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martedì 29 novembre 2011

Violenza Buddista




La militarizzazione e fascistizzazione del buddismo non è stato un fenomeno esclusivamente giapponese.

Come si spiegano le deviazioni così radicali in una dottrina che proibisce categoricamente di togliere la vita? Come si sono giustificati quelli che hanno violato il caposaldo della dottrina buddista?

Per il buddhista non è peccato solo uccidere, ma anche provocare una morte, approvarla, fornire i mezzi per causarla. In molti casi sarebbe meglio morire che uccidere. Per certe correnti buddhiste (ma non per il Dalai Lama), anche in guerra è meglio lasciarsi uccidere che uccidere (nonresistenza).

Poiché la natura umana è quella che è, anche le migliori filosofie – e il buddhismo è certamente una di quelle – si prestano a fondamentali distorsioni che razionalizzano il male, facendolo apparire come un bene. Nel caso del buddhismo, poiché l’altro suo caposaldo è che la vita è sofferenza e scopo di ciascuno dovrebbe essere quello di non rinascere più, allora uccidere qualcuno è rendergli un servizio, un atto caritatevole. Per di più la persona è un’illusione, non esiste realmente, quindi anche il peccato non esiste veramente. È chiaro che questa interpretazione della dottrina buddhista ha un carattere “satanico”, nel senso che perverte un messaggio di amore e tolleranza per giustificare l’egoismo più sconfinato e l’intolleranza più spietata, l’esatto opposto dell’insegnamento di Siddharta Gautama.  

Il problema centrale dell’umanità il la gestione del potere e la corruzione che questa porta con sé. Quando il buddhismo ha incontrato il potere, si è corrotto, come ogni altro nobile messaggio di riscatto

Nel buddhismo, come in tutte le altre discipline filosofico-religiose, si è infiltrata l’idea della costante lotta tra luce ed oscurità, creatività e distruttività, spiritualità e materialità, egoismo ed altruismo, nonviolenza e violenza, ecc. che, invece di perseguire l’equilibrio tra gli opposti, deve risultare nel trionfo definitivo di una parte sull’altra: questa è la radice principale della corruzione morale. Da essa è derivato ogni genere di possibile ipocrisia e manipolazione logica e morale che ha vessato il buddhismo, fino a farlo diventare uno strumento di violenza di massa in Giappone, nel Sud-est asiatico e nello Sri Lanka.

Cerchiamo di capire meglio come.

Il maestro zen Takuan, nel diciassettesimo secolo, scrive che la spada non ha una sua volontà, è vuota. Tutto è vuoto, tutto è come il bagliore di un fulmine. Anche l’uomo che sta per essere ucciso dalla katana è vuoto, come chi lo sta per uccidere. Le loro menti non hanno sostanza. Loro stessi non possiedono una mente propriamente detta. Dunque non sono realmente uomini e la spada non è realmente una spada. Dunque uccidere non è male: è al di là del bene e del male, come avrebbe concordato Nietzsche.

Il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki si muoveva sulla stessa linea. Una persona che uccide nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali, non può essere considerato un assassino. È una forza naturale e quindi è intrinsecamente innocente, cosmicamente neutro. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta. Così la tortura può essere compassionevole (in un antico testo Mahayana) perché consuma i peccati della vittima della tortura e la libera dal ciclo delle reincarnazioni. Quando si raggiunge la saggezza della vacuità (Śūnyatā), non si può commettere un errore, perché si è interamente interdipendenti rispetto a tutto il resto e dunque nulla di ciò che facciamo ricade nella sfera della nostra responsabilità personale. È la negazione della nostra vacuità intrinseca, che è la nostra natura autentica, ad essere all’origine della violenza, ci spiegano i buddhisti pro-violenza. Peccato che Takuan, che si identifica completamente con il vuoto, usi questa identificazione proprio per autorizzare se stesso a perseguire la volontà di potere senza alcuna restrizione. Nei testi di Suzuki la vacuità è descritta come cieca e brutale quanto la natura. Per altri il vuoto è l’essenza della compassione. Il karma diventa un orpello o un pretesto per indulgere nella violenza catartica (la redenzione “compassionevole” della vittima della propria violenza).

È l’intenzione che conta, non l’atto, e chi può giudicare facilmente un’intenzione, che è soggettivamente interpretabile? Il relativismo morale (“tutto è lecito”) scaturisce dal relativismo ontologico: tutto l’esistente è relativo, anche il senso delle mie azioni lo è (indipendentemente dai miei interessi). La razionalità e le riflessioni morali sono superflue: le intuizioni viscerali sono sufficienti. Così il buddismo scivola nel soggettivismo e si può integrare perfettamente in ogni ideologia politica dominante: non esiste più alcun parametro di riferimento sovrapersonale, i miei desideri diventano la norma. Potrebbe esistere un’inversione più integrale delle intuizioni di Siddharta?

Ciò giustifica l’indiscriminata violenza buddista (guerre, torture, punizioni di crudele, sadica efferatezza) che ha avuto ed ha luogo in Tibet, Cina, Mongolia, Corea, Sri Lanka, Birmania e Thailandia, indipendentemente dal fatto che si tratti del buddismo theravada o di quello tantrico o di quello zen (es. i monaci guerrieri che costrinsero il governo centrale a sottometterli con la forza per porre fine agli scontri tra monasteri rivali ed alle sevizie e soprusi ai danni dei contadini, per poi giustificare le peggiori atrocità del militarismo giapponese in ossequio alla volontà governativa di una “mobilitazione spirituale” della popolazione).

Nel 2008 i monaci tibetani infrangono le vetrine dei negozi cinesi a Lhasa. Nello Sri Lanka i monaci buddisti promuovono una guerra spietata nel nome dell’ideale della purezza etnica e religiosa. I Tibetani, nel corso della loro storia, hanno invaso Cina, India, Mongolia e soprattutto il piccolo Bhutan. Il Tibet è stato costretto ad optare per la strada del pacifismo dalla forza militare di India e Cina (di necessità virtù). Si dovrebbe citare la pedofilia endemica dei monasteri zen: gli efebi travestiti da donne e chiamati chigo, utili come distrazione sessuale, gli scontri tra monasteri per il possesso di un efebo speciale. Infine, l’orrore dello zen imperialista giapponese si commenta da solo. Tutto legittimo e perfino auspicabile nel contesto della tutela del Dharma.

La tanto magnificata vacuità dei buddhisti violenti e guerrafondai non ha nulla a che vedere con il distacco pregno di divino dei mistici occidentali ed orientali, è semplice assenza di riflessione morale e di assunzione di responsabilità per le proprie azioni. Cieco egocentrismo intossicato dalla megalomania e dal narcisismo. In questo ambito, l’APPARENTE soppressione di ego diventa, paradossalmente la strada maestra per la complicità negli orrori di un regime tirannico: la fusione del sé nel tutto organico (dissoluzione del sé: da ego personale a ego di gruppo) consente di agire senza sentirsi colpevoli nell’obbedire agli ordini che provengono dall’alto. Fu questo il caso dei soldati giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale: “uccidete tutti i nemici, il Buddha riconoscerà i suoi e si impedirà a persone malevole di compiere il male”.

SINTESI DI COME SI DEPRAVA IL BUDDHISMO:
In special modo nel Buddismo del Grande Veicolo (Mahayana), l’intera esistenza è vista come un’illusione, un qualcosa che non è mai avvenuto, perciò porvi fine non è grave anzi, può essere un atto compassionevole. Nel buddismo Mahayana e tantrico anche la tortura può essere un veicolo di salvezza per il torturato (o un male necessario). La realtà ultima, oltre l’illusione è al di là del bene e del male, l’omicidio diventa un fatto tecnico, in conseguenza della negazione del sé. L’uomo che sa che la realtà è illusione non potrà che compiere un male illusorio, ossia inesistente. Non si può uccidere il vuoto più di quanto si possa distruggere il vento. Si è in perfetta e spontanea armonia con l’universo: il male non esiste di per sé. Chi non è spinto da ragioni egoistiche ma da una consapevolezza superiore (illuminato) non può essere ritenuto responsabile di fronte alle leggi terrene, non è più prigioniero degli attaccamenti materiali (come il “me ne frego” fascista). La violenza è il risultato del karma della vittima (se l’è cercata in una vita precedente). Vi è l’obbligo di difendere il Dharma, lo Stato tutela il Dharma, perciò la violenza è sacra quando è minacciato dalle forze del male (ma non avevano oltrepassato le dicotomie? Forse solo quando conviene a loro?). L’uccisione è liberazione dell’anima di un peccatore che ora potrà rinascere sotto dei migliori auspici. La morte dei nemici del Buddha è moralmente neutra: i nemici del Buddha possono anche essere quelli che si rifiutano di pagare le tasse al monastero locale. I tempi sono cambiati dall’epoca del Buddha ed i suoi principi erano giusti allora ma adesso non sono più adattabili alla realtà contemporanea. In questo modo il buddista può giustificare la propria violenza e contemporaneamente condannare quella altrui.

In conclusione, i buddisti non sono persone violente, sono semplicemente esseri umani come gli altri. Il buddismo è indubbiamente più tollerante di tutte le altre religioni ed ideologie – salvo l’organizzazione gerarchica e patriarcale e la misoginia –, ma quando incontra le gerarchie di potere appare ugualmente vulnerabile e manipolabile.

BIBLIOGRAFIA :
Bernard Faure, Bouddhisme et violence, Paris: Le Cavalier Bleu, 2008.
Michael K. Jerryson, Mark Juergensmeyer (eds.) Buddhist Warfare. Oxford: Oxford University Press, 2010.
Georges Renondeau, « Histoire des moines-guerriers du Japon », in Mélanges publiés par l’Institut des hautes études chinoises, t. 1, Paris, Collège de France, 1957.

martedì 1 novembre 2011

Shangri-La liberata




Ritengo che ciascun uomo e ciascuna donna dovrebbe augurarsi di vivere e morire con dignità, ossia da persona libera e responsabile. Per la stessa ragione condanno l’imperialismo cinese in Tibet ed auguro ai Tibetani di riacquistare il loro diritto all’autodeterminazione. Ciò non mi impedisce, però, di svolgere alcune considerazioni sulla questione tibetana che spiaceranno a più di un lettore. Ma tant’è…

Il Tibet rappresenta qualcosa di più di una nobile causa in Alto Adige. Qualcuno, tra i lettori, si ricorderà dello striscione srotolato dagli attivisti di Süd-Tiroler Freiheit all’arrivo del Dalai Lama a Bolzano: “Tibet ist nicht China”, ispirato al classico “Südtirol ist nicht Italien”. Il che ci pone di fronte ad un grave dilemma: dove ha termine la legittima aspirazione e comincia la frammentazione particolaristica? Lo stesso Dalai Lama ha commentato in quell’occasione che ai Tibetani basterebbe quello che si è ottenuto in Alto Adige, in termini di libertà e benessere.

Nel 2008, Elmar Pichler Rolle, allora Obmann (presidente) della Südtiroler Volkspartei (SVP),  paragonò le sorti dell’Alto Adige a quelle del Tibet, sollevando le ire dello storico sudtirolese Hans Heiss, che commentò: “È davvero fuorviante e storicamente scorretto. Sessant’anni fa, nel 1948, in provincia di Bolzano si svolsero le prime elezioni libere, dove la Südtiroler Volkspartei elesse i suoi primi parlamentari. A Roma questi cominciarono a lavorare per migliorare le condizioni dei sudtirolesi, che comunque non erano minimamente paragonabili a quelle dei tibetani di oggi. Allora non c’era la piena autonomia, ma i diritti civili e politici della popolazione sudtirolese erano garantiti. I candidati SVP, dopo l’elezione, andarono a Roma, dove nessuno li arrestò, li picchiò o li uccise con ferocia. Poterono dire la loro ed essere ascoltati in Parlamento” (Fait/Fattor, 2010, p. 176).

L’Alto Adige ha anche destinato dei finanziamenti – 800mila euro in 20 anni (Alto Adige, 2 giugno 2010) – sia in Tibet, per progetti economici e culturali, sia al di fuori del Tibet, “per consentire ai monaci una più facile diffusione del loro pensiero spirituale e etico” (Luis Durnwalder, Alto Adige 18 novembre 2009).

Insomma, come si vede, le affinità elettive non sono accessorie, sembra vi sia la percezione non dico di una equivalenza tra le due realtà, ma certamente di una parentela: due popoli di montagna, molto religiosi e spirituali, sottoposti all’autorità di una potenza occupante. La destra tirolista procede oltre nell’accostamento: due potenze occupanti etnocide.

Il Tibet diventa lo specchio di tutto ciò che non va in Alto Adige e di ciò che l’Alto Adige dovrebbe essere: unito nella lotta al nemico e con un ampio sostegno internazionale, che include persino delle star di Hollywood.

Non voglio qui impegolarmi nella vertenza che interessa Tibet e Cina, perché non ho le competenze per farlo e non ho alcuna fiducia nell’affidabilità e trasparenza delle informazioni che provengono dall’una e dall’altra parte per suffragare le rispettive posizioni. Sono invece più interessato a capire questa “relazione mistica” tra tirolismo e tibetismo. Perché parlo di tibetismo? Perché il Tibet, agli occhi degli Occidentali, prima ancora di essere una regione del globo abitata da una popolazione che, giustamente, resiste al totalitarismo cinese e ad un modello di sviluppo, quello del turbocapitalismo e del turismo di massa, che ha già fatto molti danni ecologici e paesaggistici in Alto Adige, è un luogo dell’anima, un’ideologia. Quel che più sorprende, però, è lo scoprire che questo luogo dell’anima, come il Giappone, è sempre stato particolarmente caro soprattutto all’estrema destra (Hübinette, 2007).

Gli intellettuali di destra del secolo scorso videro nell’Estremo Oriente l’Eden arcadico che cercavano, la soluzione a tutti i problemi dell’Occidente, il trionfo del culturalismo sul tanto avversato cosmopolitismo. E fu un amore pienamente corrisposto: una buona fetta dell’élite intellettuale giapponese non fece mistero della sua ammirazione per il fascismo europeo, nel quale si rispecchiava (Najita & Harootunian, 1988; Petzin & Ruprecht, 1994). La dicotomia Est-Ovest divenne uno strumento per il rafforzamento delle strutture esistenti e dei valori tradizionali e s’incentrò sulla contrapposizione di lealtà, obbedienza, familismo patriarcale, olismo, spiritualismo, feudalesimo, autoritarismo politico, omogeneità razziale e tradizionalismo culturale da un lato, ed utilitarismo, individualismo, tecnocrazia materialista, omogeneizzazione, consumismo, Americanismo, relativismo e neutralità dello Stato rispetto ai valori morali dall’altro (Dawson, 1967; Maruyama, 1990).

Leggiamo, in “Ore Giapponesi”, cosa scrive Fosco Maraini a proposito dell’ethos e delle pratiche sociali orientali in relazione allo stile di vita occidentale: “Tutto questo, a prima vista, parrà disperatamente antimoderno, peggio delle caste in India, o del velo per le donne in certi paesi musulmani. Ma non dobbiamo fermarci alla superficie. Occorre guardare alle strutture sottostanti, di fondo. I nostri tempi sono caratterizzati dal tramonto del lavoratore singolo, o del piccolo gruppo di collaboratori – salvo pochi fortunati casi – e dal trionfo delle vaste, smisurate, ciclopiche organizzazioni. In questo paesaggio i popoli a tradizione confuciana presentano straordinari vantaggi sugli altri. Hanno il gruppo nel sangue. Le costrizioni dalle quali l’individualista occidentale si sente imbrigliare e soffocare, qui divengono sostegni, amati binari, protezioni contro il cattivo ed ingannevole mondo di fuori. Naturalmente il gruppo non è solo un divoratore d’individui, ma funziona veramente come cappa, tetto, proteggendo i suoi membri ed affiliati fino al limite del possibile” (Maraini, 2000, p. 32)

Il grande inganno perpetrato da certi, fortunatamente non tutti, orientalisti europei ai danni del loro pubblico e che – è bene che lo si ribadisca – contribuì a preparare il terreno al nazi-fascismo tra le classi dirigenti, in Europa come in Giappone, fu quello di spacciare il nazionalismo xenofobo giapponese o la teocrazia spiritualista tibetana come una terza via tra capitalismo e comunismo, il percorso di modernizzazione ideale, di gran lunga superiore a quello occidentale delle democrazie liberali.

I maggiori orientalisti occidentali, incluso Giuseppe Tucci, furono vittime dell’auto-lobotomizzazione delle proprie facoltà critiche (Kersten, 1996; Hübinette, 2007), accecati dal loro aristocratico rigetto della modernità massificante occidentale, quella del suffragio universale e della popolarizzazione dell’arte. Le culture orientali, come oggi le culture alpine, divennero ineffabili monoliti nelle loro descrizioni, così implacabilmente altre da non poter essere comprese e spiegate appieno. Meglio rassegnarsi ad una muta devozione piuttosto che tradire lo spirito dell’Oriente. Meglio continuare a credere che le roboanti scempiaggini di certi pensatori orientali – come gli esponenti della scuola romantica giapponese (Nihon Rôman ha), così rapidi nell’allinearsi al totalitarismo nipponico – celassero dei profondi, benché ermetici, messaggi per un Occidente decadente ma forse non ancora malato terminale (Dale, 1986). La logica deduttiva era troppo occidentale per essere applicata ai testi orientali. E così l’Oriente fu “orientalizzato”, cioè reso più orientale di quel che era: più omogeneo, internamente coerente, sublime, altro, remoto, misterioso, esotico, singolare, sorprendente, ecc. Si riscoprì il tenebroso fascino dell’Europa medievale nell’etica virilista, militarista e paternalista del bushido, che legittimò l’imperialismo giapponese, nell’estetizzazione della violenza e della morte del Buddismo Zen (Victoria, 1997; 2003) e nel modello mistico-feudale tibetano (Bishop, 1993). Un pensiero grondante di narcisismo: si esaltava l’Altro per celebrare la propria alterità rispetto ad una società che aveva scelto la via della democrazia e del pluralismo.

Questa corrente di pensiero, che divulgò in Europa un’idea estremamente parziale e molto spesso contraffatta del Tibet e del Giappone, è stata chiamata “modernismo reazionario”, ma una definizione migliore è quella di “radicalismo reazionario”. L’idea, infatti, non è quella di indirizzare il progresso in una certa direzione, né tantomeno quella di moderarne la velocità. È piuttosto quella di sfruttare il suo momento per invertirne il corso ed inserirlo in un ordine ciclico e non più lineare, che conduca al recupero delle virtù rurali e delle strutture sociali e simboliche feudali. In questo risiede il radicalismo del nazi-fascismo e dell’etnopopulismo contemporaneo, ma anche il suo appeal: la controparte di una strutturazione sociale rigidamente piramidale e gerarchica, munita di spietati sistemi di sanzione verso i riottosi e gli spiriti liberi, è la promessa, non necessariamente mantenuta, di un’esistenza semplice e serena, di buon senso, dove ci si intende all’istante, dove i legami affettivi sono più saldi ed affidabili, più caldi. Una società completamente diversa dalla modernità descritta come livellante ed omologante, generatrice di eterno spaesamento, incertezza e trasformazione, della dimensione metropolitana dell’incertezza e dell’eterna trasformazione. Una società in cui si ritiene che l’emancipazione personale ed il libero esercizio delle facoltà critiche nuocciano alla moralità pubblica ed all’integrità della nazione e che perciò esige che si facciano tornare in auge i valori del consenso, della cooperazione, dell’armonia e del comportamento ritualizzato. Il feticcio della volontà generale di Rousseau, recuperato al fine di disfarsi dell’impiccio della volontà personale, che ostacola il perseguimento di un obiettivo molto più “nobile” ed onnicomprensivo del destino dei singoli. È allora che fa capolino lo Stato pastorale o materno con le sue incessanti indicazioni su come regolare la vita di ciascuno in modo da dare l’apparenza di un ordine permanente, che promette servizi totali dalla culla all’urna in cambio della quiescenza dei suoi cittadini.

L’altra faccia dell’orientalismo reazionario fu l’antisemitismo, che rappresentò presumibilmente la reazione di animi insicuri, alle prese con la globalizzazione generata dall’imperialismo europeo e con un lancinante senso di anomia, di disgregamento delle norme tradizionali, di cambiamento inarrestabile, percepito come inevitabilmente deleterio. Una risposta che nacque dall’impatto improvviso ed inatteso su un comune sostrato rurale di ideologie eminentemente urbane e borghesi che, proprio in virtù del loro universalismo, non potevano che cercare di convertire, volenti o nolenti, dei contadini peraltro gelosi delle proprie autonomie e tendenzialmente autoritari. Molti reagirono deplorando le trasformazioni che interessavano la terra che aveva dato loro i natali, aborrivano la laicità, la modernizzazione, la progressiva scristianizzazione della società in cui vivevano, l’ascesa del socialismo ed accusavano gli Ebrei di essere dietro tutto questo. Così, per esempio, i conservatori austriaci conservatori austriaci se la prendevano con i socialisti ebrei, allo stesso modo in cui i nazionalisti se la prendevano con i cosmopoliti ebrei, i socialisti con i capitalisti ebrei e gli stessi ebrei assimilati con gli ebrei integralisti e sionisti, mentre questi ultimi condannavano i primi, per aver tradito l’ebraismo (Pauley, 1992). L’antisemitismo funzionava e funziona perché è astratto e perché il bersaglio è una minoranza diffusa nella società. Meno Ebrei in carne ed ossa s’incontrano, più facile è rafforzare lo stereotipo dell’Ebreo incarnazione di tutti i mali della modernità. Sorte analoga toccò ai gitani. È utile sapere che, nel 1908, in quella Vienna tendenzialmente ostile ai residenti ebrei, slavi ed italiani in cui Adolf Hitler costruì la sua coscienza politica, fu avanzata la proposta di tatuare un numero sul braccio di ogni Rom per prevenire eventuali borseggi durante una parata in onore dell’imperatore (Hamann, 1998).

L’Utopia, come l’Arcadia, è il regno della luce, dell’ortodossia più feroce: non può esistere un’utopia migliore e quindi l’alterità cela in sé i germi della violenza, della sovversione, dell’annichilimento. L’Ebreo è la personificazione di tutto ciò che si oppone all’estetica dell’Arcadia e dell’Utopia e come tale va combattuto, perché la società va salvaguardata da tutto ciò che mira alla sua disintegrazione. Nasce la paura del contagio. Dall’Altro ci si protegge con l’isolamento xenofobico, l’ostracismo, la violenza e la “guerra giusta”. La prospettiva di un mondo futuro senza peccato, senza iniquità, senza sofferenza, dove il progresso morale si accompagna a quello materiale giustifica la fratellanza per coercizione e l’uguaglianza per imposizione. Una società di eguali, dove l’uguaglianza è conseguenza di un’unanimità indiscussa ed offre ai cittadini una facciata rispettabile dietro cui nascondere la paura della variabilità, dell’incerto, dell’originale, del dissenso. Simbolicamente, Utopia e Arcadia sono rappresentate dall’isola (Giappone) e dalla valle fatata circondata da alte catene montuose (Tibet).

Tra quelli che aderirono a questa rete internazionale criptonazista di ammiratori della purezza ed autenticità orientale figurano lo scienziato politico Rudolf Kjellén, fondatore svedese della geopolitica, Karl Haushofer, consigliere di Hitler, Sven Hedin, il celebre esploratore del quale si è convenientemente rimosso il razzismo, le sue simpatie per la destra eversiva svedese e il suo sfogo isterico al momento della sconfitta del Terzo Reich su una rivista neonazista (Hübinette, 2007). L’antropologo Bruno Beger e lo zoologo Ernst Schäfer ricoprirono posizioni prestigiose all’interno della SS-Ahnenerbe, l’organizzazione himmleriana operativa anche in Alto Adige e Trentino, preposta a rinsaldare la coscienza razziale ariana – l’unità di stirpe, suolo, tradizione e sangue – giacché, come chiariva Himmler, “un popolo vive felicemente il suo presente ed il suo futuro a patto che sia consapevole del suo passato e della grandezza dei suoi antenati”. Poi lo SS-Standartenführer Walther Wüst, indologo, inauguratore dell’istituto Sven Hedin per l’Asia Centrale a Monaco, nel 1943, l’orientalista Giuseppe Tucci, del quale sono note anche le simpatie fasciste e la sua sottoscrizione dell’infame “Manifesto degli scienziati razzisti”, il buddologo tedesco Wolfgang Schumacher e, ovviamente il guru del neofascismo, Julius Evola. Senza tralasciare però Guido von List (1848-1919), Jorg Lanz von Liebenfels (1874-1954), i teosofisti e gli ambienti della Thule Gesellschaft, che tanta parte ebbero nel plasmare quella che divenne la dottrina del nazionalsocialismo.

A noi interessa soprattutto capire quale fosse l’attrattiva del Tibet per il Terzo Reich. Fortunatamente l’argomento è di tale interesse che è stato pubblicato un cospicuo numero di studi specifici che investigano in maniera direi esauriente la relazione tra arianismo, tibetismo ed esoterismo (Bishop, 1993; Rose, 1994; Dodin/Räther 1997; Korom, 1997; Lopez Jr., 1998; Brauen, 2000; Schell, 2000; Hale, 2003; Goldner, 2008). La base di partenza è che, come ogni luogo dell’anima, il Tibet tradizionale è stato mitologizzato, tramite l’escissione di tutto ciò che risultava inopportuno, in conflitto con l’immaginario occidentale focalizzato sul paradiso in terra (Shangri La: la metafora à la page del nobile, astorico ed etereo esotismo) e la spiritualità senza paragoni, che tante persone auspicano si estenda all’intera umanità. Questi scarti dell’opinione pubblica democratica costituivano invece i tagli più pregiati per i simpatizzanti del nazismo e dell’estrema destra in genere. Premetto che nulla di quanto segue può servire a legittimare l’occupazione cinese, anche se il regime ha cercato di fare proprio questo. L’imperialismo ha il costante vizio di indossare gli abiti dell’umanitarismo civilizzatore. Ciò nondimeno,  la purezza culturale, come abbiamo visto, non può essere il fine ultimo della restaurazione di uno stato tibetano autonomo. Non dobbiamo cadere nella trappola del relativismo morale e dell’indulgenza estetica, presumendo che vi sia una cultura essenziale, primordiale, sacra e bella in virtù della sua autenticità. Ogni cultura è il prodotto di determinate relazioni di potere, alcune delle quali possono richiedere una condanna categorica, se abbiamo una coscienza e se veramente crediamo nella dignità intrinseca di ogni singolo essere umano. Fermo restando che un Tibet libero avrebbe avuto maggiori opportunità di riformare quegli aspetti della propria società che contrastavano con quei criteri minimi di decoro e rispetto che rendono un’esistenza degna di essere vissuta pienamente.

Mi riferisco in particolar modo al dispotismo delle lamaserie, i monasteri buddisti tibetani, ai rapporti bellicosi che intrattenevano l’uno con l’altro, alla struttura rigidamente piramidale della società tibetana, di stampo feudale, che vedeva una piccola percentuale della popolazione – aristocrazia di circa 200 famiglie e un clero formato da circa il 15 per cento della popolazione, cosicché c’era un monaco da mantenere per ogni due contadini maschi – vivere di rendita grazie ai sacrifici delle masse contadine, relegati allo status di servi della gleba e l’esistenza di una casta di intoccabili. Alla misoginia – alimentata dalla pratica di strappare i figli alle madri, allevandoli in un ambiente unicamente maschile, all’omofobia (paradossalmente, ma come evitare il parallelo con la Chiesa cattolica?), alla violenza domestica endemica, al patriarcato più vieto (è significativo che le donne siano grandemente marginalizzate anche nella comunità tibetana in esilio), alla credenza karmica che a ciascuno era assegnata una collocazione nella società e non poteva aspirare a nulla più di quello (Campbell, 2002). Si è anche parlato di pedofilia tra i monaci. Temo che sia illusorio escluderlo, vista la convivenza di migliaia di bambini e maschi adulti celibi, ma mancano prove certe ed indicazioni affidabili sulla sua estensione. Il sistema penale contemplava punizioni corporali tali da far morire le vittime (essendo vietata la pena capitale per motivi religiosi), amputazioni e la tortura. La religiosità non era per nulla pacifica, tollerante e compassionevole come quella insegnata dal Buddha ed apprezzata ai giorni nostri. Non si diventava monaci per scelta ma perché qualcuno aveva stabilito che certi figli non sarebbero stati allevati in famiglia, con grande sollievo della famiglie più povere. Il cosmo tibetano era popolato di feroci demoni, mostri e vampiri che terrorizzavano bambini ed adulti, chi non seguiva le regole era condannato ad un qualche girone infernale dove avrebbe subito tormenti che neppure Dante sarebbe stato in grado di immaginare. La stessa meditazione e la recitazione dei mantra non erano impiegati per vincere le passioni terrene ma per sopprimere il pensiero critico, la capacità di osservare la realtà in modo autonomo

Ma, agli occhi dei fautori del Terzo Reich, più attraente ancora – e posso immaginare lo stupore dei lettori – fu la visione di Shambhala, la mitica civiltà sotterranea governata dal carismatico del Re del Mondo, il salvatore dell’umanità alla fine dei giorni (sì, esiste anche un Armageddon buddista!). Il dato incontrovertibile, e per questo ancor più stupefacente, è che un numero davvero consistente di intellettuali di destra credeva nell’esistenza di una razza superumana ariana che dimorerebbe in vaste caverne poste sotto la superficie terrestre e determinerebbe le nostre sorti. Per alcuni tra i  sopracitati (ed altri ancora) il Terzo Reich era un programma di “civilizzazione” dell’umanità, che andava addestrata per permettere a questi superuomini nietzscheani di emergere dagli abissi ed assumere il controllo del pianeta. Per questi visionari l’organizzazione sociale ideale tibetana – la teocrazia buddista Kalachakra, che ha poco a che vedere con l’accezione comune del termine, quella di un’innocua benedizione urbi et orbi – rappresentava la migliore approssimazione del modello civile che doveva diventare egemonico nel millennio nazional-socialista, quello di Shambhala, appunto: all’insegna dell’ingiustizia, della discriminazione, della sperequazione, della violenta soppressione del dissenso, della depredazione, dell’armonia uniformante, del privilegio castale su base razziale (Lopez, 1998; Brauen, 2000; Dodin/Räther, 2001; Hale, 2003).  

Non possiamo fare a meno di notare che la popolazione tibetana è stato infantilizzata sia dalla destra autoritaria sia dalla sinistra xenofila – amante di ogni esotismo –, sia dal governo cinese sia da quello tibetano in esilio. Pochi hanno potuto sentire la voce dei Tibetani, molti hanno creduto che la voce di pochi Tibetani parlasse a nome di tutti gli altri. Questo è successo perché tutte le varie fazioni non-cinesi hanno rappresentato il Tibet come un mondo nel mondo, una plaga vergine, isolata dal resto del pianeta, più pura, più autentica, più vera, più giusta, più sacra del resto del mondo. La fantasia comune a tutti i militanti tibetisti è quella che il Tibet debba essere conservato in un luogo senza tempo, al riparo dalle contaminazioni, stabilmente ancorato ad un passato idealizzato. Persino il discorso ufficiale cinese, teoricamente improntato al dogma dell’obbligo morale di civilizzare i barbari, non è rimasto immune da questo tipo di suggestioni, anche nella propaganda di regime (Frangville, 2009). Ciascuno si è fatto la propria idea di come debba essere il Tibet, ma quasi nessuno ha consultato i Tibetani, come se fossero dei bambini incapaci di decidere da soli del proprio destino (Barnett, 2001).

Per questa stessa ragione io credo che non si dovrebbe ostacolare il percorso intrapreso dai separatisti sudtirolesi per arrivare ad un possibile referendum sull’autodeterminazione. Per la stessa ragione il paragone con il Tibet è immorale. Quando i militanti etnonazionalisti parlano di sviluppo nel rispetto delle caratteristiche autoctone, la domanda che bisognerebbe porre è: stabilite da chi? Da un “Maestro Oceanico”, il prossimo prescelto nella sequenza reincarnativa? Dal favoloso Re del Mondo? Dai militanti stessi? Da un referendum popolare composto di quesiti al tempo stesso vaghi ed inestricabili?

In una democrazia quel che conta non è  l’autenticità di una cultura, ma la dignità dei cittadini.

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domenica 8 novembre 2009

La superbia dell'Heimat - note sul delirio patriottico in Alto Adige




Saggio pubblicato in “Politika. Annuario di Politica” della Società di Scienza Politica dell’Alto Adige.
Incluso (con revisioni ed ampliamenti) in “Contro i miti etnici : alla ricerca di un Alto Adige diverso”, di Stefano Fait e Mauro Fattor. Bolzano: Rætia, 2010.

I Sudtirolesi hanno continuato, sempre e comunque, a sentirsi degli eroi. Il continuo inneggiare alla Heimat minacciata addormenta le coscienze.
Reinhold Messner

L’Heimat è il luogo dove dormono i nostri morti e dove vegliano i loro pensieri.
Eva Klotz

ABSTRACT
Il culto dell’Heimat legittima la trasmutazione degli esseri umani in simboli ed immagini, proiezioni del proprio narcisismo. È nocivo nella misura in cui intrappola gli individui in una gabbia di simbolismi, stereotipi, pregiudizi, etichettature e reificazioni irrazionali e rozze, talora al limite del patologico. È una religione laica che idolatra la Patria in virtù della sua vocazione a conferire ai cittadini un’identità eterna e salvifica, ossia l’immortalità. In Alto Adige questo fenomeno è aggravato dalle tensioni etniche e da una sensibilità liberale ancora immatura. Ciò comporta che molti altoatesini si identifichino più agevolmente in relazione alle loro differenze piuttosto che agli interessi comuni, alle preoccupazioni condivise ed all’appartenenza alla specie umana. Per questa ragione il Freeistaat Südtirol rimarrà un esercizio intellettuale. Infatti l’autodeterminazione avrebbe senso solo se ci si lasciasse alle spalle il paradigma identitario neo-tribale ora dominante ma, mancando quello, si estinguerebbe anche l’aspirazione all’autodeterminazione.

The Heimat cult serves the purpose of legitimizing the conversion of human beings into symbols and images, the projections of one’s own narcissism. It is toxic to the extent that it traps individuals into a cage of irrational and callous symbolisms, stereotypes, prejudices, brandings and reifications, sometimes bordering on the pathological. It is a surrogate religion and the Homeland is the idol bestowing an eternal, salvific identity, that is, immortality on its citizens. In South Tyrol this phenomenon is exacerbated by ethnic tensions and by an undeveloped liberal sensibility, leading many locals to identify themselves on the basis of their differences rather than their common interests, shared concerns, and human fellowship. The Freeistaat Südtirol idea seems destined to remain an intellectual exercise: national self-determination would become meaningful and viable only through the elimination of the currently prevailing neo-tribalist paradigm, which is the driving force behind the self-determination movement.

Sono convinto che la società altoatesina, che pretende di essere moderna, persino un modello per il resto del mondo, è almeno in parte culturalmente arcaica. Il problema che denuncio è quello dell’eccessiva invadenza di ideologie illiberali ed antidemocratiche come l’identitarismo, il patriottismo localistico e nazionale, l’integralismo cattolico e la xenofobia mascherata da tutela della tradizione e dell’etnia. La mia impressione è che in Alto Adige manchi una genuina cultura liberale, cioè una cultura del rispetto e della dignità dell’individuo, perchè la tradizione locale non ha mai realmente saputo che farsene, o l’ha addirittura giudicata nociva. Ancora oggi sembra essere una sorta di esotismo buono per le chiacchiere da salotto, ma di nessuna utilità pratica, se non addirittura pericoloso per i sottili equilibri di questa società. La cultura liberale è avversata da ogni parte: cattolici, estrema sinistra ed estrema destra, l’intera rappresentanza politica di lingua tedesca e a volte persino dai Verdi, che pure, in quanto partito mistilingue, costituiscono un’avanguardia politica ed intellettuale in Alto Adige. È come se uno dei valori in comune tra i gruppi etnici del Sud Tirolo fosse proprio il rigetto del liberalismo. Diritti ed interessi collettivi affiancano e talora sovrastano quelli della persona. L’autonomia per come è concepita odiernamente ha una grave responsabilità per questo stato di cose, perché non ha aiutato chi vive in Sud Tirolo a guardarsi attorno, ad accorgersi che ogni individuo è magnificamente originale e prezioso, che etnie e culture non sono marchi di fabbrica o d’infamia. Peggio, ha ostacolato quella che dovrebbe essere una rivelazione spontanea, una graduale presa di coscienza. Purtroppo, date le condizioni attuali, il superamento dell’autonomia su base etnica attraverso l’emergere di un’autonomia territoriale non risolverebbe tout court i problemi esistenti; sposterebbe piuttosto il punto focale della contrapposizione dall’interno verso l’esterno (aree confinanti). In questo scritto io sostengo che senza un cambio di mentalità generalizzato che ponga al centro l’individuo e non le collettività, ogni tentativo di superare il “disagio” sarà infruttuoso. Ignorare il problema della logica immanente all’autonomismo altoatesino significa accettare implicitamente che se verranno a mancare le risorse economiche, si tornerà al punto di partenza ed il confronto identitario che è rimasto congelato per decenni riemergerà, com’è purtroppo già avvenuto altrove. Certi politici sembrano continuare a giocare col fuoco, irresponsabilmente, sulla pelle della gente, difendendo l’assetto etnico esistente, fomentando il patriottismo dell’Heimat ed il nazionalismo italiano, accettando che l’arte, la cultura e la scienza possano essere censurate. Questa è una patologia sociale che potrebbe risultare fatale, in circostanze meno favorevoli (Obkircher 2006). Alexander Langer sosteneva che in Alto Adige c’è necessità di “traditori” della compattezza etnica, cioè di persone che obiettano alle pratiche e schemi mentali del proprio gruppo etnico di riferimento. Ma il problema è di portata ben più ampia. L’essere umano deve venire sempre e comunque prima di qualunque astrazione. Purtroppo il futuro prossimo sembra volgere al peggio. I partiti popolari della Baviera e della regione alpina sono tutti in ritirata, ma non di fronte all’avanzare di movimenti liberal-progressisti. La vittoria va invece ai movimenti etno-populisti. Non è la libertà del singolo che ricercano, non la sua autodeterminazione, ma la fuga dalla libera circolazione dei capitali, delle idee e delle persone. Il concetto di autodeterminazione assume un significato particolarmente angusto – questa è casa mia e ci faccio quel che mi pare – come se un fazzoletto di terra su questo vasto pianeta potesse chiudersi a riccio e far finta che la globalizzazione non esista o possa essere arrestata. Un’illusione pericolosa anche per chi la coltiva. La conseguenza più nefasta è l’imposizione di una visione monocroma del passato, del presente e del futuro, la diffusione della credenza che all’Arcadia seguirà l’Utopia. Ma i Mondi Ideali (le Heimat appunto) sono sempre ostili alle persone reali, perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. Ciò comporta la condanna dell’autonomia decisionale dei singoli; e quando l’individuo abdica dalla propria autonomia morale si abbandona alle forze superiori della storia e del fato, cioè si deumanizza.
Qui sta il paradosso: l’interpretazione della nozione di autodeterminazione in voga nella regione alpina (collettiva) di fatto nega o restringe sostanzialmente quella originale e più nobile, ossia quella individualista-umanista. Chi si oppone al separatismo sudtirolese e all’idea di un piccolo stato altoatesino dovrebbe usare argomenti più radicali dell’analogia con il Tibet che, sebbene sottoposto ad un governo coloniale, non richiede l’indipendenza ma l’autonomia. Il Dalai Lama è perfettamente consapevole del fatto che pretendere l’indipendenza causerebbe immani sofferenze ai Tibetani. Il suo è un atto di responsabilità. La ragione per cui al momento attuale l’Alto Adige, a mio parere, non “merita” la forma statuale (Freistaat Südtirol) è che qui manca una cultura liberale e dunque non esistono le garanzie minime necessarie a potersi dire certi che in uno stato indipendente i diritti degli individui non saranno condizionati dall’enfasi sui doveri e sui diritti collettivi. Queste garanzie minime per la sopravvivenza di una società genuinamente aperta, antitetica alle democrature, esisteranno solo quando: (a) l’inquadramento etnico sarà un imbarazzante ricordo del passato; (b) le municipalità, i mezzi d’informazione, gli istituti scolastici, i cittadini in generale saranno trattati da adulti, messi nelle condizioni di decidere da sé, e non sottoposti alla tutela paternalistica della Provincia di Bolzano. Ciò presumibilmente non si verificherà nel breve. Infatti solo i grandi stati nazionali con una lunga tradizione di efficace gestione della globalizzazione riescono a difendere il loro assetto di società aperte. Una fetta considerevole dell’elettorato delle piccole patrie non sembra considerare la possibilità di vedere l’incertezza ed il cambiamento come un’opportunità. Piccolo è forse bello, ma piccolo è anche insicuro, l’insicurezza genera paura e la paura è seguita dall’aggressività. Per questo promuovere l’autodeterminazione dell’Alto Adige è un errore. Bisogna unirsi, non dividersi – e forse anche un Grande Tirolo non basterebbe –, perché solo così si possono diluire gli effetti negativi della globalizzazione e ricavare il massimo dai suoi benefici. Solo così si cresce e si matura come persone e come società. Ma ciò comporta un ulteriore e probabilmente inaggirabile paradosso. Il Sudtirolo potrebbe secedere solo se si lasciasse alle spalle il paradigma identitario neo-tribale che lo caratterizza, volente o nolente, ma se ciò avvenisse non ci sarebbe forse più ragione di farlo.

LA SUPERBIA DEL PATRIOTA

Contemplare l’Heimat significa immaginare uno spazio incontaminato, il regno dell’innocenza e dell’immediatezza.
Eric Rentschler


L’irrigidimento etno-patriottico-populista si autoalimenta ed il suo combustibile è, a mio avviso, la superbia, una manifestazione del narcisismo. Siamo tutti superbi, chi più chi meno, in varie forme. È un vizio connaturato alla condizione umana. Esistono tanti tipi di superbia: quella del credente, quella del fanatico, quella del tecnocrate, quella dell’eterna vittima, quella dell’eterno innocente e puro, quella del moralista, quella del cinico, quella del falso modesto, quella dell’eterno risentito, ecc. In particolare la falsa modestia e il risentimento di certi patrioti sono espressione di superbia, per di più ipocrita, perchè dissimulata. Il patriota è un localista su più ampia scala. Invece di ritenere speciale il campanile, ritiene speciale un certo territorio ed il popolo che vi risiede. Spesso così speciale che chi è diverso dal gruppo è in torto, ed è – somma ironia della psiche umana – etichettato come superbo e sprezzante. “Abbassa la cresta” è il tipico ammonimento delle società chiuse e conservatrici che non rispettano il valore dell’individualità e non sanno quindi valorizzarla come risorsa per il bene comune. Non è forse quintessenzialmente superba la presunta identità di popolo che si fa più stridente e soffocante a misura che si fa strada il dubbio che non esista alcuna identità di popolo, essendo quest’ultima solo l’abbaglio di chi guarda una foresta da lontano e la vede sostanzialmente omogenea e uniforme, rifiutandosi di apprezzare la varietà e diversificazione del bosco misto? Alexander Langer è rimasto vittima di questo abbaglio, dell’impulso ostracizzante etnico e patriottico che condanna come traditori, come corpi estranei da espellere, chiunque diverga da una norma stabilita da chi detiene il potere politico e simbolico ed esercita un’egemonia culturale. Non era lui ad essere sbagliato e “disarmonico” – come qualcuno ancora sostiene –, era la società in cui viveva che era arrogantemente superba a tal punto da non poter accogliere chi ne denunciava gli eccessi, i pregiudizi ed i vizi. Forse l’Alto Adige non è ancora cambiato a sufficienza da allora, anche se certamente c’è molta più tolleranza ed autoanalisi da parte di tutti, anche degli stessi politici (Stecher 2008).

Il patriottismo chiamato in causa dai politici di lingua italiana e tedesca per giustificare l’avversione ad ogni tentativo di superare le barriere linguistiche e psicologiche in Alto Adige, è il retaggio di un modo retrogrado di intendere i rapporti umani ed è quindi una sciagura per l’intera società e per i principi che hanno ispirato l’idea di stessa di Europa moderna. Ne consegue che la concezione di autonomia, libertà e patria/Heimat che domina il dibattito locale ed è più o meno esplicitamente accettata da entrambi i “blocchi” maggiori è corresponsabile del deficit democratico locale e non può che alimentare gli antagonismi etnici. C’è da chiedersi come sia possibile che, dopo i disastri del secolo scorso, non sia ancora sufficientemente chiaro che patriottismo/heimatismo, localismo e campanilismo, nazionalismo ed etnocentrismo sono fenomeni sociali potenzialmente tanto devastanti quanto il razzismo. Possiamo realisticamente continuare a credere che i pensieri e le azioni dei nostri cari e delle persone che ci circondano siano il precipitato di una Cultura e di una Razza che non esistono in natura e non invece il frutto di una creazione soggettiva, bella o brutta che sia? Possiamo continuare a credere che il meticciato etnico e l’ibridazione culturale siano una minaccia per la solidità della comunità, a causa del loro potenziale di diluzione delle essenze collettive?
Se mi si passa l’analogia volutamente provocatoria, questo è “il mondo che è stato messo davanti agli occhi della gente per nascondere la verità” nella Matrix sudtirolese, la gabbia che, sempre per citare la celebre trilogia, “non si può odorare, toccare e vedere”. Queste gabbie sono un acido che corrode la democrazia e non i nobili fondamenti sui quali essa ufficialmente si sostiene. Concordo pienamente con quanto sostiene il filosofo politico statunitense George Kateb, secondo il quale, “tutta questa energia ed impegno che emanano dall’amore per la patria irrobustiscono alcuni dei peggiori aspetti della vita politica moderna e, come tale, questo amore, questo patriottismo, sacrifica i principi morali universali nella venerazione di un falso dio. Il patriottismo non è solo una forma dissimulata di auto-venerazione, non è solo volonterosa auto-abiezione, non è solo consapevole auto-sfruttamento; più di tutto, è un’idolatria” (Kateb 2006). Se sostituiamo etnia o lingua al termine patria/Heimat, il giudizio non cambia. Patriottismo, etnicismo e culturalismo sono espressioni della spinta collettivistica generata dalla paura di essere liberi, di poter decidere del proprio destino, con tutta la zavorra di insicurezze che questo comporta. Il mio contributo, come detto, intende mostrare come il patriottismo autonomistico ed etnicista tanto in voga nell’odierno Sudtirolo sovverta i valori e principi fondanti della democrazia costituzionale. A partire dalla stessa libertà, sbandierata come slogan buono per ogni stagione fin dai tempi di Andreas Hofer, ma vilipesa nella sua interpretazione collettivistica di libertà di popolo, a detrimento della libertà degli individui. O come l’uguaglianza e la fratellanza, mortificate da un assetto sociale che è intrinsecamente inconciliabile con il loro carattere universalistico.
Un aspetto positivo della questione è che l’amore per l’Heimat Sudtirolo è comunque più ampio e inclusivo di quello del proprio paese, della propria valle, o del proprio partito e questo sta ad indicare che, con il tempo, i confini dell’inclusione sono destinati ad estendersi ulteriormente fino a comprendere l’intera umanità. L’obiettivo di spingersi verso forme di egoismo simpatetico sempre meno ristrette e tronfie non pare essere una chimera se pensiamo che già di per sé l’attaccamento al Sudtirolo comporta in ogni caso un legame affettivo con centinaia di migliaia di sconosciuti, cioè entità astratte di cultura, aspetto, estrazione sociale, fede e lingua diversa. Questa rimane una fase transitoria. Necessaria, ma transitoria. Il razzismo ed il nazionalismo sono stati condannati dalla storia – al prezzo di milioni di vite, non solo umane –, ma sono ricomparsi nella forma più mite, sebbene ancora pericolosa, dell’etnicismo e del patriottismo. La battaglia civile e morale del progressismo liberale per questo secolo dovrà dunque essere quella di infiacchire questi feticci, confidando nel fatto che il buon senso della gente possa sottrarci alla prospettiva di altri disastri che spazzino via sanguinosamente ogni residua idolatria e superbia.


IL VIZIO PATRIOTTICO

L'identità è la matrice della vita di una persona
Pius Leitner

L’Italia agli Italiani
Donato Seppi, Unitalia

Ecco un estratto della deposizione al processo di Norimberga di Karl Brandt, medico personale di Hitler e responsabile del “Progetto T4” per la soppressione dei Tedeschi “inadatti alla vita”: “Posso, come individuo, separarmi dalla comunità? Posso rimanere fuori e farne a meno? Posso, come parte della comunità, eluderla dicendo che voglio vivere in questa comunità, ma non voglio fare alcun sacrificio per essa, fisico o spirituale che sia? […]. Noi, quella comunità ed io, siamo in un certo senso la stessa cosa”. Vorrei chiedere la stessa cosa ai lettori. È possibile farlo? Io penso proprio di sì. Il ragionamento di Brandt è viziato da un errore di fondo: manca un nesso di conseguenza logica. Da (a) “Io cresco in una determinata comunità ed ho degli obblighi nei suoi confronti” (ad esempio il rispetto delle norme, se non le ritengo immorali o obsolete) non consegue (b) “Non posso abbandonarla, non posso ‘tradirla’, perché io e la mia comunità di riferimento siamo una cosa sola”. È una visione patriarcale dei rapporti tra individui e società che deriva dall’assolutizzazione della pietà filiale, che rende incontestabili ed inappellabili le decisioni dei genitori, anche nella sfera delle scelte affettive e lavorative. In una società liberale questo, fortunatamente, accade più di rado. Brandt era nato a Mülhausen in quella che allora era l’Elsass, l’Alsazia Lorena tedesca. È più che probabile che sia stato influenzato fin dall’infanzia dalla convergenza degli chauvinismi francesi e tedeschi e dalla mistica dell’Heimat che, come in Alto Adige, si fa soffocante ai confini con aree culturali non germaniche. Nel 1947 il medico alsaziano si rivolse al figlio per educarlo all’amore per l’Heimat, prima che fosse troppo tardi (la sua esecuzione era prevista per l’anno successivo): “Il suolo che ha assorbito la nostra gioventù dovrebbe esserci sacro e dovrebbe rimanere tale. I nostri genitori ed antenati hanno calcato la stessa terra prima di noi, hanno respirato lo stesso odore di terra, hanno visto le stesse colline e boschi e valli ed hanno sentito lo stesso vento che soffiava. Come si può lasciarsi tutto questo alle spalle? Le montagne, i castelli, il mormorio dei fiumi e lo scrosciare dei ruscelli! Heimat!” (Schmidt 2007). Non è singolare che questo legame assoluto si possa essere riprodotto con uguale intensità nei confronti di una personalità autoritaria alla quale consegnarsi anima e corpo, qualcuno come Hitler, appunto. Chi non appartiene a sé stesso ma alla terra in cui vive ed alla sua storia, alla gente con cui vive ed alla loro cultura, è facile preda degli incantatori. Brandt cercava una casa per la sua coscienza ed un padre che lo guidasse. Li trovò, come li trovarono altri come lui, e ciò decreto la morte di milioni di esseri umani. Non era forse un patriota anche Eichmann? Le sue ultime parole prima dell’esecuzione furono: “Lunga vita alla Germania. Lunga vita all’Austria. Lunga vita all’Argentina. Queste sono le nazioni con le quali mi sono identificato più strettamente e non mi dimenticherò di loro. Ho dovuto obbedire alle regole della guerra ed alla mia bandiera. Sono pronto”. L’inabilità di pensare di Brandt e Eichmann era dovuta al loro fanatico attaccamento ad identità collettive, che li aveva convinti del fatto che le loro responsabilità morali andavano riservate al Führer, all’Heimat ed al Volk e che il loro comportamento infantile, narcisistico, megalomane e nichilista era in realtà nobile, lucido, solerte e solidale. Tali sono gli effetti delle intossicazioni comunitariste.
A questo punto qualcuno potrebbe controbattere che un patriottismo depurato dalla mistica del sangue e del suolo è del tutto accettabile e che è esattamente questo che si cerca di creare in Alto Adige. In effetti Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, ha dichiarato che “la patria è qualcosa di più di un pezzo di terra o di un insieme di persone che parlano la stessa lingua. Patria significa anche pluralismo e rispetto del prossimo” (Durnwalder 2006). Un patriottismo dello statuto sarebbe quindi la migliore garanzia per il buon funzionamento di un eventuale Sudtirolo indipendente sul modello sanmarinese. Io credo che questa posizione sia sbagliata. Credo che il patriottismo in ogni sua forma sia una calamità e non un pilastro della democrazia. A differenza dell’ex presidente Ciampi ritengo che il patriottismo sia un ospite-parassita delle democrazie liberali che si nutre delle loro sostanze vitali, i valori e principi costituzionali, per poi infestarle con il suo manicheismo distorcendone il significato e le finalità. Così facendo il patriottismo rende più probabile il ricorso alla violenza, l’arrendevolezza della cittadinanza di fronte a decisioni del governo che andrebbero contestate pubblicamente e l’uso di strumenti nominalmente razionali nel perseguimento di obiettivi irrazionali. Il patriottismo, come l’etnicismo, è una forma di feticismo del valore intrinseco di un’astrazione che viene normalmente legittimata spiegando che non si possono abbandonare le persone a se stesse. I cittadini, se lasciati soli, tendono all’egoismo, all’anarchia, al “tutti contro tutti”, ecc. Invece il patriottismo produce quel tipo di legame emozionale che tiene insieme una comunità e rafforza la percezione dell’esistenza di una volontà e di un interesse comune. In una società secolarizzata in cui la religione dominante non funge più da collante, senza una religione civile come il patriottismo non si possono ottenere quella fiducia, coesione, solidarietà e lealtà civica che permettono ad una società di funzionare. Solo così – si sostiene – si potrà costruire quella “comunità intensa”, quella Gemeinschaft aggiornata ai tempi moderni, quella comunità di destino (Schicksalsgemeinschaft) che è indispensabile nelle società complesse a rischio di atomizzazione ed alienazione.
Il fatto che: (a) nessuna ricerca empirica abbia individuato un interesse ed una volontà comune a tutti gli abitanti di un gruppo umano anche di ridotte dimensioni; (b) l’esperienza abbia dimostrato che gruppi umani isolati non scivolano irrimediabilmente verso uno scenario à la “Signore delle Mosche”, ma si auto-organizzano; (c) proprio il comunitarismo nelle sue varie forme (nazi-fascismo, fondamentalismo, maoismo, colonialismo ed imperialismo, ecc.) sia stato responsabile dei peggiori disastri del passato, non sembra scuotere la sicurezza di questi cantori del patriottismo. La patria deve rimanere l’elemento primario di identificazione dei cittadini, che sono tenuti a prendersi cura di lei, ad effettuare un investimento emotivo in essa, responsabilmente, mettendo da parte il proprio interesse privato, come se si trattasse della propria famiglia. Anche se nel farlo si erigono degli steccati tra gli esseri umani, poco importa, in fondo essi sono naturalmente inclini a sentire un attaccamento tribale e territoriale alla propria gente ed alla propria terra. Negare le identità collettive significa andare contro natura, cancellare la propria stessa identità. Non esistono cittadini del mondo ed anche se esistessero, i loro cuori sarebbero freddi e calcolatori. Questa è il nocciolo della vulgata comunitaria fin dai tempi di Rousseau e del contro-illuminismo. Non c’è pensatore liberale che non abbia dovuto impegnarsi a fondo per contrastare quello che rimane, ancora oggi, il sentimento dominante tra la popolazione: l’idea che le persone non siano neutrali, ma tendenzialmente egocentriche e per questo malvagie e potenzialmente pericolose. Non v’è un ordine interiore senza un ordine imposto dall’esterno, dallo Stato, dalla patria o da Dio e dai suoi rappresentanti in terra. Ancora oggi si tende a credere che una democrazia laica e liberale debba porre rimedio alla contraddizione tra “convincimenti personali” e “bene comune”, sebbene questa istituzione sia nata proprio dall’intuizione che l’unico bene comune concepibile è il benessere e la felicità del maggior numero possibile di cittadini, e che questo non può essere definito e stabilito da uno Stato etico-confessionale.
La domanda che dovremmo porci è invece quanta coesione sociale sia realmente necessaria in una società moderna? I principi costituzionali non danno forse per scontato che una democrazia liberale si fondi sulla libera circolazione delle opinioni, anche se conflittuali, e sulla valorizzazione della variabilità umana, considerata un fattore congeniale allo sviluppo della creatività e del progresso? Pur accogliendo la considerazione che c’è un limite al livello di diversità che una democrazia può gestire, come possiamo impedire che, in determinate circostanze, il patriottismo conferisca allo Stato, o al governo di una provincia autonoma, uno status morale superiore, tale da poter esercitare una vera e propria autorità morale? E quanto efficace può essere il patriottismo nel cancellare lealtà più localizzate e privatistiche che metterebbero a repentaglio la coesione dell’intero sistema? Non è forse plausibile concludere che esso semplicemente aggiunge altre linee di demarcazione esclusive senza peraltro indebolire in modo decisivo quelle pre-esistenti? In fondo gli Statunitensi sono stati patriottici per la loro intera storia nazionale, ma non sembra che ciò abbia sradicato il razzismo, il fondamentalismo religioso e politico, il sessismo, il localismo, il classismo ed ogni altra forma di discriminazione generalmente praticata dalla nostra specie. Al contrario l’Olanda è un caso esemplare di nazione che pur non coltivando il patriottismo si è avvicinata più di molte altre agli ideali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Forse proprio perché in quel paese ci si è gradualmente liberati della credenza conscia o inconscia nel Peccato Originale o nella Bestia Interiore, secondo cui gli individui sono troppo ignoranti, empi, scellerati, deboli e carenti per poter condurre la propria esistenza senza abbisognare della guida illuminata di un guru, di una tradizione o di un’istituzione che siano al di là di ogni possibile biasimo. Il fatto è che troppe volte accade che la patria/Heimat finisca per rappresentare l’innocenza stessa, giustificando ogni tentativo di compartecipare alla sua sacralità, assolvendo i patrioti da ogni responsabilità, autorizzando la salvaguardia dello status quo e della mentalità dominante. La Storia ha dimostrato ripetutamente che le persone tendono a commettere azioni spregevoli nella convinzione che, in quanto essenzialmente buone, coscienziose e rispettose della legge, queste stesse azioni non possono che essere legittime. Non abbiamo certo bisogno del patriottismo per rafforzare la convinzione che un atto riprovevole possa essere dettato dalla propria coscienza e quindi diventare non solo consentito ma persino lodevole.
Va anche detto che la convinzione che una società comunitaria sia più idonea alla produzione di capitale sociale è contraddetta dai fatti. Un numero sempre crescente di studi empirici, che in precedenza non erano mai stati intrapresi in modo così sistematico, sta dimostrando che è invece vero il contrario. Più una società coltiva un ethos individualista più i suoi membri sono felici, autonomi, interagiscono responsabilmente e disinteressatamente e non con una passiva, acritica, consuetudinaria accettazione di regole e norme desuete o persino autolesionistiche (Kasser 2002; Houtman 2003; Allik/Realo 2004; Inglehart et al. 2004; Van de Vijver et al. 2008). L’evidenza empirica dimostra che quando le persone si liberano dai sensi di colpa e di vergogna imposti da autorità esterne, cioè quando cominciano a sentirsi padroni della propria vita e del proprio destino, esse cominciano anche a beneficiare di una maggiore autostima e benessere. Ciò a sua volta permette loro di sviluppare una personalità più estroversa, tollerante ed aperta al cambiamento ed alla sperimentazione. Insomma una società moderna che pone al centro la valorizzazione dell’individualità democratica è più felice, ottimista, meno aggressiva, più disponibile alla negoziazione, più responsabile e più equa. Ne consegue che l’individualità democratica, che rifiuta patriottismo ed etnicismo, è l’architrave della coesione sociale, dello sviluppo economico e civile e della fiducia nel prossimo (Lyubomirsky et al. 2005; Veenhoven 2008). Che questa evidenza empirica non sia ancora stata presa in considerazione è un’evidente indicazione della potenza e tenacia di certi preconcetti nella ricerca sociologica e nell’opinione comune.
Se non ce ne rendiamo conto è perché più le persone si sentono libere più, almeno inizialmente, sono a rischio di sentirsi a disagio con la loro libertà e conseguente carico di responsabilità, e possono sentire il bisogno di donarla al più presto a chiunque – in genere un demagogo, la figura chiave delle società in via di modernizzazione e democratizzazione – prometta loro di accollarsi le loro responsabilità e di farli sentire meno isolati ed alienati. Così le persone finiscono per diventare ancor più dipendenti nei confronti di nuove istituzioni e nuovi padroni. Invece di promuovere una società ed una cultura diversa ed aperta, la nuova dirigenza politica sarà egocentrica ed opaca e incline al populismo, alla tecnocrazia, alla strumentalizzazione della democrazia diretta (nella forma della volontà generale di Rousseau). Il patriottismo è strumento principe di questa strategia ed è per questo che esso infesta invariabilmente le società coinvolte in una rapida transizione verso la democrazia liberale. Queste esperiscono moti di reazione al cosmopolitismo ed al pluralismo universalista che potremmo classificare come “comunitarismo atomistico” o “individualismo statista” e che molto probabilmente affondano le loro radici nel paternalismo ed autoritarismo libertario delle società contadine tradizionali. Un libertarismo da enclave chiusa che non è indirizzato al singolo ma alla comunità, ferocemente coercitiva ed intollerante nei confronti delle interferenze esterne ed interne.
A questo punto alcuni avranno forse concluso che se il processo di transizione è inevitabile, non rimane che attendere tempi migliori. Questo è certamente vero, ma il problema è che la reazione comunitarista all’apertura della società insiste su virtù civiche, definite impropriamente primarie, come l’obbedienza, la disciplina, la lealtà (indiscussa), l’armonia, l’autocontrollo, il senso del dovere e del rispetto (acritico), la coesione del gruppo, ecc. e ciò può avere conseguenze devastanti. Basti pensare ai risultati allarmanti delle celebri ricerche effettuate da Asch, Sherif, Milgram, Zimbardo e da tanti altri psicologi sociali, sul problema dell’influenza nefasta del gruppo e del ruolo sui singoli, nonché su quello del conformismo, della polarizzazione sociale e dell’obbedienza all’autorità (Sunstein 2000). Queste sono le virtù tanto care ai leader in preda alla sindrome del cane pastore che non resiste alla tentazione di radunare le pecore, sempre e comunque.

In una società complessa noi dovremmo coltivare un’etica dell’autonomia che valorizzi i principi universali ed il senso critico, fiduciosa nella ragionevolezza della gran parte dei cittadini. Dovremmo invece respingere un’etica della comunità cinicamente diffidente verso gli esseri umani in generale, che soffoca l’autonomia decisionale e morale nel nome di un determinismo cosmico che pone le persone al servizio dei morti (idealizzazione del passato, arcadismo) o dei non nati (idealizzazione del futuro, utopismo) senza saper apprezzare il presente ed il valore intrinseco di individui che non sono così miserabili da doversi fondere in un gruppo per acquistare pregio. Dovremmo anche respingere chi ci invita a corrompere il significato stesso della parola amore ingiungendo di non limitarsi ad amare gli esseri viventi ma di estendere il nostro sentimento alle cose ed alle costruzioni dell’immaginario, come la patria e la volontà generale. Il fine ultimo della politica è il benessere degli esseri umani e degli altri esseri viventi o la preservazione di certe istituzioni ed idee che sono di ostacolo alla felicità degli individui? E se è vera la prima cosa, allora la Costituzione Italiana e perciò lo Statuto di Autonomia (redatto “sulla base dei principi della Costituzione”, Art. 1) meritano un amore incondizionato, un’indulgente deferenza, come se fossero Sacre Scritture, o piuttosto il mio rispetto ed apprezzamento per quel che rappresentano, ossia l’ufficializzazione da parte di un popolo dell’evidenza del fatto che gli esseri umani valgono in quanto tali e solo secondariamente come membri di una qualche categoria? Se anche questo è vero allora il concetto di patriottismo costituzionale e, per estensione, di patriottismo dello statuto è a tutti gli effetti un ossimoro.

HEILIGES LAND TIROL

Ogni persona ha bisogno di una patria (Heimat). Noi Sudtirolesi sappiamo anche troppo bene che cos’è la patria: è l’amore per la propria terra, il senso di protezione e sicurezza, di familiarità e amicizia.
Siegfried Brugger

Dopo lo spettacolare fallimento della moralità convenzionale (di stampo comunitario) nel corso del secolo scorso, la mansueta, meccanica identificazione dell’individuo ad una collettività, sia essa un’etnia, una patria o una corporazione, è estremamente problematica e va trattata come ogni altra forma di idolatria o tribalismo, ossia con il più lucido scetticismo. L’Heimat è un territorio dell’immaginario, non un’entità naturale. Gli esseri umani fanno già abbastanza fatica a non fuggire da se stessi per paura di essere inadeguati e a non essere prevenuti nei confronti degli sconosciuti per paura di scottarsi l’anima: indurli ad amare una finzione che esalta le differenze verso l’esterno ed annulla l’unicità di ciascuno di noi è irresponsabile.
Dunque il valore dell’Heimat/Patria non solo non esercita effetti virtuosi sulla società civile, ma addirittura la danneggia, sia a livello morale sia a livello pratico. Vediamo meglio come e in che misura ciò avvenga nel contesto altoatesino. C’è una significativa testimonianza di Bernhard Pircher che fu intervistato dalla rivista “Una Città” quando aveva 19 anni ed era membro della compagnia di Schützen venostana di Glurns/Glorenza (Pircher 1997). Illustrando le ragioni che lo avevano indotto a diventare uno Schütze, Pircher spiega che “Quello che mi affascinò di più era questo essere dalla parte della Heimat, delle tradizioni, della religione e anche del bisogno di coesione, il fatto cioè che ci si raduni per le celebrazioni pubbliche e per marciare insieme. L’ammissione nella compagnia degli Schützen di un nuovo membro deve essere unanime”. Questa scelta fu resa più facile da un evento particolarmente spiacevole, una rissa con degli italiani per futili motivi. Così Pircher confessava di essere stato per lungo tempo anti-italiano: “Adesso però la vedo diversamente. Anche gli italiani sono esseri umani e hanno quindi molto in comune con noi”. Una frase che chiarisce meglio di dozzine di saggi la natura disumana e de-umanizzante, per entrambi i gruppi etnici, della separazione etnica in vigore nella Heimat altoatesina, specialmente per i giovani, inesperti e quindi estremamente influenzabili. E l’Heimat? Cos’era l’Heimat per quel giovane Schütze della Val Venosta? “Heimat è quel luogo in cui ci si sente “a casa”. Qui da noi ci si conosce tutti. Ci si saluta anche se non ci si conosce e si ha fiducia negli altri…Heimat è per me lì dove si sta volentieri. Io nella mia terra posso fare le cose che amo fare…Nella mia Heimat io ho l’aria pura e un ambiente quasi incontaminato, che rispetto”. Per Pircher l’Heimat non è chiusa ai forestieri: “Essa è per tutti, questo lo voglio ben sperare. Anche per quegli italiani che sono nati qui. Io vorrei anche che ognuno si prendesse cura di questa Heimat, anche delle sue tradizioni. Quando ad esempio si preparano i fuochi per il “Sacro Cuore di Gesù”, è bello perché vecchi e giovani si incontrano, salgono insieme sulla montagna e condividono il piacere di queste tradizioni. Si ascoltano storie di tempi passati, e quando poi bruciano i falò, si sente dentro di sé una gioia e un senso di comunione così unico e profondo. Tutti aiutano, tutto il paese si dà da fare affinché queste feste riescano bene. È anche un modo per incontrare persone che altrimenti non si incontrerebbero. È un’alternativa al solito bar, e magari pure alla discoteca in cui i più vecchi in ogni caso non vanno. Anche questi incontri sono Heimat”. O forse no. Forse l’idea di Heimat è una sovrastruttura del tutto superflua. Tant’è che in italiano basta dire – “sentirsi a casa” – senza tanti fronzoli mistici politicamente manipolabili. Heimat non è l’unica risposta, o la migliore, allo spaesamento da globalizzazione. “La mia terra” o “mon pays” offrono uno spettro di connotazioni che si sovrappone in gran parte a quello di Heimat. Nelle lingue slave Heimat si traduce senza problemi come dom, dòmovina, domov o rodina. Il paesaggio emotivo tedesco non è poi così diverso da quello latino o slavo. Così in Trentino si possono fare le stesse cose e provare le stesse sensazioni senza che la mente chiami in causa come un automatismo del tipo “stimolo-risposta” la nozione di patria/Heimat. C’è chi si è chiesto come mai una parte del mondo germanico sia così fermamente aggrappata a questa idea di Heimat. Ad esempio Peter Blickle, docente di germanistica presso l’Università del Michigan, ritiene (Blickle 2002) che essa nasca dalla fusione di Romanticismo ed anti-Illuminismo e che il bisogno psicologico derivi in primo luogo dal desiderio di ricavarsi uno spazio idealizzato e protettivo, un’appartenenza di tipo neo-tribale percepita come naturale nella quale perdersi. È una provincia dello spirito che è emanazione di una spiritualità provinciale, locale e che impregna una “individualità collettiva” che “rassicura i germanofoni circa il loro valore, identità e unicità” (Blickle, op. cit., 50). Il sé, come detto, si perde nell’Heimat e diviene un sé diverso da quello descritto da Freud, un sé “preconscio, dipendente dal gruppo e sociale…bisognoso di radici. Un sé sradicato è percepito come sminuito o guastato” (ibidem, 69) che confonde persone e cose, l’errore ontologico del pensiero magico-superstizioso che un tempo si chiamava idolatria pagana. In passato quest’invenzione del pensiero umano è servita a tenere in piedi un sistema di valori, poteri e rapporti umani fortemente lesivo della dignità delle donne e discriminatorio nei confronti dei bambini e delle minoranze (Boa/Palfreyman 2000).
Inoltre l’aura di innocenza che spira attorno all’Heimat è saldamente legata alla semplice e perniciosa equazione di bello e buono. Se l’Heimat è un idillio di bellezza, innocenza e purezza, allora chi la ama è buono ed irreprensibile per definizione. Anzi, è un eletto. Non è quindi per nulla sorprendente che l’Heimat sudtirolese attiri le personalità narcisistiche. Tutti, anche se in misura diversa, siamo affetti da narcisismo. Il militante etnicista o patriottico va oltre, dando libero sfogo alla sua immaginazione ipertrofica. In talune circostanze la discrepanza tra realtà e immaginazione è tale che questo tipo di narcisista inveterato trova arduo non provare disgusto per ciò che stona, fosse pure una certa classe di esseri umani. Dimostra povertà di spirito e scarsa empatia, tratta gli altri come oggetti utili ad alimentare il proprio bisogno narcisistico, si chiude autisticamente nel suo bozzolo di certezze, nel suo personale universo di riduzionismi che lo deresponsabilizzano e spostano la colpa sui difetti congeniti degli altri. Necessita di ordine e chiarezza e li può trovare nella superstizione del gene onnipotente, della tradizione ordinatrice, dell’identità totalizzante e neo-tribale, cioè nell’idea in quanto tale, immacolata ed omogenea. Il Südtirol o l’Italia come filo a piombo dell’anima (Stecher 2008). Un’idolatria che è anche un terribile auto-inganno e che bolla come minaccia tutto ciò che contamina la purezza dell’idea, arrivando a negare la realtà, come nel risibile “no a un’Italia multi-etnica” di Berlusconi. Se questa minaccia non è opportunamente neutralizzata la condanna è all’alienazione. Un inconscio processo di alienazione è già comunque in atto, perché il narcisista immaginifico è già schiavo delle sue idee fisse. I totalitarismi altro non sono che manifestazioni su vasta scala del medesimo fenomeno, vere e proprie epidemie di narcisismo. Ciò potrà sembrare strano per chi è abituato, erroneamente, a pensare al narcisismo in termini di egocentrismo ed eccessivo amor proprio. In realtà il narcisista, se privato della sua sorgente di conferme e rassicurazioni, si sente vuoto e depresso, inutile, senza scopo, amorfo, ansioso ed insicuro. Soffre di considerevoli oscillazioni nell’autostima e può arrivare a credere che la vita non sia degna di essere vissuta. Per evitare questo tragico epilogo sente l’impulso di aggrapparsi ad una qualche figura o idea dominante che fornisca un sostegno solido. Anela la fama e l’ammirazione, perché queste portano con loro l’universale approvazione. Se non può conseguirla si attacca al culto della celebrità. Molti binomi padrone-servo potrebbero essere tranquillamente invertiti, perché entrambi sono narcisi ed hanno bisogno di quel tipo di rapporto patologico più di quanto necessitino di un certo status. È il vuoto interiore, l’inautenticità, la perdita di senso, l’incertezza del futuro che paventano più di ogni altra cosa. La superficialità non è un problema, il narcisista è in ogni caso antropologicamente pessimista, il suo pensiero non è mai profondo – è arendtianamente banale –, né lo è la sua stima nei confronti degli altri esseri umani, che non sono mai davvero suoi simili e per questo possono essere ordinatamente incasellati in categorie arbitrarie. Il feticismo, l’illusionismo nella sua accezione più ampia è il vizio caratteristico del narcisista. Non potendo contare su una vita ultraterrena, esorcizza lo spettro della morte concentrandosi sull’immagine e sull’idea – la Patria, l’Etnia –, rendendole immortali, e si autoipnotizza, dissipando il suo potenziale. Il suo amor proprio è dunque fragilissimo e la concentrazione su di sé in realtà è molto precaria e può mutarsi molto facilmente in attaccamento fanatico ad un movimento e ad un leader che incarnino le idee fisse che danno senso alla sua esistenza, almeno provvisoriamente. Insomma il narcisista non è autonomo ed indipendente, non ha alcun serio controllo sulla sua esistenza. Al contrario è eterodiretto, e si lascia facilmente assimilare da fazioni, sette, tribù, razze, campanilismi, integralismi e militanze varie, riflessi distorti della realtà. Si intossica di lusinghe, vezzeggiamenti, adulazioni, apprezzamenti di un sé illusorio, falso e privo di valore, che ha bisogno di ripetute conferme e le trova nella grandezza del Gruppo. È una comparsa nella sua vita, non il protagonista, anche se non se ne rende conto e profonde impegno e risorse per rinsaldare ancora di più questo stato di cose.
Oggi, in Alto Adige come in gran parte dell’Europa, la logica etnarchica, - essenzialmente narcisistica – che antepone il particolare all’universale sacrificando il motto Liberté, Égalité, Fraternité sull’altare della Cultura e dell’Identità, è sopravvissuta alla sconfitta del nazismo e del comunismo. Si è tornati a parlare di identità naturali anche se nessuno ha saputo ancora spiegare cosa ci sia di naturale e di univoco in queste identità. D’altronde quello identitario non è un appello alla ragione, ma alle emozioni, ai sensi di colpa ed alla paura di chi, sentendosi in dovere di appartenere “anima e core” ad un insieme più ampio, non si sente di poter affrontare il giudizio altrui e l’ostracismo degli altri membri del gruppo. La moda etnarchica non va però affrontata in modo sbrigativo. Non è un atavismo incontrollabile ma piuttosto un nobile stimolo umano primordiale (quello al raggruppamento ed alla condivisione di sforzi ed aneliti) che può essere male indirizzato, nel qual caso trova pretesti e razionalizzazioni eminentemente moderne quando il modello universalista segna il passo, cioè ad ogni seria crisi internazionale o sotto la spinta dell’immigrazione di massa.
Essa rimane una strategia fallimentare sotto ogni punto di vista. A livello etico perché non rispetta la dignità intrinseca e l’autonomia delle persone e dissimula la loro unica, comprovabile appartenenza, quella alla specie umana. A livello pratico perché non esiste alcun modo per tenere sotto controllo le forze centrifughe ed atomizzanti messe in moto da una politica della differenziazione identitaria. Ci sarà sempre una minoranza che pretenderà il pieno autogoverno se non riceverà un’adeguata compensazione. Pensiamo a quel che sta avvenendo in Bosnia, dove la Republika Srpska a forte maggioranza serba sta già meditando di seguire l’esempio del Montenegro, distruggendo quindi ogni sforzo pacificatore ed unitario della comunità internazionale in Bosnia. Oppure pensiamo alla contrapposizione tra Scozia ed Inghilterra, tra Catalogna ed Andalusia, tra Fiandre e Vallonia, tra Padania e Meridione. In caso di separazione, il paradigma etnico che la giustifica sarebbe nel contempo il maggiore ostacolo alla realizzazione di una società equa, giusta, e solidale. La maggioranza etnica sarebbe autorizzata a decidere in funzione dell’interesse primario della conservazione della sua egemonia. E non è precisamente quel che avviene in Alto Adige – e in Italia –, con la ben remunerata connivenza di quasi tutti i partiti? Cosa succederebbe in Alto Adige se si arrivasse al distacco dall’Italia? Cosa farebbe la maggioranza italofona di Bolzano e dell’Oltradige-Bassa Atesina? E come si può evitare che degli standard etici locali logorino la coesione dell’Unione Europea attorno ai principi universalistici ereditati dall’ecumenismo cristiano, dall’Umanesimo e dall’Illuminismo? Il separatismo localistico ed il differenzialismo identitario non sono né assennati né moralmente giustificabili. Non possono costituire una risposta ai problemi dell’autogestione territoriale né possono mitigare l’impatto della globalizzazione a livello socio-economico, se non altro perché i movimenti etnopopulistici europei sono sempre ed invariabilmente libertari (di destra), in quanto il loro bacino elettorale si concentra soprattutto nella piccola e media impresa, cioè tra elettori che troppo spesso sono più propensi a pretendere tutele per sé stessi, anche se a discapito del resto della popolazione e degli immigrati che pure loro stessi assumono in gran numero (Tamás 2000). Quel che è scandaloso è che una parte della sinistra, in nome dell’anti-imperialismo, si sia sentita in dovere di combattere la destra su un campo come quello delle identità collettive, che è il terreno naturale della destra stessa.

CONCLUSIONI
Negli ultimi anni un numero crescente di filosofi ha riconosciuto l’importanza di accettare una nozione di “sacralità laica” non fondata su un ragionamento puramente razionale e che incorpora un profondo, intuitivo rispetto per la vita umana. Quest’idea di rispetto non ha molta presa quando la si ancora ai valori della razionalità, della dignità e dei diritti inalienabili. Sono concetti sfuggenti. Per questa ragione Gaita preferisce enfatizzare la “condivisione della vita umana” e un “senso di comunanza tra individui” (Gaita 1991). Per Iris Murdoch non esiste una vera comprensione senza amore, giustizia, apertura all’Altro e compassione: “Il concetto centrale della moralità è l’individuo inteso come conoscibile attraverso l’amore” (Murdoch 2001, 29). Sullo stesso tono la riflessione di Martha Nussbaum su ciò che è determinante in una condotta eticamente esemplare: “Il dolore di un’altra persona mi coinvolgerà solo se riconosco l’esistenza di un qualche tipo di accomunamento con questa persona, che sarà a sua volta strettamente legato al riconoscimento della mia vulnerabilità ed incompletezza. […]. Senza questo senso di accomunamento, reagirò con sublime indifferenza o curiosità intellettuale – come uno scienziato marziano, o un qualche genere di dio” (Nussbaum 1994, 143). Il culto dell’Heimat procede nella direzione opposta. Il futuro non appartiene alle appartenenze forti ma a quella multiple, flessibili ed universaliste. L’esempio di Singapore, una piccola Heimat governata da un governo autoritario, paternalista e tradizionalista, dovrebbe essere sufficiente a evidenziare i rischi che si corrono in una piccola patria, per quanto prospera e pulita, quando le dimensioni limitate facilitano il compito di chi fissa ed applica d’imperio delle norme di condotta in virtù di una “superiore” interpretazione dell’essenza della cultura locale. In questo caso, come in molti altri, la libertà di autodeterminazione collettiva finisce per confondersi con la soppressione delle libertà personali. Compresa la libertà di rifiutare una certa modalità di adesione alla cultura nella quale si è nati e cresciuti, o rifiutare la cultura stessa nella sua interezza, o rifiutare di appartenere ad alcunché e specialmente ad un’astrazione. Un governo che promuove appartenenze gelose ed autoritarie non è migliore di un padre che obbliga i figli a scegliere: o me o tua madre!