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giovedì 19 gennaio 2012

Paradiso perduto e riconquistato - Gesù faceva promesse da marinaio?




Ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.
Matteo 10: 22

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Matteo 10: 28

I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?". Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio". Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?”.
Giovanni 10: 31-34

In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Giovanni 14: 12.

La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Filippesi, 3: 20-21

La rivelazione cristiana fu una dottrina dell’eguaglianza fra gli uomini, Dio è il padre e gli uomini sono fratelli. Questa dottrina colpì alla radice quella terribile tirannia, che soffocava il mondo civilizzato, essa frantumò le catene degli schiavi e distrusse quel grande inganno, che permetteva ad un piccolo gruppo di persone di vivere nel lusso a spese del lavoro della massa e manteneva i cosiddetti operai in una posizione inferiore. Ecco perché il cristianesimo primitivo fu perseguitato ed ecco perché, quando divenne chiaro che non si poteva eliminarlo, le classi privilegiate l’hanno svuotato e corrotto. Esso cessò così di essere vittorioso, non fu più il cristianesimo dei primi secoli, divenne il servitore delle classi privilegiate e si mise clamorosamente dalla loro parte.
Henry George

Cos’è la felicità se non la semplice armonia tra un essere e l’esistenza che conduce?
Camus

Non chiedere una descrizione delle terre verso cui fai rotta. La descrizione non te le descrive e domani arriverai lì e le conoscerai dimorandovi.
Emerson

Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

Il lavoro è atto creativo, espressione di ciò che vi è di creativo nel lavoratore. Ogni lavoro che sia privo di ciò è lavoro monotono e il lavoro monotono è sfruttamento, che produce solo il meccanico, il brutto, l’inutile.
Northrop Frye, “L’ostinata struttura”

Soltanto in un ambiente domestico bene organizzato, protetto dalle calamità e dalle corrosive anticipazioni delle calamità, possono fiorire durevolmente le attività più elevate, sollecitudine per i giovani, affetto per i vecchi, spirito di collaborazione alla base dei gruppi e degli interessi rivali, pensiero duraturo e sistematico diretto a raggiungere la verità, libertà di espressione nelle arti, e libertà creativa nell’ambito disciplinato di leggi umane, nelle arti del vivere: in breve un modo di vita nel quale i bisogni biologici e sociali sono intessuti in un disegno culturale ricco e multicolore.
Lewis Mumford, “La cultura delle città”, 2007, p. 274

Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Roma, 1969, pag. 962

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Atti degli apostoli 4, 34-35

Preferisco le cicale che stridono alle formiche che accumulano, gli insetti che cantano a quelli che si vantano….la cicala è un angelo mancato, la formica un forzato riuscito. 
Jacques Lacarrière, “Un jardin pour mémoire”, 1999

Dostoevskij descrive un sogno che ha fatto un 3 novembre, all’età di 46 anni (il protagonista è un suo omonimo), dopo aver pensato al suicidio ed essersi rifiutato di aiutare una bambina in difficoltà che si era rivolta a lui per chiedere soccorso: perché un aspirante suicida dovrebbe preoccuparsi dei problemi altrui? Il sogno è una rivelazione che gli giunge per “premiare” il suo amaro pentimento per la sua indifferenza, che lo ha distolto dal proposito di porre fine alla sua esistenza. Nel sogno commette il suicidio ed un entità misteriosa dall’aspetto umano, senza essere umano, lo conduce via, lontano dalla Terra – “Noi volavamo nello spazio ormai lontani dalla terra” –, passando nei paraggi di una stella che lui crede erroneamente sia Sirio, essendo invece il Sole, un altro Sole, identico all’originale. Il suo Virgilio gli dice: “Vedrai tutto”. Poi lo deposita su un pianeta identico alla Terra: “Sono dunque possibili simili ripetizioni nell'universo, è tale, dunque, la legge naturale?... E se quella laggiù è la terra, possibile che essa sia uguale alla nostra terra... esattamente uguale, disgraziata, povera, ma cara ed eternamente amata, generatrice di un altrettanto tormentoso amore verso di sé, anche nei suoi figli più ingrati, come la nostra?”. In effetti il pianeta sembra proprio essere la Terra: “Esso si ingrandiva sempre più davanti ai miei occhi e distinguevo già l'oceano e i contorni dell'Europa”. È una Terra edenica: “Mi trovavo, credo, su una di quelle isole che formano l'arcipelago greco, o in qualche luogo sulle rive del continente limitrofo a questo arcipelago. Oh, tutto era esattamente come da noi, ma sembrava che ogni cosa ovunque brillasse di una luce festosa e di una grande, santa e finalmente raggiunta solennità”. 
Una Terra di un’epoca precedente alla Caduta di Adamo ed Eva: “E, finalmente, scorsi e riconobbi gli abitanti di quella terra felice. Furono loro ad avvicinarsi a me circondandomi e baciandomi…Non avevo mai visto sulla nostra terra una simile bellezza in un essere umano. Forse soltanto nei nostri bambini nei primissimi anni della loro infanzia si può trovare un lontano e pallido riflesso di quella bellezza. Gli occhi di quegli esseri felici brillavano di una vivida luce. I loro volti risplendevano di intelligenza e di una sorta di consapevolezza compiuta e serena, ma erano volti allegri; nelle parole e nelle voci di quelle persone echeggiava una gioia fanciullesca. Oh, compresi immediatamente tutto, tutto, fin dal primo sguardo! Quella era una terra non lordata dal peccato, su di essa vivevano persone che non avevano peccato, e vivevano in un paradiso simile a quello nel quale avevano vissuto, secondo le tradizioni di tutta l'umanità, anche i nostri progenitori che caddero nel peccato, con la sola differenza che tutta la terra qui era un unico e identico paradiso”.
Là gli esseri umani vivono in armonia con ciò che li circonda, comunicano con gli animali, le piante, le stelle, in una società anarchica e priva dei classici vizi umani (invidia, malizia, gelosia, possessività, aggressività, violenza, tracotanza, prevaricazione, vanità, egocentrismo, superbia) e dove i figli non appartengono a nessuno, ma vengono allevati dall’intera comunità, per permettere loro di esperire ed apprezzare la diversità. Questi abitanti edenici non osservano alcun culto, ma credono nella vita eterna e sono costantemente consci della Creazione. “Ben presto compresi che il loro sapere veniva integrato e alimentato da ben altre intuizioni delle nostre sulla terra e che le loro aspirazioni erano completamente diverse. Essi non desideravano nulla ed erano tranquilli, essi non anelavano alla conoscenza della vita come ad essa aneliamo noi, perché la loro vita era piena. Ma il loro sapere era più profondo e più alto della nostra scienza; poiché la nostra scienza cerca di spiegare che cos'è la vita, si sforza essa stessa di comprenderla per insegnare agli altri a vivere; loro invece sapevano come dovevano vivere anche senza la scienza, e questo lo compresi, ma non riuscii a comprendere le loro conoscenze”.
Per loro la morte non è altro che una transizione verso uno stato di maggiore consapevolezza dell’Essere (e non-Essere): “I loro vecchi morivano placidamente, come se si addormentassero, circondati dalle persone che si accomiatavano da loro, benedicendoli, sorridendo loro, e, a loro volta, accompagnati dai loro radiosi sorrisi. In tali occasioni non vidi mestizia o lacrime, ma regnava soltanto un amore che pareva accrescersi fino all'estasi, ma un'estasi quieta appagata, contemplativa. Si sarebbe potuto pensare che essi continuassero ad essere ancora in contatto con i loro morti, anche dopo la loro morte, e che la comunione terrena tra loro non venisse interrotta dalla morte…Non avevano templi, ma vivevano in una sorta di connaturata, viva e incessante comunione con la Totalità dell'universo; essi non avevano una fede, ma in compenso avevano la ferma consapevolezza che quando la loro felicità terrena fosse giunta a compimento raggiungendo i limiti della natura terrena, sarebbe sopravvenuto per loro, sia che fossero vivi o che fossero morti, un allargamento ancora maggiore del loro contatto con la Totalità dell'universo”.
Il sogno è talmente lucido che Fedor comincia a dubitare che si tratti di una dimensione onirica: è stato forse trasportato in un mondo realmente esistente?
“Sapete, vi racconterò un segreto: tutto ciò, forse, non è stato affatto un sogno! Poiché qui è accaduto qualcosa di un genere tale, qualcosa di così terribilmente vero, che sarebbe stato impossibile sognarselo. Ammettiamo pure che il mio sogno l'abbia generato il mio cuore, ma forse che il mio cuore da solo sarebbe stato in grado di generare quella terribile verità che poi mi è accaduta? Come avrei potuto inventarmela da solo, oppure sognarla col mio cuore? Possibile che il mio meschino cuore e il mio capriccioso e insignificante intelletto abbiano potuto elevarsi fino a una tale rivelazione della verità?”
Purtroppo la sua mera presenza corrompe la società ideale nella quale è stato catapultato: “Il fatto è che io... li corruppi tutti! Sì, sì, finì che li corruppi tutti! Come ciò sia potuto accadere, non lo so, ma lo ricordo chiaramente”.
La comunità decade, degenera, finisce per diventare un duplicato dell’umanità che Fedor si era lasciato alle spalle. Divisioni, contrapposizioni, ripicche, rappresaglie, torture, isolamento, individualismo, egoismo, avidità, venerazione del supplizio e della sofferenza: “Ognuno divenne talmente geloso della propria personalità che si sforzava con tutte le proprie forze soltanto di umiliare e sminuire quella altrui riponendo in ciò tutta la propria vita. Apparve la schiavitù, apparve persino la schiavitù volontaria: i deboli si assoggettarono ai più forti al solo scopo che quelli li aiutassero ad opprimere coloro che erano ancor più deboli di loro. Apparvero i giusti che andavano da quegli uomini con le lacrime agli occhi e parlavano loro della loro superbia, della misura e dell'armonia smarrite e della perdita della vergogna. Essi venivano derisi o lapidati. Sulle soglie dei templi fu versato sangue santo”.
Sprofondati nella più miserevole confusione di lingue, idee e sentimenti, la nuova umanità si affida alla scienza ed al diritto per dirimire la questione di cosa sia vero e falso, giusto e sbagliato, buono e cattivo e per riguadagnarsi la felicità perduta: “Essi si ricordavano a malapena di ciò che avevano perduto e non volevano neppure credere che un tempo erano stati innocenti e felici. Essi ridevano perfino della possibilità di questa loro precedente felicità e la definivano un sogno. Essi non erano neppure in grado di figurarsela in forme e immagini, ma, cosa strana emeravigliosa, pur avendo perduto ogni fede nella loro passata felicità e pur definendola una favola, essi desiderarono a tal punto di essere di nuovo, un'altra volta, innocenti e felici che caddero in ginocchio come bambini davanti al desiderio del proprio cuore, lo deificarono, costruirono templi e cominciarono a innalzare preghiere alla loro stessa idea, al loro stesso «desiderio», perfettamente convinti nello stesso tempo della sua irrealizzabilità e impossibilità, ma adorandolo in lacrime e inchinandosi davanti a esso”.
Fedor, mortificato dagli effetti del contagio da lui provocato, propone loro di crocifiggerlo, nella speranza che tutto torni come prima. Ma i nuovi umani caduti nel peccato ormai dubitano di tutto e di tutti, incluso lui, inclusi i suoi consigli. A quel punto Fedor si risveglia e capisce che non tutto è perduto: “Se infatti una buona volta hai scoperto la verità e l'hai vista, allora sai che quella è la verità e che un'altra non ce n'è, né vi può essere, sia che dormiate oppure viviate…Io ho visto la verità e ho visto e so che gli uomini possono essere belli e felici senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia la condizione normale degli uomini… Ma come edificare il paradiso, io non lo so, perché non sono capace di esprimerlo a parole… La cosa principale è: ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro: immediatamente si troverebbe come mettere tutto a posto. Eppure questa è soltanto una vecchia verità che è stata ripetuta e letta un miliardo di volte, ma che non ha attecchito! «La coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità»: ecco ciò contro cui bisogna battersi! E mi batterò. Se soltanto tutti lo vorranno tutto andrà a posto in un momento. Quella bambina poi l'ho rintracciata... E mi metterò in cammino, mi metterò incammino!”

Apocalisse: istruzioni per l'uso

mercoledì 21 dicembre 2011

La Sindrome dell'Anticristo




La parola greca hybris esprime meglio di qualunque altra la natura di questo atteggiamento. Per i greci indicava l’arroganza dell’eccesso, l’orgogliosa tracotanza, la sconfinata presunzione dell’uomo che cerca di acquistare gli attributi di Dio. Certamente gli Stati Uniti vivono sempre più in un regime di hybris e in pochi si rendono conto che con questo atteggiamento si stanno guadagnando un’ostilità crescente da parte del resto del mondo e in particolare da parte delle vittime della loro arroganza. […] raggiungeremo un senso del limite quando riusciremo a percepire questa ricerca dell’eccesso, della crescita illimitata, del dominio sulle alterità come un tentativo di rimozione della propria mortalità.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”, 2005

Io credo che ci sia anche una crudeltà che non è affatto follia, che è una lucida e razionale scelta del male, che è un peccato, pensato e pianificato, che è un mezzo voluto per mantenere e accrescere il potere proprio e quello del sistema
Marianella Garcia Villas



Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.
Benito Mussolini, secondo Elsa Morante

Per queste persone l’atto creativo è la testimonianza di una capacità di vivere che manca loro. La volontà di esercitare il controllo sull’altro nasce dall’invidia e da un profondo sentimento di vuoto e di sterilità […] la mortificazione delle potenzialità creative genera la paura di vivere, la paura dell’altro, la paura di lottare per la vita. Questa paura, che è la negazione stessa della vita, è il disagio che si cela dietro la maschera di ogni potente.
Roberto Castaldi, “Il fascino del potere”.
                                                                                                          
Nel folklore innumerevoli sono gli apprendisti stregoni che scioccamente osano avventurarsi oltre le loro reali capacità, cercando di contravvenire alla Natura. Vengono puniti con mali e cataclismi. Esaminando questi leitmotiv vediamo che i predatori desiderano superiorità e potere sugli altri. Sono portatori di una sorta di ampollosità psicologica per cui l’entità desidera essere più in alto dell’Ineffabile, altrettanto grande e a questo pari, a quell’Ineffabile che tradizionalmente distribuisce e controlla le forze misteriose della Natura, compresi i sistemi della Vita e della Morte, le regole della natura umana e così via. […]. Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue: Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili.
Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali"

In questa fase della nostra storia sono tremendamente incuriosito dalla forma mentis e dalle azioni delle persone che dimorano in cima alla Piramide sociale e che stanno gestendo la Grande Crisi che, in un modo o nell’altro, porterà alla Grande Trasformazione. Cos’hanno in testa? Cosa sentono nel cuore? Cosa provano quando mettono in gioco le esistenze di milioni di persone? 
Io credo che non siano diversi dai potenti del passato e dai potenti delle epopee e delle fiabe. Non credo, insomma, che la psiche umana sia cambiata in misura significativa.
I potenti della contemporaneità, come gli dèi e i potenti del passato, sono malvagi nella misura in cui pretendono non solo che noi li veneriamo, ma che li consideriamo buoni e giusti, anche se molti indizi sembrano dimostrare il contrario – ad esempio l’impunità dei responsabili della crisi e la spietatezza con cui si colpiscono le persone vulnerabili, disabili inclusi. Sono egocentrici, intossicati dalla volontà di potenza, convinti della propria autosufficienza, sprezzanti verso valori come la solidarietà, l’altruismo, la compassione. Il desiderio di dominare il prossimo, di appropriarsi delle cose altrui, di rifiutarsi di condividere ciò che si ha con gli altri non è un indizio di maturità, anzi, è tipico dei bambini. Sono dei bamboccioni invasati e questo li rende altamente pericolosi, come lo sono certi aspiranti ribelli, i futuri insorti della Rivoluzione Globale del 2012, che li scimmiotteranno, senza esserne consapevoli, come Satana scimmiotta Geova, come Robespierre scimmiottava l’assolutismo monarchico abbattuto dalla Rivoluzione, in un perverso dualismo sado-masochistico.
Lo psicologo junghiano Erich Neumann (“Psicologia del profondo e nuova etica”) ha esaminato le basi psicologiche della vecchia etica dipendente dal Dio-Padre che, proclamando aggressivamente il suo infinito potere e perfetta bontà, si comporta come un ego immaturo che ha bisogno di compensare le sue insicurezze. L’etica del tiranno e l’etica del ribelle radicale, del rivoluzionario di professione si nutre della manipolazione altrui per mezzo della pietà, del disprezzo, dell’invidia, del vittimismo, del senso di colpa, del richiamo alla giustizia. Sono etiche sado-masochistiche e necrofile incentrate sul dualismo padrone-servo, comando-sottomissione e su un’incrollabile devozione alla causa.
Una Rivoluzione matura è immune dalla sindrome dell’Anticristo e sceglie la strada della comprensione invece che dell’obbedienza, della persuasione invece che del comando, della libertà responsabile (matura) invece che del libero arbitrio (“me ne frego”/”l’uomo che non deve chiedere mai”), della visione integrale invece che della miope devozione, della trasformazione invece che della repressione e ribellione (per questo una rivoluzione ben fatta è una rivoluzione rapida, usa e getta, che deve lasciare immediatamente il posto alla democrazia).
Il tiranno e il rivoluzionario di professione sono simboleggiati dall’uroboro, il serpente che si morde la coda, epitome del perfezionismo, della superbia e dell’ossessività. Medusa è il suo volto mitico più minaccioso, il volto dell’alienazione psicotica. Medusa interrompe il flusso dell’energia vitale, trasforma tutto in pietra, rendendo impossibili le relazioni, l’interdipendenza e la crescita. È malvagia perché tronca il fluire della creazione, contrasta la coincidentia oppositorum che si fa garante della vita fisica e della vita della coscienza/anima, gonfia l’ego, sottrae l’amore che dovrebbe destinare ad altri, indirizzandolo verso se stessi. Il male è dunque un elemento della Creazione che tracima, deborda dalla sua logica originaria e si rende fine a se stesso, alfa e omega di se stesso, a discapito di tutto il resto.
Ecco cosa caratterizza i Potenti di inizio millennio e tutti quelli che li hanno preceduti: la superbia che si autoalimenta, un ego che ricerca disperatamente quello stato ideale nei ricordi dell’utero e dell’infanzia, quando non c’erano ostacoli e qualcuno era sempre pronto a soddisfare i suoi bisogni. Il loro male possiede un’energia terribile ed incrollabile che si alimenta di un’invidia alienante, di una superba malevolenza, dell’inestinguibile avidità di un buco nero, “un buco che assorbe tutta la luce che lo circonda…e si alimenta delle scomparse che provoca” (Jordi Bonells, “La seconda scomparsa di Majorana”). È un male persistente e che per questo ci sorprende, come ci sorprendono gli psicopatici:
I malvagi si rifiutano di riconoscere il peccato in loro stessi, celano i loro crimini con proiezioni e capri espiatori, motivati dalla loro paura dell’autocritica. Devono mantenere un’immagine di perfezione, il che non è per niente facile: formano reti di individui affini a loro in cui si rispecchiano e che li rinfrancano con la loro mera esistenza. Detentori di considerevole potere ed affetti da una molteplicità di patologie, la ricchezza ed il potere li fanno sentire come se fossero il centro dell’universo, semidivini se non divini; sfortunatamente per loro, ciò non li rende meno moralmente, culturalmente, spiritualmente e mentalmente periferici, marginali.
Non hanno alcun desiderio di essere buoni, per questo si danno da fare per apparire buoni. Professano di essere alla ricerca della bontà perfetta, quando invece bramano solo il potere fine a se stesso. Un desiderio di potere che nasconde il terrore dell’incertezza, l’incapacità di accettare la propria imperfezione dietro un velo fatto di orgoglio, disprezzo, intolleranza per l’imperfezione, auto-glorificazione: “il mondo umano di carattere demonico è una società tenuta insieme da una specie di tensione molecolare di numerosi ego, cioè da una forma di lealtà al gruppo o al capo che sminuisce l’individuo o, nei casi migliori, oppone al piacere dell’individuo il dovere e l’onore. […]. In un mondo umano sinistro un polo individuale è rappresentato dal capo-tiranno, imperscrutabile, malinconico e spietato, dotato di volontà insaziabile, il quale ispira sentimenti di lealtà solo se è abbastanza egocentrico da rappresentare l’ego collettivo dei suoi seguaci. L’altro polo è rappresentato dal pharmakos, o vittima sacrificale, che deve essere uccisa per accrescere la forza degli altri…La relazione erotica di tipo demonico diventa una passione selvaggia e distruttiva che opera contro la lealtà e frustra colui che la possiede. È di solito simboleggiata da una prostituta, strega, sirena, o altra femmina tentatrice, cioè un oggetto fisico del desiderio umano che è ricercato come possesso e perciò non può mai essere posseduto (Northrop Frye, “Anatomia della critica”, 1969, pp. 194-195).
Negano la realtà e la verità, s’ingannano da soli, s’infatuano di desideri irrealistici, coltivano una cronica percezione selettiva della realtà per proteggere il loro ego. Si assuefanno alla condizione di enormi parassiti che schiacciano quelli sotto di loro e sopportano di avere uno stivale premuto sul volto. Una condizione di eterna lotta per la sopravvivenza in cui gli squaletti lottano per prendere il posto degli squali più grandi ed imbolsiti, nell’eterno tentativo di rendere ciascun altro un’estensione della proprio volontà. Vivono in un inferno senza fine, convincendosi che sia l’eden. Credono veramente di amare, ma è parassitismo. Hanno bisogno dell’altro per sopravvivere. Non c’è scelta, non c’è libertà, non c’è amore, solo necessità. Il loro è desiderio di essere viziati, accuditi, è infantilismo. Sono così impegnati a farsi amare, ad assorbire energie, che non resta nulla da concedere nell’amore, all’amore: “la sete di potere è la forma deviata della ricerca d’amore. E infatti, in modo più o meno occulto, essa viene sempre sostenuta da moti distruttivi, da una rabbia che cova profonda e da antica data. L’agognata identificazione con il potere si offre come via di scarica, come mezzo di liberazione e di risoluzione dell’aggressività. Ma può il male compiuto su altri liberarci del male che è stato compiuto su di noi? Se non siamo stati amati, non sappiamo amare noi stessi. Se non conosciamo le nostre debolezze, se non abbiamo appreso la tolleranza, non sapremo mai trovare nella diversità degli altri una ricchezza per noi stessi” (Aldo Carotenuto, “Attraversare la vita”, 1999, p. 179).
I potenti tirannici che hanno generato e governano la Crisi per depredare le masse sono perennemente famelici, con un vuoto interiore senza fondo, non si sentiranno mai completi, le loro relazioni sono molto superficiali perché si concentrano su cosa gli altri possono fare per loro e non cosa loro possono fare per gli altri. Non si interessano alla loro crescita personale e ancor meno alla crescita altrui, ma solo all’affinamento della loro capacità di imporsi sugli altri, di obbligarli ad obbedire alla loro volontà.
Abbiamo visto che il simbolo dell’Anticristo è l’uroboro, il cerchio dell’eterna immutabilità, l’archetipo della stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, la ricerca ossessiva della sicurezza e del controllo sul prossimo, il dominio sul proprio universo. È la loro rovina. Euripide spiega che Zeus priva della saggezza quelli che vuole che si perdano, ma non serve nessun Zeus, il loro cuore indurito, la loro mente auto-centrata, le loro manie di onnipotenza li perdono, per sempre. I potenti sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione egotisti e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se le loro vittime mancano della necessaria determinazione per limitare i danni da loro causati.