martedì 6 dicembre 2011

Chi era, veramente, Gandhi?



Non mi auguro la disfatta degli Alleati. Ma non credo che Hitler sia così cattivo come lo dipingono. Sta dimostrando un’abilità stupefacente, e sembra che ottenga le sue vittorie senza grandi spargimenti di sangue.
Mohandas Karamchand Gandhi,  lettera a Rajkumari Amrit Kaur, maggio 1940

Il mondo non è governato interamente dalla logica. La vita stessa implica una qualche sorta di violenza e a noi non resta che scegliere la via della violenza minore.
Harijan, 28 settembre 1934

Benché la violenza non sia lecita, quando è opposta per autodifesa, o in difesa degli inermi, è un atto di coraggio assai preferibile alla codarda sottomissione.
Harijan, 27 ottobre 1946

Chi si abbrutisce nel proprio disperato sforzo di prevalere sui nemici o di sfruttare le nazioni più deboli o gli uomini più deboli, non solo si degrada ma degrada tutta l’umanità.
Young India, 29 ottobre 1931


GANDHI E I NERI SUDAFRICANI
Nella sua autobiografia Gandhi dice di aver creduto che “l’Impero Britannico esistesse per il bene del mondo”. Da giovane, in Sud Africa, la sua unità medica si prese cura degli Zulu feriti durante la sollevazione, ma la stampa zulu non fu benevola nei confronti della minoranza indiana sudafricana, accusando gli Indiani di essersi offerti volontari nell’aiutare gli inglesi a schiacciare la rivolta ed impadronirsi delle terre tribali per puro tornaconto, per spartirsi le loro spoglie. In effetti appoggiò la soppressione armata della rivolta degli zulu ma, in quei giorni febbrili, si interrogò anche di fronte all’evidenza del fatto che le operazioni di pacificazione si sono tramutate in una caccia all’uomo che non risparmia donne e bambini rimasti nei villaggi.
È certamente vero che Gandhi fu influenzato dalla struttura castale nella quale era cresciuto e dal disprezzo che gli inglesi nutrivano nei confronti dei nativi africani, tanto che pretese che gli edifici pubblici fossero dotati di tre ingressi, cosicché gli Indiani non dovessero più impiegare quello destinato agli africani. Nel 1909, il futuro Mahatma scriveva “non abbiamo alcuna avversione verso i Kaffir (i neri), ma non possiamo ignorare il fatto che non c’è un terreno comune tra noi e loro negli affari di ogni giorno” (Bhana & Vahed, 2005, p. 45). La prigionia servì a Gandhi per constatare la disumanità di trattamento dei prigionieri africani, ma anche la bestialità di certi carcerati più refrattari ad una condotta civile. In ogni caso, Gandhi non pensò mai che fosse possibile fare causa comune. Troppe erano le divisioni tra Indiani per pensare che fosse possibile superare quelle tra Indiani ed Africani, separati anche dalla lingua. Non erano semplici pregiudizi ma considerazioni di natura politica e la constatazione dell’inevitabilità del conflitto e della competizione tra gruppi denigrati e sfruttati dall’élite razziale bianca che diventata sempre più evidente nella popolazione gravitante intorno ai grandi centri urbani, con gli operai indiani ostili a quelli africani e i residenti africani che malsopportavano il virtuale monopolio indiano sul commercio al dettaglio. La responsabilità era chiaramente bianca ma non essendovi realistiche possibilità di riformare il sistema, i segmenti di popolazione subordinata si dilaniavano a vicenda per conquistarsi qualche boccone (Bhana & Vahed, op. cit.).  

GANDHI, MUSSOLINI E HITLER
Hitler ha ucciso cinque milioni di Ebrei. È il più grave crimine del nostro tempo. Ma gli Ebrei avrebbero dovuto offrirsi al coltello del macellaio. Si sarebbero dovuti gettare in mare dagli scogli. Per come sono andate le cose, sono comunque morti a milioni.
Gandhi, al suo biografo, Louis Fischer (Fisher, 1950)


Credo che ogni guerra sia totalmente sbagliata. Ma se analizziamo con attenzione le ragioni di due parti belligeranti, possiamo scoprire che una è nel giusto e l’altra nel torto. Per esempio, se A vuole conquistare la terra di B, è ovvio che B è la parte che subisce il torto. Entrambi combattono con le armi. Non credo nella violenza della guerra, ciononostante B, la cui causa è giusta, merita il mio sostegno morale e le mie benedizioni.
Harijan, 18 agosto 1940

A Roma Gandhi incontra i gerarchi fascisti e Mussolini, desiderosi di legittimazione internazionale per la rivoluzione fascista, come lui era alla ricerca di forze da contrapporre all’impero britannico. Il 23 luglio del 1939 scrive a Hitler, chiamandolo “caro amico”. Il 24 dicembre del 1940 scrive una seconda lettera, più lunga, in cui spiega che “se vi chiamo amico, non è un formalismo. Io non ho nemici”. Gandhi prosegue spiegando che il compito che si è prefissato è quello di “assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo” e che non crede che Hitler sia un mostro: “Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari”, sebbene “molti dei vostri atti siano mostruosi e attentino alla dignità umana”. Per questo “noi resistiamo tanto all’imperialismo britannico quanto al nazismo”. Gandhi è fiducioso che la sua battaglia sarà vincente perché, come Étienne de La Boétie prima di lui, ritiene che “nessuno sfruttatore potrà mai raggiungere il suo scopo senza un minimo di collaborazione, volontaria o forzata, da parte della vittima” (Payne, 1969).
Enrico Peyretti (1999) definisce “sconcertante” l'appello rivolto agli inglesi da Gandhi il 7 luglio 1940, in cui li invita ad abbassare le armi e a combattere il nazismo con la noncooperazione: “Darete ai dittatori tutto, ma non darete mai loro i vostri cuori e le vostre menti. Se essi vorranno occupare le vostre case, voi le abbandonerete. Se non vi lasceranno uscire, voi insieme alle vostre donne e ai vostri figli vi lascerete uccidere piuttosto che sottomettervi. Questo metodo, che io ho chiamato non-collaborazione nonviolenta, in India ha avuto notevoli successi. (...) Ho sperimentato con rigore scientifico la nonviolenza e le sue possibilità di applicazione per più di cinquanta anni consecutivi. (...) Non conosco un solo caso in cui essa abbia fallito”

In una lettera indirizzata ad Hitler e datata 24 dicembre 1940 che il servizio postale britannico non recapitò mai, per tassativo ordine del governo, Gandhi rivolse un appello a Hitler affinché seguisse la via della pace e riconoscesse l’esistenza di milioni di persone che lo consideravano un mostro. Gandhi assicurava il dittatore tedesco che era al corrente del fatto che quest’ultimo considerava le sue azioni come virtuose ma anche che la forza della nonviolenza poteva tranquillamente tener testa a “tutte le più violente forze del mondo”, senza necessitare di denaro, scienza e tecnologia distruttiva. In quello stesso periodo, in un appello rivolto agli Ebrei, il Mahatma dichiarava che Hitler si sarebbe piegato di fronte al coraggio morale della loro resistenza nonviolenta, perché non aveva ancora mai fatto esperienza di una tale tenacia ed ardimento, infinitamente superiori a quelli delle sue migliori truppe d’assalto. Si diceva sicuro che l’alternativa non poteva essere peggiore di essere uccisi sul posto o gettati in qualche segreta. Solo con questo sfoggio di coraggio e determinazione si poteva sperare di convertire persone disumanizzate come i nazisti alla comprensione ed apprezzamento della dignità umana. Lo stesso Gandhi non esitava ad ammettere che un Gandhi ebreo nella Germania nazista sarebbe stato ghigliottinato nel giro di cinque minuti, ma per il maestro spirituale indiano la propria morte era infinitamente preferibile all’omicidio o abuso di qualcun altro.
Adolf Hitler aveva peraltro già chiarito nel Mein Kampf che solo un ragazzino viziato e insano di mente avrebbe potuto non vomitare ascoltando la retorica pacifista. Per lui i pacifisti erano solo “egoisti e codardi camuffati che trasgredivano le leggi dello sviluppo”. Difficile immaginare un interlocutore meno disposto ad ascoltare le ragioni di Gandhi.
È un atteggiamento responsabile quello di chi sceglie di non usare la violenza quando l’avversario ha dimostrato ampiamente che non è interessato a compromessi e negoziazioni, ma solo ad una vittoria totale e definitiva?
No.

GANDHI FU UN BURATTINO DEGLI INGLESI?
Il messaggio di “Gandhi” [il film di Richard Attenborough] è che il modo migliore di ottenere la libertà è quello di mettersi in fila, senza armi, e marciare verso gli oppressori, permettendo loro di ridurti inerme al suolo a suon di manganello; se resisti sufficientemente a lungo, li metterai in tale imbarazzo da costringerli ad andar via. Tutto ciò è la peggior sciocchezza mai sentita ed è una sciocchezza pericolosa. La nonviolenza fu una strategia scelta da un popolo specifico nei confronti di un oppressore specifico; generalizzare da tutto ciò costituisce un atto sospetto. Che utilità avrebbe avuto la nonviolenza, ad esempio, contro i nazisti? […]. “Gandhi” ci mostra un santo che vinse un impero, ma non è che frutto di invenzione.
Salman Rushdie, 1991

Il 13 aprile del 1998, Time Magazine pubblicava una dottissima analisi della figura di Gandhi. L’autore era nientemeno che Salman Rushdie che, con la sua consueta tagliente eleganza, scriveva: “Oggi Gandhi… è diventato astratto, a-storico, postmoderno, non più uno del e nel suo tempo ma un concetto da parassitare, un elemento nella nostra riserva di simboli culturali, un’immagine che può essere presa in prestito, usata, distorta, re-inventata per mille scopi, e all’inferno la storicità o la verità”.
Il film “Gandhi”, di Richard Attenborough, vincitore di otto premi oscar ed un costante afflusso di agiografie hanno trasformato il Mahatma in un santo laico, una figura simile al Cristo, ma incarnazione della Sapienza Orientale quintessenziale, un guru sempiterno e globalizzato, un totem new-age inattaccabile, sacralizzato. Un vero peccato, protesta Rushdie, perché il “vero” Gandhi era “una delle più complesse e contraddittorie personalità del secolo”, a partire dal nome, che è stato tradotto “Azione-Schiavo-Fascinazione-DroghieredellaLuna” dal brillantissimo scrittore indo-kenyota G.V. Desani.
Indomito di fronte alla morte, temeva il buio e dormiva sempre con una candela accesa.
Non voleva la partizione dell’India, ma si alienò deliberatamente le simpatie del leader musulmano indiano Ali Jinnah, l’unico che poteva evitarla.
Predicava la sobrietà, la povertà e la vita rurale, ma godeva del sostegno finanziario dei magnati dell’industria indiana, come Ghanshyam Das Birla.
Con i suoi scioperi della fame riuscì ad impedire rivolte e massacri, ma usò lo stesso metodo anche per stroncare uno sciopero dei lavoratori di uno dei suoi mecenati.
Era contrario alla segregazione degli intoccabili, ma gli intoccabili si identificano con Bhimrao Ramji Ambedkar, che di Gandhi era rivale.
Architetto di una rivoluzione del pensiero politico come la strategia della nonviolenza, dedicò il suo tempo alla formulazione di eccentriche teorie sul veganismo, l’energia eiaculatoria tantrica, i clisteri e l’astinenza sessuale assoluta, non senza indulgere negli esperimenti “brahmacharya”, in cui dormiva nudo con delle adolescenti per dar prova di continenza ed autodisciplina e per accrescere i suoi poteri spirituali.
Fu l’uomo che, quasi da solo, riuscì a mobilitare trasversalmente milioni di Indiani nella lotta per l’indipendenza, ma l’India indipendente non assomigliò neppure lontanamente a quella che sognava. Anzi, la fase finale della lotta per l’indipendenza fu segnata da stragi e immani sciagure, tanto che si rifiutò di partecipare alle celebrazioni per l’indipendenza in segno di protesta.
Iniziò la sua predicazione della nonviolenza nella convinzione che potesse avere successo contro qualunque avversario, ma le azioni di Hitler e Stalin lo indussero a rivedere questa sua posizione oltranzista.
Rushdie ipotizza che Gandhi fosse in buona fede, ma che l’emancipazione dell’India dal giogo coloniale sia stata programmata e realizzata da “forze storiche più oscure e più profonde” in cui si inserì lui e la sua filosofia di disobbedienza civile.
“Oggi poche persone si fermano a riflettere sul complesso carattere della personalità di Gandhi, l’ambigua natura dei risultati e della sua eredità, o persino sulle cause reali dell’indipendenza indiana. Sono tempi precipitosi, in cui gli slogan la fanno da padroni e non abbiamo tempo o, peggio ancora, la disponibilità ad assimilare verità composite. La verità più crudele è che Gandhi è sempre più irrilevante per la nazione di cui fu il “piccolo padre” – Bapu”. La sua condanna del nazionalismo e degli aspetti più biechi del modernismo, del liberismo e dell’edonismo sono stati dimenticati. Eppure, all’estero, la visione di Gandhi resiste ancora, contro l’imperialismo dell’omologazione e della mercificazione globalista: contro questo nuovo impero – McCulture lo chiama Rushdie – l’intelligenza gandhiana è un’arma più efficace della sua devozione. E la resistenza passiva? – conclude lo scrittore anglo-indiano – Si vedrà.
Rushdie non può essere certamente annoverato tra i guerrafondai o i sobillatori di violenza. Non solo è stato colpito da una fatwa per aver osato “affermare l’indicibile” – “il re è nudo”, ma è anche un grande ammiratore della civiltà moresca dell’Andalusia e della sua capacità di mescolare il meglio delle tre tradizioni monoteistiche, raggiungendo le vette della civiltà umanista, senza cadere nella trappola delle faide interreligiose ed interetniche.

Dove possiamo collocare il celeberrimo Mohandas Karamchand Gandhi, la figura simbolo della nonviolenza e del pacifismo? Io penso tra i violenti inconsapevoli. Quel che è certo è che si trattava di un uomo estremamente violento. George Orwell, in un bellissimo ritratto di Gandhi intitolato “riflessioni su Gandhi” e pubblicato sul Partisan review nel gennaio del 1949, ci ricorda che la stessa autobiografia gandhiana riporta che “in tre occasioni era disposto a lasciare che la moglie o un figlio morissero, piuttosto che somministrare loro la carne prescritta dal medico”. Su questo punto il Dalai Lama ha dimostrato una maggiore ragionevolezza, accettando di mangiare una modica quantità di carne per ragioni mediche.
Anche Orwell era convinto che Gandhi fosse stato manovrato a sua insaputa.
Orwell sospettava che dietro Gandhi ci fosse un disegno più vasto e che questo spiegasse la ragione per cui era stato trattato con relativa cortesia dalle autorità anglo-indiane. Negli ambienti dell’alta società britannica da lui frequentati si ammetteva cinicamente che Gandhi era utile alla causa britannica perché impediva una rivoluzione ed i miliardari indiani preferivano lui a possibili derive socialiste o comuniste delle masse del subcontinente, che li avrebbero privati delle loro ricchezze. Orwell si domanda però se non avesse ragione Gandhi quando affermava che “alla fine, gli ingannatori ingannano solo se stessi”. In fondo, diversi ufficiali inglesi lo ammiravano, per la sua incorruttibilità e tenacia, per il suo incredibile coraggio ed assenza di malizia. Lo scrittore e giornalista britannico era però incline a stigmatizzare la prospettiva ultramondana del saggio indiano – il mondo della realtà materiale è solo un’illusione a cui sfuggire – che escludeva che il nostro compito sia quello di rendere accettabile l’esistenza sulla terra. È turbato anche dall’inclinazione gandhiana ad amare Dio e l’umanità nel suo complesso, sacrificando l’amore per le persone a lui vicine: lo considera un compito irrealizzabile per le persone ordinarie e dunque inumano: “l’essenza dell’essere umani risiede nel fatto che uno non cerca la perfezione, che a volte è pronto a commettere dei peccati per lealtà, che uno non istiga se stesso all’ascetismo fino al punto da rendere impossibile i rapporti amicali, che uno sa che, nella vita, alla fine, ci attende la sconfitta e lo sconforto, il prezzo che inevitabilmente si paga quando si forgiano legami d’amore con altre persone”. Insomma, per Orwell, la maggior parte delle persone non desidera essere un santo e che, al contrario, chi desidera la santità forse non è mai stato tentato dall’idea di comportarsi come un essere umano: “se si potessero rinvenire le radici psicologiche, si scoprirebbe che il motivo principale del distacco è il desiderio di fuggire dalla sofferenza del vivere, e specialmente dall’amore che, sia esso di natura sessuale o meno, è un duro lavoro”. L’autore non ritiene sia possibile stabilire che cosa sia più nobile, si accontenta di concludere che le due visioni sono incompatibili: o si sceglie Dio, o si sceglie l’Uomo. Di Gandhi apprezza la coerenza e la sincerità. Non cercò di svicolare evasivamente dalla questione ebraica durante il conflitto mondiale: E gli Ebrei? Ti va bene che siano sterminati? Altrimenti, come pensi di salvarli senza combattere una guerra? Orwell rammenta di non aver mai sentito una risposta onesta ed inequivocabile su questo punto da un singolo pacifista occidentale. La posizione di Gandhi non mutò prima e dopo l’Olocausto: se uno non intende togliere la vita altrui, dev’essere pronto ad accettare che tante altre vite siano perse. Tuttavia Orwell dubita che Gandhi abbia pienamente compreso la natura della minaccia totalitaria. La sua causa aveva bisogno di pubblicità, di visibilità planetaria: “è difficile vedere come il suo metodo avrebbe potuto funzionare in una nazione in cui gli oppositori al regime scompaiono da un giorno all’altro senza che si sappia più nulla sulla loro sorte. Senza una stampa libera ed il diritto di riunirsi non è soltanto impossibile appellarsi all’opinione pubblica estera, ma anche dare l’avvio ad un movimento di massa o più semplicemente far sapere le tue intenzioni agli avversari…Le masse russe potrebbero mettere in pratica la disubbidienza civile se venisse a tutti la stessa idea simultaneamente e persino in quel caso, a giudicare dalla storia della carestia ucraina, non farebbe alcuna differenza”. Quanto alle guerre internazionali, continua Orwell, in politica estera, il pacifismo o cessa di essere tale oppure si trasforma in appeasement, ossia remissività, accomodamento. Il problema, secondo lui, è che la premessa di partenza di Gandhi che tutte le persone siano ragionevoli e, alla lunga, si sentano in dovere di reagire positivamente e generosamente ad un atteggiamento fermo, dignitoso e nonviolento, è discutibile: “Chi è sano di mente? Lo era Hitler? È non è possibile che un’intera cultura sia folle per gli standard di un’altra?”. Orwell apprezza la nonviolenza e crede che sia l’unica alternativa ad un apocalittico conflitto nucleare con l’Unione Sovietica ma si chiede se gli inglesi avrebbero abbandonato l’India pacificamente, se al posto di un governo laburista ci fosse stato un governo guidato da Churchill, che aveva il dente avvelenato con Gandhi per le aperture di quest’ultimo a Hitler ed ai Giapponesi.
Il giudizio conclusivo dello scrittore inglese, pur critico, è molto equilibrato: “si può avere un’antipatia di natura estetica nei confronti di Gandhi, come nel mio caso, si possono respingere i proclami di santità (che lui non fece mai), si può rifiutare l’ideale stesso della santità e perciò reputare che gli scopi fondamentali di Gandhi fossero anti-umani e reazionari: ma se guardiamo al politico e lo poniamo a confronto con le altre maggiori figure politiche del nostro tempo, non si può non notare che dietro di sé ha lasciato un profumo di pulito!

Il gandhiano Giuliano Pontara (2008) è invece dell’avviso che il gandhismo non abbia influenzato la pratica di governo dell’india post-indipendentista: Gandhi fu utile conro gli inglesi, poi la nuova classe dirigente lo mise da parte.

GANDHI E GLI PSICOPATICI
Finora, Hitler e i suoi simili si sono basati sull’invariabile esperienza che gli uomini cedono alla forza. Uomini disarmati, donne e bambini che oppongano una resistenza non violenta, priva di rancore nei loro confronti, saranno un’esperienza nuova per loro. Chi può azzardarsi a dire che non sia nella loro natura reagire alle forze più alte e sottili? Hanno la stessa anima che ho io.
Harijan, 15 ottobre 1938


Gandhi rifiuta l’esistenza di malvagi irredimibili e crede che si possa ragionare anche con un Hitler. Lo spiega in un articolo apparso la vigilia di Natale del 1938 in uno dei suoi settimanali, “Harijan”: “la fede nella nonviolenza si basa sull'assunto che la natura umana, nella sua essenza, è una, e dunque necessariamente è sensibile all’azione dell’amore. Si deve tenere presente che alla violenza che Hitler e Mussolini hanno usato fino a ora si è sempre data una risposta violenta. Nella loro esperienza i due dittatori non si sono mai trovati di fronte una resistenza nonviolenta organizzata in una certa consistenza. È dunque non solo molto probabile, ma penso inevitabile, che essi riconoscerebbero la superiorità della resistenza nonviolenza rispetto a qualsiasi impiego di violenza che essi sarebbero in grado di attuare”.
Il satyagrahi parte dal presupposto che tutti possiedono delle facoltà morali che possono essere provvisoriamente ignorate ma tacitate per sempre o eliminate permanentemente. Ma la realtà e la storia indicano che ci sono persone e forze che si piegano solo quando incontrano un avversario superiore. Il precipitoso giudizio di Gandhi sulla Germania nazista - “avrebbe potuto essere e può anche essere una potenza amichevole” – ci appare ora come surreale.
Un Gandhi ebreo nella Germania nazista, o nella Russia stalinista o nella Cina maoista, se anche si fosse trovato, non sarebbe durato un minuto.
Contro un regime barbaro, se una persona non gode di uno status riconosciuto internazionalmente, com’è odiernamente il caso di Aung San Suu Kiy, o se non vi è il coinvolgimento di un’intera popolazione, la nonviolenza equivale alla perpetuazione della schiavitù, perché l’eliminazione dell’oppositore nonviolento non costa assolutamente nulla in termini di perdita di immagine.

GANDHI E GLI EBREI
Se io fossi un ebreo che è nato, vive e lavora in Germania, rivendicherei il diritto di considerarla casa mia al pari del più alto tra i gentili tedeschi, e lo sfiderei a spararmi o a gettarmi in una galera [...]. Se un ebreo o tutti gli ebrei accettassero il consiglio qui offerto, non potrebbero certo star peggio di adesso. Inoltre, la sofferenza patita volontariamente conferirebbe loro una forza interiore e una gioia che neppure mille attestazioni di solidarietà saranno mai in grado di produrre. Se anche contro la Germania aprissero le ostilità la Gran Bretagna, la Francia e l’America non potrebbero apportare né gioia interiore né forza interiore. La violenza freddamente calcolata di Hitler potrà anche sfociare nel massacro generalizzato degli ebrei come prima risposta alla dichiarazione di guerra. Se però la mentalità ebraica fosse pronta al sacrificio volontario, persino il massacro da me immaginato si tramuterebbe in un giorno di ringraziamento e di letizia e Geova avrebbe realizzato la redenzione del popolo persino per mano del tiranno. Infatti, la morte non ha nulla di pauroso per i timorati di Dio.
Messaggio agli Ebrei nella Germania nazista dopo la Notte dei Cristalli (1938)

Martin Buber lo accusò di ipocrisia: prima consigliava agli Ebrei di non usare la violenza per resistere ai nazisti ed agli arabi. Poi condonò la violenza araba e cinese “in base a canoni comunemente accettati”. In seguito appoggiò l’intervento militare indiano nella regione musulmana del Kashmir.

GANDHI E LA SOFFERENZA
Nella lotta satyagraha “non vi è la più lontana idea di arrecare danno all’avversario. Il satyagraha postula la conquista dell’avversario attraverso la sofferenza nella propria persona” (Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. 18).
Ecco quel che Gandhi scriveva all’inizio degli anni Trenta a proposito dell’uso della propria sofferenza per ricattare psicologicamente chi ci opprime: “Mi sono andato sempre più convincendo che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell'umanità, cosi come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l'avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. Nessuno probabilmente ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me, e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L'appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell'uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana” («Young India», 5 novembre 1931). Però la sofferenza sbattuta in faccia all’aguzzino senza reagire  è un ricatto psicologico, è una forma di manipolazione e non può essere definita nonviolenta. Fu del resto Gandhi a definire il ricatto una forma di violenza. Dunque Gandhi non può essere annoverato tra i fautori della nonviolenza. Inoltre la responsabilità della morte e sofferenza di persone coinvolte nella strategia della nonviolenza ricade comunque su chi l’ha adottata, come ricadrebbe quella di chi muore in un’azione violenta. Nessuno ne esce pulito, nessuno resta innocente.

GANDHI PESSIMO MARITO E PESSIMO PADRE

AHIMSA
La non-violenza, per Gandhi, attraversa le contingenze storiche, oltrepassa le tirannie politiche, non si esaurisce nella funzione ordinatrice della società o nella maturazione della persona. Affronta a viso aperto il male, himsa (da han = uccidere e hims = desideroso di uccidere). Himsa è la necrofilia, la pulsione di morte freudiana. Gandhi la definisce il desiderio di sopprimere la vita e di far soffrire, per rabbia, vendetta, orgoglio, avidità, odio e per interesse personale e dunque include anche la menzogna, l’inganno, il sotterfugio. L’ahimsa (ahimsā = mancante del desiderio di uccidere, di nuocere) è dalla parte della vita, di tutto ciò che vive, esalta il principio di non-violenza di eros: “Buona volontà nei confronti di tutto ciò che vive, amore perfetto”. Himsa è l’idolatria nazionalista, la meccanizzazione industriale del vivente, il materialismo economico, l’avidità plutocratica. Ciascuno rivendica per sé il diritto di usare violenza e di sopraffare il prossimo, invece di amarlo. Secondo Gandhi l’uomo come animale è violento, come spirito è non-violento e opera in nome della pace, della giustizia, dell’ordine, della libertà e della dignità. Ahimsa è biofilia e comporta sia il non nuocere al prossimo, sia l’aiutarlo a crescere e fiorire. Gandhi la ritiene la legge suprema della nostra specie (ahimsa paramo dharma): “lo spirito resta latente nella bestia, che non conosce altra legge che quella della forza fisica. La dignità dell’uomo richiede obbedienza a una legge più alta, alla forza dello spirito” (Young India, 11 agosto 1920). È inestricabilmente legata alla nozione di verità (Satyagraha, vocazione alla verità, fermezza nella verità) e si alimenta di benevolenza, compassione, perdono, tolleranza, generosità, gentilezza, empatia, ecc.
La non-violenza non è per i deboli. Per Gandhi la codardia esclude ogni possibile adesione al movimento della nonviolenza. La violenza è invece dei codardi, avendo solo l’apparenza della forza, ma essendo un segno di debolezza: “da codardo, come sono stato per anni, ho albergato la violenza” (Young India, 1928). Chi è interiormente debole sviluppa quella paura che lo conduce a nuocere a se stesso ed agli altri per difendersi da nemici reali o immaginari. Si può essere davvero non-violenti quando si è conquistata la paura e si è domato il proprio ego, che non può essere cancellato, ma va continuamente tenuto sotto pressione, sfidato: “in presenza di…orgoglio ed egoismo, non c’è non-violenza. La non-violenza è impossibile senza umiltà” (Harijan, 28 gennaio 1939). La vera forza non si misura dalla capacità di uccidere, ma dalla disponibilità a morire, al sacrificio, al subire (il porgere l’altra guancia) e a porre dei limiti alle emozioni aggressive e distruttive. Il forte non vince per forza bruta, ma per amore senza paura: “[ahimsa] non significa docile resa alla volontà del malfattore, ma opposizione di tutta la propria anima alla volontà del tiranno” (Young India, 1 agosto 1920). Infine Ahimsa non può essere praticata senza fede in Dio, che implica la consapevolezza della pari dignità di ogni essere umano, l’unità in Dio: “Ahimsa non è il traguardo. La Verità è la meta” (Harijan, 1946).
Quanta saggezza in questa visione del mondo!

GANDHI ERA UN FANATICO?
Lasciate anche che essi prendano possesso della vostra bella isola e dei vostri numerosi bei palazzi. Darete loro tutto questo, ma non le vostre anime né i vostri cuori. Se quei gentiluomini decidono di occupare le vostre case, vi trasferirete, e se non vi permetteranno di andarvene liberamente, vi farete massacrare tutti, uomini, donne e bambini, ma rifiuterete di dar loro la vostra lealtà.
Messaggio agli Inglesi (1940)


Certe affermazioni gandhiane ci turbano. Penso ad esempio: “per uomini coraggiosi, sacrificare i propri figli nella guerra dovrebbe essere causa non di pena ma di gioia (pleasure)” e “il vero obiettivo della nostra lotta dev’essere uccidere il mostro del pregiudizio razziale…C’è un solo modo di uccidere il mostro ed è di offrirci in sacrificio. Non c’è vita se non mediante la morte. Solo la morte ci può sollevare. è l’unico mezzo efficace di persuasione”. Oppure: “il mio cuore è ora duro come una pietra. In questa lotta per l’autogoverno sono pronto a sacrificare migliaia e centinaia di migliaia di uomini, se ciò sarà necessario”. Pare di scorgere un sinistro sottofondo di necrofilia in Gandhi, un lato oscuro che probabilmente è la causa della sua eccessiva intransigenza. Altrimenti come si spiega che inviti i suoi seguaci a “corteggiare la morte, dobbiamo abbracciarla come si abbraccia un amico….Coloro che non sono d’accordo con tale visione farebbero meglio ad andar via”. Anche il suo senso del tragico può sollevare delle perplessità. Gandhi sa che la non-violenza è un’azione suicida per molti e che il satyagrahi è votato alla morte: “prima che costui possa capire la non-violenza, occorre insegnarli a reggersi sulle proprie gambe fino ad affrontare la morte nel tentativo di difendersi contro un aggressore che con ogni probabilità lo sconfiggerà”. Personalmente mi chiedo se questa visione melodrammatica, così spiccatamente “occidentale” (ma presente anche nella cultura giapponese del Bushido), possa realmente contribuire al trionfo della nonviolenza, in un lontano futuro, o in un mondo diverso da questo. Trovo molto patriarcale e superomistico (e decisamente illusorio) il desiderio di ottenere per sé una morte eroica che causi la disfatta della polarità antagonistica, un tema centrale della tradizione euro-americana (Meeker, 1972). Tra la tragedia e la commedia preferisco istintivamente quest’ultima, che invece insegna che la sopravvivenza dipende dal nostro adattamento alla realtà, dalla nostra capacità di trasformare noi stessi invece di trasformare l’ambiente, di accettare limiti invece di imprecare contro il destino che ci limita. La commedia cerca di risolvere i conflitti senza distruggere chi ne è coinvolto (riconciliazione, aikido). Questo è poi il nucleo dell’elaborazione gandhiana della Satyagraha. Ma l’atteggiamento del Mahatma, in alcune circostanze, ricorda un po’ troppo il lirismo epico dell’eroe tragico che si carica sulle spalle il fardello del conflitto, sentendosi in dovere di riaffermare la sua supremazia e grandezza anche a costo della sua stessa distruzione, o forse solo in virtù di essa: “se la funzione di himsa è di divorare tutto ciò che gli viene davanti, la funzione di ahimsa è quella di correre in bocca all’himsa (Harijan, 13 maggio 1939). Non vi è coralità, cooperazione, autentica solidarietà, genuina umiltà.
La tragedia comunica una concezione del mondo in cui l’inevitabile lotta è lo scenario della virile immolazione dell’eroe, contrastato da forze più vaste e potenti di lui (la natura, il fato, gli dèi, l’ingiustizia, ecc.). L’eroe alla fine deve morire, perché questo è il suo destino, perché solo così dà un senso alla sua partecipazione al dramma cosmico. Così facendo si trasforma in un modello e dopo la sua morte viene ricompensato per la sua abnegazione, la sua autoimmolazione, la rinuncia a far valere l’istinto di sopravvivenza. Ma, a quel punto, il confine tra resistenza nonviolenta di Gandhi e movimentismo violento fascista diventa meno netto e la filosofia si contamina con il narcisismo violento, prevaricatore ed autoritario dell’ “uomo che non deve chiedere mai”, di chi sacrifica gli altri e anche se stesso per la “sua” causa, cercando la “bella morte”, come dicevano i fascisti.
Il gusto per l’eroicismo alimenta la nostra tracotanza, l’hybris, la superbia di chi deve sentirsi costantemente in lotta, di chi non può trascorrere un solo istante della sua esistenza senza concepire le sue azioni come parte di uno scontro tra Davide (che in quanto piccolo e baldanzoso è nel giusto per definizione) e Golia (che è troppo potente per non avere torto). Vista in questa luce, la resistenza nonviolenta perde la sua originalità e, paradossalmente, serve a moltiplicare le occasioni di conflitto invece di quelle di compromesso e riconciliazione, ossia giustizia.

GANDHI ERA VIOLENTO E NON POTEVA NON ESSERLO
La società basata sulla nonviolenza può consistere soltanto di gruppi insediati nei villaggi, in cui la cooperazione volontaria sia la condizione di un’esistenza dignitosa e pacifica
Harijan, 13 gennaio 1940


Perché mai un inglese dovrebbe voler deificare Gandhi? […]. La risposta potrebbe essere che "Gandhi" (il film, non l'uomo, che irritò enormemente i britannici ma che ora riposa in pace per la pace di tutti) soddisfa determinate aspirazioni della psiche occidentale, categorizzabili sotto tre titoli principali. Prima di tutto, vi è l'impulso esotico, il desiderio di vedere l'India quale sorgente di saggezza mistico-spirituale. Gandhi, il guru di celluloide, segue la scia di altri santi uomini che hanno raggiunto la popolarità - a partire dal Maharishi, che per primo segnò quella via. In secondo luogo, vi è quella che potrebbe venir definita l'ansia cristiana di un "capo" devoto agli ideali di povertà e semplicità, un uomo troppo buono per questo mondo e dunque sacrificato sugli altari della storia. E in terzo luogo, vi è il desiderio politico liberal-conservatore di sentirsi dire che le rivoluzioni possono, e dovrebbero, essere combattute unicamente con l'arma della sottomissione, del sacrificio personale e della nonviolenza. L’uomo delle masse, dedito a una vita semplice, alla negazione di sé, all’ascetismo, finanziato per tutta la vita dai magnati del supercapitalismo e, alcuni direbbero, compromesso fino in fondo con essi? Il messaggio di Gandhi è che il modo migliore di ottenere la libertà è quello di mettersi in fila, senza armi, e marciare verso gli oppressori, permettendo loro di ridurti inerme al suolo a suon di manganello; se resisti sufficientemente a lungo, li metterai in tale imbarazzo da costringerli ad andar via. Tutto ciò è la peggior sciocchezza mai sentita ed è una sciocchezza pericolosa. La nonviolenza fu una strategia scelta da un popolo specifico nei confronti di un oppressore specifico; generalizzare da tutto ciò costituisce un atto sospetto. Che utilità avrebbe avuto la nonviolenza, ad esempio, contro i nazisti?
Salman Rushdie, “Patrie Immaginarie”, Milano: Mondadori, 1991

Fu vera non-violenza quella di Gandhi? Gandhi si diceva convinto che “se l’umanità non fosse abitualmente non violenta, si sarebbe estinta da secoli” (Young India, 2 gennaio 1930). Ma questa conclusione mi pare possa derivare solo da una definizione fin troppo ristretta di violenza. Una definizione più verosimile dovrebbe anche includere la violazione della volontà altrui, che fu la norma nei rapporti tra Gandhi ed i suoi famigliari. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questo tipo di definizione, che condivido, Gandhi era un violento. Di più, lo siamo tutti noi. Gandhi non poteva che essere violento, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni, l’esistenza delle quali dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi, vizi e manchevolezze – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse proveniamo e dove forse siamo diretti, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931).

2 commenti:

Daniele Montani ha detto...

Sto facendo una tesina di terza media sulla follia, e la mia prof. di inglese mi ha obbligato a portare Ghandi, anche se non si collega.
Ma grazie a questo blog sono riuscito a trovare le informazioni necessarie per lasciarla a bocca aperta.

Stefano Fait ha detto...

La manderai fuori di testa...in tema follia
;o))))