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martedì 10 gennaio 2012
mercoledì 7 dicembre 2011
Come si esporta la democrazia tra i selvaggi (1953-...)
1953: Mohammad Mosaddeq,
primo ministro iraniano democraticamente eletto viene abbattuto da un colpo di
stato ordito dalla CIA e servizi segreti inglesi, per essersi azzardato a
nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana. Al suo posto il classico
tiranno burattino dell’occidente, lo Shah:
Obama si “scusa” con
l’Iran:
1963: il partito Ba’ath
(quello di Saddam Hussein) prende il potere in Iraq con un colpo di stato
appoggiato dagli Stati Uniti:
1977: colpo di stato in
Pachistan. Muhammad Zia-ul-Haq instaura una dittatura militare. Reagan lo
prende sotto la sua ala protettiva e così nascono i talebani (in funzione
anti-sovietica), quelli che stiamo combattendo da un decennio:
1996 i talebani prendono il
potere in Afghanistan. Il loro governo è riconosciuto ufficialmente da Arabia
Saudita e Pachistan (entrambi nostri alleati nella Guerra al Terrore)
2011: Mohammar Gheddafi
ennesimo tiranno alleato dell’Occidente nella Guerra al Terrore fronteggia
un’insurrezione armata organizzata dalla CIA e dall’Arabia Saudita:
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martedì 6 dicembre 2011
Moschee tra meli e vigneti - Islamofobia
Io rifiuto questo ordine
costituito e questa pace sociale frutto della falsità, della viltà, della paura
e del cedimento agli estremisti ed ai terroristi islamici. Io condanno questa
classe di politicanti ignoranti, vili, egoisti, miopi e suicidi. Io ho orrore
di questa sedicente civiltà laicista, relativista, negazionista, nichilista,
multiculturalista, disfattista, che all’insegna dell’islamicamente corretto si è
arresa all’ideologia della morte e ci sta trascinando nell’era dell’oscurantismo
e della barbarie.
Magdi Allam
Magdi “Cristiano” Allam, come
troppi altri “cristiani”, era distratto, in classe, quando insegnavano la
tolleranza. Ma si può sempre rimediare: la vita è una grande lezione.
Da alcuni anni in Europa è in
corso un intenso dibattito sull’impatto dell’immigrazione di massa e dell’Euroislam.
Si tratta di un evento epocale ed il problema è reale: quanti immigrati
musulmani sono davvero disposti ad integrarsi? La risposta dipende naturalmente
da come i nuovi residenti percepiscono il luogo in cui vivono. Se si troveranno
bene, metteranno su famiglia e se i loro figli decideranno di porre il
Trentino, per fare un esempio, al centro del loro progetto di vita, allora
saranno a tutti gli effetti Trentini. Tuttavia alcuni Trentini si oppongono
alla costruzione di moschee sul “sacro suolo trentino”, paventando l’avvento di
una fantomatica Eurabia, un presunto complotto finanziato dai petrolieri
mediorientali intenzionati ad imporre un Califfato sul nostro continente.
Altri più semplicemente giudicano l’Islam incompatibile con la democrazia o
con l’identità trentina. Eppure per lungo tempo ci si è chiesti se lo
stesso Cattolicesimo fosse compatibile con la democrazia, citando ad esempio i
colpevoli silenzi ed i taciti assensi del Vaticano nei confronti delle
politiche più reazionarie ed autoritarie, in Europa come in America Latina. Una
parte importante della Chiesa Cattolica, dalla Rivoluzione Francese in poi, si
convinse che la democrazia era il primo passo verso il relativismo, la laicità,
il materialismo, l’agnosticismo, l’ateismo ed il comunismo. Per evitare questi
sviluppi, si poteva e si doveva ricorrere al pugno di ferro di un regime
autoritario (Corrin, 2002) anche se ciò significava essere fin troppo compiacenti
nei confronti delle dittature nazi-fasciste (Portelli, 2001) e negare alle
minoranze confessionali ed in particolare agli Ebrei i diritti civili sanciti
dalle costituzioni europee (Dietrich, 2002), magari tenendoli rinchiusi nei
ghetti, in modo da evitare che contagiassero i Cristiani con i loro ideali di
modernità cosmopolita e liberal-democratica (Kertzer, 2001).
Non è difficile notare le
similarità tra il senso di coinvolgimento in una battaglia cosmica tra Bene e
Male che caratterizzò la Chiesa dell’Ottocento e del Novecento e la sensazione
di molte guide spirituali musulmane che la modernità consumistica e
secolarizzante euro-americana, dopo aver indebolito la cristianità, stia
aggredendo i fondamentali dell’Islam, anche tramite l’occupazione militare dei
suoi luoghi sacri. Quando questa convinzione si fa strada, la via è aperta per
l’uccisione di innocenti in nome della sopravvivenza dell’Istituzione e dei
valori dei quali essa si fa portavoce. Non è una questione di fede, ma di
identificazione simbolica collettiva e di appartenenza. D’altra parte in
numerosi casi solo una minoranza di credenti è d’accordo con certe posizioni
ufficiali del Vaticano. Non sarebbe dunque ragionevole concludere che le
opinioni di alcuni imam, tra migliaia di imam, non debbano per forza
rappresentare né verosimilmente rappresenteranno mai il punto di vista
maggioritario dei musulmani e specialmente degli euromusulmani?
C’è chi denuncia l’assenza
di chiese nei paesi musulmani per concludere che questa è una ragione
sufficiente per impedire la costruzione di moschee in Trentino. Queste
obiezioni ignorano il fatto che l’unico paese al mondo a maggioranza
musulmana dove non si possono costruire chiese è una teocrazia alleata di ferro
dell’Occidente Giudeo-Cristiano, ossia l’Arabia Saudita, per volontà della
famiglia reale. Per di più questo ragionamento lascia intendere che abbassarsi
al livello di una teocrazia islamista è perfettamente legittimo, anzi
auspicabile. Si regredisce agli albori della filosofia morale, alla legge del
taglione. Negli altri paesi musulmani esistono chiese, scuole e
strutture ospedaliere e caritatevoli cristiane. Quindi, anche solo in nome
della reciprocità, per non parlare dell’obbligo di tutela dei diritti civili
dei nostri concittadini di religione musulmana, sarebbe giusto e doveroso
consentire che sorgano istituzioni musulmane in Italia ed in Trentino. Infine,
come ignorare il dato storico che la libertà di professare la propria fede,
un motivo di vanto delle culture europee, è stato conquistata a dispetto dell’opposizione
della Chiesa Cattolica? Sono argomentazioni di buon senso che non
smuoveranno però le coscienze di chi non vuole lasciarsi convincere né dai
laici, né dai parroci (definiti “comunisti”!), né dalla posizione ufficiale del
papa stesso, che ad Istanbul ha pregato assieme al Gran Muftì in direzione
della Mecca. Evidentemente, agli occhi di questi fanatici di casa nostra,
anche il Sommo Pontefice sbaglia, sviato dai traditori della cristianità, la
quinta colonna di Eurabia in Europa. Questi fondamentalisti identitari
temono che tra alcuni anni l’identità europea e quella trentina saranno rese
irriconoscibili, anche se nessun Trentino saprebbe individuare una definizione
condivisa di identità trentina.
Il buon senso è inviso a chi
ha già stabilito preventivamente la colpevolezza di imputati che non hanno
ancora neppure compiuto un reato, se non quello di essere nati in una famiglia
musulmana o di esserlo diventati.
Oggi si attaccano i musulmani
in nome della libertà d’espressione, senza minimamente preoccuparsi delle
conseguenze patite dai musulmani moderati che si trovano tra i due fuochi
dell’estremismo cristiano ed islamico, accusati da entrambi di essere
nascostamente in combutta con i rispettivi nemici. La destra anti-islamica
si trova in una posizione di forza proprio perché, dichiarando di essere scesa
in campo a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza e del
fondamentalismo, impiega il linguaggio dei diritti civili, storicamente
avversato dalla destra stessa, ma ampiamente condiviso dall’opinione pubblica,
come un’arma moralmente incontestabile. Di contro la sinistra si trova
spiazzata, perché pur condividendo la lealtà ai principi costituzionali, teme
che schierandosi a difesa della minoranza islamica rischierebbe di indebolirli
o comunque di tradirne lo spirito. Come condannare certe pratiche musulmane
senza portare acqua al mulino della destra? Così quest’ultima continua a
mantenere l’iniziativa, mentre le iniziative della sinistra denotano chiari
segni d’impotenza. Una sinistra che perde consensi e, non intervenendo
perentoriamente, permette ai rivali politici di trasformare gli ideali
universalistici dell’Illuminismo in pilastri del nazionalismo xenofobo, in un “fondamentalismo
illuminista” – che però non deve intaccare le “radici cristiane” dell’Europa –
all’insegna della contrapposizione tra i “nostri valori” ed i “loro valori”.
Questo, naturalmente, è il più indecente tradimento dello spirito dell’Illuminismo,
che valorizzava sopra tutto il resto il diritto di ciascuno di scegliere il
proprio percorso esistenziale e spirituale, a patto che non si violasse il
diritto altrui di fare lo stesso.
Tuttavia un vasto consenso su
che cosa s’intenda per violazione è difficile da individuare, così la mera
esistenza di una consistente minoranza di non-cristiani è additata come una
minaccia per il diritto dei Cristiani di professare la propria fede. Le
obiezioni della sinistra sono respinte come l’ennesima manifestazione di
debolezza ed arrendevolezza, in contrasto con la schietta e virile
franchezza realistica della destra, che ha il coraggio di dire pane al pane e
vino al vino, facendosi portavoce della gente comune.
Così si glissa
convenientemente sul fatto che la sinistra è parimenti contraria all’estremismo
e si batte da sempre per i diritti dei membri più vulnerabili della società e
sul fatto che l’Illuminismo era e rimane una battaglia contro ogni dogmatismo,
perché lo zelo ideologico quasi sempre distorce e compromette anche i valori più
condivisibili. Nel caso del “fondamentalismo illuminista” messo in campo dalla
destra, l’individualismo etico promosso dai pensatori illuministi, ossia il
principio secondo cui ogni essere umano è autonomo e viene prima delle
collettività, evapora di fronte alla conclamata e categorica lealtà alla
Patria, alla Civiltà Europea ed alla Cristianità, ed all’imperativo della lotta
contro il Velo, la Tradizione Coranica , la Cultura Musulmana ed il
Fondamentalismo, la radice di ogni male.
Il fatto che l’Islam e le sue
pratiche siano estremamente eterogenei al loro interno, come dovrebbe risultare
evidente a chiunque consideri la sua estensione geografica (che ora include
anche l’Europa e gli Stati Uniti) e la varietà degli accadimenti storici e dei
mutamenti sociali che ne hanno segnato l’evoluzione, è un aspetto che non viene
preso nella giusta considerazione. È molto più semplice adattare i fatti
alle idee piuttosto che fare il contrario. In questo modo è anche più
facile mobilitare tutte le forze disponibili in una guerra combattuta contro un
Nemico Assoluto e Monolitico, piuttosto che contro una realtà
sfaccettata e contraddittoria.
Questo modo di interpretare la
realtà odierna e le sue sfide altro non è se non l’ennesima variazione sul tema
del fondamentalismo culturalista. Ciò è testimoniato dal fatto che se
esponenti della Chiesa Cattolica rendono pubbliche le proprie opinioni
omofobiche o misogine, la reazione non è mai scomposta come quando le stesse
affermazioni provengono da un musulmano. Niente di cui sorprendersi, visto
che il problema che fronteggiamo non è strettamente religioso ma culturale in
un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della
prevaricazione e dell’abuso, che è forte in società come quelle dalle quali
provengono la maggior parte degli immigrati, musulmani e non, che si sono
attardate sulla strada dell’emancipazione degli individui, ma che è tutt’altro
che assente nella nostra.
Se ci lasceremo sommergere da
questo tipo di retorica, gli effetti non potranno che convergere verso l’istituzione
di una “democrazia” populista, legata ai valori dell’etnia, del territorio,
della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione
della democrazia liberale. Quest’ultima necessita di minoranze e soprattutto
individui che si facciano sentire e si facciano valere, in funzione di stimolo
al confronto, e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto
socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso
e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle
occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni
delle minoranze. Questo è quel che si è fatto in Canada e negli Stati
Uniti, dove la forte minoranza musulmana (circa 8 milioni di praticanti) non ha
mai costituito un problema, né prima né dopo l’11 Settembre; un po’ com’era
il caso degli euromusulmani prima di quella fatidica data. È anche quel che si
cerca di fare in India, con i suoi 150 milioni di musulmani, in Indonesia, la
democrazia musulmana più popolosa del mondo ed in Bangladesh, un’altra
democrazia dove l’85 per cento della popolazione è musulmano.
Che ci piaccia o no i Musulmani sono ormai parte dell’Europa
e del Trentino
e l’unica reale minaccia al nostro stile di vita ed ai valori democratici
proviene da noi stessi. Il panico esistenziale che si è impadronito di molti
Trentini è infondato, ma è un’evoluzione naturale ed inevitabile della
trasformazione che sta subendo la società trentina e che fa temere a molti che
le loro stesse vite saranno sommerse e dominate da dei forestieri, che saranno
esautorati della propria identità, spinti lungo la china dell’estinzione. È la
stessa paranoia che tormenta i sonni di molti Sudtirolesi di lingua tedesca e
che giustificava, ai loro occhi, gli attentati dinamitardi contro i simboli
dell’italianità. La paura, il sospetto ed il desiderio di separazione
fisica contribuiscono ad impedire ai nostri concittadini di religione musulmana
di sentirsi davvero a casa, cioè di integrarsi. Le moschee, come le chiese,
fanno respirare aria di casa a milioni di persone, quindi è bene che ci siano.
Un attacco generalizzato all’Islam può solo estraniare quella maggioranza
moderata che è la nostra naturale alleata. Se ce la rendiamo ostile sarà solo
colpa nostra.
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venerdì 28 ottobre 2011
Picco ricco, mi ci ficco
“Il decennio 2000-2010 ha visto un incremento delle scoperte e sarà il terzo migliore per quel che riguarda il rinvenimento di campi petroliferi e di gas naturale giganti negli ultimi 150 anni”
Se il petrolio sta per finire – teoria del picco di Hubert [http://it.wikipedia.org/wiki/Picco_di_Hubbert] –, perché si continuano a trovare nuovi campi petroliferi supergiganti?
“Da 50 anni si dice che petrolio e gas naturale stanno per finire. Si crede di conoscere le riserve con precisione e di poter calcolare il tasso di svuotamento concludendo che fra pochi decenni il petrolio finirà: però la teoria ha basi incerte. Il primo a sostenere (senza prove) che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi fu Lomonosov nel XVIII secolo, ma l'ipotesi fu già confutata nel 1877 da Mendeleev, lo scopritore della tavola periodica degli elementi”.
“La teoria dell'origine abiotica del petrolio (sinonimi: abiogenica, abiotica, abissale, endogena, giovanile, minerali, primordiale) è una teoria, attualmente considerata non scientificamente valida, secondo la quale il petrolio si è formato da processi non biologici in profondità nel mantello e nella crosta terrestre. Questo contraddice la visione tradizionale che il petrolio è un combustibile fossile, prodotto da resti di antichi organismi. Il principale costituente del petrolio è metano CH4 (molecola formata da un atomo di carbonio legato a quattro atomi di idrogeno). La presenza di metano è comune nella Terra ed è un possibile indice della formazione di idrocarburi a grandi profondità, alta pressione e temperatura”.
CONFESSIONI DI UN EX SOSTENITORE DEL “PICCO PETROLIFERO”
di F. William Engdahl
tratto da www.engdahl.oilgeopolitics.net
Traduzione di Gianluca Freda
La buona notizia è che gli scenari apocalittici relativi all’esaurimento del petrolio mondiale da un momento all’altro sono falsi. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continuerà a salire. Il nostro problema non è il picco petrolifero. E’ la politica. Le grandi compagnie vogliono tenere alto il prezzo del petrolio. Dick Cheney e i suoi amici gli daranno volentieri una mano.
Come nota personale, dirò che mi interesso di questioni petrolifere fin dalla crisi dei primi anni ’70. Nel 2003 rimasi molto impressionato dalla cosiddetta teoria del “picco petrolifero”. Essa sembrava spiegare l’altrimenti incomprensibile decisione di Washington di rischiare il tutto per tutto in una mossa militare contro l’Iraq.
I sostenitori del “picco petrolifero”, capeggiati dall’ex geologo della BP Colin Campbell e dal banchiere texano Matt Simmons, sostenevano che il mondo sarebbe andato incontro a una nuova crisi, l’esaurimento del petrolio a basso prezzo o addirittura un picco petrolifero assoluto, entro il 2012, forse già dal 2007. Si diceva che il petrolio fosse agli sgoccioli. Costoro collegavano la crescita dei prezzi del petrolio e del gasolio col declino della produzione in Alaska, nel Mare del Nord e in altri giacimenti per dimostrare le proprie ragioni.
Secondo Campbell, il fatto che fin dalla fine degli anni ’60 non fossero più stati scoperti giacimenti delle dimensioni di quello del Mare del Nord era una dimostrazione delle sue ragioni. Riuscì a convincere anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia e il governo svedese. Questo, comunque, non dimostra che avesse ragione.
Fossili intellettuali?
La dottrina del picco petrolifero fonda la propria argomentazione sui tradizionali testi di geologia occidentali, molti dei quali scritti da geologi inglesi o americani, secondo i quali il petrolio sarebbe un “combustibile fossile”, un detrito o residuo biologico di resti di dinosauri o di alghe fossilizzati, quindi un prodotto in scorte limitate. L’origine biologica è al centro della teoria del picco petrolifero e viene anche addotta per spiegare come mai il petrolio si trovi soltanto in certe parti del mondo, dove esso sarebbe rimasto biologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, che resti di dinosauri morti sarebbero rimasti compressi, fossilizzati per decine di milioni di anni e intrappolati in giacimenti sotterranei a 4-6.000 piedi di profondità sotto la superficie terrestre. In alcuni rari casi, secondo questa teoria, grandi quantità di materiale biologico sarebbero rimaste intrappolate in formazioni rocciose a poca profondità sotto gli oceani, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo della Guinea. La geologia avrebbe quindi il solo compito di stabilire in quale punto degli strati terrestri si trovino queste cavità, chiamate riserve, all’interno di dati bacini sedimentari.
Una teoria completamente alternativa sull’origine del petrolio esiste in Russia fin dagli anni ’50, quasi del tutto sconosciuta in Occidente. Essa afferma che la tradizionale teoria americana sulle origini biologiche del petrolio è un’indimostrabile assurdità scientifica. I suoi sostenitori evidenziano che i geologi occidentali hanno predetto più volte l’esaurimento del petrolio nel corso dell’ultimo secolo, solo per poi trovarne dell’altro, molto altro.
Questa spiegazione alternativa dell’origine del petrolio e del gas naturale non è solo una teoria. L’emergere della Russia, e prima ancora dell’URSS, come maggior produttore di petrolio e di gas naturale del mondo, si deve alla concreta applicazione di questa teoria. Ciò presenta conseguenze geopolitiche di impressionante magnitudine.
Necessità: la madre della ricerca
Negli anni ’50 l’Unione Sovietica si trovò isolata dal resto del mondo dalla “Cortina di Ferro”. La Guerra Fredda era già in moto. La Russia aveva poco petrolio per sostenere la propria economia. Trovare petrolio sufficiente all’interno dei propri confini era la massima priorità di sicurezza nazionale.
Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze avevano iniziato fin dalla fine degli anni ’40 una fondamentale ricerca: da dove viene il petrolio?
Nel 1956 il Prof. Vladimir Porfiryev rese note le proprie conclusioni: “il petrolio grezzo e il gas naturale non hanno alcuna relazione con materiale biologico presente nel sottosuolo. Si tratta invece di materiali primordiali, eruttati da grandi profondità”. I geologi sovietici capovolsero l’ortodossia geologica occidentale. Chiamarono la propria ipotesi sulle origini del petrolio “teoria abiotica” – cioè non biologica – per distinguerla dalle teorie biologiche occidentali.
Se avessero avuto ragione, la disponibilità di petrolio sulla Terra sarebbe stata limitata solo dalla quantità di elementi costitutivi degli idrocarburi presenti nel sottosuolo al momento della formazione della Terra. La reperibilità del petrolio sarebbe dipesa solo dall’esistenza della tecnologia necessaria a trivellare pozzi a grande profondità e a esplorare le zone più interne della crosta terrestre. Avevano anche compreso che i vecchi pozzi potevano essere “rivitalizzati” perché continuassero a produrre (i cosiddetti “giacimenti auto-rigeneranti”). Essi sostenevano che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di temperatura e pressione altissime, simili a quelle necessarie per la formazione dei diamanti. “Il petrolio è un materiale primordiale generato in profondità che viene trasportato ad alta pressione attraverso processi eruttivi ‘freddi’ all’interno della crosta terrestre”, sosteneva Porfiryev. Il suo team respinse l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti di piante e animali fossili, considerandola una bufala inventata per perpetuare il mito della disponibilità limitata.
Sfida alla geologia tradizionale
Quest’approccio scientifico radicalmente diverso di russi e ucraini alla ricerca petrolifera, consentì all’URSS di scoprire immensi giacimenti di gas e petrolio in zone considerate, dalle teorie dell’esplorazione geologica occidentale, del tutto inadatte alla presenza di petrolio. La nuova teoria petrolifera fu utilizzata nei primi anni ’90, molto dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione ritenuta per più di 45 anni geologicamente infruttifera: il bacino del Dnieper-Donets tra la Russia e l’Ucraina.
Seguendo la loro teoria abiotica o non-fossile sulle origini del petrolio, geochimici e fisici petroliferi russi e ucraini iniziarono un’analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo un’analisi tettonica e strutturale della zona, compirono altre ricerche geofisiche e geochimiche.
Vennero trivellati un totale di 61 pozzi, di cui 37 si rivelarono commercialmente produttivi; un enorme successo esplorativo, con una percentuale di riuscita di quasi il 60%. Le dimensioni del giacimento scoperto erano paragonabili a quelle del North Slope in Alaska. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la trivellazione “wildcat” [trivellazione casuale per cercare nuovi giacimenti a poca distanza da quelli già esistenti, NdT] viene considerata riuscita quando ha un tasso di successo del dieci per cento. Nove pozzi trivellati su dieci sono normalmente “asciutti”.
L’esperienza dei geofisici russi nella ricerca di petrolio e gas rimase avvolta nel consueto velo di segretezza sovietico durante gli anni della Guerra Fredda e rimase largamente sconosciuta ai geofisici occidentali; i quali continuarono a insegnare la teoria delle origini fossili e, di conseguenza, l’esistenza di precisi limiti fisici all’estrazione. Lentamente, alcuni strateghi all’interno del Pentagono o ad esso vicini, cominciarono – molto dopo l’inizio della guerra all’Iraq del 2003 - a rendersi conto che i geofisici russi dovevano aver scoperto qualcosa di enorme importanza strategica.
Se la Russia possedeva questo know-how e la geologia occidentale no, allora i russi avevano un asso nella manica di valore geostrategico smisurato. Non sorprende che Washington abbia deciso di erigere un “muro d’acciaio”: una rete di basi militari e scudi antimissile intorno alla Russia per tagliare i collegamenti dei suoi porti e dei suoi oleodotti con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. Il peggiore incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa tra i maggiori stati eurasiatici fondata sul reciproco interesse, nata dalla necessità e dal bisogno di petrolio per la crescita economica – stava per avverarsi. Ironicamente, è stata proprio l’arrogante rapina delle ricchezze petrolifere irakene (e potenzialmente iraniane) da parte degli USA che ha fatto da catalizzatore ad una più stretta cooperazione tra i tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia; e ha fatto sì che anche l’Europa occidentale iniziasse a prendere coscienza del fatto che le sue opzioni iniziano a restringersi.
Il Re del Picco
La teoria del picco petrolifero è basata su uno studio condotto nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo texano che lavorava per la Shell. Egli sosteneva che la produzione dei pozzi petroliferi avveniva secondo una curva a forma di “campana”, cioè una volta raggiunto un certo “picco” seguiva l’inevitabile declino. Aveva predetto che la produzione petrolifera americana avrebbe avuto il suo picco negli anni ’70. Uomo di grande modestia, aveva chiamato la curva di produzione che aveva scoperto “Curva di Hubbert” e il relativo picco “Picco di Hubbert”. Quando la produzione petrolifera americana iniziò a calare intorno al 1970, Hubbert guadagnò una certa fama.
L’unico problema era che il “picco” non era dovuto all’esaurimento di risorse nei giacimenti americani. Era dovuto al fatto che la Shell, la Mobil, la Texaco e gli altri partner della saudita Aramco avevano inondato il mercato americano di importazioni saudite “grezze”, esenti da dazi, a prezzi così bassi che molti produttori locali del Texas e della California non avevano potuto competere ed erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.
Successo in Vietnam
Mentre le multinazionali americane del petrolio erano intente a garantirsi il controllo degli ampi e facilmente accessibili giacimenti di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e altre zone in cui il petrolio era abbondante ed economico negli anni ’60, i russi erano impegnati a sperimentare la loro teoria alternativa. Iniziarono a compiere trivellazioni in una zona della Siberia che si presumeva infruttifera. Qui scoprirono undici grandi giacimenti e un giacimento enorme, sfruttando le stime geologiche eseguite secondo la loro “teoria abiotica”. Trivellarono un basamento di roccia cristallina e scoprirono oro nero in quantità comparabili a quelle esistenti nel North Slope in Alaska.
Dopodiché, negli anni ’80, andarono in Vietnam e si offrirono di finanziare al governo locale i costi di trivellazione per dimostrare l’efficacia della propria teoria geologica. La compagnia russa Petrosov eseguì trivellazioni nel giacimento offshore vietnamita noto come “Tigre Bianca”; penetrò per 17.000 piedi la roccia basaltica e riuscì ad estrarne 6.000 barili al giorno, abbastanza per rimpinguare l’economia vietnamita ridotta alla fame. Nell’URSS i geologi russi, che avevano studiato la teoria abiotica, la perfezionarono e l’URSS diventò, a metà degli anni ’80, il primo produttore mondiale di petrolio. Pochi, in Occidente, capirono perché o si disturbarono a chiederselo.
Il Dr. J. F. Kenney è uno dei pochi geofisici occidentali che abbiano insegnato e lavorato in Russia, sotto l’insegnamento di Vladilen Krayushkin, che aveva scoperto l’enorme giacimento del Dnieper-Donets. Kenney mi disse una volta in un’intervista che “solo per produrre la quantità di petrolio estratta fino a oggi dal giacimento di Ghawar (Arabia Saudita) occorrerebbe – ammettendo un’efficienza di conversione del 100% - un cubo di resti fossili di dinosauro di 19 miglia per lato”. In parole povere, un’assurdità.
I geologi occidentali non si curano di fornire prove scientifiche della loro teoria delle origini fossili. Si limitano ad affermarla, come una sacra verità. I russi, invece, hanno prodotto interi volumi di testi scientifici, quasi sempre in lingua russa. Alle maggiori riviste occidentali non interessa pubblicare un punto di vista così rivoluzionario. Dopo tutto sono in gioco carriere e intere professioni accademiche.
Chiudere la porta
Nel 2003 l’arresto di Mikhail Khodorkovsky, capo della Yukos Oil, avvenne poco prima che egli vendesse la quota di maggioranza della Yukos alla ExxonMobil dopo un incontro in privato con Dick Cheney. Se la Exxon avesse acquistato quella quota, oggi controllerebbe il più grande consesso mondiale di geologi e ingegneri addestrati nelle tecniche di estrazione abiotica.
Dal 2003 in poi la disponibilità degli scienziati russi a condividere le proprie conoscenze si è drasticamente ridotta. Le offerte di collaborazione con gli USA e con altri geofisici petroliferi fatte nei primi anni ’90 vennero accolte – secondo quanto affermano alcuni geofisici americani – con un freddo rifiuto.
Perché allora iniziare una guerra altamente rischiosa per il controllo dell’Iraq? Per un secolo gli USA e le grandi aziende occidentali hanno controllato il petrolio del mondo attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait o della Nigeria. Oggi, con molti grandi giacimenti in via d’esaurimento, le compagnie vedono il petrolio di stato dell’Iraq e dell’Iran come il maggior magazzino mondiale di petrolio a basso costo e di facile estrazione. Con l’enorme domanda di petrolio proveniente dalla Cina, e ora anche dall’India, diviene per gli Stati uniti un imperativo geostrategico acquisire il controllo diretto e militare di queste riserve mediorientali al più presto possibile. Il vicepresidente Dick Cheney viene dalla Halliburton, il più grande fornitore del mondo di servizi geofisici per l’estrazione petrolifera. L’unica potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli USA viene dalla Russia e dai giganti dell’energia russi, passati ora sotto il controllo dello Stato. Hmmmmm.
Secondo Kenney, i geofisici russi utilizzavano le teorie del brillante studioso tedesco Alfred Wegener almeno 30 anni prima che i geologi occidentali “scoprissero” Wegener negli anni ’60. Nel 1915 Wegener pubblicò il suo studio L’origine dei continenti e degli oceani, che ipotizzava l’originaria unità delle terre emerse, più di 200 milioni di anni fa, in un blocco chiamato “pangea”, poi separatosi negli attuali continenti attraverso un processo che egli chiamava “deriva dei continenti”.
Fino agli anni ’60 alcuni presunti scienziati americani, come il dr. Frank Press, consigliere scientifico della Casa Bianca, definivano Wegener un “lunatico”. Alla fine degli anni ’60 i geologi furono costretti a rimangiarsi le loro parole quando Wegener offrì l’unica interpretazione che permise loro di scoprire le grandi risorse petrolifere del Mare del Nord. Forse tra qualche decennio i geologi occidentali rivedranno la loro mitologia dell’origine fossile e capiranno finalmente ciò che i russi hanno capito fin dagli anni ’50. Nell’attesa, Mosca possiede oggi un immenso asso energetico nella manica.
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mercoledì 19 ottobre 2011
Cos'è veramente successo in Libia e cosa sta succedendo adesso?

[L’intervento in Libia è
una] farsa tardocoloniale franco-britannica, malamente vestita da intervento
umanitario. […]. Quasi tutti i leader, nel Nord del mondo, tifano in segreto
per i controrivoluzionari arabi.
Editoriale di Limes, 3,
2011 - "controrivoluzioni in corso"
Ciò che è successo in Libia
sarebbe attribuibile a un tentato colpo di stato organizzato da alcuni
congiurati libici in accordo con la Francia e forse con l’Inghilterra, al fine
di rovesciare con un colpo di mano il regime di Gheddafi e insediare un governo
più simpatetico con gli interessi economici di queste due potenze e meno
sensibile al rapporto privilegiato che con l’Italia aveva il colonnello. Lo
scoppio spontaneo della rivolta in Cirenaica sull’onda delle rivolte in Tunisia
e in Egitto avrebbe colto di sorpresa gli organizzatori del complotto
costringendoli a far scattare anzitempo i meccanismi del golpe. Solo in questo
modo si spiegherebbero le defezioni militari a macchia di leopardo,
l’improvviso emergere di un gruppo di comando formato da transfughi del regime
di Gheddafi, più o meno discreditati, e l’incredibile attivismo del presidente
francese Sarkozy, ispirato dall’intellettuale Bernard Henri Lévy.
Karim Mezran, “Ora
costringiamo Bengasi a rispettare i Tripolitani”, Limes n.3/2011
Si veda anche Karim MEZRAN
– “Come l'Italia ha perso la Libia: il gioco della Francia e il fallito golpe
anti-Gheddafi” Limes n.2/2011
Quanta gente si è schierata
con l'intervento in Libia solo perché Berlusconi era contrario?
E ha rifiutato di informarsi
perché la contrarietà di Berlusconi era garanzia sufficiente della bontà
dell'intervento?
Troppa.
Migliaia di libici detenuti
illegalmente (incluse donne e bambini), linciaggi di neri, torture, abusi,
violenze, milizie che imperversano per le strade...tutto questo nella Libia
“Democratica” Post-Gheddafi!
Ne hanno parlato i giornali
italiani? Poco o niente.
Tesi principali di questo
articolo: L'opinione pubblica mondiale non è stata informata
adeguatamente. La sollevazione popolare è, più probabilmente, un colpo di
stato fallito sfociato in una guerra civile. L’intervento umanitario è stata
una guerra neo-coloniale e finanziaria ed una sfida geopolitica alla Russia ed
alla Cina. Un passaggio intermedio del tragitto che conduce alla guerra in
Iran ed alla Terza Guerra Mondiale:
Cosa sappiamo di Gheddafi?
Sappiamo che era un tiranno, un tiranno come tanti altri tiranni collocati e
mantenuti al potere nei paesi arabi dalle potenze occidentali.
In almeno un’occasione è
probabile che sia stato sanguinario. Mi riferisco in particolare agli
“incidenti” avvenuti nel carcere di Abu Selim, dove decine, forse centinaia di
detenuti sono morti (uccisi?). Questo incidente non è mai stato un problema
finché il "Nostro" collaborava attivamente nella Guerra al Terrore,
anzi.
Questo perché il carcere
era impiegato, sotto la supervisione americana, come “filiale di Guantanamo” in
Libia:
Ecco chi erano i carcerati
di Abu Salim:
“A metà degli anni Novanta
un gruppo di islamisti reduci dall'Afghanistan aveva organizzato sulle Montagne
Verdi (luogo storico della lotta contro il colonialismo italiano) un gruppo di
resistenza al regime dell'"infedele" Gheddafi”.
Erano Al-Qaedisti
I fondamentalisti tanto
temuti dagli Stati Uniti, che non sembrano aver trovato nulla da eccepire in
occasione della loro “rimozione”.
Sulle vicende libiche
abbiamo appreso tante altre cose interessanti, non certo grazie alla stampa
italiana, impressionante per conformismo e faziosità.
Alcuni esempi:
Il 15 febbraio, primo
giorno di proteste: “si ritiene che centinaia di persone abbiano appiccato il
fuoco ai comandi di polizia della città orientale di Beyida” – “nella città
meridionale di Zentan, 120 km a sud di Tripoli, centinaia di persone hanno
marciato per le strade ed incendiato la sede dei servizi di sicurezza ed una
stazione di polizia”.
Quel giorno (il 15) non ci
fu nessun morto, ma 28 feriti tra le forze di sicurezza e 10 tra gli insorti. I
testimoni sono concordi nell’affermare che le forze di sicurezza abbiano
impiegato gas lacrimogeni, manganelli e idranti:
Il regime stava preparando
(per il 17, come infatti è avvenuto) la liberazione di 110 militanti del
“Gruppo di combattimento islamico della Libia” per calmare le acque ed aveva
promesso un raddoppio dei salari per i dipendenti pubblici colpiti dal
caro-vita.
Era dunque possibile
negoziare col regime, esattamente come hanno sostenuto Brasile, Argentina, Uruguay, Turchia,
Germania ed Unione Africana (oltre a Russia, Cina ed India).
Luis Moreno Ocampo,
procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, ha dichiarato che il
governo libico era INTENZIONATO a schiacciare la protesta uccidendo dei civili
e per questo la corte avrebbe emesso dei mandati di arresto.
Sarebbe stato interessante
capire come Ocampo pensava di procedere nell’istituire un processo alle
intenzioni senza diventare una macchietta del diritto penale.
È stato anche
particolarmente precipitoso nell'accusare Gheddafi di crimini contro l'umanità
per aver ordinato la distribuzione di viagra per praticare stupri di massa ai
danni delle libiche:
“Sherif Bassiouni,
presidente della commissione d'inchiesta che ha preparato il rapporto dell'Onu
sulla Libia, ha espresso dubbi sull'esistenza di una politica di stupri di
massa da parte del regime di Muammar Gheddafi, come è stata descritta dal
procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno-Ocampo. In una
conferenza stampa a Ginevra, Bassiouni ha affermato che quando la commissione è
andata in Libia, lo scorso aprile, ha sentito parlare solo di ''tre casi''
di stupro a Misurata, oltre a quello di Eman al Obaidi, che ha denunciato
di essere stata violentata da miliziani filo-governativi. ''Possiamo trarne
la conclusione – ha commentato – che esiste una sistematica politica di stupri?
A mio giudizio no''. Bassiouni ha spiegato che durante la sua missione in
Libia le due parti si erano reciprocamente accusate di ricorrere a stupri di
massa. Sottolineando di non disporre di elementi formali che lo provi, ha cosi'
ipotizzato che ''la societa' si sente vulnerabile'', e che si e' creata una ''gigantesca
isteria''.
Anche Amnesty
International (che finora è sempre stata in favore dell'intervento)
contesta Ocampo e la Clinton: "Un'inchiesta di A.I. non ha trovato alcuna
evidenza di queste violazioni dei diritti umani ed in molti casi ha dimostrato
l'infondatezza o sollevato dubbi su queste accuse. ha invece trovato
indicazioni del fatto che in diverse occasioni I RIBELLI DI BENGASI HANNO
CONSAPEVOLMENTE MENTITO E PRODOTTO PROVE FALSE"
Credibilità di Ocampo e
della Clinton? ZERO.
Il 17 fu il “Giorno della
Rabbia”, l’inizio dell’insurrezione armata in tutto il paese. Fino a quel
giorno in tutta la Libia c’erano state 4 vittime:
http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2011/02/17/suivez-en-direct-les-manifestations-dans-le-monde-arabe_1481247_3218.html#ens_id=1481220
–
Ocampo pensa forse che se
in Argentina 1500 persone assalissero il commissariato del governo e
bruciassero un comando di polizia a Córdoba, distruggendo auto e vetrine in
centro e ci fossero insurrezioni in tutto il paese e specialmente nell’Ovest
con un chiaro intento secessionistico, non ci sarebbero decine di morti tra i
civili?
Human Rights Watch ha
dichiarato che non c’era alcuna evidenza del fatto che siano stati impiegati
mercenari per combattere gli insorti
Nel 2008 la marina libica
era stata invitata ad un’esercitazione congiunta con la sesta flotta, chiamata
"Phoenix Express 2008".
e per i suoi servigi
nella lotta contro il terrorismo Condi Rice si congratulò con lui
Ma Gheddafi teneva il piede
in due scarpe e si permise di OFFRIRE AI RUSSI UNA BASE NAVALE (in cambio di
tecnologia militare) in Libia. Dove? A BENGASI! (il che spiega perché i
Russi siano incazzati).
L’altra possibile base
navale russa è in Siria (!!!)
Gheddafi non ha MAI
affermato che avrebbe compiuto un eccidio di civili:
qui il suo discorso con
traduzione (in inglese):
Il rapporto per il 2010 del
Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lodava la Libia, descrivendola come una
nazione prospera che garantiva assistenza sanitaria gratuita, istruzione
superiore e trasporti pubblici accessibili a tutti, calmierava i prezzi degli
alimenti, concedeva prestiti ad interesse zero alle giovane coppie sposate e
sviluppava sistemi di irrigazione particolarmente encomiabili. Anche il
rapporto per il 2010 di Amnesty International segnalava apprezzabili
miglioramenti.
SI POTEVA E SI DOVEVA
NEGOZIARE CON IL REGIME.
Come Saddam Hussein, sei
mesi prima dell’invasione dell’Iraq, Gheddafi aveva però deciso di agganciare la vendita del
petrolio libico al dinaro libico (vincolato all’oro posseduto dalla Libia – 144
tonnellate) e non più al dollaro ed all’euro, in modo da consentire alle
nazioni africane ed arabe di emanciparsi dagli interessi finanziari occidentali
e svilupparsi per conto proprio.
Questo piano aveva il
sostegno africano e godeva anche di un tacito assenso da parte di Russia e
Cina. Gli Europei erano ferocemente contrari.
Il sistema monetario libico
era controllato dallo Stato e non da banchieri privati e dal FMI e ciò
consentiva di dimezzare i costi delle infrastrutture pubbliche e dei programmi
di sviluppo, tenendo lontane le multinazionali.
I ribelli libici
“pro-democrazia” sono finanziati da una serie di dittature arabe: Bahrein, Arabia
Saudita, Qatar, Giordania ed Emirati Arabi Uniti.
*****
Cosa sappiamo degli
insorti?
Sappiamo che volevano lo
scontro fin dal principio e sono stati loro ad usare la violenza per primi (già
dal primo giorno tra i ricoverati in ospedale – 38 – la maggioranza erano
membri delle forze di sicurezza)
I "volti nuovi"
della Libia sono quelli vecchi e corrotti o sono affiliati alla CIA:
La regia dell’insurrezione
era formata da ex sgherri di Gheddafi non meno infami di lui
Boiko Borisov, primo
ministro bulgaro, si è rifiutato di intrattenere alcun rapporto diplomatico con
loro perché l’opposizione include “persone che hanno torturato le nostre
infermiere per 8 anni e voi ci chiedete di parlare proprio con loro?”
Sappiamo che ci sono
ragguardevoli infiltrazioni di fondamentalisti islamici:
“Diversamente dalle moschee
a Tripoli e nel resto della Libia, dove i riferimenti alla Jihad sono estremamente
rari, a Bengasi e Derna sono piuttosto frequenti”:
Nuove rivelazioni sulla
presenza di Al-Qaedisti ed Hezbollah tra i ribelli ritenute molto
allarmanti dagli ambienti governativi britannici:
Quotidiano algerino cita
fonti dell’intelligence algerina che indicano che gli insorti hanno venduto ad Al-Qaeda
una parte delle armi sottratte alle caserme libiche, per autofinanziarsi
Molti sono Al-Qaedisti
che hanno già combattuto contro gli Americani e le forze NATO in Iraq e
Afghanistan:
Che la Cirenaica sia un
covo di fondamentalisti islamici antiamericani ed antioccidentali è confermato
da nientepopodimeno che L’AMBASCIATA AMERICANA A TRIPOLI:
Sono razzisti.
1 insorto su 5 combatte
Gheddafi perché crede che sia ebreo!
A parte l’antisemitismo,
nel 2000 ci sono stati pogrom contro i neri in Libia (c. 150 morti):
Ora i neri (libici e
non-libici) sono nuovamente un bersaglio:
Gli tolgono le loro case e
li picchiano. A volte li stuprano:
O li linciano:
L’obiettivo è la loro
rimozione (pulizia etnica), come testimonia la stessa “Agenzia delle
Nazioni Unite per i Rifugiati”
I neri libici si sono
schierati con Gheddafi non perché pagati ma perché è stato il primo
leader arabo a condannare la tratta degli schiavi neri da parte degli Arabi
e perché ha sempre difeso i suoi concittadini neri. Questa è una delle
varie ragioni per cui Mandela e Gheddafi erano amici:
Il nucleo centrale
dell’insurrezione armata è stato creato e finanziato dai Sauditi e dalla CIA:
La guerra in Libia era
programmata già da lungo tempo:
“Al Pentagono, nel novembre
del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo
ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto
faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva
sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il
Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato
e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire”
(Wesley K. Clark, Winning Modern Wars, p. 130)
Il generale Wesley Clark è
l'ex comandante generale dell'US European Command, che comprendeva tutte le
attività militari americane negli 89 paesi e territori dell'Europa, in Africa e
in Medio Oriente. E' stato inoltre comandante supremo delle forze militari NATO
in Europa dal 1997 al 2001.
Durante un'intervista che
si è svolta il 2 marzo 2007, ha descritto un memo che gli fu mostrato al
Pentagono nel 2001, spiegando in che modo l'amministrazione americana prevede
di prendere il controllo di 7 paesi in 5 anni: l'Iraq, la Siria, il Libano, la
Libia, la Somalia, il Sudan e l'Iran: Circa 10 giorni dopo l'11 settembre 2001
mi sono recato al Pentagono, ho visto il segretario alla difesa Rumsfield e il
vice segretario Wolfowitz, sono sceso per salutare alcune persone dello Stato
Maggiore che lavoravano per me e uno dei miei generali mi chiamò dicendomi:
«Venga, Le devo parlare un momento», io gli dissi «ma lei avrà da fare...» e
lui disse «no, no, abbiamo preso una decisione, attaccheremo l'Iraq» . Tutto
questo accadeva attorno al 20 di settembre. E io gli chiesi: «ma perché?» e
lui: «non lo so», e aggiunse «penso che non sappiano cos'altro fare». Io gli
chiesi «hanno trovato informazioni che collegano Saddam Hussein con Al
Quaeda?», disse «No, non c'è niente di nuovo. Hanno soltanto deciso di fare la
guerra all'Iraq!», e disse «non so la ragione è che non si sa cosa fare
riguardo al terrorismo, però abbiamo un buon esercito e possiamo rovesciare
qualsiasi governo». Sono tornato a trovarlo alcune settimane più tardi e
all'epoca stavamo bombardando l'Afghanistan. Gli chiesi: «bombarderemo sempre
l'Iraq?», lui mi rispose «molto peggio!». Prese un foglio di carta e disse «ho
appena ricevuto questo dall'alto», sarebbe a dire dall'ufficio del segretario
alla difesa. «Questo è un memo che descrive in che modo prenderemo 7 paesi
in 5 anni, cominciando dall'IRAQ, poi la SIRIA, il LIBANO, la LIBIA, la
SOMALIA, il SUDAN e per finire l'IRAN». Gli chiesi: «è confidenziale?» e lui
«si, signore».
"Fra le varie
certezze, infatti, possiamo tranquillamente aggiungere il particolare ruolo dei
servizi occidentali nel caso libico: sappiamo della fuga in Francia di Nouri
Masmari già ad ottobre, che già in novembre il colonnello
dell’aeronautica Abdallah Gehani incontrò un gruppo di agenti dei servizi
francesi. Sappiamo anche che uomini dei reparti speciali inglesi
sono sbarcati in Cirenaica ed hanno avuto un ruolo importante nell’organizzare
l’insurrezione. Sono cose che abbiamo già detto in questo blog.
E’ altrettanto chiaro che
dei destini della (futura) democrazia araba alle potenze occidentali non
importi un fico secco: la Libia è un immenso tesoro di gas e petrolio, dispone
di un pingue fondo sovrano sul quale molti amerebbero mettere le mani e,
disponendo di ampie distese desertiche potrebbe, in futuro, essere un
importante fornitore di energia da solare. E queste sono sicuramente
motivazioni molto più credibili di quelle “umanitarie” che, infatti, sono del
tutto ignorati nel caso del Barhain dove i sauditi hanno schiacciato la rivolta
senza che l’occidente facesse un colpo di tosse".
Perciò non è curioso che in
Cirenaica abbiano instaurato un regime non diverso da quello di Gheddafi: si
macchiano di crimini di guerra:
"Le milizie degli
insorti in Libia hanno commesso "serie violazioni dei diritti umani"
e "probabilmente anche crimini di guerra", ma il Consiglio
nazionale transitorio (Cnt) "ha mostrato riluttanza a ritenerle
responsabili". È la denuncia che Amnesty International fa nel suo
rapporto sulla situazione in Libia
Percorrono le città
seminando il terrore tra i lavoratori immigrati e tra i libici di pelle nera
del Fezzan. Alcuni di loro sono stati torturati e definiti NEMICI DELLA
RIVOLUZIONE che devono essere sottoposti al giudizio della GIUSTIZIA
RIVOLUZIONARIA. La loro lista nera per ora include 8mila nomi:
[traduzione del blogger
Gianluca Freda: “I funzionari dell’opposizione a Bengasi, le cui massicce
retate per arrestare presunti sostenitori di Gheddafi hanno suscitato molte
critiche, portano i giornalisti a visitare, sotto stretta sorveglianza, i
centri di detenzione. Molti detenuti affermano di essere semplici lavoratori
immigrati e di non aver mai combattuto per Gheddafi. Da un mese a questa parte,
bande di giovani armati pattugliano la città, trascinando neri e immigrati
dall’Africa sub-sahariana fuori dalle loro case e mettendoli poi sotto custodia
per interrogarli come sospetti mercenari o spie del governo. Negli ultimi
giorni l’opposizione ha iniziato ad arrestare alcuni uomini accusati di aver
combattuto come mercenari nelle milizie di Gheddafi quando le forze governative
avanzavano verso Bengasi. Sono state organizzate cacce all’uomo notturne aventi
per bersaglio circa 8.000 persone che vengono indicate come agenti operativi
del governo in alcuni documenti segreti della polizia, documenti sequestrati
dopo che i funzionari della sicurezza interna erano fuggiti di fronte
all’avanzare della ribellione che il mese scorso ha posto fine al controllo di
Gheddafi sulla Libia orientale. “Sappiamo chi sono”, dice Abdelhafed Ghoga,
portavoce dell’opposizione. Lui li chiama “uomini con le mani macchiate di
sangue” e “nemici della rivoluzione”].
Notizia confermata da Human
Rights Watch:
Il Telegraph: “La
Bengasi liberata non doveva essere così”:
[traduzione del blogger
Gianluca Freda: “I giovanotti armati al posto di blocco vanno per le spicce.
Puntano un coltello alla gola dell’autista prima di trascinare tre uomini e una
donna fuori dalla macchina, strattonandoli per la strada fino ad una vicina
moschea per un brutale giro di interrogazioni...Il giovane movimento di
opposizione libico fa retate di sospetti oppositori e amministra la sua brutale
forma di giustizia in una città che vive nella paura di essere infiltrata da
quinte colonne di lealisti filogovernativi. I capi dei ribelli ammettono che
dozzine di sostenitori di Gheddafi sono stati arrestati e uccisi. Ogni sera,
bande di vigilantes si radunano in prossimità di posti di blocco improvvisati –
messi insieme con cataste d’immondizia, tubi e bidoni – per controllare chi
entra e chi esce dai loro quartieri. Molti residenti hanno adesso troppa paura
ad uscire in macchina la sera per le strade buie, temendo di essere malmenati o
peggio in uno dei checkpoint che continuano a proliferare. “Se non sanno chi
sei e ti trovi nella loro zona della città e hai una bella macchina, penseranno
che tu sia un ladro di automobili oppure diranno che stai con Gheddafi”,
racconta un autista che ora resta sempre vicino a casa al calar della sera]
Un'altra
"simpatica" novità dagli insorti: il numero di donne che hanno
denunciato di essere state stuprate a Bengasi ha toccato quota 200, ma si
presume siano molte di più e le altre siano state trattenute da ragioni
culturali:
La NATO, per proteggere i
civili (!!!), usa proiettili all’uranio impoverito:
Qui analisi degli effetti
sugli esseri umani
"Il segretario
generale dell'Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, ha ribadito che la missione
della Nato in Libia proseguirà fino a quando i civili saranno minacciati dalle
forze rimaste fedeli a Muammar Gheddafi. Definizione paradossale dal momento
che a Sirte e Beni Walid la popolazione sostiene il regime e non viene
certo colpita dagli uomini di Gheddafi ma dai ribelli e dai velivoli della Nato".
La R2P autorizza quasi ogni
guerra in caso di "emergenza umanitaria", rendendola automaticamente
"giusta":
"Una promozione
viene fatta per le armi europee a lungo e medio raggio usate dagli europei per
colpire obiettivi in Libia come i missili "Brimsston", definiti
ad alta definizione sono stati usati per distruggere i piccoli bersagli senza
causare danni o morti attorno. Un alto funzionario del British Royal Air
riporta che i Ministeri della Difesa francese e degli Stati Uniti hanno
espresso il loro desiderio di acquisire questo tipo di missile, ma se verrà
ottenuto un maggiore successo in Libia aumenterà il numero di ordini
confermati".
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