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martedì 24 gennaio 2012

L'Occidente rappresenta ormai la peggiore minaccia per il genere umano




Le sanzioni economiche e finanziarie esaminate, lungi dall’essere un’alternativa a scosse, di cui altri sollevano del resto la minaccia, conducono ad esse per gradi. Gli embarghi, ivi estendendosi e indurendosi, si approssimano ai blocchi. Ma i blocchi, nel diritto internazionale, sono già degli atti di guerra. E per non parlare della guerra dell’ombra, di certo guidata da altri, che già miete le sue vittime. Decisamente, l’ostinazione della diplomazia francese a perseguire un cammino di conseguenze incalcolabili e a invischiarvi i suoi partner evoca la formula di Mark Twain: “Per colui che non ha che un martello, tutto prende la forma di chiodi”.
François Nicoullaud, ex ambasciatore francese a Teheran, Le Monde, 16-11-2011

La Grecia importa il 25 per cento del suo petrolio dall'Iran, noi il 13,2%.
Italia e Grecia sono i massimi importatori europei di petrolio iraniano.
La Grecia ha chiesto all'Europa di non porre un embargo totale al petrolio iraniano.
Al contrario, il nostro ministro degli Esteri, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata (noto uomo del popolo), non ha trovato nulla di disdicevole. Secondo lui l’impatto sull’Italia sarà nullo:  
Una curiosa difformità di valutazioni tra governo greco e governo italiano.
Forse l’inevitabile rincaro del greggio non lo turba.

Perché si è imboccata la strada dell’embargo?
Nel più recente rapporto dell’AIEA – indicato da molti, tra i quali il suo stesso direttore generale, Yukiya Amano, come prova del fatto che l’Iran ha intrapreso la strada della costruzione della bomba atomica – si legge invece che tutto l’uranio iraniano è sotto controllo [“continues to verify the non-diversion of declared nuclear material”] e che non ci sono novità sostanziali:
Perché Amano mente così spudoratamente?
Da Limes (11 novembre 2011): “sono in molti a reputare che l’agenda dell’Aiea si sia spostata da una posizione prettamente scientifica e tecnologica verso una direzione più politicizzata e filoccidentale, perdendo l’approccio cauto e misurato che caratterizzava la gestione El Baradei. Pesa inoltre il ricordo di quando, in prospettiva dell’inizio delle ostilità irachene, l’amministrazione statunitense mentì volontariamente alla comunità internazionale sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Al contempo le cancellerie e gli esperti sono consapevoli del fatto che l'Aiea non abbia mezzi indipendenti per comprovare le informazioni, e soprattutto le disinformazioni, che riceve dalle nazioni consociate. El Baradei non ne faceva segreto e “vagliava” molto attentamente le rivelazioni altamente politicizzate sul dossier nucleare iraniano. […]. Scremato delle faziosità di parte e dato il giusto peso al fatto che lo stesso recente rapporto dell’Aiea ha riconosciuto che "la capacità dell'agenzia di comprendere le attività in Iran dopo la fine del 2003 è ridotta a causa delle informazioni limitate di cui dispone", si può dire che esso sia in realtà molto in linea con la National intelligence estimate (Nie) del novembre 2007, che affermava che Teheran aveva interrotto il suo programma nucleare militare nel 2003:
Altre intelligenti riflessioni sulla questione:

Leon Panetta (segretario alla difesa USA): “Il n. 1 del Pentagono e' convinto che Teheran abbia la capacità di costruire un ordigno atomico ma non ritiene che lo stia facendo, anche grazie alle sanzioni internazionali”.
Resta da capire perché dovrebbe continuare a non farlo, vista la persecuzione a cui è stato sottoposto:
“Gli iraniani andranno comunque avanti per la loro strada, perché il nucleare tocca le corde dell’orgoglio nazionale. I vertici di Teheran rivendicano il nucleare a scopo solo civili, ma ormai è una questione legata alla sicurezza, dopo la caduta di gheddafi in Libia l’atomica resta l’unico possibile deterrente contro possibili aggressioni”.
http://blog.panorama.it/mondo/2012/01/23/iran-embargo-petrolifero-contro-il-nucleare-o-per-un-cambio-di-regime-lanalisi/
Un punto di vista confermato dallo stesso Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele: “Probabilmente lo farei. Non m’illudo che [gli Iraniani] lo facciano [procedano con il programma nucleare] a causa di Israele. Si guardano attorno, vedono che l’India è una potenza nucleare, la Cina è una potenza nucleare, il Pachistan è una potenza nucleare, per non parlare dei Russi”.
Risposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele, a Charlie Rose (PBS), che gli aveva chiesto se non avrebbe voluto anche lui delle armi atomiche, se fosse stato un ministro del governo iraniano, 17 novembre 2011.
Gli ultimi tre direttori del Mossad hanno spiegato che se anche il programma atomico iraniano fosse di natura militare, non sarebbe un dramma:

Vorrei dunque capire come si giustifichi questo embargo e perché Italia e Grecia debbano stare zitti e muti e prenderselo nel sedere.
Tenuto conto delle conseguenze delle iniziative occidentali:
vorrei anche capire cos’altro devono fare le “democrazie” occidentali prima che le rispettive opinioni pubbliche si rendano conto di far parte di società guerrafondaie, imperialiste, una costante minaccia alla stabilità, alla pace, alla prosperità della specie umana. 

Abbiamo rinnegato tutto quello in cui credevamo, facciamo paura al resto del mondo, uccidiamo o lasciamo morire milioni di esseri umani per conservare il nostro stile di vita, accettiamo di chiamare democrazie degli oligopoli castali solo perché, finora, ci hanno mantenuto nel benessere a spese di tutti gli altri.  E ora siamo pronti a scatenare una Terza Guerra Mondiale.
Per il bene dell’umanità, mi auguro una nostra prossima, rapida e devastante sconfitta. Solo così potremo rinsavire e ricominciare, imparando dagli errori commessi.

domenica 1 gennaio 2012

Un mese di governo e Monti ha già bruciato buona parte del suo consenso




In trenta giorni di governo Monti ha perso il 18,1% del consenso. Ora solo poco più dell'11% degli Italiani è sicuro che "ci salverà dalla crisi". Il 30% circa non crede che lo farà/che ce la farà, una percentuale in crescita di quasi il 17%, nonostante il robustissimo ed incondizionato appoggio di quasi tutti i mezzi di informazione.
Non c’è da stupirsi che il discorso di Napolitano sia oggetto di attacchi su face book.
Quando un presidente della repubblica dice: "L'Italia può farcela" e poche ore dopo leggo: "Nel 2012 rincari per 2.103 euro a famiglia" (2mila euro!!!!!!!!!!!), l’unica reazione che mi viene è la ripulsa (la rabbia presuppone un interesse per il suo bersaglio).

Quello che sta accadendo in Italia e nel mondo è semplicemente disgustoso. 

giovedì 15 dicembre 2011

No all'abolizione delle province - L'esempio greco



Condivido punto per punto le considerazioni di Paolo Hutter (lettera a Repubblica, 15 dicembre 2011) sulla questione dell’ipotetica abolizione delle province italiane:
“La manovra del Governo conto le Province crea più problemi di quelli che risolve e si sta impantanando a causa delle sue inevitabili contraddizioni legislative e costituzionali. Ma come si fa a pensare di abolire un’istituzione storica come quella delle Province tramite un decreto economico? Per risparmiare pochi milioni, poi.
In tutti i paesi europei c’è un’istituzione geograficamente intermedia tra Regioni e Comuni e persino la Grecia per risparmiare “sui costi della politica” ha ridotto il numero delle Regioni, Province e Comuni tramite accorpamenti ma non si è sognata di abolirle. Le Province soffrono di mancanza di poteri e di altri mali, sono anche diventate un po’ troppe, ma sono mediamente la dimensione geografica ideale per politiche territoriali e ambientali moderne. E, comunque la si pensi in proposito, non si possono abolire né svuotare senza un confronto pacato, razionale ed approfondito, lontano da linciaggi”. 

giovedì 8 dicembre 2011

La Bomba ad Orologeria del Debito (Francia, Italia, Spagna)



Qualche buon’anima potrebbe ricordare al professor Monti quel che dovrebbe già sapere, ossia che senza crescita quel debito non si paga e che la sua manovra ci manderà in recessione, aggravando drammaticamente il problema?
Perché la sinistra osanna un neo-liberista (orgoglioso di esserlo!) ammiratore di Marchionne e della Gelmini? 
Non lo sanno ormai anche cani e porci che è stato il neo-liberismo a causare la crisi scoppiata nel 2008 e che perdura da ormai quasi 4 anni?
Chiedereste ad una volpe di governare un pollaio?
Ciascuno raccoglierà quel che ha seminato.

venerdì 25 novembre 2011

"È successo un quarantotto!" - La rivoluzione del 1848 e quella del 2012



Per l’anno scolastico 2011-2012, il tema prescelto per il “National History Day”, un programma di didattica storiografica che coinvolge mezzo milione di studenti americani e 30mila insegnanti, è “Revolution, Reaction, Reform in History”.

In precedenza, ho scritto: “Mi aspetto un 1848 su scala globale e molto ma molto più poderoso e sanguinoso. Una cosa senza precedenti, tipo un 1789 planetario”:
Ho poi scoperto che lo ritiene possibile anche un giornalista dell’Indipendent (che mi ha anticipato di alcuni giorni!):
Andreas Whittam Smith, “Western nations are now ripe for devolution”, The Independent, 20 October 2011

Meglio dunque dare un’occhiata a questo famoso ’48.
Il “48” fu caratterizzato da malcontento popolare, irrequietudine, frustrazione, forte volontà di cambiare le cose, insofferenza e risentimento nei confronti di chi esercitava il potere economico e politico, defezioni tra i membri delle classi dominanti, crisi economico-finanziaria, crescenti disparità sociali, uso della forza da parte del governo per bloccare le proteste. Gli ingredienti ci sono già tutti.
Il 1848 fu transnazionale (Italia, Germania, Francia, Danimarca, Romania) e globale: gli attivisti neri per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti inviarono denaro ai rivoluzionari tedeschi, alcuni tra i quali, una volta sconfitti e trasferitisi negli Stati Uniti, ingrossarono le file degli abolizionisti, per gratitudine e per principio. Disoccupazione e carestia spinsero contadini, operai e classe media a fare causa comune. 
Il 48 scoppiò in primavera (“la primavera dei popoli”), già in estate (“l’estate rossa”) si verificò una scissione tra radicali socialisti e moderati liberali (come al tempo della Rivoluzione Francese: Mirabeau contro Robespierre), che all’Est si sommò ai dissidi interetnici. Queste divisioni indebolirono il movimento e vennero sfruttate dalla Reazione. In autunno ci fu un ritorno di fiamma del movimento rivoluzionario (”Estate Indiana”, specialmente in Italia e Germania meridionale), ma i potenti passarono al contrattacco: la contro-rivoluzione si concentrò sulla soppressione delle insurrezioni in Germania e Italia ed sulla guerra contro l’Ungheria, nel 1849. Alla fine, la Seconda Repubblica si convertì nel Secondo Impero (al tempo della Rivoluzione Francese: Direttorio e Napoleone Bonaparte). Nel 1851 gli Ungheresi si arresero.
Quasi ogni fase della rivoluzione fu preannunciata da eventi parigini, amplificati dal telegrafo, dal trasporto su rotaia e su nave a vapore, come un contagio. Ma, contemporaneamente, i rivoluzionari in fuga da Italia e Germania influenzarono le dinamiche rivoluzionarie francesi. Già allora, fatte le debite proporzioni, vi era un’interazione paragonabile a quella dell’era digitale: le istanze locali si riconoscevano in uno spirito comune, paneuropeo, solidale.
Il 1848 fallì perché il libertarismo nazionalista (che è prima di tutto conservatore) ebbe la meglio sulle rivendicazioni sociali e democratiche. Tuttavia, da quel momento, i regimi non-costituzionali furono costretti a mettersi sulla difensiva e rimasero isolati. La popolazione europea non era più disposta a rinunciare a certi diritti che ormai considerava fondamentali ed alla democrazia parlamentare che se ne doveva fare garante.

Nel 2012, Egitto, Grecia, Italia, Spagna e Francia saranno presumibilmente i paesi in cui l’impatto della crisi economica si farà sentire più pesantemente, almeno inizialmente, e quelle a maggior rischio di esplosione sociale proto-rivoluzionaria. Poi arriverà il momento del mondo anglo-americano, e saranno gli scossoni di un elefante. A quel punto l’Unione Europea come la si intende oggi e come la intendevano i suoi fondatori sarà un ricordo del passato. Tutto questo potrebbe essere evitato con la remissione dei debiti, ma non succederà mai: l’avidità di alcuni è senza limiti ed ogni rivoluzione offre l’opportunità di istituire nuovo ordini sociopolitici, a volte più autoritari di prima, se il terrore rivoluzionario ha sgomentato a sufficienza la popolazione. Non è improbabile che una svolta rivoluzionaria sia già stata prevista e programmata. Non è però chiaro come chi sta in alto possa sentirsi certo di poterla cavalcare, su un pianeta in subbuglio climatico e tettonico.

All’inizio del 1848 nessuno si aspettava che la rivoluzione fosse imminente, ma le precondizioni c’erano tutte. Oggi siamo in frangenti paragonabili a quelli del 1848. Negli ultimi 25 anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto stabilmente, la tendenza alla sperequazione si è diffusa come un contagio, a partire dagli Stati Uniti di Reagan e dal Regno Unito della Thatcher. Un recente studio dell’OCSE indica che persino Danimarca, Svezia e Germania sono state contagiate dal virus delle disparità. Oggi, nelle nazioni occidentali, il reddito medio della fascia più ricca (10%) della popolazione è nove volte superiore a quello del 10% più povero. I dirigenti in molti casi guadagnano 200 volte più dei loro dipendenti. Nessuna società può sopravvivere quando si trova alle prese con tali squilibri di remunerazione e tenore di vita, per di più in un contesto di incessante recessione, crescente disoccupazione, estrema difficoltà a trovare un primo impiego dignitoso, aumento dell’inflazione, contrazione dei salari, incremento del costo degli affitti e dei mutui. Non è certo per caso che il denominatore comune delle proteste degli indignati e degli occupanti di tutto il mondo è la rivendicazione di un sistema più equo, più rispettoso della dignità umana del 99%, contro l’avidità e la corruzione del 1%.
Anche le rivoluzioni del 1848 iniziarono in modo confuso, casuale, disorganizzato, guidate da intellettuali che non avevano alcuna esperienza politica e non erano uomini d’azione. La forza della spinta popolare si rafforzò a causa delle incertezze e delle repressioni dei governi ed il movimento si auto-organizzò spontaneamente, perché vi era l’esigenza di farlo.

FONTI:
Wolfgang Mommsen, 1848, die ungewollte Revolution: Die revolutionaren Bewegungen in Europa 1830-1849, Frankfurt/M.: Fischer Taschenbuch Verlag, 1998.
Mike Rapport, 1848: Year of the Revolution, New York: Basic Books, 2009.
Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.

sabato 12 novembre 2011

L'Accordo di Bruxelles, la nave che affonda, l'orchestra che suona





La necessità è l’alibi del tiranno


Affossare le banche o le nazioni?

Al momento la prospettiva sembra essere quella di prosciugare il risparmio privato per salvare un sistema che è già un malato terminale. In pratica una redistribuzione delle ricchezze inversa a quella di Robin Hood: dai molti ai pochi, dai meno benestanti ai molto benestanti. Molti politici e finanzieri sono consapevolmente complici in questa impresa truffaldina. Altri sono dei conformisti che non hanno esaminato la situazione in modo approfondito, specialmente in una prospettiva storica e di economia politica. La conoscenza protegge, l’ignoranza espone ad ogni sorta di pericoli. Per questo è bene educare se stessi, continuativamente. 

Qualche mese fa la Dexia (una grossa banca franco-belga già salvata una volta) aveva superato brillantemente il nuovo stress test, più severo di quello precedente che aveva fatto passare le banche irlandesi, poi collassate.
è stato poi necessario salvare la Dexia con capitali pubblici.

"A stilare la pagella di Dexia a luglio sono stati Eba, Bce e Ue. I grandi censori che da un paio di anni bacchettano Atene per aver sbagliato a calcolare i suoi dati di bilancio. E che in questi giorni, con buona pace dei mercati, stanno lavorando alacremente per mettere a punto l'attesissima fase due dei nuovi stress test".


La Dexia, pur messa male, era messa meglio di: BBVA, La Caixa , Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Bankia e Unicredit.

La sorte della Dexia fa presagire il collasso finale del settore bancario europeo.
L’eurozona è la più grande economia del mondo. Questa è una crisi sistemica che minaccia l’economia globale. Se si arriva ad un crollo (il che è ormai quasi certo) la Germania dovrà dotarsi di una nuova valuta che la spingerà verso la recessione, e con essa il resto del mondo.
Allora gli eurocrati hanno proposta una scelta particolarmente appetibile, chiamata Accordo di Bruxelles: o vi sparate in testa oppure qui c’è il plotone di esecuzione. Per garantirsi, sono arrivate le nomine di Draghi (ex Goldman Sachs), Monti (ex Goldman Sachs), Papademos (ex vicepresidente BCE). L’ansia irritata dimostrata dalle autorità europee indica che sono perfettamente consapevoli che il treno si sta avvicinando rapidamente. Ciò nonostante, l’accordo peggiorerà le cose, invece di migliorarle.
L’Accordo di Bruxelles prevede tre cose: la risurrezione della Grecia, il salvataggio delle banche dell’eurozona, il salvataggio dell’Italia e della Spagna (per bloccare il declino della Francia).

1. RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE: la somma allocata è drammaticamente inadeguata rispetto all’obiettivo di raggiungere una capitalizzazione pari ad un rapporto del 9% rispetto alla loro esposizione. Per farcela le banche ridurranno la liquidità sui mercati proprio quando l’eurozona lotta per evitare la recessione.  Qualunque capitale pubblico che si rendesse necessario si aggiungerebbe al già enorme fardello dei debiti pubblici dell’eurozona.

Sta già succedendo:


2. RIPORTARE IN VITA LA GRECIA: si è deciso di tagliare 100 miliardi di euro di debito greco. 30 di questi verranno comunque dalle privatizzazioni (è rimasto ancora qualcosa da privatizzare?) e da ulteriori prestiti erogati dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria. Perciò in realtà il “condono” ammonta a 70 miliardi di euro (-19%). Insomma il debito totale sarà ridotto a 310 miliardi, mentre il PIL greco sarà sceso a 206 miliardi nel 2012. In cambio l’ulteriore appesantimento delle misure di austerità faranno in modo che l’economia greca continui a precipitare in caduta libera. Si tratta di un suicidio. Bene ha fatto Papandreu ad invocare un referendum popolare. L’Accordo di Bruxelles, oltre a dare il colpo di grazia alla Grecia, distruggerà anche la credibilità delle istituzioni europee.

3. EVITARE CHE ITALIA E SPAGNA ESCANO DAL MERCATO DELLE OBBLIGAZIONI: La Germania si è rifiutata di permettere alla BCE di fare come la Federal Reserve, stampando euro a più non posso per fornire liquidità a chiunque ne abbia bisogno, ritenendo che le conseguenze a lungo termine di una tale politica possono essere catastrofiche (potrebbero avere ragione). Tuttavia, a questo punto, il FESF dovrebbe usare 240 miliardi per garantire un buco da 3000 miliardi. Nessun investitore potrebbe prendere sul serio una garanzia del genere e lo dimostrano gli andamenti degli spread italiani e spagnoli. L’Accordo di Bruxelles rappresenta l’ammissione più lampante del fatto che l’Europa non è in grado di aiutare i due paesi. La richiesta di soccorso rivolta all’FMI e alla Cina certificano ulteriormente il fallimento.

In conclusione, gli eurocrati che governeranno Italia e Grecia in questa fase sono dei becchini, non dei salvatori.

FONTE: Yanis Varoufakis, Docente di economia politica all’Università di Atene.

Si veda anche il parere di un premio Nobel per l'Economia:
http://www.soldi-web.com/news-1/protagonisti/rogoff-laccordo-di-bruxelles-e-un-bluff
Il che  conferma le mie previsioni:


Argentina - un esempio da seguire




“Sotto le amministrazioni Kirchner, l’Argentina ha raggiunto la crescita più rapida crescita nell’occidente dopo il default. Europa, stai ascoltando?
Cristina Fernandez de Kirchner dovrebbe essere rieletta presidentessa dell’Argentina nelle elezioni di domenica, anche se ha dovuto affrontare l’ostilità dei media per lunga parte della sua presidenza e di molte potenze economiche della nazione. Può essere il momento di chiederci perché ciò è accaduto.
Esatto, si parla di economia. Da quando nove anni fa l’Argentina andò in default sul suo debito di 95 miliardi di dollari ignorando il Fondo Monetario Internazionale, l’economia è andata davvero bene. Negli anni dal 2002 al 2011, usando le proiezioni del FMI per la fine di quest’anno, l’Argentina ha conseguita una crescita reale del PIL pari al 94%. Si tratta della crescita economica più rapida dell’emisfero occidentale, circa il doppio del Brasile, ad esempio, che ha comunque migliorato enormemente la sua prestazione. Visto che il presidente Fernandez o suo marito Nestor Kirchner, che l’ha preceduta nella carica, hanno guidati il paese per otto di questi nove anni, non è sorprendente che gli elettori la confermino per un altro mandato.
I benefici della crescita non sempre trapelano, ma in questo caso il governo argentino ha reso la cosa possibile. La povertà e l’estrema povertà sono state ridotte di circa due terzi dal picco del 2002, e l’occupazione è incrementata a livelli senza precedenti. La spesa sociale da parte del governo è quasi triplicati in valori reali. Nel 2009 il governo ha implementato un programma di fondi destinati ai bambini che ora raggiunge più di 3,5 milioni di famiglie. È probabilmente il più grande di questi programmi, valutando il reddito nazionale, dell’America Latina.
Anche la disuguaglianza è stata significativamente ridotta in Argentina durante questa espansione degna di nota. Ciò contrasta con quello che avviene nella gran parte delle altre economie in rapida crescita (e in alcune di quelle a crescita lenta, come gli Stati Uniti), dove la disuguaglianza è cresciuta nell’ultimo decennio. Nel 2001 gli argentini del 95esimo percentile della distribuzione del reddito avevano una quota di reddito pari a 32 volte quella di quelli che erano nel quinto percentile. Alla fine dello scorso anno questo rapporto era sceso di quasi la metà, portandosi a 17.
Posso già immaginarmi i commenti che ci saranno a questo articolo: bisognerebbe gridare per il tasso di inflazione dell’Argentina che, secondo alcune stime private, in questo momento è compreso tra il 20 e il 25%. Certo, è troppo, e probabilmente verrà abbassato nei mesi e negli anni a venire (è stata molto più basso per molto tempo negli ultimi nove anni). Ma è importante ricordare che è il reddito reale (aggiustato all’inflazione) e l’occupazione, così come la distribuzione dei redditi, che determina il livello di vita di una popolazione. Se l’inflazione è alta ma il reddito cresce più velocemente dell’inflazione, si sta meglio rispetto a un’inflazione più bassa e a un reddito che non ne tiene il passo, e ancora di più rispetto a non avere un lavoro.
L’esperienza argentina negli ultimi nove anni ha importanti implicazione per come valutiamo le politiche economiche, specialmente riguardo certi miti che vengono correntemente usati per giustificare la triste performance economica degli Stati Uniti, di gran parte dell’Europa e di altre nazioni dopo la crisi economica del 2008-2009 e la recessione planetaria. Una teoria recentemente diffusa dall’ex economista del FMI Ken Rogoff e da Carmen Reinhart ritiene che le recessioni causate dalle crisi finanziarie debbano essere seguite da recuperi lenti e dolorosi. Ciò viene comunemente riportato nelle informazioni economiche ed è servito come scusa ai governi incompetenti o ai detentori di interessi personali (vi suona nuovo?) per evitare la responsabilità di aver favorito anni di alta occupazione e di stagnazione economica.
L’Argentina, comunque, ha fornito una bruciante refutazione di questa teoria. La crisi finanziaria argentina alla fine del 2001, e nel 2002, è stata la madre di tutte le crisi finanziarie. Il sistema bancario è praticamente collassato. Ma dopo che l’Argentina ha fatto default suo debito alla fine del 2001, c’è stato solo un quadrimestre di contrazione economica prima che l’economia si avviasse verso una ripresa notevole. Nel giro di tre anni il paese era di nuovo ai livelli pre-recessione del reddito nazionale.
Se guardiamo le economie più deboli dell’eurozona (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda), ad esempio, è difficile capire quando potranno ritornare a livelli normali di occupazione, specialmente se continueranno a seguire le politiche pro-cicliche richieste dalle autorità europee (la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il FMI). L’Argentina ha ricuperato rapidamente perché si è liberata non solo di un peso del debito insostenibile, ma anche dalle politiche distruttive imposte da creditori e alleati. La Grecia, in particolare, la cui economia si sta stringendo al tasso annuale del 5% mentre si attende che le autorità europee ristrutturino il suo debito, dovrebbe considerare che potrebbe essere meglio seguire la strada argentina. Per l’Argentina ha funzionato di sicuro”.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

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“Si ritiene che la Grecia, che ha seguito politiche analoghe a quelle adottate dall’Argentina durante la recessione del 1998-2002, necessiterà di oltre 9 anni per tornare ai livelli di PIL precedenti alla crisi. La disoccupazione che attualmente è al 16 per cento, potrebbe richiedere ancora più tempo per tornare a livelli normali….La situazione nelle altre economie dell’eurozona è paragonabile a quella greca, sebbene non così terribile. […]. Il tentativo di sistemare le cose in Europa attraverso una “svalutazione interna” [leggi: povertà, NdR] si sta dimostrando un disastro paragonabile a quello argentino della recessione del 1998-2002. Il più grave rischio del presente è che insistendo con questi errori strategici si spingerà l’Italia sulla stessa china della Grecia. Il rapporto debito-Pil della Grecia quando sottoscrisse il primo accordo con il FMI nel maggio dell’anno scorso era 115%, ci si attende un 190% l’anno prossimo…le prospettive di crescita dell’Italia si sono ridotte significativamente negli ultimi sei mesi a causa delle misure di austerità da 54 miliardi di euro adottate dal governo sotto la pressione delle autorità europee, alias la “troika” (Commissione Europea, BCE, FMI). Il che indica la possibilità che l’Italia segua la sorte della Grecia, con obiettivi di riduzione del deficit sempre più improbabili da raggiungere a causa di un gettito fiscale in costante calo, al quale le autorità rispondono con ulteriori misure di “consolidamento fiscale” (Leggi: riduzione dei risparmi privati, NdR), in una spirale discendente  (circolo vizioso) di redditi in calo, maggiori rendimenti attesi da titoli di debito a rischio e quindi più elevati tassi di interesse sulle obbligazioni del paese. […]. Ogni singolo governo sottoposto a questo processo dovrebbe considerare come una possibile soluzione alternativa quella argentina, che prevede un default sufficientemente ampio da ridurre il peso del debito pubblico a livelli più sostenibili. Nella situazione in cui versa la Grecia, per esempio, ciò potrebbe essere preferibile alla rotta tenuta fin qui, anche se ciò dovesse comportare l’uscita dall’euro.
L’esperienza argentina mette in discussione il diffuso mito secondo cui la recessione provocata dalle crisi finanziarie implica un percorso di ripresa lento e doloroso. La crisi finanziaria e crollo dell’Argentina non sono stati meno drammatici di quelli di quasi ogni altro paese degli ultimi decenni; eppure ci è voluto solo un quadrimestre dopo il default per ricollocarsi sulla strada di una ripresa rapida e consolidata. Questo non solo in virtù della svalutazione e di migliori politiche macroeconomiche, ma perché il default emancipò il paese da una servitù del debito che lo azzoppava e da politiche pro-cicliche [in un contesto congiunturale sfavorevole, NdR] imposte dai creditori.  Queste politiche, assieme all’ultra-conservatorismo delle banche centrali come l’attuale BCE, sono le principali responsabili del rallentamento del risanamento dopo le crisi finanziarie. Il governo argentino ha dimostrato che questo cupo scenario è solo uno dei possibili esiti e che una rapida ripresa nell’ambito della produzione, dell’impiego, della riduzione della povertà e delle disuguaglianze è un percorso alternativo perfettamente praticabile”.
Mark Weisbrot & Rebecca Ray & Juan Montecino & Sara Kozameh, Oct. 2011. "The Argentine Success Story and its Implications," CEPR Reports and Issue Briefs 2011-21, Center for Economic and Policy Research (CEPR).

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La presidente rieletta domenica con il 54% dei voti, il secondo si è fermato al 17%. I ceti poveri ma anche la classe media, la comunità dello spettacolo, gli intellettuali, i giovani: cosa c'è dietro il «cristinismo»
“BUENOS AIRES. La Piazza di Maggio, cuore della vita politica argentina, si è di nuovo riempita nella notte di domenica e fino all'alba di ieri. Cristina Fernández de Kirchner stava celebrando la maggior vittoria in un'elezione presidenziale dal ritorno della democrazia nell'83, con il 54% dei voti, che la catapultava a un secondo mandato per i prossimi 4 anni.
Più ancora che la conferma del kirchnerismo, sorto nel 2003 con la vittoria di Néstor Kirchner, il voto di domenica ha fatto emergere in Argentina il «cristinismo». La morte e resurrezione politica della presidenta sembra avviare una nuova fase. A 37 punti di distanza, 17%, si ritrova il secondo arrivato, il governatore della provincia di Santa Fe Hermes Binner (socialista di centro-sinistra) e ancora più indietro, 11%, Ricardo Alfonsín, centrista della Unión civica radical, figlio dell'ex-presidente Raúl ('83-'89). Spazzati via dalla scena politica due protagonisti degli ultimi decenni: Eduardo Duhalde (peronista di destra), 6%, e Elisa Carrió (una mistica di destra),1.8%.
Una delle chiavi che danno il senso a questo fenomeno è che la Piazza di Maggio scoppiava l'altra notte di giovani e di ragazzi, un settore sociale che fino a pochi anni fa guardava alla politica con sospetto e disprezzo, che ora levava bandiere con su scritto «Cris-pasión» e ha fatto la sua clamorosa apparizione quando morì improvvisamente Néstor Kirchner il 27 ottobre dell'anno scorso. Allora centinaia di migliaia di muchachos si riversarono nelle strade per lo sconcerto degli anti-kirchneristi e anti-peronisti che mai si sarebbero aspettati una cosa simile.
La presidente peronista di centro-sinistra con il voto di domenica ha ripreso anche il controllo assoluto del parlamento. Secondo le proiezioni, alla Camera, dove era in netta minoranza e si rinnovava la metà dei deputati, il kirchnerismo doc tocca i 117 seggi, 135 con gli alleati, sopra la maggioranza assoluta (129). Al senato, rinnovato per un terzo, il Frente para la victoria di Cristina insieme agli alleati arriva a 38 seggi sul totale di 72.
Un altro dato fondamentale nella vittoria di domenica è il sostegno compatto dei ceti più bassi. Per quanto tradizionalmente peronista, il voto dei poveri si è riversato su Cristina in misura ancor più massiccia delle altre volte e ha toccato percentuali pazzesche nella Gran Buenos Aires e nelle province del nord (le più povere). Sono gli effetti combinati di una crescita economica complessiva che ha dato lavoro a settori emarginati dalla vita sociale e di programmi d'intervento come l'assegnazione di 47 euro mensili per figlio a tutti e la fornitura di computer gratis per gli studenti delle scuole secondarie pubbliche.
Non solo. La comunità artistica e intellettuali prestigiosi hanno avuto un ruolo essenziale nella sopravvivenza politica di Cristina e Néstor Kirchner nel 2008 e 2009, gli anni più duri dello scontro con gli agrari e della guerra senza quartiere mossa dai grandi media (il Clarín arrivò a prevedere che Cristina non sarebbe arrivata a concludere il mandato). Allora un fronte di attori famosi, cantanti, pittori e docenti universitari scese in campo in difesa delle politiche del governo. Ma questa volta la presidenta ha sfondato anche nella classe media. Come provato dalla vittoria perfino nella città di Buenos Aires, sempre difficile per il peronismo, a Santa Fe e Córdoba.
Ora però il «cristinismo» si ritrova di fronte a molte e non facili sfide. Nel campo dei servizi pubblici, i Kirchner hanno rinazionalizzato qualche impresa (acqua, poste, linee aeree) e hanno messo in piedi un colossale sistema di sussidi a imprese private (elettricità, gas, trasporti) su cui i controlli sono scarsi. Sussidi che distorcono l'economia e che risultano vantaggiosi non solo per i bassi redditi ma anche per chi potrebbe pagare di più. Per quanto a Buenos Aires comprare abbigliamento può costare quanto a New York, un biglietto del metrò costa 0.19 centesimi di euro, la luce per una famiglia di classe media può non costare più di 10 euro a bimestre...
Sul piano economico ma anche simbolico uno dei momenti-chiave sarà quando la giustizia decreterà l'applicazione della legge anti-monopolio sui media, bloccata dai ricorsi di Clarín: la vendita obbligata di quell'immenso conglomerato che conta più di 200 canali via cavo e giornali nel paese promette si essere traumatico”.
Sebastian Lacunza
25.10.2011