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martedì 20 dicembre 2011

La Rana e lo Scorpione - Il suicidio assistito del capitalismo e della democrazia non sarà una "dolce morte" (2012-2013)




Nel mondo degli affari, l’unico obiettivo, a qualsiasi costo, è il guadagno. Il serpente dello stregone, nella favola, divorava tutti gli altri serpenti; il nostro serpente magico oggi è far quattrini, ormai unico padrone del campo. La classe migliore che possiamo esibire è altro che una plebaglia ben vestita di speculatori volgari. È vero peraltro che dietro questa fantastica farsa, rappresentata sulla scena visibile della società, si scopriranno cose solide e fatiche meravigliose che esistono per ora allo stato rozzo e si muovono dietro le quinte per farsi avanti e presentarsi quando sarà il momento. Nondimeno, le verità sono terribili. Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo, per quanti successi abbia avuto nel sollevare le masse dalla loro degradazione, nello sviluppo materialistico, nella produzione e in certa molto ingannevole e superficiale intellettualità popolare, è oggi come oggi un fallimento quasi completo nei suoi aspetti sociali e in tutti i risultati più grandi, quelli religiosi, morali, letterari e estetici. Invano marciamo a passi mai visti verso un impero tanto colossale da oscurare quelli dell’antichità, l’impero di Alessandro e le più audaci conquiste di Roma. Invano ci siamo annessi il Texas, la California, l’Alaska, e ci spingiamo a Nord verso il Canada, a Sud verso Cuba. È come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasto solo un poco, o niente affatto anima.
Walt Whitman, “Prospettive democratiche”, 1871

Il famoso Calendario Maya profetizza grandi trasformazioni a partire dalla fine del 2012, ossia entro circa un anno. Ha poco senso prendere sul serio delle previsioni fatte secoli addietro da un popolo che non seppe anticipare la propria estinzione. Il futuro non è una strada già segnata, sebbene alcune costellazioni di possibilità possano essere più concrete di altre, specialmente se volontà sufficientemente forti hanno interesse a farle avverare. Sembra che queste Volontà abbiano deciso che il capitalismo ormai è superfluo e bisogna disfarsene, eliminando gli ultimi barlumi di libero mercato (il capitalismo è oligopolistico e detesta il libero mercato) ed accentrando ulteriormente il potere politico-finanziario, già peraltro nelle mani di pochi:
Tra il 2008 ed il 2010, 30 multinazionali americane hanno speso più soldi per influenzare il Congresso di quelli che hanno pagato in tasse, nell’ordine di 400mila dollari al giorno, inclusi i giorni festivi:
Recentemente è emerso che il Ministero delle Finanze irlandese ha pagato i Rothschild la bellezza di 6 milioni e 200mila euro per una consulenza sulla crisi - come se un amministratore condominiale pagasse un ladro per convincerlo a rubare nel suo condominio:
Sembra incredibile che, stando così le cose, la gente si sia lasciata convincere a credere alla favola delle cicale nordiche e delle formiche meridionali, quando dovrebbe essere evidente che le vere cicale sono speculatori transnazionali e le formiche sono i lavoratori del nord e del sud che se lo sono preso laddove non batte il sole: il flusso di soldi dal nord al sud non è mai passato per le loro mani, non l’hanno mai visto. Le cicale del nord l’hanno preso alle formiche del nord per darlo alle cicale del sud che l’hanno poi rigirato alle cicale del nord, non senza aver prelevato dalle formiche del sud. I politici del nord e del sud hanno oliato gli ingranaggi ed hanno consentito che la narrazione ufficiale contrapponesse le formiche del nord a quelle del sud (divide et impera):
Purtroppo siamo solo agli inizi ed il peggio deve ancora arrivare. Naturalmente questa tremenda verità viene tenuta gelosamente nascosta perché se la gente perdesse la speranza in un futuro migliore non avrebbe più nulla da perdere e farebbe la rivoluzione.
I Coreani del Nord che hanno visitato la Corea del Sud sono rimasti scioccati nello scoprire che quel che pensavano fosse democrazia non lo era: fino a quel momento non avevano potuto mettere a confronto la loro società con altre società e quindi non si erano resi conti di vivere in una tirannia tra le più mostruose della storia. Se i cittadini delle nostre “democrazie” potessero vedere come funziona un’autentica democrazia si rivolterebbero in massa. È quel che comunque presumo faranno con l’arrivo della bella stagione del 2012 e mi dispiace che le cose debbano finire così, perché usare la violenza contro il potere significa giocare fuori casa. La rivoluzione ci sarà, e sarà manovrata pure quella – attraverso il Terrore Rivoluzionario – per completare il processo di accentramento e dare il colpo di grazia ad una democrazia che è già un’oligarchia. Questo esito può essere evitato diffondendo conoscenza e consapevolezza ed un sincero amore per le istituzioni democratiche, per lo spirito della democrazia, il cui significato va ben al di là dell’accidente della creatività umana:

In primo luogo, bisogna capire che il capitalismo sta tirando gli ultimi.
Anche la Cina, la locomotiva del mondo, è sull’orlo del precipizio:
Il Regno Unito è virtualmente spacciato:
Il più recente G20 ha compilato una lista delle 29 banche che sono così importanti per il sistema creditizio globale da non poter essere lasciate fallire (“too big to fail”). Qualche giorno fa il rating Fitch di otto di queste superbanche è stato abbassato:
L’economia mondiale sta rallentando, l’eurozona è stremata, precondizione indispensabile per poter arrivare agli Stati Uniti d’Europa:
I debiti pubblici sono inestinguibili, una seria regolamentazione del sistema bancario-finanziario è stata prorogata a data da destinarsi; il mercato dei titoli tossici è più che mai fiorente, se possibile ancora più pericoloso del periodo che ha preceduto l’inizio della crisi nel 2008 e quindi preannuncia ulteriori disastri; le guerre si susseguono o addirittura accavallano, le valute si indeboliscono, le grandi potenze si sono rimesse sul cammino dell’escalation degli armamenti, le popolazioni di tutto il mondo sono in fermento, sempre più indocili. I primi ministri riottosi o impresentabili vengono rimpiazzati d’imperio da tecnocrati. Il settore finanziario attacca le nazioni più vulnerabili quando le decisioni politiche non piacciono alle banche creditrici o non sostengono con soldi pubblici le banche debitrici.  
La Francia sta per perdere la tripla A e anche la tripla A tedesca è a rischio, perché la Germania sarà costretta a ricapitalizzare le proprie banche indebitate ed insolventi, cosa che finora ha evitato di fare, e il suo debito pubblico è perciò destinato a crescere. Il che significa che farà fatica a contribuire al bail-out europeo. Le banche sono allo stremo e molti titolari di conti correnti inglesi, irlandesi, portoghesi e greci hanno cominciato la diaspora dalle loro banche, nel silenzio dei media, istruiti a dovere su cosa sia opportuno pubblicizzare e cosa debba essere nascosto.
Continuando ad ipotecarsi a vicenda i rispettivi bond europei per creare liquidità (fittizia), le banche hanno creato una bolla che, una volta esplosa, produrrà un effetto domino, amplificato a tutti i settori dell’economia – a partire da quello assicurativo – dalla concatenazione e dall’interconnessione globale tra i compartimenti economici. La gente non avrà neppure il tempo di ritirare i propri risparmi.
I debiti sono ormai inesigibili: non si possono pagare i debiti contraendo altri debiti se non c’è una crescita economica sostenuta e la prospettiva è quella di una recessione, anche e soprattutto a causa delle misure draconiane prese dai governi europei.
Questa crisi generata sta spazzando via lo stato sociale e la democrazia dall’Europa, dopo che la socialdemocrazia si è suicidata proprio quando aveva sconfitto il comunismo e poteva governare la nuova Europa – Blair è stato assunto da JP Morgan, Schroeder da Gazprom, D’Alema ha lodato Opus Dei e per anni si è rifiutato di dire alcunché di sinistra, la sinistra francese ha proposto solo candidati perdenti in partenza e Zapatero ha lasciato che la bolla spagnola seguisse il suo corso mentre celebrava la sua apertura mentale. Queste persone sono responsabili di aver completato la svolta neo-liberista dei loro rispettivi partiti, ingannando i propri elettori.
Si può legittimamente pensare ad un complotto, oppure osservare che se ci fosse stato un complotto i risultati non sarebbero stati comunque sensibilmente diversi. Così come certi giornalisti non sarebbero al loro posto se non la pensassero in un certo modo, se facessero certe domande scomode, se pretendessero di fare certe inchieste. La società contemporanea è governata dalla conformocrazia del politicamente corretto e dell’anticomplottismo, non dalla meritocrazia. Ciò rende superflua l’istituzione di un regime autoritario. Quando l’illusione della libertà diventerà troppo costosa da mantenere, la cortina fumogena si interromperà, il guanto di velluto sarà dismesso e la gente vedrà la realtà del potere dietro le quinte ed il suo piano: dissanguare la società senza però ucciderla.
Il problema dei vampiri, come di tanti parassiti, è che la loro voracità è tale che finiscono per uccidere le loro prede, ossia le loro fonti di sostentamento. Quando ci si chiede che vantaggio ci possa essere in un’apocalisse bancaria non si tiene conto della forma mentis di chi è giunto al potere in questi ultimi decenni che è quella dello scorpione che uccide la rana che lo traghetta al di là del corso d’acqua (Esopo) o del contadino che uccide la gallina dalle uova d’oro perché non vuole aspettare (Esopo):
Le loro azioni indicano che non sono persone come le altre; non sono semplicemente spietati, sono sociopatici  o psicopatici e quindi non hanno alcuna inibizione di carattere morale, men che meno in un contesto socioculturale che premia il comportamento di chi dimostra di non avere compassione e di essere interessato solo a prevalere a qualunque costo, sulla pelle altrui. Non hanno alcuna colpa per questa loro malaugurata condizione che li condanna a perseguire il profitto personale a spese di tutti gli altri, anche quando questo comporta la loro stessa rovina. Si fermeranno solo quando qualcuno li costringerà a farlo. Hanno un’anomala concezione del denaro: per loro è solo un mezzo per controllare e manipolare il prossimo. Sono dei pensatori sofisticati, che amano la complessità ed i paradossi, adorano i rischi e sono disposti a mettere in gioco tutto quanto, pur di impadronirsi dell’intera posta. Questo è, naturalmente, il loro tallone d’Achille. Invece si avvantaggiano del silenzio delle persone di buona volontà che non denunciano l’iniquità e non prendono una posizione netta contro chi le perpetra, per viltà e perché preferiscono ignorare quel che sta succedendo, qualcosa che 10 anni fa sarebbe sembrato impensabile ed invece adesso è realtà. E questo qualcosa è il suicidio assistito del capitalismo e della democrazia e la soppressione del sistema monetario:
Gli psicopatici/sociopatici si sentono così sicuri di sé da sopravvalutarsi, ma è percepibile la loro ansia, sono nervosi, forse alcuni sono pure disperati e quindi commetteranno sicuramente degli errori. L’eccesso di avidità e brama di potere li porterà alla rovina, come i Proci, e le persone di buona volontà dovranno unirsi e scoprire in sé la sagacia, la perseveranza, il coraggio ed anche l’umiltà di Ulisse/Odisseo:

domenica 23 ottobre 2011

Democrazia è bello



La democrazia come mezzo importante per la realizzazione della dignità umana di tutti dunque, nonostante le difficoltà che indubbiamente scaturiscono da un atteggiamento intimamente democratico, appunto perché si deve tener conto di tutti. Chiaro che la democrazia come forma culturale è qualcosa di diverso dal semplice prevalere della maggioranza.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”, in “die Brücke”, 1 novembre 1967


Mi piacerebbe pensare che sarà una democrazia dal volto più compassionevole. Una democrazia più gentile...più gentile perché più forte. [...]. Nei regimi autoritari, dove è lecito esprimere solo certe cose, la crescita del talento viene distorta. Non può sbocciare, Come un albero che cresce in una sola direzione perché è costretto: la direzione che aggrada alle autorità. Non potrà mai esservi un’autentica fioritura di talenti e creatività.
Aung San Suu Kyi, "La mia Birmania" 2008.

La democrazia piace a tanti, ma non è eccitante. Non c’è nulla di eroico, seducente, melodrammatico, virile nella democrazia. La democrazia, quella autentica, è mite, pacifica, non esportabile con la forza
Due grandi studiosi, Tzvetan Todorov e Paolo Rossi, hanno definito magnificamente il vero punto debole della democrazia, il suo essere scarsamente elettrizzante, appunto. “Il totalitarismo contiene una promessa di pienezza di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura e ci si può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati. La democrazia liberale non contiene invece una promessa simile; si impegna soltanto a permettere a ognuno di cercare per proprio conto la felicità, armonia e pienezza” (Todorov, 2001). 
Il filosofo e storico italiano è ancora più tranciante: “Molti si sono resi conto che la democrazia è una forma molto artificiale e assai poco naturale di vita associata. È strutturalmente e non occasionalmente connessa ad una serie di imperfezioni. È una forma di vita sociale che richiede dosi molto alte di disponibilità all’ascolto, molta capacità di sopportazione, una notevole capacità di vivere in assenza di illusioni, dando scarso spazio alle utopie e all’idea di una totale rigenerazione. L’incompatibilità fra i valori proposti rendono inevitabili i conflitti e rendono incoerente, obsoleta e illusoria l’idea di un Tutto Perfetto nel quale coesistano tutte le Cose Buone. La democrazia è prevalentemente legata ad una filosofia (l’empirismo) che non dà i brividi lungo la schiena, che sembra a molti scarsamente eccitante, che è nata in polemica con l’entusiasmo, che insiste sui limiti del possibile, sulla provvisorietà delle soluzioni, sulla loro parzialità e rivedibilità, che preferisce i compromessi alle decisioni carismatiche. Vive perennemente nel contrasto fra la ricerca del consenso e la necessità di misure impopolari, fra la necessità delle competenze (che sono di pochi) e la necessità del controllo dei molti sulle decisioni dei pochi. La rinuncia a identificare l’Avversario con il Nemico, la ricerca di un equilibrio sempre minacciato” (Rossi, 1995). Come se ciò non bastasse, non esiste alcun fondamento ontologico per la democrazia, i principi che stanno alla sua base non sono scientificamente difendibili. “Vive di presupposti di valore che non può produrre direttamente” (Rusconi, 1999).
Eppure, gradualmente, al prezzo di enormi sacrifici, la democrazia è riuscita ad affermarsi e, pur tra mille difficoltà, è probabile che sia qui per restare. È quel che dovremmo augurarci tutti, inclusi molti dei suoi critici. Infatti la democrazia ha successo perché funziona. James Surowiecki, esperto finanziario per il New Yorker, ha raccolto una considerevole mole di dati che sembra dimostrare che mentre l’individuo immerso in una folla disperde il suo discernimento morale ed intellettuale, la sommatoria delle stime di individui inseriti in un gruppo (come, appunto, in una società democratica) si avvicini al valore esatto in misura a dir poco stupefacente (Surowiecki, 2007). Lo aveva già notato lo statistico britannico Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Nel 1906 era in visita ad una fiera zootecnica e fu colpito da evento che contraddiceva le sue credenze riguardo alla stupidità del popolino ed all’innata superiorità delle classi altolocate (credenze che lo avevano spinto sulla strada dell’eugenetica e della sterilizzazione degli “inadatti”). La fiera metteva in palio un premio per chi avesse fatto la stima più precisa del peso di un bue, una volta macellato. Galton, che era maniacalmente attratto da tutto ciò che poteva essere ridotto ai suoi dati numerici, osservò che i partecipanti non erano tutti esperti e che il loro insieme poteva essere considerato un campione rappresentativo dell’elettorato di una democrazia. Il valore centrale verso cui tendevano le 787 stime era di 1207 libbre, contro le 1198 effettive; un divario insignificante, inferiore all’1 per cento. La validità del modello democratico trovava dunque una conferma empirica. Un esperimento analogo fu tentato da un docente di economia statunitense Jack Treynor, che chiese ai suoi studenti di indovinare il numero di palline in un vaso di vetro. Il recipiente conteneva 850 palline e la stima del gruppo fu di 871. Soltanto uno dei 56 partecipanti si era avvicinato al numero esatto più del gruppo di studenti preso nel suo insieme. Questi ed altri test indicano che un gruppo, per raggiungere delle valutazioni affidabili, deve soddisfare due requisiti principali: (a) serve una notevole eterogeneità dei suoi componenti, ossia una considerevole diversificazione delle competenze e delle informazioni disponibili; (b) le scelte personali devono essere il più possibile indipendenti. Il grande nemico è il cosiddetto “groupthink” (“pensiero di gruppo”), cioè la ricerca del conformismo e la dissuasione del dissenso, che riducono la varietà di stime e l’efficacia della valutazione finale. Le conclusioni di Surowiecki sono inequivocabili: “Quando i nostri giudizi imperfetti sono aggregati nel modo giusto, la nostra intelligenza collettiva spesso raggiunge livelli di eccellenza”. Di conseguenza, il compito di un leader è quello di fare in modo che il maggior numero di voci trovino ascolto, per poi decidere sulla base di tutti i riscontri.
La democrazia vince ogni forma di governo concorrente anche se posta a confronto coi rivali sulla base dei risultati effettivi. Ciò è dovuto al fatto che la sua ragion d’essere è la divisione dei poteri e la responsabilizzazione di molti più cittadini. Lord Acton soleva dire che “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Rudolph J. Rummel, professore emerito di scienze politiche all’Università di Hawaii, ha dimostrato, dati alla mano, che “il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente”. Senza una netta divisione dei poteri, la stessa vita dei cittadini è a rischio. Rummel ha analizzato migliaia di stime sulle vittime di massacri compiuti dai poteri centrali nel corso della storia (non direttamente causati da un conflitto bellico), per un computo totale di 300 milioni di vittime, di cui oltre la metà nel ventesimo secolo, il secolo dei totalitarismi di destra e di sinistra. Un numero astronomico che non include le vittime dei combattimenti e dei bombardamenti. Il risultato delle sue analisi è univoco: l’unica maniera per fermare gli eccidi (li chiama democidi) è istituire delle autentiche democrazie, quelle dove il potere è distribuito e non accentrato ed i cittadini sono liberi. I dati dimostrano ciò che era facilmente intuibile, cioè che più autoritario è un governo, più alta sarà la mortalità dei cittadini per azioni intraprese dal governo stesso. La centralizzazione dei poteri è una minaccia per i cittadini perché rischia di rivoltarsi contro di loro mentre, al contrario, le democrazie raramente entrano in guerra tra loro. Quasi sempre, nel caso di un conflitto internazionale, una delle due nazioni è un governo non-democratico. Questo perché è assai arduo persuadere l’opinione pubblica a scegliere la via della guerra; serve un pretesto. Se non si tratta di una guerra difensiva, in genere, i governi democratici devono ricorrere all’inganno ed alla manipolazione dell’opinione pubblica oppure appoggiano colpi di stato, omicidi politici e guerre per procura. In ogni caso, anche se si opta per la guerra, le democrazie tendono storicamente a limitare la ferocia e la durata del conflitto, perché i governi temono di irritare l’opinione pubblica. Inoltre le democrazie non eliminano i propri cittadini pubblicamente: più deboli sono le democrazie, ossia più oligarchica è la natura del loro potere, maggiore sarà il rischio che ciò avvenga impunemente, specialmente perché il potere attira un certo tipo di personalità autoritaria ed aggressiva. Le atrocità commesse dalle democrazie sono state compiute a dispetto del fatto che erano democrazie, o perché il processo democratico non era in uno stato sufficientemente avanzato. Hanno tradito la loro natura, il loro spirito. Di conseguenza trasparenza, partecipazione della società civile e libertà civili sono la miglior immunizzazione contro la violenza in generale e la guerra in particolare, perché promuovono i principi della negoziazione, del compromesso, dell’associazionismo, della tolleranza delle differenze. Ciò dimostra che la specie umana, di norma, non ama la violenza (e non ama pagare le tasse che servono a perpetrarla). La risposta al perché delle guerre non va cercata nella psiche o nella natura umana, come sono inclini a fare i commentatori di destra, perché non c’è nulla di inevitabile ed irreversibile. Non è neanche un problema riconducibile a fattori economici o alla scelta di pessimi leader: una spiegazione prediletta dai commentatori di sinistra. La chiave è invece la struttura sociale: più la sovranità è condivisa con la società civile, più rare saranno guerre, eccidi e carestie. Infatti, fino al momento attuale, nessuna democrazia ha dovuto fronteggiare una carestia. Altri dati significativi sono che, di norma, le democrazie hanno abbandonato le loro colonie meno violentemente rispetto ai regimi non-democratici e che i tassi di criminalità violenta sono più bassi nelle democrazie, anche se includiamo gli Stati Uniti.
In sintesi, democrazia è bello perché le decisioni sono più ragionate e precise, perché ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle e perché c’è maggiore prosperità. Già questo dovrebbe essere sufficiente ad accontentarci. Ci sono però tanti altri vantaggi che forse ormai diamo per scontati. 
Ecco gli assunti fondanti di una democrazia (Merriam, 1938): l’essenziale dignità dell’essere umano; l’importanza di proteggere e coltivare la personalità dei cittadini in un clima di collaborazione e non di divisione (pluralità unitaria); l’eliminazione di privilegi basata su interpretazioni arbitrarie ed esagerate delle differenze tra esseri umani; l’idea che l’umanità possa migliorare; la convinzione che i profitti debbano essere ridistribuiti il più possibile tra tutti ed in tempi ragionevoli; il pari diritto dei cittadini di far sentire la propria voce su questioni delicate (coesistenza del maggior numero possibile di opinioni, o pluralismo) e di decidere autonomamente chi li debba rappresentare; la premessa che i cambiamenti sono normali, possono essere molto vantaggiosi e vanno realizzati tramite processi decisionali consensuali (spirito del compromesso, suffragio universale) e non con la prevaricazione e la forza bruta. Le democrazie non riconoscono l’esistenza di persone comuni e medie, si compongono di persone che hanno valore in quanto tali e che, idealmente, non temono le opinioni altrui, non hanno paura di chi non la pensa come loro e guardano ai propri governanti con una salutare misura di scetticismo.
È forse vero che le democrazie non sono “eccitanti”, ma è anche vero che i regimi più “dinamici” sono spesso anche quelli meno tolleranti, meno flessibili, meno in grado di venire incontro alle necessità di milioni di cittadini. È presumibile che la maggior parte delle persone preferisca una vita serena ad una vita sempre sul chi vive. Ad ogni modo il processo di democratizzazione non è assolutamente concluso, neppure nelle democrazie di lungo corso. Al mondo vi sono molte democrazie formali, ma non c’è nessuna democrazia compiuta, perché nessuna delle premesse sopraelencate è stata soddisfatta. Inoltre milioni di cittadini di società democratiche non hanno sviluppato una propensione democratica, uno stile del vivere e del pensare pienamente democratico. Lo si nota al momento del voto e nelle interazioni quotidiane. C’è ancora molto lavoro da fare. Innanzitutto è necessario che sempre più cittadini comprendano che la coscienza viene sempre prima degli appetiti e delle lealtà collettive. Una lezione che abbiamo ricavato dall’esperienza del nazismo e degli altri totalitarismi ma che non sempre è stata debitamente assimilata. “Lo stato è fatto per l’individuo e non vice versa” (Bobbio, 1999). Sempre Bobbio: “Occorre diffidare di chi sostiene una concezione antiindividualistica della società. Attraverso l’antiindividualismo sono passate più o meno tutte le dottrine reazionarie – assiologicamente, l’individuo è superiore alla società di cui viene a far parte. […]. Non sarà mai sottolineata abbastanza l’importanza storica di questo rovesciamento. Dalla concezione individualistica della società nasce la democrazia moderna, che deve essere correttamente definita non come veniva definita dagli antichi, “il potere del popolo”, ma come il potere degli individui presi uno per uno…La democrazia moderna riposa sulla sovranità non del popolo ma dei cittadini” (Bobbio, 1997). La logica del suffragio universale non può essere malinterpretata: “una testa, un voto è un principio irrinunciabile della democrazia ed estraneo, in principio, allo spirito comunitario ed organicistico, così come a quello corporativo. […] A un sistema laico non si confà il riconoscimento delle comunità, quali che esse siano, come soggetti pubblici nel senso di soggetti che bussano alla porta della rappresentanza politica” (Pavone, 2005).
Perciò si deve concludere che non esiste democrazia senza individualità, ossia la capacità di ragionare con la propria testa e di agire responsabilmente non perché così è richiesto dalla legge ma perché ce lo suggerisce la coscienza, il nostro giroscopio morale. I cittadini non sono mattoni nell’edificio della società, non sono dei mezzi per un fine: sono dei fini in se stessi. La maturazione di una coscienza individuata non porta all’egotismo ma ad un diverso e migliore – più saldo, più profondo, più significativo, più intenso, soprattutto più adulto – rapporto di interconnessione con gli altri (Kateb, 2003). 
Come vi è una fede religiosa matura, così esiste un civismo maturo, basata sull’autonomia dei singoli e l’iniziativa personale e non su routine interiorizzate, convenzioni incontestate, superstizioni ritualizzate, preconcetti fossilizzati e lealtà ascritte, una tesi confortata dai dati empirici raccolti in 90 società tra il 1981 ed il 2007 (cf. Inglehart/Welzel, 2010). 
Il cittadino democratico maturo non necessita di tutele paternalistiche e non delega la propria volontà a qualcun un altro, lasciandosi condurre per mano. “Una democrazia debole ed inefficace non riflette una carenza di disciplina collettiva, di conformità di gruppo e di osservanza delle regole. E' più probabile che l’inadeguatezza della disubbidienza civile e dell’autoespressione dei cittadini facilitino sensibilmente il compito dei governanti autoritari. Non l’acquiescenza ma l’emancipazione rendono le società più democratiche” (Inglehart/Welzel, 2005). 
In una democrazia si parte dal postulato che ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, che ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, e che nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e nessuno è un maestro, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui. Questo perché “la politica democratica come pratica sempre rivedibile comporta un’attenzione particolare alle conseguenze dell’agire. Non è così per i regimi basati sulla verità del bene e del male. La verità assoluta, infatti, non teme le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus. Lo spirito democratico è invece quello in cui le convinzioni della coscienza e conseguenze dell’agire formano un circolo sempre aperto nel quale si determinano le norme dei soggetti responsabili” (Zagrebelsky, 2007).
Oggi lo spirito democratico evocato da Zagrebelsky non gode di una salute robusta, assediato com’è dalle oligarchie, dai lobbismi delle grandi industrie e dei cartelli finanziari. L’insigne giurista austriaco Hans Kelsen era convinto che le spinte autoritarie fossero anti-moderne, residui di mentalità antiquate. Ciò potrà anche essere vero, ma non pare che si siano affievolite, con il passare del tempo. Tutti sappiamo il peso che hanno esercitato ed esercitano certe aziende sulle decisioni dei governi e dei parlamentari italiani. Altrove le cose non vanno diversamente. La Toyota e la Sony condizionano pesantemente la vita politica giapponese. In Finlandia la Nokia fa in modo che certe misure sulla privacy siano approvate piuttosto che altre. Nel Regno Unito la GlaxoSmithKline, una multinazionale farmaceutica, assume nel direttivo (con un salario di 116.000 sterline all’anno) Sir Roy Anderson, consulente del governo britannico per le emergenze epidemiologiche. Quant’è il peso dell’industria bellica statunitense sulla politica internazionale americana? Lo stesso Obama ha speso oltre mezzo miliardo di dollari per essere eletto. Siamo certi che non debba niente a nessuno, che non ci siano legami particolari tra parte del suo staff e i lobbisti delle multinazionali? I rapporti tra politica ed impresa sono inevitabili e non sono necessariamente nocivi, anzi, lo diventano solo quando il bene pubblico non solo passa in secondo piano, ma viene sacrificato in nome dell’interesse privato del grande capitale. Si chiude un occhio, si permette che il voto di un imprenditore valga migliaia di volte quello di un comune cittadino.
Nel lungo periodo, questo vizio di fondo delle nostre società è pernicioso per la stessa economia, non solo per la democrazia. Incrementa l’entropia nel sistema. Una prospettiva a corto raggio limita i poteri creativi dell’immaginazione degli investitori e dei politici, che rischiano di adagiarsi nel solco di logiche consuete inadatte ad un mondo in rapida trasformazione. Come abbiamo visto, la virtù precipua della democrazia è invece proprio quella di avvalersi del giudizio di molte teste, ciascuna con le sue competenze. La frammentazione in gruppi di pressione identitari, la deindividualizzazione dei cittadini, la salda gerarchizzazione sono tutti indizi che la democrazia formale non si riesce a tradurre in una democrazia sostanziale e che il potere è riuscito a dividere i governati, indebolendoli. Questo è l’obiettivo degli oligarchi. Chi non apprezza la democrazia preferisce cittadini passivi e facili da tenere in pugno. L’oligarchia è una sistema di potere simile a quello aristocratico, ma sorretto dalla ricchezza e non dal lignaggio (il sangue). In termini pratici si tratta di una plutocrazia: i ricchi comandano, i poveri obbediscono. Storicamente è stato l’avversario più acerrimo della democrazia, anche perché non è difficile per dei demagoghi e dei ciarlatani far credere ai cittadini di vivere nella più autentica delle democrazie, di essere loro a scegliere chi li governa, quando invece l’assetto è di stampo oligarchico e non si persegue il bene comune ma quello privatistico. Per riuscirvi è sufficiente controllare l’informazione, la conoscenza dei fatti. L’informazione è potere e la percezione della realtà può essere abilmente manipolata senza che i cittadini se ne rendano conto (specialmente quelli che credono di essere già sufficientemente informati).
Pensiamo all’influenza dei vari tychoon del nostro tempo e, prima ancora, di Henry R. Luce sulla politica estera americana e sul dibattito sui diritti degli americani comunisti (Luce finanziò segretamente il maccartismo). Andrea Barbato ha osservato che “negli anni cruciali prima e durante il maccartismo, la capacità di convinzione dei giornali editi da Luce era incalcolabile, e quasi sempre aveva un effetto deformante sulla verità. Il mitico giornalismo americano, così celebrato per la propria indipendenza, accettava che Henry Luce in persona cambiasse il senso degli articoli inviati dai corrispondenti dall’estero per renderli al massimo antisovietici” (Barbato, 1996). 
Una democrazia non sopravvive se i giornalisti non fanno il loro mestiere di segugi dell’informazione. C’è democrazia solo laddove c’è libero arbitrio ed un libero arbitrio ignorante o disinformato non vale nulla. Nessun essere umano può “funzionare” se il raziocinio è rimpiazzato dagli slogan, dalla retorica, dalla propaganda, dall’attenzione selettiva e distorcente dei mezzi d’informazione, dai clichè e se un doveroso scetticismo verso le esternazioni e promesse dei potenti perde terreno a favore della militanza conformista e dell’accidia.
A quel punto la cittadinanza è completamente inaffidabile e, in un sistema di democrazia diretta, tutto è teoricamente possibile, anche il sovvertimento di tutto ciò che caratterizza come democratica una società. D’altra parte non è certo escludendo i cittadini dai processi democratici che si possono educare alla democrazia. 
La grande scommessa dei nostri tempi sarà dunque quella di respingere gli assalti oligarchici allo stato di diritto ed alle funzioni parlamentari, confidando nel fatto che una maggioranza di cittadini re-imparerà la lezione che, nel tempo, abbiamo scordato.