Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post

giovedì 29 dicembre 2011

No agli Stati Uniti d'Europa - le ragioni del dissenso




I cambiamenti tumultuosi generano incertezza e quando le crisi, i sommovimenti, le trepidazioni e le tribolazioni si protraggono a lungo, la popolazione, sfinita, accetta qualunque governo, per quanto dispotico, che prometta stabilità, ordine e fermezza.
È su questo che contano i leader europei.
Io continuo a fare la stessa domanda, senza ottenere una risposta anche vagamente convincente: perché dovremmo ridurci a far nostra un’unica fede (l’europeismo) ed un unico governo (europeo) proprio quando la maggioranza di noi si è resa conto che le organizzazioni politiche centralizzate non funzionano, partoriscono oligarchie, moltiplicano gli sprechi, accrescono le distanze tra elettori ed eletti, sferzano la popolazione con imposizioni tecnocratiche e burocratiche che ignorano le specificità ed esigenze locali? Che genere di comportamento schizofrenico è mai questo? Non è forse evidente a tutti che i paesi meglio organizzati ed amministrati sono piccoli? Guardate le classifiche della qualità della vita e della felicità:
ai primi posti trovate paesi di pochi milioni di abitanti, con pochissime velleità egemoniche, maggiore attenzione alla dignità dei cittadini ed al contenimento delle sperequazioni, una più chiara vocazione meritocratica, ingranaggi amministrativi più efficaci e trasparenti e, più in generale, una democrazia più in salute che altrove. Sono gli stati più grandi ad essere maggiormente afflitti dai “mali della modernità” e sono sempre loro a mettere a repentaglio la pace, la sicurezza, la stabilità economica, la sostenibilità ambientale.
Chi potrebbe essere così stolto da imboccare la strada del gigantismo quando è indiscutibilmente vero che “piccolo è bello” e che una confederazione di staterelli è più adatta a servire le necessità dell’umanità?
Francesi ed Olandesi (e gli Irlandesi) hanno dimostrato una lodevole perspicacia quando hanno rigettato il “Trattato che istituisce la costituzione europea”, una disposizione che sarebbe potuta diventare un cavallo di Troia, il mezzo con cui si potevano indebolire prima ed annientare poi le meravigliose costituzioni dei singoli stati ed in questo modo le libertà dei popoli. Ugualmente degna di encomio è stata la decisione della corte costituzionale tedesca di rintuzzare i tentativi del governo tedesco di mettere in discussione la sovranità della propria nazione.
Sfido chiunque a dimostrare, dati alla mano, che sia falso che gli stati più piccoli sono più trasparenti, meglio amministrati, più equilibrati, più pacifici, più in linea con le aspettative dei cittadini e che più grandi sono gli stati, peggio sono governati.
L’evidenza dei fatti è lì a comprovare che in un grande stato si sacrifica l’obiettivo di contenere le disuguaglianze sociali, a partire dai privilegi accordati alla capitale rispetto alle province. Inoltre l’uniformità amministrativa riduce, iniquamente, la diversità interna. Un popolo maturo non si affiderà mai agli arbitri del governo nella speranza che chi comanda sia saggio e virtuoso: inutile illudersi, lusingare ed ingannare se stessi con la convinzione che i propri governanti saranno sempre probi. Bisogna sperare per il meglio e prepararsi al peggio. Chi esercita l’autorità tende ad usare tutto il potere che viene messo a sua disposizione e, se possibile, ad espanderlo e perciò è assennato evitare di attribuirgliene troppo, come invece avviene nelle grandi potenze.
Al contrario, nelle piccole repubbliche i cittadini rispettano più volentieri la legge, si sentono più legati allo stato, pagano più volentieri (o comunque meno malvolentieri) le tasse. Sentono di avere un maggior controllo sulle dinamiche della nazione in cui vivono Perciò i governi delle piccole repubbliche si comportano più responsabilmente. La conoscenza diretta o semi-diretta dei governanti spinge le persone ad obbedire volontariamente, senza essere costretti a farlo. Una piccola repubblica diventa quindi una scuola di cittadinanza e di pace, perché la guerra viene concepita solo nel senso di una legittima difesa, mai come strumento di aggressione e di conseguenza la cittadinanza si dimostra consapevole del fatto che è una maledizione per qualunque popolo, in quanto distrugge quanto di meglio c’è in una società, a partire dalla compassione, il fondamento dell’etica, moltiplicando i peggiori vizi umani. Una piccola repubblica, tenendo a distanza la guerra quanto più è possibile, rende un servigio all’intera umanità.
Chi accetta questa realtà dovrebbe aderire ad un progetto confederalista [http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/f/f024.htm] e mostrarsi scettico nei confronti di ogni progetto di accentramento del potere.

Ecco una sintesi ideale delle tesi dei confederalisti europei, ossia quelli che criticano le spinte verso una maggiore integrazione politica:

  • L’attuale configurazione dell’Unione Europea va già più che bene: c’è pace, c’è stabilità e ci sarebbe pure prosperità se i politici prestassero più ascolto all’elettorato che alle sirene dell’alta finanza;
  • l’obiettivo dovrebbe essere quello di una confederazione di repubbliche di dimensioni più ridotte, meno militariste, unite dalla gestione della politica estera e delle questioni di interesse generale. Insomma, un’Europa delle comunità e dei popoli, non dei tecnocrati;
  • le riforme dovrebbero riguardare essenzialmente la regolamentazione dell’economia, della finanza, del fisco e del mondo del lavoro – nel senso della tutela di chi produce ricchezza, non di chi si comporta come un parassita e vive alle spalle dei lavoratori, investitori ed imprenditori (speculatori ed evasori);
  • non si attua una radicale riorientamento delle istituzioni dall’alto se manca il consenso popolare (la democrazia prevede strumenti di consultazione della cittadinanza);
  • è mai possibile che le lezioni del nazismo, del comunismo e dell’americanismo non siano state sufficienti?
  • quando il potere si accentra cresce il rischio di corruzione e si rafforza la minaccia di sviluppi oligarchici e tirannici (“il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente);
  • più ampia è la popolazione, più grande sarà la distanza tra elettori ed elettorato, perché ci saranno pochi rappresentanti per numerosissimi cittadini (Montesquieu docet: è improvvisamente diventato un pensatore irrilevante?);
  • l’unionismo europeista comporta un drastico ridimensionamento dell’autonomia dei governi locali, gli unici strettamente a contatto con la realtà locale, eredità della lotta contro gli autoritarismi del passato: vogliamo più autonomie locali, non meno;
  • un’unica capitale federale diventerebbe un ricettacolo di burocrati parassitari e politicanti. Pensiamo a Washington ed a Bruxelles. Hanno forse completamente torto i leghisti quando esclamano: “Roma ladrona”? Non c’è neppure un fondo di verità? Volete che Bruxelles si degradi ulteriormente?
  • in un ordinamento compiutamente confederale dotato di una carta dei diritti (o anche senza di essa se le costituzioni dei vari stati vengono rispettate) potrebbe permettersi un massimo di democrazia diretta senza scivolare nella tirannia delle maggioranze. Si tutelerebbe dagli arbitri della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea che stanno spogliando i cittadini dei loro risparmi per riassegnarli a chi già prospera;
  • in una confederazione non ci sarebbe alcun rischio di una burocrazia federale ipertrofica ed onnipotente come quella dell’attuale Unione Europea;
  • in una confederazione si introdurrebbero procedure che consentano le rotazioni periodiche degli incarichi politici, per evitare che qualcuno si  “incolli” alla sua poltrona, togliendo la delega in caso di incompetenza o disonestà;
  • si bloccherebbe la strada del presidenzialismo, che assegna eccessive prerogative al presidente, senza che ci sia la minima certezza che sia invariabilmente una persona proba (es. Bush negli Stati Uniti e il mentitore, violatore del diritto internazionale e guerrafondaio Tony Blair, la cui candidatura alla presidenza dell’Unione Europea era stata ventilata da più parti);
  • una confederazione abolirebbe gli eserciti professionali (permanenti), preferendo addestrare milizie locali, che non rappresentano mai una minaccia per la democrazia e i diritti civili e non instillano nei cittadini quella mentalità guerriera, aggressiva che affligge il mondo.

Tesi degli unionisti, ossia quelli che spingono per una maggiore integrazione politica europea:

La situazione è drammatica. Siamo sull’orlo della bancarotta e dell’anarchia a causa di un governo europeo impotente:
"Mai il rischio di un'esplosione dell'Europa è stato così grande" (Sarkozy)
"La situazione è grave, l'euro può esplodere e l'Europa disfarsi. Sarebbe una catastrofe non solo per l'Europa e la Francia, ma per il mondo" (Jean Leonetti, ministro francese degli Affari Europei)
“Non si tratta di un dare e di un avere ci sono dei punti deboli nella costruzione dell’Eurozona, non abbiamo una Unione politica e questi punti deboli devono essere superati” (Angela Merkel).
Un governo centrale forte può promuovere la crescita del commercio e dell’economia in genere, ha maggiori poteri di coordinamento:
“Italia e Germania hanno sempre dato prova di esemplare coerenza nell'impegno a favore dell'unità e solidarietà europea. Sono fermamente convinto che anche in futuro opereranno con determinazione per rinnovare lo slancio del processo di integrazione del nostro continente, quale miglior risposta alla crisi finanziaria europea e internazionale” (Giorgio Napolitano).
Si può difendere meglio dalle aggressioni esterne:
“La lotta al terrorismo è una delle nuove missioni che l' Europa unita deve darsi. A molti di noi pare che la contrapposizione agli stragisti debba e possa essere un forte motivo unificante” (Giuliano Amato).
“Uniti, possiamo proporre un progetto politico forte, possiamo ridare fiducia a chi guarda con preoccupazione ai grandi cambiamenti del mondo d'oggi, possiamo essere artefici di una azione internazionale dal volto umano. Uniti, possiamo dare una risposta nuova alla crisi della politica e della democrazia”. (Romano Prodi)
Sa mantenere meglio l’ordine pubblico:
La guerriglia urbana nel Regno Unito e in Grecia e le azioni dei black bloc in tutta Europa sono un perfetto pretesto per fare appello al bisogno di sicurezza dei cittadini e mettere in opera un sistema ancora più capillare e centralizzato di sorveglianza.
Riduce i rischi di una guerra civile:
Merkel e Sarkozy hanno fatto balenare l’idea di una possibile guerra civile europea se l’integrazione non procederà più speditamente, tanto che i media cinesi hanno colto l’occasione per elogiare il centralismo cinese come garanzia di pace e prosperità e sicuro sostegno alle aspirazioni centralistiche europee (con amici del genere, chi ha bisogno di nemici?):
Riduce la faziosità ed i particolarismi:
“Non possiamo lasciare che gli egoismi nazionali tornino a prenderci la mano, e vedo qua e là qualche tentazione di farlo” (José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea)

Chi sono gli unionisti contemporanei, ossia le persone che stanno distruggendo il sogno europeo del dopoguerra?

lunedì 19 dicembre 2011

Il Regno Unito è indiscutibilmente spacciato



Incredibile come questi dati, che pure sono circolati negli ambienti finanziari e sono arrivati sul sito della BBC, siano quasi completamente ignorati dall’opinione pubblica italiana ed internazionale.
La City di Londra è un gigantesco, spaventoso tumore al centro del Regno Unito: se lo sta letteralmente divorando. 

domenica 27 novembre 2011

Si può evitare una Terza Guerra Civile Europea (studiando il caso jugoslavo)




La guerricciola slovena – che dà il via nel 1991 alla disintegrazione dei Balcani – è un capolavoro di astuzia strategica e di messa in scena, e l’esperienza fatta a Timosoara mi aiuta a prenderne atto con relativa rapidità. Lo strappo – come si vedrà più tardi – avviene grazie a una tacita unità d’intenti con la Serbia. Si consuma all’insaputa della Croazia, e soprattutto dell’esercito federale, che cade nel tranello della provocazione. La Slovenia non interessa a Milošević; dietro alle sue dichiarazioni roboanti sull’integrità dei confini, egli già lavora per ritagliare dal paese la fetta più larga possibile di Grande Serbia, dunque il separatismo sloveno gli è utile a mettere in mora il processo e a schivarne la responsabilità. Anche per i dirigenti di Lubiana è un abile gioco delle tre carte. Essi hanno costruito la separazione pompando la rabbia popolare dei ‘mitteleuropei’ contro i ‘bizantini’ serbi, ma è proprio con i bizantini che essi si accordano per spaccare la Federazione.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”, 2000, p. 58.

Incremento del costo dei combustibili fossili, eccessivo indebitamento, forti disparità nord-sud, regionalismi separatisti, cultura democratica deficitaria, burocrazia inefficiente e corrotta, malavita organizzata, speculazioni internazionali, trame geopolitiche globali: queste sono state le cause principali della morte della Jugoslavia. 
Succederà anche all’Unione Europea, in caso di crollo dell’eurozona, come hanno vaticinato Merkel e Sarkozy?

Occorre prima fare piazza pulita della tenace credenza che siano le lealtà etniche a causare le guerre civili. I miti etnici e religiosi sono ingredienti fondamentali di quasi ogni guerra civile, ma si attivano solo se e quando conviene a quelli che chiamo gli “imprenditori dell’etnico” – politici, intellettuali, industriali e finanzieri che hanno interesse a rinfocolare dissidi per dividere la popolazione. Un semplice, incontestabile dato di fatto è sufficiente a confutare una volta per tutte il mito dell’incontenibile forza dell’odio interetnico. Il censimento ruandese del 1991 stimava che la popolazione tutsi ammontasse a 600mila cittadini e almeno 300mila Tutsi sono sopravvissuti al loro genocidio. Se il conto delle vittime è affidabile – tra il mezzo milione ed il milione –, allora il numero di Hutu uccisi da altri Hutu è paragonabile se non superiore a quello dei Tutsi massacrati dagli Hutu. Il che significa che, ancora una volta, le semplificazioni binomiali (bianco/nero, buono/cattivo) non rendono giustizia alla complessità degli eventi umani. 

Per capire cosa sia successo in Jugoslavia si deve anche tener conto della trama mafiosa che la avvolgeva in un reticolo di poderosi traffici di esseri umani, di armi, di droga tra Kosovo, Croazia, Germania e Italia, che hanno coinvolto alcuni tra i politici croati ed austriaci più in vista. Per maggiori dettagli, rimando all’articolo di Vito Lops, sul Sole 24 Ore del 10 settembre 2010, dal titolo “Il giallo della banca Hypo Alpe-Adria. Tra i contatti con la malavita e quei finanziamenti ad Haider”, alle fondamentali inchieste pubblicate online da “EaST Journal” ed agli studi rigorosissimi del politologo Francesco Strazzari, in particolare l’inestimabile “Notte balcanica : guerre, crimine, stati falliti alle soglie d'Europa” (2008), che hanno già tratteggiato i contorni della vicenda, in cui criminalità e sovranità si intrecciano inestricabilmente e trasversalmente rispetto ai gruppi etnici.
I Serbi, Milosevic in primis, restano comunque i principali responsabili di ciò che è avvenuto. Fino al 1958 il partito comunista era intento a creare una “coscienza jugoslava”. Poi, negli anni Sessanta, questa politica fu rovesciata e non solo non ci si curò più di fare riferimento alla nazionalità jugoslava, ma addirittura si introdusse l’obbligo per i cittadini di dichiarare la loro affiliazione etnica. Questo fu fatto perché molti Serbi stavano tentando di impadronirsi clandestinamente dei centri di potere dell’intera nazione – l’esercito e l’amministrazione pubblica –, approfittando del fatto che l’etnia non contava. Perciò bisognava in qualche modo identificarli. Il nazionalismo etnico divenne la principale forma di opposizione al comunismo, ma soprattutto ad un colpo di stato serbo dissimulato. Non si trattava di un atavismo, la natura del conflitto non era etnica. C’era invece un uso mafioso dei legami clanici per conquistare fette sempre più grandi di potere, prestigio, influenza e benessere. Tutto questo produsse un processo scismogenetico: le varie fazioni assunsero posizioni gradualmente sempre più estreme, in una crescente polarizzazione. I mass media, invece di mitigare questi processi, irrobustirono la tendenza a tessere interazioni simboliche all’insegna della contrapposizione scismatica. Ogni questione sociale andava letta in termini etnici, cosicché le simpatie e preferenze di ciascuno finivano per andare alla “sua” gente, indipendentemente dalla ragionevolezza delle istanze sollevate dall’altra parte (Denich, 2000).
I fatti, perciò, danno ragione al sociologo e politologo Marco Deriu, quando sostiene che “Il conflitto etnico non è la realtà della guerra, ma piuttosto il nome della rappresentazione pregiudiziale con cui gli osservatori sia locali che occidentali si dispongono a fronte di un conflitto del quale capiscono ben poco e da cui vogliono a tutti i costi sentirsi distanti” (Deriu, 2005, p.105). E anche a Paolo Rumiz: “Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero” (Rumiz, 2000, p.29). Quando invece quella tribale è una mera mascherata che serve innanzitutto a far credere “all’irrazionalità di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilità di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo, fornisce la base teorica all’impossibilità della convivenza e dunque all’inevitabilità della pulizia etnica; in terzo luogo, soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte dell’opinione pubblica internazionale” (Rumiz, ibid., p. 76). 
Guido Rampoldi (“L'Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005) ha parlato di ribaltamento della verità ed ha denunciato due motivi propagandistici convergenti: quello che associava il nazionalismo serbo al nazismo e quello che si agganciava alla teoria fatalistica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington, che leggeva ogni conflitto come un fenomeno naturale o un’ineluttabilità storica e perciò incontrollabile: “Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l'Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro 'spontaneo' tra popolazioni portatrici di 'civiltà' inconciliabili; e la 'civiltà' dei musulmani doveva avere caratteristiche aggressive (come è anche nell'Huntington più recente). […] È la fabbrica d'una vulgata in cui "civiltà" ha la spiacevole tendenza a funzionare come un'altra pseudocategoria, "razza", cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d'un patrimonio genetico”.
Queste impressioni sono state confermate da un progetto di ricerca internazionale che ha coinvolto storici e scienziati sociali e che aveva come obiettivo quello di scrivere una storia il più possibile imparziale del conflitto jugoslavo (MacDonald et al., 2009). Lo studio internazionale riporta che in un sondaggio del 2003, a poco più di un decennio dalla fine delle pulizie etniche, tra il 21% ed il 25% di Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci non avrebbero avuto alcun problema ad accogliere in famiglia un genero o una nuora dell’altro gruppo etnico, indipendentemente dal giudizio della propria comunità. Un valore ai miei occhi sbalorditivo.
Dunque perché l’odio assassino? Gli studiosi elencano una serie di ragioni: la crisi economica, l’autoritarismo e clientelismo diffuso, dalla famiglia allo stato, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di politici che cercavano lo scontro, i mezzi di informazione che battevano il tasto sull’atavicità ed inevitabilità dei conflitti interetnici, perché controllati da lobbies governative ed industriali che pensavano di poter avvantaggiarsi da uno scontro generalizzato. La guerra fu fabbricata anche a partire dalle acredini residue risalenti alla seconda guerra mondiale che lo stato ignorò, come se non esistessero, invece di affrontarle e creare una vera riconciliazione. Questi esperti sono concordi nel respingere la logica circolare per cui la guerra era inevitabile per il semplice fatto che ha avuto luogo. Obiettano, come Rumiz, che la debolezza con cui ci si oppose alla guerra fu paradossalmente il risultato dell’impreparazione della popolazione ad un tale sviluppo estremo. La gente non se l’aspettava e non si era attivata per evitarla. Invece politici, produttori d’armi, intellettuali, giornalisti e organizzazioni criminali avevano investito molto nell’innescamento di una spirale di distruzione e riuscirono a convincere ciascuno jugoslavo che erano stati gli altri a volere la guerra, non “noi”.  Nonostante questo moltissimi jugoslavi aiutarono i propri “nemici etnici”. 

Con ciò non si vuol dire che la Jugoslavia fosse un’utopia plurale, Ma non era nemmeno una terra di rancori e faide insanabili dove l’unità era stata imposta da fuori. C’erano separazione e convivenza, tolleranza e pregiudizio: come in Alto Adige, come in Italia, come in ogni altro luogo. Non era una società tribale, ma fu tribalizzata e si lasciò tribalizzare. Un paesano serbo aveva molte più cose in comune con il suo compaesano musulmano che con un serbo di Belgrado, sia per quel che riguarda il dialetto, sia per quel che concerne lo stile di vita; ma il conflitto rese saliente il parametro religioso e quindi la barriera separò categorie religiose, e non economiche, sociali e di ideologia politica. Vi erano relazioni amichevoli tra gruppi, ma diverse pratiche sociali li separavano, specialmente al di fuori degli ambienti urbani, dove i matrimoni misti erano rari e le amicizie erano monoetniche, così come lo erano i colleghi di lavoro. I matrimoni misti non erano comuni non per una questione di xenofobia ma perché creano complicazioni di adattamento a tradizioni diverse che molte persone preferiscono evitare. Era più facile frequentare e coniugarsi a persone che condividevano le medesime pratiche e che erano già inserite nel medesimo reticolo di obblighi reciproci dei propri genitori. Insomma, la sfera pubblica era condivisa ma quella dell’intimità era separata (Bringa, 1995). La Bosnia rurale era una società plurale, nell’accezione di Furnivall (1948): “Essa è, nel suo senso più stretto, una mescolanza, poiché essi si mescolano, ma non si combinano. Ciascun gruppo ha la sua propria religione, la sua cultura e la sua lingua, le sue idee e costumi. Come individui si incontrano, ma solo al mercato, per comprare e vendere. C’è una società plurale, con differenti sezioni della comunità che vivono fianco a fianco, ma separatamente, all’interno della stessa unità politica”. Un po’ come l’Unione Europea, in effetti. Questa separazione spiega perché, una volta che lo stato jugoslavo si sfasciò ed iniziarono le violenze, fu relativamente facile per i fomentatori d’odio rendere così determinanti e disumani i legami etnici, trasformandoli in legami clanici, cioè in una grande famiglia fittizia in cui ogni parente è tenuto ad aiutare e sacrificarsi per gli altri parenti. Un familismo su scala gigantesca reso possibile da un’accorta e scellerata manipolazione simbolica. Le persone non possono scegliere i loro familiari e, allo stesso modo, non fu più possibile scegliere con chi stare: o con noi o contro di noi. Fu la fine del volontarismo e l’inizio del sanguinario dominio del fatalismo. Non importava più ciò che uno sentiva dentro, importava la sua collocazione nell’universo simbolico serbo, croato e musulmano. Ognuno era prigioniero, volente o nolente, nella sua gabbia etnica e poteva solo cercare di allargarla a spese delle gabbie altrui
Nelle città il problema dell’etnocentrismo era molto meno sentito ed i matrimoni misti erano molto più comuni. Le statistiche sui matrimoni misti indicano che in Jugoslavia, fino al 1981, sei milioni di cittadini si erano imparentati attraverso un matrimonio misto, su una popolazione complessiva di poco più di 22 milioni di abitanti. L’integrazione sociale era dunque un fatto, non un’impossibilità (Petrović, 2000). Infatti le città multietniche bosniache resistettero alla propaganda e respinsero l’esortazione a separare le comunità miste. Per questo i Serbi bosniaci furono costretti a tagliare le linee telefoniche tra quartieri etnicamente differenziati. Tagliando le comunicazioni tra le persone si ristabiliscono i confini che la gente ignorava. L’assenza di informazioni non consentiva di farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo e si era più facile preda della propaganda (Ramet, 2005).
Purtroppo la psiche umana è conformata in modo tale che una diversa affiliazione – una distinzione ed un senso di missione – è sufficiente per innescare un processo scismogenetico, ossia la formazione di una frattura. Ma ancora negli anni Ottanta per molti era impossibile immaginare una tragedia del genere. Solo a partire dal 1987 si cominciò a prestare attenzione a quelle Cassandre che avvertivano che c’erano tutti i presupposti per una guerra civile, se le autorità non avessero corretto la rotta (Ramet, 2008). Gli stessi etnografi che lavoravano sul posto, lontano dai centri urbani dove lo tsunami stava montando, non si erano dati pensiero di quel che sarebbe potuto accadere ed effettivamente accadde di lì a pochi anni. C’era sì l’idea di una possibile separazione, ma generalmente non si temeva una guerra civile e certamente non un evento di tale ferocia. In fondo i popoli bosniaci non si erano assaliti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e anche lì c’era stato bisogno dell’intervento nazifascista per scatenare l’inferno. Se l’odio fosse davvero stato una costante, un elemento intrinseco ai rapporti tra le genti jugoslave, allora si sarebbe arrivati ad una separazione netta, in aree etnicamente pure, già da secoli. Se la coesistenza fosse stata davvero impossibile e le relazioni interetniche fossero state realmente troncate come si sostiene ora, perché comunità differenti avrebbero continuato a convivere e risiedere in territori potenzialmente ostili, come hanno fatto? Paolo Rumiz, infatti, parla di incredulità della gente, ignoranza, sorpresa: “NON ESISTE PROVA MIGLIORE FORSE CHE LA BOSNIA NON È STATA DISTRUTTA DALL’ODIO, MA DA UNA DIFFUSA IGNORANZA DELL’ODIO” (Rumiz, 2000, p. 7).
I musulmani pensavano che solo i forestieri (ljudi sa strane) avrebbero creato incidenti. Ma quando queste forze esterne si presentarono alle loro porte, si stupirono nello scoprire che alcuni dei loro vicini si univano ad esse nell’eccidio dei musulmani, nel saccheggio e nella distruzione delle loro case (Bringa, 1995). Questa inconsapevolezza è da attribuire alla distanza dagli epicentri del fenomeno scismogenetico ed alla complessità della convergenza di fattori politici, economici, istituzionali ed ideologici tali da produrre una “tempesta perfetta” che compromise gli equilibri attivando certi meccanismi di progressiva contrapposizione in tutta l’area, anche laddove non c’erano stati dissidi diversi da quelli che s’incontrano in ogni comunità umana. Quel che si può escludere recisamente è che sia colpa di anonimi fattori storici o biologici. Ci furono persone in posizione di autorità che fecero tutto quanto era in loro potere perché accadesse quel che poi successe. Narcisismo ed orgoglio ferito, problemi di autostima, la ricerca spasmodica di un leader carismatico e messianico che conducesse il gregge, fecero il resto. A ciò si aggiunse la convinzione serba, alimentata dal regime, di essere tra i pochi guardiani rimasti dei valori del cuore e dello spirito e contro l’americanizzazione del pianeta (Ramet, 2005).
La pulizia etnica servì prima di tutto a creare le contrapposizioni, non ne fu la conseguenza. Poiché, essenzialmente, c’era un solo linguaggio, serbi musulmani e croati cominciarono a distorcere le loro lingue per andare incontro al mito della separazione. I musulmani introdussero termini arabi al posto di quelli serbi, i croati cercarono di inventarsi un croato puro ed autentico con picchi farseschi come quando si smise di usare il termine hiljada (mille) che era un vecchio termine croato, perché era stato impiegato dal governo jugoslavo, preferendo il sinonimo tisuca. Si distrussero i monumenti dedicati agli eroi della guerra antinazista, perché erano jugoslavi (Hedges, 2003).
Come i nazionalismi precedono l’esistenza delle nazioni e le creano dal nulla, immaginandosi delle comunità che prima non c’erano, allo stesso modo la pulizia etnica produsse legami solidissimi tra i carnefici, che si sentirono uniti dal senso di colpa e dalla necessità di proseguire nell’escalation di odio e violenza per dare un senso alle atrocità compiute in precedenza, in un circolo vizioso di razionalizzazione dell’imbarbarimento progressivo. Ad ulteriore dimostrazione che la maggior parte delle persone coinvolte in questa pratiche mostruose possiede una coscienza e va ritenuto pienamente responsabile di ciò che sta facendo. Il risultato fu che molti serbi bosniaci – ma certamente non tutti, anzi – si distaccarono da quei criteri morali, psicologici e cognitivi che fino a quel momento avevano impiegato per valutare se stessi e gli altri (Ramet, 2005).
La crisi jugoslava non va letta come il risultato di odio etnico. Quel tipo di interpretazione inverte la storia e comincia a leggerla dalla fine. L’odio è arrivato alla fine. Accettare la naturalezza ed inevitabilità delle animosità etniche ne facilita l’insorgere e il trinceramento in appartenenze gelose, possessive, intolleranti e paranoici (Woodward, 1995). Tutti i gruppi si percepivano come vittime, ignorando gli eccessi della propria parte, ignorando le rivendicazioni altrui. Fu uno di quei casi di autismo collettivo che sono molto frequenti nella specie umana. Il fatto è che finché non esiste un vocabolario comune ed una storia condivisa non ci sarà pace, ma solo assenza di conflitto violento.  Ciò non significa deresponsabilizzare le persone. La gente comune non era innocente. Fu dopo tutto una maggioranza di elettori a continuare a votare per dei candidati che avevano enfatizzato la loro eticità e la contrapposizione rispetto agli altri gruppi etnici e a non votare in massa per chi voleva una pacifica convivenza. Queste persone avrebbero potuto e dovuto immaginare che il continuo rilancio di accuse, l’escalation dei proclami e la progressiva polarizzazione avrebbero causato una guerra civile.


SEGUE L'IMPORTANTE CORREZIONE INTEGRATIVA DI GIULIANO GERI (ZANDONAI EDITORE), CHE RINGRAZIO:

"Un piccolo appunto. Non si può, a rigor di logica, parlare di divisioni "etniche" tra popolazioni della stessa etnia (slavi), dunque l'introduzione di un simile concetto è già di per sé la cifra di una manipolazione a fini diversificati, di cui l'Occidente è responsabile al pari della classe politica interna che ha preparato, studiato a tavolino e poi scatenato la dissoluzione. Inoltre non si può parlare di "nazionalità jugoslava", se non in termini particolari. "Narodnost" è proprio la categoria cui si è voluta sostituire quella, impropria, di "etnia". Gli ultimi censimenti chiedevano ai cittadini jugoslavi di esprimere la propria "nazionalità" (serbi, croati, bosgnacchi ecc.). Chi si rifiutava di appartenere a quelle che sarebbero diventate "gabbie etniche", si definiva ufficialmente di "nazionalità jugoslava", senza alcun criterio né sentimento di appartenenza socio-politica che non fosse quella federale. 
Una settimana fa c'è stato il ventennale della caduta di Vukovar, mirabile esempio di come la guerra civile sia stato un evento rigorosamente pianificato".


giovedì 10 novembre 2011

C'è chi cresce e c'è chi arranca




Crescita dei paesi europei nel terzo trimestre:
Italia: +0,3%
Regno Unito:  + 0,2%
Germania/Olanda: + 0,1%
Francia: crescita nulla
Spagna: crescita nulla

sabato 5 novembre 2011

Se aspettate la cavalleria cinese, state freschi!





In Cina le autorità hanno il loro bel da fare a tenere sotto controllo l’inflazione (oltre il 6%). Le banche sono restie a concedere prestiti e così diverse industrie non sono più in grado di pagare i propri operai. Un problema che riguarda anche il settore pubblico, in teoria quello più al riparo dai rovesci economici. Migliaia di operai non ricevono la paga da settimane, in alcuni casi persino mesi (come in Grecia). I ferrovieri, in particolare, sembrano tra i più colpiti. Vale la pena di notare che la Cina ha puntato proprio sugli investimenti ferroviari per superare la crisi. Oggi solo un terzo dei progetti ferroviari non è stato soppresso o ridotto. Questa è una delle ragioni per cui la società cinese è in subbuglio e incidenti e rivolte sono diventati frequentissimi.
La crisi dei subprime cinesi deve ancora esplodere, ma succederà molto presto, perché i prestiti sono accordati ai governi locali che, ora, sono per l’80% a rischio di insolvenza perché hanno puntato tutti sulla vendita di terreni edificabili, aiutando gli imprenditori ad investire e, ora che la bolla sta per esplodere…
…non riusciranno a farsi restituire i finanziamenti:
“Lontano dall'indicare una qualsiasi soluzione, l'editoriale di Bloomberg ammette che "ci sono poche cose che i dirigenti del mondo sviluppato possono fare per influenzare le sorti della Cina". Ha continuato: "Sarebbe meglio per gli Stati Uniti e per il mondo concentrarsi sulla limitazione della loro propria vulnerabilità. Più conserveranno una crescita appena a ridosso dello zero, più rischieranno di cadere nella recessione in caso di choc improvviso, come una sindrome cinese". Questo commento sottolinea il fatto che invece di essere capace di salvare il capitalismo mondiale, la Cina stessa sta diventando rapidamente una fonte di grande instabilità economica, alimentando la crisi mondiale in continuo aumento”.
Non ci sarà alcun atterraggio morbido per la Cina. I Cinesi, come i Francesi in Europa, sono un popolo orgoglioso e pugnace ed è prevedibile che la faranno pagare cara ai propri politici. 
Tutto questo significa che il modello alternativo di sviluppo – quello centralizzato – non solo non funziona, ma causa guai anche peggiori di quello occidentale, più liberalizzato. L’idea di un accorpamento dei poteri per gestire tecnocraticamente la modernità liquida è perciò una solenne sciocchezza.  
La Cina non potrà soccorrere nessun altro paese, neppure se stessa (già l’idea che pensi di poterlo fare il Giappone, malmesso com’è, fa sorridere) e quindi lo scenario più probabile è quello di una drammatica contrazione dell’economia mondiale, con tutto quel che ne consegue.
Sta già succedendo in Australia:
Immagini delle “città fantasma” cinesi, vittime della fallimentare frenesia speculativa:

mercoledì 2 novembre 2011

Che cosa sta succedendo in Grecia? (1)

  




PREVISIONE: 
QUANDO la Grecia getterà la spugna, sarà seguita da Italia, Spagna e dall'intero sistema bancario francese, cioè dalla Francia nel suo complesso. In seguito diventerà altrettanto chiaro che quello britannico è zeppo di titoli tossici anche più di quello francese. KABOOM!
Ma procediamo con ordine.
Il primo ministro greco ha promosso un referendum sulle misure di austerità. Successivamente ha anche provveduto a fare in modo che i vertici delle forze armate greche fossero sostituiti in blocco (Esercito, Marina e Aeronautica), con sei giorni di anticipo rispetto alla data prevista, assieme ad una dozzina di alti ufficiali (fonte: BBC). L’esercito greco detiene il record europeo di acquisti di materiale bellico, con una media del 2,9% del PIL, a fronte di una media dell’1,7% dei paesi Nato europei. Però mancano i soldi per pagare le pensioni agli ex ufficiali.
La CIA paventa un possibile golpe in vista di probabili disordini sociali senza precedenti. La maggioranza di Papandreu si assottiglia, il suo ministro della finanze, Evangelos Venizelos ripudia pubblicamente la decisione di andare ad un referendum. Le borse crollano. Papandreu è ora il bersaglio delle critiche di tutti i pezzi grossi dell’Unione Europea ma anche della sinistra greca, che teme che voglia politicizzare le forze armate per poterle meglio controllare in caso di oceaniche proteste popolari.
L’uomo dietro l’ideazione del referendum è il Ministro degli Interni Charalambos “Charis” Kastanidis che già in più di un’occasione ha messo in discussione l’efficacia di una terapia a base di misure di austerità, incolpato i grandi interessi finanziari di imporre la loro volontà a paesi sovrani e suggerito di seguire la via dell’Argentina, per evitare che il tenore di vita greco crolli a livelli impossibili da tollerare. Paladino dei diritti umani, suo padre morì a causa delle persecuzioni della dittatura dei Colonnelli. È determinato a sentire il parere dei Greci su quanto siano disposti a rinunciare.
C’è comunque chi pensa che questa decisione apparentemente autodistruttiva – almeno nel breve, ma presumibilmente salvifica nel lungo termine – sia stata in realtà concordata con la Germania, anch’essa non particolarmente felice di dover sborsare cifre astronomiche per coprire la sovraesposizione delle banche francesi con la Grecia. In questo caso Sarkozy (e con lui la Francia) sarebbe stato, implicitamente, sacrificato.
Non so dire quanto questo scenario sia plausibile. Comunque non giurerei sulla tenuta dell’alleanza Merkozy. La Merkel non ha espresso alcun parere, Sarkoy è andato su tutte le furie, Angelo Venizelos (l’alleato dei banchieri all’interno del governo) è stato virtualmente escluso da ogni decisione del governo greco.
Ora Papandreu rischia di doversi dimettere o comunque essere sfiduciaato. Gli investitori pare lo diano per spacciato:
Tra i papabili alla successione si fa insistente il nome di Lucas Papademos, ex membro del board della BCE:
Evidentemente i governi democratici sono un po’ troppo democratici per i gusti dei maggiorenti dell’alta finanza. È facile prevedere cosa faranno i Greci quando saranno governati da un banchiere che fa gli interessi dei suoi compagni di merenda.
“Papandreu, per molti, è diventato un paladino dei diritti dei cittadini contro la tecno-pluto-burocrazia europea percepita come oppressiva e disumana: un chiaro segno di come il progetto dell’Unione Europea debba rinnovarsi democraticamente e radicalmente se non vuole tramutarsi da sogno a incubo”.
Ma se il referendum riguardasse l’uscita o la permanenza della Grecia nell’area euro allora la democrazia diretta diventerebbe uno strumento per far ingoiare ai Greci riottosi delle decisioni dalle conseguenze terrificanti, come se non lo fossero già state a sufficienza quelle precedenti. I Greci presumibilmente non vorranno fare la fine degli Ungheresi, con il loro fiorino agganciato al franco svizzero che ha inferto il colpo di grazia all’economia magiara.
D’altra parte tutti, inclusi la Merkel e Sarkozy sapevano bene che il governo greco stava meditando di indire un referendum fin da LUGLIO:
Tutti i governi europei lo sapevano, quel che non sapevano era la data in cui si sarebbe tenuto. Dunque i leader europei – e in particolare il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker - stanno mentendo:
Da qui al giorno del referendum i Greci saranno bombardati di scenari apocalittici su quel che succederebbe alla Grecia se uscisse dall’eurozona e se non adempisse alle richieste dell’UE/BCE.
Tutto questo è in gran parte colpa di Papandreu, che ha continuato a guadagnare tempo, invece di mostrare gli attributi e sbattere in faccia all’Europa la verità: l’intero assetto istituzionale dell’Unione Europea è marcio ed antidemocratico:
I Greci faranno la fine degli Spartani alle Termopili e forse finiranno ugualmente per diventare uno stato vassallo, un misero protettorato. La questione è capire se gli altri popolo si saranno svegliati dal torpore e dall’ipnosi indotta dalla propaganda, se avranno capito che il mercato non si autoregola, che la finanza sta falciando milioni di esistenze  per il profitto di poche migliaia e che tutte le maggiori economie mondiali stanno affondando, non solo quelle dei PIIGS. A quel punto si arriverebbe ad un “giubileo del debito”:
…che farebbe molto male ai soliti sospetti e molto bene – nel medio e lungo termine – al 99% della popolazione globale (es. Argentina)
Nel frattempo la Camera del Commercio Ellenica prevede altre 150mila bancarotte e quasi mezzo milione di posti di lavoro perduti nel settore privato, su una popolazione di 13 milioni di abitanti.
Il giurista austriaco Günter Tews, che risiede ad Atene, ha così riassunto le devastazioni imposte alla Grecia, definendole un genocidio finanziario:
Qui un articolo che mina alle fondamenta il mito della cicala greca:

LINK UTILI

venerdì 28 ottobre 2011

Nuovo Ordine Europeo


Stiamo andando verso gli Stati Uniti d'Europa. 


Io sono contrario e qui di seguito spiegherò perché:
Il concetto che stanno martellando in testa all’opinione pubblica europea è che occorre un'Europa più accentrata, più unitaria, perché il sistema va consolidato e stabilizzato. Si deve passare da una confederazione ad una federazione. Lessicalmente, quest'ultima sembra una differenza da poco, ma non lo è. La confederazione è un'unione di stati che conservano la propria sovranità e si accordano su quegli strumenti ed istituzioni che servono a mantenere la pace e la cooperazione. La federazione è una cosa come la Svizzera o gli Stati Uniti, dove gli stati cedono la loro sovranità ad un'entità giuridico-politica che li sovrasta e non possono più tornare indietro. L’Unione Sovietica era una federazione. Originariamente la Svizzera era una confederazione: di qui la sua denominazione di Confederazione Elvetica, sebbene non abbia più nulla di confederale. Ci volle una guerra civile per completare la transizione:
“Nel 1848 una nuova costituzione pose termine alla grande indipendenza di cui godevano i cantoni trasformando la Svizzera in uno stato federale (benché il nome di confederazione fosse mantenuto)”.
Ora io mi chiedo, e lo domando anche ai lettori: ha senso che una vasta maggioranza di cittadini italiani sia favorevole a maggiori autonomie regionali e locali e nel contempo debba subire un processo centralistico a livello europeo imposto dall’alto?
Io la considero una svolta pericolosa (rischio di guerra civile o rivolte, come fu il caso degli Stati Uniti, o del Canada, o dell’India, o del Messico) – per non dire sovversiva – che non serve gli interessi dei cittadini ma esclusivamente quelli delle oligarchie dominanti, quelle stesse che hanno permesso che la finanza governasse l’economia e l’economia governasse la politica, svuotando di ogni contenuto e valore l’idea stessa di democrazia.

IL PRECEDENTE DEGLI STATI UNITI

Siamo alla fine del diciottesimo secolo e si sta decidendo se i 13 stati ratificheranno la Costituzione [Trattato di Lisbona]. Gli stati che non l’avessero ratificata non sarebbero stati considerati parte dell’Unione.
Molti sono contrari alla creazione di un governo federale. I posteri li hanno denominati “anti-federalisti”. In massima parte contadini, artigiani e piccoli commercianti, ma rappresentati da alcune menti di grande levatura e diversi padri fondatori. La media e grande impresa ed il settore bancario erano invece schierati con i federalisti. Gli antifederalisti sostenevano che ogni stato avrebbe dovuto esercitare la propria sovranità. Non volevano una grande quercia che facesse il vuoto nel sottobosco circostante e denunciavano gli allarmismi di chi affermava che senza una nazione continentale il caos avrebbe avuto la meglio. In pratica entrambi gli schieramenti erano d’accordo su una sola cosa: si trattava di una decisione fondamentale che avrebbe segnato drammaticamente le sorti di milioni di cittadini. Prego i lettori di notare le numerose analogie con la situazione odierna in Europa. Passiamo ora all’approfondimento delle argomentazioni messe in campo dalle due parti.

Tesi degli anti-Federalisti:

  1. la confederazione va già più che bene: c’è pace, c’è stabilità, c’è prosperità. Si sta meglio in una confederazione di repubbliche di dimensioni più ridotte, meno militariste, unite dalla gestione della politica estera e delle questioni di interesse generale [Europa dei popoli, non dei tecnocrati];
  2. le riforme devono riguardare essenzialmente la regolamentazione dell’economia e del fisco [finanza, fisco e mondo del lavoro];
  3. non si attua una radicale riorientamento delle istituzioni dall’alto: serve il consenso popolare [referendum];
  4. non vi è bastata la lezione del dispotismo britannico? Volete tornare al passato? [nazismo e comunismo]
  5. potere troppo accentrato, alto potenziale di corruzione e minaccia di sviluppi oligarchici e tirannici [Bruxelles];
  6. troppo pochi rappresentanti per così tanti cittadini (eccessiva separazione tra elettorato ed eletti – lo pensava anche Montesquieu) [Strasburgo];
  7. mancanza di una carta dei diritti: per rabbonire gli anti-federalisti nel 1791 fu approvata la Bill of Rights, ossia l’insieme dei 10 emendamenti alla Costituzione che ha preservato la democrazia negli Stati Uniti nonostante le molteplici aggressioni autoritarie dall’interno [costante violazione dei diritti nella Guerra al Terrore, nelle politiche sull’immigrazione e sul diritto di espressione e protesta];
  8. drastico ridimensionamento dell’autonomia dei governi locali, gli unici strettamente a contatto con la realtà locale, eredità della lotta rivoluzionaria contro la monarchia inglese [autonomie locali];
  9. unica capitale federale diventerebbe un ricettacolo di parassiti e politicanti (“Washington ladrona!”) [Bruxelles];
  10. massimo di democrazia diretta nel quadro del completo rispetto della carta dei diritti (Bill of Rights), per evitare la tirannia delle maggioranze [Commissione Europea, Banca Centrale Europea];
  11. forte rischio di una burocrazia federale ipertrofica ed onnipotente [Unione Europea];
  12. mancanza di procedure che consentano le rotazioni periodiche delle mansioni, in modo che nessuno si “incolli” alla sua poltrona, e di togliere la delega in caso di incompetenza o disonestà [problema globale];
  13. eccessive prerogative assegnate al presidente, senza che ci sia la minima certezza che sia invariabilmente una persona proba [svolta presidenzialista, proposta di candidare Tony Blair, un criminale di guerra];
  14. l’istituzione di un esercito professionale permanente è un errore. Meglio le milizie locali, che non rappresentano mai una minaccia per la democrazia e i diritti civili e non instillano nei cittadini quella mentalità guerriera, aggressiva che affligge le nazioni europee (le guerre devono essere solo difensive) [imperialismo “umanitario”, minacciato impiego dell’esercito nelle città inglesi durante le recenti rivolte];
Le tesi dei federalisti, che alla fine prevalsero:

  1. la situazione è drammatica: siamo sull’orlo della bancarotta e dell’anarchia a causa di un governo confederale impotente [crisi dell’euro e delle banche];
  2. un governo centrale forte può promuovere la crescita del commercio e dell’economia in genere: ha maggiori poteri di coordinamento [idem];
  3. si può difendere meglio dalle aggressioni esterne [guerra al terrore e Iran];
  4. può mantenere meglio l’ordine (il panico causato dal Terrore Rivoluzionario francese fu impiegato dai Federalisti per allarmare la popolazione paventando futuri sanguinose rivolte) [guerriglia urbana];
  5. riduce i rischi di una guerra civile [morte ai PIIGS];
  6. riduce la faziosità ed i particolarismi [Anders Behring Breivik];
Antifederalisti vincono in 2 stati su 13: North Carolina e Rhode Island [No di Francia, Paesi Bassi e Irlanda alla Carta costituzionale ed al Trattato di Lisbona]. In quattro altri stati perdono per una manciata di voti (differenza di una quarantina di voti su 684 in totale). Solo 12 quotidiani su un centinaio si schierarono con gli anti-federalisti [mezzi di informazione in gran parte asserviti al pensiero unico dell’UE tecnocratica].

11 settembre 2001
In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, si è registrata una nuova svolta autoritaria della democrazia statunitense, dopo la Paura Rossa del 1917-1920: (http://it.wikipedia.org/wiki/Paura_rossa)
ed il Maccartismo del 1950-1954 (http://it.wikipedia.org/wiki/Maccartismo)
Il futuro potrebbe rivelarsi ancora più tetro:

Bibliografia:
Michael Allen, “Anti-Federalism and Libertarianism”,  Reason Papers, 7 (Spring, 1981), 73-94.
Robert P. Davidow (ed.), Natural Rights and Natural Law: The Legacy of George Mason, Fairfax, Virginia: George Mason University Press, 1986.
Rachel Hope Cleves. The Reign of Terror in America: Visions of Violence from Anti-Jacobinism to Antislavery. New York: Cambridge University Press, 2009.


INTEGRAZIONI E CORREZIONI A CURA DI MARIO GIULIANO:
“Il tuo pezzo è largamente condivisibile nelle sue conclusioni e anche i paragoni con gli Stati Uniti e la Svizzera sono interessanti. Quello che manca è forse una carrellata della storia della costruzione dell'Unione Europea e delle sue implicazioni di diritto costituzionale. La Comunità Europea nasce con competenze molto ristrette (energia atomica, carbone e acciaio, commercio) tra un gruppo ristretto di appena sei Stati. Fin dall'inizio la dottrina evidenzia e critica il carattere antidemocratico della struttura dell'organismo internazionale, anche se ciò non preoccupa date le ristrette competenze. Questo mantra viene poi ripetuto per più di mezzo secolo senza che nessuno faccia nulla di sostanziale per cambiare le cose, finché esteso il numero dei paesi a più di venti, e con il numero dei paesi anche delle competenze, la soluzione diventa quella di introdurre il voto a maggioranza ponderata che consente a pochi paesi grandi con l'alleanza di alcuni piccoli, di imporre con la prepotenza il loro volere a tutti. Al tempo stesso al Parlamento Europeo, che comunque è poco rappresentativo essendo i suoi membri troppo poco numerosi per rappresentare centinaia di milioni di persone di più di venti paesi, vengono attribuiti alcuni diritti di voto che però risultano pressoché cosmetici. Detto questo fare dei paragoni con le confederazioni e le federazioni del passato è forse fuorviante dal momento che la Comunità Europea parte in sordina come un organismo internazionale che è molto meno di una confederazione, e mira però ormai chiaramente a diventare una sorta di federazione molto accentrata senza i necessari passaggi costituzionali (id est assemblea costituente), ed anzi coartando surrettiziamente, e con profili penalmente rilevanti per praticamente la generalità dei politici europei coinvolti, le costituzioni dei singoli paesi, cioè in definitiva la loro storia. In tutti gli ordinamenti degli stati europei ci sono norme che puniscono severamente questo genere di comportamenti come attentato alla Costituzione o Alto Tradimento. E questo non si fa per dabbenaggine o inconsciamente ma dolosamente. Infatti dopo il fallimento della ratifica della Costituzione Europea, che peraltro era stata redatta in modo scorretto dal punto di vista costituzionale, senza una assemblea costituente, si è infatti esplicitamente inteso reintrodurne i medesimi contenuti con il Trattato di Lisbona, senza dare voce ai popoli (tranne l'infortunio irlandese poi bypassato con un secondo referendum). Naturalmente i perpetratori di questo crimine ai danni dei popoli europei, della loro storia e della loro cultura, si giustificano ammantando tutti i loro turpi atti della glassa dolciastra e nauseabonda della missione di pace: è grazie all'Unione Europea che i popoli europei sono in pace dal 1945, dicono. Affermazione di cui è facile misurare non solo la falsità ma anche la stupidità semplicemente passando in rassegna a tutte le guerre, di vario genere, combattute dal 1945, e alle quali gli europei hanno dato, in un modo o nell'altro, il loro contributo”.

…che allega i seguenti video:

·      “A proposito della propaganda europeista sull'efficacia dell'UE per assicurare la pace utile vedere questo: http://www.youtube.com/watch?v=5-xaGTrqmGU&feature=related, Mary Lou McDonald allo Shannon International Peace Festival. Gigantesca, e non solo fisicamente”;
·      “Mary Lou McDonald sui diritti dei lavoratori nel Trattato di Lisbona: http://www.youtube.com/watch?v=p1AcYvw6Snc&feature=related, ed oggi assistiamo in Italia al progredire della controrivoluzione neoliberista nella demolizione di una lunga tradizione giuslavorista”;
·      “Il Trattato di Lisbona spiegato da Peter Jens Bode (DK): http://www.youtube.com/watch?v=Vo0QtoguAOI&feature=related, in inglese, con interventi d'aula di Mary Lou McDonald”;
·      “Un istruttivo riassunto del colpo di stato di Lisbona (anzi dei colpi di stato): http://www.youtube.com/watch?v=Nn5JIHK_IHU&NR=1, fantastica la stroncatura del Kapò Schulz da parte della teologa danese al minuto 9:54”;


Lo ringrazio moltissimo.