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giovedì 22 dicembre 2011

Natale in Kashmir (non è il titolo del prossimo film di Neri Parenti!)




“Per ritrovare l’origine del Natale bisogna andare sugli altipiani dell’Hindu Kush, tra Afghanistan e Kashmir. Dove vivono gli ultimi pagani. Sono i fieri Kalasha, gelosi custodi delle loro remotissime tradizioni indoeuropee. Questi uomini che sapevano d’antico già nel 330 avanti Cristo, quando Alessandro Magno li incontrò durante la sua marcia verso Jelalabad, ci rivelano le radici della nostra storia e della nostra religione. Il loro grandioso rito solstiziale d’inverno, dodici giorni che iniziano con la discesa del dio tra gli uomini e si concludono con l´inizio del nuovo anno, è infatti l’archeologia vivente della natività. A dirlo è l’antropologo Augusto Cacopardo in un libro appena uscito per l’editore Sellerio. Il titolo, più che eloquente, è “Natale pagano” (Sellerio, pp. 476, euro 20). Argomento è la millenaria gestazione di una festa che non sarebbe stata inventata dal cristianesimo ma comincia molto prima.
 In realtà sono stati in molti a sostenere che la madre di tutte le festività dell’Occidente nasce da antichi riti agrari e astronomici precristiani. Come quelli dell’Atene di Pericle, culla della democrazia occidentale, dove nell’ultima decade di dicembre si addobbava un albero sempreverde con coppe e otri in onore di Dioniso, il dio del vino che offre in pasto il suo corpo e il suo sangue. Mentre a Roma, sempre in dicembre, durante i Saturnali si ornavano le case con abeti e altri alberi perenni, simboli della vita che continua. Il tutto culminava nella festa di Mitra, il dio solare nato in una grotta e rappresentato come un bambino risplendente di luce. La sua nascita coincideva con il solstizio d’inverno, quando le giornate cominciano ad allungarsi e il sole ha il sopravvento sulle tenebre. Stessa cosa facevano i Celti dell'Europa del Nord che nello stesso periodo offrivano alle divinità della luce composizioni di vischio e rami di abete.
Il libro di Cacopardo aggiunge a queste ipotesi storiche una prova vivente. I Kalasha, che hanno resistito a ogni tentativo di cristianizzazione e di islamizzazione, continuano infatti a professare una religione sorprendentemente simile a quella dell´antichità. Questi montanari variopinti che Fosco Maraini trovava più antichi che esotici, appaiono come l’eco presente di un tempo lontanissimo, il riverbero di un passato remoto miracolosamente conservato in una bolla della storia. Sospesa a duemila metri sulle alture rarefatte di Birir, a due passi dai teatri di guerra dell’Afghanistan. Questi portatori sani di un’origine altrove scomparsa ci fanno toccare con mano lo spirito della religione prima dell´arrivo dei monoteismi. E soprattutto ritrovare il politeismo degli antichi popoli indoeuropei, spesso ancora presente sotto traccia nel nostro folklore. E perfino nelle nostre grandi solennità religiose. La grandiosa festa del solstizio d´inverno, che i Kalasha chiamano Chaumos, è a tutti gli effetti un natale prima del Natale. È la matrice ideale della nostra notte incantata.
Con il dio luminoso Indr - parente stretto di Indro, nome locale dell´arcobaleno, nonché di Indra, signore della folgore nel pantheon induista - che discende a visitare gli uomini nel periodo più buio dell´anno e dispensa loro la sua energia come un dono benefico. Se si aggiungono i rami di vischio, le abbuffate rituali di lenticchie di montagna, la notte di vigilia in attesa dell´avvento del dio, i doni ai bambini e i fuochi che rischiarano la notte innevata, gli ingredienti del nostro Natale ci sono tutti. A parte "Jingle Bells". Ma non è poi così grave. Non sarebbe Gesù bambino a fare il Natale, dunque, ma il natale a fare Gesù bambino. Sembra questo il messaggio degli ultimi pagani. Che pare fatto apposta per dar ragione a Sant’Agostino il quale diffidava i cristiani dal celebrare il sole a dicembre perché era roba da idolatri. O a quei sacerdoti francesi che, alla fine degli anni Cinquanta, bruciarono il fantoccio di Babbo Natale sul sagrato della cattedrale di Digione considerandolo un simbolo perverso di paganesimo e al tempo stesso di consumismo. Che sono, a pensarci bene, il prima e il dopo della modernità. Due estremi della storia mescolati insieme. A conclusione di un cammino millenario di cui gli ultimi pagani continuano ancora oggi a celebrare l’inizio”.
Marino Niola, “Natale nel Kashmir: ecco le origini pagane di Gesù Bambino”, 20 dicembre 2010
“Durante le feste del solstizio le donne cantano canzoni oscene (ma nel resto dell'anno sono riservatissime) e danzano simulando un litigio tra un marito geloso e una moglie adultera e i giovani passano di casa in casa insultando gli anziani e la gente dei villaggi.
Insomma il Natale è palingenesi, è messa in scena del contrasto tra uomini e donne, tra giovani e adulti, perché tutto possa rinnovarsi. Augusto Cacopardo ci spiega in un bel libro della Sellerio (Natale pagano, Feste d'inverno nello Hindu Kush) che si tratta di una forma di religiosità antichissima, pre-islamica e pre-cristiana, indoariana, probabilmente legata alle migrazioni di popoli indoeuropei che si attestarono qui oppure a tribù arrivate con Alessandro Magno e rimaste come un'enclave indogreca in queste montagne di difficile accesso.
Vi si ritrovano tutti i temi archetipici del nostro Natale, il sacrificio dell'agnello, il vino come fondante la comunità e l'orgia dionisiaca che si scatena con l'ebbrezza e con la danza, le noci, i legumi, il ginepro che è fondamentale nei riti di purificazione e perfino il vischio, uno dei simboli più remoti (il famoso "ramo d'oro" di cui parla James Frazer) perché è un arbusto che fruttifica durante l'inverno.
È quasi un miracolo che tutto questo ci sia ancora e sia festoso, magnifico, profondo, rinnovatore. E stia lì a ricordarci che non siamo soli nel nostro Natale. Che anche il nostro Natale è una celebrazione della luce nelle tenebre, come quello dei kalasha che non dormono per notti intere per portare in giro la luce”.
“Sul popolo Kalasha, quattromila persone tra i monti del nord-ovest del Pakistan lungo il confine afghano ad altitudini che sfiorano i 2.000 metri, pochi al mondo sanno qualcosa. Ma due fratelli palermitani - Augusto e Alberto Cacopardo – ne sanno molto: dal 1973 ad oggi hanno dedicato molte energie ad approfondire la conoscenza di questo popolo quasi sconosciuto. Un’etnia che, costituendo l’ “unica isola non islamizzata nel vasto mare musulmano che va dalla Turchia all’India”, consente di osservare una forma di vita associata anteriore alla “diffusione delle grandi religioni”: “il politeismo greco o germanico, la religiosità celtica o quella vedica”. Insomma: conoscere la cultura Kalasha significa sapere come eravamo prima di imboccare la via delle “società urbanocentriche a cui noi stessi apparteniamo”. Oggi questa conoscenza, a partire dal “ciclo festivo invernale, incentrato sulle celebrazioni solstiziali” (il Chaumos), è accessibile anche a noi profani grazie al volume di Augusto S. Cacopardo Natale pagano. Feste d’inverno nello Hindu Kush (Sellerio, Palermo 2010): volume che, secondo il titolo ossimorico, aiuta anche “a comprendere meglio dove affondano le radici pre-cristiane delle nostre ‘feste di dicembre’ ” che, com’è ormai assodato dagli antropologi, si sono “sovrapposte a cicli festivi pagani - celtici, germanici, slavi, italici – che celebravano il solstizio d’inverno”. Un “tema tipico delle feste invernali” – osserva l’autore a proposito del culto del “corvo bianco, intermediario che intercede a favore degli uomini presso il Dio supremo” – è “l’arrivo da un altro mondo di un essere benevolo che soddisfa tutti i desideri”.
[…].
Le assonanze con il natale cristiano non si fermano qui: infatti, mentre nelle feste di primavera (quando in Occidente si festeggia la pasqua, l’ascesa di Gesù al regno del Padre) si celebra l’ascesa degli umani verso l’alto, verso i monti (“fino a entrare nel mondo degli spiriti”), “l’inverso avviene nella sequenza invernale”: “il divino discende sulla terra e si mescola agli uomini”. E - si badi all’analogia – “non sono gli spiriti s’uci a discendere fra gli uomini, ma un dio che porta pace e fecondità” (il termine con cui ci si riferisce a questa festa andrebbe tradotto letteralmente “arriva il dio”:“un dio che rimane però senza nome”).
L’analogia sembra riguardare, in maniera impressionante, i dettagli. Intanto bisogna macinare il grano nei giorni precedenti: “il lavoro, simbolo della vita quotidiana, deve essere sospeso nel tempo straordinario della festa”. Poi, con la farina già pronta, si può passare a preparare il cibo: “spesse focacce di farina farcite di noci pestate” (i nostri buccellati ?). La pianta augurale più sacra è il “vischio”, “pianta sempreverde che fa il suo frutto – le piccole bacche translucide – nel periodo più buio e freddo dell’anno”. Nel corso di una festività di poco successiva (il 6 gennaio), Cacopardo partecipa a un rito domestico: “I due pani dopo un po’ vengono tagliati con un coltello e i pezzi sono distribuiti ai presenti su dei vassoi di salice intrecciato insieme a un bicchiere di vino. I pani non sono ben cotti, ma sono buoni lo stesso e il vino ci si accompagna bene”.

sabato 26 novembre 2011

Omero Celtico



Tra gli autori classici che si dicono persuasi o sospettano che l’Odissea si svolgesse nell’Atlantico figurano Plutarco, Tacito, Claudiano, Eratostene, Strabone, Cratete di Mallo, Polibio, Apollodoro di Atene. Lo stesso Dante colloca la morte di Ulisse oltre le Colonne d’Ercole. Più recentemente, tra gli studiosi di un certo calibro, si sono detti dello stesso avviso Moses I. Finley “Il mondo di Odisseo” e Robert Graves. Sulle origini nordiche di motivi mitologici e consuetudini omeriche (es. l’arco era un’arma indegna di un eroe greco, ma Ulisse era fieramente arciere, come gli arcieri celti, specialmente in Britannia) si sono espressi favorevolmente Apostolos N. Athanassakis e Pierre Sauzeau. Di minor fama e rango accademico, ma più intensamente dedicati all’esplorazione di questa ipotesi, sono infine l’italiano Felice Vinci e l’olandese Iman Jacob Wilkens http://www.troy-in-england.co.uk/troy-books/troy-books.htm#getthebook

Plutarco (“De facie quae in orbe lunae apparet”, cap. XXVI) spiegava che l’isola di Ogigia si trova a “cinque giorni di navigazione dalla Britannia, in direzione Occidente”. Aggiunge che oltre quell’isola ci sono altre isole e, infine, “il grande continente che circonda l’oceano” (America?).

Tacito (“Germania”): “Alcuni credono che anche Ulisse in quel suo lungo e leggendario peregrinare sia giunto in questo Oceano e sia approdato alle terre della Germania”.

Wilkens dimostra secondo me molto persuasivamente che la Troia di Omero non ha nulla a che vedere con la Troia di Schliemann da qualunque punto di vista: geografico, logistico, idrografico, orografico, geologico, storico, ecc. Pare strano che questa credenza si sia protratta per decenni. Non sono sicuro che la sua collocazione di Troia nel Cambridgeshire sia ugualmente convincente ma, sempre a mio parere, ha raccolto abbastanza indizi da poter convincere un lettore non dogmatico che la localizzazione britannica non si può escludere a priori.

Vinci, io credo, ha sbagliato completamente la disposizione geografica (Scandinavia) ma ha intuito che di Nord Europa si trattava: “i poemi omerici, o quanto meno i loro nuclei originari, possono essere considerati alla stregua di veri e propri fossili, risalenti all’età del bronzo nordica e sopravvissuti al suo tracollo in virtù della trasmigrazione degli Achei nel sud dell’Europa” (p. 242).

Qui una brevissima sintesi di alcune delle sue annotazioni. Il mare è nebbioso, livido, fosco, ci sono alte maree che fanno recedere le acque dei fiumi (fenomeno impossibile nel Mediterraneo). Ecco una descrizione di Itaca: “sempre la pioggia la bagna” (improbabile nello Ionio). L’Odissea (libro X Versi 80-86) descrive la notte nordica estiva: “Sei giornate di seguito navigammo di giorno e di notte, la settima toccammo l'altissima rocca di Lamo, Telepilo Lestrigonia, dove rientrando il pastore chiama il pastore, e quello, uscendo, risponde; qui un uomo senza sonno prenderebbe due paghe, una pascendo bovi, l'altra pecore bianche menando; perché son vicini i sentieri della notte e del giorno”. Circe illustra il curioso (per un abitante del Mediterraneo) fenomeno del sole di mezzanotte: “qua non sappiamo dov'è la tenebra e dove l’aurora, o dove il sole, che gli uomini illumina, cala sotto la terra, o dove risale” (Odissea X 190-192). Ulisse ha i capelli biondi, come molti altri eroi omerici (Menelao li ha rossi!).

Qui altri dettagli e considerazioni:


BIBLIOGRAFIA

Apostolos N. Athanassakis "Proteus, The Old Man of the Sea: Homeric Man or Shaman?, in La mythologie et l'Odyssée. Hommage à Gabriel Germain, Genève: Droz, 2002.
Moses I. Finley, "Il mondo di Odisseo", Roma ; Bari : Laterza, 1978.
Pierre Sauzeau « À propos de l'arc d'Ulysse : des steppes à Ithaque », in La mythologie et l'Odyssée. Hommage à Gabriel Germain, Genève: Droz, 2002.
Felice Vinci,.Omero nel Baltico: le origini nordiche dell'Odissea e dell'Iliade, Roma: Palombi, 2008.