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sabato 3 dicembre 2011

Magdi Allam - Viva Israele (recensione del 2008 per "Trentino")




Di fronte al fondamentalismo islamico, due sono le reazioni più comuni: cercare di comprenderne la natura per poterlo meglio contrastare e neutralizzare, oppure bollarlo come un indecifrabile male assoluto, legittimando così qualunque azione preventiva o punitiva. Magdi Allam ha scelto questa seconda via e merita la nostra attenzione, perché interpreta e riepiloga le paure e le convinzioni di milioni di persone.

Il vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera descrive la sua più recente pubblicazione, “Viva Israele”, come un “inno alla vita di tutti”, perché “quando si nega il diritto alla vita di Israele si innesca un meccanismo che si ritorce contro tutti, cattolici, musulmani ed ebrei”. Prova ne sia che Hamas, un’organizzazione che nega il diritto di esistere di Israele, sta rendendo impossibile la vita agli stessi Palestinesi.

Allam parla di una civiltà dell’amore e della vita, incarnata dall’Occidente e da Israele, vero “discrimine tra la civiltà e la barbarie, tra la cultura della vita e la cultura della morte, tra il bene e il male”, che però non esclude l’uso preventivo della forza contro le presunte fucine del terrorismo internazionale. Si scaglia contro il terrorismo dei taglialingua, “quelli che in cambio della nostra sopravvivenza fisica ci impongono un’esistenza da zombie, senza diritto di parola e movimento” e ci impediscono così di essere noi stessi. Per Allam “non si può scendere a compromessi con loro, pena la perdita della nostra dignità e libertà”. Chi lo fa, immedesimandosi nel sentire comune di un Occidente “pavido e spaventato”, si mette nella posizione di chi nutre un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo.

A questo punto l’analisi di Allam purtroppo s’interrompe, quasi schiacciata dall’enormità di un’entità imperscrutabile: l’odio. Allam non s’interroga, si barrica dietro all’eterna contrapposizione tra Civiltà della Vita e dell’Amore e Civiltà dell’Odio e della Morte, che assomiglia molto al Misterium Iniquitatis cattolico, l’insondabile mistero sull’origine ed il significato del male nell’uomo. In questo modo sancisce la futilità di ogni tentativo di capire le cause di efferatezze - che lui giustamente condanna senza appello - se non altro per contrastarle e prevenirle. 

Rifiutandosi di comprendere gli altri, Allam rinuncia anche a comprendere se stesso. La sua autobiografia è infatti una pubblica sconfessione di tutte le sue credenze giovanili, che esclude ogni dialogo con il suo passato, che pure gli ha trasmesso una certa rigidezza intellettuale. Il suo stile tribunizio purtroppo trasmette la sensazione che il mondo intero sia ostaggio di fondamentalismi monoteistici, di dogmi contrapposti, di oscuri complotti internazionali volti all’islamizzazione dell’Europa e che l’unica soluzione sia aggrapparsi ad idee astratte come “umanità”, “amore”, “sacralità della vita”, “libertà, “orgoglio”, “verità”. Nel suo libro egli spiega che “Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale”, mentre in un suo recente intervento a Levico ha dichiarato di essere “orgogliosamente fazioso, perché sono sempre dalla parte della vita e della verità…senza accettare alcun compromesso”.

Ma storicamente questa via conduce all’inaridimento dell’autonomia di giudizio e della volontà di intendere le ragioni altrui, a rinchiudersi nella propria fortezza di inespugnabili certezze e, non ultimo, allo stravolgimento dei fini e della pratica del giornalismo.

Così, Allam, che pure è chiaramente in buona fede, confonde l’esigenza di comprendere le cause di un fenomeno globale come l’estremismo islamico con l’arrendevolezza e la connivenza. Ma chi tradisce la propria civiltà: chi evidenzia come il fondamentalismo sia più virulento proprio laddove astuti autocrati strappano importanti avalli politici occidentali in cambio della promessa di tenere a bada il fondamentalismo stesso (es. Musharraf in Pakistan e la famiglia reale saudita) – il classico serpente che si morde la coda – o chi nega il valore della conoscenza? Come si spiega dunque che la “civiltà dell’amore e della vita” finanzia ed appoggia pubblicamente degli spietati tiranni? E come si spiega lo schietto ed a tratti delirante fanatismo di chi scrive quotidianamente al forum di Allam, ambiguamente intitolato “Noi e gli altri“?

La maggior preoccupazione di Allam deriva invece dalla sua convinzione che l’Europa sia già “una roccaforte dell’estremismo islamico”, che “nella maggior parte delle moschee italiane si predica l’odio, l’antisemitismo e l’avvento di un califfato globale…perché si tratta di centri di indottrinamento ideologico” e che questa minaccia è ancor più terribile in una società italiana malata di sensi di colpa ed autolesionismo, e quindi incapace di reagire.

Allam, che pure è a contatto con persone intellettualmente eccezionali, non sembra rendersi conto della falsa semplicità della sua visione del mondo, in tutto e per tutto analoga a quella di alcuni tra i suoi critici meno articolati. Nel testo egli cita autori ed esperti quasi esclusivamente per denigrarli, non acclude una bibliografia, non dà scampo a chi vorrebbe controllare la veridicità e la credibilità delle sue fonti. In pubblico invece reagisce alle osservazioni di chi lo critica, anche garbatamente, come se fosse invariabilmente oggetto di attacchi personali o ideologici. Eppure il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di provare a capire le ragioni degli altri, buone o cattive che siano, per aiutare i lettori a formarsi una propria opinione.

George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Per questo dobbiamo ascoltare e leggere Allam con grande attenzione: proprio per evitare che slogan come “Viva Israele” divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento.

martedì 22 novembre 2011

Possiamo e dobbiamo fermare questa guerra demente




Our society is run by insane people for insane objectives. I think we're being run by maniacs for maniacal ends and I think I'm liable to be put away as insane for expressing that. That's what's insane about it.
John Lennon


Probabilmente lo farei. Non m’illudo che [gli Iraniani] lo facciano [procedano con il programma nucleare] a causa di Israele. Si guardano attorno, vedono che l’India è una potenza nucleare, la Cina è una potenza nucleare, il Pachistan è una potenza nucleare, per non parlare dei Russi.
Risposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele, a Charlie Rose (PBS), che gli aveva chiesto se non avrebbe voluto anche lui delle armi atomiche, se fosse stato un ministro del governo iraniano (17 novembre 2011).
Ora contro i guerrafondai potete usare questa citazione.

Se Obama ha ritirato la gran parte delle truppe di occupazione americane in Iraq non è perché è stato insignito del Nobel per la Pace, ma perché sa che la guerra con l’Iran si avvicina e non può permettersi di lasciare decine di migliaia di soldati americani esposti alle rappresaglie iraniane.
Non possiamo fermare i guerrafondai, ma possiamo stroncare questa guerra sul nascere. Come? Con manifestazioni oceaniche e scioperi nazionali ad oltranza. I governanti devono capire che rischiano di essere detronizzati da una rivoluzione in stile 1848. In Egitto la sola minaccia di una rivoluzione è stata sufficiente per spingere il governo di transizione a rassegnare le dimissioni. L'esercito egiziano le ha rifiutate, ma la contesa continua. Possiamo e dobbiamo emulare quel grande e coraggioso popolo, se ci teniamo alla nostra pelle.
Altrimenti:

Un ex ispettore AIEA ha respinto le accuse dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica riguardo all’esistenza in Iran di un contenitore d’acciaio in cui testare le componenti di un ordigno nucleare e simulare un’esplosione.
L’AIEA ha dichiarato che uno scienziato straniero di nome Vyacheslav Danilenko è implicato nella costruzione di una tale camera per test esplosivi. Lo scienziato in questione nega qualunque suo coinvolgimento nega ed un ex capo ispettore della stessa AIEA per l’Iraq, l’ingegnere nucleare Robert Kelley, denuncia l’imputazione a carico dell’Iran riguardo alla camera di contenimento come gravemente fuorviante. Una camera cilindrica progettata per contenere 70kg di esplosivo – questa la descrizione del rapporto AIEA – non potrebbe essere impiegata per quei test idrodinamici al centro della denuncia AIEA. Sarebbe decisamente insufficiente e solo un pazzo condurrebbe quei test in un contenitore quando ci sono metodi più sicuri. Inoltre Danilenko non è un fisico nucleare e non saprebbe come costruire quel tipo di struttura.

Jonathan Steele, Lost in translation, Guardian, 14 June 2006
Le parole di Ahmadinejad sulla distruzione di Israele sono state erroneamente citate per favorire le posizioni dei falchi israeliani ed americani. Non ha mai detto che l’Iran annienterà Israele ma che in futuro il sionismo sarà spazzato via dalle pagine della storia (un auspicio che faccio anche mio, in quanto condanno ogni genere di nazionalismo).

Mehdi Hasan If you lived in Iran, wouldn't you want the nuclear bomb? Thursday 17 November 2011
Immaginate di essere un mullah iraniano e di guardare una mappa del Medio Oriente. Non è un bello spettacolo: il vostro paese è circondato da nazioni ostili o comunque rivali, alcune armate di testate atomiche. A est ci sono gli Americani con 100mila soldati in Afghanistan. A ovest ci sono di nuovo gli Americani, in Iraq. A sud-est c’è la potenza nucleare pachistana, a nord ovest la Turchia che fa parte della NATO, a nord-est il Turkmenistan, che accoglie basi americane. A sud, al di là del Golfo Persico, stati come il Bahrein, che ospita la quinta flotta americana, il Qatar, con la sede avanzata del Comando Centrale statunitense e l’Arabia Saudita, acerrimo nemico storico dell’Iran. Infine, a meno di mille miglia ad occidente, Israele, l’altro nemico mortale, che possiede non-ufficialmente oltre un centinaio di testate nucleari e ha una lunga tradizione di attacchi preventivi contro chi gli si oppone. Come se ciò non bastasse, qualcuno uccide uno dopo l’altro i tuoi scienziati nucleari, il paese è aggredito da virus informatici sofisticatissimi, qualcuno uccide con degli attentati gli alti ufficiali dell’esercito iraniano. Il suddetto mullah è al corrente del fatto che con la Corea del Nord (potenza nucleare), gli Stati Uniti hanno usato l’arma diplomatica, mentre l’Iraq che aveva bloccato il suo programma atomico è stato invaso ed occupato. Perché il mullah in questione dovrebbe astenersi dallo sviluppare la capacità di costruire in breve tempo una bomba atomica, a fini difensivi e di deterrenza, visto che lo stesso governo americano ha ribadito nei suoi documenti di aver optato per la medesima strategia?
In ogni caso, anche il più recente rapporto della AIEA non ha dimostrato la dimensione militare del programma nucleare iraniano.

The Iraq liars target Iran. The same people who lied about Iraq having weapons of mass destruction to start a war are pushing for war on Iran.
MJ Rosenberg 12 Nov 2011
Per 30 anni vari esperti hanno avvertito che l’Iran avrebbe sviluppato armi atomiche entro l’anno successivo. Siamo arrivati quasi al 2012 e le cose non sono cambiate. Dobbiamo ancora ascoltare le stramberie di chi invoca l’attacco preventivo all’Iran, motivandolo con il timore che una volta dotatisi di arma atomica gli Iraniani la useranno immediatamente, quando Pachistan, Russia, Cina, Corea del Nord e India non l’hanno mai fatto e gli unici ad averla usata sono stati proprio, significativamente, gli Stati Uniti. Molti prendono questi falchi sul serio, anche se sono gli stessi che hanno mentito, deliberatamente, sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Un attacco israeliano all’Iran minaccerebbe i rifornimenti energetici occidentali, infliggerebbe un colpo letale all’economia globale, scatenerebbe per rappresaglia una pioggia di missili di Hezbollah su Israele, metterebbe a rischio i contingenti americani nel Medio Oriente, consoliderebbe il regime iraniano, che invece si sta indebolento e, ad ogni buon conto, non potrebbe avere altro risultato che quello di ritardare di qualche anno il programma nucleare iraniano, che a quel punto sarebbe necessariamente bellico.
Quel che servirebbe sarebbero vere negoziazioni che mettano sul tavolo anche il rifiuto israeliano di sottoscrivere il trattato di non-proliferazione nucleare e i tentativi di sovvertire il regime da parte delle potenze occidentali, persino uccidendo scienziati iraniani.
Non ci sono alternative alla diplomazia.

Non possiamo fermare i guerrafondai, per via della loro connaturata condizione umana:
Ma possiamo bloccare la guerra. Anzi, dobbiamo farlo, se vogliamo salvarci la pelle.

lunedì 21 novembre 2011

Io e Jörg Haider




Nuove politiche per un nuovo mondo
Dominique Strauss-Kahn

Zu viel Fremdes tut niemandem gut
Heinz-Christian Strache

A fronte di un presente capitalistico che assolutizza in modo fortemente totalitario l’efficienza e il profitto, si diffonde la tentazione della riscoperta di identità che, avendo a che fare con interlocutori molto forti come la civiltà industriale, la città, la produzione, la tecnologia, l’elettronica, tenta di costruire un’armatura senza sbavature; vale a dire una autorappresentazione che dia un senso opposto a quello del presente, che protegga e che in un certo senso stabilisca dei confini. Non c’è dubbio che oggi sia venuta l’ora dei piccoli totalitarismi, dei totalitarismi fatti in casa, come alternativa a quelli grandi. Quindi il piccolo stato, il piccolo nazionalismo, la piccola lega. In realtà temo che il totalitarismo sia moderno, probabilmente lo sbocco più moderno.
Alexander Langer

Jörg Haider (incidente stradale) non diceva solo sciocchezze. Pim Fortuyn (omicidio politico) era tutt’altro che uno sprovveduto, né lo erano Giorgio Panto (incidente aereo) o Lech Kaczyński (incidente aereo). Le loro idee sopravvivono, perché sono idee forti e coerenti. 
Sono un antropologo, anarchico, cosmopolita, paladino dei diritti umani e civili, grande ammiratore dello spirito originario dei due esperimenti chiamati “America” ed “Israele” e del pensiero di Alexander Langer; ho sposato un’extracomunitaria. 
Tuttavia condivido un certo numero di posizioni etnopopuliste (völkisch) sull’immigrazione, sullo stato centralista, sulla lobby sionista a Washington, sull’americanizzazione del pianeta, sul fondamentalismo islamico, sull’autoritarismo di Bruxelles, sullo sperpero dei soldi raccolti con la tassazione, sulla generale mancanza di idee alternative in una certa parte della sinistra, sull’importanza del messaggio originale di Gesù Cristo per la civiltà europea, sul diritto che dovrebbe godere Eva Klotz di vilipendere la bandiera italiana, se così decide, ecc. Credo che tante altre persone che si considerano progressiste e liberali dovrebbero fare lo stesso, invece di nascondere la testa nella sabbia e far finta di niente.
Ma se mi trovo così in sintonia con così tanti temi tipicamente etnopopulistici, allora perché tutto ciò che scrivo serve a contrastare l’ascesa dell’etnopopulismo? Cosa mi distingue realmente dai suddetti imprenditori della paura e dell’odio? Sono vittima della retorica demonizzante dei mezzi di informazione? Sono incapace di liberarmi da un assillante pregiudizio di sinistra? Penso di sì, ma c’è dell’altro, qualcosa di più importante. Mi distinguono diverse cose. La mia lealtà al principio della dignità umana. La mia viscerale avversione all’autoritarismo – un autoritarismo che si fa sempre più subdolamente sentire in tutto il mondo, proclamandosi democratico. Il mio rifiuto dell’estenuante martirologia e vittimocrazia del “chi ha sofferto più di noi?” e del “non possiamo sbagliare, siamo la parte lesa”. Il mio cronico scetticismo nei confronti di ogni identità determinata negativamente, bisognosa di un nemico: “noi siamo quel che siamo perché non siamo come voi”. La mia stupita contemplazione del rapporto quasi maniacale con la zolla e con le voci ancestrali degli “eroici” antenati (Abstammung e Herkunft) al servizio dell’Heimat, che rende equivalenti le ingiunzioni: “fuori dal mio campo!”, “alla larga dal mio clan!” e “via dalla mia Heimat!”. Il mio disappunto nel vedere che lo spirito campanilistico spinge ognuno a cercare di difendere i propri interessi a breve termine, senza cercare alternative ad un sistema di artificiosa penuria di risorse, che arricchisce pochi e rovina molti, mettendoci gli uni (indigeni) contro gli altri (immigrati). Infine, credo di poter dire, una visione più sofisticata della realtà, non stravolta da patriottismi/nazionalismi, etnicismi, integralismi, ecc., ma guidata dalla semplice constatazione che, poiché la mappa non corrisponde mai al territorio, nessuna delle nostre rispettive mappe è quella definitiva, e dunque solo un confronto collaborativo ci può portare a destinazione.
Di conseguenza, ad esempio, mentre sono completamente d’accordo che non sia giusto costringere una popolazione a subire quella che è a tutti gli effetti un’improvvisa invasione di forestieri, per quanto sostanzialmente pacifica, a me preme soprattutto il principio che questi stranieri dovrebbero poter vivere nei “loro” paesi e – è questo “e” che turba gli etnopopulisti – dovrebbero poter continuare a venire nei “nostri” paesi per scelta, non per necessità, contribuendo a cambiare le “nostre” società (altro tasto dolente). Come loro, sono estremamente critico della globalizzazione guidata dal Grande Capitale, ma mi dissocio quando condannano la globalizzazione in quanto tale, come processo di spontanea riduzione delle distanze. Come loro, ritengo che il lobbismo israeliano a Washington sia nocivo, ma a differenza loro non credo esista una razza giudea, non credo che quei lobbisti siano persone di fede, non li considero diversi dai lobbisti italiani a Bruxelles o dai gruppi di pressione dei produttori d’armi a Tokyo, mi fanno ridere le teorie del complotto giudaico per la conquista del mondo. Temo inoltre che questi lobbismi siano la peggior calamità che abbia colpito gli Ebrei dai tempi del nazismo, a causa degli inevitabili effetti boomerang.
Come Eva Klotz, giudico che sia sbagliato impedire la libertà d’espressione con una legge a tutela di sentimenti patriottici, perché considero il patriottismo un disvalore, non un valore (cf. Fait/Fattor 2010). Diversamente da lei, non mi permetterei mai di farlo, perché so che ferirei la sensibilità di migliaia di persone e servirebbe solo a riscaldare gli animi, mentre c’è bisogno di dialogo e compromessi. Infine, mi sembra evidente che il cristianesimo abbia segnato in modo irreversibile la civiltà europea e non solo negativamente, come sostengono certi “laicisti”. Semplicemente, ritengo che il culto della forma (riti, miti ed oggettistica sacra) sia idolatria e che un credente dovrebbe concentrarsi sulla sostanza e sulla pratica. La cristianità etnopopulista è solo un principio identitario, è come un guscio vuoto.
Diversamente da loro, quando la Grecia erige un muro per bloccare l’immigrazione che passa dalla Turchia, la Spagna fa lo stesso sulla frontiera col Marocco, gli Stati Uniti su quella col Messico e Israele su quella con l’Egitto, io non esulto ma mi preoccupo, perché vedo che intorno a me crescono i muri invece che i ponti. Si erige una prigione dalla quale non potrei scappare se la situazione politica o climatica europea dovesse deteriorarsi; capisco che lo stesso discorso vale per quegli Israeliani e Statunitensi che amano la libertà e si sentono soffocare dalle più recenti “misure di sicurezza”.
Diversamente da loro, non credo all’utopia della Gemeinschaft-Arcadia, del patriottismo che non è nazionalismo, del separatismo nonviolento, dell’identitarismo tollerante e dell'etnopopulismo che non è né di sinistra, né di destra.
Nel mio mondo ideale ci sarebbe spazio per loro, mentre temo che nel loro mondo ideale (e nel mondo della destra nazionalista italiana) ci sarebbe poco spazio per quelli come me.
Das Modell einer heterogenen Welt homogener Völker (un mondo eterogeneo di popoli omogenei) era anche quello che informava quel vasto e terribile progetto chiamato Terzo Reich, la cui vera natura non mi pare sia stata pienamente compresa. Il che mi fa capire che prima o poi arriva il momento di prendere delle posizioni chiare a tutela di chi continua a credere nella dignità degli esseri umani e nella prospettiva di un mondo meno violento, meno sgomento e meno egoista di questo.

lunedì 7 novembre 2011

Contro il sionismo



Israele ha il diritto di controllare la crescita naturale della popolazione palestinese.
Ruth Gabisonp, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme (Pappe, 2010, p. 252)

I confini sono determinati in relazione a dove vivono gli Ebrei, non a dov’è tracciata una linea su una mappa.
Golda Meir, 1971 (Cook, 2006)

Per due anni ho visto la sofferenza della gente e non ho fatto nulla – e questo è spaventoso. Alla fine mi sono sentita come se l’esercito mi avesse tradita – mi hanno usata, non sono più stata capace di riconoscermi. Ciò che chiamiamo proteggere la nostra nazione in realtà significa distruggere vite.
Inbar Michelzon, ex soldatessa, “Israeli army's female recruits denounce treatment of Palestinians”, The Observer, 22 agosto 2010.

Nei tempi addietro Burg sarebbe stato sconfessato e considerato quantomeno un lunatico. Il grave pericolo è che oggi dà voce a fornisce un’insidiosa parvenza di rispettabilità a ciò che fino a questo momento era stato indicibile. Un domani l’infestazione incontrollabile che diffonde potrebbe conferire una completa legittimazione alla delegittimazione di Israele.
Sarah Honig, editoriale apparso sul Jerusalem Post

La rivoluzione sionista ha sempre poggiato su due pilastri: un cammino di giustizia e una leadership etica. Nessuno dei due è più operante. Oggi la nazione israeliana poggia su un’impalcatura di corruzione e su fondamenta di oppressione e ingiustizia. In quanto tale, la fine dell’impresa sionista è già alle porte. Vi sono concrete probabilità che la nostra sia l’ultima generazione sionista. In Israele potrà anche esservi uno Stato ebraico, ma sarà di un genere diverso, strano e spiacevole. […] Ecco che cosa dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo: il tempo delle illusioni è finito, è giunto il tempo delle decisioni. Noi amiamo tutta la terra dei nostri avi e in un’altra epoca avremmo desiderato vivere qui da soli. Ma non accadrà. Anche gli arabi hanno i loro sogni ed esigenze. Fra il Giordano e il Mediterraneo non c’è più una netta maggioranza ebraica. Quindi, cari concittadini, non è possibile tenersi tutto quanto senza pagare un prezzo. Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto lo stivale israeliano, e al tempo stesso pensare di essere l’unica democrazia del Medio Oriente. Non può esservi democrazia senza uguali diritti per tutti coloro che vivono qui, gli arabi come gli ebrei. Non possiamo tenerci i territori e conservare una maggioranza ebraica nell’unico Stato ebraico al mondo: non con mezzi umani, morali ed ebraici. Volete la Grande Israele? Non c’è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Qalqilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c’è problema: o mettete gli arabi su autovetture, autobus, cammelli e asini e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto, senza trucchi e senza inganni. Una via di mezzo non c’è. Dobbiamo smantellare tutti – tutti – gli insediamenti e tracciare un confine internazionalmente riconosciuto fra il focolare nazionale ebraico e il focolare nazionale palestinese. La Legge del Ritorno degli ebrei si applicherà soltanto nel nostro focolare nazionale, e il loro diritto al ritorno si applicherà soltanto entro i confini dello Stato palestinese. Volete la democrazia? Non c’è problema: o abbandonate la Grande Israele fino all’ultimo insediamento e avamposto, oppure date pieno diritto di cittadinanza e di voto a tutti, arabi compresi. Naturalmente il risultato sarà che quelli che non volevano uno Stato palestinese accanto al nostro ne avranno uno proprio in mezzo a noi, attraverso le urne. Ecco quel che dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo. Dovrebbe presentare le alternative in modo chiaro: razzismo ebraico o democrazia; insediamenti o speranza per entrambi i popoli; false visioni di filo spinato, blocchi stradali e terroristi kamikaze, o un confine internazionalmente riconosciuto fra due Stati e una capitale in comune a Gerusalemme.
Avraham Burg, La morte del sionismo, ''Ha Keillah'', XXVIII (2003), 4

Il meccanismo psicologico che gli consente di mantenere una vita all´apparenza normale, civile e anche del tutto "borghese" nel cuore di territori occupati, ostili e pieni di violenza, in mezzo a circa due milioni di persone che vivono in condizioni di oppressione e di umiliazione (in larga misura a causa della presenza degli insediamenti) mentre gran parte del mondo si oppone alla loro scelta e alle loro azioni, è estremamente affascinante. In generale, sembra che quanto più l´ideologia degli insediamenti diventa infondata e pericolosa tanto più i suoi sostenitori sono quasi condannati a esaltarla, a investirla di un sacro senso di missione. A volte mi chiedo se questo sforzo nasca anche dalla paura che filtra in loro, a dispetto di tutto, proprio a causa del loro essere persone lucide, realistiche e corrette in qualunque altro ambito della vita. Una paura causata dalla realtà insostenibile e suicida che il loro modo di agire sta imponendo al paese e a loro stessi. Se infatti i coloni negano completamente questa realtà insostenibile, nonché le conseguenze dello stato di apartheid che hanno creato, ciò significa che hanno semplicemente e letteralmente perso il contatto con essa. È quasi divertente vedere come, prigionieri del proprio sogno, definiscano "deliranti" o "pazzoidi" i loro oppositori; e la loro paura del risveglio è comprensibile.
David Grossman, “Amo Israele ma combatto l´illusione delle colonie”, La Repubblica, 13 Novembre 2010

La questione israelo-palestinese è permanentemente avvolta nelle nebbie di concettualizzazioni perverse sotto la forma di grandiose generalizzazioni e rassicuranti semplificazioni tipiche di quegli intellettuali che usano formule che scuotono e stordiscono, al costo della perdita del contatto con la realtà. Si invocano i grandi principi solo per elidere il reale. La realtà dei fatti, attualmente, è quella di un popolo che si è asserragliato in una cittadella fortificata che si è costruito attorno e che ne opprime un altro, in un rapporto di forze spaventosamente sproporzionato. È probabile che una maggioranza di Israeliani farebbe volentieri a meno di vivere in queste condizioni ma è vittima dei bombardamenti propagandistici di mezzi di informazioni quasi uniformemente fedeli alla linea nazionalista e della supremazia giudaica e quindi promotori di un pensiero binario dal quale è difficile emanciparsi. Dall’altra parte ci sono centinaia di migliaia di Palestinesi in preda al risentimento, al rancore ed alla paura delle paure ebraiche, costretti a vivere in un territorio che equivale al 10% della Palestina storica, la parte più povera di risorse (in particolare di acqua).

Il sionismo
Israele non è mai esistito, è una falsificazione operata dal clero giudaico che cercava, come i loro omologhi di altre religioni, di accumulare sempre più potere ed autorità. La Bibbia è solo un guazzabuglio di leggende, tradizioni, genealogie e riti di tanti popoli diversi, fusi assieme per poter dimostrare l’esistenza di un popolo che non c’è mai stato. La “razza” ebrea è un’invenzione, come la lingua. L’ebraico moderno non esisteva, è una creazione posteriore alla nascita di Israele, resa necessaria da questo evento e dalla politica di nazionalizzazione della Diaspora chiamata sionismo. Il sionismo è il progetto di dominio totale di un gruppo etnico – inventato tanto quanto gli altri – sugli altri gruppi residenti in una certa porzione del Medio Oriente. È perfettamente comprensibile che la reazione possa essere quella di una resistenza violenta. Come ci si può porre nei confronti di una Golda Meir che afferma che non c’erano dei Palestinesi a cui sottrarre le terre – “Non esistevano!”?. Equivale alla dottrina statunitense del Destino Manifesto nei confronti dei Nativi Americani: non sanno valorizzare le terre e le risorse, sono troppo incivili per meritarsele, meglio se ce le prendiamo noi. Che si stabiliscano nelle riserve, possibilmente senza dar toppi problemi.  
Non è un accidente del caso che l’avanguardia dei coloni negli insediamenti sia stata composta da ebrei americani, cresciuti nel mito della frontiera: la loro era l’ideologia di chi ha già e vuole avere ancora di più ed è pronto a schiacciare chi interferisce, nella convinzione di sapere esattamente cosa Dio ed Abramo si sono detti migliaia di anni fa. Pronti ad implicare milioni di altre persone, dell’una e dell’altra parte, nei loro crimini. Ci sono andati di mezzo altre migliaia di Ebrei che non avevano nulla a che spartire con questa hybris mortale. La campagna del Sinai del 1956 è stata una chiara indicazione della militarizzazione della politica e della presenza nelle alte sfere di una considerevole concentrazione di persone che non credono ad altro che al potere della forza.
L’insigne storico israeliano Benny Morris ha stabilito che tre quarti dei Palestinesi che furono costretti a lasciare le loro case lo fecero sotto la pressione dell’esercito israeliano, che massacrava e distruggeva case e villaggi. Il progetto era quello di edificare uno stato giudeo che comprendesse il minor numero possibile di Arabi. Oggi mezzo milione di Ebrei vive nei Territori Occupati, la metà dei quali vi si è stabilita dopo gli Accordi di Oslo (1993). C’è stata un’unica interruzione, quella del governo Rabin (1992-1995).
Israele è un paese immaginario, un ideale ben lontano dalla realtà israeliana concreta. Da sempre si contrappongono, idealmente, l’ebreo diasporico e cosmopolita e l’ebreo conquistatore e particolarista. Questi due estremi non esistono nella realtà, sono solo due polarità in uno spettro lungo il quale si collocano gli esseri umani che si sentono in varia misura legati alla vicenda di Israele.
Durante la prima metà del ventesimo secolo quasi tutte le organizzazioni, istituzioni e comunità ebraiche europee erano scettiche, ostili o molto tiepidamente favorevoli all’opzione sionista. Non ci si sognava di dire che l’unico vero ebreo doveva essere sionista. Un giudizio del genere appartiene, oggi come ieri, al registro dell’intimidazione morale. Nessuno detiene la proprietà intellettuale della denominazione “ebreo DOC”. Un adulto moralmente e spiritualmente maturo dovrebbe rifiutarsi di permettere che qualcun altro lo arruoli in un “noi” che oscura e castra la molteplicità delle sue mediazioni e delle affiliazioni. Questo non è successo, se non sporadicamente, tra gli Ebrei israeliani ed ora Israele è l’unico luogo al mondo in cui gli Ebrei sono in pericolo in quanto tali.
Si dice che quasi nessuno sia interessato al sogno di Grande Israele, che comprenderebbe una buona parte della Giordania, eppure in 10 anni il numero di coloni in Cisgiordania è più che raddoppiato. È lecito parlare di annessionismo rampante ed una maggioranza di Israeliani ha scelto di non opporsi, assumendosi la diretta responsabilità di tutto ciò che succederà negli anni a venire.
Se gli Israeliani sono così convinti della giustezza della loro causa, qual è la ragione della violenta intolleranza rivolta contro chi dissente e propone alternative? Le parole forse non uccidono, ma facilitano il compito di chi uccide, non versano sangue ma rendono accettabile il versamento del sangue altrui, lo incoraggiano.
Purtroppo le cose non cambieranno finché gli Israeliani non dovranno pagare un costo troppo alto per l’occupazione. Per il momento la maggioranza non pensa di essere nel torto, anzi, ritiene di essere moralmente inappuntabile, come il suo esercito.

Israele come etnocrazia teonomica
“I buoni steccati fanno i buoni vicini” dice Finkielkraut.
“Questa frase mi fa rabbrividire”, replica Brauman.
“Io la trovo ammirevole. Non le vanno bene le frontiere?”, ribatte Finkielkraut.
“Una frontiera non è una barriera, è un luogo di passaggio. A me piacciono le frontiere”, conclude Brauman.
(“La Discorde”, p. 152)
Cosa succederebbe se i cristiani americani cercassero di trasformare gli Stati Uniti in uno Stato Cristiano? L’opinione pubblica nazionale ed internazionale si solleverebbe. Invece sono in pochi a preoccuparsi del fatto che Israele intenda diventare uno Stato Giudeo. Uno stato giudeo è uno stato in cui gli Ebrei hanno il monopolio della violenza legittima e lo usano per difendere e promuovere i propri interessi. Saranno sempre loro ad avere l’ultima parola e faranno di tutto per evitare di perdere il controllo di questo monopolio, poiché si sentono perseguitati. La situazione è assolutamente surreale: sono perseguitato, entro in causa tua e la requisisco per difendermi. La cosa è umanamente ed umanitariamente accettabile: è giusto aiutare il nostro prossimo. Ma quando finisce la minaccia ti restituisco la casa, non me la tengo con il pretesto che il persecutore potrebbe farsi vivo di nuovo, non opprimo gli inquilini al punto da generare una tale paranoia che continuo a sentirmi permanentemente perseguitato.
La fede etnica conduce quasi inevitabilmente alla balcanizzazione mentale. Il veleno essenzialista contamina le coscienze e le intossica, impedendo all’infermo di osservare obiettivamente la realtà. L’esempio del kibbutz, l’istituzione formalmente più progressista d’Israele, è emblematico: anche se tutti i suoi membri sono atei, gli arabi ne sono banditi. Per farne parte dovrebbero comunque convertirsi all’ebraismo.
Ci si aspetta che ogni Ebreo del pianeta – chi scrive, tra parentesi, non fa parte di questa categoria umana – sostenga la causa sionista. Ma perché gli Ebrei che vivono in Europa dovrebbero vibrare all’unisono con gli Ebrei che risiedono in uno stato che contraddice i valori costituzionali delle democrazie europee?
L’accusa di antisemitismo o di odio verso se stessi è una fenomenale scemenza. In quasi tutti i casi i critici di Israele non hanno alcun problema con gli Ebrei che non giustificano il sionismo; inoltre molti di loro sono seriamente preoccupati per la sorte degli Ebrei proprio in conseguenza del comportamento israeliano.
La nozione di stato giudeo impedisce ad Israele di essere una nazione inclusiva. Come potrebbe mai essere democratica una società organizzata intorno al criterio etnico? La neutralità religiosa ed etnica delle istituzioni pubbliche è la condizione necessaria della democrazia, l’unico sistema che si vincola a garantire l’uguaglianza dei suoi cittadini davanti alla legge. Al contrario Israele è uno stato democratico per gli Ebrei ed è uno stato giudeo per gli Arabi. L’etnonazionalismo diventa un veicolo di bigottismo, sadismo, superbia, fanatismo e bramosia sconfinata.
In particolare, in Israele l’aspirazione democratica cozza con una prassi quotidiana di violenza ed arbitrio e, laddove esiste, di pace fondata sull’unica base della smaccata superiorità militare. Sarebbe assurdo pensare di frazionare il mondo in un numero di staterelli corrispondenti al numero di popoli che si identificano come tali. Al grido di “l’arabo comprende solo la forza”, i Palestinesi sono diventati i pellerossa d’Israele. Solo in Israele si fanno sondaggi dove si chiede alla popolazione se sia favorevole all’espulsione di una sua parte (ossia se consideri una categoria di cittadini – i discendenti degli autoctoni – come un tumore nel corpo sociale) e le risposte sono in maggioranza positive.
Durante l'influente conferenza Herzliya del dicembre 2003, il Dr. Yitzhak Ravid, un ricercatore di grado elevato dell'Autorità governativa per gli Armamenti, auspicò che Israele "attuasse una rigorosa politica di pianificazione delle nascite in relazione alla sua popolazione musulmana". Avvertimenti in tal senso furono espressi alla medesima conferenza anche al massimo livello, compreso un discorso di Benyamin Netanyahu. Egli osservò che "se c'è un problema demografico, e c'è, esso riguarda gli arabi israeliani che resteranno cittadini israeliani" (Cook, 2006). Netanyahu, affermò che se gli Arabi arriveranno a costituire il 40% della popolazione di Israele sarà la fine dello stato giudeo: “Ma anche il 20% è un problema e se le relazioni con questo 20% diventano problematiche, lo stato è autorizzato a prendere misure drastiche” (Pappe, 2010).
È sconcertante osservare un popolo segnato dalla catastrofe nazista che ne maltratta un altro, gli sottrae la terra e demolisce le sue abitazioni, autoproclamandosi modello di democrazia per il Medio Oriente, esito finale di un movimento di liberazione nazionale che si è confuso con un movimento neo-coloniale e razziale.
Perché mai gli Ebrei di Damasco e di Beirut, così vicini a Gerusalemme, non sentivano il bisogno di recarvisi e invece ora si afferma che Gerusalemme debba essere etnicamente pura? E perché la Bibbia è interpretata come una cronaca fedele degli eventi passati e, contemporaneamente, come un registro catastale?

L’Olocausto ed un’autoghettizzazione suicida alle frontiere dell’Impero Americano
Oltre ai tradizionali 6 milioni di Ebrei (un numero inventato di sana pianta – furono comunque diversi milioni, su questo non ci può essere alcun dubbio, con buona pace dei negazionisti), nella Shoah morirono anche 5 milioni di non-Ebrei, ma questo è un aspetto della questione che viene generalmente trascurato.
Più gli Israeliani si sono allontanati temporalmente dall’Olocausto, più sono diventati paranoici, cinici e pessimisti. L’Olocausto è diventato come il prezzemolo: poiché nulla di quanto perpetrato dall’esercito e dai coloni israeliani è paragonabile all’Olocausto e l’alternativa sarebbe un secondo Olocausto, allora tutto è permesso. Così si uccide l’empatia: la memoria e la paura del futuro hanno reso troppi israeliani indifferenti ai traumi e sofferenze altrui. Una gara a chi ha subìto il trauma peggiore compromette ogni possibile margine di comprensione verso il prossimo. L’intero sistema ha inserito il pilota automatico e sfreccia verso l’abisso.
L’ideologia della Shoah non era così prevalente fino alla fine degli anni Settanta. Lentamente è servita a bloccare le commemorazioni degli altri genocidi, come se valessero di meno; a dire il vero per molti Ebrei è così: le morti altrui valgono di meno. Succede a tutti gli esseri umani: siamo una specie egocentrica. I milioni di non-Ebrei che morirono nei campi di sterminio sono stati ugualmente eclissati. Parallelamente sorge la finzione dell’identità europea “giudeo-cristiana”, un’invenzione ideologica in funzione anti-islamica.
La Soluzione Finale non giustifica la Soluzione Sionista. La decisione di affidarsi solo alle proprie forze non autorizza a estendere i propri diritti a discapito di quelli altrui. La memoria dei morti non giustifica il presente. I vivi non sono servi dei morti, i morti non pretendono nulla, neppure di essere onorati, non possono neppure dire la loro. Un ipotetico sondaggio tra le vittime dell’Olocausto potrebbe mostrare che queste sono in gran parte critiche dell’attuale atteggiamento israeliano. La lezione dell’Olocausto è che bisogna contenere e neutralizzare il fascismo, l’etnonazionalismo, il razzismo, ecc. non che bisogna condonare quello dei discendenti delle vittime. Anzi, le azioni del presente sono un oltraggio alle vittime del passato ed una minaccia per i vivi del presente, in tutto il mondo. Il nazismo non può essere l’unico criterio per valutare le azioni di un popolo. Si può essere infami anche senza imitarli in tutto e per tutto.
Avraham Burg, in “Sconfiggere Hitler”, ha illustrato molto bene il tragico impasse israeliano. Ecco una sintesi per sommi capi delle argomentazioni impiegate da un politico che è stato presidente ad interim dello stato israeliano: Il trauma della Shoah mi sembrava una malattia terminale ed incurabile – aggrappati tenacemente ai ricordi e sofferenze, avvinti al trauma, con il quale giustifichiamo tutto. Il ripudio dell’umanesimo universalista e dell’eredità illuminista di Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola, Montesquieu, ecc., la Shoah come pilastro teologico dell’identità israeliana moderna. Una sola lingua, quella della tensione e dei traumi, dell’ostilità e dello scontro, mentre altrove si cerca di parlare la lingua dei ponti e dei legami, della comprensione e dell’indulgenza. A volte ho la sgradevole sensazione che Israele non possa esistere senza questa condizione di conflittualità. C’è un culto ebraico della morte (necrofilia: ogni anno Israele conferisce ritualmente la cittadinanza alle vittime della Shoah). I nostri figli non sono sopravvissuti per procura, lo Stato d’Israele non deve diventare il portavoce dei morti. Tutto questo produce un pericoloso egoismo etnico, l’aspirazione alla forza fisica (quasi primitiva), l’antitesi dell’autentica essenza interiore dell’ebraismo. Di conseguenza sacralizziamo la questione sicurezza, divenuta non di rado un’ossessione vendicativa e violenta, una paranoia infinita che si traduce in perenne diffidenza: siamo ormai incapaci di distinguere un amico da un aggressore, sordi di fronte alla cacofonia morale dello “Stato di vittime” cui tutto è permesso – compreso sacrificare l’altro. La condizione della vittima è liberatoria. Lo stato militarista non ha altra via d’azione che non sia una rigidità politica e sociale fondata sulla predisposizione del popolo ai pregiudizi e alla discriminazione di ogni “altro” e di chiunque sia considerato avversario della nazione unificata. Ogni nemico è assoluto, ogni guerra totale. Più il nemico è malvagio, più noi siamo buoni. L’esercito di occupazione israeliano, generalmente aggressivo, è chiamato “Forze di Difesa”. Gli avversari sono metanemici, demoni. Siamo posseduti da un’isteria cronica. Tutto è sempiternamente in gioco: o tutto o niente, essere o non essere. Eppure coltiviamo la convinzione che a noi questo non può capitare, che siamo immunizzati dall’odio e dal razzismo.
Più gli Ebrei soffrono più il sionismo è legittimo. Chi non vuole vivere in Israele non si merita di farlo. È un processo di auto innamoramento, di feticismo della propria esteriorità, un narcisismo autoincensatore. Non c’è spazio per la sofferenza e le tragedie altrui. È come il caso del bambino maltrattato che perpetua lo schema patologico familiare, diventando a sua volta un padre padrone…il bambino non capisce che c’è una realtà diversa, che è possibile una vita diversa, migliore di quella che gli ha riservato il suo triste destino. Per questo anche colui che è stato umiliato e perseguitato può diventare di colpo simile ai suoi peggiori persecutori. Le angherie subite in passato non garantiscono l’immunità morale nel presente di colui che è appena diventato il padrone, anzi. Serve un impegno per una vita più clemente e più tollerante. 
Sempre Burg, in un’intervista, discute della questione del Grande Israele: “La destra ultranazionalista non ha accantonato il sogno di dar vita al Grande Israele... «Più che di "sogno" parlerei di incubo che può sfociare in tragedia... Anche qui: si abbia il coraggio di dire la verità. Volete il Grande Israele? Non c'è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro Paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Kalkilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c'è problema: o mettere a forza gli arabi sugli autobus e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto. Una via di mezzo non c'è»”.
*****
In ogni caso, se esistesse una reale minaccia – ed è perfettamente possibile che esista e che non sia incarnata dai Palestinesi ma da forze molto più potenti ed oscure, http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/verso-un-secondo-olocausto.html – concentrarsi in un fazzoletto di terra con le spalle al mare e circondato da popoli che si disprezzano e che rimangono in generale ostili alla tua presenza ed al tuo atteggiamento, per di più sottraendogli le terre con la forza, è una strategia suicida.
Fin dal 1949 i diplomatici americani fedeli alla dottrina Truman avevano spiegato agli Israeliani che la loro intransigenza avrebbe messo a repentaglio il futuro del paese e del mondo occidentale. 
Si è assistito all’uscita da un ghetto per rientrare in un ghetto ancora più grande, etnocratico, in un tragico scimmiottamento della condizione degli Ebrei europei nel Terzo Reich, quasi una coazione a riprodurre i traumi di un tempo. Un ghetto che dipende dalla benevolenza degli Stati Uniti, allo stesso tempo in cui le sue pretese irragionevoli moltiplicano la sfiducia e il risentimento tra masse crescenti di cittadini statunitensi, inclusi gli ebrei americani, che ormai giudicano che gli interessi di Israele siano in contrasto coi loro interessi e che Israele sia una minaccia per la pace nel mondo. Gli Israeliani sono diventati una minoranza extraterritoriale dell’impero americano, una minoranza non particolarmente ben vista.

Terrorismo sionista
In passato i servizi segreti di Israele hanno organizzato falsi attentati in Iraq, Egitto e in Marocco per disseminare la paura tra gli Ebrei sefarditi e spingerli ad emigrare verso Israele. Nonostante il fatto che nel Maghreb siano stati i coloni francesi a perseguitare gli Ebrei al tempo di Vichy e i musulmani a nasconderli per proteggerli, Ben Gurion rimase sempre estremamente riluttante a condannare l’uccisione di civili arabi con bombe e granate (ci furono decine di attentati sionisti tra il 1937 e il 1948). Itzhak Shamir era uno dei leader del gruppo terroristico Stern, Begin proveniva da Irgun. Shamir è stato primo ministro di Israele tra il 1983 ed il 1984 e tra il 1986 ed il 1992. Menachem Begin è stato primo ministro tra il 1977 ed il 1983. È piuttosto significativo che Israele sia stato governato da ex terroristi per un periodo compreso tra il 1977 ed il 1992, con il breve intervallo del governo di Shimon Peres, uno degli ideatori della Campagna del Sinai ed oggi patrocinatore di una suicida guerra all’Iran, pur avendo fondato il "Peres Center for Peace".


LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/i-giusti-tra-le-nazioni-salvare.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/il-governo-israeliano-sta-distruggendo.html

Bibliografia:
Rony Brauman & Alain Finkielkraut, La Discorde. Israël-Palestine, les Juifs, la France (conversations avec Elisabeth Lévy), Paris : Mille et Une Nuits, 2006.
Avraham Burg, Sconfiggere Hitler : per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Vicenza : Neri Pozza, 2008.
Jonathan Cook, Blood and Religion. The Unmasking of the Jewish and Democratic State, Pluto Press, London-Ann Arbor 2006
Yitzhak Laor, Le nouveau philosémitisme européen et “le camp de la paix” en Israël, Paris: La fabrique 2007
Gideon Levy, The Punishment of Gaza, London: Verso, 2010.
Michael Neumann, The case against Israel, CounterPunch and AK Press, 2005.
Eyal Weizman, Il male minore, Roma: Nottetempo, 2009.

lunedì 31 ottobre 2011

Verso un Secondo Olocausto?





Una reazione puramente istintiva, beninteso, dà spesso una gran sensazione di sollievo. Hitler diede modo alla Germania di scaricarsi delle frustrazioni e del malcontento di cui era preda, comportandosi semplicemente come un bambino di tre anni: quando voleva qualcosa, usciva dai gangheri, urlava e pestava i piedi, finché non l’aveva ottenuto.
Northtop Frye, “L'immaginazione coltivata”, Milano: Longanesi, 1974, p. 104.

La maggior parte delle capitali europee è il possibile bersaglio delle nostre forze aeree…Abbiamo la capacità di inabissare il mondo assieme a noi e posso assicurarvi che succederà prima che Israele scompaia.
Martin Van Creveld, docente di storia militare alla Hebrew University di Gerusalemme, intervista per Elsevier, no. 17, p. 52-53, 27 aprile 2002.

Non si chiede agli Israeliani di dare qualcosa, ma di restituire ai Palestinesi ciò che è loro, la terra, l’autostima ed i loro diritti. Nessun ladro può pretendere qualcosa per restituire il maltolto. Solo uno psicopatico sarebbe pronto a distruggere un condominio o un intero quartiere per eliminare dei malviventi. Ma è quel che succede a Gaza.
Gideon Levy "Demands of a thief", Haaretz, novembre 2007.

«I significati dell'Olocausto,» rispose lui con voce grave, «devono essere determinati da noi, ma una cosa è certa: il suo significato non sarà meno tragico di quanto lo è oggi se ci sarà un secondo  Olocausto, e se la progenie degli ebrei europei che evacuarono l'Europa per un asilo in apparenza più sicuro dovesse andare incontro alla distruzione collettiva in Medio Oriente. Un secondo Olocausto non avrà luogo sul continente europeo, perché questo è stato teatro del primo. Ma un secondo Olocausto, qui, potrebbe verificarsi fin troppo facilmente e, se lo scontro tra arabi ed ebrei dovesse continuare ad aggravarsi, si verificherà: è inevitabile. La distruzione di Israele in un conflitto nucleare è oggi una possibilità assai meno remota di quanto lo fosse l'Olocausto cinquant'anni fa».
Philip Roth, “Operazione Shylock”, Mondadori, 1993.

Perché gli Israeliani non sembrano pensare alle generazioni future? Sono davvero convinti che la loro supremazia militare ed economica li metterà al riparo per sempre da una resa dei conti determinata dalla loro aggressività, violenza ed iniquità? Sono davvero disposti a subire la condizione di stato paria agli occhi dell’opinione pubblica internazionale?
Sì, purtroppo, perché le popolazioni che si sentono minacciate di estinzione non avvertono alcuno scrupolo morale: il fine (sopravvivenza) giustifica ogni mezzo, anche se sono mezzi che alla lunga si dimostreranno autrodistruttivi. Le rappresaglie e le vendette non diventano solo giuste ma necessarie. “Con noi o contro di noi”, "O tutto o niente", "ora o mai più", “non sarò più alla mercé di nessuno, sarò io a tenere il coltello dalla parte del manico, costi quel che costi”. È questa la malattia israeliana: non esiste alcuna democrazia sana in cui la parte che governa deve convincersi ogni giorno del fatto di essere onnipotente, di non dover scendere a compromessi, di non potersi permettere di fare concessioni. Israele è pericoloso per sé e per il mondo perché è guidato da una politica incessantemente espansionistica che può solo provocare nuovi conflitti e la compromissione dello stato di diritto in patria. 
Non c’è nulla di razionale in tutto questo: egoismo ed avidità in una cornice patriottica/nazionalistica che dovrebbe in qualche misura legittimare il perseguimento dei peggiori istinti umani. Da Ben Gurion, a Sharon (1993), a Netanyahu, l’obiettivo è la restaurazione del Regno di Davide e Salomone – di una Sparta giudea, con i Palestinesi come iloti –, ossia di un’invenzione, una tremenda invenzione. Come si può scendere a compromessi con una fantasia maniacale?
In Medio Oriente si sta profilando una crisi probabilmente senza precedenti e che interessa tutti noi. C’è chi sogna un Israele più mite e comprensivo, disposto a “gettare il cuore oltre l’ostacolo e dire sì alla richiesta palestinese”. Purtroppo è destinato a restare un sogno. Dopo l'uccisione di Yitzhak Rabin per mano dell'ennesimo colono fanatico, Israele si è costruito attorno un ghetto, si è isolato internazionalmente e ormai dipende dalla benevolenza americana e da generosi sussidi che, a causa della crisi, verranno presto a mancare. Eppure continua a lamentarsi e pestare i piedi per ottenere quel che vuole, invece di programmare un futuro di pace, finalmente libero da una paranoia psicologicamente e moralmente distruttiva.

Il governo israeliano pare aver già deciso che la guerra con l'Iran è inevitabile e giusta:
L’esercito israeliano si esercita in preparazione di un possibile conflitto con gli Arabi in seguito al voto sulla sovranità palestinese:
Gli effetti psicologici dell'Occupazione sulla parte di popolazione israeliana (credo maggioritaria) che resta ancora sana, ragionevole, integra, umana sono deleteri:
Goebbels a suo tempo diceva che certe questioni si possono risolvere solo in tempo di guerra. In questo caso ci sono migliaia di Palestinesi da ricollocare (pulizia etnica). Una guerra in Palestina (e non solo) sarebbe conveniente. Non lo penso solo io, ne è convinto anche lo scrittore israeliano Uri Avnery:
“Un giornalista straniero mi ha chiesto l’altro giorno: “Ma cosa ne pensano?” “Loro” – Netanyahu, Lieberman e altri – stanno perdendo tutti gli amici rimasti, umiliando nel frattempo Barack Obama. Hanno sabotato la ripresa dei colloquio di pace. Hanno sparpagliato gli insediamenti ovunque. Se la soluzione dei Due Stati è diventata impossibile, cosa rimane? Uno stato unificato dal Mediterraneo alla Giordania? Che tipo di nazione sarebbe? Sono assolutamente contrari a uno stato bi-nazionale, che sarebbe la negazione totale del sionismo. Uno stato di apartheid? Quanto potrebbe durare? L’unica alternativa “razionale” sarebbe una pulizia etnica totale, lo sfollamento di 5 milioni e mezzo di palestinesi dalla West Bank, dalla Striscia di Gaza Strip e dalla stessa Israele. È una cosa possibile? Il mondo potrebbe tollerarlo, se non venisse distratto da un’invasione dei marziani? La risposta è: “loro” non pensano proprio. Gli israeliani sono condizionati dalla loro storia a pensare a brevissimo termine. Come dicono gli americani: “Un uomo di stato pensa alla prossima generazione, un politico alle prossime elezioni.” O come diceva di solito il dirigente sionista Chaim Weizmann: “Il futuro arriverà e si preoccuperà del futuro.” Non c’è dibattito nazionale, solo un vago desiderio di tenere tutto per sé. I sionisti di destra vogliono avere tutta la Palestina storica, quelli di sinistra vogliono avere il più possibile. Questo è il massimo di elaborazione possibile. I vecchi saggi ebrei dicevano: “Chi è l’eroe più coraggioso? Quello che trasforma il suo nemico in amico.” I saggi moderni che ci governano lo hanno così trasformato: “Chi ha il prestigio più alto? Chi trasforma il suo amico in nemico.”

L'interpretazione della realtà dei governi israeliani è la seguente: prima era Arafat (Nobel per la Pace) ad ostacolare la pace, poi l'Intifida, ora la Palestina e l'Iran. Un editoriale di Haaretz conclude, logicamente, che i governi israeliani non hanno mai cercato la pace e faranno di tutto per impedire la nascita di uno stato palestinese, solo che hanno esaurito gli argomenti per giustificarsi, la messinscena è ormai evidente a chiunque abbia occhi per vedere: 
Qui traduzione in italiano:
Netanyahu, nel 2003, affermava che se gli Arabi arriveranno a costituire il 40% della popolazione di Israele sarà la fine dello stato giudeo. “Ma anche il 20% è un problema e se le relazioni con questo 20% diventano problematiche, lo stato è autorizzato a prendere misure drastiche” (citato in Ilan Pappe, "The ethnic cleansing of Palestine", 2010).
Il che spiega la pericolosa e smaccatamente immorale prossimità con il regime sudafricano dell'Apartheid, che pure affondava le sue radici nell'antisemitismo e, in casi tutt'altro che isolati, nel nazismo:

Nel 2002, David Perlmutter, docente alla Louisiana State University, specialista di giornalismo, comunicazioni di massa e propaganda, pubblicò una sua riflessione sul Los Angeles Times che illustra meglio di un saggio tematico la prigione mentale nella quale sono rinchiusi molti Ebrei: “Israele ha costruito armi nucleari per 30 anni. Gli Ebrei capiscono che cosa ha significato in passato l’accettazione passiva ed inerme di un tragico fato. Masada non è un esempio da seguire – non ha minimamente danneggiato i Romani, ma Sansone a Gaza? Con una bomba nucleare? Quale miglior castigo per un mondo che odia gli Ebrei e migliaia di anni di massacri se non un Inverno Nucleare?...Per la prima volta nella storia, un popolo che rischia lo sterminio mentre il mondo ridacchia o guarda altrove – a differenza degli Armeni, dei Tibetani, degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale o dei ruandesi, ha il potere di distruggere il mondo. Una giustizia suprema? Questi sono i miei pensieri oscuri e la mia quieta disperazione. Chi li farà volatilizzare? Chi taciterà la follia? Mi sarà concesso di diventare un vecchio amareggiato? Avremo la possibilità di tornare col pensiero a questi giorni, oltre i funghi atomici del domani?”
In un altro editoriale apparso su Haaretz, Gideon Levy scriveva: “Vogliamo guerre violente e operazioni militari brutali ma senza che il mondo le veda. Vogliamo violazioni dei diritti umani ma senza il clamore delle critiche. Vogliamo pregare il mondo di boicottare Hamas e allo stesso tempo siamo contro i boicottaggi. Vogliamo la democrazia ma senza i rumori di sottofondo delle minoranze. Vogliamo vivere in una quasi-teocrazia, uno dei Paesi più religiosi al mondo, ma immaginare di vivere in una democrazia secolare e liberale”.
Dal canto suo Meir Dagan, che fino a pochi mesi fa era il direttore del Mossad, sta criticando severamente la dirigenza politica del suo paese, definendola “irresponsabile e scriteriata”, mentre esprime apprezzamento per le aperture dei paesi arabi. Pretende che abbiano fine i “pericolosi avventurismi” del suo governo, che “potrebbero mettere a rischio la stessa esistenza di Israele”. Commentando queste esternazioni, il giornalista del quotidiano Maariv ha scritto: “se quest’uomo dice che il governo non ha una visione ed è irresponsabile, dovremmo smettere di dormire sonni tranquilli”.
Lo stesso Bill Clinton ha recentemente dichiarato che Netanyahu non è minimamente interessato a degli accordi di pace per il Medio Oriente.
Infine ci sono i pareri di due analisti internazionali di primo piano, entrambi ebrei americani. Thomas L. Friedman ha ammesso di non essere mai stato così preoccupato per il futuro di Israele, a causa del “governo più inetto dal punto di vista diplomatico e più incompetente dal punto di vista strategico della sua storia”. Michael Walzer ha definito l’ostinato rifiuto di Netanyahu di avviare seri negoziati “una scelta folle. Non inaspettata, ma pur sempre folle”.
Israele è un interessante applicazione della Mortality Salience Theory (o Terror Management Theory TMT, Solomon 2004), su scala nazionale-collettiva. La teoria riguarda gli individui e sostiene che la paura della morte spinge a sostenere misure autoritarie e tradizionalismi. In Israele, la prospettiva più o meno plausibile dell’annichilimento dello stato ebraico proietta su scala collettiva una predisposizione altrimenti ristretta alla sfera personale.
*****
La posizione di Israele nel mondo si sta facendo ogni giorno più delicata. La Turchia ha rotto le relazioni diplomatiche per le mancate scuse sull’attacco sanguinoso alla “Mavi Marmara”, l'ammiraglia della Freedom Flotilla. L’incursione israeliana che ha causato l’uccisione di cinque soldati egiziani è stata motivata dall’accusa israeliana all’Egitto di ospitare gruppi terroristici nel Sinai. Nel 2006 una situazione analoga è sfociata nella guerra del Libano. Negli Stati Uniti i più accaniti sionisti sono gli esponenti della Destra cristiana, che sono però quasi tanto antisemiti quanto sono islamofobi. Khaled Fouad Allam, sociologo ed editorialista della Repubblica e del Sole 24 Ore, invitato alla manifestazione “Oriente Occidente”dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è perciò comprensibilmente preoccupato per la piega che stanno prendendo gli eventi. Intervistato sul tema “Lo sguardo di Israele e della Palestina di fronte alle rivolte arabe. Effetti e prospettive”, ha spiegato al folto pubblico presente che l’unica soluzione alla questione arabo-israeliana è percorrere la strada della giustizia, ossia la nascita di uno stato palestinese: “se non lo si farà c’è il rischio di una conflagrazione anche più grande di quella del Novecento. Non voglio neppure immaginare cosa potrebbe accadere”.
Temo che non esageri. Troppi tabù, troppa pressione psicologica, corde troppo tese. L’affetto ed il sostegno alla causa ebraica potrebbero convertirsi in odio e i Palestinesi, loro malgrado, subirebbero la medesima sorte di Israele.
Esaminiamo la situazione nel suo complesso. Gli Israeliani sono concentrati in un'area prevalentemente desertica, grande come la Lombardia, con le spalle al mare ed al muro, ossia un gigantesco ghetto non-denuclearizzato. La stessa Hannah Arendt era dell’avviso che ammassare milioni di ebrei in un fazzoletto di terra era una pessima idea. L’avvocato difensore di Eichmann, Robert Servatius, nell’arringa finale incolpò tutti i capi di stato (non solo i nazisti e collaborazionisti) per l’Olocausto, aggiungendo: “L’hanno fatto nel passato e probabilmente lo faranno di nuovo nel futuro”. Così la vede l’amico Mario Giuliano: “lo stato di Israele costituisce un immenso lager per diversi milioni di ebrei, costretti a servire nell'esercito per 2 o 3 anni, a seconda se siano femmine o maschi, senza che ve ne sia la reale necessità militare. Ed ovviamente questo fatto, di aver servito nell'esercito, va a pregiudicare la possibilità per tutti quei cittadini israeliani, di acquisire la cittadinanza di un altro paese. A questo serve il servizio militare israeliano. Fa parte del sistema-lager”.
Israele è una nazione molto piccola, poche testate atomiche sarebbero sufficienti per annientarla. Qualche milione di Arabi (Palestinesi, Libanesi, Giordani, Siriani, Egiziani, ecc.) morirebbe assieme agli Ebrei. 
Chi paventa un Secondo Olocausto per mano iraniana sostiene che Mahmud Ahmadinejad e i mullah se ne infischiano della sorte di Palestinesi, Giordani e Libanesi. Ne siamo certi? Dobbiamo veramente credere che possono permettersi di sterminare milioni di altri musulmani e di produrre una nube radioattiva che potrebbe raggiungere la Mecca e poi l’Iran stesso? Queste esternazioni possono solo servire a scatenare una guerra preventiva che rischia veramente di causare un Secondo Olocausto. Non è certo accidentale che nel corso della campagna elettorale per le presidenziali sia Sarah Palin sia John McCain abbiano riproposto la retorica dell’incrollabile intenzione iraniana di spazzare via Israele con un Secondo Olocausto. Tuttavia Mahmoud Ahmadinejad si è sempre limitato a dire che il regime occupante è destinato a scomparire, che i suoi giorni sono contati, ecc. denunciando nel contempo le atrocità commesse dagli Israeliani nei Territori Occupati. Non ha mai espresso alcuna intenzione di muovere una guerra suicida agli Israeliani.
In cambio negli anni passati sono affluiti moltissimi “Ebrei” non particolarmente raccomandabile, gente disposta a tutto, anche a rendersi responsabile di atrocità a nome di Israele e di tutti gli Ebrei. Molti Ebrei più moderati e civili sono emigrati, lasciandosi alle spalle una più elevata densità di aggressività, egoismo, paranoia, narcisismo e brame di dominio sul prossimo:
Si è anche instaurato un tabù del politicamente corretto contro il pensare o il parlar male di Israele che sta facendo fremere di sdegno l’opinione pubblica internazionale, incapace di sfogare le sue emozioni in modo ragionato e controllato. Questo tabù ha prodotto le condizioni esistenti in una pentola a pressione. Qualora il sostegno americano ed europeo ad Israele dovesse venir meno, magari a causa della crisi economico-finanziaria o di un conflitto non voluto, l’assenza del necessario dibattito spassionato e ragionevole su quel che avviene in Palestina si ritorcerebbe contro tutti gli Ebrei del mondo, trasformati ancora una volta nel capro espiatorio dei mali del mondo, come ai tempi del nazismo. L’immagine da visualizzare è quella del bacino che si riempie, con le saracinesche chiuse. La diga fatica a contenere la pressione dell’acqua, poi cede (la corda si spezza), si verifica un palese, crudele, ipocrita voltafaccia, quando la posizione israeliana sarà indifendibile (e lo sarà perché nessuno ha richiesto moderazione in tempi utili, innescando un circolo vizioso). Saranno rimasti in pochi a protestare se succederà qualcosa ad Israele ed agli Ebrei di tutto il mondo.
Un blogger si è spinto anche oltre. Non condivido necessariamente la sua posizione, ma non voglio escluderla in modo categorico: "Israele potrebbe in questa ottica essere il prossimo detonatore, la prossima Germania Nazista di cui da una parte si favorisce l' ascesa, ma intanto si prepara l' opinione pubblica a richiedere e sostenere la sua caduta .. E' solo un' ipotesi ovviamente, che mi viene dalla semplice lettura "mediatica" ... ma anche il semplice disegno di unificazione dell' Occidente sotto gli Usa, dovrebbe passare per dinamiche di questo tipo ... fare esplodere un contrasto ideologico all' interno dell' Occidente stesso (e l' ideologia religiosa è sempre stato un ottimo veicolo) e poi porsi ad arbitri della situazione, favoriti dall' opinione pubblica che intanto si monta in senso contrario ...L' ipotesi, insomma, è che si stia preparando un progetto a lungo-medio termine, ed Israele in qualche modo ne sarà il perno”.

Il voltafaccia è già in preparazione: “The only people that would benefit from this would be the Israeli's and the Saudis... and I think if I was looking at a counter intelligence operation to decide where this information came from I'd be very interested to see if I could find an Israeli hand, or Saudi hand... because in the long run Judge, BOTH ISRAEL AND SAUDI ARABIA ARE MUCH MORE DANGEROUS ENEMIES THAN THE IRANIANS ARE. The congress is crazy for war with Iran... listen to senator Graham, and senator McCain and Joe Lieberman... they are owned by the Israeli's... the Saudi's are very influential so when you look at these kind of things you have to ask who would benefit from the war? The Israeli's and the Saudi's would LOVE to see our money and our young men and women being killed to fight their enemies in Iran”.
Michael Scheuer, ex CIA, storico alla Georgetown University - 2011-10-13 su Fox News.

A questo proposito, ci si potrebbe chiedere cosa ci faccia una base americana in territorio israeliano: http://philadelphians.50megs.com/US_IL_base2.html
Serve a proteggere Israele o a controllare l’area, anche a discapito di Israele?



Cosa succederebbe a Israele se Obama perdesse le prossime elezioni?
La destra fondamentalista americana odia tradizionalmente gli Ebrei e pregusta l'avvento dell'Armageddon, in cui gli Ebrei o si faranno cristiani o periranno nello scontro finale tra le forze del bene e del male. La fondazione dello stato di Israele nel 1948 ed il controllo ebraico su Gerusalemme inverano la profezia e preparano l’avvento di Cristo e dell’era messianica in cui i fedeli godranno dei frutti della società ideale. Mancano la distruzione delle moschee musulmane sulla spianata e la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme. I saggi di Gershom Gorenberg e Grace Halsell illustrano molto bene la situazione. Questi eventi preannunciano – sono i pre-requisiti – per la venuta del Primo Messia (sionismo) e per il Secondo Avvento (cristiani). I cristiani parlano di un Armageddon nucleare, mentre i sionisti non lo contemplano, né si rendono conto che, stando alle scritture cristiane, una volta costruito il terzo tempio il loro destino sarà segnato: convertirsi o scomparire. In cambio i musulmani si attendono che, alla fine dei tempi, Gerusalemme sarà la nuova Mecca, ospitando la Ka'ba.

Teniamo a mente che nel 1999 un gruppo di evangelici americani (che si facevano chiamare “Concerned Christians”) fu arrestato in Israele mentre cercava il modo di far saltare in aria una moschea ed accelerare la venuta di Cristo. Azioni analoghe sono state progettate da terroristi sionisti (cf. Renzo Guolo, “Terra e redenzione. Il fondamentalismo nazionalreligioso in Israele”, Milano, Guerini, 1997)
Qui maggiori dettagli sul rapporto schizofrenico tra Ebrei e fondamentalisti cristiani americani:
"The so called unconditional support of Christian Zionists towards the state of Israel is loaded with self interest to say the least. Their support is entirely related to the convergence of their end goals with that of the Zionists i.e, for all Jews to live in Eretz Israel. If the Zionists had chosen to create a state any where else but Palestine, these Christians would probably revert back to the same type of religious anti-Semitism that has been common in Christian history for the past two thousand years. Even now many Christian Zionists believe that the Anti-Christ will be a Jew and that the vast majority of Jews will be hurled into the lake of fire upon Christ’s return to be tormented for all eternity".

CONCLUSIONI 
Se avete amici in Israele il mio consiglio è: sforzatevi di convincerli a trasferirsi altrove entro l’estate del 2012 o giù di lì. E' ormai il posto più pericoloso del mondo, assieme a degli ipotetici Stati Uniti post-Obama, in mano alla destra cristiana antisemita (vi è la fondata possibilità che si verifichi un’ondata di pogrom o che siano rinchiusi in campi di concentramento).

ALLEGATO A
La Stampa 10/6/2010 - Appello di Alain Elkann: "Gli ebrei diventino tutti cittadini di Israele"
“Se noi ebrei vogliamo esistere ed essere forti, dobbiamo capire che c’è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale”. “I nostri figli nel mondo intero dovrebbero sentirsi toccati, e diventare soldati in Israele, all’età richiesta e quando la necessità si fa sentire”.  “Tutti gli ebrei dovrebbero conoscere le stesse paure e le stesse speranze per i loro bambini”.  “Gli ebrei possono non condividere la politica israeliana a condizione che si considerino come israeliani”.  “Senza dubbio la maggioranza degli ebrei non ha voglia di abbandonare la propria posizione sociale, acquisita nella Diaspora, e di rinunciare al proprio lavoro, ma devono capire che non hanno più scelta. Hanno un paese che appartiene loro, e se lo desiderano possono acquisire la doppia nazionalità. Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano”. “I nostri nemici e i nostri detrattori ci rispetterebbero di più, se fossimo uniti nel credere che israeliani ed ebrei sono la stessa cosa”. “In quanto popolo monoteista più antico meritiamo rispetto”. “In Israele c’è uno stato ebraico basato su principi ebraici. Essere ebrei in Israele non significa essere una minoranza in un paese sicuro, ma appartenere ad una maggioranza che affronta delle responsabilità e dei pericoli”. “Non bisogna dimenticare che gli ebrei sono un popolo del deserto, che Abramo ha lasciato il suo focolare per partire nel deserto. Allora perché non torneremo alle nostre radici e alle nostre origini?”. “Dovremmo essere molto fieri, d’avere un paese nostro, e dunque dovremmo sostenerlo e restare uniti”. “Dio ci benedica”.
C’è o ci fa? Quali sono le reali motivazioni di Alain Elkann? E’ stato ingannato o inganna?

ALLEGATO B
Il 25 gennaio 2002, 52 riservisti israeliani scrivono una lettera aperta alla società israeliana, pubblicata su Ha’aretz:
- noi, ufficiali e soldati…ai quali sono stati impartiti ordini che non avevano nulla a che fare con la sicurezza della nostra nazione ma avevano come unico scopo quello di perpetuare il nostro controllo sui Palestinesi;
- noi, che abbiamo visto il prezzo di sangue che questo esige da entrambe le parti;
- noi, che abbiamo creduto che quegli ordini distruggono tutti i valori che abbiamo assimilato crescendo in questa nazione;
- noi, che ora comprendiamo come il prezzo dell’occupazione è la perdita del carattere umano delle Forze di Difesa Israeliane e la corruzione dell’intera società israeliana;
- noi, che sappiamo che quei territori non sono Israele e che tutti gli insediamenti sono destinati ad essere evacuati, alla fine:
noi, con la presente, dichiariamo che non intendiamo continuare a combattere questa guerra per gli insediamenti. Non continueremo a combattere oltre i confini del 1967 per dominare, espellere, affamare ed umiliare un intero popolo. Dichiariamo altresì che continueremo a servire nell’esercito israeliano in ogni missione che serva a difendere Israele. Le missioni di occupazione ed oppressione non hanno questo obiettivo e non intendiamo prendervi parte.

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