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venerdì 27 gennaio 2012

Soros avrà il mio corpo, ma non la mia anima - capitalismo, rivoluzione e la fuga dalla matrix






Se i padri dell’Europa, Jean Monnet e Robert Schuman, fossero vivi, vedrebbero che il loro obiettivo, spingere l’Europa verso una vera unificazione attraverso una serie di crisi, è sempre più a portata di mano.
Vicky Pryce “A necessary euro crisis”, Guardian, 2 dicembre 2011
Vicky Pryce è una dirigente di FTI consulting, la più grande società di consulenza per ristrutturazioni aziendali degli Stati Uniti, consultata nei casi Lehman Brothers, General Motors e Madoff.

Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.
Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”, 1982.

Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata.
Mario Monti, discorso alla Luiss, 22 febbraio 2011.

Se il popolo potesse comprendere in quale abisso l’ignoranza lo fa precipitare, scuoterebbe ben presto il giogo di quelle anime venali che lo mantengono nell’ignoranza per il proprio interesse personale. Basterebbe per questo che usasse la propria ragione; è impossibile che lasciandola agire non scopra la verità.
Anonimo autore di “Esprit de Mr. Benoit de Espinosa”

Tutto si risolve nel potere, il potere in egoismo, l’egoismo in appetito, e l’appetito, lupo universale, doppiamente assecondato dalla volontà e dal potere, vorrà fare dell’intero universo la sua preda e alla fine divorerà se stesso.
William Shakespeare, “Troilo e Cressida”

Nel Regno di Dio entreranno coloro che sono stati capaci di rifiutare di perseguire nella loro vita il profitto economico. Nel Regno di Dio entreranno coloro che non si sono assuefatti alle gerarchie di potere e si sono prestati a favore non già dei potenti, ma degli ultimi della società.... La vera novità introdotta da Gesù circa il Regno di Dio sembra essere stata l'idea che questo Regno non dovesse essere più il termine di un'attesa futura, ma dovesse essere realizzato subito con un impegno immediato di trasformazione spirituale. Nel racconto del Vangelo di Luca, infatti, egli comincia la predicazione, affermando la necessità che i prigionieri siano liberati, i debiti condonati, ogni servitù abolita, ogni oppressione sciolta. Egli si riferisce al cosiddetto anno di grazia del Signore, che l'antica società templare ebraica praticava ogni cinquant'anni, imponendo l'annullamento degli acquisti immobiliari e dei gravami personali costituiti nei 49 anni precedenti e che il profeta Isaia aveva sostenuto dovesse essere attuato per ogni forma di ricchezza e di soggezione, in modo da eliminare scandalose ingiustizie. Gesù, infatti, fattosi consegnare dall'inserviente della sinagoga il rotolo biblico dove Isaia preannuncia il suo integrale anno di grazia del Signore, lo legge ad alta voce ai presenti per proclamare solennemente : "Oggi questa scrittura si compie nel momento stesso in cui le vostre orecchie la ascoltano".
Bontempelli e Bruni, “Civiltà storiche e loro documenti”, Milano, 1993

Chi non conosce George Soros? È nato a Budapest, il 12 agosto del 1930 da famiglia ebraica (Schwartz) costretta a cambiar nome per sfuggire alle persecuzioni). A 13 anni lavorava per il consiglio ebraico di Budapest, uno dei tanti che collaborava con i nazisti nello sterminio degli Ebrei, nella speranza di poter salvare quante più vite fosse possibile (o per egoismo e grettezza, come denunciò Hannah Arendt). Uno dei grandi geni finanziari della contemporaneità, uno che si è fatto da solo, senza ereditare i suoi miliardi, ed è oggi il 35esimo uomo più ricco del pianeta (Forbes, 2010); un capitalista così ambizioso ed audace da speculare contro la sterlina e la Banca d’Inghilterra, nel 1992, vincendo la partita. Soros è un globalista, ossia un fautore del nuovo ordine mondiale, ufficialmente da posizioni di sinistra, attraverso fondazioni, comitati e sponsorizzazioni di politici. Qui ho spiegato le ragioni per cui io reputo che il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale sia una pessima idea per molti ed un’eccellente idea per chi già detiene il potere e vuole, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi veramente:
Nel febbraio del 2009 Soros annunciò che il sistema economico globale era stato tenuto in vita artificialmente ma che, dopo l’inizio della crisi, non era più possibile vedere il fondo dell’abisso. Ora sta cercando di istituire un nuovo sistema economico-finanziario che faccia a meno del dollaro (il che decreterebbe la fine degli Stati Uniti) e che, presumibilmente, introdurrà una qualche valuta globale:
O, addirittura, abolirà i contanti:

Soros prevede il default greco (lo dà per certo), una risorgenza fascista, la discesa dell’Europa nel caos e nella violenza, ma non la morte dell’euro. Per gli Stati Uniti prevede rivolte negli Stati Uniti che innescheranno una reazione autoritaria da parte dello Stato. Il sistema economico globale potrebbe essere moribondo:
Aggiunge, però, che durante le crisi l’impossibile diventa possibile, nel male ma anche nel bene:
Considerazioni e previsioni analoghe sono state fatte da Jacques Attali:
Si tratta di capire se questa sia una crisi spontanea, ciclica e quindi se sia possibile affidarsi alle autorità mondiali per risolverla ed assicurarci un nuovo modello di sviluppo migliore di prima, oppure se sia una crisi generata nell’intento di far ingoiare alla popolazione mondiale delle trasformazioni che altrimenti rifiuterebbe.
Carroll Quigley, uno dei massimi storici dell’economia statunitensi del secolo scorso (mentore di Bill Clinton quando era un universitario), in Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (New York: Macmillan, 1966), spiega che la crisi deflattiva del 1927-1940 fu la causa principale della Seconda Guerra Mondiale e fu prodotta dai banchieri. Demolì la democrazia ed il sistema parlamentare ed ostacolò quei governi che restarono democratici con la sua ortodossia economica, impedendo loro di riarmarsi adeguatamente e difendersi dal fascismo, con il risultato che la seconda guerra mondiale fu prolungata inutilmente a causa della debolezza delle democrazie che causò le loro sconfitte iniziali. Non contenti, i banchieri indirizzarono lo sviluppo economico dell’Occidente lungo la strada del capitalismo monopolistico.
La ricetta dei banchieri fu: tassi di interesse più alti, avanzo primario o pareggio del bilancio (oggi si chiama regola d’oro), riduzione della spesa pubblica (tagli al welfare), misure deflattive (che inibiscono l’iniziativa delle imprese), ancoraggio al sistema aureo (gold standard – c’è sempre quest’oro di mezzo).
Tutte idee che gli economisti non-ortodossi (oggi sono i vari Stiglitz, Krugman, Amartya Sen, ecc.) respinsero categoricamente, perché la strategia dei banchieri intendeva conservare il valore del denaro ed aumentare il profitto riducendo il costo del lavoro - ossia impoverendo i lavoratori e le loro famiglie, cioè a dire i consumatori, gli unici che potevano rilanciare l’economia.
Il paradigma dei banchieri servì a creare dei grandi blocchi continentali attorno agli stati maggiori, alle grandi potenze. L’integrazione degli stati in blocchi continentali non fu raggiunta per consenso ma coercitivamente, in quanto le nazioni erano costrette a seguire quella strada per poter pagare i debiti.
Quigley non è un nemico di questa strategia, come non lo è Attali. Lo storico statunitense spiega anzi che: Sono al corrente delle operazioni di questa organizzazione perché l’ho studiata per venti anni e, nel corso di due anni, nei primi anni Sessanta, mi è stato concesso di esaminare i suoi incartamenti ed archivi segreti. Non le sono ostile, come non lo sono verso la maggior parte dei suoi obiettivi e, per la maggior parte della vita sono stato in rapporti di familiarità con essa e con i suoi strumenti….Più in generale, sono maggiormente in disaccordo proprio riguardo al suo desiderio di restare occultata, mentre io credo che il suo ruolo nella storia sia sufficientemente significativo da meritare di essere conosciuto” (p. 950)
Quigley non approva la segretezza e cerca di portare alla luce le dinamiche dissimulate: “La terza fase dal capitalismo ha un significato così enorme nella storia del ventesimo secolo e le sue ramificazioni ed influenza sono state così sotterranee e persino occulte, che i lettori ci scuseranno se dedichiamo una particolare attenzione alla sua organizzazione ed ai suoi metodi” (p. 50).
Quali sono le ragioni di tutta questa segretezza?
“L’influenza del capitalismo finanziario e dei banchieri internazionali che l’hanno partorito è stata esercitata sia nell’ambito economico sia in quello politico, ma non avrebbe avuto alcun effetto se non fosse stata capace di persuadere entrambi ad accettare due assiomi della sua ideologia. Entrambi partivano dall’assunto che i politici sono troppo deboli e troppo sensibili all’ondivaga pressione popolare per meritare la responsabilità di prendere in consegna il controllo del sistema monetario; di conseguenza, la santità dei valori e la solidità del denaro dovevano essere protette in due modi: legando il valore del denaro a quello dell’oro e consentendo ai banchieri di controllare la quantità di denaro in circolazione. Per realizzare questo obiettivo divenne necessario nascondere ai governi ed alle popolazioni, perfino ingannandoli, la natura del denato e delle sue operazioni” (p. 53).
Ragioni non necessariamente plausibili:
“i banchieri sono stati ossessionati dal mantenimento del valore del denaro, sebbene le ragioni da loro normalmente addotte – che una valuta affidabile conserva la fiducia degli investitori – siano propagandistiche piuttosto che accurate” (p. 46).
Quigley mette in guardia i suoi lettori dal progressivo accentramento del potere, a discapito della salute delle istituzioni democratiche. A suo avviso, questo fatto, in combinazione con l’accresciuta sofisticatezza degli armamenti, può far prevalere l’autoritarismo sulla democrazia (p. 1201). 
Per Quigley il grave limite del capitalismo è che fornisce delle potenti motivazioni all’attività economica perché si fonda sull’interesse personale e sul profitto. Il suo limite è che enfatizzando l’egocentrismo rende più arduo il coordinamento economico. Si perde di vista il proprio ruolo nella più vasta cornice della società, ci si convince che le proprie attività sono comunque prioritarie a discapito del bene del sistema nel suo insieme. Al contrario, il profitto non va necessariamente a braccetto con la prosperità, la produttività generale e la maturazione morale, anzi.
In fin dei conti, allora, queste citazioni sulle banche e i banchieri non sono esagerate:

Viviamo in un sistema che insiste nell’incolpare gli individui e pretendere da loro che si conformino alle sue esigenze piuttosto che riformarsi, come se fosse inevitabile, sacrosanto, intoccabile, moralmente intangibile. Stando così le cose, è difficile immaginare che le cose cambieranno, senza una rivoluzione globale. Quasi certamente servirà una rivoluzione, perché i finanzieri hanno sempre appoggiato le rivoluzioni, che incarnano la dialettica “hegeliana” centrale alla loro visione del progresso sociale, antitetica a quella democratica, basata sulla ricerca di una maggiore giustizia sociale: tesi (establishment), antitesi (rivoluzione), sintesi (establishment più forte).
[A dirla tutta, Hegel avversava la rigida triadizzazione a lui erroneamente e pervicacemente attribuita, considerandola un geistloses Schema (una sterile/disanimata schematizzazione) che irreggimentava il pensiero filosofico invece di lasciarlo libero di esprimersi. Per lui il processo dialettico era spiraliforme, equilibrato, armonioso, come nella coincidentia oppositorum].
Per questo le rivoluzioni hanno il brutto vizio di degenerare in regimi più tirannici di quelli che abbattono:

Le rivoluzioni spianano la strada agli esseri umani peggiori e c’è chi le usa come leva per realizzare i ben altri obiettivi. Come ad esempio Zbigniew Brzezinski, nume tutelare di diversi presidenti americani, che, alla fine degli anni Novanta, spiegava che le guerre americane non servono a sanare l’economia americana ma esclusivamente a riaffermare l’egemonia statunitense mondiale e che solo un qualche tipo di Pearl Harbor consentirebbe di occupare militarmente l’Asia Centrale, il centro geostrategico del globo (l’11 settembre è arrivato circa 4 anni dopo la pubblicazione del libro):
Riferendosi alle nazioni centrasiatiche, Brzezinski usava volutamente termini come: “vassalli”, “tributari” e “barbari”. Essendo contrario alle guerre, che considera troppo dispendiose rispetto ai benefici che possono apportare, suggeriva di optare per la soluzione dell’insorgenza anti-governativa, ossia cambi di regime per mezzo di insurrezioni popolari programmate. Ci sono quelli come lui dietro le rivoluzioni colorate e una parte della primavera araba (es. Libia e Siria).
Le rivoluzioni colorate sono dei movimenti di protesta non-violenti e non-spontanei esplosi in varie regioni dell’ex Unione Sovietica e del Medio Oriente, tra le quali la Serbia (2000), la Georgia (2003), l’Ucraina (2004), il Libano e il Kyrgyzstan (2005), l’Iran (fallita, nel 2009-2010), in seguito ad un’elezione  dall’esito contestato o sull’onda della richiesta di un voto legittimo. Sono non-spontanee in quanto strumenti di politica estera, come il terrorismo. L’Occidente (o altre potenze regionali e globali) le organizza e le finanzia, direttamente o attraverso le ONG, per ottenere dei cambi di regime senza incorrere negli ingentissimi costi di una guerra (Iraq, Afghanistan, Libia) o nelle spiacevoli ricadute d’immagine di un golpe (es. Pinochet, Gbagbo), sfruttando le vulnerabilità dell’emotività umana (paura, desiderio, pigrizia) e la credulità dell’opinione pubblica internazionale pronta ad avallare qualunque moto nominalmente democratico. I fomentatori sono degli specialisti, persone altamente competenti che devono manovrare i moti popolari in modo tale da non far trapelare le reali motivazioni dei poteri forti che li sostengono. La stragran parte dei manifestanti dev’essere in buona fede, altrimenti il fallimento è assicurato.
A questo proposito, è significativo che i media siano pronti a sostenere qualunque protesta al di fuori dell’Occidente e denunciare qualunque protesta al suo interno, bollandola come irresponsabile, incivile, anti-patriottica, barbara, egoistica. I guardiani dello status quo sono impegnati a preservare un ordine iniquo consolidatosi nell’ultima generazione utilizzando una miscela di gas lacrimogeno, cariche di polizia, appelli alla responsabilità e proclami di superiore competenza tecnocratica. Gli sfidanti stanno cercando di riappropriarsi degli spazi di protesta, di imparare le dinamiche occultate dell’economia e della finanza e condividerle con gli altri. Così tematiche che erano state trascurate, bistrattate, fraintese, incomprese ora stanno riemergendo, dominano il dibattito pubblico e non possono più essere ignorate dai politici, che finiscono per esporsi al ridicolo: es. Mario Monti che, beatamente/beotamente, replica alla Gruber, che lo sta intervistando, che lui ha solo una vaga idea di cosa sia la massoneria, quando anche un pastore macedone sordomuto sa cos’è la massoneria.
Ciò significa che, questa volta, la Rivoluzione potrebbe ritorcersi contro chi la fomenta, perché il discorso pubblico non è più dominato unicamente dalla propaganda e dalla disinformazione, ma anche da un dibattito informato che ha la possibilità di fare la differenza:
Forse stavolta riusciremo dove chi ci ha preceduto ha miseramente fallito.
L’importante è essere consapevoli del fatto che proveranno a convincere le masse che:
-       internet è uno strumento di trasparenza assoluta che costringerà i governi a comportarsi responsabilmente (in realtà internet è stato usato per martellare nella testa della gente un certo tipo di visione del mondo favorevole ai potentati);
-       occupy wall street deve evolvere nel senso della rivoluzione francese, ossia della violenza terroristica (in realtà il chaos è una fase indispensabile per poter instaurare il governo globale, o nuovo ordine mondiale e quindi guerre planetarie e rivoluzioni globali sono già in programma);
-       la restrizione dei diritti civili è necessaria per garantire la sicurezza dei cittadini e rilanciare l’economia (in realtà la democrazia è invisa a chi gestisce il potere in questa fase storica e il desiderio è quello di far sentire la gente sfiduciata, priva di risorse);
-       l’unica organizzazione sociale possibile è piramidale, gerarchica, elitaria, ossia oligarchica (e quindi intrinsecamente anti-democratica);
-       le oligarchie sono in realtà democrazie ( = la vera democrazia è oligarchica) e chi le contesta e le contrasta è un nemico della democrazia;

La questione centrale del nostro tempo diventa allora quella di evitare che l’abbattimento del vecchio ordine spalanchi la porta ad un nuovo ordine molto peggiore di quello precedente. Non dobbiamo cadere nella trappola delle dittatura che promette di proteggerci dalla contro-rivoluzione, mentre incarna lo spirito della controrivoluzione, facendo il gioco delle forze contro-rivoluzionarie. Tutte le rivoluzioni sono fallite perché chi la ha guidate non era in grado di immaginare un mondo realmente migliore: pensava a distruggere senza costruire nulla di auspicabile per la gente comune. La rivoluzione francese ha portato al potere Robespierre e Saint-Just prima, Napoleone poi. Quella egiziana ha trasmesso il potere da Mubarak, un militare, all’esercito, in coabitazione con gli islamisti. La stessa sorte toccherà agli indignati e ad Occupy Wall Street quando le politiche recessive dei finti salvatori e sinceri rinnegati che governano i paesi europei (Cameron, Monti, Merkel, Sarkozy in primis):
assieme al deterioramente del clima globale (improvviso raffreddamento planetario)
provocheranno un movimento di disobbedienza civile di massa.
I potenti ce la metteranno tutta per spedire il mondo nell’abisso della catastrofe economica e della guerra mondiale (incluso l’uso, localizzato, su scala ridotta, ma dalle conseguenze incalcolabili, di armi atomiche) in modo tale che la ricostruzione sia radicale e lo choc subito dalla popolazione mondiale sia di tale portata da prevenire ogni forma di significativa resistenza all’instaurazione di un nuovo ordine formalmente benevolo ma visceralmente ed incorreggibilmente dispotico, in cui gli psicopatici del nostro tempo sembreranno delle placide suorine.
Hanno bisogno di poter catalizzare le forze del cambiamento nella direzione voluta, quella di un asservimento integrale in una società castale dietro la facciata di un’emancipazione radicale, della redenzione salvifica, angelica.
Indubbiamente ci sono forze contrarie che operano, anche segretamente, per contrastare questo genere di sbocco, ma tutto dipende dalla lucidità e consapevolezza delle persone comuni.

Come si sfugge a questa Matrix?
Innanzitutto va capito che chi è supino vede le cose più grandi di quello che sono realmente:

Ritengo che queste possano essere delle ragionevoli finalità, per noialtri “ordinari”:
-       introduzione di reti orizzontali di cooperative autonome di produttori e consumatori interconnesse globalmente al posto dei consueti sistemi di coordinamento gerarchici-piramidali;
-       beni comuni, rispetto per la natura, pari dignità, autentica democratizzazione delle procedure amministrative, auto-organizzazione dei processi lavorativi;
-       enfasi sull’autorealizzazione nel servizio al prossimo;
-       progresso tecnologico finalizzato al perseguimento del bene comune e non alla soddisfazione dell’avidità e del desiderio di sorvegliare, manipolare, soggiogare, attaccare;
-       valorizzazione del processo di apprendimento di chi non segue qualcuno ma cerca la sua strada. 
Il resto verrà da sé:

sabato 24 dicembre 2011

Fukushima, a confronto, sarebbe una bagattella




Se scivoliamo in un conflitto con l’Iran, in un modo o nell’altro, le conseguenze saranno disastrose per noi, enormemente disastrose e, contemporaneamente, globali.
Zbigniew Brzezinski, 14 dicembre 2011

Il capo degli ispettori ONU Hans Blix ha dichiarato venerdì che le ispezioni non hanno portato alla luce nessun'arma di distruzione di massa e che le interviste con gli scienziati sono state utili, e ha sollevato dubbi sulle prove esibite dal segretario di Stato Colin Powell che indicavano che l'Iraq potrebbe aver ripulito i luoghi delle ispezioni prima dell'arrivo degli inviati ONU.
Associated Press, "Blix: no weapons of mass destruction", 14 febbraio 2003

Questa non è una nazione pronta ad entrare in guerra:
Specialmente una guerra che ha tutte le carte in regola per scatenare un effetto domino coinvolgendo un numero indeterminabile di altre nazioni, tra le quali delle potenze nucleari.  
Per come la vedo io, solo un idiota farebbe una cosa del genere, oppure una marionetta. Si tratta ora di capire se Barack H. Obama sia un savio, un idiota, o una marionetta. 
Per il momento il suo entourage ed i suoi alleati stanno facendo tutto il possibile per fargli fare una pessima figura.

Leon Panetta (Segretario della Difesa) ha dichiarato – non si sa bene sulla base di quale valutazione, visto che il più recente rapporto AIEA non corrobora questa sua posizione – che l’Iran avrà l’arma nucleare entro un anno (fine 2012) e che gli Stati Uniti non permetteranno che ciò avvenga:
Per chi non ha ancora capito quanto ipocrita, menzognera, stupefacentemente malvagia (e chiaramente suicida, per chi ha occhi per vedere) sia la condotta dell’Occidente riguardo a questa problematica:
Il generale Martin Dempsey, capo dello Stato Maggiore, che ha in precedenza espresso in più di un’occasione la sua fortissima riluttanza a coinvolgere la nazione in un conflitto con l’Iran, espandibile al mondo intero, ha comunque rassicurato l’amministrazione Obama sul fatto che l’esercito americano è pronto per l’attacco.
Forse in considerazione del fatto che i soli bombardamenti aerei non sarebbero in grado di bloccare il programma atomico iraniano, a partire dal 2010 Israele ha cominciato a posizionare su base permanente i suoi sottomarini nucleari al largo delle coste iraniana:
[N.B. Israele non solo ha armi nucleari ma voleva fornirle al Sudafrica dell’apartheid (soluzione finale del problema dei neri?)]:
Dimostrando grande previdenza, le guardie rivoluzionarie iraniane hanno già preparato le fosse per i caduti di una guerra che si annuncia molto poco chirurgica e sanguinosissima:
Forse, se l’opinione pubblica internazionale si rendesse conto di quel che rischiamo tutti, SCENDEREBBE NELLE STRADE E BLOCCHEREBBE OGNI ATTIVITA’ PRODUTTIVA COME FORMA DI AUTODIFESA NONVIOLENTA.
Esaminiamo dunque queste conseguenze:
Innanzitutto i milioni di civili iraniani (e le decine di migliaia di lavoratori e residenti stranieri, incluse le centinaia di Italiani) che vivono nelle metropoli prossime ai siti nucleari e i siti patrimonio dell’umanità, che sarebbero spazzati via o resi inaccessibili per un numero incalcolabile di anni (il tempo di dimezzamento dell’uranio 235 è di 700 milioni di anni e quello dell’uranio 238 è di 4,5 miliardi di anni!). Nessuno ha mai bombardato un sito nucleare operativo. Il Pentagono ha calcolato che l’effetto di UN SINGOLO ATTACCO atomico sarebbe la morte di 3 milioni di persone nelle prime 2 settimane e la contaminazione radioattiva di un’area che includerebbe il Pachistan e l’India, ossia centinaia di milioni di persone (!!). 35 milioni di persone sarebbero ad altissimo rischio di sviluppare un tumore. Se nei pressi ci fossero magazzini di agenti chimici e biologici anch’essi si diffonderebbero nell’aria. I siti nucleari più in profondità resterebbero intatti!
E questo senza contare le conseguenze dell’esplosione di un reattore, che produrrebbe un inquinamento radioattivo della durata di 700 MILIONI DI ANNI che renderebbe istantaneamente inaccessibile la metà delle riserve petrolifere del mondo.
Nel marzo del 2003 le particelle radioattive delle armi all’uranio impoverito usate da Stati Uniti, Regno Uniti ed Australia raggiunsero l’Inghilterra in 9 giorni, attraversando i cieli di Turchia, Ucraina, Austria, Polonia, Germania, Svezia e Danimarca, per poi toccare anche Norvegia, Finlandia e l’Artico:
Dal 2008 l’Arabia Saudita si prepara agli effetti di una pioggia di scorie radioattive (nuclear fallout)

Il solito Zbigniew Brzezinski, alla fine degli anni Novanta, ci spiegava che queste operazioni non servono a sanare l’economia americana ma esclusivamente per dare corso alle strategie imperiali americane e che solo un qualche tipo di Pearl Harbor consentirebbe di occupare militarmente l’Asia Centrale, il centro geostrategico del globo (l’11 settembre è arrivato circa 4 anni dopo la pubblicazione del libro):
Riferendosi alle nazioni centrasiatiche, Brzezinski usava volutamente termini come: “vassalli”, “tributari” e “barbari”. Tuttavia era ed è rimasto contrario alle guerre, che considera troppo dispendiose rispetto ai benefici che possono apportare, e quindi suggeriva di optare per la soluzione dell’insorgenza anti-governativa (cambio di regime). Brzezinski è rimasto coerentemente all’opposizione durante le campagne asiatiche del dopo-11 settembre ed è ostinatamente contrario alla guerra in Iran, che reputa una catastrofe per gli Stati Uniti e per il mondo:
Se lo dice lui – che rimane comunque un imperialista – c’è da credergli.
Ma forse l’hybris è la condanna di tutti gli imperi.
L’Impero Romano, in declino, fu spinto nell’abisso da uno stato di guerra semi-permanente e da un’incessante lotta intestina tra fazioni parassitarie.
L’Impero anglo-americano, con i suoi satelliti dell’Europa continentale, Israele e l’Arabia Saudita, stanno attraversando un’analoga fase di disfacimento. L’Afghanistan non è pacificato, la Libia è attraversata da tensioni pronte ad esplodere in qualunque momento, l’Iraq ha scelto di mantenere le distanze dai liberatori, il Pachistan minaccia di abbattere i droni americani e interrompe le vie di rifornimento per l’Afghanistan, la Siria, a differenza della Libia, non è precipitata nel baratro della guerra civile fomentata dai soliti noti e le navi da guerra russe nel porto siriano di Tartus sono un fortissimo deterrente contro ogni azione bellica, l’Iran si sta rivelando un osso durissimo, Venezuela e Cuba tengono botta senza troppi problemi. Ad aggravare questa situazione c’è un declino economico sempre più marcato, decine di milioni di cittadini che dipendono dalle tessere annonarie (food stamps) e milioni di altri che non lo fanno solo per non dover ammettere con se stessi di essere alla frutta. E poi ci sono i movimenti di protesta di Occupy Wall Street (sinistra) e del Tea Party (destra).
In tali frangenti, una persona ragionevole non andrebbe in giro a fare il bullo ma cercherebbe di siglare accordi e di addivenire a compromessi. Invece gli Stati Uniti, intossicati dalla brama di potere, collocano missili dalla Spagna all’Europa dell’Est, da Darwin (Australia) alla Turchia. Fanno la voce grossa con la Russia e con la Cina:
Cosa li spinge lungo questa pericolosissima ed autolesionistica china che sembra scimmiottare la parodistica megalomania di "Numero 1", il capo della Spectre? Davvero credono che l’uso di testate nucleari tattiche (ciascuna molto più potente delle bombe atomiche sganciate sul Giappone) per neutralizzare i siti iraniani non avrebbe conseguenze significative per i civili iraniani e per l’intero globo? Non hanno imparato nulla dal disastro di Fukushima? Sono convinti che l’umanità si berrà la fandonia della missione di pace condotta con bombardamenti atomici e continuerà a pensare che la NATO incarni il Bene e le sue vittime siano in realtà degli aggressori? Prevedono di poter gestire un conflitto che presto ingolferà un’area che va dal Mediterraneo Orientale all’India ed alla Cina occidentale, includendo una potenza nucleare come il Pachistan?
Eppure è quello che stanno progettando da anni:
Si chiama Conplan 8022-02 (Concept Plan – ma “con” in inglese è il truffatore; “to con” significa raggirare) e comprende due differenti scenari: “Il primo è la risposta a una specifica e imminente minaccia nucleare, vedi Corea del Nord. Una reazione veloce, un attacco perfettamente preparato che combinerebbe bombardamento di precisione, guerra elettronica e attacchi cibernetici per mettere fuori uso la risposta nord-coreana, e dei commandos che operano in profondità nel territorio nemico, anche per impossessarsi degli apparati nucleari. Il secondo scenario comprende un attacco più generico contro un'infrastruttura di armi di distruzione di massa dell’avversario. Supponendo, per esempio, che l’Iran annunci che è in preparazione un programma urgente per costruire un’arma nucleare, un attacco pluridimensionale di bombardieri e l'impiego della guerra elettronica, cercherebbe di distruggere il programma dell’Iran, mentre forze speciali sarebbero spiegate per neutralizzare e isolare le attrezzature sottoterra. Impiegando tutti gli espedienti dell’arsenale USA per immobilizzare un paese nemico, (come chiudere l’elettricità, disturbare e creare interferenze sui radar e le comunicazioni, penetrare nelle reti dei calcolatori e confondere i comandi elettronici, etc.) l’attacco globale amplifica l’impatto dei bombardamenti eliminando la necessità di distruggere fisicamente gli obiettivi che sono stati neutralizzati in altra maniera. La ragione per cui è stata incluso l'utilizzo di un’arma nucleare come opzione del CONPLAN8022 (una bomba costruita in modo da penetrare nel terreno per distruggere attrezzature sepolte in profondità, ove esistano), è particolarmente sconcertante. Il Piano di Attacco Globale mantiene l’opzione nucleare come riserva dove l’Intelligence indichi un imminente attacco nucleare nemico sugli Stati Uniti, o dove ci fosse bisogno di distruggere un obiettivo difficile da raggiungere
Sappiamo che quasi certamente questo è il piano che hanno in mente:
A mio parere, l’esito più probabile di questa strafottenza sarà la distruzione degli Stati Uniti e di Israele. Hanno avuto diverse chance di intraprendere la strada della pace e della collaborazione con le altre nazioni, ma hanno scelto di usare il terrorismo e l’umanitarismo per proseguire le loro strategie imperiali. La crisi socio-economica in cui versano gli Stati Uniti è talmente grave che i disordini interni, sempre più drammatici, non si faranno attendere. Inoltre, quando il bullo è debole le sue vittime sono subito pronte a coalizzarsi per pestarlo. Non finirà bene per gli Americani e per gli Israeliani e mi dispiace moltissimo per quei milioni di loro  onesti, sensibili e compassionevoli che hanno fatto quel che potevano per salvare i loro rispettivi paesi da questa funesta deriva. Si meritavano di meglio e invece il gorgo li risucchierà, assieme agli idioti ed alle marionette.
A meno che non si riesca a interrompere la guerra con scioperi di massa, globali, dimostrando che siamo un’unica specie, solidale e determinata a sopravvivere

martedì 22 novembre 2011

Complottisti ed anticomplottisti sono una piaga sociale




I complottisti vedono complotti ovunque, anche nelle catastrofi naturali. Gli anticomplottisti non tengono in nessun conto l’ovvia constatazione che il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe assolutamente. I complottisti si rendono ridicoli da soli, ma rendono anche un importante servizio a chi i complotti li ordisce veramente, perché generano confusione e la confusione facilita il compito di chi trama e di chi si propone come soluzione ai problemi che genera. Gli anticomplottisti godono del tacito appoggio della massa, spinta a farlo dai naturali meccanismi di difesa della psiche (nessuno vuole immaginare che ci sia qualcuno che ce l’ha con lui e che sia molto più potente di lui – meglio classificare il tutto come “paranoia”). Gli anticomplottisti sono, volenti o nolenti, i migliori puntelli dello status quo. Qui mi occupo soprattutto di loro.


La gente che non crede ai complotti è un po’ come il terrestre che crede di essere l’unico essere vivente intelligente nell’universo, a prescindere (questa cosa fa davvero ridere: si può essere più narcisisticamente antropocentrici di così? Che futuro ci può essere per una specie così infantile?). Ecco un altro utile paragone: il complottista è il fedele che crede a-prioristicamente all'esistenza di Dio, l'anticomplottista è l’ateo che crede aprioristicamente alla non-esistenza di Dio e si ritiene, goffamente, intellettualmente superiore rispetto al credente. Entrambi sbagliano, com'è abbastanza evidente a chi si soffermi un po' a pensare alla questione: l’unica posizione ragionevole è l’agnosticismo, ossia lo scetticismo, in particolare nei rapporti con il potere, dato che maggiore è il potere, maggiore sarà la corruzione.


Il termine "dietrologia" è diventato una coperta di Linus: la realtà non può essere così spaventosa come minaccia di essere. Non potremmo psicologicamente reggere l'impatto di una tale verità. Preferiamo credere che certi scenari siano dietrologie e che certi atti siano quelli di un pazzo o comunque di un fanatico, che sono ormai sinonimi. Lo riteniamo un folle però, bizzarramente e contraddittoriamente, crediamo alla sua versione dei fatti, perché corrisponde esattamente a ciò che vogliamo credere. Tutte le contraddizioni, menzogne ed aporie vengono spazzate sotto il tappeto dell'angelismo (“le autorità non farebbero mai certe cose”, “se non hai fatto nulla di male non hai niente da temere”, “tutto si sistemerà”, “è nell’interesse di tutti che sia ristabilito l’ordine”, “siamo tutti nella stessa barca”, “ciascuno riceve ciò che merita”, ecc.), perché ci irritano, sono un'offesa alla nostra ragione/psiche, o per meglio dire al nostro ego. Ho purtroppo l’impressione di vivere in una società essenzialmente codarda ed illusa, per di più incapace di prenderne coscienza:
"All'immagine di un male banale ma contagioso ed epidemico Rumiz affianca quella di un bene ingenuo e cieco, di un bene imbecille e infermo che ha il pericoloso difetto di non saper fiutare il pericolo. Egli sottolinea, da questo punto di vista, come sia molto rischioso continuare a parlare di integrazione, di convivenza in Europa solamente a livello retorico, “nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione”. Nel suo “Maschere per un massacro” Rumiz ha insistito molto su questo aspetto, sottolineando che tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte in gran parte alla luce del sole, e che nonostante questo la maggioranza delle persone fino all'ultimo non voleva credere che l'efferatezza potesse scatenarsi tra di loro. "La velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall'odio - come fa comodo a troppi supporre - ma da una diffusa ignoranza dell'odio" (Rumiz, 1996, p. 7). Paradossalmente, racconta Rumiz, a Sarajevo è la "piccola criminalità" a fiutare prima l'arrivo della guerra e organizzare un minimo di difesa perché più consapevole delle possibilità e dei meccanismi del male e della violenza. […]. Riprendendo l'intuizione di Rumiz, l'insegnamento che ci viene dall'esperienza balcanica è che ciò che ci trasforma in carne da cannone è lo stesso imbonimento, la stessa inerte apatia, la stessa acquiescenza che ci porta a seguire tutti lo stesso programma televisivo, o a comprare lo stesso prodotto reclamizzato, o a votare in massa il primo pagliaccio che scende in campo promettendoci di risolvere tutti i nostri problemi se solo acconsentiamo ad affidargli un po' più di potere" (Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”, 2005, pp. 66-68).

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Prendiamo come esempio tre noti complotti: Quello di Hitler per uccidere gli Ebrei; quello di Bush e Blair per invadere l’Iraq (armi di distruzione di massa – legami Hussein/Bin Laden); quello serbo per realizzare un genocidio in Kosovo. I primi due sono veri, il terzo è falso, come spiego qui:
Dunque l’opinione pubblica è più complottista dei presunti complottisti e diversi “complottisti” (scettici) sono più informati e più lucidi di chi li ritiene dei lunatici o dei babbei. Di più, gli anti-complottisti (quelli per partito preso, quelli del “sei un dietrologo, non ha senso prenderti sul serio”) sono convinti che la loro parte sia quella buona e non farebbe mai certe cose e, contemporaneamente, che gli “altri” (i terroristi, i cinesi, i russi, gli iraniani, ecc.) sono pronti a tutto. In questo senso sono iper-complottisti e per di più troppo pigri o non sufficientemente coraggiosi per informarsi adeguatamente. Al contrario, molti “complottisti” (scettici) partono dall’ipotesi, del tutto realistica, che la propaganda, la disinformazione e la manipolazione abbondino ovunque, ad ogni livello.
In genere, gli anti-complottisti pretendono dai “complottisti” un’analisi completa di un evento, non si accontentano di considerare le contraddizioni, omissioni, bizzarrie, ecc. della versione ufficiale, come dovrebbe fare qualunque individuo dotato di senso critico.
Allo stesso tempo, però, gli anti-complottisti sono inclini ad accettare le analisi incomplete fornite dalle autorità, dimostrando una considerevole dose di grullaggine ed una preoccupante tendenza ad imitare le tre scimmiette, chiudendo occhi, orecchi e bocca.
I “complottisti” hanno il coraggio di esporsi ai lazzi e derisioni dei “benpensanti”, mentre gli anti-complottisti hanno le spalle coperte dall’establishment, dalla maggioranza e dall’autocensura del politicamente corretto e della paura di fare brutta figura. Essere anti-complottisti è facile, molto facile.
Il brutto è che gli anti-complottisti, accettando la lettura della realtà divulgata dai potenti diventano complici, volenti o nolenti, di tutto quel che accade in conseguenza della loro tacita o convinta accettazione delle strategie dei potenti.  
La verità, che ci piaccia o meno, è che la storia è costellata di piccole e grandi cospirazioni. C’è chi ritiene che i complotti servano a consolare quelli che trovano la realtà troppo noiosa e complicata se non è condita con qualche trama occulta. C’è chi preferisce pensare che, in una società secolarizzata, i complottismi servano a soddisfare il disperato bisogno di fare chiarezza nel caos. La cosa interessante è che questa stessa analisi è applicabile agli anti-complottisti. È piacevole e consolante credere che il nostro destino è determinato dall’incompetenza e dagli errori e che le cose sono più o meno come sono. Ci si sente meglio nel pensare che non siamo così fessi da farci fregare dalle epopee dei rettiliani, degli Illuminati e altre sciocchezze. Siamo razionalisti, persone che non hanno tempo da perdere con il pensiero magico, persone che ci tengono alla loro igiene mentale, persone che scelgono di non prendere in considerazione la documentazione della storiografia ufficiale che prova il coinvolgimento della CIA nel sovvertimento di regimi stranieri non collaborativi, da Allende a Jacobo Árbenz nel Guatemala (1954). Se la CIA dice che non l’ha fatto allora non l’ha fatto. Se uno preferisce credere di non potersi perdere nell’intrico di petrolio, narcotraffico, denaro, crimine organizzato, imperialismo, istituzioni, religione e società civile che circonda l’11 settembre ha tutto il diritto di farlo, ma ciò presuppone una conoscenza di come funziona il mondo che nessuno possiede. Forse l’11 settembre è davvero la perfetta esecuzione di un piano incredibilmente complicato portato a termine in circostanze fenomenalmente avverse e che non è stato rovinato da incompetenze ed errori; o forse no. Ma il risibile tentativo di collegare Saddam Hussein e Al-Qaeda per giustificare l’invasione dell’Iraq era un complotto governativo reale (non particolarmente ben riuscito): uno scenario paranoide prodotto dalle migliori menti al servizio del presidente degli Stati Uniti per ingannare l’opinione pubblica americana ed internazionale. Una vera cospirazione mirata a promuovere una falsa cospirazione nell’intento di invadere illegalmente una nazione (e distruggere le vite di centinaia di migliaia di persone). È probabile che queste stesse persone stiano dandosi da fare per convincerci che l’Iran costituisca una minaccia per le altre nazioni pacifiche del mondo.
"L'esito finale di questa deriva sarà probabilmente un conflitto con l'Iran e con gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile di uno scontro militare con l'Iran presuppone il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran[Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale (1 febbraio 2007):
"Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire" [Wesley Clark, ex comandante generale dell'US European Command, che comprende tutte le attività militari americane in Europa, Africa e Medio Oriente – “Winning Modern Wars”, p. 130:
Dunque non è per nulla sorprendente che una maggioranza di abitanti di questo pianeta non creda alla versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre: