Visualizzazione post con etichetta Mandela. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mandela. Mostra tutti i post

lunedì 26 dicembre 2011

La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo




Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese

Allora anche i miti non disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati, non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky, “Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010

Arrivano momenti in cui diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela

Avevo l’impressione che la guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King

Il diritto alla tolleranza illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone

Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

A proposito del disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico Peyretti (16 agosto 1993)

Brutale, violento, con la clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)

Sono giunto alla conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra "democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso. Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:

E poi c’è la guerra, che produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà. Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra delle Falklands.

Affermare che “la natura umana non è violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di creazione e distruzione, fin dai suoi albori:

Diceva bene Gurdjieff: ci sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose. L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri sempre più se stessi. 
È un grossolano e pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica, inelastica:
La materia è il campo di battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità. Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare. È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la  giustizia, armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna (es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino, David Kelly).
Nel nostro mondo vivono anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza prevaricatrice. Il loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione, rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda, ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.  
Con loro la diplomazia non funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia) ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo, all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e Israele).
La spiacevole realtà dei fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli “personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’ infantile.
Non ci possiamo permettere di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale. Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo amorale.
Molte persone sono bellicose nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male. Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra, confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi: poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti, meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico, è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia, all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”. 
In pratica, non ci si comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata. Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del 2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al disastro economico:
E verso la guerra più mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati – ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema: ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b) identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e) insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che, come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie: sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza. E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci porterà alla rovina.

BIBLIOGRAFIA
Max Abrahms, “Why terrorism does not work”, International Security, Vol. 31, No. 2 (Fall 2006), pp. 42–78.
Rab Bennett, “Under the Shadow of the Swastika: The Moral Dilemmas of Resistance and Collaboration in Hitler's Europe”, New York: New York University Press, 1999.
Albert Camus, “Mi rivolto dunque siamo”, Milano: Elèuthera, 2008.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele”. In: Musica e mito nella Grecia antica, a cura di Donatella Restani, Bologna: Il Mulino, pp. 331-345, 1995
Jacques Ellul, “Ce que je crois”, Paris: Grasset, 1987.
Piero P. Giorgi, “La violenza inevitabile: una menzogna moderna. Le origini culturali della violenza e della guerra”, Milano: Jaca book, 2008.
Dave Grossman, “On Killing. The psychological cost of learning to kill in war and society”, New York: Little, Brown and Company, 2009.
Adrian Karatnycky, Peter Ackerman How Freedom is Won: From Civic Resistance to Durable Democracy. (Washington, DC: Freedom House, 2005).
Enrico Peyretti, “Dialoghi con Norberto Bobbio: su politica, fede, nonviolenza”, Torino: Claudiana, 2011.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”, Milano: Frassinelli, 2009.
Arundhati Roy, “Listening to grasshoppers. Field notes on democracy”, London: Penguin Books, 2009
Maria J. Stephan and Erica Chenoweth, “Why civil resistance works. The strategic logic of nonviolent conflict”, International Security, Vol. 33, No. 1 (Summer 2008), pp. 7–44.

giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

sabato 5 novembre 2011

È tutta una questione di coscienza





Vi erano e vi sono persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento (compimento?) della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione di sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l'umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di 'fare' cultura, e non di 'essere riempito' di cultura.

Alexander Langer, “Segni dei tempi”, 1967

Di dove sei? Nonostante la domanda mi sia stata rivolta un migliaio di volte non riesco mai a rispondere con prontezza… le mie risposte non sono mai uguali o meglio identiche. Dipende dall'ora, dalla stagione, dalle circostanze e comunque dalla persona che mi  rivolge la domanda... A ciascuno concedo una tessera di un mosaico che forse mi rappresenta, ma del quale so di ignorare la forma definitiva…. Tutto mi sembra irritante delle tre parole che compongono questa domanda “Di dove sei?” irritante, perché la trovo una misura coercitiva di definire quello che non voglio più, mai più definire: una mia identità. Anche linguisticamente la cosa mi disturba. Il genitivo, il “di” significa appartenenza, dipendenza, soggezione. “Di dove mi pare” vorrei rispondere. […]. Forse questo capita solo a me. Per altri il “Di dove sei?” è rassicurante, toglie dall'angoscia di essere di nessun posto, il desiderio di proclamare che in verità si è, cioè si è terminato di migrare, di vagare, si è diventati sedentari. […]. Mia è la speranza di un futuro nel quale si potrebbe rispondere: io sono una forma mutabile nello spazio e nei tempi. E il dove è in me, non io sono di un dove.
Brunamaria Dal Lago Veneri, “Di dove sei? Un problema di identità”

Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia, mormorando Io ti amo, tra non molto morirò ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti, perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato, perché temevo di poterti poi perdere. Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all'oceano mio amore, anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così separati, considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è perfetta! Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci, e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per sempre; non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto l'aria, l'oceano e la terra, ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.
Walt Whitman, “Foglie d’Erba”

Oggi la civiltà occidentale è riuscita nella mostruosa impresa di ostracizzare la spiritualità dal dibattito pubblico. Quella spiritualità che ha guidato i passi di Dag Hammarskjöld, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati consecutivi, tra il 1953 ed il 1961, di Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, mistica e così dotata per la matematica e la statistica da diventare la prima donna ad essere accolta nella Royal Statistical Society e nell’American Statistical Association, di Aung San Suu Kyi, George Washington, James Madison, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, Martin Luther King, Nelson Mandela, i “nostri” Aldo Moro e Alexander Langer. Siamo arrivati a despiritualizzare Immanuel Kant e Montesquieu, due pensatori mirabili e vivacemente spirituali. Anche l’esoterismo spiritualista di Goethe infastidisce, ma agli artisti si concede molto di più che a tutti gli altri. Si può essere religiosi, ma l'idea di spiritualità è associata irrimediabilmente alla New Age. Questo, purtroppo, è il sintomo del precario stato di salute della civiltà umana - non solo della sua porzione cosiddetta "occidentale" - in una fase declinante del suo percorso.    
I grandi statisti del passato, quelli che ci hanno dato le nostre costituzioni, non erano degli ingenui idealisti. Avevano ben presente l'onnipervasività dell'avidità, dell'ignoranza, della stoltezza, dell'odio, dei pregiudizi, della violenza umana. Per questo crearono dei sistemi che potevano tenere a bada il peggio della natura umana e nel contempo dare l'opportunità ai più ispirati di partire alla ricerca del proprio “Graal”, della crescita spirituale, del “Cristo interiore”, come lo chiamava William Penn, mentre Lincoln preferiva definirli “i migliori angeli della nostra natura”.
Ciò che li accomunava era un’enorme forza di carattere e pochissime pretese di pubblica gratitudine. Queste persone, così intimamente ma profondamente spirituali, hanno cambiato la storia delle loro rispettive società. Erano enormemente interessati alle grandi questioni dell’umanità, non solo all’analisi politica ma anche alle riflessioni filosofiche, esistenziali, spirituali. Erano esseri umani pieni di difetti, ma con uno spessore e si sforzavano di essere obiettivi, di rifuggire la faziosità. Coltivavano l’idea di una nazione esemplare (Stati Uniti), o redenta (Italia), o pacificata (Alto Adige), assieme agli ideali morali, allo sforzo di auto-miglioramento, alla virtuosità, alla ricerca del consenso e del compromesso, alla disponibilità ad ascoltare gli altri. La convinzione che fosse necessario emanciparsi dalla tirannia dei dogmi religiosi non li rendeva meno spirituali e religiosi.
La coscienza non è un'invenzione, non è un prodotto del condizionamento sociale. Esiste dentro di noi, nella nostra psiche, un potere, una forza che ci consente di discernere i valori reali del bene e del male, del giusto e dello sbagliato e che si manifesta attraverso l’empatia. L'egocentrismo neutralizza in parte questa capacità che possediamo fin dalla nascita. Non siamo semplici animali complessi con cervelli complessi, non siamo scimmie nude e chi lo pensa non è in grado di capire la differenza tra un chicco d’uva spremuto e un Barolo. A prescindere dalla difficoltà con la quale possiamo entrare in contatto con la nostra coscienza, è essenziale provare a farlo, come invitavano a fare, tra gli altri, Socrate, Gesù, il Buddha e l’Emerson di “Oversoul”, che si apre con queste parole: “La nostra fede va e viene a momenti; il vizio è un’abitudine. Eppure c’è una profondità in questi momenti che ci obbliga ad attribuire loro maggiore realtà rispetto ad altre esperienze… Sono costretto in ogni momento a riconoscere un’origine più alta della mia volontà”.
Non si può essere spiritualmente liberi se non si è raggiunto un sufficiente livello di comprensione dell’etica, dell’integrità e della giustizia. Chi non compie questo sforzo resterà schiavo dei suoi appetiti (che gli parranno irresistibili e giustificati) e della dominazione altrui (che gli parrà parimenti irresistibile e giustificata). Per questo il principale obiettivo dei dominatori è sempre stato quello di indurre le persone a concentrarsi sulle questioni materiali e superficiali, a detrimento di quelle spirituali, dell’educazione come Bildung, come autorealizzazione integrale, nel corpo e nell’anima (coscienza).
È mia opinione che i nostri problemi, tutti i nostri problemi si risolvono a partire dal basso, dalle coscienze di delle persone ordinarie. Gli interventi dall’alto funzionano solo se esiste già un certo tipo di presa di coscienza di una massa critica di persone. La coscienza è il mezzo con cui comprendiamo il mondo. “Leggiamo” la natura, la società e le motivazioni umane non come sono ma come la coscienza ci permette di interpretarle. Per questo è importante far circolare idee nuove che mettano in discussione ciò che si è dato troppo spesso per scontato e non lo è.
Penso che quasi nessun antropologo contesterebbe l’idea che le culture sono espressione della coscienza umana e che la coscienza umana evolve assieme alle culture. Io mi spingo oltre. Nell’etimologia del termine – dal latino “conscire”, cum+scire, conoscere accuratamente, essere consapevole – va enfatizzata la particella intensiva “cum”, con il significato di “assieme”. Nel senso che gli esseri umani sono diventati coscienti assieme, non per un accidente del caso o un intervento divino, ma perché hanno cominciato a condividere in modo sistematico le loro conoscenze. Gli albori della scienza potrebbero dunque coincidere con la nascita (l’insorgere) della coscienza umana. Grazie all’attenzione, all’introspezione, alla conoscenza ed alla comunicazione ci possiamo interrogare e spesso trovare risposte e trasmetterle agli altri. Solo la specie umana ha raggiunto questo livello di coscienza.
Ma cos’è la coscienza? Come la cultura, è difficile definirla. Grosso modo, equivale alla “presenza di spirito”, ma ciò serve solo a spostare il problema della definizione, non a risolverlo. Agostino di Ippona diceva del tempo: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Dobbiamo dunque rassegnarci?
Il dizionario Devoto-Oli offre questa definizione: “La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino; consapevolezza valutativa”. Mi pare un po’ riduttivo, troppo facile da confondere con “consapevolezza”. Allora, forse, consapevolezza e coscienza sono sinonimi? La coscienza è una “consapevolezza valutativa”?
Io penso che la consapevolezza sia un attributo della coscienza e che la mente sia un suo sinonimo. Per coscienza, quindi, dovremmo intendere il complesso dell’attività mentale (ragionamento, sensazioni, emozioni ed impressioni, memoria, intenzionalità, immaginazione, giudizio, introspezione, autocontrollo, autocoscienza) di un essere vivente, cioè a dire il nesso tra genotipo, ambiente naturale e contesto socio-culturale. Essa include l’insieme di parametri che definiscono l’esperienza soggettiva, fisica e mentale, della realtà. Se questi parametri fossero modificati, la realtà ci apparirebbe sensibilmente diversa (come quando un miope indossa gli occhiali, o li toglie). Ne consegue che al variare della coscienza varia anche l’auto-percezione e la comprensione di noi stessi e che perciò non esiste alcun sé permanente, a dispetto di quel che scegliamo di credere: è dunque possibile che i buddisti (e neoplatonici) abbiano avuto ragione fin dall’inizio. Ne consegue che è la coscienza a determinare l’identità di una persona e che questa è in costante ricalibrazione (in divenire). È sempre alla coscienza che vanno imputati libero arbitrio (intenzionalità), attenzione e consapevolezza (conoscenza) e condotta morale (etica). Non è certo un caso che in numerose lingue i termini che indicano coscienza, conoscenza e coscienza morale siano morfologicamente interconnessi.
Una coscienza immersa nella realtà non può che essere soggettiva. Solo la misura più ampia possibile di trascendenza – grazie all’empatia, un parziale distacco da me stesso – conferisce obiettività alle mie osservazioni. Allora una coscienza in espansione è più obiettiva di una coscienza costretta. Infatti, come abbiamo visto, la parola “coscienza” deriva dal verbo latino conscire (et. “sapere assieme”, “essere reciprocamente consapevoli”). È perciò la proprietà di una relazione, anzi, è il risultato di una relazione tra l’interno e l’esterno, l’io e l’altro.
Più ampia sarà la conoscenza, più intensa sarà la coscienza, più robusto il libero arbitrio, più consapevoli le nostre decisioni, più morale la nostra condotta. L’ignoranza, al contrario, è come un’amputazione, uno svuotamento di vitalità consapevole (non-meccanica). Essere ignoranti è come avere le batterie quasi scariche. Ci può essere di consolazione il fatto che siamo tutti molto ignoranti, chi più chi meno. Per questo nessun essere umano è pienamente umano. Siamo indeterminati, ossia non c’è alcun modo di valutare in anticipo cosa saremmo in grado di fare, date certe condizioni favorevoli. Paolo scriveva: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Corinzi 13, 11-12). È un’ottima descrizione dei un processo di presa di coscienza, ossia di intensificazione della presenza di spirito.
Forse l’unica tipologia umana predeterminata è quella degli psicopatici, che sono esseri umani oberati da un ristretto sviluppo dei centri emotivi dell’empatia, dunque privi di coscienza morale ed integralmente soggettivi, cioè a dire completamente indifferenti al punto di vista altrui, che è meramente strumentale alla realizzazione dei propri fini: la loro “presenza di spirito” è virtualmente nulla, sono esseri umani quasi integralmente meccanici, robotica e neppure se ne rendono conto, poiché presuppongono che tutti gli altri siano come loro. Possono anche essere molto passionali e vivaci, senza essere violenti e non sono così facili da riconoscere. Ma non sono realmente vitali, se non solo esteriormente. Quel che è certo è che sono l’antitesi dell’altruismo, nel senso più proprio, quello di attenzione e sensibilità alle esigenze e prerogative altrui. 
Qui maggiori dettagli:
Fatta questa premessa, vorrei passare ad esplorare le implicazioni dei mutamenti di coscienza. Come una lingua cambia, così cambia anche una coscienza. Nessuno studioso del cervello vi direbbe che si sono solo due modalità di essere al mondo: quella conscia e quella inconscia. Esistono invece livelli di coscienza variabili nella stessa persona in vari momenti della giornata e dell’anno e in diverse fasi della vita. Un bambino non ha lo stesso livello di coscienza di un ragazzo ed un adolescente non lo condivide con gli adulti. L’ontogenesi (bimbo > adolescente > adulto), ricapitola la filogenesi (homo habilis > homo erectus > homo heidelbergensis > homo sapiens) ed il processo di civilizzazione (tribale > rurale > urbano > globale/digitale). Idealmente, l’evoluzione della coscienza si è manifestata come un’amplificazione della mente umana (o della consapevolezza degli altri animali) nel senso di una maggiore estensione, maggiore profondità, maggiore auto-riflessività. La quantità di conoscenza di cui disponiamo è grandemente superiore a quella delle generazioni precedenti, grazie all’alfabetizzazione, alla scolarizzazione, alla circolazione dell’informazione. È evidente a qualunque osservatore obiettivo che chi ha compilato buona parte dell’Antico Testamento non aveva una coscienza interamente moderna. Il suo cervello era anatomicamente moderno ma non la sua coscienza. Il Nuovo Testamento ci sembra molto più moderno (in largo anticipo sui suoi tempi e anche sui nostri, apparentemente).
È impossibile misurare i livelli di coscienza, ma è facile capire la differenza tra un insegnante e la maggior parte dei suoi studenti, o tra nipoti e nonni. Gli indigeni della Papuasia non definirebbero primitivi i loro antenati, perché la loro cultura ed il loro stile di vita, manifestazione di un certo livello di coscienza, non sono troppo dissimili. Naturalmente ciò non significa che, essendo più moderno, un nipote sia qualitativamente superiore rispetto al nonno, in termini di coscienza. La sua è semplicemente una coscienza diversa. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato affermare che la coscienza dei cacciatori-raccoglitori sia superiore alla nostra, solo perché erano più rispettosi della natura. L’ignoranza dei dati etnografici e delle reali condizioni di vita delle popolazioni “esotiche” ci spinge ad idealizzare le società tribali, dove infanticidio, sacrifici umani, schiavitù, omicidi, suicidi non mancano.
Siamo diversi: questo è tutto. Un indigeno della Nuova Guinea non sa guidare un’auto, prendere un treno, leggere Dante o Shakespeare, comunicare con persone dall’altra parte del mondo, non ha ascoltato Mozart, non sa nulla della Shoah, non ha sviluppato una particolare visione dei diritti umani, non capirebbe il messaggio contenuto nell’arte di Kendell Geers o nei film di Truffaut. I primi antropologi scoprirono con sorpresa che presso diversi popoli non era chiara la connessione tra copulazione e concepimento. Noi, in cambio, non sopravvivremmo a lungo, al loro posto, e non saremmo in grado di esperire il loro ambiente nella maniera totalizzante che li caratterizza. Allo stesso tempo, mentre uno sciamano ed un accademico hanno un livello di coscienza superiore alla media, ciò riguarda soprattutto un ambito limitato di specializzazione. In altri campi può essere vero l’inverso.
Non si possono stabilire gerarchie proprio perché l'essere umano è l'unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell'interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente socio-culturale. Proprio in questa sua indeterminazione, ossia nell'assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). Non solo, la sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile (ha un potenziale indeterminabile, insospettabile, appunto) e, poiché è imprevedibile, è anche creativo ed innovativo. L'affinamento morale, civile, scientifico ed artistico derivano dalla porosità di questi confini dell'umano, che si manifestano in una incredibile varietà di sfere di coscienza. In altre parole, come aveva intuito Sartre, gli esseri umani, inclusi i cacciatori della Papuasia, sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza.
Ogni persona ha il diritto di scegliere per la sua coscienza dei confini determinati. Questo diritto è irrevocabile e va rispettato fino a quando non comporta la negligenza dei suoi doveri nei confronti del prossimo. Ma nessuno, in nessuna circostanza, può decidere che così debba essere per l’intera specie.
Anche se qualcuno volesse confinare la nostra coscienza, per esempio tramite la somministrazione coatta di psicofarmaci, ad esempio – come nel film “Equilibrium” –, la natura, alla lunga, vi si opporrebbe. Infatti la coscienza prosegue il suo cammino evolutivo, sia filogeneticamente, sia ontologicamente e quella umana evolve molto più rapidamente delle altre (Tattersall, 1998; Keenan, 2003). Animali diversi hanno tipi di coscienza diversa, ma animali dello stesso tipo hanno lo stesso tipo di coscienza. Alcuni animali dello stesso tipo hanno diversi livelli di coscienza. Il che spiega come mai molti cani e gatti si dimostrino più simili all’uomo degli scimpanzé non in cattività, che pure sono biologicamente molto più simili a noi.
È presumibile che, raggiunto un certo livello di coscienza, sia difficile regredire in modo permanente (salvo catastrofi planetarie). È certo che nessun essere umano ha raggiunto la massima estensione di coscienza possibile per la nostra specie, anche se è possibile che alcuni abbiano raggiunto il loro massimo personale, se acconsentono che la loro mente si chiuda irrimediabilmente.
Abbiamo detto che tutti gli esseri umani sono uguali (i processi neurali sono in potenza i medesimi), ma non lo sono per livello o sfera di coscienza. Un bambino ed un anziano parlano la stessa lingua ma i vocaboli sono diversi e la coscienza è diversa. Così in certe lingue mancano delle parole per indicare certi stati d’animo relativi ad una certa sfera di coscienza. Dei bimbi italiani e yanomami non avranno probabilmente livelli di coscienza sensibilmente diversi ma, crescendo, si differenzieranno progressivamente. I ragazzini yanomami, nel lungo periodo, sarebbero perfettamente in grado di incorporare Salgari, Topolino, Gardaland e la playstation nella loro mente e nel loro modello di comprensione dell’universo e della vita, perché il loro cervello ha lo stesso potenziale dei ragazzini italiani. Allo stesso modo i ragazzini italiani potrebbero adattarsi alla realtà amazzonica, se fossero costretti a farlo ed assistiti nel farlo. La differenza è che tanti ragazzini italiani sanno qualcosa dell’Amazzonia e potrebbero forse arrivarci anche da soli. È invece difficile immaginare che un ragazzino yanomami sarebbe capace di fare il suo ingresso a Gardaland: non sarebbe neppure al corrente della sua esistenza, non avrebbe familiarità con il viaggio aereo e in treno e con l’incontro di sconosciuti, non potrebbero pagare. Non avrebbe neppure la curiosità di esplorare il resto del mondo, se non vi ci s’imbattesse accidentalmente. Questo dipende dal suo livello di coscienza (e di conoscenza: i due livelli sono concomitanti ma non direttamente equivalenti). Ma se avesse la possibilità di fare questo viaggio tornerebbe con un livello di coscienza forse persino superiore a quello dei suoi genitori. Lo stesso vale per i ragazzini italiani.
Charles Darwin ci offre un esempio molto interessante di questo tipo di fenomeno. Durante il viaggio del Beagle educò un certo un numero di nativi della Terra del Fuoco a comportarsi come gentiluomini britannici. Quando tornò li ritrovò che vivevano come prima del loro incontro e della loro “istruzione” ma, una volta saliti a bordo, erano ancora capaci di rientrare nella sfera di coscienza degli ospiti.
Livelli diversi di coscienza non comportano livelli differenti di umanità. Più cultura e più conoscenza significano più coscienza ed intelligenza ma non significano maggiore umanità. Per la stessa logica, il fatto che stiamo consumando le risorse naturali pregiudicandone la disponibilità per le generazioni future non implica una nostra involuzione biologica, di specie: l’egoismo è il prodotto di una sfera di coscienza ristretta (non esiste realmente una falsa coscienza, ma solo false nozioni), resa possibile da un certo genere di propaganda consumistica ed edonistica strumentale al successo del modello economico capitalista, dunque provvisoria. Il modello capitalista è, a sua volta, la radicalizzazione della capacità umana di adattare l’ambiente alle sue esigenze e non vice versa, com’è il caso degli altri animali. Si è passati dall’evoluzione biologica all’evoluzione culturale (manifestazione dell’evoluzione della coscienza umana) ma l’educazione (l’immagazzinamento di informazioni), di per sé, non basta a promuovere espansioni di coscienza. Solo l’autentica conoscenza li consente. Per questo possono esistere scienziati colmi di pregiudizi, medici disposti a partecipare a sperimentazioni criminose o sedute di tortura e teorie filosofiche completamente distaccate dalla realtà quotidiana.
La ragione di ciò va ricercata nella tendenza, comune a tutti gli esseri umani, sebbene con diversi gradi di severità, ad operare meccanicamente, spesso reagendo a situazioni nuove in modo ben poco creativo, quasi fossimo prigionieri di schemi consuetudinari fatti di valori, credenze e scopi ormai così rigidi da impedire al cervello di sviluppare tutto il suo potenziale (Peat, 1987). Ancora una volta, vorrei suggerire che questo sia un evento più comune in società dove le identificazioni collettive sono più salde e soffocanti, come l’Alto Adige, appunto o, in misura enormemente più drammatica, nella Germania della transizione verso il nazismo. “Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo” (Allen, 1994, p. 279). Vi è un ammonimento di Luciano Gallino nell’introduzione all’edizione italiana che deve valere per tutti noi: “non esiste nulla capace di vietare che ciò che è accaduto a Thalburg […] possa prima o poi accadere di nuovo” (ibidem, p. VIII).
Si può insomma vivere nella contemporaneità senza possedere una coscienza “moderna”. Le persone coinvolte nella perpetrazione di genocidi, pulizie etniche, terrorismo, terrore di stato, torture, ecc., non possiedono una coscienza moderna. Un tempo tutte queste pratiche erano considerate naturali,  spiacevoli ma necessarie ed inevitabili. Oggi, invece, suscitano orrore e riprovazione nell’opinione pubblica: la ragione di ciò risiede nell’emergere di una coscienza moderna. Dunque nella Germania nazista c’erano vaste bolle di anti-modernità, a livello di maturità delle coscienze. Lo sviluppo tecnologico o la passione per l'arte non indicano di per sè una qualche sensibilità moderna. E, di contro, non era forse moderna la pulizia etnica romana ai danni dei Cartaginesi o la democrazia imperialista di Pericle?
La tecnologia è espressione della coscienza, ma non coincide con essa. Il secolo scorso è stato segnato dalla crescita rigogliosa del pacifismo, della nonviolenza, dell’ecologismo, della tutela dei diritti umani e dei diritti civili, della lotta per l’abolizione della pena di morte, della tortura, della sperimentazione sugli animali, ecc., ma è anche stato il secolo più orribile della storia umana, per quanto ne sappiamo.
Oggi credo che noi tutti concorderemmo sul fatto che l’Olocausto sarebbe inconcepibile in quasi tutto l’Occidente ed anche altrove. Ci saranno altri genocidi, ma ci risulta difficile credere che possa avvenire secondo quelle modalità, almeno in Europa. Se era già stato difficile tenerlo nascosto allora, ed era servita una guerra per perpetrarlo, figuriamoci adesso. Questa nostra fiducia – non è importante che sia ben riposta, è importante che esista e sia diffusa – è un’indicazione della prevalenza di una sensibilità moderna che deriva da una coscienza moderna. Ciò non significa che tra noi non esistano individui per cui un secondo Olocausto sarebbe concepibile e che sarebbero ben lieti di partecipare a pogrom contro gli Ebrei, i Rom o i musulmani. Per fortuna questa categoria di persone, gravemente ipodotata a livello di coscienza, rappresenta una minoranza. La Shoah è quell’esperienza catastrofica che ha almeno consentito di compiere un salto di qualità collettivo alla coscienza di intere popolazioni. Analogamente la guerra in Vietnam ha creato le premesse per le oceaniche marce pacifiste di quegli e dei nostri anni.
Dopo la guerra, le società dell’Europa occidentali sono diventate gradualmente meno violente ed oggi godono di un livello di aggressività interpersonale relativamente basso. Perché? Perché il livello di coscienza dell’opinione pubblica si è accresciuto fino al punto in cui una maggioranza di persone ha capito che aggressività e violenza sono controproducenti e servono solo ad esacerbare la situazione. Esiste anche un diffuso sospetto nei confronti di chi abusa del proprio potere. Questo rimane vero anche se ci sono poco dubbi sul fatto che, come ogni altro predatore, possediamo un istinto omicida. Tuttavia, a differenza degli altri animali, molti di noi sono perfettamente in grado di controllarlo, come di controllare, più meno efficacemente, tanti altri istinti (sadismo, lussuria, ingordigia, pigrizia, egoismo, ecc.). Per gli altri animali ciò non è possibile. Anche molti umani non sono ancora capaci di farlo e molti non arriveranno a farlo nel tempo loro destinato. Ma ciò è dovuto precisamente alla disparità di livelli di coscienza, non ad una comune natura belluina precariamente contenuta da fragili laccioli socio-culturali.
Ciò che è affascinante è che la specie umana è una specie indefinita in una misura qualitativamente differente rispetto alle altre specie. Ciascun individuo è indefinito, possiede “infinitezza”, per dirla con Emerson. Nessuno può essere definito e delimitato conclusivamente. In questo scarto rispetto agli altri ominidi, come ad esempio i Neanderthal, che rimasero presumibilmente identici a se stessi per tutta la loro storia, risiede la nostra dignità. Siamo dunque giunti a concludere che la dignità umana, che è il fondamento dei diritti umani e quindi della democrazia, ossia tutto ciò che Adolf Hitler odiava visceralmente, è strettamente interconnessa alla nostra coscienza. Più elevata sarà la sfera di coscienza, minore sarà il nostro egoismo e maggiore sarà l’attenzione ed il rispetto tributato alla dignità degli altri. Più lontano sarà il giorno dell’avvento di un nuovo Hitler, sotto mentite spoglie.
In una prospettiva in cui l’antropologo cede il passo al filosofo esistenzialista, bisognerebbe concludere che la condizione (livello, sfera) di consapevolezza è l’elemento chiave dell’esistenza in questo nostro universo. Bisognerebbe altresì concludere che il senso della vita pare essere quello di un’educazione permanente, come se il mondo fosse una grande scuola. Lo pensava anche il grande regista russo Andrei Tarkovsky: “Siamo così pochi. Qualche miliardo in tutto. Una manciata! Forse siamo qui per fare esperienza delle persone come una ragione per amare”.
Bisognerebbe, infine, io credo, concludere che lo strumento principe della nostra maturazione è la relazione: “in principio è la relazione”, dice Martin Buber, la relazione interpersonale è il fondamento della responsabilità e della giustizia, chiosa Lévinas. O, più precisamente, il dialogo socratico, che ci aiuta a diventare meno soggettivi, meno prigionieri dei nostri pregiudizi e preconcetti e meno ingiusti nei confronti del prossimo. Purtroppo il riduzionismo metodologico di tanta parte della scienza più recente nega l’esistenza della coscienza e considera la mente come una mera funzione di processi chimici ed impulsi elettrici che hanno luogo nel vuoto, piuttosto che come l’interfaccia con il resto dell’esistente, com’è invece probabilmente il caso. Fortunatamente il dibattito vede ancora una forte contrapposizione tra riduzionisti (internalisti: la mente emerge dall’interno, dalle attività neuronali) ed esternalisti, ossia coloro i quali contestano l’idea che la coscienza ed il cervello siano la stessa cosa, essendo più propensi a ritenere che il cervello sia solo il mezzo che rende possibile l’espressione della coscienza nella condizione fisica umana (e non solo umana), un canale di trasmissione e ricezione.
È comunque un fatto assodato che la mente umana non è un computer e lo stesso funzionamento di ogni cervello (l’estensione e complessità delle connessioni sinaptiche) dipende dalla sua storia biologica e dalle esperienze della persona che ne fa uso. Questo perché, a differenza di quello degli altri animali, il cervello umano rimane estremamente plastico e continua a crescere ed organizzarsi per un lungo periodo di tempo dopo la nascita. Questo aspetto dello sviluppo umano fa sì che ogni persona abbia modo di differenziarsi dalle altre ed eserciti su ogni società un’influenza che si articola nel senso di una crescente flessibilità e sofisticatezza per poter accogliere la variabilità umana senza soffocarla. Una società chiusa o comunque una società che coltiva le separazioni, le distinzioni, gli incasellamenti  è, per così dire, “innaturale”, perché si pone come ostacolo a quei processi spontanei che meglio ci caratterizzano, quelli cioè che portano all’emersione del sé, alla consapevolezza di essere agenti in un contesto naturale e sociale/simbolico, alla nostra autonoma ri-programmazione. Come chiarisce il celebre paleoantropologo Ian Tattersall, “mentre ogni altro organismo di cui siamo a conoscenza vive in un mondo che gli è stato offerto dalla Natura, gli esseri umani vivono in un mondo che loro stessi trasformano in simboli e ricreano nelle loro menti. È questo che ci rende delle creature affascinanti - e pericolose” (2002, p. 78).
Il livello di coscienza raggiunto dall’essere umano lo rende libero di coltivare la sua incompletezza, l’indeterminatezza (neotenia) necessaria all’apprendimento permanente, di percorrere vie alternative in una società ed in un ambiente aperti, di riprogrammarsi, sperimentando con e su se stesso. Un vantaggio aggiuntivo è che a maggiore eterogeneità e flessibilità corrispondono minori tassi di autoritarismo e di violenza/aggressività (Haslam/Reicher 2007; 2008).
Una ragione in più per mettersi alle spalle ogni genere di segmentazione e concezione gerarchica ed esclusiva della società umana.

LINK UTILI
L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene