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martedì 24 gennaio 2012

La Francia non è più una democrazia - la legge che proibisce il negazionismo





Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Art. 21 della Costituzione

“La legge punisce con un anno di carcere e 45 mila euro di ammenda chi nega uno dei due genocidi riconosciuti dalla legge francese (quello ebraico e, dal 2001, l'armeno)”:
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=160943

Argomenti contro questa legge:

-   Rendere illegale un’idea è orwelliano;
-   È controproducente perché suscita il sospetto che si voglia difendere un interesse particolare ed occultare una verità sconveniente;
-   Priva l’opinione pubblica della possibilità di ascoltare una pluralità di voci, impedisce la circolazione di idee;
-   Introduce dogmi e tabù all’interno della storiografia;
-   Rende concepibile il proposito di stabilire per legge la verità dei fatti;
-   Nega il dato di fatto che la storiografia, per poter esistere, dev’essere revisionista. Lo storico cerca nuove prove, formula nuove ipotesi, accantona teorie superate, non sottosta ad un’unica verità imposta dall’alto;
-   Nega la possibilità che si possano commettere degli errori, nega il diritto di essere intellettualmente disonesti (il che si potrebbe ritorcere contro i politici);
-   Come si fa a stabilire un confine tra opinione e falsità?
-   Una democrazia che teme idee diverse non ha futuro;
-   Una società che tratta i suoi cittadini come degli infanti che vanno protetti dalle “cattive influenze” e decide per loro a quali idee possano essere esposti o meno non è democratica, è autoritaria;

Ergo, la Francia, ufficialmente, non è più una democrazia.

venerdì 9 dicembre 2011

I pacifisti francesi alla prese con Hitler



Lo studio di oltre un centinaio di testi scolastici, delle riviste professionali, dei bollettini e degli archivi scolastici di tre dipartimenti (Somme, Seine, Dordogne) rivela che gli insegnanti pacifisti erano patrioti repubblicani che coltivavano la lealtà nei confronti della Francia, ma erano intenti a “distruggere l’arsenale mentale di concetti e credenze che avevano reso concepibile, e in ultimo accettabile, la guerra” (p. 3).
Il disarmo morale era necessario perché si riteneva che nessun arbitrato internazionale o cooperazione economica sostenuta avrebbero potuto impedire il ritorno della guerra se prima non ci si fosse liberati dagli impulsi sciovinistici per aprirsi alla comprensione reciproca tra i popoli. Fino a quel momento la pace e la stabilità globale sarebbero stati un miraggio.
Non ci fu un tradimento da parte degli insegnanti pacifisti, come denunciarono i pétainisti (in cerca di un capro espiatorio per la sconfitta ad opera dei nazisti), ma piuttosto il recupero del repubblicanesimo rivoluzionario, dell’immagine di una Francia faro di civiltà, votata a rieducare l’intero continente ai valori della libertà, dell’uguaglianza e soprattutto della fratellanza, come stava facendo nel suo impero coloniale. Pur essendo pacifisti, giustificavano la guerra difensiva.
Lo slittamento dal più gretto nazionalismo ad una maggiore sensibilità nei confronti della causa della pace e del cosmopolitismo fu probabilmente prodotto dalla falcidie di giovani uomini nelle trincee della Grande Guerra, che permise a molte più donne di accedere a ruoli di maggiore responsabilità, e dal risentimento dei veterani di guerra, sconvolti dall’esperienza ed intenzionati a far sì che non toccasse ai loro figli. Ci provarono con le visite di studio in Germania, i contatti tra insegnanti delle due nazioni, l’insegnamento dell’esperanto, ma l’ascesa di Hitler pose fine a tentativi peraltro velleitari.
A misura che la prospettiva di una nuova guerra si faceva sempre più palpabile, gli insegnanti spostarono l’enfasi dalla pace tra i popoli alla guerra puramente difensiva e, quando poi la guerra scoppiò, si arruolarono per andare al fronte: insegnarono ai loro alunni a non glorificare e romanticizzare la guerra, ma non ad astenersi dal difendere la patria.
Per la verità, una forte revisione della loro ottica occorse anche prima, nel corso della guerra civile spagnola, alla quale parteciparono migliaia di insegnanti spagnoli, alcuni dei quali intrattenevano rapporti epistolari coi loro colleghi francesi: “per la prima volta dopo la Prima Guerra Mondiale, degli insegnanti sindacalizzati cominciarono a parlare apertamente di coraggio e di eroismo in battaglia, del comportamento criminale di un nemico ben definito e di una guerra combattuta per i più nobili principi” (p. 205). Fu allora, dopo essere entrati in contatto con i rifugiati spagnoli nel sud della Francia, che gli insegnanti cominciarono a prendere le distanze dai loro leader sindacali, presero coscienza della spaventosa realtà della minaccia nazi-fascista e del fatto che la guerra è una triste necessità in un mondo in cui il potere è aggressivo.
Continuarono a denunciare la retorica virilista e dozzinale di manuali di storia che instillavano negli studenti la diffidenza se non l’odio nei confronti dei Tedeschi e l’idea della guerra come una scuola di eroismo e sacrificio e non un massacro che deturpa i corpi e le anime; ma, con lo scoppio della guerra civile spagnola, le posizioni della dirigenza sindacale rimasero sciaguratamente inflessibili, nella speranza che dall’altra parte ci fossero orecchie disposte ad ascoltare proclami di pace invece di farsi irretire dai tamburi di guerra. La base invece si preparò a fare il suo tragico dovere
La dirigenza sindacale non capì minimamente quel che stava accadendo. Il loro fallimento rispecchiò il fallimento della politica dell’appeasement (accomodamento) nei confronti di una Germania sempre più aggressiva e vorace, che non si accontentava della revisione delle clausole sui danni di guerra del Trattato di Versailles, dell’ammissione alla Lega delle Nazioni, del tacito accoglimento del programma di riarmo, della “ridefinizione” dei confini austriaci e cecoslovacchi. La Lega delle Nazioni non evitò la guerra. Il pacifismo, imperniato sull’internazionalismo socialista e sul femminismo nonviolento, non fornì soluzioni sufficientemente persuasive al problema dei conflitti armati. 
Il brano di una lezione di educazione civica tenuta nel 1921, additato come un pessimo esempio di sciovinismo e militarismo – “perché la Francia viva in pace, non è sufficiente che si appassioni alla libertà ed alla giustizia e che detesti la guerra. Deve anche essere forte e ben armata per poter difendersi contro la brutalità della sua pericolosa vicina, la Germania, per la quale l’unica legge è la forza” (p. 69) –, non sarebbe sembrato né eccessivo né fuori luogo, nel 1939. Al contrario, sempre nel 1939, le parole, non meno roboanti, della studentessa che, nel 1930, scrisse “sarà il dovere e l’onore di tutti coloro che sono stati salvati dalla sudditanza dalla Grande Guerra quello di organizzare la Grande Pace in cui l’Umanità intraprenderà il suo nuovo destino” (p. 154), non potevano che suonare irrealistiche, ingenue ed autolesionistiche.

Bibliografia:
Mona L. Siegel. The Moral Disarmament of France: Education, Pacifism, and Patriotism, 1914-1940, Cambridge, UK: Cambridge University Press, 2004.

giovedì 8 dicembre 2011

La Bomba ad Orologeria del Debito (Francia, Italia, Spagna)



Qualche buon’anima potrebbe ricordare al professor Monti quel che dovrebbe già sapere, ossia che senza crescita quel debito non si paga e che la sua manovra ci manderà in recessione, aggravando drammaticamente il problema?
Perché la sinistra osanna un neo-liberista (orgoglioso di esserlo!) ammiratore di Marchionne e della Gelmini? 
Non lo sanno ormai anche cani e porci che è stato il neo-liberismo a causare la crisi scoppiata nel 2008 e che perdura da ormai quasi 4 anni?
Chiedereste ad una volpe di governare un pollaio?
Ciascuno raccoglierà quel che ha seminato.

venerdì 25 novembre 2011

"È successo un quarantotto!" - La rivoluzione del 1848 e quella del 2012



Per l’anno scolastico 2011-2012, il tema prescelto per il “National History Day”, un programma di didattica storiografica che coinvolge mezzo milione di studenti americani e 30mila insegnanti, è “Revolution, Reaction, Reform in History”.

In precedenza, ho scritto: “Mi aspetto un 1848 su scala globale e molto ma molto più poderoso e sanguinoso. Una cosa senza precedenti, tipo un 1789 planetario”:
Ho poi scoperto che lo ritiene possibile anche un giornalista dell’Indipendent (che mi ha anticipato di alcuni giorni!):
Andreas Whittam Smith, “Western nations are now ripe for devolution”, The Independent, 20 October 2011

Meglio dunque dare un’occhiata a questo famoso ’48.
Il “48” fu caratterizzato da malcontento popolare, irrequietudine, frustrazione, forte volontà di cambiare le cose, insofferenza e risentimento nei confronti di chi esercitava il potere economico e politico, defezioni tra i membri delle classi dominanti, crisi economico-finanziaria, crescenti disparità sociali, uso della forza da parte del governo per bloccare le proteste. Gli ingredienti ci sono già tutti.
Il 1848 fu transnazionale (Italia, Germania, Francia, Danimarca, Romania) e globale: gli attivisti neri per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti inviarono denaro ai rivoluzionari tedeschi, alcuni tra i quali, una volta sconfitti e trasferitisi negli Stati Uniti, ingrossarono le file degli abolizionisti, per gratitudine e per principio. Disoccupazione e carestia spinsero contadini, operai e classe media a fare causa comune. 
Il 48 scoppiò in primavera (“la primavera dei popoli”), già in estate (“l’estate rossa”) si verificò una scissione tra radicali socialisti e moderati liberali (come al tempo della Rivoluzione Francese: Mirabeau contro Robespierre), che all’Est si sommò ai dissidi interetnici. Queste divisioni indebolirono il movimento e vennero sfruttate dalla Reazione. In autunno ci fu un ritorno di fiamma del movimento rivoluzionario (”Estate Indiana”, specialmente in Italia e Germania meridionale), ma i potenti passarono al contrattacco: la contro-rivoluzione si concentrò sulla soppressione delle insurrezioni in Germania e Italia ed sulla guerra contro l’Ungheria, nel 1849. Alla fine, la Seconda Repubblica si convertì nel Secondo Impero (al tempo della Rivoluzione Francese: Direttorio e Napoleone Bonaparte). Nel 1851 gli Ungheresi si arresero.
Quasi ogni fase della rivoluzione fu preannunciata da eventi parigini, amplificati dal telegrafo, dal trasporto su rotaia e su nave a vapore, come un contagio. Ma, contemporaneamente, i rivoluzionari in fuga da Italia e Germania influenzarono le dinamiche rivoluzionarie francesi. Già allora, fatte le debite proporzioni, vi era un’interazione paragonabile a quella dell’era digitale: le istanze locali si riconoscevano in uno spirito comune, paneuropeo, solidale.
Il 1848 fallì perché il libertarismo nazionalista (che è prima di tutto conservatore) ebbe la meglio sulle rivendicazioni sociali e democratiche. Tuttavia, da quel momento, i regimi non-costituzionali furono costretti a mettersi sulla difensiva e rimasero isolati. La popolazione europea non era più disposta a rinunciare a certi diritti che ormai considerava fondamentali ed alla democrazia parlamentare che se ne doveva fare garante.

Nel 2012, Egitto, Grecia, Italia, Spagna e Francia saranno presumibilmente i paesi in cui l’impatto della crisi economica si farà sentire più pesantemente, almeno inizialmente, e quelle a maggior rischio di esplosione sociale proto-rivoluzionaria. Poi arriverà il momento del mondo anglo-americano, e saranno gli scossoni di un elefante. A quel punto l’Unione Europea come la si intende oggi e come la intendevano i suoi fondatori sarà un ricordo del passato. Tutto questo potrebbe essere evitato con la remissione dei debiti, ma non succederà mai: l’avidità di alcuni è senza limiti ed ogni rivoluzione offre l’opportunità di istituire nuovo ordini sociopolitici, a volte più autoritari di prima, se il terrore rivoluzionario ha sgomentato a sufficienza la popolazione. Non è improbabile che una svolta rivoluzionaria sia già stata prevista e programmata. Non è però chiaro come chi sta in alto possa sentirsi certo di poterla cavalcare, su un pianeta in subbuglio climatico e tettonico.

All’inizio del 1848 nessuno si aspettava che la rivoluzione fosse imminente, ma le precondizioni c’erano tutte. Oggi siamo in frangenti paragonabili a quelli del 1848. Negli ultimi 25 anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto stabilmente, la tendenza alla sperequazione si è diffusa come un contagio, a partire dagli Stati Uniti di Reagan e dal Regno Unito della Thatcher. Un recente studio dell’OCSE indica che persino Danimarca, Svezia e Germania sono state contagiate dal virus delle disparità. Oggi, nelle nazioni occidentali, il reddito medio della fascia più ricca (10%) della popolazione è nove volte superiore a quello del 10% più povero. I dirigenti in molti casi guadagnano 200 volte più dei loro dipendenti. Nessuna società può sopravvivere quando si trova alle prese con tali squilibri di remunerazione e tenore di vita, per di più in un contesto di incessante recessione, crescente disoccupazione, estrema difficoltà a trovare un primo impiego dignitoso, aumento dell’inflazione, contrazione dei salari, incremento del costo degli affitti e dei mutui. Non è certo per caso che il denominatore comune delle proteste degli indignati e degli occupanti di tutto il mondo è la rivendicazione di un sistema più equo, più rispettoso della dignità umana del 99%, contro l’avidità e la corruzione del 1%.
Anche le rivoluzioni del 1848 iniziarono in modo confuso, casuale, disorganizzato, guidate da intellettuali che non avevano alcuna esperienza politica e non erano uomini d’azione. La forza della spinta popolare si rafforzò a causa delle incertezze e delle repressioni dei governi ed il movimento si auto-organizzò spontaneamente, perché vi era l’esigenza di farlo.

FONTI:
Wolfgang Mommsen, 1848, die ungewollte Revolution: Die revolutionaren Bewegungen in Europa 1830-1849, Frankfurt/M.: Fischer Taschenbuch Verlag, 1998.
Mike Rapport, 1848: Year of the Revolution, New York: Basic Books, 2009.
Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.

giovedì 24 novembre 2011

Verso la Terza Guerra Mondiale - l'accerchiamento di Russia e Cina




For a New World Order to live well



Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire.
Generale Wesley Clark, ex comandante generale dell'US European Command, che comprendeva tutte le attività militari americane in Europa, Africa e Medio Oriente. Da: Wesley K. Clark, Winning Modern Wars, p. 130).

Circa 10 giorni dopo l'11 settembre 2001 mi sono recato al Pentagono, ho visto il segretario alla difesa Rumsfield e il vice segretario Wolfowitz, sono sceso per salutare alcune persone dello Stato Maggiore che lavoravano per me e uno dei miei generali mi chiamò dicendomi: «Venga, Le devo parlare un momento», io gli dissi «ma lei avrà da fare...» e lui disse «no, no, abbiamo preso una decisione, attaccheremo l'Iraq» . Tutto questo accadeva attorno al 20 di settembre. E io gli chiesi: «ma perché?» e lui: «non lo so», e aggiunse «penso che non sappiano cos'altro fare». Io gli chiesi «hanno trovato informazioni che collegano Saddam Hussein con Al Quaeda?», disse «No, non c'è niente di nuovo. Hanno soltanto deciso di fare la guerra all'Iraq!», e disse «non so la ragione è che non si sa cosa fare riguardo al terrorismo, però abbiamo un buon esercito e possiamo rovesciare qualsiasi governo». Sono tornato a trovarlo alcune settimane più tardi e all'epoca stavamo bombardando l'Afghanistan. Gli chiesi: «bombarderemo sempre l'Iraq?», lui mi rispose «molto peggio!». Prese un foglio di carta e disse «ho appena ricevuto questo dall'alto», sarebbe a dire dall'ufficio del segretario alla difesa. «Questo è un memo che descrive in che modo prenderemo 7 paesi in 5 anni, cominciando dall'IRAQ, poi la SIRIA, il LIBANO, la LIBIA, la SOMALIA, il SUDAN e per finire l'IRAN». Gli chiesi: «è confidenziale?» e lui «si, signore».

L'esito finale di questa deriva sarà probabilmente un conflitto con l'Iran e con gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile di uno scontro militare con l'Iran presuppone il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran.
Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale, dichiarazione davanti ad una commissione del senato americano (1 febbraio 2007)

Molte grandi opere pertanto della città vostra (Atene) si ammirano, ma a tutte una ne va di sopra per grandezza e per valore; perocché dice lo scritto di una immensa potenza cui la vostra città pose termine, la quale violentemente aveva invaso insieme l'Europa tutta e l'Asia, venendo fuori dal mare Atlantico.
Platone, “Timeo”.

La NATO sta gradualmente accerchiando la Russia e la Cina, scacciandole dall’Africa, dal Medio Oriente e dalle massicce riserve petrolifere e giacimenti minerari del Sud-Est asiatico. La Russia vuole da sempre lo sbocco nel Mediterraneo e ha bisogno di una base navale di appoggio che permetta alla sua flotta di non dover attraversare ogni volta i Dardanelli. Nel 2008 Gheddafi promise ai Russi di concedere l’usufrutto di Bengasi:
Ora Bengasi è un porto NATO.

Dopo l’attacco aereo israeliano ad un impianto siriano nel 2007 e lo scellerato attacco georgiano alla Russia, appoggiato da Israele e dagli USA, è arrivato l’accordo russo-siriano (navale e militare) per l’espansione del porto siriano di Tartus, dove in teoria ci sarà una presenza navale russa permanente:

Ora la Siria sta per essere spinta oltre il baratro:

La prossima tappa è l’Iran. Tutte le basi militari americane utili per l’attacco all’Iran sono anche utili per attaccare la Russia. Ci sono distaccamenti militari americani in Iraq, Afghanistan, Turchia, Pakistan, Kuwait, Azerbaijan, Armenia, Turkmenistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kyrgyzstan. La Georgia è un alleato di ferro degli Stati Uniti e di Israele ed ha già aggredito scelleratamente la Russia, per essere facilmente invasa e ridotta a più miti consigli. Romania e Polonia hanno accettato di installare postazioni anti-missilistiche che dovrebbero, ufficialmente, intercettare missili intercontinentali iraniani che non potrebbero mai raggiungere la Polonia (hanno una gittata massima di 2000km e raggiungono a malapena Odessa e Creta). I Russi, che non sono stupidi, hanno avvertito che piazzeranno missili a Kaliningrad:

Stiamo avvicinandoci a grandi passi ad una crisi come quella di Cuba, solo che questa volta pare ci sia veramente l’intenzione di arrivare allo scontro finale, alla resa dei conti con Russia e Cina (una lotta tra Mali, non tra Male e Bene). Pur escludendo che la terza guerra mondiale possa subire un’escalation nucleare – neppure degli psicopatici sarebbero così malati da autodistruggersi – queste strategie, anche nelle versioni più “soft”:
…mettono a repentaglio il futuro dell’umanità. Il 99,9 periodico per cento della popolazione mondiale non sa cosa sta per succedere e, se lo sapesse, si opporrebbe strenuamente all’uso del falso movente umanitario per scatenare l’inferno in terra, quando il vero motivo è l’accentramento del potere (per i leader megalomani), il riempimento della mangiatoia (per i grufolanti finanzieri/industriali) e la pretesa che un certo tenore di vita non è negoziabile (per i belanti cittadini-ovini, rincitrulliti dalla propaganda spacciata per libera informazione). Un paragone istruttivo è Oceania, in “1984” di George Orwell. 
Se analizzate i cattivi di Hollywood vi accorgerete che sono, di norma, Francesi, Russi, Cinesi e musulmani. Solo l’ascesa di Sarkozy, il presidente francese più filo-americano e sionista della storia, ha mitigato l’offensiva manipolativa del cinema americano ai danni dei cugini transalpini. Finché al potere c’erano Chirac e de Villepin (momentaneamente fatto fuori con una persecuzione giudiziaria dalla quale è recentemente uscito completamente pulito), i Francesi erano criminali, incoscienti, arroganti e ostili. 
Qui un'analisi del fenomeno che parzialmente condivido:
Chirac e de Villepin hanno probabilmente evitato al mondo una catastrofe, durante le presidenze Bush-Cheney, e si meriterebbero il Nobel per la Pace:

Con la Cina si sta impiegando la stessa strategia che ha avuto successo con il Giappone. La si taglia fuori dalle sue fonti di approvvigionamento, la si demonizza, la si umilia, in modo da metterla con le spalle al muro, contando su una sua reazione emotiva e suicida, come fu il caso del Giappone nel 1941.
Il messaggio inviato alla Cina nel corso dell’inaugurazione di una nuova base americana a Darwin, “fuori dal raggio dei missili balistici cinesi”, è piuttosto esplicito:

Mentre negli anni Trenta e Quaranta Roosevelt era quasi certamente un “buono” e quella della guerra fu una decisione giusta, questa volta non sono le dittature a minacciare la pace nel mondo, ma le “democrazie”, che sono state prese in ostaggio da oligarchi che manovrano i loro burattini al governo e nei parlamenti - non crederete mica che Obama sia l’uomo più potente del mondo, vero? La Goldman Sachs è stata il secondo maggior finanziatore della sua campagna elettorale e se l’ha fatto è stato per ottenere qualcosa in cambio:

Bloccare la guerra civile in Siria e l’attacco preventivo all’Iran significa impedire che si arrivi all’ultima mossa, la guerra totale globale:

Per farcela non bastano le manifestazioni: ci sono state al tempo della guerra in Iraq e la guerra è stata fatta lo stesso. Serve il blocco totale, nonviolento, delle attività di tutte le maggiori nazioni coinvolte e, nella peggiore delle ipotesi, se la guerra dovesse scoppiare ugualmente, servirà una Rivoluzione Globale che però non sfoci nel Terrore Rivoluzionario: occorre che sia radicale ma anche di rapida soluzione, altrimenti ci troveremo in un mondo molto peggiore di prima.
Quel che c'è da capire e da fare è noto da quasi 500 anni:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/etienne-de-la-boetie-un-uomo.html

venerdì 18 novembre 2011

Reza Moghadam governa Monti, Monti governa l'Italia



di Kaspar Hauser, East Journal, 18 novembre 2011

“Si chiama Reza Moghadam, è nato a Teheran e il futuro dell’Italia è nelle sue mani. Nelle sue mani è la gestione della crisi debitoria italiana. Nelle sue mani il Fondo monetario internazionale (Fmi) non ha messo solo l’Italia – per quale Reza ha un mandato speciale, come qualcuno ricorderà abbiamo l’Fmi che ci fruga nei cassetti – ma l’Europa intera. E’ il capo del Dipartimento europeo del Fmi, fresco fresco di nomina.
Prende il posto di Antonio Borges, portoghese, bocconiano, vice-presidente della Goldman Sachs, che “ha lasciato l’incarico in un momento delicato” – come recita il comunicato del Fmi. Antonio Borges, secondo indiscrezioni, è ritenuto il responsabile dell’attacco speculativo all’Italia, anche lui aveva la “speciale delega” per il nostro paese. Sempre Borges è il salvatore dello Ior (la banca vaticana, per intenderci, quella che riciclava con Marcinkus i fondi neri di Cosa nostra destinati alla Dc). Fin qui i fatti, ma Borges è un ometto che sa cosa sono i “poteri forti” e a levarlo dalla sedia pare ci sia voluto il Papa tedesco per intercessione della Merkel. La posta in gioco, secondo i rumors, era alta: o lui, o Monti.
Ma torniamo ai fatti. Il suo successore, Reza Moghadam, ha un curriculum invidiabile e poche ombre. Laureato ad Oxford, ha indirizzato in Iran molti investimenti inglesi e francesi nel settore nucleare. Il suo precedente incarico nel Fmi era quello di dirigere il Dipartimento di politiche strategiche, ovvero gestire il prestito ai paesi emergenti con particolare attenzione all’Africa (un continente che ha visto più volte all’opera l’Fmi e i risultati, non certo brillanti, sono sotto gli occhi di tutti). In Africa il nostro Reza, braccio destro del francese Strauss Kahn, ha gestito la delega per Liberia, Nigeria, Benin, Togo: tutti paesi sprofondati nella guerra per il petrolio. Guerre da cui, a giovarne, è stata la Total francese.
Reza non lascia l’incarico al Dipartimento di politiche strategiche ma lo porta con sé in Europa dove, lo ricordiamo, è stato nominato dalla francese Cristine Lagarde direttore del Dipartimento europeo del Fmi. Ciò significa che l’attenzione alle politiche di prestito del Fmi passa dall’Africa all’Europa. Il trasloco di quello che è da ritenersi il dipartimento più potente del Fmi preoccupa. La Lagarde ha dichiarato che Reza avrà anche il compito di monitorare i governi caduti nella crisi del debito: Italia in testa, Grecia, Irlanda e Portogallo.
Il governo Monti ha solo una piccola arma di Difesa: si chiama Giampaolo Di Paola, neo-ministro, ammiraglio della Marina Militare, presidente del Comitato Militare della Nato, attualmente in carica e in servizio attivo. Il Comitato militare della Nato è quello che decide, è il vertice della struttura militare atlantica. Il nostro Di Paola ne è il presidente. Sempre parlando come fossimo al bar: è uno che conta più della Lagarde.
Ma da cosa dovremmo difenderci, di grazia? Dagli interessi francesi? Dalla distruzione delle nostre principali aziende (Finmeccanica ha perso il 20% in borsa in un sol giorno, Impegilo è decotta, e per chi sperava nelle commesse libiche… anche quelle se le sono accaparrate i francesi). Come considerare l’ipotesi che Borges, e quindi l’Fmi, abbia guidato l’attacco speculativo all’Italia e come interpretare, in questa luce, la nomina di Reza. E ancora, si profila forse un attacco speculativo  all’eurozona, e a quale scopo? Le pedine si muovono disegnando quale gioco? Oppure?”
Il “buon” Reza è anche un fautore della moneta unica globale: