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martedì 29 novembre 2011

Violenza Buddista




La militarizzazione e fascistizzazione del buddismo non è stato un fenomeno esclusivamente giapponese.

Come si spiegano le deviazioni così radicali in una dottrina che proibisce categoricamente di togliere la vita? Come si sono giustificati quelli che hanno violato il caposaldo della dottrina buddista?

Per il buddhista non è peccato solo uccidere, ma anche provocare una morte, approvarla, fornire i mezzi per causarla. In molti casi sarebbe meglio morire che uccidere. Per certe correnti buddhiste (ma non per il Dalai Lama), anche in guerra è meglio lasciarsi uccidere che uccidere (nonresistenza).

Poiché la natura umana è quella che è, anche le migliori filosofie – e il buddhismo è certamente una di quelle – si prestano a fondamentali distorsioni che razionalizzano il male, facendolo apparire come un bene. Nel caso del buddhismo, poiché l’altro suo caposaldo è che la vita è sofferenza e scopo di ciascuno dovrebbe essere quello di non rinascere più, allora uccidere qualcuno è rendergli un servizio, un atto caritatevole. Per di più la persona è un’illusione, non esiste realmente, quindi anche il peccato non esiste veramente. È chiaro che questa interpretazione della dottrina buddhista ha un carattere “satanico”, nel senso che perverte un messaggio di amore e tolleranza per giustificare l’egoismo più sconfinato e l’intolleranza più spietata, l’esatto opposto dell’insegnamento di Siddharta Gautama.  

Il problema centrale dell’umanità il la gestione del potere e la corruzione che questa porta con sé. Quando il buddhismo ha incontrato il potere, si è corrotto, come ogni altro nobile messaggio di riscatto

Nel buddhismo, come in tutte le altre discipline filosofico-religiose, si è infiltrata l’idea della costante lotta tra luce ed oscurità, creatività e distruttività, spiritualità e materialità, egoismo ed altruismo, nonviolenza e violenza, ecc. che, invece di perseguire l’equilibrio tra gli opposti, deve risultare nel trionfo definitivo di una parte sull’altra: questa è la radice principale della corruzione morale. Da essa è derivato ogni genere di possibile ipocrisia e manipolazione logica e morale che ha vessato il buddhismo, fino a farlo diventare uno strumento di violenza di massa in Giappone, nel Sud-est asiatico e nello Sri Lanka.

Cerchiamo di capire meglio come.

Il maestro zen Takuan, nel diciassettesimo secolo, scrive che la spada non ha una sua volontà, è vuota. Tutto è vuoto, tutto è come il bagliore di un fulmine. Anche l’uomo che sta per essere ucciso dalla katana è vuoto, come chi lo sta per uccidere. Le loro menti non hanno sostanza. Loro stessi non possiedono una mente propriamente detta. Dunque non sono realmente uomini e la spada non è realmente una spada. Dunque uccidere non è male: è al di là del bene e del male, come avrebbe concordato Nietzsche.

Il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki si muoveva sulla stessa linea. Una persona che uccide nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali, non può essere considerato un assassino. È una forza naturale e quindi è intrinsecamente innocente, cosmicamente neutro. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta. Così la tortura può essere compassionevole (in un antico testo Mahayana) perché consuma i peccati della vittima della tortura e la libera dal ciclo delle reincarnazioni. Quando si raggiunge la saggezza della vacuità (Śūnyatā), non si può commettere un errore, perché si è interamente interdipendenti rispetto a tutto il resto e dunque nulla di ciò che facciamo ricade nella sfera della nostra responsabilità personale. È la negazione della nostra vacuità intrinseca, che è la nostra natura autentica, ad essere all’origine della violenza, ci spiegano i buddhisti pro-violenza. Peccato che Takuan, che si identifica completamente con il vuoto, usi questa identificazione proprio per autorizzare se stesso a perseguire la volontà di potere senza alcuna restrizione. Nei testi di Suzuki la vacuità è descritta come cieca e brutale quanto la natura. Per altri il vuoto è l’essenza della compassione. Il karma diventa un orpello o un pretesto per indulgere nella violenza catartica (la redenzione “compassionevole” della vittima della propria violenza).

È l’intenzione che conta, non l’atto, e chi può giudicare facilmente un’intenzione, che è soggettivamente interpretabile? Il relativismo morale (“tutto è lecito”) scaturisce dal relativismo ontologico: tutto l’esistente è relativo, anche il senso delle mie azioni lo è (indipendentemente dai miei interessi). La razionalità e le riflessioni morali sono superflue: le intuizioni viscerali sono sufficienti. Così il buddismo scivola nel soggettivismo e si può integrare perfettamente in ogni ideologia politica dominante: non esiste più alcun parametro di riferimento sovrapersonale, i miei desideri diventano la norma. Potrebbe esistere un’inversione più integrale delle intuizioni di Siddharta?

Ciò giustifica l’indiscriminata violenza buddista (guerre, torture, punizioni di crudele, sadica efferatezza) che ha avuto ed ha luogo in Tibet, Cina, Mongolia, Corea, Sri Lanka, Birmania e Thailandia, indipendentemente dal fatto che si tratti del buddismo theravada o di quello tantrico o di quello zen (es. i monaci guerrieri che costrinsero il governo centrale a sottometterli con la forza per porre fine agli scontri tra monasteri rivali ed alle sevizie e soprusi ai danni dei contadini, per poi giustificare le peggiori atrocità del militarismo giapponese in ossequio alla volontà governativa di una “mobilitazione spirituale” della popolazione).

Nel 2008 i monaci tibetani infrangono le vetrine dei negozi cinesi a Lhasa. Nello Sri Lanka i monaci buddisti promuovono una guerra spietata nel nome dell’ideale della purezza etnica e religiosa. I Tibetani, nel corso della loro storia, hanno invaso Cina, India, Mongolia e soprattutto il piccolo Bhutan. Il Tibet è stato costretto ad optare per la strada del pacifismo dalla forza militare di India e Cina (di necessità virtù). Si dovrebbe citare la pedofilia endemica dei monasteri zen: gli efebi travestiti da donne e chiamati chigo, utili come distrazione sessuale, gli scontri tra monasteri per il possesso di un efebo speciale. Infine, l’orrore dello zen imperialista giapponese si commenta da solo. Tutto legittimo e perfino auspicabile nel contesto della tutela del Dharma.

La tanto magnificata vacuità dei buddhisti violenti e guerrafondai non ha nulla a che vedere con il distacco pregno di divino dei mistici occidentali ed orientali, è semplice assenza di riflessione morale e di assunzione di responsabilità per le proprie azioni. Cieco egocentrismo intossicato dalla megalomania e dal narcisismo. In questo ambito, l’APPARENTE soppressione di ego diventa, paradossalmente la strada maestra per la complicità negli orrori di un regime tirannico: la fusione del sé nel tutto organico (dissoluzione del sé: da ego personale a ego di gruppo) consente di agire senza sentirsi colpevoli nell’obbedire agli ordini che provengono dall’alto. Fu questo il caso dei soldati giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale: “uccidete tutti i nemici, il Buddha riconoscerà i suoi e si impedirà a persone malevole di compiere il male”.

SINTESI DI COME SI DEPRAVA IL BUDDHISMO:
In special modo nel Buddismo del Grande Veicolo (Mahayana), l’intera esistenza è vista come un’illusione, un qualcosa che non è mai avvenuto, perciò porvi fine non è grave anzi, può essere un atto compassionevole. Nel buddismo Mahayana e tantrico anche la tortura può essere un veicolo di salvezza per il torturato (o un male necessario). La realtà ultima, oltre l’illusione è al di là del bene e del male, l’omicidio diventa un fatto tecnico, in conseguenza della negazione del sé. L’uomo che sa che la realtà è illusione non potrà che compiere un male illusorio, ossia inesistente. Non si può uccidere il vuoto più di quanto si possa distruggere il vento. Si è in perfetta e spontanea armonia con l’universo: il male non esiste di per sé. Chi non è spinto da ragioni egoistiche ma da una consapevolezza superiore (illuminato) non può essere ritenuto responsabile di fronte alle leggi terrene, non è più prigioniero degli attaccamenti materiali (come il “me ne frego” fascista). La violenza è il risultato del karma della vittima (se l’è cercata in una vita precedente). Vi è l’obbligo di difendere il Dharma, lo Stato tutela il Dharma, perciò la violenza è sacra quando è minacciato dalle forze del male (ma non avevano oltrepassato le dicotomie? Forse solo quando conviene a loro?). L’uccisione è liberazione dell’anima di un peccatore che ora potrà rinascere sotto dei migliori auspici. La morte dei nemici del Buddha è moralmente neutra: i nemici del Buddha possono anche essere quelli che si rifiutano di pagare le tasse al monastero locale. I tempi sono cambiati dall’epoca del Buddha ed i suoi principi erano giusti allora ma adesso non sono più adattabili alla realtà contemporanea. In questo modo il buddista può giustificare la propria violenza e contemporaneamente condannare quella altrui.

In conclusione, i buddisti non sono persone violente, sono semplicemente esseri umani come gli altri. Il buddismo è indubbiamente più tollerante di tutte le altre religioni ed ideologie – salvo l’organizzazione gerarchica e patriarcale e la misoginia –, ma quando incontra le gerarchie di potere appare ugualmente vulnerabile e manipolabile.

BIBLIOGRAFIA :
Bernard Faure, Bouddhisme et violence, Paris: Le Cavalier Bleu, 2008.
Michael K. Jerryson, Mark Juergensmeyer (eds.) Buddhist Warfare. Oxford: Oxford University Press, 2010.
Georges Renondeau, « Histoire des moines-guerriers du Japon », in Mélanges publiés par l’Institut des hautes études chinoises, t. 1, Paris, Collège de France, 1957.

martedì 1 novembre 2011

Shangri-La liberata




Ritengo che ciascun uomo e ciascuna donna dovrebbe augurarsi di vivere e morire con dignità, ossia da persona libera e responsabile. Per la stessa ragione condanno l’imperialismo cinese in Tibet ed auguro ai Tibetani di riacquistare il loro diritto all’autodeterminazione. Ciò non mi impedisce, però, di svolgere alcune considerazioni sulla questione tibetana che spiaceranno a più di un lettore. Ma tant’è…

Il Tibet rappresenta qualcosa di più di una nobile causa in Alto Adige. Qualcuno, tra i lettori, si ricorderà dello striscione srotolato dagli attivisti di Süd-Tiroler Freiheit all’arrivo del Dalai Lama a Bolzano: “Tibet ist nicht China”, ispirato al classico “Südtirol ist nicht Italien”. Il che ci pone di fronte ad un grave dilemma: dove ha termine la legittima aspirazione e comincia la frammentazione particolaristica? Lo stesso Dalai Lama ha commentato in quell’occasione che ai Tibetani basterebbe quello che si è ottenuto in Alto Adige, in termini di libertà e benessere.

Nel 2008, Elmar Pichler Rolle, allora Obmann (presidente) della Südtiroler Volkspartei (SVP),  paragonò le sorti dell’Alto Adige a quelle del Tibet, sollevando le ire dello storico sudtirolese Hans Heiss, che commentò: “È davvero fuorviante e storicamente scorretto. Sessant’anni fa, nel 1948, in provincia di Bolzano si svolsero le prime elezioni libere, dove la Südtiroler Volkspartei elesse i suoi primi parlamentari. A Roma questi cominciarono a lavorare per migliorare le condizioni dei sudtirolesi, che comunque non erano minimamente paragonabili a quelle dei tibetani di oggi. Allora non c’era la piena autonomia, ma i diritti civili e politici della popolazione sudtirolese erano garantiti. I candidati SVP, dopo l’elezione, andarono a Roma, dove nessuno li arrestò, li picchiò o li uccise con ferocia. Poterono dire la loro ed essere ascoltati in Parlamento” (Fait/Fattor, 2010, p. 176).

L’Alto Adige ha anche destinato dei finanziamenti – 800mila euro in 20 anni (Alto Adige, 2 giugno 2010) – sia in Tibet, per progetti economici e culturali, sia al di fuori del Tibet, “per consentire ai monaci una più facile diffusione del loro pensiero spirituale e etico” (Luis Durnwalder, Alto Adige 18 novembre 2009).

Insomma, come si vede, le affinità elettive non sono accessorie, sembra vi sia la percezione non dico di una equivalenza tra le due realtà, ma certamente di una parentela: due popoli di montagna, molto religiosi e spirituali, sottoposti all’autorità di una potenza occupante. La destra tirolista procede oltre nell’accostamento: due potenze occupanti etnocide.

Il Tibet diventa lo specchio di tutto ciò che non va in Alto Adige e di ciò che l’Alto Adige dovrebbe essere: unito nella lotta al nemico e con un ampio sostegno internazionale, che include persino delle star di Hollywood.

Non voglio qui impegolarmi nella vertenza che interessa Tibet e Cina, perché non ho le competenze per farlo e non ho alcuna fiducia nell’affidabilità e trasparenza delle informazioni che provengono dall’una e dall’altra parte per suffragare le rispettive posizioni. Sono invece più interessato a capire questa “relazione mistica” tra tirolismo e tibetismo. Perché parlo di tibetismo? Perché il Tibet, agli occhi degli Occidentali, prima ancora di essere una regione del globo abitata da una popolazione che, giustamente, resiste al totalitarismo cinese e ad un modello di sviluppo, quello del turbocapitalismo e del turismo di massa, che ha già fatto molti danni ecologici e paesaggistici in Alto Adige, è un luogo dell’anima, un’ideologia. Quel che più sorprende, però, è lo scoprire che questo luogo dell’anima, come il Giappone, è sempre stato particolarmente caro soprattutto all’estrema destra (Hübinette, 2007).

Gli intellettuali di destra del secolo scorso videro nell’Estremo Oriente l’Eden arcadico che cercavano, la soluzione a tutti i problemi dell’Occidente, il trionfo del culturalismo sul tanto avversato cosmopolitismo. E fu un amore pienamente corrisposto: una buona fetta dell’élite intellettuale giapponese non fece mistero della sua ammirazione per il fascismo europeo, nel quale si rispecchiava (Najita & Harootunian, 1988; Petzin & Ruprecht, 1994). La dicotomia Est-Ovest divenne uno strumento per il rafforzamento delle strutture esistenti e dei valori tradizionali e s’incentrò sulla contrapposizione di lealtà, obbedienza, familismo patriarcale, olismo, spiritualismo, feudalesimo, autoritarismo politico, omogeneità razziale e tradizionalismo culturale da un lato, ed utilitarismo, individualismo, tecnocrazia materialista, omogeneizzazione, consumismo, Americanismo, relativismo e neutralità dello Stato rispetto ai valori morali dall’altro (Dawson, 1967; Maruyama, 1990).

Leggiamo, in “Ore Giapponesi”, cosa scrive Fosco Maraini a proposito dell’ethos e delle pratiche sociali orientali in relazione allo stile di vita occidentale: “Tutto questo, a prima vista, parrà disperatamente antimoderno, peggio delle caste in India, o del velo per le donne in certi paesi musulmani. Ma non dobbiamo fermarci alla superficie. Occorre guardare alle strutture sottostanti, di fondo. I nostri tempi sono caratterizzati dal tramonto del lavoratore singolo, o del piccolo gruppo di collaboratori – salvo pochi fortunati casi – e dal trionfo delle vaste, smisurate, ciclopiche organizzazioni. In questo paesaggio i popoli a tradizione confuciana presentano straordinari vantaggi sugli altri. Hanno il gruppo nel sangue. Le costrizioni dalle quali l’individualista occidentale si sente imbrigliare e soffocare, qui divengono sostegni, amati binari, protezioni contro il cattivo ed ingannevole mondo di fuori. Naturalmente il gruppo non è solo un divoratore d’individui, ma funziona veramente come cappa, tetto, proteggendo i suoi membri ed affiliati fino al limite del possibile” (Maraini, 2000, p. 32)

Il grande inganno perpetrato da certi, fortunatamente non tutti, orientalisti europei ai danni del loro pubblico e che – è bene che lo si ribadisca – contribuì a preparare il terreno al nazi-fascismo tra le classi dirigenti, in Europa come in Giappone, fu quello di spacciare il nazionalismo xenofobo giapponese o la teocrazia spiritualista tibetana come una terza via tra capitalismo e comunismo, il percorso di modernizzazione ideale, di gran lunga superiore a quello occidentale delle democrazie liberali.

I maggiori orientalisti occidentali, incluso Giuseppe Tucci, furono vittime dell’auto-lobotomizzazione delle proprie facoltà critiche (Kersten, 1996; Hübinette, 2007), accecati dal loro aristocratico rigetto della modernità massificante occidentale, quella del suffragio universale e della popolarizzazione dell’arte. Le culture orientali, come oggi le culture alpine, divennero ineffabili monoliti nelle loro descrizioni, così implacabilmente altre da non poter essere comprese e spiegate appieno. Meglio rassegnarsi ad una muta devozione piuttosto che tradire lo spirito dell’Oriente. Meglio continuare a credere che le roboanti scempiaggini di certi pensatori orientali – come gli esponenti della scuola romantica giapponese (Nihon Rôman ha), così rapidi nell’allinearsi al totalitarismo nipponico – celassero dei profondi, benché ermetici, messaggi per un Occidente decadente ma forse non ancora malato terminale (Dale, 1986). La logica deduttiva era troppo occidentale per essere applicata ai testi orientali. E così l’Oriente fu “orientalizzato”, cioè reso più orientale di quel che era: più omogeneo, internamente coerente, sublime, altro, remoto, misterioso, esotico, singolare, sorprendente, ecc. Si riscoprì il tenebroso fascino dell’Europa medievale nell’etica virilista, militarista e paternalista del bushido, che legittimò l’imperialismo giapponese, nell’estetizzazione della violenza e della morte del Buddismo Zen (Victoria, 1997; 2003) e nel modello mistico-feudale tibetano (Bishop, 1993). Un pensiero grondante di narcisismo: si esaltava l’Altro per celebrare la propria alterità rispetto ad una società che aveva scelto la via della democrazia e del pluralismo.

Questa corrente di pensiero, che divulgò in Europa un’idea estremamente parziale e molto spesso contraffatta del Tibet e del Giappone, è stata chiamata “modernismo reazionario”, ma una definizione migliore è quella di “radicalismo reazionario”. L’idea, infatti, non è quella di indirizzare il progresso in una certa direzione, né tantomeno quella di moderarne la velocità. È piuttosto quella di sfruttare il suo momento per invertirne il corso ed inserirlo in un ordine ciclico e non più lineare, che conduca al recupero delle virtù rurali e delle strutture sociali e simboliche feudali. In questo risiede il radicalismo del nazi-fascismo e dell’etnopopulismo contemporaneo, ma anche il suo appeal: la controparte di una strutturazione sociale rigidamente piramidale e gerarchica, munita di spietati sistemi di sanzione verso i riottosi e gli spiriti liberi, è la promessa, non necessariamente mantenuta, di un’esistenza semplice e serena, di buon senso, dove ci si intende all’istante, dove i legami affettivi sono più saldi ed affidabili, più caldi. Una società completamente diversa dalla modernità descritta come livellante ed omologante, generatrice di eterno spaesamento, incertezza e trasformazione, della dimensione metropolitana dell’incertezza e dell’eterna trasformazione. Una società in cui si ritiene che l’emancipazione personale ed il libero esercizio delle facoltà critiche nuocciano alla moralità pubblica ed all’integrità della nazione e che perciò esige che si facciano tornare in auge i valori del consenso, della cooperazione, dell’armonia e del comportamento ritualizzato. Il feticcio della volontà generale di Rousseau, recuperato al fine di disfarsi dell’impiccio della volontà personale, che ostacola il perseguimento di un obiettivo molto più “nobile” ed onnicomprensivo del destino dei singoli. È allora che fa capolino lo Stato pastorale o materno con le sue incessanti indicazioni su come regolare la vita di ciascuno in modo da dare l’apparenza di un ordine permanente, che promette servizi totali dalla culla all’urna in cambio della quiescenza dei suoi cittadini.

L’altra faccia dell’orientalismo reazionario fu l’antisemitismo, che rappresentò presumibilmente la reazione di animi insicuri, alle prese con la globalizzazione generata dall’imperialismo europeo e con un lancinante senso di anomia, di disgregamento delle norme tradizionali, di cambiamento inarrestabile, percepito come inevitabilmente deleterio. Una risposta che nacque dall’impatto improvviso ed inatteso su un comune sostrato rurale di ideologie eminentemente urbane e borghesi che, proprio in virtù del loro universalismo, non potevano che cercare di convertire, volenti o nolenti, dei contadini peraltro gelosi delle proprie autonomie e tendenzialmente autoritari. Molti reagirono deplorando le trasformazioni che interessavano la terra che aveva dato loro i natali, aborrivano la laicità, la modernizzazione, la progressiva scristianizzazione della società in cui vivevano, l’ascesa del socialismo ed accusavano gli Ebrei di essere dietro tutto questo. Così, per esempio, i conservatori austriaci conservatori austriaci se la prendevano con i socialisti ebrei, allo stesso modo in cui i nazionalisti se la prendevano con i cosmopoliti ebrei, i socialisti con i capitalisti ebrei e gli stessi ebrei assimilati con gli ebrei integralisti e sionisti, mentre questi ultimi condannavano i primi, per aver tradito l’ebraismo (Pauley, 1992). L’antisemitismo funzionava e funziona perché è astratto e perché il bersaglio è una minoranza diffusa nella società. Meno Ebrei in carne ed ossa s’incontrano, più facile è rafforzare lo stereotipo dell’Ebreo incarnazione di tutti i mali della modernità. Sorte analoga toccò ai gitani. È utile sapere che, nel 1908, in quella Vienna tendenzialmente ostile ai residenti ebrei, slavi ed italiani in cui Adolf Hitler costruì la sua coscienza politica, fu avanzata la proposta di tatuare un numero sul braccio di ogni Rom per prevenire eventuali borseggi durante una parata in onore dell’imperatore (Hamann, 1998).

L’Utopia, come l’Arcadia, è il regno della luce, dell’ortodossia più feroce: non può esistere un’utopia migliore e quindi l’alterità cela in sé i germi della violenza, della sovversione, dell’annichilimento. L’Ebreo è la personificazione di tutto ciò che si oppone all’estetica dell’Arcadia e dell’Utopia e come tale va combattuto, perché la società va salvaguardata da tutto ciò che mira alla sua disintegrazione. Nasce la paura del contagio. Dall’Altro ci si protegge con l’isolamento xenofobico, l’ostracismo, la violenza e la “guerra giusta”. La prospettiva di un mondo futuro senza peccato, senza iniquità, senza sofferenza, dove il progresso morale si accompagna a quello materiale giustifica la fratellanza per coercizione e l’uguaglianza per imposizione. Una società di eguali, dove l’uguaglianza è conseguenza di un’unanimità indiscussa ed offre ai cittadini una facciata rispettabile dietro cui nascondere la paura della variabilità, dell’incerto, dell’originale, del dissenso. Simbolicamente, Utopia e Arcadia sono rappresentate dall’isola (Giappone) e dalla valle fatata circondata da alte catene montuose (Tibet).

Tra quelli che aderirono a questa rete internazionale criptonazista di ammiratori della purezza ed autenticità orientale figurano lo scienziato politico Rudolf Kjellén, fondatore svedese della geopolitica, Karl Haushofer, consigliere di Hitler, Sven Hedin, il celebre esploratore del quale si è convenientemente rimosso il razzismo, le sue simpatie per la destra eversiva svedese e il suo sfogo isterico al momento della sconfitta del Terzo Reich su una rivista neonazista (Hübinette, 2007). L’antropologo Bruno Beger e lo zoologo Ernst Schäfer ricoprirono posizioni prestigiose all’interno della SS-Ahnenerbe, l’organizzazione himmleriana operativa anche in Alto Adige e Trentino, preposta a rinsaldare la coscienza razziale ariana – l’unità di stirpe, suolo, tradizione e sangue – giacché, come chiariva Himmler, “un popolo vive felicemente il suo presente ed il suo futuro a patto che sia consapevole del suo passato e della grandezza dei suoi antenati”. Poi lo SS-Standartenführer Walther Wüst, indologo, inauguratore dell’istituto Sven Hedin per l’Asia Centrale a Monaco, nel 1943, l’orientalista Giuseppe Tucci, del quale sono note anche le simpatie fasciste e la sua sottoscrizione dell’infame “Manifesto degli scienziati razzisti”, il buddologo tedesco Wolfgang Schumacher e, ovviamente il guru del neofascismo, Julius Evola. Senza tralasciare però Guido von List (1848-1919), Jorg Lanz von Liebenfels (1874-1954), i teosofisti e gli ambienti della Thule Gesellschaft, che tanta parte ebbero nel plasmare quella che divenne la dottrina del nazionalsocialismo.

A noi interessa soprattutto capire quale fosse l’attrattiva del Tibet per il Terzo Reich. Fortunatamente l’argomento è di tale interesse che è stato pubblicato un cospicuo numero di studi specifici che investigano in maniera direi esauriente la relazione tra arianismo, tibetismo ed esoterismo (Bishop, 1993; Rose, 1994; Dodin/Räther 1997; Korom, 1997; Lopez Jr., 1998; Brauen, 2000; Schell, 2000; Hale, 2003; Goldner, 2008). La base di partenza è che, come ogni luogo dell’anima, il Tibet tradizionale è stato mitologizzato, tramite l’escissione di tutto ciò che risultava inopportuno, in conflitto con l’immaginario occidentale focalizzato sul paradiso in terra (Shangri La: la metafora à la page del nobile, astorico ed etereo esotismo) e la spiritualità senza paragoni, che tante persone auspicano si estenda all’intera umanità. Questi scarti dell’opinione pubblica democratica costituivano invece i tagli più pregiati per i simpatizzanti del nazismo e dell’estrema destra in genere. Premetto che nulla di quanto segue può servire a legittimare l’occupazione cinese, anche se il regime ha cercato di fare proprio questo. L’imperialismo ha il costante vizio di indossare gli abiti dell’umanitarismo civilizzatore. Ciò nondimeno,  la purezza culturale, come abbiamo visto, non può essere il fine ultimo della restaurazione di uno stato tibetano autonomo. Non dobbiamo cadere nella trappola del relativismo morale e dell’indulgenza estetica, presumendo che vi sia una cultura essenziale, primordiale, sacra e bella in virtù della sua autenticità. Ogni cultura è il prodotto di determinate relazioni di potere, alcune delle quali possono richiedere una condanna categorica, se abbiamo una coscienza e se veramente crediamo nella dignità intrinseca di ogni singolo essere umano. Fermo restando che un Tibet libero avrebbe avuto maggiori opportunità di riformare quegli aspetti della propria società che contrastavano con quei criteri minimi di decoro e rispetto che rendono un’esistenza degna di essere vissuta pienamente.

Mi riferisco in particolar modo al dispotismo delle lamaserie, i monasteri buddisti tibetani, ai rapporti bellicosi che intrattenevano l’uno con l’altro, alla struttura rigidamente piramidale della società tibetana, di stampo feudale, che vedeva una piccola percentuale della popolazione – aristocrazia di circa 200 famiglie e un clero formato da circa il 15 per cento della popolazione, cosicché c’era un monaco da mantenere per ogni due contadini maschi – vivere di rendita grazie ai sacrifici delle masse contadine, relegati allo status di servi della gleba e l’esistenza di una casta di intoccabili. Alla misoginia – alimentata dalla pratica di strappare i figli alle madri, allevandoli in un ambiente unicamente maschile, all’omofobia (paradossalmente, ma come evitare il parallelo con la Chiesa cattolica?), alla violenza domestica endemica, al patriarcato più vieto (è significativo che le donne siano grandemente marginalizzate anche nella comunità tibetana in esilio), alla credenza karmica che a ciascuno era assegnata una collocazione nella società e non poteva aspirare a nulla più di quello (Campbell, 2002). Si è anche parlato di pedofilia tra i monaci. Temo che sia illusorio escluderlo, vista la convivenza di migliaia di bambini e maschi adulti celibi, ma mancano prove certe ed indicazioni affidabili sulla sua estensione. Il sistema penale contemplava punizioni corporali tali da far morire le vittime (essendo vietata la pena capitale per motivi religiosi), amputazioni e la tortura. La religiosità non era per nulla pacifica, tollerante e compassionevole come quella insegnata dal Buddha ed apprezzata ai giorni nostri. Non si diventava monaci per scelta ma perché qualcuno aveva stabilito che certi figli non sarebbero stati allevati in famiglia, con grande sollievo della famiglie più povere. Il cosmo tibetano era popolato di feroci demoni, mostri e vampiri che terrorizzavano bambini ed adulti, chi non seguiva le regole era condannato ad un qualche girone infernale dove avrebbe subito tormenti che neppure Dante sarebbe stato in grado di immaginare. La stessa meditazione e la recitazione dei mantra non erano impiegati per vincere le passioni terrene ma per sopprimere il pensiero critico, la capacità di osservare la realtà in modo autonomo

Ma, agli occhi dei fautori del Terzo Reich, più attraente ancora – e posso immaginare lo stupore dei lettori – fu la visione di Shambhala, la mitica civiltà sotterranea governata dal carismatico del Re del Mondo, il salvatore dell’umanità alla fine dei giorni (sì, esiste anche un Armageddon buddista!). Il dato incontrovertibile, e per questo ancor più stupefacente, è che un numero davvero consistente di intellettuali di destra credeva nell’esistenza di una razza superumana ariana che dimorerebbe in vaste caverne poste sotto la superficie terrestre e determinerebbe le nostre sorti. Per alcuni tra i  sopracitati (ed altri ancora) il Terzo Reich era un programma di “civilizzazione” dell’umanità, che andava addestrata per permettere a questi superuomini nietzscheani di emergere dagli abissi ed assumere il controllo del pianeta. Per questi visionari l’organizzazione sociale ideale tibetana – la teocrazia buddista Kalachakra, che ha poco a che vedere con l’accezione comune del termine, quella di un’innocua benedizione urbi et orbi – rappresentava la migliore approssimazione del modello civile che doveva diventare egemonico nel millennio nazional-socialista, quello di Shambhala, appunto: all’insegna dell’ingiustizia, della discriminazione, della sperequazione, della violenta soppressione del dissenso, della depredazione, dell’armonia uniformante, del privilegio castale su base razziale (Lopez, 1998; Brauen, 2000; Dodin/Räther, 2001; Hale, 2003).  

Non possiamo fare a meno di notare che la popolazione tibetana è stato infantilizzata sia dalla destra autoritaria sia dalla sinistra xenofila – amante di ogni esotismo –, sia dal governo cinese sia da quello tibetano in esilio. Pochi hanno potuto sentire la voce dei Tibetani, molti hanno creduto che la voce di pochi Tibetani parlasse a nome di tutti gli altri. Questo è successo perché tutte le varie fazioni non-cinesi hanno rappresentato il Tibet come un mondo nel mondo, una plaga vergine, isolata dal resto del pianeta, più pura, più autentica, più vera, più giusta, più sacra del resto del mondo. La fantasia comune a tutti i militanti tibetisti è quella che il Tibet debba essere conservato in un luogo senza tempo, al riparo dalle contaminazioni, stabilmente ancorato ad un passato idealizzato. Persino il discorso ufficiale cinese, teoricamente improntato al dogma dell’obbligo morale di civilizzare i barbari, non è rimasto immune da questo tipo di suggestioni, anche nella propaganda di regime (Frangville, 2009). Ciascuno si è fatto la propria idea di come debba essere il Tibet, ma quasi nessuno ha consultato i Tibetani, come se fossero dei bambini incapaci di decidere da soli del proprio destino (Barnett, 2001).

Per questa stessa ragione io credo che non si dovrebbe ostacolare il percorso intrapreso dai separatisti sudtirolesi per arrivare ad un possibile referendum sull’autodeterminazione. Per la stessa ragione il paragone con il Tibet è immorale. Quando i militanti etnonazionalisti parlano di sviluppo nel rispetto delle caratteristiche autoctone, la domanda che bisognerebbe porre è: stabilite da chi? Da un “Maestro Oceanico”, il prossimo prescelto nella sequenza reincarnativa? Dal favoloso Re del Mondo? Dai militanti stessi? Da un referendum popolare composto di quesiti al tempo stesso vaghi ed inestricabili?

In una democrazia quel che conta non è  l’autenticità di una cultura, ma la dignità dei cittadini.

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venerdì 21 ottobre 2011

Il nazismo - un compendio



"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà"
Furio Jesi a Kerényi, 16 maggio 1965; Jesi & Kerényi, 1999, p. 51).

"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà".
Furio Jesi

"Avreste creduto che un’intera nazione di persone dotate di intelligenza e cultura elevate potesse lasciarsi catturare dal potere affascinante dell’archetipo…la bionda bestia si sta muovendo nel sonno…Odino il viandante si è messo in cammino".
Carl Jung

"Non c’è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano. Come ebbe a osservare qualcuno durante l’ultimo congresso del partito a Norimberga, non si è visto niente di simile dai tempi di Maometto. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa [inconscio] e che poi li mette in pratica. Se pure non è il vero Messia, Hitler assomiglia però a un profeta del Vecchio Testamento: la sua missione è di unificare la sua gente e condurla alla Terra Promessa. Questo spiega perché i nazisti devono combattere ogni forma di religione che non sia la loro particolare versione idolatra".
Intervista rilasciata da Jung a H.R. Knickerbocker nell’ottobre del 1938.

"Lévinas mostra come il nazismo consista nella filosofia dell’asservimento al corpo, nell’accettarne l’incatenamento, nel cancellare ogni esigenza di evasione. L’appello all’eredità, al passato, al sangue, l’idea della società a base consanguinea, annientano la libertà, precludono ogni possibilità di presa di parola, di critica, di scarto, di rimorso, di pentimento. Le idee che legano l’Io lo legano in maniera indissolubile, egli vi aderisce perché scaturiscono dalla sua carne e dal suo sangue, dal suo passato, dalla sua razza. L’Io non ha più il potere di sfuggire a se stesso. E se le idee con cui si identifica completamente, assumendole come la verità stessa del proprio corpo, pretendono in quanto verità di essere universali, malgrado il loro razzismo, la loro diffusione diviene espansione, diventa violenza, guerra, sterminio. L’origine del nazionalsocialismo è da ricercarsi fondamentalmente nella dedizione all’essere, nell’adesione incondizionata all’essere, da cui solo il peso della responsabilità per altri può disancorarare l’io, schiodarlo. La “filosofia dell’hitlerismo” non è un’anomalia contingente, ma si iscrive come una stabile minaccia nella filosofia occidentale, affetta com’è da allergia all’alterità. Senza il superamento di tale allergia, il liberalismo e la democrazia non possono nulla, dato che essi si sono costituiti fondamentalmente per la difesa dei diritti dell’Io, piuttosto che di quelli dell’Altro; si sono attestati a difesa degli appartenenti, dei comunitari, e non dei non appartenenti, degli extracomunitari".
Augusto Ponzio, introduzione a “Dall’altro all’io” di Lévinas

Fu il giorno dell’anniversario della Rivoluzione Francese che il nazismo annullò per legge il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare.
Sappiamo che cosa hanno fatto i nazisti, quale fosse la loro ideologia, ma non sappiamo perché lo abbiano fatto. È stato un incidente di percorso, un’aberrazione, un corpo estraneo o si tratta piuttosto di una presenza che ci accompagna da sempre, in sottotraccia? È un fenomeno puramente “tedesco” da cui ci siamo vaccinati o potrebbe ripetersi altrove, nuovamente? Io non credo sia eccezionale e perciò irripetibile e ho scritto questo libro proprio per mettere in guardia i lettori. Un nuovo nazismo non si ripresenterà mai indossando la stessa maschera, ma la struttura mentale sarà la stessa, perché è una variante della diversità umana, uno dei numeri della ruota che prima o poi viene fuori e che ha successo perché il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe assolutamente.

Il Nazional-Socialismo lascia sbalorditi. Per questo molti hanno creduto di vedere in questa dottrina l’irrompere del demoniaco nella nostra realtà. Si è quasi sempre inclini a chiamare in causa agenti metafisici per spiegare qualcosa che non si capisce. La tragica verità è che nessuno l’ha compreso e nessuno lo comprenderà mai. Possiamo solo limitarci a descriverlo e denunciare quei tratti della contemporaneità che paiono virare in quella direzione. Il nazismo non comportò solo un programma di sterminio e schiavismo di interi popoli, ma anche la sistematica demonizzazione di chiunque non fosse sufficientemente nazista. Ogni cittadino del Reich doveva essere nazista e, se possibile, anche le vittime dovevano essere nazificate, dimostrando con il loro comportamento che la via nazista era quella giusta. La pseudo-scienza serviva solo a convincere gli indecisi. La causa della distruzione degli Ebrei – chiamata Shoah o Olocausto – non fu l’identificazione di un ipotetico crimine da loro commesso, ma l’attribuzione di un peccato inespiabile, quello di essere sovversivamente antitetici al nazional-socialismo, per ragioni che non ci risultano chiare, visto che molti Ebrei erano fascisti e, almeno inizialmente, nazisti. Gli Ebrei non potevano essere responsabili della loro condizione, essendo nati così, inadatti alla vita su un pianeta finalmente ordinato al meglio: l’unica soluzione era la loro eliminazione. Il totalitarismo nazista fu dunque un gigantesco esorcismo ed autoesorcismo, con tanto di rituale ecatombe: si trattava anche di estirpare l’ebreo in sé, uccidendo tutti gli Ebrei.
Non fu però solo un inferno in terra. Dal punto di vista degli animali il Terzo Reich fu un’autentica utopia. Hitler era vegetariano e le leggi a tutela degli animali e dell’ambiente erano le più avanzate nel mondo. Molto dipendeva dalla prospettiva e dal proprio ruolo nella società. Anche i cittadini tedeschi “ariani”, prima della guerra, se la passarono molto bene (Mayer, 1971). Pensavano di essere liberi, mentre erano sottoposti ad un processo di graduale assuefazione al male, o quantomeno a quel che in genere si chiama male: un violento, predatorio, tracotante egoismo individuale e collettivo. Accettarono l’idea che il governo doveva operare senza poter condividere con la gente le informazioni in suo possesso, per ragioni di sicurezza. Nutrirono una completa fiducia nelle sue buone intenzioni. Si lasciarono distrarre dal teatrino del regime, penso per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle contraddizioni, dai sotterfugi, dalle spiacevoli verità. Pochi dedicarono del tempo a pensare alle questioni fondamentali. Molti attraversarono la vita in modo abbastanza o molto superficiale. Il regime presentava alla gente un certo numero di spauracchi e ciò bastava a giustificare ogni susseguente decisione. Tutto era in costante movimento, in trasformazione, un’eterna fascinazione estetica e retorica, un continuo rilancio emotivo impedivano di riflettere sulle “piccole” cose spiacevoli che si moltiplicavano, sui segni che indicavano che c’era qualcosa che non andava. Demandarono le loro responsabilità e il regime si assunse l’incarico di pensare per tutti: la gente poteva occuparsi d’altro. Tutto era molto più semplice e piacevole. Per di più in un sistema a risorse finite, se una parte della popolazione veniva esclusa, la restante parte ne traeva concreti vantaggi. In tempi di magra, non si va certo per il sottile. Meglio pensare al presente, meglio non affrontare la realtà nei suoi aspetti spiacevoli, nei suoi presagi più sinistri, nei suoi sintomi più debilitanti. Fai il primo passo perché senti di doverlo fare. Il secondo passo è un po’ più spiacevole del primo, ma lo consideri ancora ragionevole. Il terzo passo serve a giustificare quelli precedenti. Lo devi fare per non ammettere di aver preso una cantonata, di essere una persona cattiva. Nessuno trova facile ammettere di aver sbagliato e di essere malvagio e così si continua con il passo successivo che razionalizza e legittima a posteriori quelli precedenti: ogni male diventa un male necessario, un male minore. Di conseguenza, per molti Tedeschi del dopoguerra, il principale errore di Hitler fu semplicemente quello di aver perso la guerra.
Hitler non era un fesso. La sua filosofia era grezza ma organica e l’egotistica volontà di potenza è un’attrattiva irresistibile per gli esseri umani. La filosofia nietzscheana la incapsula in questo aforisma (259), tratto da “Al di là del bene e del male”: “Lo ‘sfruttamento’ non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita”. Milioni di Europei (e non solo), inclusi decine di insigni letterati, giuristi, filosofi, artisti, fisici, biologi, genetisti, antropologi e medici vi aderirono con entusiasmo (e non per mera convenienza). Si guadagnò anche la stima di Gertrude Stein, Martin Heidegger George Bernard Shaw, Lord Halifax, David Lloyd George, Henry Ford, Walt Disney, Charles Lindbergh, Prescott Sheldon Bush, rispettivamente padre e nonno di George H.W. Bush e George W. Bush. Il nazifascismo seduce perché è l’esaltazione del carnefice per mano del carnefice stesso, è autogiustificativo. Hitler dice ai suoi seguaci: i vostri peggiori vizi sono in realtà le migliori virtù. Non vergognatevene ma inebriatevene. Sono gli altri che hanno frainteso e si comportano innaturalmente. Per questa ragione il nazismo è a tutti gli effetti, un’ideologia eterna. C’è sempre stato e sempre esisterà, perché è mero bullismo all’ennesima potenza, proiettato su scala cosmica e metafisica. In un certo senso si può immaginare che questo tipo di grezzo manicheismo autoreferenziato per cui io vengo prima di tutto il resto e chi si oppone al mio volere si oppone al corso della storia universale sia così elementare da potersi sviluppare tante volte e in tanti mondi diversi. È lo sdoganamento della legge del più forte, sotto le spoglie di un edificio ideologico più o meno sofisticato. Sentiamo dalla “viva voce” dei protagonisti che cos’era per loro il nazional-socialismo. In un discorso tenuto a Kulmbach, il 5 febbraio 1928, Hitler dichiara che “l’idea della lotta è antica come la vita stessa e in questa lotta il più forte, il più abile, vince, mentre il meno abile, il debole, soccombe. La lotta è la madre di tutte le cose... Non è secondo i principi di umanità che l’uomo vive ed è in grado di elevarsi al di sopra del mondo animale, ma soltanto mediante la più brutale delle lotte”. Il Führer si ritiene guidato dalla Divina Provvidenza: “siamo diventati ciò che siamo grazie alla volontà della Provvidenza e fino a quando saremo autentici e rispettabili e valorosi nella lotta, fino a quando crederemo nella nostra grande opera e non capitoleremo, continueremo a godere dei favori della Provvidenza” (discorso a Rosenheim, Baviera, 11 agosto 1935). A Monaco (15 marzo 1936): “Seguo i dettami della Provvidenza con la stessa confidenza di un sonnambulo”. A Norimberga (11 settembre 1936): “Credo nella Provvidenza e la considero giusta. Perciò credo che la Provvidenza premia sempre chi è forte, intraprendente e retto”. Sempre a Norimberga (6 settembre 1938): “Noi veneriamo esclusivamente la cura di ciò che è naturale, e di conseguenza, in quanto naturale, voluto da Dio. La nostra umiltà si afferma nella sottomissione incondizionata alle leggi divine dell’esistenza per come noi uomini riusciamo a comprenderle”. È però consapevole del fatto che il suo obiettivo è cinico e misantropico: “non sono venuto al mondo per rendere gli uomini migliori, ma per sfruttare le loro debolezze” (Hitler, 2010). Hitler si vedeva come un eletto per compiti sovrumani, profeta della rinascita dell’uomo in una nuova forma. Era in corso una completa metamorfosi dell’umanità, proclamava (Griffin, 1998). In un discorso nel 1922 Hitler definì Gesù “il vero Dio”. In seguito lo chiamò “il nostro più grande leader ariano”. Secondo Hitler il movimento nazista avrebbe completato “il lavoro che Cristo aveva iniziato, ma non poté completare”. Infatti “il vero messaggio” della Cristianità poteva essere trovato nel Nazismo. Cristo aveva combattuto gli Ebrei e loro l’avevano liquidato. La sua religione è la “Cristianità Positiva” ossia il Cristianesimo tradizionale spogliato di ogni cosa che non gli piacesse. La divinità di Hitler non era un “deus otiosus” ma un dio attivo, chiamato Creatore o Provvidenza che aveva creato l’universo ed un mondo in cui le varie razze dovevano combattersi per la sopravvivenza (Steigmann-Gall, 2005).
Nel 1926, Joseph Goebbels, affascinato dalla visione di Hitler, gli scrisse una lettera, spiegando: “Lei ha dato un nome alla sofferenza di un’intera generazione. Quel che lei ha espresso è il catechismo di un nuovo credo politico che prende vita in un mondo secolarizzato che sta crollando. A lei un dio ha dato il potere di esprimere la nostra sofferenza. Lei ha formulato la nostra agonia con parole che promettono salvezza” (cf. Burleigh, 2006, p. 200). Secondo Martin Bormann, il delfino di Hitler, “il potere della legge di natura è ciò che chiamiamo l’onnipotente forza di Dio. La pretesa che questa forza universale possa interessarsi alla sorte di ogni individuo, di ogni bacillo sulla terra, che possa essere influenzata dalle cosiddette preghiere o da cose stupefacenti, si fonda su una considerevole quantità di ingenuità oppure sulla piccineria da insolente bottegaio. Noi Nazional-Socialisti, al contrario, pretendiamo da noi stessi di vivere nel modo più naturale possibile, ossia in accordo con le leggi della vita e della natura. Più precisamente le comprendiamo e vi ci atteniamo, più agiamo nel rispetto della volontà della forza onnipotente”. Queste sono concezioni radicalmente estranee alla tradizione umanista e che si collocano nella corrente panteista del pensiero umano, che “venera”, se così si può dire, l’universo fisico. Il panteismo è un sistema filosofico basato sull’idea che nulla muore ma tutto si ricicla ed evolve ciclicamente in modo tale da rinnovarsi e migliorarsi ogni volta (oppure si ripropone identico a se stesso in un Eterno Ritorno – questa era l’interpretazione di Nietzsche). La legge universale dell’universo è il movimento. Il rischio maggiore del panteismo è che l’ammirazione per l’automatismo della natura esteriore (legge di natura) possa spingere ad imitarlo applicandolo alla vita umana (legge morale), tentando di imporre la conformità come virtù suprema, eliminando tutto ciò che è imprevedibile, tutto ciò che consente l’esistenza della libertà e della creatività. Nel panteismo radicale ci sono i germi della degenerazione nazista: la deificazione dei naturali misteri della vita, il sogno di un utopico paradiso in terra, la brama di immortalità, l’esigenza di procreare per perpetuare il proprio genoma e di farlo bene per migliorare l’efficienza biologica umana (eugenetica: la procreazione umana come zootecnia), rimuovendo gli scarti (selezione dei nascituri e degli inferiori). Non ha alcun senso parlare di libertà per gli esseri umani in relazione alla creazione. Per il panteista, il bene ed il male sono identici, perché tutte le cose sono in realtà un’unica cosa, l’unica cosa esistente. Tutto è uno, l’unità di materiale e spirituale, un’unica realtà che è il creatore auto-creatosi. È di questo Creatore che parla Hitler. È a questo Creatore che allude Heinrich Himmler quando afferma che “esiste un solo Grande Spirito e noi individui siamo le sue temporanee manifestazioni. Siamo eterni quando eseguiamo la volontà del Grande Spirito, siamo condannati quando lo contestiamo nel nostro egotismo ed ignoranza. Se obbediamo, viviamo. Lo sfidiamo e siamo gettati nel fuoco inestinguibile. Le nostre esistenze fisiche sono come la guaina dei germogli di bambù. Per la crescita della pianta è necessario che cada una guaina dopo l’altra. Non è che la guaina corporale sia di importanza marginale, è semplicemente che la pianta-spirito è più essenziale e la sua sana crescita è di importanza primaria. Perciò non fissiamoci troppo sull’esistenza fisica ma, quando necessario, sacrifichiamola per un qualcosa di meglio. Perché questa è la maniera in cui la spiritualità del nostro essere si afferma”. O quando demolisce l’antropocentrismo: “L’uomo non è nulla di speciale. È solo una piccola parte della terra…Deve tornare a vedere il mondo con umiltà. Solo allora raggiungerà il giusto senso della misura riguardo a ciò che sta sopra di noi e come siano integrati in questo eterno ciclo. […]. La nostra esistenza, così costretta tra la nascita e la morte, si sottopone nel corso della storia ad un’estensione eterna: ci insegna a sentirci come anelli in una catena che è il prodotto di millenni e che ci trascina verso i futuri millenni, cosicché nella nostra coscienza il retaggio del passato e la responsabilità per il futuro si plasmano in un’unità inscindibile che determina le lotte del nostro presente” (Pois, 1986; Goodrick-Clarke, 1992).
Se c’è un Essere Supremo esso dev’essere una legge suprema di natura, o comunque un tutto organico in costante evoluzione lungo la strada della perfezione, spinto da una forza pre-biologica che compenetra il cosmo animando tutte le cose nell’universo tangibile. Il che presuppone la completa sottomissione alle leggi di natura, e perciò la sopravvivenza del più adatto e la disuguaglianza intrinseca. Nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere dei compiti specifici. Chi sgarra, chi si oppone, mette a repentaglio l’integrità del tutto, che funziona automaticamente, senza avere alcuno scopo. La morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione della creazione, come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. L’universo è duro ed implacabile ed offre conforto solo a chi obbedisce alle regole, mentre è spietato verso chi le trasgredisce. I nazisti decisero coerentemente che, “stando così le cose”, la volontà di potenza era il principio fondante della creazione. I Tedeschi seguirono il Pifferaio Magico, dimentichi dell’ammonimento di Heinrich Heine (1797-1856), contenuto in “Sulla storia della religione e della filosofia in Germania, libro III): “Ma più terribili di tutti sarebbero ancora i filosofi della natura che attivamente interverrebbero in una rivoluzione tedesca e si identificherebbero con la stessa opera di distruzione. E invero, se la mano del kantiano percuote fortemente e sicuramente, per il fatto che il suo cuore non è mosso da nessuna riverenza tradizionale; se il fichtiano coraggiosamente affronta ogni pericolo, per il fatto che per lui non ne esiste nella realtà nessuno; il filosofo della natura sarà terribile per il fatto che si mette in relazione con le potenze originarie della natura, può evocare le forze demoniache del panteismo alto-germanico, che risvegliano in lui la bellicosità che troviamo negli antichi tedeschi, i quali non combattono né per distruggere né per vincere, ma semplicemente per combattere. Il cristianesimo – e questo è il suo merito più bello – ha addolcito un poco la brutale bellicosità germanica; tuttavia non ha potuto distruggerla, e, quando una volta il talismano lenitore, la croce, si rompe, allora si scatena nuovamente la ferocia degli antichi guerrieri, la folle furia bellicosa, della quale i poeti nordici cantano e dicono tante cose. Quel talismano è tarlato e verrà il giorno in cui andrà miseramente in frantumi”.
Detto questo, si badi bene che questo modo di concepire il cosmo non era unicamente nazista e per questo è giusto definirlo eterno e universale. Non è certo un caso che i Giapponesi siano stati i migliori alleati del Terzo Reich. Il buddhismo zen di quel periodo era stato gradualmente contaminato da una sua corrente radicale, che ha percorso tutta la sua storia per diventare dominante proprio sotto la dittatura militare, che la trovò di grande utilità. Persino il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki (1870-1966) rimase imbrigliato in questa deriva estremistica. In quegli anni sosteneva infatti che una persona che uccide può essere nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali. In quel caso non può essere considerato un assassino. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo, sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta (Faure, 2008; Jerryson & Juergensmeyer, 2010).

I giudici del tribunale di Norimberga non seppero identificare il male universale che operava dietro la facciata pubblica del Nazionalsocialismo. Mancò l’immaginazione morale che poteva aiutare a percepire il carattere apocalittico della civiltà che sorse nella Germania tra le due guerre, una civiltà fondata su una weltanschauung magica, che aveva sostituito la svastica alla croce. Prevalse l’unanime consenso sulla necessità di trattare gli accusati come se costituissero una parte integrale del sistema umanista-cartesiano occidentale. Forse non ne erano consapevoli, o forse non volevano aprire gli occhi della gente sulla vera natura dell’inversione di valori. Si decise di classificare il tutto come aberrazione mentale e perversione sistematica degli istinti. Più facile parlare in asettici termini psicoanalitici che accennare alla possibilità che non si trattasse solo della psicopatia di un gruppo di delinquenti politicizzati. Ma la cosa più abnorme fu che il nazismo si dotò di una filosofia del vivente (Lebensphilosophie), non dell’umano. L’umanità non aveva alcun valore, alcun ruolo nel nazismo. Stalinismo e Maoismo, per quanto mostruosi e letali per milioni di persone, non giunsero mai a questo estremo: erano più simili alle classiche tirannie sanguinarie del passato. Forse solo gli Aztechi si avvicinarono, per certi versi, alle patologie misantropiche ed omicide del nazismo. Per i nazisti esistevano leggi della vita dei popoli (Lebensgesetze für die Völker) che, tra le altre cose, imponevano la lotta per la vita (Lebenskampf). La storia era la progressione dei popoli nella loro lotta per la sopravvivenza e per lo spazio vitale (Lebensraum). Tutto ciò che divideva e contaminava doveva essere bandito. Il terrorista norvegese Breivik, che pure era anti-nazista, non si discostava poi molto da questa logica: al posto della dimensione biologica aveva collocato quella cultura. Che è poi la logica, ancora una volta elementare, di Gorgia e di Trasimaco, nei dialoghi platonici: “la natura vuole padroni e servi”; la giustizia naturale è “l’utile del più forte”. In più i nazisti aggiunsero il riduzionismo zoologico dello specismo. Erano infatti razzisti verso i neri, gli asiatici e i latino-mediterranei, ma erano specisti nei confronti di Ebrei e Roma e Sinti, che consideravano letteralmente non-umani, una specie differente. Ciò pose fine alla forma più basilare di solidarietà. I nazisti decisero che loro incarnavano la purezza e tutto il resto era impuro, mettendo in opera una produzione seriale di materiale umano di scarto, sospeso appunto tra l’umano e l’inumano, da una parte, e la realizzazione dell’ideale di una Iper-umanità dall’altra. Da un lato, la produzione del sottouomo – quello che Primo Levi chiama il musulmano –, dall’altro, la costruzione del grande corpo perfetto e incontaminato della popolazione: L’uomo incorruttibile, eterno. In un testo di propaganda contro gli Ebrei pubblicato nel 1942 dall’Ufficio centrale delle SS per la razza e la colonizzazione, si legge: “il sott’uomo, questa creatura della natura, con le sue mani, i suoi piedi, il suo tipo di cervello, con i suoi occhi e la sua bocca, una creatura che sembra essere della stessa specie di quella umana. Ne è tuttavia una del tutto diversa: una creatura orribile, una parvenza di uomo, con tratti simili a quelli dell’uomo, ma situata, per via dello spirito, della sua anima, al di sotto dell’animale. All’interno di questa creatura un caos di passioni selvagge, senza freni: un’indicibile volontà di distruzione, messa in atto dagli appetiti più primitivi, un’infamia senza pudore”. Oggi, per molti, questa sembrerebbe una passabile descrizione di un nazista. Tutti proiettiamo l’ombra, la nostra metà oscura, sui nostri rispettivi capri espiatori, per non doverla affrontare, per non ammettere che c’è del marcio in noi.
Purtroppo, come esisteva un ebreo (solo in senso simbolico: compassione, rispetto, tolleranza) in ogni nazista, così esiste un nazista in ciascuno di noi, perché tutti noi tendiamo a prevaricare il prossimo a pensare che l’altro non ha proprio lo stesso nostro valore, ma sempre un po’ di meno, quel po’ di meno che fa la differenza e rende una società violenta ed iniqua. Nelle fasi di crisi, come quella attuale, possono verificarsi psicosi di massa, epidemie psichiche. Lo rimarcava Carl Jung al tempo dell’ascesa del nazismo: “Le antiche religioni, con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dai cieli ma sono nate in quest'anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi. Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi e possono in qualunque momento assalirci con la forza distruttiva, in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme. I nostri terribili dèi hanno soltanto cambiato nome e rimano tutti in –ismo” (Jung, 1946). Nel sondare l’inconscio dei pazienti e l’inconscio collettivo, gli si rivelano archetipi violenti e tenebrosi, avverte che un cambiamento è imminente, che la nietzscheana bestia bionda si sta risvegliando e o farà con forza esplosiva. Lo fece e continuò a distruggere fino all’ultimo istante. La macchina da guerra tedesca raggiunse il massimale produttivo tra il 1943 ed il 1944. Il massimo numero di morti si registrò nel gennaio del 1945 (450.000 in un mese, contro i 350.000 al mese del 1943). Lo stesso vale per i caduti civili e per le morti causate dalla Germania, che aumentarono costantemente. Il morale dei Tedeschi non venne mai meno fino alla fine. Non fu un lavaggio del cervello: il sacrificio era la strategia di sopravvivenza della Germania e fu condivisa, non imposta. L’individuo doveva sacrificarsi per la comunità e inoltre una nazione colpevole di atrocità e genocidi doveva combattere fino alla morte, non poteva sperare nella pace. Serviva una guerra totale. Non ci si poteva dare per vinti, non si poteva ammettere di aver perduto, ossia di aver sbagliato, non ci si poteva permettere di farsi tante domande sulle proprie scelte. I rapporti della Gestapo indicavano che i Tedeschi non volevano morire e non cercavano la distruzione della Germania, ma sentivano di non aver scelta, ormai. La sopravvivenza stava nell’unità, la dissoluzione dei legami portava alla distruzione: il sacrificio fu una strategia di sopravvivenza. L’unico modo riconosciuto di essere uomo era essere morto o uccidere. Chi era morto obbligava moralmente i commilitoni a continuare a combattere. Fu come una maledizione: i morti governavano i vivi. Goebbels lo intuì molto presto, nel dicembre del 1942: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi”.

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