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sabato 28 gennaio 2012

Il Grande Pacificatore, l'androginia e l'equilibrio tra bene e male





For a New World Order to live well


La società di oggi non accetta facilmente la mia esistenza…Se mi guardo attorno, non c’è un luogo dove mi senta accettato. Non c’è qualcuno con cui poter parlare della domanda filosofica più importante: ‘Perché viviamo?’ Le menti dei miei compagni di scuola sono troppo impegnate a preparare i test d’ingresso alle scuole superiori e non si possono permettere di parlare delle apprensioni del cuore. Nell’educazione contemporanea si pone l’accento sul come realizzare l’obiettivo di passare il test d’ingresso piuttosto che discutere di questioni relative alla dignità umana. Non si capisce quanto importante sia pensare e parlare dei problemi della vita.

Studente giapponese, intervistato dalla filosofa ed educatrice giapponese Naoko Saito

L'idea della congiunzione degli opposti - la coincidentia oppositorum - che accomuna tanto il pensiero di Jung quanto quello di Eliade alla tradizione orientale e al pensiero mistico - non solo anima una più vasta concezione dell'essere umano in quanto unità psico-soma e unità microcosmo-macrocosmo ma diventa anche uno dei motivi che ritornano con forza all'interno della cultura del Novecento, sia come forza di un archetipo che si impone autonomamente, sia come fascinazione di un'idea che permette di riscoprire e attivare l'archetipo operante in ogni individuo.
Aldo Carotenuto, Jung e la cultura del XX secolo, Milano: Bompiani, 1995, pp. 77-78

I fattori che si uniscono nella Coniunctio sono intesi come opposti, i quali si fronteggiano ostilmente o si attraggono amorevolmente l’un l’altro.
C. G. Jung, “Mysterium Coniunctionis”

Lorsqu'on est appelé à régénérer un État, ce sont des principes constamment opposés qu'il faut suivre.
[Quando si è chiamati a rigenerare lo Stato, occorre seguire dei principi che siano in costante opposizione]
Napoleone Bonaparte

Gesù disse loro: “Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno”.
Tommaso, 22.

Simon Pietro gli disse, "Lasciate che Maria se ne vada, poiché le donne non meritano la vita" Gesù disse, "Io stesso la guiderò in modo da farla maschio, così anche lei potrà diventare uno spirito vivente somigliante a voi maschi. Poiché ogni donna che farà se stessa maschio, entrerà il Regno dei Cieli”.
Tommaso, 114.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che arreca gaiwoh (equanimità, virtuosità), skenon (salute) e gashasdenshaa (potere). Gaiwoh è la giustizia realizzata tra uomini e nazioni ma è anche l’aspirazione a vedere che la giustizia prevalga. È un desiderio più forte del piacere e del bisogno di avere ragione: è un tipo di amore. Skenon è chiarezza di intendimento e integrità fisica, due precondizioni per l’ottenimento della vera pace. Gashasdenshaa è l’autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali. La società ideale è quella della casa comune in cui ciascuno ha il suo focolare, ma si convive sotto lo stesso tetto. Là il pensare rimpiazza l’uccidere.
Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago, per convertirlo. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – ed assomiglia anche a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore ce la fa con un trucco. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il cattivo sta per preparare il suo pasto umano, cosicché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo. Scioccato, Atotarho cade in depressione, ma il Grande Pacificatore lo aiuta: lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso del male per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). La chiave della conversione è la volonà di non imporre la verità o la spiritualità su chi non è pronto a riceverla. Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante. Viene “sconfitto” e si converte quando in lui si risveglia la consapevolezza del potere dell’amore e della sapienza che è in lui. All’intensità della sua resistenza – non ascolta ragione, non sono gli argomenti a persuaderlo – corrisponde l’intensità della sua bontà. In questa tradizione irochese il male degli uomini è bontà malindirizzata e malconcepita, malintesa, è amore che opera spinto da una paura sbagliata, uno sforzo equivocato nei mezzi e nelle finalità, uno spirito aggiogato ad un padrone disperato, energia umana sprecata, guastata e deviata dal suo corso migliore.
In generale penso che sia così, ma c’è almeno un’importante eccezione:

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Gli antropologi hanno spesso notato che le comunità dei popoli “tradizionali” erano spesse bipartite in una metà bassa ed una alta, Terra e Cielo, estate e inverno, pace e guerra, femminile e maschile, legate da rapporti al tempo stesso di rivalità e di cooperazione ed accompagnate da una gestione duale dei poteri da parte di un capo civile e di uno religioso. Nell’ambito mitologico la bipartizione trova riscontro nel mito delle origini, che assegna a due eroi culturali, talora gemelli o comunque fratelli, il merito di aver fondato la comunità, mentre, nella concezione dell’universo, alla bipartizione del gruppo sociale corrisponde quella del resto dell’universo degli esseri e delle cose dell’universo, distinti ed aggregati per accoppiamento di opposti: Rosso e Bianco, Chiaro e Scuro, Giorno e Notte, Nord e Sud, Est ed Ovest, Cielo e Terra. Questo stesso aspetto è evidente anche in Cina, dove la polarizzazione yin-yang, che si manifesta già nelle realizzazioni artistiche di epoca shang, mostra la tensione verso una coincidentia oppositorum, una congiunzione che risulta evidente nell’iconografia che mostra gufi con occhi solari ed emblemi della luce adornati con simboli della notte e dell’oscurità, in modo da rappresentare la ciclicità del processo di alternanza tra le due manifestazioni cosmiche complementari.
In Grecia abbiamo Dioniso e Apollo, che varie raffigurazioni ritraggono come androgini. Lo spirito apollineo è razionale, formale, luminoso ed armonico, all’insegna misura e proporzione. Lo spirito dionisiaco è estatico, creativo, oscuro, all’insegna della passione sensuale. Eros e Thanatos, l’impulso creativo e limpulso entropico/distruttivo (anche autodistruttivo).
Empedocle insegnava che l’universo è in costante metamorfosi, si genera e decade, grazie a Amore e Discordia/Odio, che operano in tutto ciò che è animato e in tutto ciò che è inanimato. Eros unisce tutte le forme di vita e Thanatos le separa e le disperde. Composizione e decomposizione sono forze di eguale intensità, eterne e mescolate in ugual misura in tutte le cose, in un’interazione necessaria.
Gesù il Cristo è un maestro delle contraddizioni, delle antinomie. Esaminiamo alcune delle sue parabole:
Buon Samaritano: il “degenerato” è un giusto, il “giusto” è un degenerato. Vignaioli: i primi saranno gli ultimi, gli ultimi saranno i primi. Figliol Prodigo: il ribelle è festeggiato, l’obbediente si ribella. L’esattore delle tasse e i farisei: il peccatore è salvato, il salvato è peccatore. Il seminatore: l’abbondanza di semi non garantisce una buona mietitura, pochi semi possono dare buoni frutti. Giudizio Finale: chi sembra celebrare il Cristo è invece servo dell’Anti-Cristo e chi è perseguitato è invece il vero credente. La pecora perduta: quella persa vale più delle 99 salvate.
Analogamente, il vangelo greco degli Egiziani, che è databile tra la fine del I secolo e la metà del secondo secolo a.C., descrive il modo in cui sarà possibile avere accesso al Regno di Dio:quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”. La Seconda lettera di Clemente, analogamente, riporta: “interrogato da qualcuno su quando verrà il Regno, il Signore stesso rispose: “quando i due saranno uno, il fuori come il dentro e il maschio con la femmina né maschio né femmina”.
Anche nei vangeli canonici il superamento (limitatamente alla sfera psicologica e spirituale) del dimorfismo sessuale è implicito nella risposta di Gesù agli apostoli che gli chiedono cosa si debba fare per assicurarsi un posto nel Regno dei Cieli: “Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. (Matteo 18, 2-4). Come pure negli effetti della gloria: “E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità” (Giovanni, 17:22-23). Paolo di Tarso esprime una posizione assolutamente conforme: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3, 28). Che riafferma in una diversa epistola (Colossesi, 3, 8-11): “Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”.

Le tradizioni che oggi consideriamo primitive ci educherebbero, se badassimo ai loro precetti. Ci siamo pericolosamente imbarbariti. Pericolosamente per noi e per tutto ciò che ci circonda.
Come abbiamo visto, vi è una diffusione planetaria e trans-temporale di riti e miti riguardanti la ricomposizione unitaria della coppia binaria, indice del riconoscimento universale dell’importanza del principio della coincidenza degli opposti.
Apprendiamo che le parti sono in equilibrio, si incontrano e fondono agli estremi, due metà di un cerchio. Nel punto di congiunzione dei semicerchi si crea un perfetto equilibrio. Senza una metà non c’è l’altra, senza oscurità non c’è luce, in un grande ciclo naturale pedagogico (caduta e redenzione).
Apprendiamo che l’equilibrio è naturale. Una parte della creazione procede verso lo squilibrio (che considera equilibrio) e l’altra verso l’equilibrio: assieme generano un equilibrio dinamico. Le forze opposte nella natura si incontrano ed il risultato può essere una polarizzazione in un senso o nell’altro, oppure si può raggiungere un equilibrio simmetrico, o un equilibrio parziale su un versante o sull’altro. Ogni potenziale si realizza nei punti di intersezione. Tutto è parte dell’equilibrio che compone ciò che chiamiamo Universo, o Creazione. 
È possibile ipotizzare – è lecito augurarsi – che la condizione di evidente decadenza del presente sia il modo in cui il sistema può ritrovare un equilibrio simmetrico:

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I popoli che gli Europei hanno considerato incivili intendevano la pace in modo molto diverso dal nostro, che corrisponde da vicino alla quiete che segue la vittoria di una fazione sull’altra (cf. Napolitano che ingiunge agli Italiani di perseguitare gli antisemiti ovunque essi siano, in manifesta violazione dei principi costituzionali). La loro pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male”. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta. Persino la guerra era inclusa nell’idea di pace, una guerra condotta in un certo modo e con certe motivazioni. L’assolutismo pacifista era completamente estraneo alla loro mentalità ed è un’invenzione della modernità europea.
Vivere in pace significava accogliere la vita in tutti i suoi aspetti, le quattro direzioni cardinali, tutte le creature.
Il contrario di questo significato della pace e della giustizia è quello che divide e separa le parti della realtà e le mantiene distinte, un moralismo che sminuisce l’interconnessione della vita. Ci sono cose che vanno distrutte e persone che vanno uccise (es. Hitler/Stalin), ma non certo per plasmare il cosmo a nostro piacimento, bensì unicamente perché il cosmo si ricostituisca, per conto suo.
Non è che il bene e il male non esistono, anzi, - male è: dolore e timore insensati, brutali, crudeli, futili perché irredimibili, lo spreco di vita, l’ingiustizia titanica, la rabbia sorda e violenta. Il punto è che sono interdipendenti. Ciò che è oggettivamente buono è la realtà nella sua interezza e ciò che è oggettivamente cattivo è la sua frammentazione. Ciò che alla mente ordinaria appare come opposizione, contrasto e contraddizione è un’unità trascendente, la riconciliazione dei contrari interconnessi, chiamata coincidentia oppositorum. Pace e giustizia discendono da tale comprensione. La vita è una relazione misteriosa ed intima tra forze opposte e la legge dovrebbe essere ciò che preserva questa relazione e, nel farlo, il dinamismo della vita. La Caduta è l’illusione che i contrari si escludono a vicenda.
I monoteismi sono male perché diffondono l’idea che ci sia una parte della natura umana che deve essere distrutta, senza che sia possibile ricostituire l’unità fondamentale dell’essere. Questo male nasce proprio dalla scelta umana di escludere le forze del “male” dalla nostra vita e dalla nostra mente consapevole. Quando questo male viene isolato, cresce fino a distruggere un bene che, innaturalmente separato, è indifeso. Da qui scaturiscono il razzismo, il segregazionismo, la guerra sterminatrice, la pulizia etnica, il genocidio e tutto l’orrore di cui siamo capaci.  
La pace non è un qualcosa di passivo, non è assenza di conflitto, ma una forza che armonizza le azioni e gli impulsi della vita umana in tutte le loro molteplicità e contrasti. La forza che chiamiamo pace è, nell’universo e nell’individuo, una qualità della mente, un’energia cosciente.
La pace fa da ponte tra due forze contrapposte. Il male è la forza che ostacola fatalmente l’azione della forza riconciliativa, la discesa della colomba, lo Spirito Santo, nella vita umana. Opporsi a ciò che è buono (es. attraverso l’intolleranza delle diversità che non violano la legge, l’ingiustizia, la violenza contro l’ambiente, la tortura, la guerra, ecc.) non è un peccato imperdonabile. Imperdonabile è ostruire il corso della riconciliazione tra il bene e ciò che lo antagonizza. Satana deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario. Il diavolo viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. Nella sua prima forma il demonio è uno strumento divino e serve delle sacre finalità. Per questo Gesù chiama Pietro “Satana” ma gli ordine di mettersi dietro di lui come discepolo – “va dietro a me, Satana”, in luogo di quella che è stata per lungo tempo l’errata traduzione “Lungi da me, satana!” (Matteo 16:23) –, quando Pietro dimostra di non aver capito il senso del suo messaggio. Che la Chiesa abbia scelto proprio “Satana” come suo fondatore è estremamente significativo.
È invece irreparabile il male di chi nega lo Spirito Santo e la sua funzione di agente riconciliativo tra i contrari (es. altoatesini e sudtirolesi, bianchi e neri, ebrei e musulmani, cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord, uomini e donne, destra e sinistra, ecc.) e ponte tra l’umano e il divino, ossia chi induce l’uomo a credere di essere solo un animale o una macchina.  
Il cuore della democrazia è apprezzare l’altro anche quando è un mio avversario: fare un passo indietro ed un passo al di fuori di se stessi, dalle proprie emotività e permettere all’altro di pensare, parlare e vivere. La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica in questo mondo, capace di coniugare pragmatismo e misticismo, materia e spirito, esteriore ed interiore, bene e male:
Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere che cosa sia un essere umano, indipendentemente da tutte le distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali; quali che siano i suoi pregi e difetti.

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Pierre-Joseph Proudhon contro la cosiddetta dialettica hegeliana
Nel suo “Philosophie de la misère”, il filosofo politico Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) spiega che fu inizialmente attratto dalla schematizzazione hegeliana del reale in tesi-antitesi-sintesi. Ma poi si accorse che si trattava di un tragico errore. Le antinomie irrisolte, aveva capito, sono feconde per la vita. Senza contrapposizioni tra polarità opposte non c’è vita, non c’è movimento, non c’è progresso; c’è solo inerzia, sterilità. Chi le volesse risolvere sarebbe come chi tagliasse il ramo dell’albero su cui siede. E poi nessuno, neanche un dio, potrebbe comunque riuscirvi. I poli di una batteria elettrica sono indistruttibili ed il problema consiste nel trovare non tanto la loro fusione, che equivarrebbe alla loro morte, ma un loro equilibrio, incessantemente instabile e variabile, in relazione allo sviluppo della società.
Florence Nightingale e Ramsete II
Durante un viaggio in Egitto, nel 1850, Florence Nightingale vede una raffigurazione del faraone Ramsete II, incoronato da Oro e Set, il principio del bene e quello del male. Il male non è rappresentato come un oppositore ma come collaboratore, la sua mano sinistra. Dal bene si origina il male, dal male si origina il bene, dal disordine l’ordine e vice versa. Ciò che appare come male, nella limitata prospettiva umana, è un elemento necessario della completezza dell’universo di Dio. Per la Nightingale, il fine dell’umanità è l’unione con Dio. L’umanità deve realizzare la sua natura divina, questo è il piano divino. Lo può fare solo attraverso la conoscenza delle leggi universali. Ce la farà solo commettendo innumerevoli errori. Il male e la sofferenza sono dovuti all’ignoranza delle leggi divine e del piano divino. Il male fa parte del piano divino perché serve ad istruire la specie umana. Senza il male non ci sarebbe alcun processo evolutivo. L’evoluzione è corale, collettiva, serve uno sforzo congiunto, non un pastore che guidi il gregge.
Albert Camus, il Mediterraneo e il giusto mezzo
Per Camus la luce mediterranea è simbolo di lucidità, equilibrio e misura, in opposizione all’oscurità ed alla dismisura nordica. Il suo modello di vita morale è improntato a una sorta di eroismo altruistico. È a partire dalla misura che è possibile organizzare un mondo tutto umano, tutto plasmato dalla ragionevole, ma limitata, capacità dell’uomo. Già Pitagora, in uno dei suoi detti aurei, aveva sentenziato: “La misura in ogni caso è la cosa migliore”. L’euthymia Democrito la chiama anche euestò, cioè benessere, lo star bene nel mondo, l’aver raggiunto una sorta di equilibrio che non coincide con l’appagamento totale delle proprie pulsioni e dei propri desideri. Lo stato in cui l’animo è calmo ed equilibrato, non turbato da paura alcuna e dal superstizioso timore degli dèi o da qualsiasi altra passione. In ogni aspetto della vita umana, il desiderio innesca un processo di attivazione, capace di rendere operoso e produttivo l’uomo, ma il desiderio deve essere tenuto nei giusti limiti. Se oltrepassa i limiti della metriotes, innescherà un processo di bisogni concatenati che, non potendo mai essere del tutto soddisfatti, causeranno insoddisfazione, tormento e dolore.
Il pensiero meridiano di Camus si qualifica certamente come critica della ragion cinica, come elogio dell’imperfezione moderata, di quella visione della realtà che sa che la vita umana è un misto di bene e di male e che l’uomo non è l’essere capace appagare sempre e comunque tutti i suoi desideri. Nemesi, dea della misura, è fatale ai “dismisurati”. La libertà assoluta coincide col diritto, per il più forte, di dominare: essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano l’ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà.
La coincidentia oppositorum nella musica e nel pensiero greco
Symphonein, in greco, indicava il coro, il concerto. Congiungersi si diceva harmozein. Harmonia proviene dal linguaggio dei carpentieri ed indica la congiunzione delle parti in una struttura complessa, ordinata, equilibrata. Harmonia dev’essere symphonia: non una sola voce o strumento, ma una molteplicità, in una risoluzione delle contraddizioni. Un assemblaggio di elementi separati ma che stanno bene assieme, una miscela (krasis) composita nella tensione tra elementi opposti ma che ben si combinano. Harmonia è figlia di Ares e Afrodite che si attraggono irresistibilmente. Symphonoi sono i toni che stanno bene assieme, diaphonoi quelli non vanno d’accordo. Maggiore è la diversità, più saldo sarà il legame nella loro combinazione, l’armonia degli opposti. Una società civile sana è quella in cui le voci sono diverse e solo in virtù di questa diversità possono formare un coro. 
Un’incredibile simmetria, la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, è quella in cui tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge. Un perfetto equilibrio delle forze, quieto nella sua costante tensione. Un dinamismo bilanciato che mantiene l’immobilità in virtù di tensioni assolutamente proporzionali. Un altro principio estetico greco era quello della palintropos harmonie, l’oscillazione armoniosa, il ritmo dell’universo, in costante mutamento. Anche qui un’armonia contrastante o armonia retrograda: “Interpretando il termine come “tensione”, la lotta tra gli opposti sarà sempre giustamente equilibrata, essendo i vantaggi ottenuti in una regione di forza sempre simultaneamente controbilanciati da uguali vantaggi altrove conquistanti la forza opposta. Interpretando il termine come “oscillazione”, la lotta può in ogni luogo andare a favore di uno dei due opposti, ma alternativamente, essendo l’avvicendamento soggetto a una legge che determina i periodi in cui ognuno prevale”.

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Bibliografia
Carl Gustav Jung, “Aion: ricerche sul simbolismo del sé”, Torino: Boringhieri, 1997.
Mircea Eliade, “Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso”, Milano: Jaca book, 2007.
Joseph Campbell, “Mitologia primitiva: le maschere di Dio”, Milano: Mondadori, 2000.
Toshihiko Izutsu, “Sufism and Taoism: a comparative study of key philosophical concepts”, Berkeley: University of California Press, 1984.
Karl von Meyenn (Hrsg.), “Wolfgang Pauli. Wissenschaftlicher Briefwechsel mit Bohr, Einstein, Heisenberg u.a.”, Bd. I-IV, Berlin 1979-2001.
Ursula K. Le Guin, “The Left Hand of Darkness”, Ace Books, 1969.
James P. Driscoll, “The unfolding God of Jung and Milton”, The University Press of Kentucky, 1993.
Bonnie MacLachlan, “The harmony of the spheres: dulcis sonus”. In: Wallace, Robert W. et Bonnie MacLachlan, eds., Harmonia Mundi: Musica e filosofia nell’ antichità, Biblioteca di Quaderni Urbinati di Cultura Classica (Roma: Edizioni dell’ Ateneo, 1991), pp. 7-19.


giovedì 19 gennaio 2012

Paradiso perduto e riconquistato - Gesù faceva promesse da marinaio?




Ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.
Matteo 10: 22

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Matteo 10: 28

I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?". Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio". Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?”.
Giovanni 10: 31-34

In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Giovanni 14: 12.

La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Filippesi, 3: 20-21

La rivelazione cristiana fu una dottrina dell’eguaglianza fra gli uomini, Dio è il padre e gli uomini sono fratelli. Questa dottrina colpì alla radice quella terribile tirannia, che soffocava il mondo civilizzato, essa frantumò le catene degli schiavi e distrusse quel grande inganno, che permetteva ad un piccolo gruppo di persone di vivere nel lusso a spese del lavoro della massa e manteneva i cosiddetti operai in una posizione inferiore. Ecco perché il cristianesimo primitivo fu perseguitato ed ecco perché, quando divenne chiaro che non si poteva eliminarlo, le classi privilegiate l’hanno svuotato e corrotto. Esso cessò così di essere vittorioso, non fu più il cristianesimo dei primi secoli, divenne il servitore delle classi privilegiate e si mise clamorosamente dalla loro parte.
Henry George

Cos’è la felicità se non la semplice armonia tra un essere e l’esistenza che conduce?
Camus

Non chiedere una descrizione delle terre verso cui fai rotta. La descrizione non te le descrive e domani arriverai lì e le conoscerai dimorandovi.
Emerson

Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

Il lavoro è atto creativo, espressione di ciò che vi è di creativo nel lavoratore. Ogni lavoro che sia privo di ciò è lavoro monotono e il lavoro monotono è sfruttamento, che produce solo il meccanico, il brutto, l’inutile.
Northrop Frye, “L’ostinata struttura”

Soltanto in un ambiente domestico bene organizzato, protetto dalle calamità e dalle corrosive anticipazioni delle calamità, possono fiorire durevolmente le attività più elevate, sollecitudine per i giovani, affetto per i vecchi, spirito di collaborazione alla base dei gruppi e degli interessi rivali, pensiero duraturo e sistematico diretto a raggiungere la verità, libertà di espressione nelle arti, e libertà creativa nell’ambito disciplinato di leggi umane, nelle arti del vivere: in breve un modo di vita nel quale i bisogni biologici e sociali sono intessuti in un disegno culturale ricco e multicolore.
Lewis Mumford, “La cultura delle città”, 2007, p. 274

Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Roma, 1969, pag. 962

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Atti degli apostoli 4, 34-35

Preferisco le cicale che stridono alle formiche che accumulano, gli insetti che cantano a quelli che si vantano….la cicala è un angelo mancato, la formica un forzato riuscito. 
Jacques Lacarrière, “Un jardin pour mémoire”, 1999

Dostoevskij descrive un sogno che ha fatto un 3 novembre, all’età di 46 anni (il protagonista è un suo omonimo), dopo aver pensato al suicidio ed essersi rifiutato di aiutare una bambina in difficoltà che si era rivolta a lui per chiedere soccorso: perché un aspirante suicida dovrebbe preoccuparsi dei problemi altrui? Il sogno è una rivelazione che gli giunge per “premiare” il suo amaro pentimento per la sua indifferenza, che lo ha distolto dal proposito di porre fine alla sua esistenza. Nel sogno commette il suicidio ed un entità misteriosa dall’aspetto umano, senza essere umano, lo conduce via, lontano dalla Terra – “Noi volavamo nello spazio ormai lontani dalla terra” –, passando nei paraggi di una stella che lui crede erroneamente sia Sirio, essendo invece il Sole, un altro Sole, identico all’originale. Il suo Virgilio gli dice: “Vedrai tutto”. Poi lo deposita su un pianeta identico alla Terra: “Sono dunque possibili simili ripetizioni nell'universo, è tale, dunque, la legge naturale?... E se quella laggiù è la terra, possibile che essa sia uguale alla nostra terra... esattamente uguale, disgraziata, povera, ma cara ed eternamente amata, generatrice di un altrettanto tormentoso amore verso di sé, anche nei suoi figli più ingrati, come la nostra?”. In effetti il pianeta sembra proprio essere la Terra: “Esso si ingrandiva sempre più davanti ai miei occhi e distinguevo già l'oceano e i contorni dell'Europa”. È una Terra edenica: “Mi trovavo, credo, su una di quelle isole che formano l'arcipelago greco, o in qualche luogo sulle rive del continente limitrofo a questo arcipelago. Oh, tutto era esattamente come da noi, ma sembrava che ogni cosa ovunque brillasse di una luce festosa e di una grande, santa e finalmente raggiunta solennità”. 
Una Terra di un’epoca precedente alla Caduta di Adamo ed Eva: “E, finalmente, scorsi e riconobbi gli abitanti di quella terra felice. Furono loro ad avvicinarsi a me circondandomi e baciandomi…Non avevo mai visto sulla nostra terra una simile bellezza in un essere umano. Forse soltanto nei nostri bambini nei primissimi anni della loro infanzia si può trovare un lontano e pallido riflesso di quella bellezza. Gli occhi di quegli esseri felici brillavano di una vivida luce. I loro volti risplendevano di intelligenza e di una sorta di consapevolezza compiuta e serena, ma erano volti allegri; nelle parole e nelle voci di quelle persone echeggiava una gioia fanciullesca. Oh, compresi immediatamente tutto, tutto, fin dal primo sguardo! Quella era una terra non lordata dal peccato, su di essa vivevano persone che non avevano peccato, e vivevano in un paradiso simile a quello nel quale avevano vissuto, secondo le tradizioni di tutta l'umanità, anche i nostri progenitori che caddero nel peccato, con la sola differenza che tutta la terra qui era un unico e identico paradiso”.
Là gli esseri umani vivono in armonia con ciò che li circonda, comunicano con gli animali, le piante, le stelle, in una società anarchica e priva dei classici vizi umani (invidia, malizia, gelosia, possessività, aggressività, violenza, tracotanza, prevaricazione, vanità, egocentrismo, superbia) e dove i figli non appartengono a nessuno, ma vengono allevati dall’intera comunità, per permettere loro di esperire ed apprezzare la diversità. Questi abitanti edenici non osservano alcun culto, ma credono nella vita eterna e sono costantemente consci della Creazione. “Ben presto compresi che il loro sapere veniva integrato e alimentato da ben altre intuizioni delle nostre sulla terra e che le loro aspirazioni erano completamente diverse. Essi non desideravano nulla ed erano tranquilli, essi non anelavano alla conoscenza della vita come ad essa aneliamo noi, perché la loro vita era piena. Ma il loro sapere era più profondo e più alto della nostra scienza; poiché la nostra scienza cerca di spiegare che cos'è la vita, si sforza essa stessa di comprenderla per insegnare agli altri a vivere; loro invece sapevano come dovevano vivere anche senza la scienza, e questo lo compresi, ma non riuscii a comprendere le loro conoscenze”.
Per loro la morte non è altro che una transizione verso uno stato di maggiore consapevolezza dell’Essere (e non-Essere): “I loro vecchi morivano placidamente, come se si addormentassero, circondati dalle persone che si accomiatavano da loro, benedicendoli, sorridendo loro, e, a loro volta, accompagnati dai loro radiosi sorrisi. In tali occasioni non vidi mestizia o lacrime, ma regnava soltanto un amore che pareva accrescersi fino all'estasi, ma un'estasi quieta appagata, contemplativa. Si sarebbe potuto pensare che essi continuassero ad essere ancora in contatto con i loro morti, anche dopo la loro morte, e che la comunione terrena tra loro non venisse interrotta dalla morte…Non avevano templi, ma vivevano in una sorta di connaturata, viva e incessante comunione con la Totalità dell'universo; essi non avevano una fede, ma in compenso avevano la ferma consapevolezza che quando la loro felicità terrena fosse giunta a compimento raggiungendo i limiti della natura terrena, sarebbe sopravvenuto per loro, sia che fossero vivi o che fossero morti, un allargamento ancora maggiore del loro contatto con la Totalità dell'universo”.
Il sogno è talmente lucido che Fedor comincia a dubitare che si tratti di una dimensione onirica: è stato forse trasportato in un mondo realmente esistente?
“Sapete, vi racconterò un segreto: tutto ciò, forse, non è stato affatto un sogno! Poiché qui è accaduto qualcosa di un genere tale, qualcosa di così terribilmente vero, che sarebbe stato impossibile sognarselo. Ammettiamo pure che il mio sogno l'abbia generato il mio cuore, ma forse che il mio cuore da solo sarebbe stato in grado di generare quella terribile verità che poi mi è accaduta? Come avrei potuto inventarmela da solo, oppure sognarla col mio cuore? Possibile che il mio meschino cuore e il mio capriccioso e insignificante intelletto abbiano potuto elevarsi fino a una tale rivelazione della verità?”
Purtroppo la sua mera presenza corrompe la società ideale nella quale è stato catapultato: “Il fatto è che io... li corruppi tutti! Sì, sì, finì che li corruppi tutti! Come ciò sia potuto accadere, non lo so, ma lo ricordo chiaramente”.
La comunità decade, degenera, finisce per diventare un duplicato dell’umanità che Fedor si era lasciato alle spalle. Divisioni, contrapposizioni, ripicche, rappresaglie, torture, isolamento, individualismo, egoismo, avidità, venerazione del supplizio e della sofferenza: “Ognuno divenne talmente geloso della propria personalità che si sforzava con tutte le proprie forze soltanto di umiliare e sminuire quella altrui riponendo in ciò tutta la propria vita. Apparve la schiavitù, apparve persino la schiavitù volontaria: i deboli si assoggettarono ai più forti al solo scopo che quelli li aiutassero ad opprimere coloro che erano ancor più deboli di loro. Apparvero i giusti che andavano da quegli uomini con le lacrime agli occhi e parlavano loro della loro superbia, della misura e dell'armonia smarrite e della perdita della vergogna. Essi venivano derisi o lapidati. Sulle soglie dei templi fu versato sangue santo”.
Sprofondati nella più miserevole confusione di lingue, idee e sentimenti, la nuova umanità si affida alla scienza ed al diritto per dirimire la questione di cosa sia vero e falso, giusto e sbagliato, buono e cattivo e per riguadagnarsi la felicità perduta: “Essi si ricordavano a malapena di ciò che avevano perduto e non volevano neppure credere che un tempo erano stati innocenti e felici. Essi ridevano perfino della possibilità di questa loro precedente felicità e la definivano un sogno. Essi non erano neppure in grado di figurarsela in forme e immagini, ma, cosa strana emeravigliosa, pur avendo perduto ogni fede nella loro passata felicità e pur definendola una favola, essi desiderarono a tal punto di essere di nuovo, un'altra volta, innocenti e felici che caddero in ginocchio come bambini davanti al desiderio del proprio cuore, lo deificarono, costruirono templi e cominciarono a innalzare preghiere alla loro stessa idea, al loro stesso «desiderio», perfettamente convinti nello stesso tempo della sua irrealizzabilità e impossibilità, ma adorandolo in lacrime e inchinandosi davanti a esso”.
Fedor, mortificato dagli effetti del contagio da lui provocato, propone loro di crocifiggerlo, nella speranza che tutto torni come prima. Ma i nuovi umani caduti nel peccato ormai dubitano di tutto e di tutti, incluso lui, inclusi i suoi consigli. A quel punto Fedor si risveglia e capisce che non tutto è perduto: “Se infatti una buona volta hai scoperto la verità e l'hai vista, allora sai che quella è la verità e che un'altra non ce n'è, né vi può essere, sia che dormiate oppure viviate…Io ho visto la verità e ho visto e so che gli uomini possono essere belli e felici senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia la condizione normale degli uomini… Ma come edificare il paradiso, io non lo so, perché non sono capace di esprimerlo a parole… La cosa principale è: ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro: immediatamente si troverebbe come mettere tutto a posto. Eppure questa è soltanto una vecchia verità che è stata ripetuta e letta un miliardo di volte, ma che non ha attecchito! «La coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità»: ecco ciò contro cui bisogna battersi! E mi batterò. Se soltanto tutti lo vorranno tutto andrà a posto in un momento. Quella bambina poi l'ho rintracciata... E mi metterò in cammino, mi metterò incammino!”

Apocalisse: istruzioni per l'uso

La sindrome del feto egoista - come vivono e cosa pensano gli "angeli caduti"?





For a New World Order to live well



Sicché quando gli dissero che era il tempo di lasciare la sua roba, per pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: “Roba mia, vientene con me!”
Giovanni Verga

Fai ciò che vuoi, sia l’unica legge.
Aleister Crowley

La libertà illimitata del desiderio è la negazione dell’altro.
Albert Camus

Powaqqatsi: vita che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita.
Lingua hopi

L’Anticristo credeva in Dio, ma nel profondo del suo cuore preferiva se stesso
Solovev

Aiwaz è un’intelligenza che possiede potere e conoscenza in una misura assolutamente oltre ogni esperienza umana e perciò è degna del titolo di dio.
Aleister Crowley, “The Equinox of the Gods”, 1936.

Sarebbe stato facile capire quando fosse arrivato il momento, perché allora il genere umano sarebbe diventato come i Grandi Vecchi; libero, sfrenato e aldilà del bene e del male; avrebbe gettato alle ortiche leggi e morale, e tutti avrebbero urlato, ucciso e gioito. Allora gli Antichi, ormai liberi, avrebbero loro insegnato nuovi modi di gridare, uccidere, gioire e divertirsi, e tutta la Terra avrebbe fiammeggiato di un olocausto di estasi e libertà. È questa l’età oscura, il Kali Yuga, dove il disordine regna sovrano, la corruzione e la decadenza predominano incontrastati e l’umanità stessa, perduta la propria ragione, precipita in abissi di follia quasi senza accorgersene, compiacendosi anzi di una caduta che viene scambiata per volo. Epoca di oscurità, disordine e disorientamento, di debolezza e viltà, barbarie e violenza, in cui forze occulte si materializzano rendendosi visibili, mentre nel disfacimento finale fantasia e realtà iniziano a confondersi, uguali ma diverse, ognuna con il proprio frammento di verità
H.P. Lovecraft

Nella Nouvelle Justine, Sade giustifica la dittatura dell’aristocrazia sulla plebaglia, vanta i meriti del cristianesimo e della monarchia, ai quali, secondo lui, si deve la grandezza e la prosperità della Francia. Adepto della “tirannia più sfrenata”, dà alcune ricette: costringere i poveri a uccidere i figli, praticare un brutale eugenismo su vasta scala, sopprimere gli “esseri meno importanti”, abolire l’assistenza pubblica, chiudere gli ospizi per i poveri, proibire la mendicità, sopprimere la carità, punire l’elemosina, tassare pesantemente i contadini, accelerare la pauperizzazione, proibire i matrimoni tra persone di condizione sociale differente, trasformare le esecuzioni capitali in spettacoli pubblici, organizzare immense carestie con malversazioni commerciali, impiccare e sciabolare i mendicanti, agire da despoti. La parola d’ordine? “Siamo disumani e barbari”. La formula di Sade, non “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, ma: “Fatalità, Disuguaglianza, Crudeltà”.
Michel Onfray, “Illuminismo estremo. Controstoria della filosofia IV”, p. 244

In questo detestabile romanzo filosofico [Le 120 giornate di Sodoma], Sade mette in scena tutto quel che caratterizza il fascismo: controllo poliziesco di un territorio delimitato, isolato e protetto dall’esterno, extraterritorialità giuridica dei soggetti rinchiusi, sottomissione al capriccio ed all’arbitrio; sostituzione della legge con la parola del padrone, regno della violenza pura, dominio di una casta che rivendica la propria superiorità,…odio per le donne, marchiatura del corpo, vessazioni generalizzate, punizioni sessuali, abbrutimento degli uomini, riduzione dell’essere alle nudità essenziali, perpetua imminenza di morte.
Michel Onfray, “Illuminismo estremo. Controstoria della filosofia IV”, p. 246

In cosa consiste tuttavia la libertà di cui godono le genti di questa aristocrazia guerriera? Non si tratta assolutamente d’una libertà coincidente con l’indipendenza e neppure della libertà attraverso la quale si rispettano gli altri. La libertà di cui usufruiscono i guerrieri germanici è essenzialmente la libertà dell’egoismo, dell’avidità. Coincide con il gusto della battaglia, col gusto della conquista e della rapina. La libertà di questi guerrieri non è quella che procede dalla tolleranza e dall’uguaglianza, ma è una libertà che può essere esercitata solo attraverso la dominazione. Ciò significa che essa, lungi dall’essere una libertà che nasce dal rispetto, è una libertà della ferocia. (…) la libertà sarà equivalente a una ferocia che è gusto del potere e avidità determinata; incapacità di servire e desiderio sempre pronto ad assoggettare.
Michel Foucault, “Difendere la società” (sulla visione politica di Nietzsche), pp. 101-102

Legato al male è chiunque abbia visto e non abbia agito, chiunque abbia distolto lo sguardo, perché non voleva vedere, sebbene avesse potuto farlo, ma colpevoli sono stati anche tutti coloro che non avevano occhi capaci di vedere.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 28

Finché il male non minaccia la nostra esistenza, viene ricoperto di tanti bei mantelletti, che vengono poi strappati via solo quand’esso digrigna i denti per attaccare la nostra persona, la nostra casa o la nostra nazione. L’uomo moderno non si mette in movimento per combattere il male…ma tutt’al più per combattere la rovina provocata dal male stesso.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 29

È un dato di fatto che ciò che è un bene per uno a un altro appare un male. Basta pensare alla madre piena di premure che si intromette in tutte le faccende del figlio – naturalmente con la sollecitudine più disinteressata – ma in realtà con effetto micidiale. Per la madre è naturalmente una cosa buona che il figlio faccia questa cosa o non faccia quest’altro, per il figlio è semplicemente una rovina fisica e morale – figurarsi se è una cosa buona.
Carl Jung, cf. Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 128

Il male è, e resta, ciò che tu sai che non dovresti fare. Ma per disgrazia l’uomo, a questo proposito, si sopravvaluta: crede di essere libero di scegliere il bene o il male…in realtà, considerando la grandezza di questi opposti, è troppo piccolo e impotente per scegliere l’uno o l’altro volontariamente e in qualsiasi circostanza.
Carl Jung a Erich Neumann (1957), cf. Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 133

Questa gente, questi angeli caduti al potere, non sono minimamente in grado di autodisciplinarsi, né hanno la capacità di analizzare obiettivamente la realtà. Più si agitano, più scuotono la barca, più mostrano che sotto il guanto di velluto c'è un pugno di ferro, più le masse saranno messe nella posizione di capire che la realtà in cui hanno creduto è un'illusione. Questo segnerà la fine di questo sistema di potere.
Scorrerà moltissimo sangue ed è giusto e normale che sia così. Pur essendo categoricamente contrario alla violenza quando non è autodifensiva, mi rendo anche conto che tutti quanti noi ci siamo resi complici della situazione attuale. Non abbiamo parlato quando era il momento di farlo, non abbiamo agito quando era tempo di agire, abbiamo preferito prendercela con chi calpestava i nostri sogni, ossia le finzioni utili all'establishment.
Pagheremo tutti un conto salatissimo. Raccoglieremo quel che abbiamo seminato.
Perché è successo? Perché siamo caduti? Dove abbiamo sbagliato? Come possiamo liberarci dalla sindrome del feto egoista?

I DUE GEMELLI CREATORI DELLA TRADIZIONE IROCHESE
Il dio creatore Hahgwehdiyu ha un gemello “cattivo” chiamato Hahgwehdaetgan. Il gemello buono si chiama “Colui Che Afferra Il Cielo Con Entrambe Le Mani”, a significare il fatto che si ricorda da dove viene, che sa che la terra, la materia, non è il suo luogo natale. Il gemello cattivo, chiamato Ghiaccio di Cristallo, inteso come dio dell’inverno, è diverso e ama la sfera terrena così tanto da ignorare quella celeste e spirituale. Non è interessato al vero sé, ma solo ad ego.
Ghiaccio di Cristallo vuole imitare il potere creativo di Colui che Afferra il Cielo, ma con scarso successo, come spesso accade nelle mitologie di tutto il mondo. Per ripicca, invidia ed egoismo rinchiude in una caverna gli animali creati dal fratello. Colui che Afferra il Cielo cerca di porre rimedio a questa situazione e si accorge che è solo quando si separa da lui che il fratello diventa un combinaguai e, per esempio, nell’intento di creare uccelli, produce mosche e pipistrelli, al posto dei girasoli, genera cardi, al posto dei frutti, spine, ossia tutto ciò che resiste, punge, spaventa. Colui che Afferra il Cielo non dispera ed accetta tutto ciò che il fratello ha creato, lo considera una buona creazione che, a modo suo, saprà coaudiuvarlo nel suo progetto creativo: il cardo sarà cibo per gli animali più piccoli. Ghiaccio di Cristallo è felice, ma continua a voler creare, a dar sfogo al suo impulso creativo non ben indirizzato. A quel punto Colui che Afferra il Cielo capisce che il fratello è destinato a volersi mettere al suo posto e capisce anche che, mentre non è giusto che si separino, perché deve comunque tenerlo d’occhio, non è neppure saggio che si confondano l’uno con l’altro, perché sono diversi, sono contrari: è necessario che tra loro si frapponga una piccola distanza.
Successivamente, Colui che Afferra il Cielo ritorna nella sua loggia, dove si mette a creare esseri umani e decide di donare a queste creature la sua longevità, una porzione della sua vitalità e della sua mente. Genera un maschio ed una femmina e raccomanda loro di esplorare tutta la terra, di arrivare a conoscerla, ma solo durante il giorno. La notte dovranno fermarsi e riposare. E lo stesso faranno gli animali che servono a sfamarvi.
Ghiaccio di Cristallo ammira la creazione del fratello e, naturalmente, decide di provarci anche lui, ma nella maniera in cui lui pensa che sarebbe meglio farlo. Ma questa creazione, invece di camminare eretta, fa un salto e si tuffa nell’acqua. Ghiaccio di Cristalla pensa di aver commesso un errore e si rimette all’opera. Ma ad ogni tentativo l’esito non corrisponde all’originale. È così che nascono la rana, la scimmia, il lupo e l’orso, che Ghiaccio di Cristallo mostra orgogliosamente al fratello. Allora quest’ultimo, sempre servizievole, gli suggerisce di riprodurre fedelmente il prototipo e lo aiuta ad infondergli la vita. Purtroppo, però, questa seconda tipologia di essere umano, si rivela subito ostile al gemello buono, che lo chiama “seminatore di zizzania”. [Gli psicopatici?]
In seguito viene creata la luna, anch’essa al servizio del male, ma comunque utile al bene. Finché Colui che Afferra il Cielo decide di ripartire e dice agli esseri umani che sarebbe tornato quando fossero diventati numerosi. Infatti, fedele alla promessa, ritorna ed impartisce un importante insegnamento: “ciascuno di voi ha lo stesso diritto degli altri di fruire della creazione. Ciò garantirà la pace. Se trascurerete la pace, non potrete continuare a vivere. Ve lo dico perché so che mio fratello non è d’accordo con me e farà in modo che venga il giorno in cui ci saranno grandi divisioni e diatribe e la gente si dimenticherà della felicità, della pace e di me”.
Colui che Afferra il Cielo ritorna altre due volte per istruire gli uomini. L’ultimo messaggio è questo: “quando arriverete alla fine dei vostri giorni, se avrete seguito le mie istruzioni mi raggiungerete nella mia dimora, dove non ci sono malattie, non c’è la morte, non ci sono tribolazioni. Se invece la vostra mente corrisponde a quella di mio fratello, dopo la vostra partenza dalla terra seguirete un diverso percorso, che vi condurrà da lui, nella sua loggia. Là soffrirete la fame, perderete la vostra libertà e brucerete nelle fiamme di un fuoco che è alimentato dalla sua rabbia, dalla sua invidia e dalla sua brama di controllare tutte le menti degli esseri umani. Siete liberi di fare la vostra scelta e, una volta fatta, dovrete essere coerenti. Non tornerò mai più, ma siccome è possibile che vi dimentichiare dell’amore e della pace, vi manderò qualcuno che vi assisterà. Ma verrà solo due volte. Se ve ne dimenticherete una terza volta, ne subirete le conseguenze: la vita si isterilirà, la terra si scuoterà e mostri del sottosuolo verranno in superficie, perché questa è la volontà di mio fratello e sarà in grado di sedurre tutte le menti degli esseri umani, rovinando la mia creazione. Sta a voi fare la cosa giusta”.          

Viviamo in un mondo che non valorizza in modo particolare (lo fa a parole, ma non nei fatti) lo sforzo cooperativo e la collaborazione per il bene comune; un mondo in cui amare il prossimo, abbassare la guardia di fronte all’irrefrenabile lotta per l’esistenza, equivale ad un suicidio. Edward Banfield, nella sua celebre ricerca etnografica intitolata “Le basi morali di una società arretrata” (Banfield, 2006, orig. 1958), coniò l’espressione “familismo amorale” per definire la tendenza delle famiglie nucleari di un paesino del Meridione d’Italia – sia chiaro che lo stesso discorso si applica a 7 miliardi di esseri umani – a massimizzare i propri vantaggi materiali nel breve, presupponendo che tutti gli altri avrebbero fatto lo stesso. Per questa ragione ogni paesano era a favore di qualunque cambiamento che potesse beneficiare la comunità solo se era certo di poterne fruire anche lui. Era invece ostile a ciò che avvantaggiava alcuni ma non lui, perché se gli altri vivevano meglio, lui nel confronto ci perdeva, anche se in termini assoluti nulla era cambiato in casa sua. Questo tipo di comunità, che non conosceva la solidarietà e la giustizia, credeva in un peccato originale che avvelenava le coscienze e temeva la legge solo se questa era in grado di catturare il malfattore con le mani nel sacco; prediligeva uno stato autoritario che obbligasse le persone ad essere buone, dato che non lo erano di natura. L’unico regime degno di rispetto era quello che accentrava i poteri ed imponeva l’obbedienza e l’ordine con la forza. Frustrato da quest’esperienza, l’amara conclusione di Banfield è che “forse non si esagera nel dire che i Montegranesi (nome fittizio, NdR) si comportano come bambini egoisti perché sono stati cresciuti come bambini egoisti…Non avendo interiorizzato alcun principio morale che lo guidi, la decisione del singolo dipenderà dalla certezza della pena o del compenso. La sua relazione con i detentori del potere si formerà sulla base del modello offerto dai suoi genitori” (Banfield, op. cit., p. 161).

È questo il Male? Io credo di sì.
Il male non è assenza di bene: questa formula lo priverebbe di una sua esistenza indipendente. Ma le sue azioni e quelle che compirà alla fine dei tempi (allegoricamente o meno) dimostrano che è tutt’altro che un comprimario. È proprio l’Avversario del Figlio e merita rispetto.
Il male non è privatio boni, assenza di bene: se fosse solo una questione di maggiore o minor bene, allora sarebbe possibile eliminare il male dal mondo, sarebbe altresì nostro dovere farlo, come sarebbe nostro dovere incrementare la riserva di bene nel mondo. Ma questa è la radice del nostro irrealismo, del nostro frenetico progressismo che ignora la realtà concreta dell’umano in favore del sogno di poter eliminare il male con il diritto penale, gli psicofarmaci e l’ingegneria genetica/eugenetica. Come se i vizi umani non informassero e perciò corrompessero anche ogni singolo progetto migliorista, in special modo quelli più radicali e scientisti, eternamente puritani.
Questo abbaglio ci imprigiona in un circolo vizioso di illusioni, ipocrisie e persecuzioni arbitrarie. L’unica maniera per uscirne, diceva Jung, è quella di affrontare l’ombra in noi, affrontando la realtà del male nel mondo e in noi stessi. Altrimenti la nostra civiltà e la nostra specie, ormai potenzialmente iperdistruttiva, non sopravvivrà e ferirà gravemente l’intero ecosistema, prima di estinguersi.

Sospetto che la sindrome del bimbo capriccioso ed egoista (Individualismo Possessivo e Parassitario - IPP) sia universale, perché universale è, verosimilmente, l’istinto di autoconservazione, il desiderio di ego di perseverare nella sua esistenza fisica, di non essere un semplice epifenomeno, di affermare la sua pienezza e permanenza, ma anche di possedere, controllare, sfruttare chi è più debole. Il forte che si diletta nei suoi atti distruttivi, che ha bisogno di essere violento per poter gridare: IO SONO! Un tiranno in preda alle sue pulsioni libidinali, sicuro che la vittima deve subire perché è giusto così, nell’ordine delle cose, conforme al principio dell’ineguaglianza naturale.

Credo anche che Omero, Dante, Shakespeare, Milton, la Bibbia, le saghe nordiche e dei nativi americani, i miti tradizionali di tutto il mondo squarcino il velo sugli archetipi, sulle grandi idee, sui significati subliminali che guidano l’umanità e spesso sfidano i dogmi ufficiali, ma sottilmente, in modo da non incorrere in forme di censura e soppressione. Queste fonti ci offrono un quadro piuttosto accurato di questo “male”, una modalità dell’essere e del concepire la realtà che ho cominciato ad esplorare indagando la stupefacente natura degli psicopatici che hanno letteralmente preso il potere a livello globale:
Quella dei narcisisti umanitari (il vizio capitale della sinistra):
E un fenomeno di cui tutti parlano sommessamente, privatamente, in piccoli crocchi, non volendo smuovere troppo le acque (il fango) e non volendo infangare la propria immagine:

Ecco le conclusioni che ho tratto dallo studio delle fonti citate a fondo pagina.

Satana – uso la denominazione occidentale, per comodità – appare a tutta prima come vitale e pieno di risorse, ma è la forza che conduce alla cessazione di ogni attività, una forza entropica che trasforma tutta l’energia in inerzia mortale. La sua superbia è legata ad un ego perennemente risentito, sdegnoso, come di chi continua a subire ingiustizie e mancati riconoscimenti. La rivolta degli angeli è il riflesso condizionato di una particolare auto-percezione, scollegata dalla realtà. Per loro la volontà di Dio è il fato, un’entità sinistra, misteriosa ed onnipotente. Confondono la creatura con il Creatore e si considerano Dèi, l’acme della creazione. Sono intossicati di se stessi. Come Geova – un altro angelo caduto – con la sua risibile ed arrogante pretesa che gli altri violino la loro integrità venerandolo come assolutamente buono e giusto anche se la sua creazione indica il contrario.

La loro esistenza è un inferno di sete inestinguibile e fame insaziabile, il Pandemonio, una parodia della Creazione: sono governati dalle loro bramosie e quindi non possono essere liberi. Impotentemente asserviti al desiderio, confondono licenziosità e libertà. Tra libertà e piacere hanno scelto il piacere e questo li ha resi ingrati, disobbedienti, ingordi, avidi, presuntuosi, irresponsabili, mentitori, ecc. Chi li idolatra, ritenendoli dèi, finirà per istituire imperi e società schiaviste in luogo di una società ispirata ai principi dell’amore e della libertà. 
L’alienazione dal principio creatore genera superbia. Il Satana di Milton spiega di non essere mai stato generato da nessuno. Lui e gli altri diavoli sono autogenerati. Quel che non capiscono è che il loro egotismo, la loro brama di accentrare su loro stessi l’intero universo li equipara a dei buchi neri, quei segni geroglifici dell’Antico Regno egizio a forma di cerchio nero, associati a concetti come “morte”, “nemico”, “fossa”, “buco”, “Inferi”. Un abisso che tutto ingoia, un disfacimento.
Gli angeli caduti non se ne danno conto, pur avvertendone la presenza, in cima alla loro beneamata struttura gerarchica piramidale. Troppo distratti dalla loro incessante bramosia per capire a cosa vanno incontro, un’Unità che in realtà è una fauce divoratrice dei suoi servitori e della luce, della vita e della creatività, della varietà, della spontaneità, del cambiamento, dell’eterogeneità dell’essere, del libero arbitrio, dell’Essere stesso. Il terribile vicolo cieco di chi ha paura di perdere se stesso nell’atto di donarsi a qualcun altro, di creare qualcosa a partire da se stesso e perciò si autocentra, si contrae progressivamente, fatalmente, finché non rimane nulla di trascendentale, ma solo materia grezza inerte, priva di un singolo atomo di coscienza. 
Nel farlo, gli angeli caduti negano la libertà altrui di compiere le proprie scelte, nel disperato tentativo di assumere il totale controllo di ogni fonte di energia, di costringere l’intera Creazione a lavorare per loro, non essendo più capaci di generare luce, energia, vita per conto loro, ma solo di consumare quelle altrui, parassitariamente.
Sono sinceramente convinti che amare se stessi equivalga ad amare tutti.
Sono confusi, abbiamo detto: il male è assenza di conoscenza, ossia ignoranza, non assenza di bene.
Si sono convinti che il destino di Ego debba essere quello della perfetta stabilità, dell’Essere immune da cambiamenti, che identificano con la morte. Il cambiamento è letale. Di conseguenza, si sforzano di far conformare il mondo alle loro esigenze, cercano conferme o comunque risposte/riflessi che rafforzino il loro Ego idealizzato, il centro dell’attenzione dell’universo.
Mangiano per non essere divorati. Divorano bocconi sempre più grossi di Essere, nella speranza di ingoiare ed incorporare interi universi: esaltazione finale di ego, dell’istinto di sopravvivenza spinto al parossismo. I sottoposti sono delle mere estensioni, dei tentacoli attraverso cui nutrirsi a spese del prossimo.
Gli angeli caduti sono motivati da gelosia ed invidia del principio creativo. Non potendo creare, preferiscono distruggere, come i bambini pestiferi che rovinano i castelli di sabbia dei fratellini. Satana ama nel senso che desidera: non integra ma assimila e perciò aggredisce e prevarica.
Odia, teme, sospetta la creazione e vorrebbe tornare a dormire, invertendo il flusso creativo. In questo senso, pur essendo terrorizzato dal nulla, è necrofilo e destinato all’annichilimento. Che sorte immensamente tragica!

Non è l’antitesi della Creazione, anche se ama considerarsi tale. Ne è una componente fondamentale. Una parte della coscienza, ancora incentrata sul proprio ombelico di vuoto, che rifiuta una qualità integrale di se stessa, la creatività, e nega il valore dell’amore, tramite il quale si realizza la corrispondenza tra coscienza e potenziale creativo. Reclama per se l’indivisa attenzione dell’auto-contemplazione ed è intento a lacerare il tessuto dell’esistente per riappropriarsi di ogni particella di attenzione non focalizzata su se stesso. È il Sole Nero. Non conosce l’amore, ma solo l’amor proprio, l’amore di sé. Di conseguenza non è capace di generare e deve limitarsi ad imitare o, per meglio dire, scimmiottare, le funzioni materne. È come un Bimbo Cosmico che fa i capricci e distrugge tutto attorno a sé – si vuole credere sovrano del tutto, ma è afflitto da un desiderio patologico di possedere la madre e rimanere attaccato a lei simbioticamente.
Quando gli angeli caduti prevalgono lo fanno dopo una lunga preparazione e sempre per cooptazione: non potendo creare nulla, sono costretti a convertire le forze creative al polo entropico, surrettiziamente, compromettendo la loro integrità un passo dopo l’altro, una minima deviazione dopo l’altra, un’impercettibile distorsione dopo l’altra, fino allo squilibrio. Una continua partita a backgammon dove è importante non divorare le proprie pedine se si vogliono conquistare altre porzioni di Creazione.
Eppure non incarnano il caos. La distruzione dell’ordine è comunque parte dell’ordine, è intrinsecamente ordinata. Si pone in rapporto al principio creativo allo stesso modo in cui thanatos lo è rispetto ad eros. Yin e yang, nel tao, rappresentano la coincidentia oppositorum.
Dunque non è sbagliato amare gli altri amando se stessi, come non è sbagliato amare se stessi amando gli altri. Sono due modalità dell’Essere di pari dignità. Solo che uno accresce la sua consapevolezza, l’altro no (si limita ad assimilare le altre unità di coscienza) e quindi precipita in un eterno ritorno dell’identico a se stesso, anch’esso parte cruciale della Creazione. È una scelta.

Chi ama se stesso amando gli altri riconosce nella coscienza altrui una pari dignità rispetto alla sua, a dispetto di manifestazioni anche completamente differenti dell’essere e stabilisce relazioni di partenariato tra coscienze affinché il Tutto sia più grande della somma delle sue parti.
Per queste “persone” la coscienza è un’attività integrativa di interrelazione ed interdipendenza, perché nel prossimo si vede se stesso e proprio per questo lo si assiste, nel rispetto della sua diversità. Si glorifica Dio – la Conoscenza, la Coscienza, il Grande Spirito – attraverso la meravigliosa diversità dell’essere. In accordo con il motto dell’Unione Europea: uniti nella diversità – in varietate concordia; con il motto del Sudafrica: uniti nella diversità; con quello dell’Indonesia: !ke e: /xarra //ke / Bhinneka Tunggal Ika, tradotto come "Unità nella diversità", con quello statunitense: da molti, uno – e pluribus unum.
Entrambe le modalità dell’Essere parlano di unità, ma intendono cose nettamente differenti. In un caso la prospettiva è quella della diversità in equilibrio, del rispetto per l’altro, dell’espansione creativa. Nell’altro caso il prossimo è solo un’appendice e non ha alcun diritto al rispetto: il controllo ed il possesso sono spacciati per amore. Un predatore non mostra particolare rispetto per la preda che lo nutre. E non può fare diversamente: è la sua natura comportarsi a quel modo.
La contrapposizione è quella tra creazione/entropia, ordine/caos, spirito/materia, coscienza/sonno, forza centrifuga/forza centripeta. È necessaria e bilanciata. Ibn al-Arabi spiega che l’imperfezione deve esistere perché, se non ci fosse, la perfezione dell’esistenza sarebbe imperfetta; se non ci fosse mancanza, non ci sarebbe creazione. Deve esistere un infinito potenziale di essere ma anche di non essere.

L’angelo caduto è interessato solamente a massimizzare il suo potenziale. Muore senza aver imparato nulla che non sia funzionale all’accentramento e controllo delle risorse, nelle tecniche di attrazione di un numero sempre crescente di coscienze. Il suo stato ideale è quello dell’immobilità assoluta, in uno stato di quiete perenne, come un feto che lascia che la sua massa si espanda. Freudianamente, il desiderio di purezza cerca un ritorno all’utero (ossia al non-creato, al non-essere). Una fantasia del paradiso perduto. Ego ricerca quello stato ideale nei ricordi dell’utero e dell’infanzia, quando non c’erano ostacoli e qualcuno era sempre pronto a soddisfare i bisogni. Ma non potrà mai trovare il paradiso, che è solo una via di fuga da una realtà spiacevole e dalla necessità dell’individuazione.     
Non comunica più, perché ciò richiederebbe consumo di energia e questo consumo è contrario alla sua totale dedizione alla causa di se stesso. Lascia che siano i suoi subordinati ed estende i suoi tentacoli sulle prede.
Si concepisce come un dio nel suo universo privato, che esiste all’unico scopo di concentrare potere, un potere fine a se stesso. Diventa, come detto, un buco nero che assimila ciò che lo circonda. Non vuole dare, ma solo prendere, assorbire. Il sonno del non-essere in un vuoto cosmico è l’unico modo di non sprecare nulla (cf. pervertimento del buddhismo: concezione del vuoto come stadio finale della maturazione spirituale – un pervertimento in buona fede: ci credono davvero!).
Non può unirsi a nessun altro perché non riconosce nient’altro che se stesso, è monistico nei suoi rudimentali, extra-parsimoniosi pensieri. Implode e si frammenta in innumerevoli particelle di materia, ricominciando il ciclo. La sua destinazione (purtroppo per lui/lei non quella finale: non c’è fine e non c’è inizio) sarà la dissoluzione ed un “nuovo inizio”, a partire dalla materia grezza priva di coscienza, dove potrà dormire tranquillamente, senza più patire il supplizio dell’eterna sete, dell’eterna fame, dell’eterna lotta per la sopravvivenza.
Gli angeli caduti si immaginano di essere signori dell’universo che venerano, non prevedono certo la loro distruzione finale: la loro soggettività assoluta impedisce loro di percepire la realtà com’è. E anche nel momento supremo della loro implosione, sono certi che questa sorte spetti a tutti, che la Creazione sia una tragica e sadica burla meritevole solo di essere spazzata via.

Il simbolo dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, è un emblema dell’Individualismo Possessivo e Parassitario: una forma di vita attaccata alla terra, di sangue freddo e spesso velenosa, imprigionata nel proprio ciclo di morte e rinascita. L’archetipo dell’uroboro ci rimanda al perfezionismo, all’ossessività, alla stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione. Una ricerca della sicurezza, non della maturazione.
Medusa è il suo volto mitico più minaccioso, il volto dell’alienazione psicotica. Medusa interrompe il flusso dell’energia vitale.
L’anima “malvagia” trasforma tutto in pietra, rendendo impossibili le relazioni e la crescita. Si può annientare l’ossessione per la purezza e la perfezione dell’anima malvagia solo dialogando con l’ombra e cercando di essere creativi ed umili. Altrimenti si finisce per negare l’interdipendenza, sottrarre l’amore che dovrebbe destinare ad altri dirigendolo verso l’interno, dove si inacidisce tramutandosi nel male uroborico. È la scelta di pervertire l’amore e di rado lo facciamo consapevolmente. È una scelta occultata dal bisogno di gestire l’ombra e la sofferenza. L’ego che reprime l’ombra in nome della purezza e della perfezione si alienerà e precipiterà nel ciclo autoreferenziato della superbia che si auto-alimenta. Al contrario, l’ego che usa l’amore per trasformare l’ombra e la sofferenza forma uno zoccolo duro che lo ancorerà alla realtà. Trovarsi alle prese con ombra e sofferenza ci permette di sviluppare la coscienza, di comprendere la fondamentale importanza dell’interdipendenza, che ci guida verso il vero amore.
Un altro simbolo identificativo dell’angelo caduto è quello del Sole Nero (la swastika nazista). Ci sono, in Blake come in Swedenborg, due soli, uno vivo e non caduto, fonte di vita e di luce, e uno morto, una “fantasia dell’Uomo Malvagio” (Nemesis?). Quest’ultimo è il sole zodiacale e simboleggia la concezione dell’eternità come un ricorrere indefinito o senza fine, la circolarità dell’eterno ritorno. La sua immagine è il cerchio – ancora una volta, il serpente con la coda in bocca.
Mentre un processo di individuazione spiritualmente e psicologicamente sano riconosce l’interdipendenza di tutto con tutto (i due serpenti del caduceo sono intrecciati), l’angelo caduto gonfia il suo ego (inflazione) e diventa completamente alienato, auto-referenziato (l’uroboro è l’epitome dell’autosufficienza totale): consuma se stesso fino a trasformarsi, come abbiamo visto, in un buco nero.
L’angelo caduto rifiuta l’insegnamento junghiano che senza dualismo e opposti contrastanti non ci possono essere energia e coscienza, che Dio contiene tutti gli opposti, è la coincidentia oppositorum. Non c’è luce senza oscurità, non c’è verità senza errore, non c’è bianco senza nero. Un’interdipendenza immortalata dalla mitologia mondiale che parla di due gemelli, uno buono ed uno malvagio – lo si trova tra i cristiani ebioniti, in Lattanzio (il “Cicerone cristiano”), nella Cabala, in Jacob Boehme, tra gli Irochesi, Baldur e Loki, Osiride e Set, Enki ed Enlil, Apollo e Dioniso, nei simboli zodiacali dei pesci e dei gemelli.
L’angelo caduto teme questo dualismo, che lo rende insicuro; lo vuole sopprimere prima che esso lo detronizzi e faccia regnare il caos. Per lui libertà è l’imposizione del suo arbitrio, del suo potere, dei suoi valori.

Gesù insegna qualcosa di completamente diverso: comprensione invece che obbedienza, persuasione invece che comando, libertà responsabile (matura) invece che libero arbitrio, visione integrale invece che devozione, trasformazione invece che repressione e ribellione. Gesù ripudia l’etica dell’obbedienza all’autorità e l’etica della ribellione, proponendo un’etica della visione interiore, quella che Jung chiama la “voce”, Socrate il “daimon”, Emerson la “superanima” e Paolo di Tarso lo “Spirito Santo” (Galati 5, 22).
L’amore coopera consapevolmente, volontariamente, non si sottomette mai ciecamente ad un potere superiore. L’amore cerca la comprensione, anzi amore è comprensione (in tutte le sue accezioni) che rende superflua l’obbedienza ed il comando. Un’etica dell’obbedienza può solo promuovere superbia, alienazione e la ricerca di capri espiatori che paghino al posto nostro assumendosi le nostre colpe e responsabilità (es. Ebrei, Rom, extracomunitari, omosessuali, ecc.).
Gesù non cerca di sconfiggere Satana, si limita semplicemente a respingere le sue tentazioni, perché sa che il potere sulla materia è un potere illusorio, infantile. Gli angeli caduti lo temono, temono la sua sapienza, temono una qualunque verità alternativa alla loro riguardo alla loro sorte, alle implicazioni delle loro scelte.
Ripeto: Satana è parte integrante del disegno divino, non il Male Assoluto che sarà annientato alla fine dei tempi. Non è difficile notare che la mentalità del libro dell’Apocalisse è antitetica a quella di Gesù ed è in piena consonanza con quella del fondamentalismo cristiano, giudaico, islamico e hindu che minaccia la democrazia in quattro potenze nucleari: gli USA,  Israele, Pachistan e India.
Siamo chiamati a resistere a queste tentazioni.

JUNG SU NIETZSCHE
Il superuomo nietzscheano, per Jung, è solo un tentativo fallito di congiungere i contrari. Il suo errore è stato quello di non cercare il culmine in una espressione di interezza e unità, ma solo in un’insoddisfacente unilateralismo. N. commette l’errore di identificare ego con il Sé e quindi con il superuomo, il che può solo condurre ad un’esplosione. N. elimina Dio e si fa paladino della finitezza, dell’essere umano come unica sorgente di significato – deificazione dell’uomo e della sua corporeità. Corpo al di sopra lo spirito, conscio al di sopra dell’inconscio. Per Jung il superuomo è una proiezione della patologia di Nietzsche, il sintomo della sua neurosi che sfocia nella deflazione di ego e nella depressione, oppure nell’inflazione, la deificazione di ego. N. sovrastima la propria personalità, crea un legame indissolubile con l’umano, si conferisce prerogative divine, impazzisce. N. non riesce a superare la prima fase nello sviluppo del Sé. Non incorpora l’elemento negativo nell’unione dei contrari e promuove solo ciò che è forte e superiore. Più una persona soffre di un complesso di inferiorità e più avrà un atteggiamento aggressivo, da dominatore; più, conseguentemente, manterrà quel tipo di atteggiamento, più si sentirà inferiore. N. parla per impressionare gli altri, per dar mostra di sé, per far credere a tutti quanto sia superiore e speciale, per non far capire a nessuno quanto si senta inferiore: "Perché sono una fatalità?", "Perché sono tanto saggio", "Perché sono tanto accorto", "Perché scrivo così buoni libri", "Io non sono un uomo, sono dinamite", "Io sono per natura battagliero", è "Dioniso", è "l’Anticristo" è "il più grande filosofo della storia", è una persona sofferente, sconfitta dalla vita che cerca un riscatto nelle sue fantasie e merita il nostro rispetto, perché è successo a molti di noi.    

FONTI
Lawrence E. Sullivan
Jacob Needleman
J. W. von Goethe
J. R. R. Tolkien
C.S. Lewis
Joseph Campbell
Mircea Eliade
Claude Lévi-Strauss
Ibn al-Arabi
Aleister Crowley
G. I. Gurdjieff
D. H. R. Lawrence
H. P. Lovecraft
Primo Levi
Marchese de Sade
Agostino di Ippona
Albert Camus
Gesù il Cristo
Paolo di Tarso
Simone Weil
Julius Evola
Massimo Fini
N. A. Berdjaev
Carl Jung
Erich Neumann
James P. Driscoll
Omero
Shakespeare
Dante
Milton
La Bibbia