mercoledì 28 dicembre 2011

L'imperialismo umanitario e la resistenza hoferiana (ieri e oggi)





Anche l’anti-hoferismo ha i suoi scheletri nell’armadio e può servire, a suo modo, ad impedire l’affermazione in Alto Adige di una cultura sinceramente democratica.

Albert Camus osservava molto acutamente che “il male che c’è nel mondo deriva sempre dall’ignoranza, e le buone intenzioni possono fare altrettanto danno della malevolenza, se mancano di discernimento”. Nei piani napoleonici c’erano ben poche buone intenzioni e molto cinismo amorale (machiavellismo) e, anche laddove, tra gli amministratori dei suoi domini, c’era sincero idealismo, non era certo immune da una feroce intransigenza robespierriana, che trovava il suo equivalente nel fanatismo reazionario dell’integralismo cattolico.
Non c’è nulla di più sanguinario di queste due patologie della coscienza – l’amoralità e l’intransigenza –, che hanno una radice comune nel narcisismo, nell’esaltazione del proprio ego e della propria prospettiva sul mondo. Dopo il declino del cristianesimo e la fine del comunismo, l’umanitarismo è la nuova crociata redentrice (Brauman, 2009). Mentre sarebbe sbagliato non intervenire, è altrettanto sbagliato intervenire con tutto il proprio peso: sarebbe meglio intervenire un po’, con moderazione e rispetto, perché, come sottolinea Tzvetan Todorov nell’introduzione al libro: “il diritto o la morale non sostenuti dalla forza rischiano di essere impotenti, ma la forza senza diritto e senza morale conduce al crimine”. 
Il parallelo tra un Terzo Mondo immaginato come una landa desolata, popolata da eterne vittime bisognose di incessante soccorso ed un’analoga percezione degli ambienti alpini è del tutto legittimo (Arnoldi, 2009). 
Come oggi si esporta la democrazia ed il benessere, così, ai tempi di Andreas Hofer, le baionette franco-bavaresi imponevano il diritto napoleonico e la medicina moderna sollecitati dal medesimo impulso che anima l’umanitarismo contemporaneo, quello della legge dei gas perfetti: un’espansione infinita se non ci sono forze che la limitano. Andreas Hofer fu il catalizzatore di quelle forze. Possiamo discutere della bontà dei suoi valori e dei più vasti disegni politici che lo coinvolsero, forse a sua insaputa, ma dobbiamo prendere atto del fatto che tutti noi, come i franco-bavaresi di un tempo, siamo abituati a pensare che la violenza è sempre quella altrui, perché noi siamo democratici, civili ed umanitari e gli altri o non lo sono, o lo sono sensibilmente di meno
Crediamo che la nostra violenza redentrice sia un male minore, che in fondo è un bene, e quindi si giustifica da sé, ma il diritto non coincide sempre con la giustizia e l’umanitarismo può degradare l’umanitario, allo stesso modo in cui il moralismo è una perversione della morale
I detrattori dell’hoferismo e del napoleonismo a volte incappano nella trappola cognitiva di pensare che ogni critica ad una causa giusta (la loro) sia ingiustificata e dietrologica. L’umanitarismo (come la lotta per l’autodeterminazione e contro gli invasori) elimina i dubbi e gli scrupoli, scredita le critiche e divide il mondo gerarchicamente tra vittime e carnefici, vittime e soccorritori, trasformandosi in un modo di leggere (erroneamente) il mondo (Brauman, 2009). Quello attuale, e quello di chi combatteva Hofer, è un messianismo laico, l’ennesimo mito che ci permette di condensare una pluralità di significati complessi in un codice binario.
Le armate napoleoniche, come quelle della NATO, non praticavano forse il “cannibalismo umanitario” tipico dell’orco filantropico, come l’ha chiamato Octavio Paz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1990? 
Vi liberiamo, vi soccorriamo, vi emancipiamo dai vostri vizi: abbiamo bisogno di un contingente di vittime per continuare a sentirci dei salvatori. L’ingerenza “umanitaria” diventa allora un dovere (dobbiamo farlo), un diritto (possiamo farlo) ed un vizio (non possiamo non farlo). Si scambiano le intenzioni per i risultati, ci si munisce di una falsa coscienza compiaciuta, si pontifica, prigionieri del proprio gioco di specchi. In questo modo, a causa di questa ideologia redentrice, la meravigliosa conquista dei diritti umani, nel diciannovesimo secolo come nel ventunesimo secolo, può fungere da vettore di guerra, oppressione ed iniquità, per strappare i barbari alla loro barbarie.
La sofferenza patita e la giustezza della causa conferisce l’immunità morale alla propria fazione. Gli uni e gli altri, francobavaresi ed hoferiani, volevano salvare il Tirolo, per cambiarlo oppure per conservarlo eternamente. Non era un Tirolo realmente esistente, ma una costruzione della loro mente, un ideale da difendere ad ogni costo, che fungeva per gli uni e per gli altri come valvola di sfogo di angosce esistenziali, reazione all’anomia, all’insoddisfazione ed al bisogno di autostima, ma anche come pretesto per imporre il proprio ego e le proprie proferenze ed esigenze.
L’umanitarismo produce perversioni anche tra chi ne beneficia, come il vittimismo. Il vittimismo partorisce la vittimologia e la vittimocrazia: in Alto Adige gli imprenditori etnici amano presentarsi come rappresentanti di un popolo vittimizzato, in un mondo in cui l’ideologia umanitarista esige che si intervenga in favore delle vittime e moltiplica le vittime per potersi sostenere. L’esito è profondamente anti-umano, oltre che anti-umanitario, perché perpetua l’immagine dicotomica delle vittime e dei carnefici, dominati e dominatori e tiene bene in vista la prospettiva del capro espiatorio e della violenza indiscriminata: “qualcuno deve pagare per tutto quel che abbiamo dovuto subire!”. Altro che grandi ideali: è contabilità spicciola. Dall’una e dall’altra parte.
La convivenza si costruisce sulla capacità di ascoltare l’altro e di imparare da lui, non certo sulla presunzione di auto-sufficienza e sulle brame messianiche. Altrimenti la valutazione obiettiva della realtà lascia il posto alle monocolture della mente, che elidono la diversità e fanno presentire una drammatica mancanza di alternative che in realtà non esiste e non esisterà mai, laddove la necessità è l’alibi del tiranno.
Ogni identità è una relazione, ossia un’interdipendenza. Non si protegge un’identità separandosi dagli altri o stabilendo dall’alto come questa vada tutelata: così facendo la si condanna a morte. Alla mancanza di riconoscimento dell’altro corrisponde una percezione deficitaria di noi stessi ed una concezione strumentale della politica: le persone sono mezzi in vista di un fine, la realtà è argilla da modellare a nostro piacimento, finché non assume i contorni da noi desiderati. Come se fosse possibile cambiare l’altro senza cambiare anche noi stessi
Il vero cambiamento parte da noi stessi, da un auto-esame, dal mettersi in discussione, da una revisione delle nostre relazioni con gli altri. È patologicamente narcisistico pretendere che gli altri debbano cambiare per venire incontro alle nostre esigenze ed arrivare così a vivere la vita che desideriamo per noi, o separarsi dagli altri pur di averle sempre vinte. Purtroppo questo genere di desiderio trova un terreno fertile in una società del consumo e dell’edonismo, che ci instilla deliri di onnipotenza, insegnandoci ad espandere ininterrottamente le nostre brame, a credere che possiamo e dobbiamo mirare ad una sorta di onnipotenza ed autarchia, che è giusto e doveroso superare la nostra naturale condizione di incompiutezza, di carenza strutturale: “l’uomo che non deve chiedere mai”, “il lusso è un diritto”, “perché io valgo”, “tutto intorno a te” ed altre fesserie sensazionalistiche, emotive e manipolatorie all’origine della pandemia depressiva del mondo occidentale. 
Si chiama hybris ed è l’indisponibilità a riconoscere che abbiamo dei limiti e che questi limiti non sono ostacoli che dobbiamo cercare freneticamene ed ossessivamente di superare ma rappresentano i diritti di cui sono titolari gli altri esseri viventi che popolano questo pianeta, che non sono nostre appendici, continuazioni di noi stessi, non sono terre di conquista su cui allungare le mani, non sono alterità da cancellare perché scomode, sconvenienti, irritanti
Per questo il patriottismo, l’orgoglio etnico, l’umanitarismo (quando è "civilizzatore"), quasi senza eccezioni, sono il volgare sentimentalismo di chi crede di prendersi cura di qualcosa che è al di fuori di se stesso, ma in realtà sta proiettando all’esterno il suo amor proprio: i successi ed i patimenti della patria, della comunità, della civiltà sono prima di tutti i suoi ed è questo che lo gratifica o lo affligge. Ogni ingiuria alla patria è un’occasione per sentirsi protagonista di un melodramma cosmico che soddisfa le sue fantasie di grandezza. Se la patria non è sufficiente ci sarà la classe, la fede religiosa, la civiltà, ecc. L’amor patrio, come l’amore per l’umanità, è la menzogna di chi non vuole confessare il proprio narcisismo e lo trasla su una collettività, per mimetizzarlo. Lo aveva capito perfettamente don Lorenzo Milani che, nel 1966 (Gesualdi, 1975), scrive ad una studentessa napoletana:

Non si possono amare tutti gli uomini...Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio. E siccome l'esperienza ci dice che all'uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più... Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.

Sulla scia di Paolo di Tarso, che scriveva (1 corinzi 13, 3-7: 3):

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.

Hofer contro Napoleone




Per Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, “l’idealismo di Andreas Hofer è un esempio sublime che ha segnato la storia della nostra terra”. Quello di Hofer è un esempio “anche per le future generazioni che non debbono mai scordare né l’ottimismo nell’impegno quotidiano a difesa degli ideali e dell’Heimat, né il coraggio della fede che deve restare un riferimento chiaro e incancellabile della cultura cristiana di questa nostra terra” (“Schützen e Svp più vicini: è il «miracolo» della Heimat”, Alto Adige, 20 febbraio 2006). Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, ha dichiarato che: “Andreas Hofer è un mio eroe fin da quando ero bambino” (“Anche il sindaco di Bolzano commemora Hofer”, Alto Adige, 20 febbraio 2011).
La beatificazione laica della quale è stato oggetto Andreas Hofer, “Eroe della Fede” e Guglielmo Tell-Braveheart tirolese, nel corso delle celebrazioni per il bicentenario dell’insurrezione da lui guidata, ha sollevato delle perplessità. Stiamo infatti parlando di un capopopolo con il vizio del bere che si oppose valorosamente all’imperialismo napoleonico, pur sapendo che Vienna l’aveva ormai abbandonato al suo destino. La sua rivolta di popolo – al grido di Dio, Patria e Famiglia – doveva però fungere da baluardo contro l’avanzare dell’idea di diritti civili, per gli individui, per le donne, per i bambini e per le minoranze religiose ed etniche (Ebrei, Protestanti, Karrner, Rom e Sinti, ecc.), e poi del diritto internazionale, della separazione tra Stato e Chiesa, dello smantellamento del monopolio delle corporazioni, dell’obbligatorietà delle vaccinazioni antivaiolose, ecc. Gli obiettivi dei patrioti tirolesi erano tanto angusti quanto le valli dalle quali provenivano, ma gli obiettivi dell’imperialismo umanitario e civilizzatore franco-bavarese non erano meno rovinosi. È qui che vanno trovate le radici dell’attuale impasse.
A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.
Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù ad intercedere tra il credere e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch”
La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu anche un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare come un burattino quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Cole, 2000).

Fin dalle prime battute le manifestazioni sono organizzate secondo i canoni dei processi di nazionalizzazione delle masse. Nel nostro caso si tratta della nazione tirolese, della sua unità, che viene ricercata nell’identità culturale. Siamo in linea con l’idea völkish: si afferma cioè l’unità di un Volk non solo nella sua lingua, ma anche nella sua visione del mondo. Si è tirolesi perché si è religiosi, perché non si concepisce una comunità che non sia permeata di religiosità; si è tirolesi perché si mantengono i legami con la civiltà preindustriale, con il mondo contadino, con le corporazioni artigiane. In questo quadro assume forza e carattere il concetto di autonomia del Tirolo e si definisce il profilo della “libertà” tirolese che non va confuso con quello cosmopolita della migliore tradizione borghese e liberale. La figura di Andreas Hofer diventa il veicolo di questa Weltanschauung… 
(Claudio Nolet, cf. Faustini, 1985, pp. 6-7).

Un metodo che funziona ancora oggi. Questo perché gli esseri umani sono animali simbolici; non viviamo in una nicchia ecologica, viviamo in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Perciò chi controlla i simboli controlla gli esseri umani. 
Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina, al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della sua mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e non-cattolici, la sua scarsa mobilità sociale e la soppressione del criterio meritocratico (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era pre-industriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, immediatamente catalogato come anti-sistemico, anti-edenico (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003).

In questa insurrezione hoferiana v’è un aspetto che merita di essere rilevato: manca, pressoché del tutto, la componente socioeconomica della lotta di classe…Anche il popolo minuto del Trentino che si batteva per la conservazione di un ordine sociale nel quale si trovava pesantemente penalizzato rispetto ai ceti privilegiati per poteri e per ricchezza...rare le manifestazioni di aspirazioni ugualitarie sul piano politico-giuridico e rare anche quelle sul piano economico per una redistribuzione della ricchezza da ottenersi con provvedimenti normativi o con la violenza di moti di piazza (Corsini, 1991, p. 221).

Andreas Hofer è, ieri come oggi, suo malgrado, il simbolo della polarità dell’integralismo intollerante, di una fede arrabbiata che non ammette repliche, antitetica alla laicità democratica, che tutela i credenti dai noncredenti e vice versa. Il simbolo di chi confonde potere e virtù, di chi crede di essere dalla parte di Dio e che la sua missione consiste nel realizzare una Società Cristiana in terra, di chi crede che il fuoco si combatta col fuoco, che per difendere i propri valori si possano compiere azioni che li tradiscono, che è giusto costringere gli altri a credere nelle stesse cose, negli stessi principi, nella stessa missione, per il loro bene. Il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini, 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer ma, a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse.
Ho scritto, “suo malgrado”, perché “Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia” (Oberhofer, 2010), uno studio sapiente e circostanziato degli scritti del patriota tirolese (680 documenti tra lettere, appunti ed atti), ad opera di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, tratteggia la figura di un uomo semplice, di buon cuore, retto e sincero, modesto e di grande abnegazione, di discreta cultura (parlava trentino, veneziano, tirolese e tedesco, sapeva leggere e se la cavava con la scrittura), generalmente sollecito nei confronti degli altri, anche dei nemici, certamente non una testa calda e con un temperamento tutt’altro che brutale. Un uomo che, in altre circostanze, avrebbe optato, mitemente, per il motto “vivi e lascia vivere” e gioito di ciò che la vita gli avrebbe riservato, apprezzando il buon cibo, il buon bere e la buona compagnia. Era però anche un uomo ingenuo, vulnerabile, superstizioso, estremamente insicuro, impulsivo, tormentato dall’insicurezza economica, non particolarmente coraggioso (almeno fino al momento dell’esecuzione, dove invece tirò fuori l’eroe che c’era in lui). Era una personalità facilmente manipolabile che “non aveva il minimo orgoglio e lasciava che gli altri gli dessero consigli e istruzioni”, che “deve sempre porsi dalla parte di chi, del suo entourage, lo mette in buona luce”, cosicché  “chi sapeva colpire il suo cuore aveva gioco facile”. Questa, a grandi linee, era anche l’opinione che si era fatta di lui lo storico trentino Umberto Corsini. Il 2 novembre 1809, quando le cose volgevano decisamente al peggio, Hofer inviò due delegati per trattare la resa e chiedere perdono, ma pochi giorni dopo si contraddisse, lanciando un appello che incitava la popolazione ad una rivolta permanente e suicida. A chi lo interrogava, l’oste rispondeva: “Sono sopraggiunti dei mascalzoni da Bressanone che mi hanno obbligato a lanciare un nuovo appello al popolo. A lungo ho opposto resistenza, ma dovevo farlo altrimenti mi avrebbero ucciso”. Lo storico austriaco osserva che le sue missive diventano progressivamente confuse e contorte e che è lecito supporre che alcune lettere ed atti gli siano stati estorti ed altri falsificati.
Così c’è un Hofer che predica la clemenza e la compassione verso i prigionieri, da trattare “secondo il diritto delle genti”, ed un Hofer che esorta al linciaggio di chi, tra gli stessi Tirolesi, “non si adopera per la nostra giusta causa” e perciò “non va risparmiato, giacché il nostro agire è cristiano”. C’è un Hofer che invoca la giustizia sociale e l’uguaglianza, ma poi scrive: “combattiamo solo per Dio e per la fede, non per il paese e la gente”. C’è un Hofer che raccomanda di rispettare gli Ebrei ed un Hofer che li discrimina. A questo proposito, Oberhofer suggerisce che questi proclami vessatori “possono essere stati prodotti del tutto liberamente dai consiglieri”. E dunque? Abbiamo forse celebrato il bicentenario di un incolpevole burattino, vittima della più bieca Realpolitik?

martedì 27 dicembre 2011

Uno dei due farà la figura del pirla




L'Italia ce la farà a uscire dal tunnel della crisi, usando l'arma vincente della coesione sociale e nazionale.
Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, 24 dicembre 2011.

Il rischio è quello di ritrovarci negli anni '30 come durante la grande depressione che colpì il mondo prima della guerra. Nessuna economia al mondo, sia dei paesi a basso reddito, dei mercati emergenti a medio reddito, o delle economie super-avanzate sarà immune dalla crisi, che non si sta solo sviluppando, ma è in escalation.
Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, 24 dicembre 2011.

Uno dei due farà la figura del pirla e non è difficile immaginare chi.
Sta per scoppiare la più immensa bolla finanziaria della storia e, in Italia, la più provinciale ed egocentrica tra le potenze economiche, sembra quasi che il problema sia unicamente italiano, anche a causa della monotonia delle esternazioni della coppia Monti-Napolitano. Una coppia tanto antiquata da credere ancora che i salassi possano curare i pazienti, quando persino Olivier Blanchard, il capo economista al FMI – un’istituzione più volte accusata di stritolare le economie per favorire regimi finanziari oligopolistici (anche da un premio Nobel come Stiglitz) – constata che i programmi di austerità sono controproducenti:
Non è forse tipico degli strozzini prestare a chi non si può permettere di restituire per poi spolpare il debitore insolvente, non lasciandogli neanche le lacrime da piangere? E non è forse quello che sta succedendo, a colpi di austerità e salassi?
Intanto il prezzo del petrolio cresce, il mercato dei derivati si espande ed è più tossico che mai, gli indebitamenti si gonfiano, la crescita ristagna, la disoccupazione aumenta (anche negli Stati Uniti, solo che lì le statistiche non includono i milioni di americani che hanno gettato la spugna e perciò sono stati espulsi dal dato riguardante la forza lavoro), gli investitori abbandonano i mercati borsistici, la Cina non esporta più e sta per affrontare l’esplosione della sua bolla speculativa, Francia, Belgio, Italia, Spagna, Irlanda, Slovenia e Cipro stanno per subire un abbassamento del rating.
Solo Napolitano potrebbe pensare che tutto andrà bene.
I consumatori italiani sembrano più lucidi del loro presidente:
Gli economisti italiani sembrano più lucidi del loro primo ministro:
Chi non è avulso dalla realtà sa che siamo messi peggio che nel 2008, l’anno dell’inizio dell’attuale Crisi:
E che sono ancora gli stessi che fanno girare la giostra, senza lasciarci scendere:
Non è dunque per caso che la Banca Centrale Europea ha pensato bene di fare l’ennesimo favore alle banche, che potranno prendere a prestito dalla BCE ad un ridicolo tasso dell’1% e prestare agli stati ad un interesse del 6%. «Il rischio di credito per le banche è pressoché nullo», ha detto l'economista Luigi Zingales. «Se il Tesoro italiano dovesse dichiarare bancarotta, le banche sono insolventi in ogni caso, quindi il rischio aggiuntivo se lo prende la Bce. Si tratta di un regalo tanto enorme che vorrei anche io essere una banca»:
Babbo Natale non è mai stato così generoso! E conviene a tutti: ai narcotrafficanti (BCE), ai pusher (banche e politici), ai cittadini che per qualche tempo ancora potranno negare di essere dei tossicodipendenti:

San Jobs - il buon pastore e le sue pecore




Non lasciatevi intrappolare dai dogmi - che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito.
Steve Jobs

E, siccome la gente ha evidentemente capito il suo messaggio e quindi non si comporterebbe mai da idolatra, non istituirebbe mai un culto alla personalità di Steve Jobs, non lo trasformerebbe mai in un vate, un profeta, un angelo, un eroe o un semidio... ecco una selezione di perle:

"Il suo pensiero riafferma la vera vita!"
"Un mondo di pace in un Paradiso di Apples!"
"oggi è morto un genio, l'umanità è più povera"
"genio, come te, nessuno mai!"
"grazie steve di essere stato in questo mondo"
"il genio assoluto di questo secolo!"
"se siamo qui a "parlare" attraverso una tastiera e un monitor con tutto il mondo lo dobbiamo a lui!"
"la mela in paradiso, forse il Boss sarà meno distratto"
"ha cambiato il nostro stile di vita"
"Il Leonardo del terzo millennio!"
"chi parte presto da questo mondo è perchè è gradita la sua presenza nell'altro, arrivederci grande uomo".
"Mito indiscusso!"
"la tua anima sarà eternamente tra noi e i nostri prossimi perché hai lasciato una ricchezza immensa e indelebile su questo pianeta....riposa in pace"
"Ha dato forma al mondo odierno...."
"Grande, il mondo ti dice Grazie"
"rispetto e onore all'uomo che ha messo il futuro sulla punta del dito indice delle nostre mani"

Altri sono stati un po' più diligenti nel seguire il suo consiglio:
“io sono affamata, ma non di tecnologia, bensì di pace tra gli uomini e di serenità”.
“Rispetto la vicenda umana, la tenacia con la quale ha combattuto il suo male e la determinazione nel cercare di realizzare le proprie visioni. Ma non si può piangere come una persona che ha cambiato la storia un genio del marketing, un uomo che ha trovato la maniera di fare sentire uno sfigato chi non possedeva i suoi prodotti. La sua azienda ha accumulato negli anni una delle riserve di liquidità più alte del mondo: un vero grande innovatore avrebbe preso decisioni rivoluzionarie su come investire questa enorme fortuna. Ha saputo venderci dei computer, dei telefoni e quant'altro a prezzi esorbitanti, facendo un sacco di soldi, e noi, in cambio, lo abbiamo elevato allo stato di guru dei nostri tempi. Non male”.

lunedì 26 dicembre 2011

La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo




Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese

Allora anche i miti non disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati, non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky, “Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010

Arrivano momenti in cui diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela

Avevo l’impressione che la guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King

Il diritto alla tolleranza illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone

Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

A proposito del disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico Peyretti (16 agosto 1993)

Brutale, violento, con la clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)

Sono giunto alla conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra "democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso. Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:

E poi c’è la guerra, che produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà. Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra delle Falklands.

Affermare che “la natura umana non è violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di creazione e distruzione, fin dai suoi albori:

Diceva bene Gurdjieff: ci sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose. L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri sempre più se stessi. 
È un grossolano e pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica, inelastica:
La materia è il campo di battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità. Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare. È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la  giustizia, armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna (es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino, David Kelly).
Nel nostro mondo vivono anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza prevaricatrice. Il loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione, rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda, ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.  
Con loro la diplomazia non funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia) ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo, all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e Israele).
La spiacevole realtà dei fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli “personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’ infantile.
Non ci possiamo permettere di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale. Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo amorale.
Molte persone sono bellicose nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male. Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra, confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi: poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti, meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico, è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia, all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”. 
In pratica, non ci si comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata. Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del 2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al disastro economico:
E verso la guerra più mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati – ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema: ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b) identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e) insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che, come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie: sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza. E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci porterà alla rovina.

BIBLIOGRAFIA
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