Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post

sabato 28 gennaio 2012

Aldo Giannuli sulle liberalizzazioni




Mario il Grigio ha assicurato che, con le sue liberalizzazioni, ha sconfitto i “poteri forti”, libererà gli italiani dalle tasse occulte e (udite, udite!) il Pil italiano, nei “prossimi anni aumenterà del 10%. Queste non sono dichiarazioni; questi sono i fuochi d’artificio della notte di Capodanno! Vediamo.
a- così apprendiamo che i “poter forti” in questo paese sono taxisti, farmacisti, avvocati e via di questo passo. Noi credevamo che i “poteri forti” fossero le banche, le multinazionali, il Vaticano, la Nato e invece… d’ora in poi, quando prendete un taxi o entrate in farmacia fatelo con circospezione: avete a che fare con un uomo dei poteri forti!
b- gli italiani saranno liberati dalle “tasse occulte”: può darsi, per ora Mario il Grigio li sta abboffando di tasse palesi;
c- ma la più bella è quella del Pil “che crescerà del 10%”  secondo imprecisate stime di Ocse e Bankitalia. Benissimo, ma in quanto tempo?
…con la grandinata di tasse, di tagli alla spesa pubblica ecc. non si capisce da dove dovrebbe venire la ripresa: non ci riesce manco se ci pittiamo la faccia di giallo e ci facciamo venire gli occhi a mandorla!
E qui sta la trovata: la ricetta tedesca della “austerità espansiva”, uno dei più divertenti ossimori del secolo (come dire “la carestia nutriente”  “il solido liquido” “la perversione virtuosa” ecc.)
Per cui, la cosa più probabile è che la politica del pareggio di bilancio subito e ad ogni costo, non produrrà crescita e, al posto di una austerità espansiva, ci troveremo una politica deflattiva, che non coglierà neppure il pareggio di bilancio, perché determinando recessione, produrrà anche meno gettito fiscale.
Insomma questa del 10% del Pil in più, fa il paio con il milione di posti di lavoro di Berlusconi. Ma questo non importa a Mario il Grigio che, sprezzante del ridicolo, offre sempre nuove performances per suggestionare gli italiani. Inimitabile!
A proposito: Monti ha nuovamente ripetuto che lui ed il suo governo non hanno intenzione di presentarsi alle prossime elezioni politiche. Il che mi sembra un’ennesima conferma che, in qualche modo, lo farà.

Angelo Iannacone pone delle domande (retoriche) a Giannuli:
“È un piacere enorme leggerti e potersi rincuorare constatando che a sinistra, per quanto sia ormai un’assoluta rarità, c’è ancora vita: ci sono teste pensanti, capaci di analisi lucide e critiche.
In un momento in cui la stampa pressoché all’unisono (Repubblica in testa) riesce solo a fare da clack al governo delle banche, cominciavo veramente a temere di essere un potere forte, un lobbysta o quantomeno, come avvocato, un sostenitore di posizioni esclusivamente corporative. Rincuorato quindi dalle tue parole, visto che almeno tu non sei sospetto di simpatie lobbystiche, vorrei farti qualche domanda:
1) Nell’antica Roma si ricorreva (per un periodo molto limitato e comunque non superiore a sei mesi) al Dittatore in situazioni straordinarie di grave emergenza e difficoltà per superarle, ma percorrere sostanzialmente la stessa strada non trovi che, oltre a comportare i pericoli connaturati alla scelta, comporti ancora maggiori rischi quando ci si affidi per tale ruolo a coloro, che erano ai vertici o comunque sono espressione di quelle forze (banche), che hanno la maggiore responsabilità della crisi ?
2) Non trovi che ci sia una pericolosa sospensione della democrazia con giornali e partiti politici tutti allineati e che non danno alcuno spazio al dissenso (non si discute del merito delle c.d. liberalizzazioni e chi dissente viene “linciato” quale lobbysta, potere forte ecc., senza neppure consentirgli di esprimere le proprie ragioni)?
3) Quest’uso spregiudicato del “divide et impera”, sfruttando anche i risentimenti se non l’invidia di una categoria contro l’altra, non potrebbe avere effetti devastanti in un momento, in cui una concreta e reale equità ed una ritrovata unità d’intenti per uscire dalla crisi sembrano indispensabili?
4) La tendenza alla sparizione del giornalismo d’informazione a vantaggio del giornalismo “clack” a servizio del potere è irreversibile?
5) La prospettiva verso cui si sta procedendo è quella di una società, in cui i ceti medi scompariranno? quella di una società in cui scompariranno professioni e lavoro autonomo (che nel momento in cui sono dei fornitori dell’impresa diventano dei costi e quindi un problema da eliminare) per lasciare spazio solo al lavoro alle dipendenze dell’impresa, che finirà con il condizionare tutte le scelte politiche e sociali ancora più di quanto già avviene oggi?
6) Se così è qual è il vantaggio per i ceti popolari e per il “consumatore”?
7) Una sinistra che per uscire dalla crisi sa solo affidarsi al governo delle banche, cioè di quei poteri che hanno le maggiori responsabilità della crisi, confessando quindi tutta la propria inadeguatezza, potrà mai candidarsi seriamente e credibilmente alla guida del Paese ?
8) Se i sistemi socialisti hanno fallito, il sistema capitalistico non ha anche esso fallito ?
9) La sinistra sa quale futuro si sta costruendo e quale vorrebbe costruire?
10) Credi che ci sia qualche “virus”, che abbia infettato il nostro Paese, che si fa prima imbesuire da Berlusconi e poi da Monti senza soluzione di continuità?

I paranormali dati sull'occupazione negli USA



 

Tra il 2009 ed il 2011 la popolazione complessiva degli USA è cresciuta di quasi 6 milioni di abitanti.
Nonostante questo, nello stesso periodo, la forza lavoro è calata di quasi 300mila unità. Più cresce la popolazione minore è il numero di persone in età da lavoro. A quale misterioso fenomeno si deve addebitare questo straordinario evento? E' presto detto: le statistiche americane non includono - o, per meglio dire, cancellano dall'esistenza - le persone in età da lavoro che hanno rinunciato a cercare lavoro perché si sono resi conto di non avere alcuna speranza di trovarlo.
Risultato: tenendo conto di quelle persone - circa 7 milioni - il tasso di disoccupazione salirebbe dal 13% al 20% (in Italia è, ufficialmente, sotto il 9%) e quello di sotto-impiego (non guadagnano abbastanza da poter arrivare a fine mese) salirebbe dal 15% a quasi il 20%.
Non per caso ci sono 46 milioni di americani (1 su 7) che vivono grazie ai sussidi alimentari federali.

mercoledì 25 gennaio 2012

Le 4 principali sfide dei prossimi anni secondo Jacques Attali






Jacques Attali, uno degli economisti ed intellettuali europei più influenti del nostro tempo (ex eminenza grigia di Mitterrand - vedi foto),
non è uno di quelli che si astiene dal dire quel che pensa per paura di fare la figura del pirla:
Non ne ha bisogno, perché sa di cosa sta parlando e perché non ha mai nascosto che cosa auspichi (a differenza, ad esempio di Monti, Lagarde, Merkel, Napolitano, ecc.). Osserva gli indicatori socio-economici, i dati sul commercio e ne trae delle conclusioni che sono ineludibili, ossia che i candidati francesi alle presidenziali stanno nascondendo ai loro elettori la verità, ignorando sistematicamente e deliberatamente le questioni di cui dovrebbero discutere. Un fenomeno che non è limitato alla Francia, come ben sappiamo noi Italiani.
Ecco le 4 questioni fondamentali:
1. I volumi del traffico internazionale di merci sono in vistosa diminuzione e sono ritornati ai livelli del 2002 (cf. Baltic Dry Index), in prossimità del collasso del 2008. Ciò significa che l’economia globale sta per rallentare e non sorpasserà la soglia di una crescita del 3%, il livello più basso da una dozzina di anni, con l’eccezione del 2009. Infatti la crescita è rallentata in Cina, India, Brasile e Africa. Attali osserva che anche le nazioni più dinamiche non saranno in grado di creare abbastanza posti di lavoro per i loro giovani. L’Europa, dal canto suo, andrà in recessione. Sarà più difficile esportare e si dovrà scegliere tra protezionismo e un vasto piano di rilancio dell’economia mondiale.
2. In Europa, nonostante il massiccio, epocale intervento della BCE, che potrà dare l’impressione che la crisi sia in remissione, la situazione debitoria della maggior parte delle nazioni sarà presto insostenibile: per ridurre questo debito si vareranno altri programmi di austerità e la loro simultaneità non farà altro che peggiorare la recessione, riducendo il gettito fiscale ed aumentando le spese sociali. O si intraprendono grandi progetti europeo si abbandona l’euro. O si opta per un federalismo democratico o si abbandona la Banca Centrale Europea.
N.B. Attali è un globalista, a favore degli Stati Uniti d’Europa e del governo mondiale, io no, per le seguenti ragioni:
3. Negli Stati Uniti, terminata l’euforia per la massa monetaria immessa nel sistema pre-elettoralmente (leggi: la Federal Reserve sta aiutando Obama a vincere le elezioni sulla scia di una ripresa fittizia), si capirà che chiunque vinca le elezioni dovrà fronteggiare delle enormi difficoltà. Se Obama vince non avrà comunque una maggioranza al Congresso e non potrà aumentare le tasse per tenere sotto controllo la crescita del debito pubblco. Se perde, il suo successore repubblicano sarà costretto a tener fede alla sua promessa di ridurre le tasse. In entrambi i casi il dollaro crollerà e renderà ancora più improbabile la crescita europea. Attali si domanda: come si possono convincere gli Americani ad essere rigorosi quanto si aspettano che lo siano gli Europei?
4. Il mondo musulmano si trova di fronte a scelte colossali. L’Egitto ha solo tre mesi di risorse a disposizione per importare quello di cui ha bisogno prima che la sua economia collassi. La Tunisia non è messa meglio. La Siria è martirizzata. La scelta iraniana di proseguire con il programma nucleare rende più probabile un intervento militare prima o dopo le elezioni presidenziali americane. Lavarsene le mani o aiutarli? E come?   


sabato 14 gennaio 2012

La caduta dell'impero anglo-americano 2012-2014






Sono contento che Mario del Pero abbia scritto questo articolo
e condivido il commento di Franz Libero Bonomo.
Penso che Del Pero sia fin troppo generoso nei confronti del suo oggetto di studio, forse abbagliato dall’ammirazione per una civiltà che ha segnato nel bene e nel male la storia del mondo per oltre un secolo. Purtroppo i padri fondatori si vergognerebbero della loro figlia, che da modello per il mondo è diventata uno squalo pronto ad intimidire e fare a pezzi chiunque interferisca con le sue brame.

Questa è l’idea che mi sono fatto io in questi ultimi anni della parabola statunitense.
Le maggiori potenze asiatiche stanno prendendo le distanze dal dollaro e si profila, sempre più incombente, l’incubo dell’attacco preventivo (e suicida) israeliano:
Una guerra che, inevitabilmente, degenererà in un conflitto globale:
E che gli Stati Uniti non si possono permettere:
Né le cose migliorerebbero, anche se si optasse per le vie di pace:
Lo hanno capito gli immigrati latinoamericani, che stanno prendendo la via del ritorno verso le loro rispettive patrie: "È finito l'esodo dei messicani negli Stati Uniti. Si è ridotta a un rigagnolo l'immigrazione che per un secolo ha plasmato la geografia etnica di molti Stati di confine come California, Arizona, Texas, ma anche di grandi metropoli come New York. È sceso ai minimi storici dagli anni Settanta il numero di ingressi, mentre molti Messicani tornano nel loro Paese. Il cambiamento si riflette anche negli arresti alla frontiera: solo 300mila clandestini fermati, mentre erano 1 milione e 600mila nel 2000" [Federico Rampini, "L'esodo interrotto dei Messicani, La Repubblica, 6 dicembre 2011]
Tutto questo mentre negli Stati Uniti si proseguono le sperimentazioni per creare guerrieri perfetti, ossia per rendere psicopatici degli esseri umani normali:
Si autorizza l’assassinio di scienziati stranieri (da parte del Mossad?) con azioni che, se compiute da potenze straniere ai danni di scienziati americani, sarebbero condannate come terroristiche:
Si invadono nazioni per espostare la democrazia e i diritti umani:
Si formulano progetti di legge e si promulgano leggi a dir poco discutibili:

Faccio fatica ad immaginare che gli Stati Uniti, così indeboliti e radicalizzati, possano subire una sorte diversa da quella del bullo che le riceve di santa ragione da una coalizione di vittime determinate a vendicarsi una volta per tutte. Democrazia e diritti umani saranno esportati negli Stati Uniti a suon di bombe, come l’America ha fatto per decenni.
Per tutte queste ragioni, non ritengo sia corretto parlare di “tornante” e di “parziale alterazione” della natura e delle caratteristiche dell’egemonia statunitense. Penso invece che tra 2012 e 2014 assisteremo al crollo fragoroso dell’impero anglo-americano e l’Europa è schierata con i perdenti. Saranno tempi interessanti.

martedì 10 gennaio 2012

L'Italia, dopo la Spagna, è la punta di diamante, non il ventre molle









Cosa sono le “unfunded liabilities” (passività non-finanziate)?

Ve lo spiega Pietro Monsurrò, in un articolo de Linkiesta.
“Se pensate che i conti pubblici italiani siano una tragedia (e avete ragione), non avete idea di come sono quelli USA. Diciamo che a guardar bene l’Italia sta messa meglio, salvo per il fatto che la crescita è zero (la crescita aiuta a controllare il rapporto debito/PIL). Considerando che la crescita USA è in buona parte artificiale, ottenuta per eccesso di indebitamento e di stimoli e non (solo) in base alle fondamenta microeconomiche, e che comunque la crisi è ben lungi dall’essere finita e già si intravedono i segni di una nuova recessione, abbiamo però che anche quest’ultima differenza non va sopravvalutata.
Il deficit ufficiale USA è del 10% del PIL. Il deficit, non il debito: l’eccesso di spesa rispetto alle tasse. Il 10% del PIL sono 1500 miliardi di dollari, due terzi del PIL italiano, dunque una cifra enorme. Il debito è finora basso, almeno per gli standard dei governi: un po’ sopra il 60% del PIL. Con l’attuale livello di deficit, però, ci vorrà poco ad arrivare al 120% italiano.
Anche considerando una crescita nominale del 5% annuo e interessi sul debito del 2%, infatti, con un deficit del 10% bastano meno di dieci anni per raggiungere l’Italia. Dato inverosimile, certo, ma solo se si farà una politica di tagli alla spesa o di aumenti alle tasse dell’ordine del triliardo di dollari l’anno (no, gli spiccioli di pseudo-tagli di Obama non basteranno: Obama è un esperto di marketing, non uno statista, proprio come Berlusconi). Aumenti delle tasse farebbero ridurre la crescita economica, dunque per essere certi di tenere il debito sotto controllo occorre soprattutto tagliare la spesa.
Ma il debito pubblico non è l’unico problema dei conti pubblici USA: gran parte dei debiti sono infatti non contabilizzati. Si parla di “unfunded liabilities” (passività non finanziate), e sono l’insieme delle promesse dello stato sociale che ancora non sono state finanziate, essenzialmente perché sono promesse ancora non realizzate (future pensioni, future cure mediche, futuri assegni di disoccupazione…), e dunque non sono ancora una fonte di spesa pubblica.
Se il debito ufficiale è solo il 60% del PIL, anche se aumenta a ritmi vertiginosi, il debito che tiene conto anche delle passività non-finanziate è circa dieci volte più grande: è una cifra pari a diverse volte il PIL americano, un buco nero di dimensioni vicine (o superiori) ai 100 triliardi di dollari. Questo buco nero è soprattutto creato dalla social security (pensioni) e dal programma sanitario Medicare.
Si tratta ovviamente di una cifra improponibile e che nessuno riuscirà a pagare, ma c’è il trucco: le passività non finanziate sono promesse, dunque se non si pagano le pensioni, non si crea debito (è quello che fece Dini con la riforma previdenziale del 1995: i giovani pagano molto e otterranno un pugno di mosche, ma le finanze pubbliche sono salve). Per evitare ciò occorrono riforme radicali dei programmi sanitari e assistenziali, perché come sono oggi sono finanziariamente insostenibili: quando i baby boomers andranno in pensione ci saranno forti aumenti della spesa sociale, che senza riforme saranno un problema enorme per le casse statali.
Le spese militari extra per via della lotta al terrorismo, le spese finanziarie ulteriori per via della nazionalizzazione degli enti finanziari falliti, la riforma Obama della sanità e la ridotta crescita economica che con ogni probabilità continuerà in futuro sono ulteriori fonti di preoccupazione. Gli USA, non oggi ma tra qualche decennio, rischiano di fare la fine dell’Argentina. E per non farla hanno bisogno di scelte coraggiose, scelte con dodici o tredici zeri, in dollari”.

Pietro Monsurrò 

lunedì 9 gennaio 2012

Congratulazioni a Mario Monti (di Aldo Giannuli)




"Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.

E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.

Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo. Si, perchè, in fondo, il Cavaliere, con tutta la sua collezione di ville e miliardi, i suoi stuoli di escort e giullari, alla fine, resta sempre un parvenu, un “commesso viaggiatore di successo“, come lo definiva Montanelli. Il populismo per lui è stato una tecnica di governo, ma anche un modo di essere, perchè lui non è niente di diverso dall’armata di borghesi piccoli piccoli che lo adora. Con tutti i suoi soldi resta un uomo della lunpeborghesia con lo stesso gusto trash, la stessa sottocultura da stadio, lo stesso umorismo da caserma.
Mario il Grigio no, lui è davvero un signore con una inappuntabile chioma grigio-argento, che veste in perfetto “grigio fumo di Londra”, ha una oratoria anche essa grigio “fumo di Londra”. E poi, fa la fila davanti ai musei con impeccabile understatement, sa stare a tavola e servirsi delle posate d’argento senza mettersene qualcuna in tasca e fa eleganti banciamano ad ogni signora che non si sognerebbe di definire “culona inchiavabile”. E questo lo rende assai più accetto nei salotti internazionali del suo sgangherato predecessore. Ma è anche un grande uomo di comunicazione, che sa rendersi gradito anche a quella base populista che si spande fra la Lega ed il Pd. Volete qualche esempio? Pensate ai recentissimi bliz della guardia di Finanza a Cortina d’Ampezzo, a Portofino, Chiavari, Genova dove finalmente sono state snidate mandrie di evasori fiscali con il suv e la barca, in alberghi da 1.000 euro a notte e che dichiarano si e no 25.000 euro l’anno. Finalmente alla berlina i “ricchi”, che paghino anche loro!
Riflettiamoci un po’, siamo proprio sicuri che hanno beccato i ”ricchi”? Certo chi marcia in superberline, va in certi alberghi e al casinò è uno che, probabilmente, ha qualche milione di euro e se dichiara cifre di quel tipo è un maiale che merita di essere fatto nero (nulla da eccepire su questo, se non il fatto che i governi precedenti, compresi quelli di Prodi, D’Alema e Amato, potevano pensarci già da molto tempo). Ma se questi sono i ricchi, come classifichiamo i Berlusconi, i Tronchetti Provera, i Della Valle, gli Elkann ecc. che hanno fortune calcolate in miliardi e miliardi di euro? Ripeto, non milioni di euro, ma miliardi. Ricordiamo che nel solo caso della lite ereditaria dell’Avv. Agnelli la contesa riguardò fondi off shore -e sottratti alla successione- per circa 1 miliardo di euro (ed, all’epoca si pagavano ancora le tasse di successione).
Va bene, quelli di Cortina sono i “ricchi”, ma questi altri signori, allora, sono i ricchissimi. Il bliz di Cortina non sposterà di un millimetro la situazione del nostro fisco. Per fare qualcosa di serio occorrerebbe mettere le mani addosso ai ricchissimi, quelli con conti da miliardi di euro. Ma contro i ricchissimi, il governo Monti non ha alzato paglia: nessun discorso sui grandissimi patrimoni finanziari depositati, probabilmente, in qualche paradiso fiscale. E questi non li scoviamo andando a Cortina o Portofino dove non vanno, perché posseggono intere isole tropicali o parchi di ettari in Engandina; ma se anche ne avessimo trovato uno a Cortina, non gli avremmo fatto nulla, perché sicuramente quei consumi sarebbero stati compatibili con il reddito che, per quanto sotto dichiarato rispetto alla realtà, sarà stato sicuramente di diversi milioni di euro e, dunque: “Tutto in regola Commendatore. Ossequi alla signora” e mano tesa alla visiera.
Non è attraverso i consumi che sapremo mai quanto sottodichiarano i ricchissimi e se pure qualcosa emergesse, al massimo gli toglieremmo un po’ di cipria dal naso.
Dunque, contro i “ricchissimi”, questo governo non ha osato neppure fare un fiato, così come sulle esenzioni fiscali agli enti economici della chiesa: Monti chiede meno di quanto il cardinal Bagnasco si dichiara pronto a concedere. Di tagli o rinvii ai programmi di spesa per la Difesa non ne parliamo nemmeno, a partire dai velivoli da combattimento Jsf.
Però, e qui sta la trovata geniale, diamo la sensazione che finalmente è arrivato il castigamatti che non guarda in faccia a nessuno. Un altro esempio? La decisione di tassare nuovamente i “fondi scudati”, quelli che rientrarono in Italia grazie al condono di Tremonti e contro il quale, per la verità, il Pd non fece nessuna vera opposizione. D’accordo, quella fu una cosa immonda ed i signori vennero condonati per un piatto di riso. Però, piaccia o no, il condono ci fu e giuridicamente è una pazzia rimetterlo in discussione. Sarebbe come dire: “Si l’amnistia te l’ho data e sei uscito, ma ora che ci penso era troppo generosa. Dai: vatti a fare altri sei mesi di galera!” Oppure chiedere una aggiunta alla cifra già versata per un condono edilizio. Giuridicamente la cosa non sta in piedi e, con ogni probabilità, se qualcuno porrà la questione alla Corte Costituzionale, questo provvedimento verrà cassato. Ed è un follia ancor di più sul piano economico, perché, se domani si dovesse procedere ad un condono di qualsiasi genere, non ci crederebbe più nessuno. Non che i condoni siano una cosa degna di un paese civile, ma può sempre rendersi necessario farne qualcuno e, in questa maniera ci siamo bruciati i ponti dietro le spalle. Ma questo non ha nessunissima importanza per Monti, il cui problema è quello di galleggiare sulla crisi, arrivando a fine legislatura con un capitale di consenso popolare. Poi alle elezioni presentiamo un bel centro neo Dc.
Questi sono gli spot di una campagna elettorale che può durare da tre a quindici mesi. Per ora servono a far mandare giù le misure antipopolari assunte.
Semmai, il problema per Monti è un altro: che molte cose sono fuori dai suoi poteri e se l’Italia farà default o meno ormai non dipende più da noi ma dalla Merkel: o si fa il fondo salvastati e la Bce compera i bond rimasti invenduti stampando moneta, oppure qui si va a fondo e con noi va a fondo anche l’Euro. E questo lo decide la Merkel, da sola, neppure con Sarkozy. Punto e basta. Non a caso Monti ha chiesto con Sarkozy misure “entro marzo”: perché l’asta del 29 dicembre, a fatica è andata in porto, quella del 15 febbraio, con qualche fatica in più (sono il triplo della scadenza precedente), può essere retta, ma le altre due, marzo ed aprile (più o meno ciascuna di pari entità della precedente) potrebbero davvero affondare la barca. E, se non c’è lo scudo europeo, c’è da scommettere che la “speculazione internazionale” (questo fantasma dietro cui si celano Wall street e la Casa Bianca) si accanirà per dare il colpo finale, all’Italia ed all’Euro.
Se questo dovesse succedere, fra le altre cose, sarebbe la fine del tentativo di “Mario il Grigio”. Ma anche qui l’uomo si è preparato una brillante via d’uscita: se le cose dovessero mettersi male già nelle prossime settimane, meglio arrivare alla rottura e far cadere il governo. Un voto contrario all’indirizzo di politica generale del governo ne provocherebbe le dimissioni, dopo di che non resterebbe che andare a nuove elezioni. Default per default, tanto vale farlo scaricando la colpa sulla irresponsabilità della classe politica. E alle elezioni, una lista che definiremmo “tecnico-centrista” vincerebbe facilmente. Ma per ottenere questo risultato, occorre che il Parlamento faccia un passo falso su un tema che susciti l’indignazione popolare. E l’occasione c’è: il taglio agli stipendi dei parlamentari. Tema che suscita la più profonda antipatia popolare verso i “politici” visti – a ragione- come dei parassiti e delle sanguisughe. Peraltro, questi sono anche dei morti di fame che piuttosto che rinunciare a mille euro al mese, venderebbero la madre e la nonna al mercato degli schiavi, per cui stanno mettendo tutti due i piedi nella trappola. E Monti ha già dichiarato che ritiene il provvedimento qualificante, aggiungendo “Questo governo non ha il problema di durare”. Come dire: “Se non vi tagliate gli stipendi, vi porto sparati al voto”.
Non so se i pezzenti di Montecitorio e di Palazzo Madama ci cadranno (sono abbastanza stupidi per farlo), ma se dovesse succedere sarebbero le elezioni e sia Pdl che Lega e Pd sarebbero massacrati a favore del “centro-tecnico”.
E voi dite che “Mario il Grigio” non è bravo? Come economista non vale granché, come statista vale ancora meno, ma come illusionista è un genio. Congratulazioni vivissime”.

Aldo Giannuli
9.01.2012

venerdì 16 dicembre 2011

Michele Nardelli sulla Salva-Italia e sulla crisi globale




Sono molto d'accordo con quel che scrive Michele Nardelli
in occasione della discussione sulla Legge Finanziaria 2012.

Un solo appunto: la decrescita e la sobrietà non dovrebbero essere intese a scapito dell'espansione. L'umanità ha dimostrato nella storia evolutiva di essere spiritualmente espansiva, ma si è persa per strada (simbolicamente: la Caduta/Cacciata di Adamo ed Eva) e ha deciso di espandersi fisicamente (dominio sul creato e obesità).
Un discorso sul contenimento di noi stessi e sui limiti dovrebbe prima di tutto enfatizzare il punto che è un appello ad evolvere nella direzione giusta, non a devolvere/involvere, perché altrimenti l'istinto umano rifiuterà il messaggio (molto giustamente ed assennatamente).

Ritorno alla Terra - Intervento di Michele Nardelli
"L'autonomia come prerogativa per abitare i processi globali. La crisi finanziaria, demografica, ecologica. La crisi della politica. La necessità di un cambio di approccio nel pensiero come nei comportamenti. Ritornare alla terra. La declinazione del concetto di sobrietà. 

Nel suo celebre romanzo "Per chi suona la campana" Ernst Hemingway cita i famosi versi di "Nessun uomo è un'isola" di John Donne. John Donne era un poeta e religioso inglese vissuto fra la fine del 1500 e l'inizio del 1600, in tempi dunque piuttosto lontani dai nostri. 


Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un'isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

Se non lo è un uomo, figuriamoci se il Trentino è un'isola. Il Trentino è parte integrante dei processi nel quale è immerso, come parte di una comunità globale sempre più segnata dall'interdipendenza. Questo spiega - ed è naturale che sia così - perché il confronto sulla finanziaria della Provincia Autonoma di Trento assuma in questo contesto un profilo che va oltre in nostri piccoli confini. A testimonianza del fatto che oggi la dimensione sovranazionale e quella locale sono insieme decisive: per questo l'Europa è la nostra prospettiva politica.
E dovrebbe aiutarci a capire l'importanza di uno sguardo sul mondo. A che cosa servono le relazioni internazionali se non a questo? Lo dico a chi, in questa sede, si è chiesto a che cosa servono gli 11 milioni che investiamo nel capitolo sulla solidarietà internazionale. Anche se talvolta non ci riusciamo, perché piuttosto che "lo sguardo sul mondo" prevale la logica dell'aiuto per quanto importante...
Accanto a ciò ci dovrebbe aiutare a dotarci di una visione attenta verso gli effetti dell'interdipendenza sul nostro territorio. Non solo per i tagli, ma perché la crisi non conosce confini (ne abbiamo parlato pochi giorni fa nel confronto sul tema della presenza della criminalità organizzata in questa terra). E che ci deve far considerare l'autonomia come prerogativa, come strumento per abitare i processi globali, come occasione per costruire relazioni.
Costruire relazioni... Ad ottobre sono stato invitato a Casablanca a parlare della nostra autonomia, come spunto per affrontare la questione del Sahara Occidentale dilaniato da mezzo secolo di guerra. Di fronte ad un auditorio di oltre 200 persone - recentemente il Marocco ha introdotto l'autonomia nella sua nuova carta costituzionale - ho spiegato che l'autonomia non è un espediente per aggirare il problema, che l'autonomia (l'autogoverno) è più, non meno, dell'indipendenza (nel senso che si può avere l'indipendenza ma non l'autogoverno).
In questo quadro l'autonomia ci aiuta a stare al mondo, per conoscerci meglio e per comprendere lo straordinario valore di quel che abbiamo, che dobbiamo coltivare e studiare piuttosto che considerare una rendita di posizione o, peggio, una sorta di privilegio. E diventare cultura, una forma mentis, un approccio ai problemi.
All'inizio della sua relazione il presidente Dellai parla della crisi e dice "La crisi globale non è solo finanziaria ed economica. Si intreccia con un deficit complessivo di valori, di cultura, di politica, effetto di quel pensiero unico nel quale il successo senza condizioni e la forza senza limiti costituivano i riferimenti fondamentali".
Sono molto d'accordo. Abbiamo infatti a che fare con almeno tre aree di crisi, che dovremmo saper guardare come intrecciate fra loro.

1. La crisi finanziaria

Se ne parla molto, qualche volta vanvera. Tanto che ne abbiamo sottovalutato la natura, prima nell'incertezza di non averla saputa vedere per tempo, poi nell'averla letta come una crisi congiunturale, e non invece come la fine di un ciclo. Quel ciclo che ha prodotto la finanziarizzazione dell'economia, lo strapotere della finanza sull'economia, dell'economia di plastica sull'economia vera. E che ci affida un compito: quello di riportare la finanza alla sua funzione tradizionale. E' il tema che si sono posti gli indignados nel loro presidio simbolico di Wall Street, è lo stesso tema che si è posto e si pone Barack Obama ed è quello che ci poniamo quando facciamo appello ai soggetti della finanza trentina per far fronte al sostegno dell'economia del nostro territorio (e di cui parlo in uno degli ordini del giorno che mi vedono primo firmatario). Fin quando la dimensione finanziaria garantirà rendite notevolmente maggiori del profitto che può venire dal lavoro nessuno investirà sulle produzioni, sull'innovazione, sulla ricerca.

2. La crisi demografica

Una notizia è passata inosservata. Abbiamo raggiunto i 7 miliardi di esseri umani sul pianeta. E' nata Danica ed è paradossale che la disputa sia se il settemiliardesimo abitante della terra ha visto la luce a Manila o in un villaggio indiano e non ci si interroghi invece sulla prospettiva, visto che prima del 2030 saremo in 9 miliardi sul pianeta(soglia considerata il limite di sostenibilità agroalimentare). Ci vogliamo interrogare sul serio sulla sostenibilità? Sulla limitatezza delle risorse, sul fatto che si stanno compromettendo gli equilibri del pianeta, che stiamo tagliando la foresta amazzonica per produrre soia e carne? Vogliamo prendere atto che, a prescindere dalla crisi finanziaria, tutti dobbiamo fare un passo indietro? O pensiamo che ci siano al mondo persone che hanno fra loro diritti diversi?

3. La crisi ecologica

Perché non ci interroghiamo su come sta cambiando il clima? Non serve essere esperti, lo possiamo vedere, se lo vogliamo, nelle alluvioni della Liguria e della Sicilia. Il cambiamento del clima sulla Terra è vecchio quanto il pianeta: 4 miliardi e mezzo di anni, ma è nel XX secolo che si sono prodotti i cambiamenti ambientali più radicali ed è la prima volta che se ne ha la percezione nel corso della vita di una persona. Per rendersene conto basterebbe osservarli secondo il noto gioco di simulazione compiuto da un astronomo che ha provato a comprimere la storia del pianeta terra - 4 miliardi e mezzo di anni - sulla scala di un anno.

"Secondo questa simulazione, se a gennaio, su un braccio esterno della via lattea, si forma il Sole, a febbraio si forma la Terra, ad aprile i continenti emergono dalle acque, a novembre appare la vegetazione, a Natale si estingue il regno dei grandi rettili, alle 23 del 31 dicembre compare l'uomo di Pechino, a mezzanotte meno dieci l'uomo di Neanderthal, nell'ultimo mezzo minuto si svolge l'intera storia umana conosciuta, nell'ultimo secondo di questo mezzo minuto gli uomini si moltiplicano per tre o quattro volte e consumano quasi tutto quello che si era accumulato nei millenni precedenti".

C'è in realtà una quarta crisi, forse meno importante, ed è quella della politica. Il fatto che la politica ha smarrito la propria capacità di visione, la capacità di elaborare nuovi pensieri complessi dopo la fine delle ideologie novecentesche. La crisi della politica non è solo crisi della forma partito, è i n primo luogo crisi di pensiero e di visione. Zygmunt Bauman a Trento, nella sua Conservazione sull'educazione e nel suo confronto con alcuni studenti del Da Vinci ammoniva - di fronte alla grande massa di informazioni - sulla necessità di mettere a fuoco gli avvenimenti. E' il tema della formazione e della promozione delle nuove classi dirigenti, che non è un problema di rottamazione generazionale ma di elaborazione della storia, del recente passato, e del nostro predisporsi a passare la mano.
La politica (e non solo la politica) continua invece a rincorrere gli avvenimenti, come si trattasse di emergenze. Lo abbiamo visto anche nel 2011 quando abbiamo guardato al Mediterraneo senza comprendere quel che stava avvenendo, quella primavera che vedeva come protagonisti giovani, colti, senza simboli del ‘900. Il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani che ho l'onore di presiedere ha seguito passo passo, accompagnando la primavera in un cambiamento del Mediterraneo che riguarda anche noi, che ha coinvolto anche noi, perché il Mediterraneo è anche la nostra storia.

Si guarda il dito, non la luna. Tanto che affrontiamo anche la crisi finanziaria come un'emergenza, quando invece occorrerebbe un cambio di approccio. In questo senso non c’entra Berlusconi (che ha altre responsabilità ...): se è crisi strutturale, non sarà certo una manovra da 30 miliardi (venti netti) a salvare l'Europa. So bene che il quadro parlamentare è quello di prima, ma mi sarei aspettato qualcosa di diverso dal Governo Monti, il taglio ai 16,5 miliardi dei cacciabombardieri F35 ad esempio, e più fantasia.
Occorre qualcosa di più profondo della manovra attuale, bisogna aggredire i nodi che portano alla crisi. Non è nemmeno solo la Tobin tax (quello 0,1% di tassa sulle transazioni finanziarie che porterebbe un'entrata di 166 miliardi di dollari) che pure va fatta.
E' necessario in primo luogo una grande alleanza dell'economia reale ed è questo il tratto sul quale voglio insistere in questo intervento. Un'alleanza che vorrei prendesse il nome di "Ritorno alla terra". S'intitola così l'ultimo libro di Vandana Shiva, la cui prefazione di Carlo Petrini, l'inventore di Terra Madre, insiste sull'economia della natura. E' quello di cui parla Giuseppe De Rita, presidente del Censis, laddove ci parla di cultura terranea. Ed è quello che ci ha lasciato come testamento politico Andrea Zanzotto, il grande poeta da poco scomparso, quando ammoniva la sua terra, il Veneto, da cui si staccava con fatica pur essendo chiamato in ogni parte del mondo, quando accusava la sua terra di aver annientato la propria tradizionale cultura contadina.

Qui non si tratta di tornare al passato, bensì di ripensare lo sviluppo e soprattutto di pensare alla ricerca e alla tecnologia come fonte di liberazione dall'assoggettamento dell'uomo alla cosa.
Dobbiamo finalmente far nostra la cultura del limite. Lo dico anche ricordando che nel 2012 saranno passi quarant'anni dal rapporto "I limiti dello sviluppo" del Club di Roma. Quegli scienziati vennero allora accusati di catastrofismo e oggi li dovremmo riconoscere nella loro lungimiranza.
Dobbiamo ristrutturare il pensiero e ripensare i comportamenti. Tutti oggi parlano di sobrietà. Vorrei provare a declinare questa parola tanto di moda per riportarla al suo vero significato. Parlo della limitatezza delle risorse e dei beni comuni, di biodiversità (pensiamo alla scomparsa delle colture autoctone, delle specie animali e vegetali...), degli stili di vita e consumi, di etica nella ricerca (fin dove ci si può spingere ...), di nuova declinazione dei diritti in un contesto globale, di impronta ecologica e impatto ambientale  (penso al peso della CO2 nelle filiere lunghe), della natura dei confini e della conoscenza dell'altro, del conflitto generazionale, del limite come consapevolezza della finitezza delle nostre vite e infine della pace declinabile nella sobrietà (penso alla guerra del petrolio, dell'acqua, della terra).

In genere si associa la sobrietà alla povertà o alla miseria. Personalmente la voglio associare all'eleganza, allo stile e alla misura, alla bellezza. Una cultura, quella della sobrietà, che è peraltro connaturata a questa terra, tradizionalmente povera, che è stata di emigrazione. Una comunità tradizionalmente sobria e aperta, che ha nella sua storia tradizioni culturali importanti. Penso al diritto alla preghiera, ad esempio. Visto che si fa sempre riferimento alle tradizioni di questa terra, lo sapevate che nei primi anni del ‘900 durante l'impero austroungarico c'era a Trento una moschea con la quale si garantiva il diritto di culto ai soldati bosniaci di fede islamica?
Dobbiamo imparare a vivere in un contesto in cui ricominciamo a dare valore alle cose vere piuttosto che all'effimero, imparare a conoscere la storia (il secondo odg di cui sono primo firmatario sul polo archivistico), apprendere per conoscere, per il piacere di conoscere.
Ritornare alla terra, non vuol dire solo agricoltura che pure dobbiamo rimettere al centro della nostra economia, ma valorizzare le vocazioni del territorio. Molto è stato fatto, molto si deve fare. A cominciare dall'avere la consapevolezza del valore della nostra diversità che viene da tre aspetti:
in primo luogo dall'autonomia;
in secondo luogo dalla diversità della struttura economica (la cooperazione trentina come secondo soggetto economico dopo la PAT stessa);
in terzo luogo dalla coesione sociale che ci ha messi al riparo dallo spaesamento.

Al tempo stesso, non possiamo permetterci di vivere di rendita. Ritorno alla terra significa avere a cuore le vocazioni del territorio (storia), la coesione sociale (fare sistema nei territori, cosa non facile e vero ostacolo alla valorizzazione delle filiere corte; ma anche rimotivazione delle persone nel loro lavoro, a cominciare dalla pubblica amministrazione), la conoscenza (investimento sul sapere e sull'innovazione): sono queste le tre parole chiave del "ritorno alla terra". Investono il lavoro, la difesa del reddito, la tutela del territorio, la riforma della pubblica amministrazione, le nuove cittadinanze (su questo aspetto ho voluto riprendere in un apposito ordine del giorno l'appello del presidente Giorgio Napolitano quando ha parlato di mettere fine all'ingiustizia di quei bambini e ragazzi figli di genitori stranieri che sono nati in Trentino - e in Italia - ai quali non viene riconosciuta la cittadinanza).

L'anima di questa finanziaria? si chiedeva il consigliere Morandini. Rispondo con le parole di Massimo Cacciari: "Che cos'è fare politica se non dire al prossimo tuo che non è solo?".
Farlo con impegno, responsabilità, serietà, originalità di pensiero. Certo, c'è un quarto aspetto che ha contribuito a fare diverso il Trentino: se questa terra ha saputo essere diversa lo si deve anche alla sperimentazione politica che abbiamo saputo realizzare in questi anni. E che, personalmente, non considero un capitolo affatto chiuso".