sabato 22 ottobre 2011

Democrazia diretta - il pessimo esempio elvetico



La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto
Benjamin Constant

Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?
Norberto Bobbio

L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta (Università di Ginevra)

Se il problema della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori, ma i migliori persuasori, ossia le persone senza scrupolo, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Dopo tutto, nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera solo nel 1971 (in alcuni cantoni non prima degli anni Novanta).
Esaminiamo allora l’esperienza elvetica, segnata da considerevoli trepidazioni in materia di immigrazione, fede religiosa e forza persuasiva delle narrazioni etnopopuliste-plebiscitarie. Storicamente, la democrazia diretta in Svizzera è servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili universali. Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Si dovette attendere fino al 1971 perché la Svizzera facesse il suo ingresso nel consorzio dei paesi civili. Fino al 1971 le cittadine svizzere non ebbero diritto di voto, ultime in Europa ad eccezione del Liechtenstein, anche perché con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non fu concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne fu sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge (Steinberg, 1976). In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le caccie alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Anche il commento di Renzo Guolo insiste sul valore paradigmatico di quel referendum (“Adesso l'Europa teme il contagio”, 30 novembre 2009): “Battaglia che la destra xenofoba e nazionalista svizzera e le correnti evangeliche più legate al cosiddetto "sionismo cristiano", movimento diffuso negli Usa che nell'islam vede un ostacolo alla realizzazione messianica della loro apocalittica dottrina, conducono in nome di un identità cristiana iperpolitica, che prescinde dalle posizioni delle leadership delle confessioni maggioritarie. Tanto che mentre i proponenti chiedevano di inserire il divieto in Costituzione, come misura “atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”, le altre confessioni osteggiavano apertamente tale indicazione. La stessa Chiesa cattolica giudicava la vittoria del “sì” un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo. Icona di un cristianesimo senza Cristo, quella veicolata dalla destra cristiana xenofoba, in Svizzera come altrove, che tende a impugnare la Croce sottraendola alle Chiese, accusate di non interpretare il vero “sentire del popolo”. (…). L’oggetto non era tanto, o solo, l’immigrazione proveniente dai paesi islamici, il 5% della popolazione, circa quattrocentomila persone, ma la rigerarchizzazione delle culture e delle religioni per via politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. Buon l'ultimo il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). In cambio nessun referendum ha mai intaccato lo strapotere del sistema bancario elvetico, che non è mai stato costretto a redistribuire i suoi proventi o a votarsi ad una maggiore trasparenza.
*****
In Svizzera, come nel New England, le due patrie della democrazia diretta, le assemblee popolari non si fecero scrupolo di bruciare centinaia di streghe, mentre invece nei paesi cattolici dominati dall’autorità monarchica e pontificia i processi alle streghe furono sporadici. Più recentemente, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (Bergier et al. 2002) ha concluso che: “L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità”.
La crescente aggressività ed intolleranza delle scelte referendarie elvetiche nasce dal fatto che la costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazione di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità, come gli Ebrei, gli Jenisch, i malati mentali e le persone “inadatte a procreare” (Kreis, 1992; Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002; Gerodetti, 2005).
*****
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è scettico e, nel marzo del 2007, concludeva il suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all'Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, è stata interrotta spontaneamente un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale. Questo genere di consultazioni sono in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi, 2009) e sono in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: "a parte il fatto che tra queste iniziative, diverse perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta", specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger, 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger, ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’”altrui”, il dentro e il fuori e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale difeso dalle autorità (Langer, 2010).
È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che se non si interviene la svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Fu in quelle circostanze che le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003).

L’analisi esemplare che Lorenz Langer, ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer, 2010), vale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Alto Adige. I paralleli sono numerosi ed estremamente istruttivi. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici e questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza dimostrata dalle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria?
Langer osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato come anti-democratica ogni critica e condannato l’imperialismo del diritto internazionale negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli irragionevoli alle iniziative popolari in un paese che è connaturatamente democratico e quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che fino all’invasione francese del 1798 quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. Così, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva, e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non che questo sia un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”; un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività: se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle loro vite, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica, fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente” (Langer, ibidem).

È necessario affrontare la realtà dei fatti, non continuando a cullarci nelle nostre illusioni. I demagoghi amano la democrazia diretta perché è il loro habitat naturale. I demagoghi sono specialisti nel divinizzare il proprio popolo e demonizzare gli oppositori (che non sono mai un popolo): vox populi, vox Dei. Accusano gli altri di essere ciò che in realtà caratterizza la loro personalità e stile di fare politica: intolleranti, elitari, autoritari, moralmente opachi, incompetenti, anti-patriottici, attentatori delle libertà civili, statalisti, culturalmente egemonici. Sono leader carismatici di movimenti al tempo stesso reazionari e modernisti e promotori di una concezione plebiscitaria della democrazia in cui l’investitura per acclamazione del leader gioca un ruolo centrale e la “democrazia diretta” è vista come un valido strumento per neutralizzare gli intollerabili formalismi e le “vergognose garanzie” della democrazia liberale rappresentativa. Una democrazia diretta può funzionare laddove una frazione sufficientemente vasta della cittadinanza è in grado di esercitare un consenso o un dissenso informato e consapevole. Ma, ammettiamolo una buona volta, siamo tutti, in generale, molto ignoranti in molti ambiti e gli ignoranti sono inclini a fare scelte stupide. Ad esempio eleggono politici egoisti e superbi e continuano a votarli ad ogni tornata elettorale. Quei politici non sono sbucati dal nulla, una maggioranza di votanti li ha voluti, come vorrebbe disfarsi di vari vincoli e laccioli che lo stato di diritto impone all’intera cittadinanza e quest’ultima subisce. Quale miglior opportunità di un referendum che quantifichi e faccia pesare la volontà popolare? Un cittadino maturo, cioè pronto per la democrazia diretta, deve chiedersi perché troppe volte essa non funziona, perché diventa uno strumento di ingiustizia, autoritarismo e xenofobia. Un cittadino maturo non crede alla democrazia diretta a prescindere, perché non la idolatra, non ne fa un culto laico. Per far crescere e maturare i cittadini c'è già la democrazia ed esistono già i referendum e sicuramente qualche passo in avanti nel dopoguerra lo abbiamo fatto, ma pensare che dopo soli sessant’anni di vita repubblicana la popolazione sia pronta a decidere su certe questioni importanti, che sono anche le più complesse – come complessi erano i quesiti sulla privatizzazione dell’acqua, a dispetto di quel che molti hanno creduto, sbagliando – è ingenuo ed irresponsabile. Il solo fatto che l’elettorato non sia capace di mandare a casa dei demagoghi incapaci di gestire la cosa pubblica e sfacciatamente maldisposti verso la Costituzione è la prova migliore del fatto che la maggior parte dei cittadini non è pronta per la democrazia diretta e che sarebbe meglio che la Svizzera restasse un caso più unico che raro.

4 commenti:

gianceri ha detto...

x Stefano Fait : "Gli strumenti di democrazia diretta sono applicabili a tutta la materia legislativa già di competenza dei rappresentanti eletti dal popolo e non possono in alcun caso confliggere né con le disposizioni inderogabili del diritto internazionale, né con i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, né con il dettato della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, né con il catalogo dei diritti fondamentali contenuto nei Trattati dell'Unione Europea." Questo è un comma dell' articolo 73 quater che stiamo scrivendo nell'iniziativa di legge popolare sull'abolizione del quorum , introduzione della revoca , referendum confermativi ecc. e che fra breve presenteremo a livello nazionale . Vedi qui http://quorum.forumattivo.it/

Stefano Fait ha detto...

eccellente decisione!

gianceri ha detto...

Grazie Stefano. Ma tu sei di Trento?, anch'io...conosci Paolo Michelotto, Thomas Benedicter, stiamo lavorando a questa iniziativa di legge popolare per abolizione quorum, revoca dei parlamentari e delle leggi, obbligatorietà referendaria su leggi speciali, ecc ecc. qui il sito sulla penultima bozza della legge ( l'ultima dovrebbe caricarla tra breve Paolo ) http://www.paolomichelotto.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/011-legge-quorum-DD.doc Se vuoi pertecipare anche tu...

Stefano Fait ha detto...

penso vi convenga sbrigarvi:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/la-stiamo-perdendo-la-stiamo-perdendo.html.