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sabato 28 gennaio 2012

I paranormali dati sull'occupazione negli USA



 

Tra il 2009 ed il 2011 la popolazione complessiva degli USA è cresciuta di quasi 6 milioni di abitanti.
Nonostante questo, nello stesso periodo, la forza lavoro è calata di quasi 300mila unità. Più cresce la popolazione minore è il numero di persone in età da lavoro. A quale misterioso fenomeno si deve addebitare questo straordinario evento? E' presto detto: le statistiche americane non includono - o, per meglio dire, cancellano dall'esistenza - le persone in età da lavoro che hanno rinunciato a cercare lavoro perché si sono resi conto di non avere alcuna speranza di trovarlo.
Risultato: tenendo conto di quelle persone - circa 7 milioni - il tasso di disoccupazione salirebbe dal 13% al 20% (in Italia è, ufficialmente, sotto il 9%) e quello di sotto-impiego (non guadagnano abbastanza da poter arrivare a fine mese) salirebbe dal 15% a quasi il 20%.
Non per caso ci sono 46 milioni di americani (1 su 7) che vivono grazie ai sussidi alimentari federali.

mercoledì 18 gennaio 2012

Anton Costas avverte che il fascismo è dietro l'angolo





Scrive Anton Costas (Università di Barcellona), uno dei maggiori economisti spagnoli, in un approfondimento apparso su El Pais dell’8 febbraio:

“Mi ero proposto di iniziare l'anno cercando disperatamente buone notizie con le quali alimentare una certa speranza di miglioramento, non perché sperassi che il 2012 fosse un anno pieno di cose buone - il mio ottimismo non arriva a questo -, ma perché, siano quali siano le circostanze, l'animo ottimista lo dobbiamo mettere noi.
Però tutto mi diventa più difficile, l'ambiente di inizio anno è deprimente. Non solo perché lo sono le circostanze, ma specialmente perché i governi, invece di comportarsi come medici che cercano di recuperare i ritmi vitali di un'economia malata, si comportano come fossero becchini.
Perché è questo quello che stanno facendo, infognando l'economia nella depressione. L'economia europea si trova di nuovo in fase di stagnazione. Dopo essere uscita dalla recessione del 2009, torna a cadere in una nuova recessione che ha un'alta probabilità di convertirsi in una lunga e pericolosa depressione. Se così fosse, le conseguenze oltrepassarebbero le frontiere dell'economia per incidere sulla stabilità sociale e politica.
Consentitemi di chiarire. L'economia capitalista è maniaco-depressiva. Ha delle tappe di euforia, seguite da altre di recessione. Gli economisti parlano di tre tipi di recessione, i cui profili adottano la forma di tre lettere, la V, la W e la L.
La prima è la più comune. La sua dinamica è la seguente: in qualche momento, per ragioni diverse l'economia smette di crescere e crolla, tocca il fondo e successivamente rimonta fino a ritornare al punto di partenza. Normalmente dovrebbe durare tra due e sei trimestri.
È quello che avvenne nel 2009. A partire dall'esplosione della bolla del credito nell'autunno del 2008, l'economia occidentale cadde in picchiata, come conseguenza del crollo dei consumi e degli investimenti privati che sono il motore principale dell'economia di mercato. Dopo aver toccato il fondo, nel 2010 iniziò a recuperare grazie all’intervento massiccio e coordinato di tutte le banche centrali e dei governi del G-20 per evitare una depressione come quella degli anni trenta del XX secolo. Queste politiche fiscali e monetarie agirono come motori ausiliari del motore principale che era grippato.
Però è in questo momento che i nostri governanti, impauriti dalla fattura del combustibile di questi motori (per il deficit pubblico e l'aspettativa dell’inflazione), decisero di disattivarli alla fine del 2010, prima che il motore principale ritornasse a funzionare.
Come era facile pronosticare, l’economia frenò il suo recupero e tornò a cadere, entrando nella recessione a forma di W, nella quale ci troviamo adesso.
Perché hanno agito in questo modo? Si lasciarono trasportare dall’idea magica dell'austerità espansiva: l'austerità farebbe ritornare la fiducia degli investitori, farebbe scendere il tasso di interesse e stimolerebbe la crescita. Una fiaba con le fatine. Noi economisti sappiamo che l'austerità ha funzionato solo dove le economie si potevano svalutare e approfittare dell'aumento delle esportazioni per crescere. La svalutazione monetaria apre una finestra alla crescita. Fare parte dell’Euro implica che questa finestra non esista.
L'austerità può non funzionare anche con la svalutazione. Questo è l'insegnamento impartito dal primo ministro britannico, David Cameron. Quando salì al governo due anni fa, mise in opera un intenso taglio di spesa e dei salari. Parallelamente, approfittando del fatto che non fosse nell’Euro, la sterlina si svalutò. Con questa politica, che possiamo chiamare neomercantilista, sperava di sostituire la domanda interna con le esportazioni.
Ma non funzionò. L’economia britannica si incammina verso la recessione. Siccome l’austerità è diventata una politica generalizzata in tutta l’Unione Europea, non c'è a chi esportare. E tutti si vedono condannati alla recessione. La mia fiducia iniziale nell’esistenza dell’intelligenza nei governi mi fece pensare che avrebbero cambiato rotta.
È quello che fece Franklin D. Roosevelt correggendo il cosiddetto “Errore del 1937”, che consisteva proprio in questo, nel disattivare i motori ausiliari prima che il motore principale tornasse a funzionare.
Però adesso i governi dell’eurozona persistono con una testardaggine degna di cause migliori con l’austerità compulsiva.
Da un lato la cancelliera Angela Merkel ha imposto un nuovo patto che impedisce l'uso della politica fiscale. Da un altro, il regolamento della BCE le impedisce di agire come prestatore di ultima istanza dei governi, uno strumento di politica finanziaria essenziale in momenti come questo, mentre i governi dei paesi in difficoltà come la Spagna, sotto l'effetto di quella che potremmo chiamare la sindrome di Berlino, si dedicano con fervore quasi religioso nel coltivare la mistica del sacrificio sterile e dei tagli compulsivi.
Come se l'insegnamento dell'esperimento inglese non esistesse. Questo perseverare nell’errore rende più probabile che la recessione a forma di W nella quale ci troviamo adesso si trasformi in una recessione a forma di L, che significa una recessione prolungata.
Gli insegnamenti di ciò che accadde negli anni trenta del secolo scorso in Europa ci dicono che gli effetti di una recessione prolungata e della disoccupazione oltrepassano le frontiere dell’economia per incidere in forma violenta sulla coesione sociale e la stabilità della democrazia.
L’insicurezza e la paura del futuro portano la popolazione a preferire la sicurezza che fittiziamente offre il populismo.
Così arrivarono il fascismo e quello che venne dopo.
Osservando questo panorama, mi chiedo se ancora esista una traccia di vita intelligente nella politica europea. E non ne sono sicuro.
Però di una cosa sono convinto: o si apre rapidamente una finestra alla crescita nella zona Euro, o vedremo il collasso delle nostre economie con tutte le altre conseguenze.
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08.02.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LAPORTA

COMMENTO DEL LETTORE HAMELIN:
Sì, sono intelligenti, decisamente più dei somari che li votano...
O che li votavano (ormai in Italia e Grecia si è sorpassata questa inutile perdita di tempo)...
Le manovre recessive sono state fatte con un unico obbiettivo: Piegare le popolazioni ad accettare un sistema di governo oligarchico, autocostituito, autoreferenziale e tecnocrate = Dittatura Finanziaria Europea.
Loro hanno fatto passare ai più queste manovre come ancora di salvezza mentre anche la più capra delle capre in economia sa che queste mettono fine a qualsiasi paventata ripresa.
Il Dottore ha convinto e ha fatto credere al paziente che il suo leggero mal di testa è un cancro...
Il paziente tra le grida del suo immaginario dolore chiede al medico la morfina che egli sapiente gli fornisce prima a piccole dosi così il paziente contento di non sentire il suo dolore immaginario lo ringrazia fintanto che le dosi aumentano, la vista gli si offusca e gli occhi si chiudono per sempre...
In tutte queste pagliacciate e pantomime gli unici intelligenti sono loro che chiedono sacrifici senza farne...
Gli stupidi sono tutti gli altri ... quelli che a tempo debito verranno utilizzati come carne da cannone per combattere una guerra contro un nemico "terrorista" e lontano , fonte di tutti i loro mali...
Caro autore tu sottovaluti il fatto che l'intelligenza non è sempre usata per buoni scopi, anzi...se chiedessi allo storico scopriresti che le idee più brillanti e riuscite erano rivolte verso fini malvagi.
Una buona domanda invece sarebbe: Perché la gente si affida ai suoi aguzzini scambiandoli per il buon pastore?

giovedì 15 dicembre 2011

L'Abolizione del Contante




SLATE, una rivista "liberal" di grande successo e di proprietà della Microsoft, fa balenare l'idea di abolire il denaro cartaceo per risolvere la crisi, prendendo spunto dalla cosiddetta “manovra Salva-Italia”, in particolare il progetto di abolire l’uso di contanti per transazioni superiori ai 1000 euro. 
L’autore trova che sarebbe opportuno che altre nazioni si rendessero conto dei benefici che derivano dall’eliminare tout court i contanti e lasciare che siano solo narcotrafficanti, spacciatori, evasori e criminali vari a farne uso. Più di tutto, sempre a suo dire, l’eliminazione dei contanti cancellerà il rischio recessivo. Infatti, continua l’autore, le banche centrali possono contrastare la recessione iniettando liquidità nel sistema economico per stimolarlo, tramite l’abbassamento dei tassi di interesse. Il problema odierno è che i tassi sono già così bassi che, come il Giappone del dopo-bolla, non si può scendere sotto lo zero. Il tasso non può scendere sotto zero a causa dell’esistenza dei contanti. In ogni istante i contanti in circolazione sono relativamente pochi rispetto al denaro digitalizzato. Ma se i tassi scendessero sotto zero, la cosa si tradurrebbe in una tassa per chi mantiene i soldi nel proprio conto in banca e a quel punto la gente preferirebbe metterli nel materasso. Cosa succederebbe, però, se non fosse possibile prelevare i soldi? Se le transazioni fossero tutte elettroniche, cosicché l’unica alternativa a tenere i soldi in un conto a tasso di interesse negativo fosse quello di spenderlo? Allora non ci sarebbero più depressioni. Troppa disoccupazione? Si abbassano i tassi sotto lo zero costringendo i risparmiatori a far circolare liquidità, facendo ripartire l’economia. Alcuni farebbero incetta di oro, diamanti e altri beni di lusso (rifugio). Ma anche questo servirebbe comunque a stimolare l’industria in quei settori ed il saggio investitore saprebbe che il prezzo dell’oro crollerebbe una volta che la recessione avesse termine e gli interessi salissero di nuovo (e chi lo dice? Nota mia). Oppure si potrebbe lasciar salire l’inflazione, cosa che avrebbe gli stessi effetti. L’autore però prevede che questa seconda opzione non piacerebbe alle élite economiche e politiche. “Togliere di mezzo i contanti, invece”, conclude l’autore, “è semplice ed elegante, e quindi succederà molto presto”.
*****
Ricapitolo le obiezioni dei commentatori:
* se non s’inventa un altro valore di scambio, questa strada metterà tutto il nostro denaro nelle mani di quei banchieri e ispettori governativi, ossia le stesse persone ed istituzioni che in questi anni hanno dimostrato di non meritare la nostra fiducia, visto che non hanno previsto la crisi quando diversi analisti li mettevano in guardia, non hanno saputo prendere dei provvedimenti adeguati, non hanno dimostrato di sapere che pesci pigliare, soprattutto non hanno mostrato la minima intenzione di punire i responsabili del collasso finanziario che ha innescato la recessione che ha sbriciolato le nostre società, quasi che fossero in combutta con loro. 
* cosa succederebbe nel caso di un colossale black-out?
* siete davvero disposti ad accettare che ogni transazione, fino all’acquisto più banale, sia tracciabile elettronicamente? Non voglio vivere in quel tipo di società.
* come si risparmiano i soldi per il pensionamento?
* il problema non è l’incetta di oro e diamanti, ma di terreni ed immobili, il che gonfia quelle bolle speculative che prima impediscono alle giovani generazioni di farsi una famiglia e poi, esplodendo, scatenano le crisi economiche planetarie.
* qualcuno pensa seriamente che la gente sarebbe pronta a depositare tutti i suoi soldi elettronicamente, senza l’opzione dei contanti, e dover pagare per questo servizio? Non penso proprio. L’unica reazione sarebbe una fuga dal sistema bancario ed una crisi di liquidità, ma senza risparmi non ci sarebbe alcuna rete di salvataggio.
* perché punire ulteriormente i risparmiatori, quasi fossero degli appestati, quando invece sono cittadini virtuosi che si comportano responsabilmente?
* in una società priva di contanti ciascun cittadino sarebbe una pedina di un ordine autoritario.
* le banche non controllano il nostro denaro, lo tengono per conto nostro, non possono sottrarcelo senza il nostro consenso. Gli interessi sono il sale dell’attività bancaria, perché fanno affluire liquidità che potrà essere prestato ad un certo interesse, generando un profitto, entro certi limiti. Questa è la ragione per cui se tutti ritirassero i loro soldi contemporaneamente ucciderebbero le banche. L’interesse serve appunto ad evitare questo tipo di fenomeno. Un altro modo per ottenere liquidità è chiederla alle banche centrali. Più basso è il tasso di interesse delle banche centrali, più convenienti saranno i loro prestiti. Se il tasso scendesse sotto lo 0, ad esempio a -1%, ciò significherebbe che per ogni 100 euro in prestito ne richiederebbe indietro 99. In questo modo le banche prosciugherebbero rapidamente le riserve delle banche centrali visto che, in pratica, guadagnerebbero soldi prendendoli in prestito e tenendosi l’eccedenza non restituita. Le stesse banche non farebbero mai calare il tasso di interesse sotto lo 0 perché, per la stessa ragione, chiuderebbero presto i battenti. Perciò starebbe alle banche centrali decidere se continuare a stampare denaro, producendo livelli inimmaginabili di inflazione, oppure affidarsi unicamente alle loro riserve, che non sono illimitate. In pratica, in ogni caso, un interesse negativo produrrebbe un cortocircuito del sistema.
* eliminare il contante non risolverebbe il problema basilare, che è l’eccessivo livello dei consumi in rapporto all’insufficienza degli investimenti. La maggior parte delle persone è avversa al rischio d’investimento e la storia non sembra darle torto. Servirebbero lezioni di investimento per tutti, così i cittadini riuscirebbero ad evitare di farsi imbrogliare e non considererebbero rischioso un comportamento che persone più competenti trovano assolutamente normale, come l’imprenditoria o l’investimento in un’azienda.
* le recessioni come questa si risolvono punendo i crimini dei colletti bianchi e contrastando disoccupazione e sottoimpiego. La crisi è cominciata con il lobbismo delle grandi aziende che hanno usato il nostro denaro per influenzare i politici e far rimuovere le leggi a tutela dei cittadini.
* ecco un altro piano per riequilibrare l’economia sulle spalle di quelli che se lo possono permettere di meno e che sono i meno responsabili di quel che è successo, avvantaggiando i privilegiati.
* l’autore forse si è perso gli ultimi decenni di storia economica e l’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e gli anni Venti e perciò gli è sfuggito che le bolle speculative a cui affida il suo progetto sono contemporaneamente il sintomo e la causa dei problemi, non la soluzione.
* questo articolo doveva presentare i benefici di una società che non impieghi i contanti ma ha finito per terrorizzarmi. La cosa che più mi spaventa è che l’autore non sembra rendersi conto che il mondo che descrive è una schiavitù, un mondo in cui sei obbligato ad affidare le tue risorse alle banche e, ogni volta che arriva una recessione, perché arriva sempre, le banche centrali abbasseranno il tasso di interesse per costringere la gente a spendere i propri risparmi o rischiare di perderli, senza avere alcuna alternativa. Devo ammettere che solo una persona molto particolare potrebbe entusiasmarsi per una società del genere, in cui se un cittadino non gode dei favori delle autorità basta congelare il suo conto e bloccare ogni tipo di transazione. Spero di essere morto e sepolto prima che una cosa del genere divenga realtà. Spero che non lasceremo ai nostri figli una società di questo tipo. Non sono un attivista politico ma credetemi quando dico che preferirei morire cercando di impedire alle élite di condannare i nostri figli alla schiavitù finanziaria.

PER APPROFONDIRE

giovedì 24 novembre 2011

Creditori e debitori - una società nuova per un'umanità nuova (intro)



Perché Gino Strada è triste? […]. Strada ha capito che la sua predicazione pacifista non approderà a nulla. E non perché lui sia un cattivo predicatore, non perché i suoi argomenti non siano persuasivi, non perché le persone di buona volontà non si riconoscano in lui. Ma lui deve aver capito che la brama di potere, la volontà di potenza, lo scontro con gli altri e infine la guerra sono un istinto della nostra specie. Non è un vizio, non un'indole perversa da rieducare: un istinto che convive con quello della generosità e con l'amore per gli altri. L'uomo è un groviglio di due amori: quello per gli altri e quello per se stesso. E se mai ci si chiede quale sia il più forte e il più irruente di questi due istinti amorosi, s'arriva presto a concludere che l'amore per sé è quello dominante. Lo si può contenere, si può fare in modo di arginarne la pericolosità, ma non si riuscirà mai a spegnerlo perché si dovrebbe trasformare l'uomo in un angelo, dotarlo cioè di un'altra natura che estingua la natura umana.
Eugenio Scalfari, “L’amore per sé e quello per gli altri”, L’Espresso, 22 aprile 2011


A me sembra che dalla filosofia dei Vangeli, espressa in parabole, risulti chiaramente che non la violenza su sé stessi, controproducente e fonte di nevrosi, bensì solo la conoscenza di sé e dei propri meccanismi profondi, possa portare al superamento dell’egoismo e ad un giusto amore per sé stessi, imprescindibile da quello per gli altri..
Commento di un lettore di Scalfari

Nascere creditore significa ritenere che tutto il buono che ci capita nella vita ci sia dovuto; se ci viene negato o impedito subiamo un torto per il quale la sorte e i nostri simili ci dovranno risarcire. Non è chiaro quale sia il motivo del nostro essere in credito, spesso ce lo inventiamo senza esser consapevoli dell'inesistenza di questo credito immaginario, ma non importa: siamo arciconvinti d'essere in credito verso la vita e quindi verso tutte le persone con le quali entriamo in contatto e tanto basta. Chi nasce debitore è l'esatto contrario del suo opposto: è animato da un complesso di colpa esistenziale che sviluppa dentro di lui la convinzione d'avere un debito da pagare, un debito verso la vita e quindi verso tutti. Perciò è oblativo e dare è il suo piacere. In tutte le manifestazioni del suo vissuto, perfino in quelle amorose, il debitore trae piacere dal piacere che dispensa al suo partner e al suo prossimo.
Eugenio Scalfari, “Creditori e Debitori”, L’Espresso, 27 febbraio 2009.

Provo a dire che in realtà sono due modalità differenti di approccio e conoscenza della realtà: i debitori, come sembra descriverli lei, sono più portati a coltivare il dubbio, ad interrogarsi su se stessi, ad affrontare la complessità dei fatti cercando di osservarli da differenti "punti di sguardo", a pensare di poter aver commesso errori. Questo può essere un segno di onestà interiore e di corrispondenza piena a se stessi….I creditori viceversa sarebbero, forse per attitudine, più propensi ad una sintesi finalizzata ad un risultato più immediato, coloro che vedono il mondo come un infinita successione di vittorie o sconfitte per cui vincere è l'obiettivo principale. Credo che forse ciascuno di noi è un po' l'uno un po' l'altro e che la casualità della vita contribuisce ad accentuare ciascuno dei due aspetti secondo circostanze e momenti.
Commento di un lettore di Scalfari.

Le proposte per uscire dalla crisi sono note.
Default controllato
Tobin tax ed altre misure consimili:
Punizione dei colpevoli e lo smembramento dei cartelli finanziari:
Ma è arrivato il momento di passare oltre. Questa è una Depressione, non è una crisi dell’euro, sebbene la crisi sia stata convogliata contro l’euro per poter mungere i contribuenti europei a beneficio dei grandi finanzieri e del dollaro, ben più a rischio dell’euro. Sempre più persone stanno rendendosi conto che le cose non torneranno più come prima, i cambiamenti saranno radicali, come radicale è la crisi:
È perciò arrivato il momento di discutere di offrire una visione di come vogliamo che sia il futuro, dopo la Rivoluzione Globale (ci sarà, perché il Terrore accentra il potere come nessun altra cosa).
Qui propongo una rozza, preliminare introduzione alla visione che sto sviluppando, nel mio piccolo, provando a coniugare il meglio del pensiero anarchico:
con il meglio del pensiero politico-filosofico “classico”:
Il debito e le tasse sono le leve del potere rispettivamente per il sistema finanziario e quello statale. Senza di queste entrambi sarebbero completamente impotenti. Con il debito e le tasse si controlla il futuro di un popolo. In questo momento il sistema finanziario (privato) si sta divorando l’uno e l’altro, ai danni del pubblico. In questo momento, tramite i famigerati salvataggi bancari (es. la Dexia, che è al suo terzo salvataggio a spese dei contribuenti franco-belgi), i politici al governo nelle nostre democrazie stanno trasferendo il potere esecutivo a degli oligarchi privati, violando il contratto sociale che li lega agli elettori. Non è un processo transitorio, temporaneo, è un evento che, nelle intenzioni dei Grandi Traghettatori, ha tutte le caratteristiche della permanenza, della definitività. Si rafforzano le banche, si indeboliscono gli stati, con le agenzie di rating che imperversano. Le tasse vengono dirottate dai servizi sociali ai caveau, ai portafogli di pochi che si premiano con bonus di entità crescente, a dispetto del loro completo fallimento, decretato dalla crisi finanziaria in corso. Mentre uno stato democratico è un’entità che ha il dovere, almeno sulla carta, di sentire il nostro parere (“nessuna tassazione senza rappresentanza parlamentare”, dicevano gli Americani che si ribellavano agli Inglesi), il privato se ne fotte. Il sistema finanziario capitalista è anti-democratico fino al midollo, la sua essenza, la sua ragion d’essere, è la negazione dei principi democratici. È un parassita dei sistemi democratici, li vampirizza.
A ben guardare, non esiste, è un mostro fittizio, creato dalla volontà e dalla potenza di chi ne beneficia maggiormente, lasciando ai cittadini le briciole. Dunque non sarebbe difficile fermarlo, basterebbe un secco no:
No al mantra della presunta efficienza del privato al costo di una crescente sperequazione ed ingiustizia sociale.
Il potere corrompe tutti, nel pubblico come nel privato, solo che un privato che monopolizza un settore, magari in accordo con altri, non lo possiamo rimandare a casa con il voto, il politico sì.
I cittadini non hanno alcun potere contro la finanza globale, se non si organizzano, e lo Stato è il tipo di organizzazione che dovrebbe impedire ai forti di prevalere sempre e comunque sui deboli. Una democrazia costituzionale, a differenza di un’impresa privata, non antepone invariabilmente il proprio profitto ad ogni altro tipo di considerazione, perché non è quella la sua ragion d’essere. Non è nato per farlo, è nato per mediare tra una molteplicità di interessi, non per conquistare il dominio a beneficio di pochi interessi:
Queste sono cose che, più o meno, ci sono chiare.
Quel che, al momento, ci confonde è una serie di dissonanze cognitive che riguardano la giustizia – perché devo pagare io per gli errori di speculatori avventati? –, il fallimento integrale del sistema – quello bancario/finanziario, quello regolativo, quello politico –, la tracotanza – chi ha sbagliato si premia avidamente con giganteschi bonus e noi ci dobbiamo spaccare la schiena per loro e per un tenore di vita costantemente declinante –, l’inciucio – il potere finanziario e quello esecutivo sono ormai una cosa sola e non perseguono il bene comune, ma quello di una ridottissima minoranza –, l’impotenza – tutto è troppo grande per essere lasciato fallire e troppo grande per essere salvato.
Nel complesso, non è facile darsi conto di quel che sta succedendo e provare ad immaginare delle alternative a quelle fatte calare dall’alto.
Tutti gli –ismi hanno dimostrato di essere fallimentari e si vuole evitare di cadere preda dell’ennesimo –ismo di nuovo conio. Si vorrebbe evitare la violenza, ma come resistere nonviolentemente ad un sistema che distrugge milioni di esistenze in modo formalmente legale e senza bagni di sangue? Ci si vorrebbe poter fidare di qualcuno, ma ogni leader ci delude: dice una cosa e poi ne fa un’altra.  
Ci troviamo in frangenti molto simili a quelli di chi ci ha preceduto negli anni Trenta e le prospettive non sono molto diverse: autoritarismi, guerre e poi si ricomincia.
Questa volta, però, abbiamo l’occasione di far valere la logica e l’etica del debitore su quella del creditore. Facciamo tesoro della nostra condizione di Debitori Cosmici, visto che le autorità si sforzano di ricordarcelo ad ogni piè sospinto. L’ethos del creditore è quello per cui il sistema si autoregola e gli avanzi dei trionfatori (creditori) saranno miracolosamente sufficienti per i perdenti (debitori). È l’ethos dell’avidità, della competizione e della scarsità/abbondanza selettiva. L’antitesi del messaggio divulgato da praticamente tutti i pensatori che più ammiriamo e degli insegnamenti che impartiamo ai nostri figli. È l’ethos dello psicopatico:
Questo ethos sta distruggendo il mondo. O proviamo a contenerlo o ci lasceremo le penne.
La prima cosa da fare è non usare il denaro per assegnare un valore agli esseri umani. La seconda cosa da fare è spianare la piramide gerarchica della società, cercando di modellare una sfera (letteralmente) sociale in cui tutti i punti sono equidistanti dal centro. La terza cosa da fare è pretendere trasparenza da parte del potere, sempre, e fare in modo che i nostri rappresentanti si sentano delegati, non casta. La quarta cosa da fare è non credere al Salvatore o all’Élite Benevola che corre in nostro soccorso. La quinta cosa da fare è non aspettarsi riforme spontanee dall’altro. Ogni conquista sociale è costata sudore e sangue, così è sempre stato e sempre sarà, finché vivremo in società piramidali dove i vertici sono per definizione autoreferenziati e ragionano in termini di “pesce grande mangia pesce piccolo”. La sesta cosa da fare è nazionalizzare le banche centrali e stampare denaro in proporzione alla ricchezza prodotta dal paese. La settima cosa è promuovere un’etica cooperativa, invece di quella dell’uomo che non deve chiedere mai, che ci martella da mane a sera. L’ottava cosa è concentrarsi sull’ambito locale: le relazioni di potere a livello nazionale ed internazionale sono esageratamente corrotte, perché maggiore è il potere, maggiore è la corruzione. La nona cosa da fare è rinunciare al mito della crescita MATERIALE continua. L’umanità ha bisogno di crescere, maturare, migliorarsi, ascendere, ma non certo nella direzione di oggigiorno, quella del profitto, del superfluo, dell’edonismo, del materialismo. La crescita costante serve a livello interiore, spirituale, non certo esteriore. Da questo punto di vista l’approccio marxista è mostruoso tanto quanto quello capitalista. La decima cosa da fare è far sentire il nostro prossimo coinvolto nelle dinamiche sociali, nelle relazioni interpersonali, valorizzare il suo lavoro ed i suoi talenti, fargli/le capire che il suo contributo creativo ed innovativo è importante, che ciascuno ha un ruolo significativo da svolgere. Al momento presente, in una società della quantità, questa forma mentis è utopica, ma il futuro non potrà essere come il passato. Non può piovere per sempre. Panta rei, tutto cambia.
Per quanto concerne la democrazia diretta, non credo debba essere estesa oltre un ragionevole limite, rimanendo sempre ben consapevoli dei suoi limiti:
Se c’è una società civile informata e partecipe i suoi rappresentanti fanno quello che sono tenuti a fare. Le caste esistono perché i cittadini hanno permesso che si formassero, per ignoranza, ignavia, vantaggi a breve temine. I cittadini sono così perché gli intellettuali non hanno assolto il loro compito e si sono avvitati nei loro narcisismi. Le persone che hanno avuto la fortuna di potersi educare a certi livelli hanno il preciso dovere di produrre idee e farle circolare, di condividere conoscenza, perché la conoscenza può proteggere tutti, mentre l’ignoranza espone ad ogni tipo di periglio.

mercoledì 23 novembre 2011

Parassiti al potere - la crescente disuguaglianza







Negli USA, tra il 1947 ed il 1979, la produttività è aumentata del 119% ed il reddito del quinto più povero della popolazione è cresciuto del 122%. Al contrario, tra il 1979 ed il 2009, la produttività è aumentata dell’80%, mentre il reddito del quinto più povero della popolazione americana è DIMINUITO del 4%. Tutto questo mentre il reddito dell’1% più ricco cresceva del 270%. Tra il 1999 ed il 2009, nel Regno Unito di Tony Blair, il reddito del 10% più povero è SCESO del 12% e quello del 10% più ricco è cresciuto del 37%. Il coefficiente Gini per la disuguaglianza è salito da 26, nel 1979, a 40, nel 2009.
Un confronto tra il 2007 ed il peggior anno della Depressione (per il Nordamerica), il 1933-1934:
Nel complesso vanno in pari. Ossia il peggior anno della storia economica moderna è paragonabile all’anno che ha PRECEDUTO la recessione dei nostri giorni!
Sulla differenza - percepita e reale - tra ricchi e poveri:
Qui tutti i grafici/tabelle che servono per capire la ragione delle proteste di Occupy Wall Street: salari minimi al minimo storico, disuguaglianza prossima alla soglia record, profitti delle grandi aziende al massimo storico, disoccupazione ai massimi dalla Grande Depressione:
A partire dagli anni Ottanta, la diseguaglianza è cresciuta in tutte le maggiori potenze economiche (inclusi paesi scandinavi e Giappone), salvo Francia, Belgio, Turchia e Grecia:
A partire dal 1979, i redditi della fascia più ricca degli Americani (20%) sono saliti considerevolmente e, nel caso dell’1% più ricco, sono andati alle stelle, quelli della restante popolazione sono scesi:

mercoledì 16 novembre 2011

Eurozombie




 “Enfin il est parti, le clown”, scrive a Michele Serra il suo cugino canadese (che farebbe meglio a preoccuparsi di Harper). Gli italiani hanno salutato con grande entusiasmo il cambio politico incapace - tecnocrate ortodosso. Si accettano scommesse su quanto durerà la luna di miele. Io penso che con l’inizio dell’anno prossimo gli umori saranno ben diversi. 
Per il momento solo in pochi sembrano aver accettato l’idea che siamo in chiusura di partita e che sarà un finale repentino e funesto (ma anche eccitante, in un certo senso). L’eurozona è moribonda e, a prescindere dai costi che comporta la sua dissoluzione, quest’ultima è inevitabile.
Paul Mason, pluripremiato editorialista economico della BBC, in un confronto pubblico con Gillian Tett del Financial Times, rivela: “Mi sono pervenuti degli studi bancari e le simulazioni producevano risultati così spaventosi che ho deciso che non si poteva riferirlo all’opinione pubblica senza seminare il panico”.
Una sintesi delle sue opinioni: quella greca è solo una tregua politica e potrebbe non tenere. La popolazione non si è ancora rivoltata solo perché i due partiti maggiori hanno ancora il controllo delle rispettive basi elettorali. Il governo Monti farà tirare un sospiro di sollievo che non durerà per più di un mese. Nei prossimi mesi si tornerà a parlare di protezionismo. Il costo del crollo dell’eurozona sarà catastrofico ma non per questo si potrà evitarlo. L’euro è già defunto. La Grecia non potrà fare altro che dichiararsi insolvente ed abbandonare l’eurozona. L’Irlanda forse si salverà per diventare un secondo Principato di Monaco, molto più grande. Il Portogallo non conta, non è sistemico, così tutti giochi si chiuderanno in Italia. I debiti non saranno ripagati ma la società ha il diritto di poter discutere quale strada prendere – quella di intaccare i risparmi o proclamare un giubileo dei debiti (cancellazione universale), come si faceva in Mesopotamia. Tutti hanno il diritto di discuterne perché le implicazioni sociali sono evidenti. È possibile che il Regno Unito aderisca ad un Euro Nordico. Più probabile è che lo faccia la Scozia. L’altra dibattente conclude il suo intervento prevedendo sommovimenti tettonici radicali che trasformeranno l’orizzonte europeo in maniera significativa e che potrebbero svolgersi molto più rapidamente di quanto la gente possa immaginarsi.
Se l’idea è quella di mettere in atto programmi di austerità in una fase di peggioramento degli standard di vita, aumento della disoccupazione, restringimento del welfare (servizi alle famiglie) e stasi o recessione economica, allora bisognerà mettere in conto disordini sociali su vastissima scala. In Irlanda, Grecia, Italia e specialmente in Spagna, dove la disoccupazione è al 23%, le obbligazioni sono già al 6% e sta per giungere al potere il leader di destra più reazionario dai tempi di Francisco Franco:
Che sarà affiancato da un superministro dell’economia scelto da, indovinate un po’, la Banca Centrale Europea:
“Si chiama José Manuel Gonzalez-Paramo, è un importante economista spagnolo e, soprattutto, membro del board della Bce di Mario Draghi. Se la notizia sarà confermata, dimostrerà il desiderio della Bce di controllare da molto vicino i conti dei paesi europei a maggior rischio”. 
Mentre in Italia la stampa è quasi uniformemente allineata al verbo ufficiale, nel Regno Unito si moltiplicano le critiche, come quelle di Daniel Hannan:
Quella di Fraser Nelson, “Europe’s hit squad”, The Spectator, 12 November:
che constata come i proponimenti della Merkel – occorre essere pronti ad agire più rapidamente ed in modi non convenzionali – e le esortazioni di Barroso – in Grecia serve una coalizione – siano sintomatici di una costante, cospicua diminuzione delle sovranità nazionali, che la Commissione Europea ormai rispetta solo a parole, non nei fatti. A farne le spese sono stati prima Papandreu e poi Berlusconi, che governava una nazione che, a parte gli interessi sul debito, era ed è ancora prospera, con uno degli avanzi primari più importanti del mondo tra le economie “avanzate”, un risparmio privato colossale, un debito pubblico stabilizzato. Nulla al confronto del Regno Unito, in cui il debito pro-capite è doppio rispetto all’Italia:
Nelson conclude la sua analisi spiegando che “quando gli imperi crollano, può succedere all’improvviso”.
C’è infine la critica di Ambrose Evans-Pritchard, in “Utopian Germans risk full-blown EMU depression”, The Telegraph, 15 novembre 2011:
…che ricapitolo in italiano: Francia e Belgio sono avviate al taglio del loro rating. Gli esperti della banca elvetica Pictet ammoniscono che la ricetta tedesca è esattamente quella che ha causato la Depressione negli anni Trenta del secolo scorso e condurrà al disastro. La BCE ha già affermato nel modo più esplicito possibile che l’Italia se la deve cavare da sola. La Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schauble spingono per una riconfigurazione dell’Unione Europea nel senso degli Stati Uniti d’Europa.
Evans-Pritchard aggiunge che non possono ancora spingere sull’acceleratore solo perché la corte costituzionale tedesca proibisce allo stato tedesco di delegare ulteriori prerogative di sovranità a Bruxelles. Il presidente della Corte Costituzionale, Andreas Vosskuhle, ha spiegato che, per istituire un’Europa federale “la Germania dovrebbe darsi una nuova costituzione e servirebbe un referendum”. Questo piano ha però prodotto una frattura all’interno dei Cristiano-Democratici. La prospettiva di un superstato europeo è ferocemente avversata dai Cristiano-Sociali bavaresi, una componente fondamentale della CDU. Una tale riforma richiederebbe una maggioranza di due terzi in entrambe le camere e la vittoria al voto referendario; tuttavia, al momento attuale, gli elettori tedeschi sono scettici e ci vorrebbero dai due ai tre anni per portare a termine una tale operazione, ipotizzando che tutto fili liscio. Certo, un aggravamento della situazione economica europea potrebbe fornire la tanto agognata “spintarella”.
Il Regno Unito è già mostruosamente indebitato (quasi il 500% del PIL, se si sommano debito pubblico, debito bancario, debito delle imprese, debito delle famiglie):
Perciò le isole britanniche saranno probabilmente tra i luoghi più caldi di Euro-America.
La gente è ancora tranquilla perché è stata abituata a privilegiare i beni di consumo rispetto ai suoi diritti. È bene non illudersi: molti Europei non avrebbero problemi a vivere in un sistema socio-politico come quello cinese, a patto che gli fosse garantito un certo tenore di vita. Ma questo, ormai, non è più possibile in Europa e negli Stati Uniti. Quando milioni di persone si troveranno con le spalle al muro e capiranno che le cose non si sistemeranno, che niente tornerà come prima e che non hanno più nulla da perdere, il contratto sociale tra masse e potenti sarà carta straccia.

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lunedì 14 novembre 2011

Super Mario e il Mago - lo spauracchio del default e l'erosione della democrazia



Quando il FMI arriva in un paese è interessato ad una sola cosa: come ci assicuriamo che le banche e le istituzioni finanziarie siano pagate?...è il FMI che mantiene in attività gli speculatori. Non è interessato allo sviluppo, in ciò che può aiutare una nazione a lasciarsi alle spalle la povertà
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 ed ex vicepresidente della Banca Mondiale.

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative – che i salvataggi e i tagli erano necessari per soddisfare i mercati finanziari – e che l’austerità fiscale creerà lavoro. L’idea era che i tagli alle spese avrebbero infuso fiducia nei consumatori e negli imprenditori e che questa stessa fiducia avrebbe incentivato gli investimenti privati, riequilibrando più che abbondantemente gli effetti depressivi dei tagli governativi. Alcuni economisti non si sono lasciati convincere. Una critica tagliente equiparava i pretesi effetti espansivi dell’austerità alla credenza in una “fatina della fiducia”. Beh, era una mia critica…Ma qualcosa accadde sulla strada dell’Armageddon economico: la disperazione islandese rese impossibile attenersi alle convenzionali norme di condotta e premise alla nazione di violare le regole. Mentre altrove si salvarono le banche con soldi pubblici, l’Islanda lasciò che le banche fallissero ed estese la rete della sua sicurezza sociale. Laddove tutti gli altri erano ossessionati dall’idea di placare gli investitori internazionali, l’Islanda impose controlli temporanei sul movimento dei capitali per concedersi spazi di manovra. E come stanno andando le cose? L’Islanda non è riuscita ad evitare seri danni alla sua economia ed un calo significato dello stile di vita dei suoi cittadini. Ma è riuscita a limitare la crescita della disoccupazione e i patimenti dei cittadini più vulnerabili; il welfare è sopravvissuto intatto, come l’integrità morale della società. “Poteva andar peggio” può non essere lo slogan più galvanizzante che si possa immaginare, ma quando tutti si attendevano un disastro, equivale ad un trionfo politico-amministrativo. E qui c’è una lezione per tutti noi: le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.

…il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia.  
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”

Giucas Casella, nel corso di una popolare trasmissione della domenica, ha esclamato, rivolgendosi ad un’anziana signora: “quando le toccherò la gola lei non potrà parlare, non potrà pronunciare neppure il suo nome”. La signora ha mugolato qualcosa per un istante e poi, ad alta voce: “non ce la faccio, non ce la faccio!”. Così l’ingenuità di una coscienza innocente ha rivelato al pubblico la prosaica realtà delle cose.  

I media italiani celebrano l’avvento dei “magici” Super Mario Bros.: Mario Draghi e Mario Monti.
Io al contrario mi domando perché qualcuno dovrebbe ancora fidarsi di “esperti” ed “autorità’” che: non hanno previsto la crisi; non ne hanno limitato l’impatto; non sembrano avere le idee chiare su come affrontarla ma le hanno invece molto chiare su chi se la deve cavare a buon mercato.
Sembra incredibile che ci possano essere persone che fanno fatica a capire che individui ed organizzazioni che lucrano enormemente sullo status quo e detengono un enorme potere hanno tutto l’interesse a convincere la gente a credere ad una visione della realtà che li avvantaggia. Succede quotidianamente, eppure milioni di persone non riescono a capacitarsi del fatto che i potenti che determinano il fato di milioni di persone possano comportarsi allo stesso modo, se non peggio. È una forma di rimozione psicologica di una verità spiacevole che mette a repentaglio l’ordine delle cose in cui vogliono continuare fermamente a credere, avendo una bassa soglia di tolleranza per l’incertezza, la confusione, l’ambiguità e l’opacità del reale. La storia, purtroppo per loro, quasi certamente dimostrerà che si compiranno immensi e dolorosi (ma non certo per i potentati) sforzi per puntellare un sistema insostenibile, finché i medesimi potentati non saranno certi di averla fatta franca. L’attuale strategia è quella di usare lo spauracchio del default (poi arriverà il terrorismo nucleare).
Basterebbe dare un’occhiata al panorama economico internazionale per capire che le nazioni che se la cavano meglio sono quelle che hanno una propria valuta e la possono svalutare e, nel caso dei paesi scandinavi, non si tirano indietro quando si tratta di condurre politiche fiscali e monetarie espansive.
Dunque la scelta meno distruttiva, per i PIIGS, sarebbe quella di uscire dall’eurozona e svalutare, negoziare un default, istituire politiche protezionistiche per difendere i lavoratori, controllare i flussi di capitale (ora persino il FMI lo consente, dopo i pessimi risultati delle sue precedenti politiche di deregulation), creare un sistema bancario pubblico per tutelarsi dai crolli. Nessuna nazione europea, da sola, potrà farlo. Serve un coordinamento che purtroppo sarà ostacolato in ogni modo, visto che l’obiettivo finale è l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa, costino quel che costino:
Se si realizzasse questo default coordinato i sistemi bancari di Francia, Regno Unito e Germania si vedrebbero inferti colpi durissimi, forse irrimediabili:
Ma l’alternativa è la più sanguinosa rivoluzione della storia umana:
I custodi dell’ortodossia, per qualche curiosa ragione, sono convinti che la privatizzazione di beni pubblici, la riduzione dei consumi, la decrescita economica, la contrazione della produzione industriale e la riduzione del gettito fiscale (ossia le ricette neoliberiste di FMI e BCE avallate dalla Commissione Europea – vedi “capitalismo del disastro”) possano in qualche modo favorire la crescita e quindi accelerare il risanamento (= ripagare i debiti con gli investitori internazionali). Si tagliano i servizi, randellando le famiglie (che la destra esalta come una sacra istituzione), invece di colpire gli evasori.
Due terzi del debito greco sono detenuti dalle banche di tre nazioni: Francia, Svizzera e Germania. In particolare l’ammontare che la Grecia deve alle banche francesi equivale al 3% del PIL francese. La Francia non si può permettere di mollare la presa, deve costringere la Grecia alla resa senza condizioni: per questo Sarkozy è stato inflessibile, il “Torquemada” del terzo millennio. Sa che se i Francesi finiscono sotto pressione, può saltare tutto, com’è successo innumerevoli volte nel passato di quel paese. Perciò la Grecia è diventata un mandarino di cui ciascuno pretende il suo spicchio. I difensori dell’ortodossia, essendo inclini, forse per indole, forse per pigrizia, a trascurare la storia sociale e l’economia politica in favore di alchimie contabili e regole inviolabili, sembrano credere che gli esseri umani siano astrazioni e che la loro sofferenza non conti poi tanto, che siano tutti colpevoli nella stessa misura, che debbano piegarsi senza obiezioni di fronte alla volontà delle autorità, che sono per definizione in buona fede e nel giusto. La credenza che l’autorità sia essenzialmente autorevole è un preconcetto che presumibilmente deriva da una certa forma mentis autoritaria e che non dipende da una percezione oggettiva delle cose. La storia umana dimostra, al contrario, che potere ed integrità morale raramente si coniugano armoniosamente. La stessa crisi economico-finanziaria del nostro tempo ne è l’esempio più eclatante.
I più grossi investitori si comportano con le nazioni come dei predatori nei confronti delle prede. Individuano l’animale più debole, lo separano dal branco, lo circondano, lo abbattono e lo spolpano. C’è un libro che descrive a meraviglia l’ethos di questa mostruosa categoria di esseri umani, s’intitola “Wolfen” di Whitley Strieber e sconsiglio di leggerlo a chi è impressionabile. Si comportano esattamente come degli psicopatici o sociopatici e forse alcuni di loro lo sono:
Altri sono probabilmente narcisisti:
Proprio l’impressionabilità, il timore di scoprire di essere una preda, impedisce a molti di affrontare l’evidenza dei fatti, preferendo bollare tutto quello che diverge dalle loro convinzioni come complottismi indegni della loro attenzione. Sospetto che, in parte, questa rimozione del reale sia dovuta ad un eccessivo amore del quieto vivere, che sfocia nell’angelismo e nella sindrome dei capponi di Renzo Tramaglino:
Per queste persone il fatto che il primo ministro britannico, a dispetto di tutto quel che è accaduto, abbia concesso alle banche fino al 2019 come termine ultimo per autodisciplinarsi (!!!) e che Barroso non abbia mostrato alcuna intenzione di regolare il settore creditizio (diversamente dall’entusiasmo con il quale ha avallato il programma di estradizioni illegali della Guerra al Terrore), non è indicativo di alcunché. Per i politici che ci governano non sono le banche ad essere infantilmente egoistiche nel non volersi accollare il rischio d’impresa, sono i popoli a comportarsi irresponsabilmente. Ci vogliono convincere che gli investitori bancari-finanziari hanno un diritto inalienabile a non subire perdite o comunque a pagare solo in minima parte per i loro errori ed imprudenze. Una situazione insostenibile, che sussiste unicamente perché la finanza è in grado di ricattare gli esecutivi di qualunque paese, Stati Uniti inclusi. In altre parole, le nostre democrazie sono ora, a tutti gli effetti, delle oligarchie in cui la volontà dei cittadini non è tenuta nel minimo conto, di fronte alle priorità dei tecnocrati e degli speculatori.

LO SPAURACCHIO DEL DEFAULT
I PIIGS saranno distrutti se non seguiranno le istruzioni?
Argentina
e Islanda se la stanno cavando molto meglio:
Invece, nonostante le ripetute promesse che l’austerità avrebbe ridotto il debito irlandese, esso è aumentato e lo spread è rimasto alto. I soldi spremuti dai portafogli degli Irlandesi sono entrati nelle tasche dei banchieri. E ogni volta si è detto alla gente: “questo sarà l’ultimo sacrificio!”. Fino alla successiva, immancabile ingiunzione. Alla fine le banche irlandesi che non dovevano fallire hanno chiuso i battenti comunque, ma a spese di tutti i contribuenti, non unicamente di chi si era assunto i rischi, incautamente. L’economia si è contratta lo stesso, la disoccupazione è salita lo stesso; in più l’Irlanda è stata costretta a prendere in prestito 50 miliardi di euro, un quarto del suo PIL annuale ed ora si trova oberata da un debito dieci volte più grande del necessario. E tutto questo solo per salvare speculatori scellerati che non hanno alcun tipo di legame con la nazione in cui operano, essendo operatori transnazionali e globali. I politici che hanno preso queste decisioni, anteponendo gli interessi delle banche e delle istituzioni internazionali a quelli dei cittadini che li hanno eletti e sottomettendo questi ultimi a condizioni di usura, non sono forse colpevoli di alto tradimento?
L’Argentina si è dichiarata insolvente (default) e lo stesso hanno fatto Russia, Islanda, Messico, India ed Ecuador. Le ultime notizie ce le davano come nazioni ancora esistenti. L’Islanda ha un tasso di disoccupazione del 7%, l’Irlanda del 14%. Una commissione per la ristrutturazione del debito dell’Ecuador ha stabilito che una sua grossa porzione era illegale ed immorale e così è stata cancellata. Cosa è accaduto all’Ecuador? È stato forse tagliato fuori dal mercato delle obbligazioni? Assolutamente no, perché gli investitori sono più felici di fare affari con una nazione risanata ed in crescita che con una strangolata da misure draconiane e sull’orlo di una rivoluzione o di una guerra civile. L’avidità degli speculatori prevale sulle considerazioni riguardanti l’onorabilità e la moralità.
Non sia mai però che la cosa possa sollecitare qualche riflessioni innovativa e controcorrente: troppi pezzi grossi traggono vantaggio dal fatto che le cose restino come sono. Molti sanno cosa è successo ad altre due nazioni che hanno imboccato la via del default. La Costa d’Avorio è ora in mano ad un uomo del FMI e della Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale:
I cieli del Pachistan sono invece controllati dai droni statunitensi:
In effetti, fare default può essere suicida, se non si hanno i mezzi per difendersi dall’imperialismo umanitario occidentale. In Libia una delle prime azioni del governo insurrezionale di Bengasi, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta contro Gheddafi (fallito colpo di stato), è stata l’istituzione della Banca Centrale di Bengasi. Anzi, interrogate gli abitanti dello Zambia a proposito dei risultati delle politiche imposte loro dal Fondo Monetario Internazionale: contrazione di un terzo della sua economia, debito esploso al 150% nel rapporto col PIL.
La Grecia deve fare un default perché tanto prima o poi dovrà farlo comunque e quindi è meglio che accada prima che le tasche dei Greci siano completamente prosciugate. Ma Germania e Francia stanno posticipando questo momento, nella speranza che le loro banche si ricapitalizzino e si preparino all’inevitabile impatto, oppure perché sanno che l’anno prossimo Israele farà quel che intende fare e quindi la Guerra Mondiale sistemerà le cose come successe nel 1939-1940, quando evitò agli Stati Uniti di ripiombare nel baratro della Depressione: