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mercoledì 7 dicembre 2011

Come si esporta la democrazia tra i selvaggi (1953-...)




1953: Mohammad Mosaddeq, primo ministro iraniano democraticamente eletto viene abbattuto da un colpo di stato ordito dalla CIA e servizi segreti inglesi, per essersi azzardato a nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana. Al suo posto il classico tiranno burattino dell’occidente, lo Shah:

Obama si “scusa” con l’Iran:

1963: il partito Ba’ath (quello di Saddam Hussein) prende il potere in Iraq con un colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti:

1977: colpo di stato in Pachistan. Muhammad Zia-ul-Haq instaura una dittatura militare. Reagan lo prende sotto la sua ala protettiva e così nascono i talebani (in funzione anti-sovietica), quelli che stiamo combattendo da un decennio:

1996 i talebani prendono il potere in Afghanistan. Il loro governo è riconosciuto ufficialmente da Arabia Saudita e Pachistan (entrambi nostri alleati nella Guerra al Terrore)

2011: Mohammar Gheddafi ennesimo tiranno alleato dell’Occidente nella Guerra al Terrore fronteggia un’insurrezione armata organizzata dalla CIA e dall’Arabia Saudita:

martedì 6 dicembre 2011

Moschee tra meli e vigneti - Islamofobia



Io rifiuto questo ordine costituito e questa pace sociale frutto della falsità, della viltà, della paura e del cedimento agli estremisti ed ai terroristi islamici. Io condanno questa classe di politicanti ignoranti, vili, egoisti, miopi e suicidi. Io ho orrore di questa sedicente civiltà laicista, relativista, negazionista, nichilista, multiculturalista, disfattista, che all’insegna dell’islamicamente corretto si è arresa all’ideologia della morte e ci sta trascinando nell’era dell’oscurantismo e della barbarie.
Magdi Allam

Magdi “Cristiano” Allam, come troppi altri “cristiani”, era distratto, in classe, quando insegnavano la tolleranza. Ma si può sempre rimediare: la vita è una grande lezione.

Da alcuni anni in Europa è in corso un intenso dibattito sull’impatto dell’immigrazione di massa e dell’Euroislam. Si tratta di un evento epocale ed il problema è reale: quanti immigrati musulmani sono davvero disposti ad integrarsi? La risposta dipende naturalmente da come i nuovi residenti percepiscono il luogo in cui vivono. Se si troveranno bene, metteranno su famiglia e se i loro figli decideranno di porre il Trentino, per fare un esempio, al centro del loro progetto di vita, allora saranno a tutti gli effetti Trentini. Tuttavia alcuni Trentini si oppongono alla costruzione di moschee sul “sacro suolo trentino”, paventando l’avvento di una fantomatica Eurabia, un presunto complotto finanziato dai petrolieri mediorientali intenzionati ad imporre un Califfato sul nostro continente. Altri più semplicemente giudicano l’Islam incompatibile con la democrazia o con l’identità trentina. Eppure per lungo tempo ci si è chiesti se lo stesso Cattolicesimo fosse compatibile con la democrazia, citando ad esempio i colpevoli silenzi ed i taciti assensi del Vaticano nei confronti delle politiche più reazionarie ed autoritarie, in Europa come in America Latina. Una parte importante della Chiesa Cattolica, dalla Rivoluzione Francese in poi, si convinse che la democrazia era il primo passo verso il relativismo, la laicità, il materialismo, l’agnosticismo, l’ateismo ed il comunismo. Per evitare questi sviluppi, si poteva e si doveva ricorrere al pugno di ferro di un regime autoritario (Corrin, 2002) anche se ciò significava essere fin troppo compiacenti nei confronti delle dittature nazi-fasciste (Portelli, 2001) e negare alle minoranze confessionali ed in particolare agli Ebrei i diritti civili sanciti dalle costituzioni europee (Dietrich, 2002), magari tenendoli rinchiusi nei ghetti, in modo da evitare che contagiassero i Cristiani con i loro ideali di modernità cosmopolita e liberal-democratica (Kertzer, 2001).
Non è difficile notare le similarità tra il senso di coinvolgimento in una battaglia cosmica tra Bene e Male che caratterizzò la Chiesa dell’Ottocento e del Novecento e la sensazione di molte guide spirituali musulmane che la modernità consumistica e secolarizzante euro-americana, dopo aver indebolito la cristianità, stia aggredendo i fondamentali dell’Islam, anche tramite l’occupazione militare dei suoi luoghi sacri. Quando questa convinzione si fa strada, la via è aperta per l’uccisione di innocenti in nome della sopravvivenza dell’Istituzione e dei valori dei quali essa si fa portavoce. Non è una questione di fede, ma di identificazione simbolica collettiva e di appartenenza. D’altra parte in numerosi casi solo una minoranza di credenti è d’accordo con certe posizioni ufficiali del Vaticano. Non sarebbe dunque ragionevole concludere che le opinioni di alcuni imam, tra migliaia di imam, non debbano per forza rappresentare né verosimilmente rappresenteranno mai il punto di vista maggioritario dei musulmani e specialmente degli euromusulmani?
C’è chi denuncia l’assenza di chiese nei paesi musulmani per concludere che questa è una ragione sufficiente per impedire la costruzione di moschee in Trentino. Queste obiezioni ignorano il fatto che l’unico paese al mondo a maggioranza musulmana dove non si possono costruire chiese è una teocrazia alleata di ferro dell’Occidente Giudeo-Cristiano, ossia l’Arabia Saudita, per volontà della famiglia reale. Per di più questo ragionamento lascia intendere che abbassarsi al livello di una teocrazia islamista è perfettamente legittimo, anzi auspicabile. Si regredisce agli albori della filosofia morale, alla legge del taglione. Negli altri paesi musulmani esistono chiese, scuole e strutture ospedaliere e caritatevoli cristiane. Quindi, anche solo in nome della reciprocità, per non parlare dell’obbligo di tutela dei diritti civili dei nostri concittadini di religione musulmana, sarebbe giusto e doveroso consentire che sorgano istituzioni musulmane in Italia ed in Trentino. Infine, come ignorare il dato storico che la libertà di professare la propria fede, un motivo di vanto delle culture europee, è stato conquistata a dispetto dell’opposizione della Chiesa Cattolica? Sono argomentazioni di buon senso che non smuoveranno però le coscienze di chi non vuole lasciarsi convincere né dai laici, né dai parroci (definiti “comunisti”!), né dalla posizione ufficiale del papa stesso, che ad Istanbul ha pregato assieme al Gran Muftì in direzione della Mecca. Evidentemente, agli occhi di questi fanatici di casa nostra, anche il Sommo Pontefice sbaglia, sviato dai traditori della cristianità, la quinta colonna di Eurabia in Europa. Questi fondamentalisti identitari temono che tra alcuni anni l’identità europea e quella trentina saranno rese irriconoscibili, anche se nessun Trentino saprebbe individuare una definizione condivisa di identità trentina.
Il buon senso è inviso a chi ha già stabilito preventivamente la colpevolezza di imputati che non hanno ancora neppure compiuto un reato, se non quello di essere nati in una famiglia musulmana o di esserlo diventati.
Oggi si attaccano i musulmani in nome della libertà d’espressione, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze patite dai musulmani moderati che si trovano tra i due fuochi dell’estremismo cristiano ed islamico, accusati da entrambi di essere nascostamente in combutta con i rispettivi nemici. La destra anti-islamica si trova in una posizione di forza proprio perché, dichiarando di essere scesa in campo a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza e del fondamentalismo, impiega il linguaggio dei diritti civili, storicamente avversato dalla destra stessa, ma ampiamente condiviso dall’opinione pubblica, come un’arma moralmente incontestabile. Di contro la sinistra si trova spiazzata, perché pur condividendo la lealtà ai principi costituzionali, teme che schierandosi a difesa della minoranza islamica rischierebbe di indebolirli o comunque di tradirne lo spirito. Come condannare certe pratiche musulmane senza portare acqua al mulino della destra? Così quest’ultima continua a mantenere l’iniziativa, mentre le iniziative della sinistra denotano chiari segni d’impotenza. Una sinistra che perde consensi e, non intervenendo perentoriamente, permette ai rivali politici di trasformare gli ideali universalistici dell’Illuminismo in pilastri del nazionalismo xenofobo, in un “fondamentalismo illuminista” – che però non deve intaccare le “radici cristiane” dell’Europa – all’insegna della contrapposizione tra i “nostri valori” ed i “loro valori”. Questo, naturalmente, è il più indecente tradimento dello spirito dell’Illuminismo, che valorizzava sopra tutto il resto il diritto di ciascuno di scegliere il proprio percorso esistenziale e spirituale, a patto che non si violasse il diritto altrui di fare lo stesso.
Tuttavia un vasto consenso su che cosa s’intenda per violazione è difficile da individuare, così la mera esistenza di una consistente minoranza di non-cristiani è additata come una minaccia per il diritto dei Cristiani di professare la propria fede. Le obiezioni della sinistra sono respinte come l’ennesima manifestazione di debolezza ed arrendevolezza, in contrasto con la schietta e virile franchezza realistica della destra, che ha il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, facendosi portavoce della gente comune.
Così si glissa convenientemente sul fatto che la sinistra è parimenti contraria all’estremismo e si batte da sempre per i diritti dei membri più vulnerabili della società e sul fatto che l’Illuminismo era e rimane una battaglia contro ogni dogmatismo, perché lo zelo ideologico quasi sempre distorce e compromette anche i valori più condivisibili. Nel caso del “fondamentalismo illuminista” messo in campo dalla destra, l’individualismo etico promosso dai pensatori illuministi, ossia il principio secondo cui ogni essere umano è autonomo e viene prima delle collettività, evapora di fronte alla conclamata e categorica lealtà alla Patria, alla Civiltà Europea ed alla Cristianità, ed all’imperativo della lotta contro il Velo, la Tradizione Coranica , la Cultura Musulmana ed il Fondamentalismo, la radice di ogni male.
Il fatto che l’Islam e le sue pratiche siano estremamente eterogenei al loro interno, come dovrebbe risultare evidente a chiunque consideri la sua estensione geografica (che ora include anche l’Europa e gli Stati Uniti) e la varietà degli accadimenti storici e dei mutamenti sociali che ne hanno segnato l’evoluzione, è un aspetto che non viene preso nella giusta considerazione. È molto più semplice adattare i fatti alle idee piuttosto che fare il contrario. In questo modo è anche più facile mobilitare tutte le forze disponibili in una guerra combattuta contro un Nemico Assoluto e Monolitico, piuttosto che contro una realtà sfaccettata e contraddittoria.
Questo modo di interpretare la realtà odierna e le sue sfide altro non è se non l’ennesima variazione sul tema del fondamentalismo culturalista. Ciò è testimoniato dal fatto che se esponenti della Chiesa Cattolica rendono pubbliche le proprie opinioni omofobiche o misogine, la reazione non è mai scomposta come quando le stesse affermazioni provengono da un musulmano. Niente di cui sorprendersi, visto che il problema che fronteggiamo non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è forte in società come quelle dalle quali provengono la maggior parte degli immigrati, musulmani e non, che si sono attardate sulla strada dell’emancipazione degli individui, ma che è tutt’altro che assente nella nostra.
Se ci lasceremo sommergere da questo tipo di retorica, gli effetti non potranno che convergere verso l’istituzione di una “democrazia” populista, legata ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita di minoranze e soprattutto individui che si facciano sentire e si facciano valere, in funzione di stimolo al confronto, e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze. Questo è quel che si è fatto in Canada e negli Stati Uniti, dove la forte minoranza musulmana (circa 8 milioni di praticanti) non ha mai costituito un problema, né prima né dopo l’11 Settembre; un po’ com’era il caso degli euromusulmani prima di quella fatidica data. È anche quel che si cerca di fare in India, con i suoi 150 milioni di musulmani, in Indonesia, la democrazia musulmana più popolosa del mondo ed in Bangladesh, un’altra democrazia dove l’85 per cento della popolazione è musulmano.
Che ci piaccia o no i Musulmani sono ormai parte dell’Europa e del Trentino e l’unica reale minaccia al nostro stile di vita ed ai valori democratici proviene da noi stessi. Il panico esistenziale che si è impadronito di molti Trentini è infondato, ma è un’evoluzione naturale ed inevitabile della trasformazione che sta subendo la società trentina e che fa temere a molti che le loro stesse vite saranno sommerse e dominate da dei forestieri, che saranno esautorati della propria identità, spinti lungo la china dell’estinzione. È la stessa paranoia che tormenta i sonni di molti Sudtirolesi di lingua tedesca e che giustificava, ai loro occhi, gli attentati dinamitardi contro i simboli dell’italianità. La paura, il sospetto ed il desiderio di separazione fisica contribuiscono ad impedire ai nostri concittadini di religione musulmana di sentirsi davvero a casa, cioè di integrarsi. Le moschee, come le chiese, fanno respirare aria di casa a milioni di persone, quindi è bene che ci siano. Un attacco generalizzato all’Islam può solo estraniare quella maggioranza moderata che è la nostra naturale alleata. Se ce la rendiamo ostile sarà solo colpa nostra.

venerdì 28 ottobre 2011

Picco ricco, mi ci ficco




“Il decennio 2000-2010 ha visto un incremento delle scoperte e sarà il terzo migliore per quel che riguarda il rinvenimento di campi petroliferi e di gas naturale giganti negli ultimi 150 anni”
Se il petrolio sta per finire – teoria del picco di Hubert [http://it.wikipedia.org/wiki/Picco_di_Hubbert] –, perché si continuano a trovare nuovi campi petroliferi supergiganti?
“Da 50 anni si dice che petrolio e gas naturale stanno per finire. Si crede di conoscere le riserve con precisione e di poter calcolare il tasso di svuotamento concludendo che fra pochi decenni il petrolio finirà: però la teoria ha basi incerte. Il primo a sostenere (senza prove) che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi fu Lomonosov nel XVIII secolo, ma l'ipotesi fu già confutata nel 1877 da Mendeleev, lo scopritore della tavola periodica degli elementi”.
“La teoria dell'origine abiotica del petrolio (sinonimi: abiogenica, abiotica, abissale, endogena, giovanile, minerali, primordiale) è una teoria, attualmente considerata non scientificamente valida, secondo la quale il petrolio si è formato da processi non biologici in profondità nel mantello e nella crosta terrestre. Questo contraddice la visione tradizionale che il petrolio è un combustibile fossile, prodotto da resti di antichi organismi. Il principale costituente del petrolio è metano CH4 (molecola formata da un atomo di carbonio legato a quattro atomi di idrogeno). La presenza di metano è comune nella Terra ed è un possibile indice della formazione di idrocarburi a grandi profondità, alta pressione e temperatura”.
CONFESSIONI DI UN EX SOSTENITORE DEL “PICCO PETROLIFERO”
di F. William Engdahl
Traduzione di Gianluca Freda
La buona notizia è che gli scenari apocalittici relativi all’esaurimento del petrolio mondiale da un momento all’altro sono falsi. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continuerà a salire. Il nostro problema non è il picco petrolifero. E’ la politica. Le grandi compagnie vogliono tenere alto il prezzo del petrolio. Dick Cheney e i suoi amici gli daranno volentieri una mano.
Come nota personale, dirò che mi interesso di questioni petrolifere fin dalla crisi dei primi anni ’70. Nel 2003 rimasi molto impressionato dalla cosiddetta teoria del “picco petrolifero”. Essa sembrava spiegare l’altrimenti incomprensibile decisione di Washington di rischiare il tutto per tutto in una mossa militare contro l’Iraq.
I sostenitori del “picco petrolifero”, capeggiati dall’ex geologo della BP Colin Campbell e dal banchiere texano Matt Simmons, sostenevano che il mondo sarebbe andato incontro a una nuova crisi, l’esaurimento del petrolio a basso prezzo o addirittura un picco petrolifero assoluto, entro il 2012, forse già dal 2007. Si diceva che il petrolio fosse agli sgoccioli. Costoro collegavano la crescita dei prezzi del petrolio e del gasolio col declino della produzione in Alaska, nel Mare del Nord e in altri giacimenti per dimostrare le proprie ragioni.
Secondo Campbell, il fatto che fin dalla fine degli anni ’60 non fossero più stati scoperti giacimenti delle dimensioni di quello del Mare del Nord era una dimostrazione delle sue ragioni. Riuscì a convincere anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia e il governo svedese. Questo, comunque, non dimostra che avesse ragione.
Fossili intellettuali?
La dottrina del picco petrolifero fonda la propria argomentazione sui tradizionali testi di geologia occidentali, molti dei quali scritti da geologi inglesi o americani, secondo i quali il petrolio sarebbe un “combustibile fossile”, un detrito o residuo biologico di resti di dinosauri o di alghe fossilizzati, quindi un prodotto in scorte limitate. L’origine biologica è al centro della teoria del picco petrolifero e viene anche addotta per spiegare come mai il petrolio si trovi soltanto in certe parti del mondo, dove esso sarebbe rimasto biologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, che resti di dinosauri morti sarebbero rimasti compressi, fossilizzati per decine di milioni di anni e intrappolati in giacimenti sotterranei a 4-6.000 piedi di profondità sotto la superficie terrestre. In alcuni rari casi, secondo questa teoria, grandi quantità di materiale biologico sarebbero rimaste intrappolate in formazioni rocciose a poca profondità sotto gli oceani, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo della Guinea. La geologia avrebbe quindi il solo compito di stabilire in quale punto degli strati terrestri si trovino queste cavità, chiamate riserve, all’interno di dati bacini sedimentari.
Una teoria completamente alternativa sull’origine del petrolio esiste in Russia fin dagli anni ’50, quasi del tutto sconosciuta in Occidente. Essa afferma che la tradizionale teoria americana sulle origini biologiche del petrolio è un’indimostrabile assurdità scientifica. I suoi sostenitori evidenziano che i geologi occidentali hanno predetto più volte l’esaurimento del petrolio nel corso dell’ultimo secolo, solo per poi trovarne dell’altro, molto altro.
Questa spiegazione alternativa dell’origine del petrolio e del gas naturale non è solo una teoria. L’emergere della Russia, e prima ancora dell’URSS, come maggior produttore di petrolio e di gas naturale del mondo, si deve alla concreta applicazione di questa teoria. Ciò presenta conseguenze geopolitiche di impressionante magnitudine.
Necessità: la madre della ricerca
Negli anni ’50 l’Unione Sovietica si trovò isolata dal resto del mondo dalla “Cortina di Ferro”. La Guerra Fredda era già in moto. La Russia aveva poco petrolio per sostenere la propria economia. Trovare petrolio sufficiente all’interno dei propri confini era la massima priorità di sicurezza nazionale.
Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze avevano iniziato fin dalla fine degli anni ’40 una fondamentale ricerca: da dove viene il petrolio?
Nel 1956 il Prof. Vladimir Porfiryev rese note le proprie conclusioni: “il petrolio grezzo e il gas naturale non hanno alcuna relazione con materiale biologico presente nel sottosuolo. Si tratta invece di materiali primordiali, eruttati da grandi profondità”. I geologi sovietici capovolsero l’ortodossia geologica occidentale. Chiamarono la propria ipotesi sulle origini del petrolio “teoria abiotica” – cioè non biologica – per distinguerla dalle teorie biologiche occidentali.
Se avessero avuto ragione, la disponibilità di petrolio sulla Terra sarebbe stata limitata solo dalla quantità di elementi costitutivi degli idrocarburi presenti nel sottosuolo al momento della formazione della Terra. La reperibilità del petrolio sarebbe dipesa solo dall’esistenza della tecnologia necessaria a trivellare pozzi a grande profondità e a esplorare le zone più interne della crosta terrestre. Avevano anche compreso che i vecchi pozzi potevano essere “rivitalizzati” perché continuassero a produrre (i cosiddetti “giacimenti auto-rigeneranti”). Essi sostenevano che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di temperatura e pressione altissime, simili a quelle necessarie per la formazione dei diamanti. “Il petrolio è un materiale primordiale generato in profondità che viene trasportato ad alta pressione attraverso processi eruttivi ‘freddi’ all’interno della crosta terrestre”, sosteneva Porfiryev. Il suo team respinse l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti di piante e animali fossili, considerandola una bufala inventata per perpetuare il mito della disponibilità limitata.
Sfida alla geologia tradizionale
Quest’approccio scientifico radicalmente diverso di russi e ucraini alla ricerca petrolifera, consentì all’URSS di scoprire immensi giacimenti di gas e petrolio in zone considerate, dalle teorie dell’esplorazione geologica occidentale, del tutto inadatte alla presenza di petrolio. La nuova teoria petrolifera fu utilizzata nei primi anni ’90, molto dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione ritenuta per più di 45 anni geologicamente infruttifera: il bacino del Dnieper-Donets tra la Russia e l’Ucraina.
Seguendo la loro teoria abiotica o non-fossile sulle origini del petrolio, geochimici e fisici petroliferi russi e ucraini iniziarono un’analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo un’analisi tettonica e strutturale della zona, compirono altre ricerche geofisiche e geochimiche.
Vennero trivellati un totale di 61 pozzi, di cui 37 si rivelarono commercialmente produttivi; un enorme successo esplorativo, con una percentuale di riuscita di quasi il 60%. Le dimensioni del giacimento scoperto erano paragonabili a quelle del North Slope in Alaska. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la trivellazione “wildcat” [trivellazione casuale per cercare nuovi giacimenti a poca distanza da quelli già esistenti, NdT] viene considerata riuscita quando ha un tasso di successo del dieci per cento. Nove pozzi trivellati su dieci sono normalmente “asciutti”.
L’esperienza dei geofisici russi nella ricerca di petrolio e gas rimase avvolta nel consueto velo di segretezza sovietico durante gli anni della Guerra Fredda e rimase largamente sconosciuta ai geofisici occidentali; i quali continuarono a insegnare la teoria delle origini fossili e, di conseguenza, l’esistenza di precisi limiti fisici all’estrazione. Lentamente, alcuni strateghi all’interno del Pentagono o ad esso vicini, cominciarono – molto dopo l’inizio della guerra all’Iraq del 2003 - a rendersi conto che i geofisici russi dovevano aver scoperto qualcosa di enorme importanza strategica.
Se la Russia possedeva questo know-how e la geologia occidentale no, allora i russi avevano un asso nella manica di valore geostrategico smisurato. Non sorprende che Washington abbia deciso di erigere un “muro d’acciaio”: una rete di basi militari e scudi antimissile intorno alla Russia per tagliare i collegamenti dei suoi porti e dei suoi oleodotti con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. Il peggiore incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa tra i maggiori stati eurasiatici fondata sul reciproco interesse, nata dalla necessità e dal bisogno di petrolio per la crescita economica – stava per avverarsi. Ironicamente, è stata proprio l’arrogante rapina delle ricchezze petrolifere irakene (e potenzialmente iraniane) da parte degli USA che ha fatto da catalizzatore ad una più stretta cooperazione tra i tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia; e ha fatto sì che anche l’Europa occidentale iniziasse a prendere coscienza del fatto che le sue opzioni iniziano a restringersi.
Il Re del Picco
La teoria del picco petrolifero è basata su uno studio condotto nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo texano che lavorava per la Shell. Egli sosteneva che la produzione dei pozzi petroliferi avveniva secondo una curva a forma di “campana”, cioè una volta raggiunto un certo “picco” seguiva l’inevitabile declino. Aveva predetto che la produzione petrolifera americana avrebbe avuto il suo picco negli anni ’70. Uomo di grande modestia, aveva chiamato la curva di produzione che aveva scoperto “Curva di Hubbert” e il relativo picco “Picco di Hubbert”. Quando la produzione petrolifera americana iniziò a calare intorno al 1970, Hubbert guadagnò una certa fama.
L’unico problema era che il “picco” non era dovuto all’esaurimento di risorse nei giacimenti americani. Era dovuto al fatto che la Shell, la Mobil, la Texaco e gli altri partner della saudita Aramco avevano inondato il mercato americano di importazioni saudite “grezze”, esenti da dazi, a prezzi così bassi che molti produttori locali del Texas e della California non avevano potuto competere ed erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.
Successo in Vietnam
Mentre le multinazionali americane del petrolio erano intente a garantirsi il controllo degli ampi e facilmente accessibili giacimenti di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e altre zone in cui il petrolio era abbondante ed economico negli anni ’60, i russi erano impegnati a sperimentare la loro teoria alternativa. Iniziarono a compiere trivellazioni in una zona della Siberia che si presumeva infruttifera. Qui scoprirono undici grandi giacimenti e un giacimento enorme, sfruttando le stime geologiche eseguite secondo la loro “teoria abiotica”. Trivellarono un basamento di roccia cristallina e scoprirono oro nero in quantità comparabili a quelle esistenti nel North Slope in Alaska.
Dopodiché, negli anni ’80, andarono in Vietnam e si offrirono di finanziare al governo locale i costi di trivellazione per dimostrare l’efficacia della propria teoria geologica. La compagnia russa Petrosov eseguì trivellazioni nel giacimento offshore vietnamita noto come “Tigre Bianca”; penetrò per 17.000 piedi la roccia basaltica e riuscì ad estrarne 6.000 barili al giorno, abbastanza per rimpinguare l’economia vietnamita ridotta alla fame. Nell’URSS i geologi russi, che avevano studiato la teoria abiotica, la perfezionarono e l’URSS diventò, a metà degli anni ’80, il primo produttore mondiale di petrolio. Pochi, in Occidente, capirono perché o si disturbarono a chiederselo.
Il Dr. J. F. Kenney è uno dei pochi geofisici occidentali che abbiano insegnato e lavorato in Russia, sotto l’insegnamento di Vladilen Krayushkin, che aveva scoperto l’enorme giacimento del Dnieper-Donets. Kenney mi disse una volta in un’intervista che “solo per produrre la quantità di petrolio estratta fino a oggi dal giacimento di Ghawar (Arabia Saudita) occorrerebbe – ammettendo un’efficienza di conversione del 100% - un cubo di resti fossili di dinosauro di 19 miglia per lato”. In parole povere, un’assurdità.
I geologi occidentali non si curano di fornire prove scientifiche della loro teoria delle origini fossili. Si limitano ad affermarla, come una sacra verità. I russi, invece, hanno prodotto interi volumi di testi scientifici, quasi sempre in lingua russa. Alle maggiori riviste occidentali non interessa pubblicare un punto di vista così rivoluzionario. Dopo tutto sono in gioco carriere e intere professioni accademiche.
Chiudere la porta
Nel 2003 l’arresto di Mikhail Khodorkovsky, capo della Yukos Oil, avvenne poco prima che egli vendesse la quota di maggioranza della Yukos alla ExxonMobil dopo un incontro in privato con Dick Cheney. Se la Exxon avesse acquistato quella quota, oggi controllerebbe il più grande consesso mondiale di geologi e ingegneri addestrati nelle tecniche di estrazione abiotica.
Dal 2003 in poi la disponibilità degli scienziati russi a condividere le proprie conoscenze si è drasticamente ridotta. Le offerte di collaborazione con gli USA e con altri geofisici petroliferi fatte nei primi anni ’90 vennero accolte – secondo quanto affermano alcuni geofisici americani – con un freddo rifiuto.
Perché allora iniziare una guerra altamente rischiosa per il controllo dell’Iraq? Per un secolo gli USA e le grandi aziende occidentali hanno controllato il petrolio del mondo attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait o della Nigeria. Oggi, con molti grandi giacimenti in via d’esaurimento, le compagnie vedono il petrolio di stato dell’Iraq e dell’Iran come il maggior magazzino mondiale di petrolio a basso costo e di facile estrazione. Con l’enorme domanda di petrolio proveniente dalla Cina, e ora anche dall’India, diviene per gli Stati uniti un imperativo geostrategico acquisire il controllo diretto e militare di queste riserve mediorientali al più presto possibile. Il vicepresidente Dick Cheney viene dalla Halliburton, il più grande fornitore del mondo di servizi geofisici per l’estrazione petrolifera. L’unica potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli USA viene dalla Russia e dai giganti dell’energia russi, passati ora sotto il controllo dello Stato. Hmmmmm.
Secondo Kenney, i geofisici russi utilizzavano le teorie del brillante studioso tedesco Alfred Wegener almeno 30 anni prima che i geologi occidentali “scoprissero” Wegener negli anni ’60. Nel 1915 Wegener pubblicò il suo studio L’origine dei continenti e degli oceani, che ipotizzava l’originaria unità delle terre emerse, più di 200 milioni di anni fa, in un blocco chiamato “pangea”, poi separatosi negli attuali continenti attraverso un processo che egli chiamava “deriva dei continenti”.
Fino agli anni ’60 alcuni presunti scienziati americani, come il dr. Frank Press, consigliere scientifico della Casa Bianca, definivano Wegener un “lunatico”. Alla fine degli anni ’60 i geologi furono costretti a rimangiarsi le loro parole quando Wegener offrì l’unica interpretazione che permise loro di scoprire le grandi risorse petrolifere del Mare del Nord. Forse tra qualche decennio i geologi occidentali rivedranno la loro mitologia dell’origine fossile e capiranno finalmente ciò che i russi hanno capito fin dagli anni ’50. Nell’attesa, Mosca possiede oggi un immenso asso energetico nella manica.
Per approfondire:

mercoledì 19 ottobre 2011

Cos'è veramente successo in Libia e cosa sta succedendo adesso?





[L’intervento in Libia è una] farsa tardocoloniale franco-britannica, malamente vestita da intervento umanitario. […]. Quasi tutti i leader, nel Nord del mondo, tifano in segreto per i controrivoluzionari arabi.
Editoriale di Limes, 3, 2011 - "controrivoluzioni in corso"

Ciò che è successo in Libia sarebbe attribuibile a un tentato colpo di stato organizzato da alcuni congiurati libici in accordo con la Francia e forse con l’Inghilterra, al fine di rovesciare con un colpo di mano il regime di Gheddafi e insediare un governo più simpatetico con gli interessi economici di queste due potenze e meno sensibile al rapporto privilegiato che con l’Italia aveva il colonnello. Lo scoppio spontaneo della rivolta in Cirenaica sull’onda delle rivolte in Tunisia e in Egitto avrebbe colto di sorpresa gli organizzatori del complotto costringendoli a far scattare anzitempo i meccanismi del golpe. Solo in questo modo si spiegherebbero le defezioni militari a macchia di leopardo, l’improvviso emergere di un gruppo di comando formato da transfughi del regime di Gheddafi, più o meno discreditati, e l’incredibile attivismo del presidente francese Sarkozy, ispirato dall’intellettuale Bernard Henri Lévy.
Karim Mezran, “Ora costringiamo Bengasi a rispettare i Tripolitani”, Limes n.3/2011

Si veda anche Karim MEZRAN – “Come l'Italia ha perso la Libia: il gioco della Francia e il fallito golpe anti-Gheddafi” Limes n.2/2011

Quanta gente si è schierata con l'intervento in Libia solo perché Berlusconi era contrario?
E ha rifiutato di informarsi perché la contrarietà di Berlusconi era garanzia sufficiente della bontà dell'intervento?
Troppa.

Migliaia di libici detenuti illegalmente (incluse donne e bambini), linciaggi di neri, torture, abusi, violenze, milizie che imperversano per le strade...tutto questo nella Libia “Democratica” Post-Gheddafi!
Ne hanno parlato i giornali italiani? Poco o niente.

Tesi principali di questo articolo: L'opinione pubblica mondiale non è stata informata adeguatamente. La sollevazione popolare è, più probabilmente, un colpo di stato fallito sfociato in una guerra civile. L’intervento umanitario è stata una guerra neo-coloniale e finanziaria ed una sfida geopolitica alla Russia ed alla Cina. Un passaggio intermedio del tragitto che conduce alla guerra in Iran ed alla Terza Guerra Mondiale:

Cosa sappiamo di Gheddafi? Sappiamo che era un tiranno, un tiranno come tanti altri tiranni collocati e mantenuti al potere nei paesi arabi dalle potenze occidentali.
In almeno un’occasione è probabile che sia stato sanguinario. Mi riferisco in particolare agli “incidenti” avvenuti nel carcere di Abu Selim, dove decine, forse centinaia di detenuti sono morti (uccisi?). Questo incidente non è mai stato un problema finché il "Nostro" collaborava attivamente nella Guerra al Terrore, anzi.
Questo perché il carcere era impiegato, sotto la supervisione americana, come “filiale di Guantanamo” in Libia:
Ecco chi erano i carcerati di Abu Salim:
“A metà degli anni Novanta un gruppo di islamisti reduci dall'Afghanistan aveva organizzato sulle Montagne Verdi (luogo storico della lotta contro il colonialismo italiano) un gruppo di resistenza al regime dell'"infedele" Gheddafi”.
Erano Al-Qaedisti
I fondamentalisti tanto temuti dagli Stati Uniti, che non sembrano aver trovato nulla da eccepire in occasione della loro “rimozione”.

Sulle vicende libiche abbiamo appreso tante altre cose interessanti, non certo grazie alla stampa italiana, impressionante per conformismo e faziosità.
Alcuni esempi:

Il 15 febbraio, primo giorno di proteste: “si ritiene che centinaia di persone abbiano appiccato il fuoco ai comandi di polizia della città orientale di Beyida” – “nella città meridionale di Zentan, 120 km a sud di Tripoli, centinaia di persone hanno marciato per le strade ed incendiato la sede dei servizi di sicurezza ed una stazione di polizia”.
Quel giorno (il 15) non ci fu nessun morto, ma 28 feriti tra le forze di sicurezza e 10 tra gli insorti. I testimoni sono concordi nell’affermare che le forze di sicurezza abbiano impiegato gas lacrimogeni, manganelli e idranti:
http://www.webcitation.org/5wYDLZMdr (Al Jazeera, Reuters, AFP, ecc.)
Il regime stava preparando (per il 17, come infatti è avvenuto) la liberazione di 110 militanti del “Gruppo di combattimento islamico della Libia” per calmare le acque ed aveva promesso un raddoppio dei salari per i dipendenti pubblici colpiti dal caro-vita.
Era dunque possibile negoziare col regime, esattamente come hanno sostenuto Brasile, Argentina, Uruguay, Turchia, Germania ed Unione Africana (oltre a Russia, Cina ed India).
Luis Moreno Ocampo, procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, ha dichiarato che il governo libico era INTENZIONATO a schiacciare la protesta uccidendo dei civili e per questo la corte avrebbe emesso dei mandati di arresto.
Sarebbe stato interessante capire come Ocampo pensava di procedere nell’istituire un processo alle intenzioni senza diventare una macchietta del diritto penale.
È stato anche particolarmente precipitoso nell'accusare Gheddafi di crimini contro l'umanità per aver ordinato la distribuzione di viagra per praticare stupri di massa ai danni delle libiche:
“Sherif Bassiouni, presidente della commissione d'inchiesta che ha preparato il rapporto dell'Onu sulla Libia, ha espresso dubbi sull'esistenza di una politica di stupri di massa da parte del regime di Muammar Gheddafi, come è stata descritta dal procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno-Ocampo. In una conferenza stampa a Ginevra, Bassiouni ha affermato che quando la commissione è andata in Libia, lo scorso aprile, ha sentito parlare solo di ''tre casi'' di stupro a Misurata, oltre a quello di Eman al Obaidi, che ha denunciato di essere stata violentata da miliziani filo-governativi. ''Possiamo trarne la conclusione – ha commentato – che esiste una sistematica politica di stupri? A mio giudizio no''. Bassiouni ha spiegato che durante la sua missione in Libia le due parti si erano reciprocamente accusate di ricorrere a stupri di massa. Sottolineando di non disporre di elementi formali che lo provi, ha cosi' ipotizzato che ''la societa' si sente vulnerabile'', e che si e' creata una ''gigantesca isteria''.
Anche Amnesty International (che finora è sempre stata in favore dell'intervento) contesta Ocampo e la Clinton: "Un'inchiesta di A.I. non ha trovato alcuna evidenza di queste violazioni dei diritti umani ed in molti casi ha dimostrato l'infondatezza o sollevato dubbi su queste accuse. ha invece trovato indicazioni del fatto che in diverse occasioni I RIBELLI DI BENGASI HANNO CONSAPEVOLMENTE MENTITO E PRODOTTO PROVE FALSE"
Credibilità di Ocampo e della Clinton? ZERO.
Il 17 fu il “Giorno della Rabbia”, l’inizio dell’insurrezione armata in tutto il paese. Fino a quel giorno in tutta la Libia c’erano state 4 vittime:
http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2011/02/17/suivez-en-direct-les-manifestations-dans-le-monde-arabe_1481247_3218.html#ens_id=1481220
Ocampo pensa forse che se in Argentina 1500 persone assalissero il commissariato del governo e bruciassero un comando di polizia a Córdoba, distruggendo auto e vetrine in centro e ci fossero insurrezioni in tutto il paese e specialmente nell’Ovest con un chiaro intento secessionistico, non ci sarebbero decine di morti tra i civili?
Human Rights Watch ha dichiarato che non c’era alcuna evidenza del fatto che siano stati impiegati mercenari per combattere gli insorti
Nel 2008 la marina libica era stata invitata ad un’esercitazione congiunta con la sesta flotta, chiamata "Phoenix Express 2008".
e per i suoi servigi nella lotta contro il terrorismo Condi Rice si congratulò con lui
Ma Gheddafi teneva il piede in due scarpe e si permise di OFFRIRE AI RUSSI UNA BASE NAVALE (in cambio di tecnologia militare) in Libia. Dove? A BENGASI! (il che spiega perché i Russi siano incazzati).
L’altra possibile base navale russa è in Siria (!!!)
Gheddafi non ha MAI affermato che avrebbe compiuto un eccidio di civili:
qui il suo discorso con traduzione (in inglese):
Il rapporto per il 2010 del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lodava la Libia, descrivendola come una nazione prospera che garantiva assistenza sanitaria gratuita, istruzione superiore e trasporti pubblici accessibili a tutti, calmierava i prezzi degli alimenti, concedeva prestiti ad interesse zero alle giovane coppie sposate e sviluppava sistemi di irrigazione particolarmente encomiabili. Anche il rapporto per il 2010 di Amnesty International segnalava apprezzabili miglioramenti.
SI POTEVA E SI DOVEVA NEGOZIARE CON IL REGIME.
Come Saddam Hussein, sei mesi prima dell’invasione dell’Iraq, Gheddafi aveva però deciso di agganciare la vendita del petrolio libico al dinaro libico (vincolato all’oro posseduto dalla Libia – 144 tonnellate) e non più al dollaro ed all’euro, in modo da consentire alle nazioni africane ed arabe di emanciparsi dagli interessi finanziari occidentali e svilupparsi per conto proprio.
Questo piano aveva il sostegno africano e godeva anche di un tacito assenso da parte di Russia e Cina. Gli Europei erano ferocemente contrari.
Il sistema monetario libico era controllato dallo Stato e non da banchieri privati e dal FMI e ciò consentiva di dimezzare i costi delle infrastrutture pubbliche e dei programmi di sviluppo, tenendo lontane le multinazionali.
I ribelli libici “pro-democrazia” sono finanziati da una serie di dittature arabe: Bahrein, Arabia Saudita, Qatar, Giordania ed Emirati Arabi Uniti.

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Cosa sappiamo degli insorti?
Sappiamo che volevano lo scontro fin dal principio e sono stati loro ad usare la violenza per primi (già dal primo giorno tra i ricoverati in ospedale – 38 – la maggioranza erano membri delle forze di sicurezza)
I "volti nuovi" della Libia sono quelli vecchi e corrotti o sono affiliati alla CIA:
La regia dell’insurrezione era formata da ex sgherri di Gheddafi non meno infami di lui
Boiko Borisov, primo ministro bulgaro, si è rifiutato di intrattenere alcun rapporto diplomatico con loro perché l’opposizione include “persone che hanno torturato le nostre infermiere per 8 anni e voi ci chiedete di parlare proprio con loro?
Sappiamo che ci sono ragguardevoli infiltrazioni di fondamentalisti islamici:
“Diversamente dalle moschee a Tripoli e nel resto della Libia, dove i riferimenti alla Jihad sono estremamente rari, a Bengasi e Derna sono piuttosto frequenti”:
Nuove rivelazioni sulla presenza di Al-Qaedisti ed Hezbollah tra i ribelli ritenute molto allarmanti dagli ambienti governativi britannici:
Quotidiano algerino cita fonti dell’intelligence algerina che indicano che gli insorti hanno venduto ad Al-Qaeda una parte delle armi sottratte alle caserme libiche, per autofinanziarsi
Molti sono Al-Qaedisti che hanno già combattuto contro gli Americani e le forze NATO in Iraq e Afghanistan:
Che la Cirenaica sia un covo di fondamentalisti islamici antiamericani ed antioccidentali è confermato da nientepopodimeno che L’AMBASCIATA AMERICANA A TRIPOLI:
Sono razzisti.
1 insorto su 5 combatte Gheddafi perché crede che sia ebreo!
A parte l’antisemitismo, nel 2000 ci sono stati pogrom contro i neri in Libia (c. 150 morti):
Ora i neri (libici e non-libici) sono nuovamente un bersaglio:
Gli tolgono le loro case e li picchiano. A volte li stuprano:
O li linciano:
L’obiettivo è la loro rimozione (pulizia etnica), come testimonia la stessa “Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati”
I neri libici si sono schierati con Gheddafi non perché pagati ma perché è stato il primo leader arabo a condannare la tratta degli schiavi neri da parte degli Arabi e perché ha sempre difeso i suoi concittadini neri. Questa è una delle varie ragioni per cui Mandela e Gheddafi erano amici:
Il nucleo centrale dell’insurrezione armata è stato creato e finanziato dai Sauditi e dalla CIA:
La guerra in Libia era programmata già da lungo tempo:
“Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire” (Wesley K. Clark, Winning Modern Wars, p. 130)
Il generale Wesley Clark è l'ex comandante generale dell'US European Command, che comprendeva tutte le attività militari americane negli 89 paesi e territori dell'Europa, in Africa e in Medio Oriente. E' stato inoltre comandante supremo delle forze militari NATO in Europa dal 1997 al 2001.
Durante un'intervista che si è svolta il 2 marzo 2007, ha descritto un memo che gli fu mostrato al Pentagono nel 2001, spiegando in che modo l'amministrazione americana prevede di prendere il controllo di 7 paesi in 5 anni: l'Iraq, la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e l'Iran: Circa 10 giorni dopo l'11 settembre 2001 mi sono recato al Pentagono, ho visto il segretario alla difesa Rumsfield e il vice segretario Wolfowitz, sono sceso per salutare alcune persone dello Stato Maggiore che lavoravano per me e uno dei miei generali mi chiamò dicendomi: «Venga, Le devo parlare un momento», io gli dissi «ma lei avrà da fare...» e lui disse «no, no, abbiamo preso una decisione, attaccheremo l'Iraq» . Tutto questo accadeva attorno al 20 di settembre. E io gli chiesi: «ma perché?» e lui: «non lo so», e aggiunse «penso che non sappiano cos'altro fare». Io gli chiesi «hanno trovato informazioni che collegano Saddam Hussein con Al Quaeda?», disse «No, non c'è niente di nuovo. Hanno soltanto deciso di fare la guerra all'Iraq!», e disse «non so la ragione è che non si sa cosa fare riguardo al terrorismo, però abbiamo un buon esercito e possiamo rovesciare qualsiasi governo». Sono tornato a trovarlo alcune settimane più tardi e all'epoca stavamo bombardando l'Afghanistan. Gli chiesi: «bombarderemo sempre l'Iraq?», lui mi rispose «molto peggio!». Prese un foglio di carta e disse «ho appena ricevuto questo dall'alto», sarebbe a dire dall'ufficio del segretario alla difesa. «Questo è un memo che descrive in che modo prenderemo 7 paesi in 5 anni, cominciando dall'IRAQ, poi la SIRIA, il LIBANO, la LIBIA, la SOMALIA, il SUDAN e per finire l'IRAN». Gli chiesi: «è confidenziale?» e lui «si, signore».
"Fra le varie certezze, infatti, possiamo tranquillamente aggiungere il particolare ruolo dei servizi occidentali nel caso libico: sappiamo della fuga in Francia di Nouri Masmari già ad ottobre, che già in novembre il colonnello dell’aeronautica Abdallah Gehani incontrò un gruppo di agenti dei servizi francesi. Sappiamo anche che uomini dei reparti speciali inglesi sono sbarcati in Cirenaica ed hanno avuto un ruolo importante nell’organizzare l’insurrezione. Sono cose che abbiamo già detto in questo blog.
E’ altrettanto chiaro che dei destini della (futura) democrazia araba alle potenze occidentali non importi un fico secco: la Libia è un immenso tesoro di gas e petrolio, dispone di un pingue fondo sovrano sul quale molti amerebbero mettere le mani e, disponendo di ampie distese desertiche potrebbe, in futuro, essere un importante fornitore di energia da solare. E queste sono sicuramente motivazioni molto più credibili di quelle “umanitarie” che, infatti, sono del tutto ignorati nel caso del Barhain dove i sauditi hanno schiacciato la rivolta senza che l’occidente facesse un colpo di tosse".
Perciò non è curioso che in Cirenaica abbiano instaurato un regime non diverso da quello di Gheddafi: si macchiano di crimini di guerra:
"Le milizie degli insorti in Libia hanno commesso "serie violazioni dei diritti umani" e "probabilmente anche crimini di guerra", ma il Consiglio nazionale transitorio (Cnt) "ha mostrato riluttanza a ritenerle responsabili". È la denuncia che Amnesty International fa nel suo rapporto sulla situazione in Libia
Percorrono le città seminando il terrore tra i lavoratori immigrati e tra i libici di pelle nera del Fezzan. Alcuni di loro sono stati torturati e definiti NEMICI DELLA RIVOLUZIONE che devono essere sottoposti al giudizio della GIUSTIZIA RIVOLUZIONARIA. La loro lista nera per ora include 8mila nomi:
[traduzione del blogger Gianluca Freda: “I funzionari dell’opposizione a Bengasi, le cui massicce retate per arrestare presunti sostenitori di Gheddafi hanno suscitato molte critiche, portano i giornalisti a visitare, sotto stretta sorveglianza, i centri di detenzione. Molti detenuti affermano di essere semplici lavoratori immigrati e di non aver mai combattuto per Gheddafi. Da un mese a questa parte, bande di giovani armati pattugliano la città, trascinando neri e immigrati dall’Africa sub-sahariana fuori dalle loro case e mettendoli poi sotto custodia per interrogarli come sospetti mercenari o spie del governo. Negli ultimi giorni l’opposizione ha iniziato ad arrestare alcuni uomini accusati di aver combattuto come mercenari nelle milizie di Gheddafi quando le forze governative avanzavano verso Bengasi. Sono state organizzate cacce all’uomo notturne aventi per bersaglio circa 8.000 persone che vengono indicate come agenti operativi del governo in alcuni documenti segreti della polizia, documenti sequestrati dopo che i funzionari della sicurezza interna erano fuggiti di fronte all’avanzare della ribellione che il mese scorso ha posto fine al controllo di Gheddafi sulla Libia orientale. “Sappiamo chi sono”, dice Abdelhafed Ghoga, portavoce dell’opposizione. Lui li chiama “uomini con le mani macchiate di sangue” e “nemici della rivoluzione”].
Notizia confermata da Human Rights Watch:
Il Telegraph: “La Bengasi liberata non doveva essere così”:
[traduzione del blogger Gianluca Freda: “I giovanotti armati al posto di blocco vanno per le spicce. Puntano un coltello alla gola dell’autista prima di trascinare tre uomini e una donna fuori dalla macchina, strattonandoli per la strada fino ad una vicina moschea per un brutale giro di interrogazioni...Il giovane movimento di opposizione libico fa retate di sospetti oppositori e amministra la sua brutale forma di giustizia in una città che vive nella paura di essere infiltrata da quinte colonne di lealisti filogovernativi. I capi dei ribelli ammettono che dozzine di sostenitori di Gheddafi sono stati arrestati e uccisi. Ogni sera, bande di vigilantes si radunano in prossimità di posti di blocco improvvisati – messi insieme con cataste d’immondizia, tubi e bidoni – per controllare chi entra e chi esce dai loro quartieri. Molti residenti hanno adesso troppa paura ad uscire in macchina la sera per le strade buie, temendo di essere malmenati o peggio in uno dei checkpoint che continuano a proliferare. “Se non sanno chi sei e ti trovi nella loro zona della città e hai una bella macchina, penseranno che tu sia un ladro di automobili oppure diranno che stai con Gheddafi”, racconta un autista che ora resta sempre vicino a casa al calar della sera]
Un'altra "simpatica" novità dagli insorti: il numero di donne che hanno denunciato di essere state stuprate a Bengasi ha toccato quota 200, ma si presume siano molte di più e le altre siano state trattenute da ragioni culturali:
La NATO, per proteggere i civili (!!!), usa proiettili all’uranio impoverito:
Qui analisi degli effetti sugli esseri umani
"Il segretario generale dell'Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, ha ribadito che la missione della Nato in Libia proseguirà fino a quando i civili saranno minacciati dalle forze rimaste fedeli a Muammar Gheddafi. Definizione paradossale dal momento che a Sirte e Beni Walid la popolazione sostiene il regime e non viene certo colpita dagli uomini di Gheddafi ma dai ribelli e dai velivoli della Nato".
La R2P autorizza quasi ogni guerra in caso di "emergenza umanitaria", rendendola automaticamente "giusta":
"Una promozione viene fatta per le armi europee a lungo e medio raggio usate dagli europei per colpire obiettivi in Libia come i missili "Brimsston", definiti ad alta definizione sono stati usati per distruggere i piccoli bersagli senza causare danni o morti attorno. Un alto funzionario del British Royal Air riporta che i Ministeri della Difesa francese e degli Stati Uniti hanno espresso il loro desiderio di acquisire questo tipo di missile, ma se verrà ottenuto un maggiore successo in Libia aumenterà il numero di ordini confermati".