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giovedì 26 gennaio 2012

Auschwitz in Israele - Il Secondo Olocausto





«I significati dell'Olocausto,» rispose lui con voce grave, «devono essere determinati da noi, ma una cosa è certa: il suo significato non sarà meno tragico di quanto lo è oggi se ci sarà un secondo  Olocausto, e se la progenie degli ebrei europei che evacuarono l'Europa per un asilo in apparenza più sicuro dovesse andare incontro alla distruzione collettiva in Medio Oriente. Un secondo Olocausto non avrà luogo sul continente europeo, perché questo è stato teatro del primo. Ma un secondo Olocausto, qui, potrebbe verificarsi fin troppo facilmente e, se lo scontro tra arabi ed ebrei dovesse continuare ad aggravarsi, si verificherà: è inevitabile. La distruzione di Israele in un conflitto nucleare è oggi una possibilità assai meno remota di quanto lo fosse l'Olocausto cinquant'anni fa».
Philip Roth, “Operazione Shylock”, Mondadori, 1993.

La prima istintiva reazione israeliana alla dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu che tutto Israele ha bisogno di essere circondato da una barriera è la seguente: “Oh no, questa è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”. Tale risposta sarebbe del tutto comprensibile. Ogni bambino israeliano, e anche ogni bambino ebreo in tutto il mondo, è nato insieme a immagini di barriere e recinzioni. Le recinzioni dei campi di sterminio della seconda guerra mondiale. Queste immagini vengono automaticamente associate agli sguardi delle persone dietro le recinzioni; lo sguardo negli occhi delle persone che camminano verso le camere a gas e i forni crematori. Pertanto, la proposta di circondare l’intero paese con una recinzione inizialmente suscita una reazione di paura e di rifiuto; la sensazione di un ghetto o di uno Stato fortezza…Un intero paese vive dietro le recinzioni, circondato in tutte le direzioni da oceani di nemici. Il pensiero che questo è il nostro destino può spingere una persona normale verso la follia. E così, stiamo assistendo alla creazione della nuova Sparta qui, la Sparta di oggi; eppure avremmo tanto voluto essere come Atene.
Eitan Haber, giornalista e saggista israeliano

L’Ombra che si trova in contraddizione con i valori non può essere accettata come parte negativa della propria struttura psichica e viene proiettata, vale a dire spostata, verso l’esterno e vissuta come un elemento esteriore. Viene combattuta, punita e sterminata come “nemico esterno”, e non considerata invece come un nostro elemento personale “interno”. […]. I conflitti psichici inconsci dei gruppi e delle masse si esprimono soprattutto in esplosioni epidemiche, come le guerre e le rivoluzioni violente, in cui le forze inconsce che si erano accumulate nella collettività diventano dominanti e “fanno la storia”. […]. Per la collettività rimane quindi sempre più urgente il bisogno di liberarsi in maniera esplosiva e violenta delle energie aggressive accumulate, per scaricare perlomeno temporaneamente lo stato di tensione e di ingorgo emotivo. […]. Ogni popolo pensa di identificarsi, nell’inflazione della “coscienza immacolata”, con i valori più alti dell’umanità, si identifica con essi e prega in coscienza il “suo” Dio, come quintessenza del lato luminoso, di donargli la vittoria. Quest’inflazione della coscienza a posto non viene in alcun modo disturbata dalla messa in atto di un’Ombra brutale. La frattura tra il mondo etico di valori proprio della coscienza e un mondo sotterraneo inconscio da reprimere e da rimuovere che nega quegli stessi valori, conduce l’umanità a nutrire sensi di colpa e ad accumulare nell’inconscio energie ormai ostili alla coscienza, energie che, manifestandosi con violenza repentina, trasformano il corso della storia umana in un terribile fiume di sangue.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, pp. 48-55.

Sono sempre più convinto che l’ostinazione israeliana nel voler distruggere il programma atomico iraniano si trasformerà in un boomerang terribile.
I devastanti effetti che si ripercuoteranno sull’intero pianeta:
saranno la goccia che farà traboccare il vaso. Un’opinione pubblica internazionale da troppo tempo irretita e repressa nei suoi sentimenti anti-sionisti dall’utilizzo manipolatorio dell’Olocausto rischierà di passare da un estremo di tolleranza ad un estremo di intolleranza:
Il governo israeliano non sembra avvedersene e continua la costruzione del suo campo di concentramento che, nello scenario peggiore, quello di una guerra regionale che degenera in un conflitto globale:
potrebbe tramutarsi in un gigantesco campo di sterminio per gli Ebrei israeliani e per i Palestinesi.

Dopo aver costruito il famoso muro nei territori palestinesi occupati, condannato dall’ONU:
Israele sta costruendo recinzioni di acciaio ai confini con Egitto, Libano e Giordania:
“Le ruspe sono già al lavoro. Il ministero della Difesa ha dichiarato che il piano dei costi previsto sarà di circa 272 milioni di euro. Il muro sarà rinforzato da sensori elettronici. I lavori non dovrebbero durare più di un anno”.
“Il muro con il Libano non è l’unico in programma. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato a Capodanno che Israele ha l’intenzione di costruire una barriera lungo la sua frontiera orientale, lungo il confine giordano, simile a quella che è in costruzione attualmente lungo la frontiera egiziana. Il governo israeliano sta investendo 360milioni di dollari Usa in una barriera di acciaio alta cinque metri lungo i 240 km che separano Israele dall’Egitto. L’opera sarà completata nel settembre 2012. “Quando la barriera di sicurezza lungo il confine egiziano sarà finita, una verrà costruita sul confine giordano” ha dichiarato Netanyahu”.
L’obiettivo è quello di bloccare l’immigrazione clandestina e l’infiltrazione di potenziali terroristi.
Il risultato sarà però quello di un popolo imprigionato tra il mare e il filo spinato, in un gigantesco campo di concentramento circondato da popoli con i quali non intende arrivare ad alcun accordo di pace.
È chiaramente un suicidio. Il più fervido e scaltro nazista non avrebbe potuto immaginare una trappola più tremenda: Ebrei che si costruiscono attorno il loro lager. Ebrei che, per scongiurare un'altra Shoah, la rendono più probabile. Mefistofelico...

martedì 24 gennaio 2012

La Francia non è più una democrazia - la legge che proibisce il negazionismo





Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Art. 21 della Costituzione

“La legge punisce con un anno di carcere e 45 mila euro di ammenda chi nega uno dei due genocidi riconosciuti dalla legge francese (quello ebraico e, dal 2001, l'armeno)”:
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=160943

Argomenti contro questa legge:

-   Rendere illegale un’idea è orwelliano;
-   È controproducente perché suscita il sospetto che si voglia difendere un interesse particolare ed occultare una verità sconveniente;
-   Priva l’opinione pubblica della possibilità di ascoltare una pluralità di voci, impedisce la circolazione di idee;
-   Introduce dogmi e tabù all’interno della storiografia;
-   Rende concepibile il proposito di stabilire per legge la verità dei fatti;
-   Nega il dato di fatto che la storiografia, per poter esistere, dev’essere revisionista. Lo storico cerca nuove prove, formula nuove ipotesi, accantona teorie superate, non sottosta ad un’unica verità imposta dall’alto;
-   Nega la possibilità che si possano commettere degli errori, nega il diritto di essere intellettualmente disonesti (il che si potrebbe ritorcere contro i politici);
-   Come si fa a stabilire un confine tra opinione e falsità?
-   Una democrazia che teme idee diverse non ha futuro;
-   Una società che tratta i suoi cittadini come degli infanti che vanno protetti dalle “cattive influenze” e decide per loro a quali idee possano essere esposti o meno non è democratica, è autoritaria;

Ergo, la Francia, ufficialmente, non è più una democrazia.

giovedì 20 ottobre 2011

I Giusti tra le Nazioni - salvare qualcuno è salvare se stessi



ESTRATTO DA:
Stefano Fait e Mauro Fattor, "Contro i miti etnici: alla ricerca di un Alto Adige diverso", Raetia, 2010, 224 pagine.

I Giusti, preservando l’idea fondamentale della speranza nell’uomo, hanno difeso la civiltà umana.
Antonia Grasselli e Sante Maletta

L’anello più debole è anche il più forte. Spezza la catena.
Stanislaw Lec

Nella tradizione mistica ebraica i Tzadikim Nistarim sono 36 Giusti che vivono su questo pianeta senza essere consapevoli della loro natura “speciale”. Nessuno li conosce – sono in un certo senso “nascosti” (nistarim), ma in ogni momento della storia ce ne saranno sempre 36 e la loro presenza assicura l’esistenza del mondo stesso. Nella narrativa europea orientale il viandante forestiero che giunge in una comunità giusto in tempo per salvarla dalla catastrofe è molto probabilmente uno dei 36, ma è troppo umile per rendersene conto. Terminata la sua missione, come ogni supereroe che si rispetti, fa il suo ritorno nell’anonimato. Nessuno sa chi siano i 36, ma ogni ebreo dovrebbe cercare di conformare il più possibile il suo comportamento e stile di vita a quello dei 36, dovrebbe cioè agire come se fosse uno di loro e tenere a mente il detto talmudico che “chi salva una vita salva il mondo intero”.
Personalmente trovo che questa pratica sia estremamente salutare e lodevole e garantisce una vita pienamente, genuinamente umana che funge anche da antidoto al virus identitario. Come? È quello che proverò a dimostrare in questo capitolo. Quel che si apprende dai vari studi che approfondiscono il tema della mentalità e spiritualità dei soccorritori degli Ebrei durante l’Olocausto (Todorov 1992; Oliner et al. 1993; Paldiel 1993; Geras 1995; Fogelman 1996; Monroe 1996, 2004; Perlasca 1997; Reykowski 2001; Zamperini 2001; Picciotto 2006; Grasselli & Maletta 2006), è che molti di loro coltivavano una forte autonomia di giudizio. Il loro non era un anticonformismo fine a se stesso, ma la volontà di ascoltare la voce della propria coscienza prima di prendere in considerazione quella del gruppo di riferimento.
Mentre la maggior parte delle persone si preoccupava per l’incolumità propria e delle proprie famiglie, essi si prodigarono per degli sconosciuti, gli outsider per antonomasia, etichettati come anti-umani dalla propaganda nazista. Erano spinti a farlo da valori che non dipendevano dall’approvazione altrui – i vicini erano spesso inclini a condannarli per il modo in cui mettevano a repentaglio la vita degli altri e non solo la loro – ma dalla personale convinzione di essere nel giusto o, per meglio dire, di non poter agire diversamente. Cosa li distingueva dagli altri? La fede? Gli orientamenti politici? Il tasso di  scolarità? Il ceto? Nessuna di queste variabili accomuna i Giusti. Sappiamo che uno dei fattori determinanti era l’educazione. I loro genitori insegnarono ai figli la tolleranza, il sincero apprezzamento per ogni vita umana, la compassione per le persone in difficoltà. In breve, i soccorritori appresero dai propri genitori il valore dell’estensività, ossia della capacità di ciascun essere umano di decentrarsi, spersonalizzarsi, accogliendo nel proprio Io ogni altro pronome personale. Un altro termine per "individualità democratica".
Leggiamo cosa hanno pensato di se stessi e delle loro motivazioni. Ecco alcune delle risposte date a chi voleva sapere dove avevano trovato la forza e le motivazioni per fare quello che avevano fatto. “Non è una questione di come mai l’abbiamo fatto... non si poteva fare diversamente. Punto e basta”. “Si vedevano gli Ebrei non come Ebrei, ma come esseri umani perseguitati, che lottavano disperatamente per la propria vita ed avevano bisogno di aiuto”. “Una voce dentro di me mi disse che dovevo farlo, altrimenti non sarei più stato me stesso”. “Non so esattamente perché ho aiutato. È semplicemente che sono fatto così. Quando vedo qualcuno che ha bisogno di aiuto lo aiuto”. “Ci hanno insegnato ad amare l’umanità”. “Tutti gli esseri umani sono una grande famiglia”. “L’unica cosa che non potevo sopportare da piccola era l’ingiustizia”. “Se non si poteva vivere per gli altri... non aveva senso vivere. Essere umani significa avere bisogno degli altri”. “Un giorno ho visto un bambino ebreo in strada, di circa nove anni, ed un altro bambino gli è corso incontro e gli ha detto: ‘Sei un Ebreo!’ e poi l’ha colpito. Un uomo, un manovale come tanti, aveva visto quanto era successo e gli aveva detto: ‘Perché l’hai fatto? È un bambino proprio come te. Guarda le sue mani e la sua faccia. Non c’è alcuna differenza...’. Così il bambino che aveva colpito il bambino ebreo, triste, gli ha poi detto: ‘Ah, sì, scusami’. L’ho ascoltato, sono andata a casa, ho guardato le mie mani e ho pensato: ‘No, non c’è differenza’. Così, vede, ho ascoltato ed ho imparato”. Un Olandese, spiegando cosa lo avesse spinto ad aiutare un tedesco, odiato nemico, evoca inconsapevolmente il San Paolo della lettera ai Galati, “Ebrei o Tedeschi – non faceva nessuna differenza per me, finché li riuscivo a vedere come esseri umani”. Un ingegnere tedesco in Polonia ricorda invece che sua madre gli aveva insegnato “a non approfittarsi della vulnerabilità delle persone” e “a prendere la gente per quel che è, non per la loro professione o religione, ma per quell che sono come persone” (Geras 1995). Nessun soccorritore ha dovuto riflettere molto a lungo prima di prendere una decisione così cruciale. La gran parte di loro ha agito d’impulso, senza soffermarsi a valutare i rischi, senza premeditazione (Fogelman 1996; Powell, 2000). Come ha spiegato il figlio di uno dei superstiti salvati dagli abitanti di Le Chambon, “la gente che si preoccupa troppo non agisce e chi agisce non si preoccupa troppo”. Il che conferma l’intuizione della scrittrice e filosofa anglo-irlandese Iris Murdoch che “nei momenti decisivi la gran parte della scelta è già stata fatta” (Murdoch 2001, 36); oltre alla riflessione di William Blake su Gesù, da lui definito un uomo che “era tutto virtù e agì per impulso, non secondo le norme”.
Un altro soccorritore olandese (Tony) ribadisce la predisposizione all’universalismo dei soccorritori. “Non credo alle cause giuste o sbagliate... Credo alle persone buone. Le persone sono le stesse da una parte e dall’altra. Potrebbero stare assieme se lo volessero, ma l’educazione è un serio ostacolo [...]. Le persone sono terrorizzate dall’idea di lasciar andare la loro coperta di Linus, qualunque essa sia: la religione, il corpo dei marines, la fede ebraica o cristiana. Senza di esse si troverebbero a dover affrontare la propria umanità”.
Ecco invece il suo punto di vista sulla natura umana: “Penso che stiamo tutti assieme come le cellule del corpo. Sono entità individuali, ognuna in lotta per la propria sopravvivenza. Eppure, a volte, si sacrificano per la sopravvivenza dell’insieme... Ma, ai nostri giorni, Statunitensi, Europei e Cinesi non possono sopravvivere in questo mondo se non come parti di un tutto, in un certo senso. La difficoltà maggiore è farlo senza cadere nella trappola del governo totalitario”.
 E come ci si riesce?
“Proprio nel modo in cui lo fa il corpo. È quasi un modo istintivo, involontario di sentire. È una combinazione di educazione, nuova moralità fondata sull’amore e la sollecitudine, e sulla scelta di non incentrare la propria vita sull’accumulazione di quanto più è possibile. È sapere che la tua felicità dipende da vibrazioni che sono in armonia con il tuo ambiente, con la natura e con le persone che ti circondano e da una certa dose di coraggio che deriva dalla consapevolezza che la vita non dura per sempre”.
Tony riesce ad aggirare la dicotomia comunità costrittiva (Gemeinschaft) – società atomizzante (Gesellschaft) optando per una sintesi che sovrasta entrambe, la convinzione di fare tutti parte della medesima forza vitale e quindi di avere lo stesso valore e pari dignità, oltre che la medesima capacità di compiere il bene ed il male (Monroe 1996). Bert, un altro olandese poi trasferitosi negli Stati Uniti, confida all’intervistatrice di non aver mai aderito ad alcun sistema etico preciso: “Non vivo secondo qualche regola speciale... Ma immagino, anche se non ci ho mai pensato prima, che forse esiste una qualche legge superiore a quella umana”. E tuttavia non è in grado di definirla. Sembra piuttosto che, kantianamente, si sia comportato in modo tale che la legge che informava le sue azioni potesse essere una legge universale della natura; oppure che, come Emerson, abbia creduto che quel che era intimamente vero per lui, lo fosse anche per tutti gli esseri umani. Bert non ha mai pensato molto a quel che faceva, non aveva altra scelta se non farlo. Non si sente eroico e neppure coraggioso. “Chi arrampica è coraggioso”, chi salva delle vite umane non lo è, “perché quella è una cosa che si deve fare, mentre arrampicare una parete è una scelta”. Insomma, la decisione di Bert era inevitabile, involontaria e del tutto normale, dal suo punto di vista (Monroe 1996). Che è poi il punto di vista di Giorgio Perlasca, militante fascista e volontario in Abissinia e Spagna, e poi salvatore di oltre cinquemila ebrei ungheresi. “Non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo che sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata” (Deaglio 2003, 16).
Come ho già avuto modo di rimarcare in precedenza, una delle virtù dei Giusti è quella di sapersi disfare di una morale rigida, incardinata in regole astratte ed inflessibili che non tollerano la variabilità dell’esperienza umana. Prevalgono l’impulso compassionevole e l’elisione temporanea dell’Io. Non possiamo far passare sotto silenzio, anche se spiace rilevarlo, il fallimento morale delle religioni rivelate, istituzionalizzate ed identitarie. Ci sono casi di esponenti del clero cattolico che nascosero degli Ebrei cercando di convertirli (Picciotto 2006). Nel dopoguerra ci sono stati Ebrei che hanno continuato a dubitare di essere stati salvati da un gentile. È il caso di un rabbino che, quando la guerra finì, chiese ancora una volta alla donna che l’aveva salvato se lei fosse ebrea e, alla sua replica che non lo era affatto, esclamò: “Sei decisamente pazza!”. Possiamo immaginare che il tono fosse benevolmente canzonatorio, ma il fatto stesso che per lungo tempo il salvato non abbia voluto credere alla donna indica uno dei limiti oggettivi delle religioni tradizionali. Il comportamento di un soccorritore è comprensibile se esiste un legame religioso, etnico o nazionale, altrimenti è quantomeno curioso ed inatteso, se non stupefacente. Come se il sacrificio personale per un compatriota o correligionario fosse un fatto naturale, ma non quello per uno sconosciuto al quale ci lega solo la comune umanità. Ha perfettamente ragione la filosofa politica Valentina Pazé (Pazé 2007) quando insiste che “ciò che va sfatato è il mito romantico in base al quale l’amore per i compatrioti e i connazionali sarebbe originario, naturale, spontaneo mentre la solidarietà nei confronti degli ‘altri’ sarebbe in un certo senso ‘contro natura’, richiedendo di mettere a tacere i sentimenti profondi per mettersi all’ascolto della voce della ragione. [...] Il concetto di solidarietà non può essere definito a partire dall’idea di comunità, se non al prezzo di un suo impoverimento e travisamento”.
Sfortunatamente, per troppe persone, ancora adesso, l’umanità non costituisce una comunità morale. Si continua a credere che le nazioni e le piccole patrie siano entità naturali, quando non lo sono, e poi si appicca il fuoco ad un senzatetto in carne ed ossa, giusto per vedere cosa succede, stupendosi di essere condannati dalla gente. Mentre il comportamento del rabbino può essere giustificato dalle circostanze, questo non può valere per dei filosofi morali di fede ebraica come Lawrence A. Blum e Victor J. Seidler che, pur giudicando encomiabile l’ecumenismo dei soccorritori, si dicono risentiti del fatto che la preservazione di un’etnia che definiscono come “distinta” (escludendo quindi i discendenti di matrimoni misti) come quella ebraica non fosse in cima alla lista delle priorità dei Giusti (Oliner et al 1993). Sembrano non rendersi conto del fatto che proprio il basso livello di identificazione con un particolare gruppo etnico o nazionale ha permesso il salvataggio di decine di migliaia di Ebrei e che, al contrario, un alto livello di identificazione collettiva ha indotto così tanti Tedeschi a scatenare una guerra mondiale e concepire e perpetrare l’Olocausto, mentre odiernamente rende improponibile una soluzione pacifica della questione palestinese. Molti dei Tedeschi che aderirono entusiasticamente al nazismo lo fecero perché erano persuasi del fatto che la loro cultura, la loro patria e la loro razza fossero seriamente minacciate. Per questo il patriottismo, l’etnicismo ed il culturalismo sono moralmente insostenibili. La riflessione conclusiva di Tzvetan Todorov (Todorov 1992) ha un carattere definitivo:
Eroi e soccorritori sono molto diversi anche perché questi ultimi non combattono in nome di concetti astratti, ma per degli individui. Quando agiscono, si preoccupano poco di ideali e doveri, che tra l’altro sarebbero quasi sempre incapaci di esprimere a parole, ma di persone concrete che vanno aiutate con i gesti più quotidiani”.
A mio avviso è assolutamente rincuorante scoprire che le scelte amicali dei giusti fossero molto meno influenzate rispetto alla media dalle differenze religiose (il 63% a fronte del 38% ha dichiarato di avere avuto amici intimi di un’altra religione prima della guerra), dalle differenze di classe (61% a 43%) e da quelle etniche (46% a fronte di un 37% che aveva amici ebrei) (Oliner & Oliner 1993). È la dimostrazione che queste persone furono in grado di espandere i confini del proprio Ego fino ad includere dei totali sconosciuti. Una capacità, questa, che sarebbe bene estendere gradualmente agli altri animali ed alle piante, perché il nostro destino, è molto probabilmente quello di una totale compartecipazione nell’esperienza della vita sul pianeta e oltre. È importante rilevare come l’ottica dell’individualità impersonale caratterizzasse anche alcune delle vittime più illustri dell’Olocausto e della guerra, come Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil. In tutte loro non si può fare a meno di notare un sentimento di profonda, intima condivisione alle vicende umane nella loro totalità ed integralità. Ne scaturisce una comprensione e condivisione universale che va oltre i confini del tempo, dello spazio e del giudizio morale sulle motivazioni dei loro stessi carnefici. Umanissime protagoniste della propria e dell’altrui vita, della propria e dell’altrui storia, queste filosofe della vita e dell’amore hanno sconfitto il progetto nazista di deumanizzare la civiltà umana irradiando un potente narcisismo collettivo ed il sogno hitleriano di imporre una morale pre-moderna, improntata alla durezza egoista e virilista ed all’esclusivismo etnico-razziale. Il loro maggior merito, a mio parere, è stato quello di cogliere il senso più ampio della sofferenza umana, trasformandolo, esorcizzandolo e cercando di arginare nel contempo la disistima dei posteri nei confronti della storia e dell’umanità in generale.
Possiamo esaminare altri casi e la conclusione sarà sempre la medesima. Else Krug, ex prostituta specializzata in pratiche sado-maso, si rifiuta di bastonare un’altra detenuta, sebbene ciò la condanni a morte. Un soldato tedesco si rifiuta di fucilare dei civili serbi destinati all’esecuzione per rappresaglia e viene ucciso dai suoi commilitoni. Avrebbe potuto far finta di sparare, o mirare alto, invece ha scelto la morte. Con questo suo gesto ha salvato il suo onore e contribuito a salvare quello dell’umanità. Nell’Orrore, l’unico modo per rimanere umani è prendersi cura degli altri, uscendo da noi stessi e sentendoci responsabili di tutti, in nome dell’agape, il senso interiore di bene e di giustizia che alberga in noi. I soccorritori tendono dunque ad essere non conformisti, per temperamento sono restii ad ubbidire senza aver compreso cosa comporti la loro ubbidienza, ma non rifiutano ogni legge. Sono perfettamente in grado di distinguere tra bene e male, anche se non sono innamorati dei principi e delle astrazioni fini a se stessi. Sono portati all’universalizzazione e simultaneamente inclini all’individualizzazione.
Todorov (Todorov 1992) constata che spesso i soccorritori sono costretti ad emigrare perché, agli occhi di vicini e conoscenti, rappresentano la prova vivente che anche loro avrebbero potuto o dovuto fare qualcosa. Come Giobbe, fungono da capri espiatori di colpe non loro, delle responsabilità di chi non è stato all’altezza e non può tollerare l’esistenza di qualcuno moralmente impeccabile, di qualcuno che se ne è infischiato dell’obbligatorietà dei precetti morali e delle regole tradizionali, ha ragionato con la sua testa, ascoltato il suo cuore e si è rifiutato di obbedire a ciò che veniva propagandato come un destino imposto dalla storia. Ma chi fu più normale? Le migliaia di Giusti d’Europa o le masse che assistettero a questi tragici eventi più o meno passivamente, più o meno immiserite e mortificate? Questi studi dimostrano che i soccorritori non hanno facoltà di ragionamento morale superiori agli altri e che la religione e l’educazione, che convenzionalmente si ritengono essere importanti sorgenti di valori morali, non hanno l’effetto che si è sempre ipotizzato. Non creano eroi della morale, perché la teoria morale ha poco a che vedere con la pratica morale. L’immedesimarsi nella vittima provoca da parte del soccorritore una risposta spontanea di aiuto, scaturita più per istinto che come conseguenza di un ragionamento. I dati empirici mostrano quindi che gli esseri umani, o almeno una parte di loro, possiedono un istinto naturale che li spinge a battersi contro gli orrori e le ingiustizie e che gli idoli socio-culturali (la morale della norma e del dovere) che ho attaccato in questo mio scritto non hanno altro effetto che di stornare o ammutolire gli impulsi più nobili della nostra specie. Ma mostrano anche che non si può insegnare l’etica (la morale dei principi) a scuola. Si apprende a vivere moralmente solo vivendo in una società che comprende, apprezza e valorizza i migliori impulsi umani, che sono quelli che uniscono, non quelli che dividono.
In sintesi, le tanto decantate virtù locali – diligenza, parsimonia, sobrietà, modestia, pacatezza – potrebbero non essere poi così distintive o, peggio ancora, la loro esaltazione potrebbe aver rallento la crescita di altre virtù anche più cruciali per la maturazione dei cittadini e della società civile. Dopo tutto ogni virtù, se in eccesso, sfocia in un vizio e lo storico Jonathan Steinberg ha dimostrato magistralmente che, durante il nazismo, le virtù civiche come l’igiene, l’efficienza, la dedizione, l’onestà, il senso del dovere e la responsabilità furono di ostacolo al dispiegamento di virtù primarie come l’amore, l’autonomia, la compassione, la giustizia e la solidarietà umana. Ciò rese possibile la guerra totale e la Shoah (Steinberg 1997).

domenica 8 novembre 2009

Adolf Eichmann, L'uomo senz'anima


L’UOMO SENZ’ANIMA

DER SEELENLOSE MANN

Un omaggio a Hannah Arendt e Primo Levi

Che tipo di persona era Adolf Eichmann (1906-1962) in gioventù? Cerco di scoprirlo esaminando una serie di estratti da un’immaginaria corrispondenza con il suo amico ebreo Mischa Sebba. La prima, ipotetica, lettera risale al 1927, quando Adolf aderì ad una formazione paramilitare fascistoide (la Frontkämpfervereinigung). L’ultima è del 1932 ed è stata spedita alcuni mesi prima di lasciare il posto di dirigente di una filiale austriaca della Standard Oil di Rockefeller – che rimase partner commerciale della I.G. Farben (quella del Zyklon B) fino al 1942 –, per dare man forte ai Nazisti. Vorrei illustrare nel modo più plausibile possibile la miscela di narcisismo, messianismo e misantropia che alimenta la mentalità del fanatico, una terribile minaccia che, sospetto, si acuirà negli anni a venire.

11 settembre 1927

“Odio il mondo, lo odio. E detesto la gente. La gente se ne frega, non ascolta, mente e perseguita gli innocenti. Io invece ascolto, m’interesso agli altri e non odio gli innocenti, li amo, perché li capisco. Mi sento intrappolato, Mischa, invischiato in una ragnatela di paura, falsità, illusioni e conformismo. Ti confesso che a volte piango scrivendoti. Mi hanno incastrato, mi hanno infettato con la loro ipocrisia piccolo-borghese, il loro perbenismo di facciata, la loro ignoranza ed apatia. Mi tolgono l’aria per respirare, non lasciano spazio a chi è buono, a chi vuole evolvere verso più alte forme di esistenza. Non sono cattivi di natura, ma non vogliono essere innocenti e tolleranti. Se incrociassi Gesù gli direi che quel “perdona loro perché non sanno quello che fanno” era una fesseria completa (totaler Unsinn, nell’originale). Lo sanno bene, eccome, quel che fanno e un Messia dovrebbe aprire gli occhi di fronte alla realtà. Servono verità, non false speranze, e le verità si raggiungono con la logica. La logica si occupa del tutto, dell’interezza. La logica è puro bene, perché non può ferire. Le pietre feriscono, le persone feriscono e così le parole. La logica no. La logica è vera ed è buona e per questo può cambiare il mondo. Se A = B e B = C, allora A = C. Non si scappa. Niente ha un senso se non glielo diamo e l’unica cosa che possa dare un senso al resto è la logica, appunto. Questo è un mondo dove c’è troppo poco idealismo, e quel poco che c’è non si appoggia alla logica e finisce per pervertire la Verità. Un idealista non è solo uno che crede nell’idea e che conduce una vita moralmente impeccabile, è anche e soprattutto qualcuno che vive per quell’Idea, con passione, e per questo è disposto a sacrificare tutto ad essa, inclusa la sua stessa vita. Ma i suoi sentimenti e le sue emozioni non debbono avere la meglio sulla logica, non devono interferire con le sue azioni o entrare in conflitto con l’Idea. Secondo me la cosa migliore da fare sarebbe inserire gli idealisti in un sistema che realizzi un perfetto coordinamento (Gleichschaltung). Serve cioè un apparato (Apparat) che operi logicamente, che lavori secondo un programma razionale in grado di liberare la gente dalle sue gabbie di menzogne e meschinerie. Un apparato che non consenta enunciati contradditori, che smascheri chi inganna il prossimo e lo esponga al giudizio altrui. Un apparato che vagli tutte le informazioni disponibili e fornisca una risposta, unica e vera. Potrebbe essere una macchina, oppure un leader moralmente integro, di condotta esemplare, personificazione della nostra eredità ancestrale (Ahnenerbe), che dedichi la sua vita alla Verità, alla Purezza ed all’Innocenza, in nome del Bene Collettivo. Solo così la Nazione Germanica potrebbe rinascere dalle sue ceneri, come una Fenice”.

11 Marzo 1929

“Sai, Mischa, non capisco perché l’odio goda di questa cattiva fama. Se ci pensi è logico amare gli innocenti ed odiare il male. È sbagliato uccidere chi è malvagio e si rifiuta di ascoltare la verità? Naturalmente la mia è una provocazione, ma non è un po’ come rimuovere un cancro? Una cellula sana che uccide una cellula malata non è omicidio, è un atto di eroismo. È meglio prevenire che curare, evitare la metastasi con ogni mezzo. Se il bene non è libero di odiare il male, le cose non cambieranno mai. Questo è un odio buono, costruttivo, pacifico, che produce armonia e scarica il senso di ingiustizia e risentimento, lo smaltisce. Non deve necessariamente condurre alla violenza, se l’oggetto dell’odio riconosce i suoi errori ed impara la lezione. In fondo è come un sistema immunitario che aiuta a curare la mente dalle menzogne e dalla negatività. Un sistema immunitario non può essere cattivo, però distrugge i nemici del corpo. Chi non ha un sistema immunitario muore. Per vivere bisogna distruggere il male e questo non ci rende malvagi: uccidere dei batteri non ci trasforma in batteri; semmai il contrario. Dunque, in realtà, ciò che rende malvagi è non distruggere il male. Un Apparato che impieghi la logica per risolvere i problemi collettivi non può perciò essere malvagio; né lo possono essere le sue leggi. Sicuramente un riesame critico della storia umana dimostrerebbe che chi lavora con numeri ed oggetti ha incrementato il benessere di tutti, quasi senza eccezione. La confusione è il vero nemico; gli intrugli, le mescolanze razziali (Rassenmischungen). L’ordine esige separazioni, confini, distinzioni nette. Solo quel che è misurabile e classificabile ha valore. È una Legge Universale. L’Umanità è un’astrazione: ci sono solo gruppi di affini (Artgenossen Gemeinschaften), separati e diversi, quantificabili. Le volontà dei singoli si fondono nel carattere nazionale (Nationalcharakter) che trova la sua massima espressione in un Führer che porta a compimento il destino di un Popolo e di una Nazione. Esiste certamente un modo per dimostrarlo matematicamente. Se fosse stato fatto prima non saremmo qui a discuterne. Concorderemmo tutti sul fatto che, ad esempio, l’imperativo kantiano è incompleto: non basta che il principio della mia volontà debba poter diventare il principio di leggi generali; uno deve anche agire come se il principio delle sue azioni fosse il medesimo del legislatore del suo paese. Altrimenti è l’anarchia. E poi lo stesso Kant diceva che bisogna sempre obbedire al proprio sovrano. Ma si sa che Kant era troppo legato al Dio biblico, che è una pessima caricatura dell’unico vero Ente, la Sorgente di ogni Significato, il Puro Spirito che è Pura Logica e che abbraccia l’Universo, regolando tutto con il suo Ordine, il Fato. Molta gente è troppo indolente, ignorante e stupida per capirlo, e bisognerebbe costringerla a liberarsi dalle proprie superstizioni. La Nazione Germanica ha bisogno di qualcuno che si assuma questo compito. Un giorno ti risveglierai, Germania! (Eines Tages wirst Du aufwachen, Deutschland!)”

7 luglio 1932

“Qualche tempo fa ho parlato di ceneri. Ti ricordi quella sera all’osteria, con Sven? La Germania che risorge dalle ceneri. Ho pensato molto alla funzione del fuoco e della cenere, nella mitologia e nella realtà fisica. È legata all’idea di purificazione. Tu purifichi qualcosa quando separi due elementi di una miscela. L’inverso si chiama contaminazione: quando prendi due cose che non dovrebbero stare assieme e le mischi. La salute di un essere umano e quella di una Nazione richiedono purificazioni. La vita stessa si basa su questo processo. Per bere l’acqua di mare bisogna farla evaporare. Il mio fegato e i reni filtrano, purificano il mio corpo, che poi espelle le impurità. Non c’è ordine senza purificazione, non c’è vita senza di essa. Dunque se vogliamo più vita dobbiamo ottenere più purezza e bandire le contaminazioni. La contaminazione porta solo miseria, malattia e morte. Questo vale anche per la natura, per il corpo sociale e per la morale. Mens sana in corpore sano, dicevano i Romani. Questo vuol dire che la gente malvagia va separata da quella buona. Non si devono mai incontrare. Soprattutto perché gli innocenti sono puri e i malvagi amano contaminare gli innocenti, per invidia o per istinto. Specialmente le donne, quando pretendono di decidere tutto loro. Questa è una società lurida, contaminata, impura. Se non faremo qualcosa non rimarranno altro che impurità. Purtroppo la morale convenzionale, illogicamente (è quasi superfluo dirlo), blocca quelle che Nietzsche chiama le “grandi crisi di selezione e purificazione”, a partire da quella biologica. Questa stupidità ci porterà alla distruzione ed all’estinzione. La logica può salvarci, perché purifica tutto e può rendere questo mondo perfetto, com’era un tempo. È come la cenere che purifica l’acqua sporca, la cenere dalla quale rinasceremo. La logica dice che se qualcuno ha un tumore non gli si può imporre di curarsi, ma se invece ha una malattia infettiva, è una minaccia per tutti e va isolato. Una parte della popolazione è, a tutti gli effetti, un virus e bisognerebbe prendere delle misure appropriate per neutralizzarlo. Dovremmo vivere in un Sistema che faccia ragionare la gente in modo che per la prima volta nella Storia tutti siano d’accordo su qualcosa. E chi non è d’accordo, mi chiederai? La logica non mente e potrebbe segnalare chi non ragiona correttamente. Così si potrebbe rieducarlo al rispetto, alla lealtà, all’innocenza. La logica e la verità li renderanno liberi dal peccato e dall’errore. Lo so cosa penserai, che molti non saranno d’accordo. Ma la logica è un processo integrale, non si possono ignorare certe conclusioni solo perché sono impopolari. Si corre il rischio di demolire l’intero sistema. Inoltre la pura razionalità è perfettamente imparziale e moralmente intangibile. Quindi le eventuali obiezioni sarebbero capziose per definizione. Sarei pronto anche a morire per un governo degli uomini e delle anime che fosse in sintonia con la Verità e l’Innocenza, con la vera Logica. Per fortuna il suo avvento è prossimo. Penso proprio che il signor Hitler sia un dono del cielo (Himmelsgabe)”.

Questa lettera conclude la corrispondenza tra i due amici, che apparentemente non sentirono più l’esigenza di rimanere in contatto.