martedì 15 novembre 2011

La paura della morte non dovrebbe esistere





In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito.

Giovanni 3, 1-8

La crisi, il default, i Maya, le catastrofi naturali, le schermaglie medio-orientali, la guerriglia urbana, il cambiamento climatico, gli ordini della troika finanziaria: tutto ci fa pensare alla morte, più o meno consciamente.

“E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha studiato la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile, tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Perfino avere un blog può far sentire più vivi, più significativi. Il blog, come tante altre attività umane, è un progetto di immortalità, un qualcosa che nega alla morte – alla prospettiva di morire – il potere che esercita su di noi. Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. Chi ha paura di morire, di norma, è egoista ed aggressivo: mors tua, vita mea. La paura ci impedisce di praticare, per quanto è possibile la nonviolenza e la solidarietà. Ci rende sociopatici, anche se in condizioni normali non lo saremmo. Ci rende pecore in un gregge, desiderose di essere guidate dal pastore (e costrette a crederlo buono).

Occorre tenere a bada questa paura di morire, se vogliamo conservare la dignità, il contegno, l’onore, l’autostima, una coscienza/anima che non sia deturpata dal Male.

Occorre capire di che vita stiamo parlando.

Il credente può restare interdetto nel leggere certi passi evangelici che riguardano la vera vita. Gesù si dichiara un irriducibile amante della vita, ma non di quella vita organica che la Chiesa sembra voler difendere oltre ogni ragionevole aspettativa. Gesù insegna che esiste un’altra vita, una vita sensibilmente più importante di questa, tanto che “chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte” (Tommaso, 111). È beato chi “si è impegnato ed ha trovato la vita" (Tommaso, 58), ma il compito non è per niente facile: “stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:14). È come inoltrarsi in un labirinto, ma è necessario farlo, perché “chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo 16: 25). Sarà una vita vera ed eterna, non come quella del presente, che equivale ad una morte vivente: “Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24). Il corpo di carne, infatti, è il fardello della caduta e Gesù non sa che farsene: “È lo spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Giovanni 6, 63). Il suo piano è incentrato proprio sul dono della vera vita: “io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Questo l’ha ben compreso Paolo di Tarso, che rincara: “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo spirito ha l’animo, è vita e pace” (Romani 8:6).

“Nirvana” era originariamente il termine che indicava la condizione spirituale di chi si è liberato dall’identificazione con ego e con l’universo materiale. La traduzione come “vuoto” o “nulla” ha stravolto orribilmente il suo significato. Il fine del Buddha non era certo il raggiungimento di uno stato di “non-esistenza” ma semmai il contrario, ossia uno stato di piena, consapevole, obiettiva percezione della realtà.

Passiamo ora alla fisica quantistica, con una serie di citazioni:

“Nulla esiste finché non è misurato” (Niels Bohr, Nobel 1922).

“Un elettrone è una potenzialità immateriale finché non viene osservato” (Max Born, Nobel 1954).

“Se non sono disturbati dall’osservatore, gli elettroni non sono cose, non esistono nello spazio e nel tempo, la loro esistenza è meramente potenziale. Emergono in una condizione di esistenza reale ma provvisoria nell’atto di misurazione che è quindi un atto creativo” (Erwin Schrödinger, Nobel 1933).

“Per ciò che riguarda le particelle che costituiscono la materia, non sembra esserci alcuno scopo nel considerarle come composte di qualche materiale. Sono, in un certo senso, pura forma, nient’altro che forma; ciò che si manifesta di volta in volta in osservazioni successive è questa forma, non uno specifico frammento di materia” (ancora Erwin Schrödinger).

“Le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica” (Werner Heisenberg, Nobel 1932).

“La gente pensa sempre che, quando si dice “realtà”, si sta parlando di qualcosa di chiaramente noto a tutti, mentre invece per me il più importante e più arduo compito del nostro tempo è lavorare alla costruzione di una nuova idea di realtà” (Wolfgang Pauli, Nobel 1945, lettera a Markus Fierz, 1948).

“Gli elementi costitutivi del mondo fisico sono quelli che chiamiamo eventi. Un evento non persiste e non si sposta come un pezzo di materia tradizionale: esiste semplicemente per un suo breve attimo e poi cessa” (Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”).

“Se si era inizialmente creduto che nel corso del progresso delle scienze tutto ciò che è ‘trascendentale’ sarebbe stato progressivamente soppresso, perché in ultima analisi si poteva ricondurre tutto ad una spiegazione razionale, si dovette poi ammettere che il mondo materiale che per noi è così tangibile, si dimostra invece sempre più simile ad apparenza e si dissolve in una realtà che non è fatta di cose e di materia, ma di forme che predominano. [...] La fisica quantistica ci ha confermato ancora una volta che la nostra esperienza scientifica, la nostra conoscenza del mondo, non rappresenta la realtà ultima ed intrinseca, qualunque significato si voglia attribuire a queste espressioni” (Hans-Peter Dürr, fisico nucleare e quantistico tedesco, 1986).

“Se l’universo è vivo, le emozioni possono avere un significato cosmologico” (Shimon Malin, fisico teorico, Colgate University, 2011).

Infine, una riflessione di un biochimico belga, Christian De Duve, Nobel per la medicina nel 1974:

“Ora sappiamo che l'immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà. Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è perlopiù vuoto [...]. Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva della materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore” (De Duve, 2002, pp. 292-293).

Cosa significa tutto questo? Significa che l’elettrone esiste solo come campo di potenzialità, potenzialità di diventare una cosa (o per meglio dire un evento), con certe proprietà che possono essere misurate. Solo l’atto di misurazione trasforma il potenziale in effettivo. Protoni e neutroni, che formano l’atomo, assieme agli elettroni, si comportano allo stesso modo. Questi sono gli elementi costitutivi della materia che forma tavoli, sedie, libri ed esseri viventi. Continuiamo a chiamarli particelle anche se non lo sono, per mancanza di un termine migliore. Sono eventi: ergo, solo la coscienza dell’osservatore rende reale ciò che non lo è (Malin, 2011).

Ciò vale per gli atomi come per ogni elemento della realtà che vediamo. Questa conclusione alla quale sono giunti molti dei fondatori della fisica quantistica è in linea non solo col buddismo e con il neo-platonismo, ma anche con il pensiero di David Hume e George Berkeley – “esse est percipi”: essere significa essere percepiti. Solo ciò che è percepito è reale. Non sorprende quindi che Werner Heisenberg, Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Arthur Eddington, Alfred North Whitehead, David Bohm ed Erwin Schrödinger fossero affascinati dal neoplatonismo, dal pitagorismo, o dal buddismo; per loro i determinismi potevano essere trascesi. Pauli, nelle sue conversazioni con Jung, ipotizzava addirittura che gli archetipi potessero strutturare la materia. Se la psiche e la materia sono un’espressione di un ordine retrostante, comune ed obiettivo, allora l’archetipo è come uno specchio che si manifesta come riflesso nella psiche e nella materia. Ciascuno si deve perciò assumere la responsabilità di ciò che crea ad ogni livello (Gieser, 2005). 

Ma anche se ignorassimo questa branca della fisica e continuassimo a credere all’interpretazione materialista-riduzionista della realtà, resta il fatto che la materia è fatta di atomi e gli atomi sono virtualmente vuoti (al 99,9 periodico percento), tanto che se si togliesse lo spazio tra elettroni e nucleo la Terra si ridurrebbe ad una palla da baseball. Un altro esempio: se un atomo fosse grande come il Meazza, il nucleo sarebbe più piccolo di un pisello a centro campo. Dunque la tastiera con cui scrivo queste parole è sostanzialmente vuota, come chi scrive, come ciascuno dei lettori. Il mio fondoschiena non è a contatto con una sedia ma è sostenuto, nel vuoto, dalla resistenza elettromagnetica alla compressione degli elettroni (le particelle con la stessa carica si respingono).

Anche il granito delle nostre montagne è vuoto. Se lo percepiamo come “granitico” è solo perché i nostri sensi non ci consentono di cogliere la natura quasi illusoria della materia. I nostri sensi sono materiali e quindi accettano l’illusione di solidità di ciò che li circonda, che è prodotta dal moto rapidissimo delle particelle atomiche, allo stesso modo in cui i raggi di una ruota di bicicletta che gira sembrano formare un solido ed uniforme disco di metallo, sebbene la ruota sia in gran parte vuota. 

Dunque, se persino ciò che il nostro cervello percepisce come indiscutibilmente solido, pieno, stabile, permanente, tangibile, ecc. non lo è, risulta ancor meno sensato badare a quegli spettri impalpabili ed evanescenti che sono i nostri spauracchi e i nostri idoli e miti, tutto ciò che abbiamo inventato per riuscire a soddisfare il nostro duplice bisogno sado-masochista di venerare noi stessi e contemporaneamente prostrarci. Queste finzioni sono ombre o riflessi delle interazioni umane. Il mondo reale non è una collezione di oggetti e la questione dell’identità, dell’essere identici a se stessi, dell’essere vivi, corporalmente, non ha alcun senso. Ogni evento è reale e unico, separato e distinto da ogni altro. Non esiste alcuna entità che rimanga identica da un momento all’altro, il mondo è sempre nuovo, non si muore mai veramente. Panta rei, tutto scorre, come dicevano i Greci ben prima di Eraclito, al quale l’aforisma è stato erroneamente attribuito.

Noi ci formiamo un’illusoria impressione di identità nel corso del tempo solo perché entità sempre nuove continuano a creare schemi che ci appaiono come analoghi, incessantemente. In questo senso la fisica quantistica è in piena sintonia con i dati delle altre scienze che abbiamo citato nell’introduzione a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010, p. 12): “la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza”.

Il fatto concreto non è l’esistenza del mondo fenomenico, ma l’esperienza che ne facciamo. La vera vita risiede nell’esperienza della nostra coscienza, che non è materiale. La stessa materia di cui è costituito l’universo è l’insieme delle esperienze e potenzialità di esperienza che si influenzano reciprocamente. Perciò anche le identità personali sono illusorie, sono eventi quantistici. Un essere umano, considerato nella sua vicenda totale, è un flusso di esperienze, di occasioni d’esperienza, o di “occasioni viventi”, come le definisce Alfred North Whitehead, il grande filosofo e matematico britannico.

Se ogni evento è inestricabilmente legato all’esperienza di una data coscienza, allora per alcuni una sinfonia di Mozart sarà un’esperienza più reale e più profonda di una canzone di Lady Gaga, così come il Barolo avrà un livello di esistenza più intenso rispetto al succo d’uva. Søren Kierkegaard, nel “Don Giovanni, la musica di Mozart e l’eros”, scrive: “Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità; devo a te se non ho trascorso la vita senza che nulla fosse capace di scuotermi”.

Ciò che conta è allora il potenziale di indurre in un essere senziente esperienze più profonde. Per alcuni l’arte più sublime è più alta, più reale dell’atto di leggere un quotidiano e un sacrificio solidale come quello del poliziotto che muore nel tentativo di salvare un aspirante suicida è più vero di un linciaggio tra tifosi. Mi auguro che ciò valga per una maggioranza di persone, ma sicuramente non lo sarà per tutti. Perché? Perché, come abbiamo già visto, esistono livelli di coscienza diversi tra gli esseri umani. Il livello di coscienza di un Eichmann o di un fondamentalista non è paragonabile a quello di un Martin Luther King o di una Aung San Suu Kyi. Il processo dialettico attraverso cui un individuo si vede simultaneamente come oggetto e come soggetto consente un ampliamento ed un approfondimento della coscienza umana; uno sforzo, questo, grandemente facilitato dalla possibilità e disponibilità a costruire ponti invece di erigere muri. Il “segreto”, dunque, è la curiosità. Essere curiosi significa cercare di informarsi, stare attenti a ciò che si fa e ciò che fanno gli altri, cercare di capire le motivazioni dietro le proprie e le altrui azioni e parole. Più limpida è la conoscenza, più limpida è l’esistenza, più vera è la conoscenza, più vera sarà la vita. È il senso dell’aforisma di Bruce Lee, che sarebbe piaciuto molto a Socrate: “Conoscere sé stessi è studiarsi mentre si agisce con l'altro”.

Se si riuscisse a metterlo in pratica gran parte dei problemi del mondo troverebbe una soluzione.

In che modo? La via è già stata tracciata dai trascendentalisti statunitensi, R.W. Emerson (1803-1882), Walt Whitman (1819-1892) e H.D. Thoreau (1817-1862) e riproposta, più recentemente, dalla politologa Nadia Urbinati e dal filosofo politico statunitense George Kateb (Kateb, 1992, 2002; Urbinati, 1997). È una via che giudico ineludibile perché attualmente non viviamo in società autenticamente democratiche, ma piuttosto in democrazie formali che sono a tutti gli effetti oligarchie sostanziali. La chiave per una riforma del nostro vivere associato che non passi per la rivoluzione – uno strumento di crudeltà ed oppressione come pochi altri – è l’individualità democratica.

Ecco cosa intendevano i trascendentalisti americani per individualità democratica: vivere deliberatamente, pronti a cogliersi in errore, a ridurre le distanze rispetto al prossimo, se questi lo desidera; “al tempo stesso dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosene” (Whitman). La capacità di identificarsi nel prossimo, trascurando ego, grazie al coraggio morale, alla compassione ed alla generosità, ad una diversa concezione del nostro stare al mondo, all’insegna dell’unità della vita nella diversità delle sue espressioni, la comprensione del nostro essere partecipi di un ciclo cosmico, una danza rigeneratrice in cui un albero ha valore in quanto tale, non perché fornisce ossigeno e legname, ed in cui quel che si consuma va restituito in qualche forma, cioè possibilmente non accumulando rifiuti ed appestando l’aria. Un sentimento di co-appartenenza che suscitava l’entusiasmo di J. L. Borges nella sua prolusione all’edizione in spagnolo di “Foglie d’Erba”: “In Whitman possiamo anche vedere tutta la vicenda del vivere; in Whitman soffia anche la gratitudine miracolosa per i modi concreti, tattili e multicolori in cui esistono le cose…Whitman, con impetuosa umiltà, vuole assomigliare a tutti gli uomini”.

Ne fece esperienza diretta anche l’ateo Bertrand Russell, durante una trance catalettica causata dall’esperire empaticamente la sofferenza della moglie di Alfred North Whitehead (Russell, 1967):

“Sembrava tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane”.

È un sentimento che nasce da uno sguardo dall’esterno o dall’alto, da una prospettiva sovrastante, remota, estraniante, esotica, come quella degli astronauti di varie nazionalità che, nell’ammirare la Terra, si sono resi conto della ristrettezza di vedute di chi attribuisce importanza a frontiere e barriere. Riporto alcune delle loro riflessioni perché varrebbe la pena rileggersele, quando ripiombiamo nei nostri particolarismi e piccinerie egocentriche:

“Volare nello spazio significa vedere la realtà della Terra, solitaria. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e il mio modo di vedere la vita stessa” (Roberta Bondar).

“Man mano che ci allontanavamo, la Terra si restringeva. Alla fine si ridusse alle dimensioni di una biglia, la più bella che uno potesse immaginare. Quell’oggetto così bello, caldo e vivo sembrava così fragile, così delicato, che se lo si fosse toccato con un dito si sarebbe infranto. Vedere una cosa così ti cambia per forza la vita” (James B. Irwin).

“ La Terra era piccola, azzurra, e così pateticamente sola…la nostra casa va protetta come una sacra reliquia” (Aleksei Leonov).

Nello spazio sviluppi istantaneamente una coscienza globale, un comportamento prosociale, un’intensa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo ed un desiderio irrefrenabile di fare qualcosa per cambiarle. Vista da lassù, dalla luna, la politica internazionale sembrava così insignificante” (Edgar Mitchell).

Per chi ha visto la Terra dallo spazio, e per le centinaia e forse migliaia di persone che seguiranno, è un’esperienza che cambia la tua prospettiva sulle cose. Ciò che ci accomuna è molto di più di quel che ci divide” (Donald Williams).

Per i trascendentalisti l’individualità democratica comporta il legarsi al particolare, provvisorio e precario, nella piena consapevolezza di dover comunque raggiungere una realtà che fonda, permea o travalica il particolare, provvisorio e precario. Per loro non c’è vera democrazia senza questa individualità impersonale. Emerson spiega che osservare usi e costumi obsoleti disperde le nostre energie, ci fa sprecare tempo ed offusca l’impressione del nostro carattere. Una vita in funzione dei giudizi e delle comprensioni altrui è mal spesa e, in un certo senso, quasi cessiamo di esistere. Come si può pretendere che le persone foggino la loro identità, condotta, mentalità e strutturino il loro pensiero su un passato ed un futuro determinati, un ambiente ed un orizzonte limitati? Premiando il conformismo si umiliano la creatività, l’imprevedibilità e la specialità dei singoli, trasformandoli da soggetti in oggetti, da cause in effetti, in luogo delle irripetibili rivelazioni dell’eternità e dell’infinitezza, irriducibili e per questo preziose alterità che in realtà sono. Eventi quantistici: è quello che siamo, non fasci di appartenenze. Non è dissolvendosi e dissipandosi verso l’esterno che si consolida la propria personalità. Una forte personalità autocentrata (self-reliance, la chiama Emerson) permette invece di mettere da parte ego e di coltivare una genuina sollecitudine nei confronti del prossimo.

Così ci si lasciano alle spalle il narcisismo letargico (egotismo) e l’altruismo compulsivo (assenza di personalità, alienazione del sé) che, dopo la crudeltà, sono i peggiori vizi dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo serve un intelletto critico e indipendente che sappia infrangere le convenzioni quando la coscienza – il severo scrutinio delle proprie intenzioni e premesse – lo imponga, ossia quando sono ingiuste o malvagie; che non s’inchini di fronte a nomi e costumanze. “Gli uomini sono diventati strumenti dei loro strumenti”, si lamenta Thoreau in “Walden” (1854). Il valore materiale supera quello umano e la vita spirituale si ritrae. È il risultato della devozione ai falsi idoli, ai golem.

Perciò l’individualità democratica è la premessa dell’assunzione di responsabilità, non della deresponsabilizzazione, come erroneamente alcuni hanno creduto, confondendo il trascendentalismo americano con l’egoismo aristocratico del romanticismo europeo. Emerson e Whitman si spesero in prima persona nella battaglia per i diritti civili ed il secondo, ultraquarantenne, si offrì volontario come infermiere in vari ospedali da campo per gli ultimi tre anni di guerra civile.

Demandare e delegare alle autorità comunitarie ed alle convenzioni è irresponsabile nonché pericoloso. Le convenzioni congelano la metamorfosi del sé, l’affinamento del proprio stare al mondo. Solo chi pensa e decide con la sua testa è un cittadino democratico responsabile. La democrazia e la coscienza morale fioriscono nell’autoconsapevolezza, non nell’infantilismo e nella tutela genitoriale dei golem, degli idola tribus, ossia delle astrazioni che creiamo perché ci soggioghino, spaventati come siamo dalla libertà, dalla responsabilità, dalla vita e dalla morte. La democrazia è la manifestazione dello sforzo secolare di alimentare la vita sociale in buona fede e non superstiziosamente. Dunque l’individualità democratica, cioè a dire l’autonomia personale, è un acido che corrode la mistica dell’autorità non solo nella sfera politica ma anche in quella sociale, consentendo ai cittadini di giudicarsi di dignità e valore pari agli altri, non intrinsecamente inferiori o superiori, non giustificati nella loro ossessione per i propri bisogni, i propri desideri, le proprie smanie, o nella predilezione per le categorizzazioni spersonalizzanti dell’umano. È un fattore di progressiva democratizzazione di tutti i rapporti interpersonali, di dispiegamento dell’empatia, la disposizione a vedere nell’altro un altro sé, invece che un altro da sé

Nel suo “Democratic Vistas” Whitman sostiene che l’unica ampia e soddisfacente giustificazione della democrazia risiede nella prospettiva di riuscire a generare un copioso numero di caratteri esemplari tra la gente, in un contesto di sana e piena religiosità, intesa come spiritualità, non come la cieca fede delle religioni monoteiste. Per Thoreau la democrazia, invece di elevare un gruppetto di nobili sopra le masse, rende possibile l’esistenza di “nobili villaggi d’uomini”. Secondo Emerson l’individualità, a differenza dell’individualismo, lungi dal rappresentare una minaccia per la libertà e la società, ne è invece la base morale più salda ed irrinunciabile.

Unità ed uguaglianza nella diversità, non appiattimento nell’uniformità omologante del gruppo un meccanismo infernale che produce invariabilmente oligarchie, dai paesi rurali ai grandi stati nazionali. In questo modo ci si vaccina contro il livellante zelo comunitarista, la perniciosa xenofobia, la mortificante idolatria del proprio gruppo di appartenenza, la disumana, bestiale dissoluzione nella massa.

La riforma da realizzare è in ciascuno di noi, prim’ancora che nelle istituzioni. Queste ultime cambiano solo dopo che i cittadini sono cambiati.

VEDI ANCHE:

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Sto praticamente studiando questo post , che oramai ho letto piu volte , è veramente ciò di cui avevo bisogno , non sono mai stato uno a cui piace conformarsi ... non riesco più nemmeno a stare nella cerchia dei miei amici , tanto li ritengo monotoni . CiaoCiao! ;)

Anonimo ha detto...

Trovo che sia un sunto fatto molto bene di argomenti che vale la pena approfondire

LdG ha detto...

"Ogni uomo è una sintesi di corpo e anima, destinata a esser spirito, cioè ad abitare nella casa; ma l'uomo preferisce stare in cantina, cioè nella determinazione della sensualità. E non solo preferisce stare in cantina, ma l'ama a tal punto da arrabbiarsi se qualcuno gli propone di occupare il piano di sopra che è vuoto e a sua disposizione perché la casa in cui abita è sua". (S.Kierkegaard)

Anonimo ha detto...

Nietzsche era un grande ammiratore di Emerson. Le sue conclusioni, però, sono un po' differenti. VOlontà di potenza, come base della realtà al di là dell'illusorietà dell'ego.

Stefano Fait ha detto...

Vero. A volte mi domando se non ci sia un qualche collegamento tra la coppia Lincoln-Emerson e Bismarck-Nietzsche. Viene in mente Anakin Skywalker...