebbero la descrizione plotiniana di “un’immersione, dilatazione dell’io in un Altro al quale l’io non è estraneo, poiché ne costituisce una parte” (Hadot, 2008, p. 12). Come per i Giusti, anche se in una forma estremamente più intensa,
si verifica un’espansione di sé (io trascendentale) a contenere il mondo circostante, verso l’infinito. Hadot, in sintonia con Simone Weil, che però non cita, suggerisce che non vi possa essere un’autentica preoccupazione per gli altri senza l’oblio del sé (Hadot, ibid., p. 147). Di nuovo il tema dell’individualità impersonale. Vediamo altre citazioni. “Tutto ciò che mi circondava sembrò essersi all’improvviso ritrovato dentro di me. L’universo intero pareva dimorare in me (Forrest Reid, cf. Hulin 2000, p. 47). “Le frontiere tra il mio corpo e il mondo svanivano o, piuttosto, parevano non essere state altro che un’allucinazione della mia ragione che si scioglieva al fuoco dell’evidenza” (ibid., p. 50). “Ero in tutto ciò che è stato, che fu e che sarà; ora mi rendo conto che l’uomo è la misura dello spazio e del tempo, niente esiste prima o dopo, ma tutto è presente simultaneamente” (p. 52). “Io sono una particella dell’universo. L’universo è felice in me” (p. 84). Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza” (p. 88). La testimonianza di un giovane psichiatra che si prestò a fare la cavia in un esperimento clinico sugli effetti dell’LSD ci riporta all’universo morale dei Giusti. Parla della “essenziale bontà presente in ogni individuo” e di una “vasta unità amichevole, calda, protettrice”: “La mia sensazione era che, una volta spogliati delle difese e di tutti i detriti che, per così dire, accumulano nel corso della loro esistenza, gli uomini risultano fondamentalmente fratelli. […]. Mi sembrava che tutti fossero miei amici o, almeno, lo sarebbero stati se avessero potuto spogliarsi delle armature e ridursi al loro nucleo essenziale. […] Questa verità sembrava comunicarmi che in un certo qual modo, un filo, o un pensiero o un legame qualunque collega le nostre persone o, se si vuole, le nostre anime” (p. 116). L’agape, l’amore puro; evocato da Vito Mancuso per onorare un soldato tedesco che si lasciò fucilare assieme a dei civili jugoslavi dopo essersi rifiutato di partecipare al plotone di esecuzione che li doveva massacrare come rappresaglia per l’uccisione di alcuni soldati tedeschi da parte dei partigiani (Mancuso, 2008). Lo stato di perfezione dell’essere umano che, per parafrasare Weil, non può fare a meno di amare, come lo smeraldo non può cessare di essere verde. Una persona che si disidentifica, preparata ad assumere una, nessuna, centomila identità e personalità diverse, senza lasciarsi tiranneggiare dalla sua identità convenzionale. L’impersonalità, o infinitezza, è il segreto per una socialità nella sua forma più alta, per un’umanità possibile: interconnessa e corale, indivisa e completa, compassionevole, equanime e libera. Non le identificazioni totemiche della nazione, del partito, della squadra, dell’etnia o della religione, non l’idolatria tribale dell’amor patrio e dell’amore per un dio creato a propria immagine e somiglianza e non vice versa. Non queste false promesse di immortalità, ma l’abolizione delle stesse. Un’individualità di prima mano, autentica, auto-determinata, decentrata e decreata, non frammentata né soggiogata, prestata, o affidata ad un guru, ad un leader, ad un padre spirituale, alla cieca collettività di un gregge di fedeli, con le relative delimitazioni tra credenti e non credenti ed il codazzo di sospetti, sfiducia, paura, odio, violenza. Un’individualità i cui contorni sono posti in risalto proprio da un vuoto inatteso, causato dall’assenza di considerazioni personali dettate da superficialità, vanità, arroganza, narcisismo e complessi di inferiorità. Questa è la radicale rivoluzione dello spirito che si dovrà intraprendere nel Mondo Nuovo ed è l’unica che può funzionare, perché tutte le altre sono state tentate ed hanno evidentemente e miseramente fallito

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene