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sabato 22 ottobre 2011

“Contro i Miti Etnici” - mie repliche ai critici


"Vi erano e vi sono persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento (compimento?) della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione di sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l'umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di 'fare' cultura, e non di 'essere riempito' di cultura".
Alexander Langer

"Non sempre si tratta di fertile esplicitazione di identità o di processi di liberazione, spesso si manifesta anche una pericolosa ricerca di forza, l'espressione di egoismi collettivi, la rivendicazione di esclusivismi etnici o religiosi assai difficilmente componibili in un comune disegno di cooperazione e di pace. Il valore della propria identità etnica o nazionale, confessionale o culturale - come nel Sudtirolo abbiamo faticosamente imparato ed ormai ben sappiamo - non cresce certamente per il fatto di pretendere l'esclusiva o di voler far piazza pulita degli "altri". […]la risposta teoricamente potrebbe essere di due tipi: spostare ("correggere") i confini... o lavorare per diluirli e gradualmente superarli. […].riaggiustare i confini, spostandoli, e superare gli stati nazionali, moltiplicandoli, non è una soluzione di pace, ma sarebbe la premessa di molti nuovi lutti e di sicure insoddisfazioni. […].Ecco perchè occorre superare l'attuale dimensione della maggior parte degli "stati nazionali" (o pretesi tali) contemporaneamente in due direzioni: verso il basso (con nuove e ricche autonomie) e verso l'alto, con ordinamenti federalisti sovranazionali, come in Europa si sta faticosamente sperimentando".
Alexander Langer

"La storia non deve servire ad aprire sempre nuovi conti, ma a chiuderli e guardare in avanti. Questo vale per il gruppo linguistico tedesco che nella sua retorica politica è rimasto aggrappato al mito del "Volk in Not", del popolo represso, quando ormai siamo tutelati, consapevoli della nostra forza culturale ed economica, fieri dell' autonomia raggiunta. Vale nella stessa misura per il gruppo linguistico italiano, per il quale questa provincia diventerà tanto più patria quanto meno sarà ritenuta bottino di guerra".
Hans Karl Peterlini

Inizio liquidando la denuncia più ridicola e sleale mossa a noi autori di “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (CME), quella di essere anti-tirolesi, che fa il paio con l’altrettanto grottesca accusa di antisemitismo rivolta a chiunque critichi le azioni dei governi israeliani. Come, nella grande maggioranza dei casi, i critici di Israele non hanno alcun problema con gli Ebrei che non giustificano il sionismo, così io e Mauro non abbiamo alcuna prevenzione nei confronti dei sudtirolesi che non giustificano il tirolismo, la versione locale del sionismo. Come molti critici di Israele sono seriamente preoccupati per la sorte degli Ebrei proprio in conseguenza del comportamento israeliano, così io e Mauro ci preoccupiamo di cosa potrebbe accadere se il tirolismo diventasse maggioritario all’interno dell’elettorato sudtirolese, che già consegna oltre un quarto dei voti complessivi a partiti schiettamente tirolisti, come Die Freiheitlichen, Süd-Tiroler Freiheit, Union für Südtirol. Infine, come la condanna degli eccessi israeliani non impedisce ai critici di condannare quelli di Hamas, così io e Mauro non abbiamo mai lesinato attacchi alla destra italiana. Per capirlo, è sufficiente un estratto da CME: “Il Dio degli Ebrei, se ascoltato con l’orecchio di un fondamentalista,è un Dio giudeo particolarista ed esclusivista, che non tollera ibridità ed impurità, esattamente come il suo rivale, Allah. Per molti versi ci riporta alla menteLa crassa ignoranza di chi condanna la rana crocifissa esposta al Museion per poi invocare un dio etnico a protezione della “propria” Heimat, celebrare le gesta di un Masaniello alpino con il vizio dell’alcool, transustanziato in un Eroe di omeriche proporzioni, e mettere a confronto i patimenti del Cristo con quelli di una delle minoranze etniche meglio accudite del mondo. E tutto questo mentre una parte della destra italiana prega il suo dio vendicatore e venera i suoi cimeli del Duce, per esorcizzare la paura della perdita dell’identità nazionale e la cacciata dall’eden sudtirolese. Difficile dire quale delle due parti sia più ipocrita, presuntuosa ed arrogante e quale dio sia il più empio e volgare” (Fait/Fattor, 2010, p. 122). CME denuncia il nostro servaggio delle astrazioni che dividono l'umanità, mettendoci gli uni contro gli altri, nutrendo quegli egoismi e narcisismi, personali e collettivi, che sfociano nella violenza. Siamo come i prigionieri della grotta platonica e chi vuole una pace duratura e desidera lasciare ai posteri un mondo migliore ha il dovere di indebolire la presa dei miti collettivi, partendo da se stesso.

Una seconda contestazione, rivolta a chi scrive, è che un osservatore esterno non conosce sufficientemente bene la realtà locale e non sa come muoversi per evitare di produrre danni. A parte il fatto che se delle argomentazioni possono realmente produrre dei danni in un sistema organizzativo così colossale è solo perché il loro bersaglio è già moribondo, il sospetto è che molte persone siano affette da confermismo, un diverso ceppo del classico conformismo. Il confermismo spinge le persone a credere di sapere già tutto quel che c’è da sapere perché sono sempre vissute in una certa realtà e quindi non può essergli sfuggito nulla. Il che è davvero sorprendente: se davvero fossero tutti così bene informati e consapevoli non si capisce perché ci dovrebbe essere così tanto disagio e malcontento dall’una e dall’altra parte, per non parlare di chi non si riconosce in nessuna delle fazioni ufficiali. Io e Mauro, nel corso delle varie presentazioni, ci siamo accorti che diverse persone, tra il pubblico, pensavano di aver già capito tutto del libro ancor prima di averlo letto. La mia parte cinica si è convinta che in Alto Adige tutti sono convinti di aver capito tutto di tutti molto presto, basta incasellare il prossimo e le sue idee, libri, articoli, ecc. e tutto è chiaro, tutto è illuminato. Incasellare, inscatolare, ingabbiare, com’è consuetudine in quella che Alexander Langer definiva la società del “contare, soppesare, dividere” (zählen, wägen, teilen). In fondo il cervello mica è libero: è chiuso nella scatola cranica, quindi perché la mente dovrebbe godere di una sorte migliore? Ecco la logica che fa scappare risorse umane preziose dall’Alto Adige. I critici della realtà altoatesina attuale sono accusati di presunzione, ma la mia parte cinica è incline a pensare che l’Alto Adige sia la culla della superbia intellettuale, quella di chi sa già tutto quel che c’è da sapere, quella dell’interlocutore a cui parli e che ti risponde, ma in realtà sta ascoltando solo il suo monologo interiore. In questo senso l’Alto Adige è come un vasto amplificatore di vizi umani, dall’egocentrismo, alla supponenza, al bigottismo. Ma se questa partita che si gioca in provincia di Bolzano sarà persa, la perderanno tutti, anche i Trentini. La parte cinica si è rassegnata all’idea che l’unica speranza è che una disastrosa congiuntura internazionale sortisca l’effetto di un potente ceffone ed estragga dall’autismo cognitivo quelli che sanno già di cosa si sta parlando prima ancora di aver iniziato ad ascoltare.
Oltre a tutto questo, è noto che in una disputa tra marito e moglie le persone meno obiettive sono proprio i due contendenti. Per questo ci si rivolge a terzi. Per la stessa ragione chiudere le persiane della mente ai contributi esterni è più che altro indice di insicurezza, vulnerabilità e scarsa curiosità. Al contrario piace chi conferma le convinzioni più radicate del pubblico. In quel caso l’autore/studioso è considerato obiettivo. “Lei è così bravo: ha proprio colto nel segno, ha detto tutto quel che avrei sempre desiderato saper dire”. In ogni situazione di conflitto, nasce una casta di specialisti che confermano le impressioni dell’opinione pubblica, anche quando sono in contrasto l’uno con l’altro, come per miracolo. L’importante è non sparigliare le carte. Un colpo al cerchio ed uno alla botte. Proporzionalità in tutto, affinché domini il politicamente corretto, affinché si prenda comunque una posizione intermedia – il giusto mezzo –, persino nei casi in cui una visione obiettiva della realtà consiglierebbe diversamente.
Su questo punto Leo Tolstoj fece un ragionamento molto lucido: se dico ad un tizio che può smettere di bere e deve farlo, il tizio si dovrà assumere la responsabilità di decidere se seguire la mia raccomandazione oppure no. Se invece gli dico che il suo alcolismo è una faccenda molto complicata, che molti esperti se ne stanno occupando, il tizio attenderà che si arrivi ad un consenso su una possibile soluzione prima di provare a smettere. Tolstoj notava che la questione della guerra non era diversa: più ci si ingegna a creare istituzioni, modelli teorici, accordi internazionali, arbitrati e tribunali, ecc. più è facile perdere di vista il fatto che la soluzione è a portata di mano: rifiutarsi di combattere. L’Alto Adige si trova nella medesima situazione. Sarebbe sufficiente che chi ci vive si rifiutasse di collaborare con la tirannia dell’etnico ufficializzato e costruisse ponti invece che muri. Invece si continuano ad aspettare miracolose soluzioni istituzionali-accademiche discese dal cielo, perché la maggior parte delle persone crede nel mito del Salvatore Celeste e crede troppo poco in sé stessa. A temo debito, queste persone riceveranno precisamente ciò che si augurano: ordini. Gli altri invece si assumeranno le proprie responsabilità rifiutandosi di appartenere ad un’astrazione, a un mito, ad un’utopia che beneficia i pochi che stanno in alto a spese dei molti che stanno in basso. Mi rendo conto che in Alto Adige sia arduo contemplare questo possibile scenario, ma ciò è anche a causa di un lavaggio del cervello che si è protratto per decenni, che dura per tutta la vita e che colpisce anche i nuovi arrivati, attuato da persone assolutamente convinte di fare qualcosa di nobile, eccellente ed elevato, anche in virtù dell’approvazione di chi li circonda e dal silenzio di chi disapprova ma non se la sente di passare per un traditore.

Passando ora ad obiezioni più significative, una lettura inesatta del libro, temo nata da un pregiudizio che ha inficiato la comprensione del testo, vuole che il saggio sia stato concepito per predicare l’avvento di una monocultura monolinguistica. È curioso che, pur proclamando le virtù e la validità assiologica - o sarebbe meglio chiamarla assiomatica - di una dieta variata, gli autori di CME siano stati etichettati come degli autoritari omologanti, in una completa inversione della nostra autopercezione – ci consideriamo libertari e pluralisti. Autoritari perché sosteniamo un’idea divergente da quella di chi ci critica e, forse, perché i nostri argomenti sono più stringenti e quindi “minacciosi” o “invadenti” di quello che alcuni preferirebbero. Omologanti perché per molti diversità è sinonimo di americanizzazione, ossia del male incarnato. La storia degli Stati Uniti, la nazione più guerrafondaia della storia – coinvolta in media in un nuovo conflitto ogni quattro anni –, la nazione che ha esportato colonialmente in tutto il pianeta un modello di capitalismo rapace che ogni persona minimante interessata al bene comune dovrebbe rifiutare e contrastare (Perkins, 2004), non può essere ridotta solo a questo. Sono anche il paese che più ha fatto, anche più della Francia, per superare l’autoritarismo del sistema feudale-aristocratico, quell’autoritarismo consociativo ed oligarchico che, malauguratamente, è tutt’altro che assente nell’area alpina, come dimostra il fatto che cervelli di prim’ordine non solo si rifiutino categoricamente di salpare l'ancora, affrontando mari inesplorati, ma addirittura “aggrediscano” quegli esploratori che osano annunciare: “oltre l'oceano c'è un altro continente, credeteci!”. Si finisce per diventare capri espiatori dell'inerzia intellettuale e morale umana, più gravosa in certi luoghi, che altrove.
L’intento con cui è stato scritto CME era unicamente quello di invitare ciascuno a diventare pluriculturale e plurilinguistico, com’è normale essere in aree a forte immigrazione e grande varietà. Il clichè della globalizzazione omologante e tetra è il frusto ed irritante strumento retorico della propaganda etnopopulista che cozza con una realtà che è sempre stata diversificata – Andreas Hofer parlava tirolese e trentino e conosceva il tedesco ed il veneziano; Attila era un unno, con nome goto ed educazione romana – e si avvia ad esserlo sempre più, come chiunque abbia occhi per vedere la realtà delle nostre città potrà constatare di persona. La resistenza contro questo tipo di trasformazione può però essere feroce, prendendo a bersaglio chi si rifiuta di avere radici e chi non si inginocchia di fronte agli idoli comunitaristi (la Patria, la Nazione, l’Etnia, la Cultura, la Fede ed i suoi simboli, ecc.). Io e Mauro non abbiamo scritto CME per dire: “siamo speciali, diventate come noi, barbari ignoranti!” Certamente noi siamo contenti di come siamo e vogliamo migliorarci proseguendo nella direzione che abbiamo imboccato. Tante altre persone sono contente di come sono e intendono procedere oltre, lungo la strada che stanno già percorrendo. A noi questo non solo ci sta benissimo, è anzi proprio quello che vogliamo. Vogliamo che nessuno sia costretto a vivere in un modo che lo sottoponga a patimenti di coscienza, che va contro la sua indole, quel che sente dentro. L’obiettivo dovrebbe essere quello di percorrere le nostre strade senza impedire agli altri di farlo. Le regole dovrebbero servire a questo, non ad imporre a ciascuno un’unica opzione. Ma quando certe idee diventano troppo forti (miti etnici, miti religiosi, miti nazionalisti, miti razzisti, ecc.) tante persone finiscono schiacciate (più spesso le donne, i bambini, gli omosessuali, chiunque sia percepito come diverso, come deviante) e tante altre non riescono a capire che ci possono essere alternative migliori. Invece le persone vengono prima delle idee, sempre. CME è stato scritto per proporre una visione alternativa, quella di una società più libera e più informata, non una società dove tutti sono come noi e la pensano come noi. Solo così l’Alto Adige rimarrà pacifico, anche quando le risorse diminuiranno.

Sfortunatamente, però, viviamo in un’epoca in cui è più facile immaginarsi la fine del mondo che la fine del capitalismo. Analogamente, in Alto Adige, pare sia più facile immaginarsi un futuro d’incessanti contrapposizioni istituzionalizzate rispetto ad una società di individui emancipati e cosmopoliti, che peraltro rappresenta la realtà quotidiana di milioni di persone nel mondo e non è per nulla sconosciuta o categoricamente ostracizzata nelle valli alpine. Per di più, gli oltre 40mila residenti stranieri in Alto Adige, provenienti da 126 paesi, dovranno pure contare qualcosa. È sconfortante osservare che queste decine di migliaia di esseri umani siano rinchiusi in uno sgabuzzino cognitivo, come se non esistessero, come se per loro dovesse essere normale adattarsi ad una situazione surreale, in cui sono chiamati ad optare per un’identità che significa poco o nulla per molti di loro, senza che sia una scelta libera ed informata. Questa stessa logica, che vuole piegare la realtà per adeguarla ai propri schemi mentali, cancella i mistilingue e quei monolingue (o sostanzialmente tali) che comunque non sentono alcun legame forte con il gruppo etnico di appartenenza. Nel complesso, una fetta enorme di popolazione non conta, perché il paradigma etnicista dominante non può contemplarli. Sono uno scomodo capriccio della natura. Questi sono i paraocchi etnici, frutto della strumentalizzazione della variabile etnica in Alto Adige da parte di chi lucra sulle divisioni – l’ingordigia degli spartitori del bottino mascherata da nobili disposizioni dell’animo (Holzer, 1991)! Di qui il tormento di chi è più sensibile, come Gianluca/Lukas, che citiamo in “Contro i Miti Etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”: “La mia parte sinistra è completamente tedesca, mentre la mia parte destra completamente italiana. Le ho sempre vissute come due estremità che non possono andare d’accordo, come l’acqua e il fuoco. Solo ultimamente sto trovando una via di mezzo. Prima, o ero completamente tedesco (a casa parlavo un dialetto molto stretto), o ero completamente italiano. O una parte o l’altra. Quando ne vivevo solo una, l’altra ne soffriva. Dovevo sottomettere una parte per far vivere l’altra. Ho sempre vissuto così, fino a quando mi sono accorto che si trattava di una vera e propria violenza”. Le centinaia, forse migliaia di persone come lui sono pedine sacrificabili sull’altare della Realpolitik locale? Io credo di no, credo che quello del 2011 sarà l’ultimo censimento linguistico atipico e credo infine che sarebbe saggio pensare a cosa verrà dopo. Perché né l’Italia, né l’Alto Adige sono paradisi multiculturali, i migliori tra i mondi possibili per le minoranze etniche. Persino un sindaco leghista l’ha capito: “I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è” (Gianangelo Bof, sindaco di Tarzo, TV). La persona non esiste “naturalmente” in funzione della società, gruppo etnico o di un qualche dio minore, esiste “naturalmente” di per se stessa. Le civiltà non hanno idee, solo le persone le hanno. Questa non è un’aspirazione idealistica, è un dato di fatto per genetisti, bio-antropologi, etnografi e per chiunque cerchi di osservare la realtà in un modo sufficientemente obiettivo.
È bene uscire dal pantano della vittimocrazia, della mancanza di strategie e progettualità, della perpetua sensazione di essere seduti su una cassa di esplosivo instabile. Uscirne per ridefinire una forma di partecipazione alla vita civile all’insegna di principi e valori comuni, non di distinzioni, separazioni ed appartenenze forti. CME prova a mostrare come i miti e gli idoli che hanno governato l’immaginario locale siano frusti e disumanizzanti, per rincuorare le migliaia di residenti orientati a trascendere orientamenti politici ed affiliazioni religiose ed etniche, senza attendere i tempi biblici di un establishment elefantiaco. Per loro la costruzione della casa comune è terminata e le impalcature vanno rimosse. Mussolini e Hofer non possono determinare la loro vita, nel terzo millennio. È vero che in questa fase di crisi globale si registra una regressione nel processo di commistione e sperimentazione e si costruiscono più muri che ponti, ma resta il fatto che l’attuale Alto Adige, come il Veneto “catalano” o il Trentino “neo-hoferiano” rappresentano un passato che logora il tessuto democratico locale ed è tenuto in vita anche da una logica di egoismo materialista dissimulato dalla retorica identitaria. L’utile prevarrà sull’ideologico, quando l’ideologico non sarà più utile e allora sempre più pesci locali apprezzeranno acque diverse, senza eccessive trepidazioni.
È altrettanto vero che non è stato preso esplicitamente in esame il nazionalismo italiano in Alto Adige in quanto non “direttamente” coinvolto in dinamiche di potere, ma la feroce critica del patriottismo è rivolta a ogni tipo di patriottismo e dimostra l’equivalenza tra patriottismo e nazionalismo. Molti di coloro i quali si sono inoltrati nel testo saranno senza dubbio più titubanti nel loro sostegno al patriottismo. In ogni caso, l’enfasi sul patriottismo sudtirolese è stata una scelta consapevole - e la citazione da Techet in apertura di capitolo non era casuale - dettata dalla diversa natura dei due nazionalismi: quello tirolese è strutturato, assolutamente trasversale e con un solido impianto ideologico socialmente riconosciuto; quello di matrice italiana al contrario è, nella sua declinazione locale, il prodotto di una debolezza politica e quindi, al contrario di quello tirolese, non è trasversale, è disorganico, tardivo e sostanzialmente privo di contenuti culturali. In altre parole, non riesce ad essere autenticamente "ideologico". Metterli sullo stesso piano, in ossequio al politicamente corretto, sarebbe un errore concettuale. Il rischio era infatti quello di fornire al lettore una visione distorta della realtà sudtirolese, come di un'arena in cui si fronteggiano ideologie nazionali contrapposte e, più o meno, di pari peso. Non è così. Abbiamo perciò deciso, con una scelta coerente, per quanto contestabile, di non dare adito a fraintendimenti, concentrandoci su quello tirolese, l'unico fino ad oggi in grado di condizionare e orientare le scelte dell'autonomia altoatesina. Questo non significa che il nazionalismo italiano, in sede di analisi politica (e non sociale o culturale) non meriti di essere approfondito ed analizzato, ma chi scrive dubita che la suddetta analisi potrebbe riempire un libro. Altrimenti non si spiega perché nessuno dei critici di questa nostra scelta si sia premurato di realizzarla. Io e Mauro Fattor abbiamo rivendicato il diritto di occuparci criticamente e unilateralmente dell'ideologia tirolese senza per questo essere antitirolesi o, peggio ancora, antitedeschi, un’idea figlia del peggiore pregiudizio etnico, lo stesso che negli anni Settanta condannava Langer tra gli anti-autonomisti tout court perchè contestava la Volkspartei.
Il libro non è contro delle persone, ma contro un sistema, contro la grande mistificazione dell’armoniosa e prospera convivenza dei gruppi etnici (a spese dei singoli). L’impostura del potere è stata quella di aver fatto credere alla popolazione locale che proprio qui aveva preso forma l’ideale multiculturale e di aver occultato il prezzo da pagare in termini di disagio e di restringimento delle libertà dei cittadini, presentandolo come un male minore, se paragonato alla terribile alternativa di uno scontro perpetuo. Così, a parere degli autori di CME, ci si è dimenticati del fatto che si è trattato di una scelta comunque in favore di un male, non di un bene. L’assetto socio-politico altoatesino, che doveva essere provvisorio, è diventato permanente, tanto da indurre Alexander Langer ad autoproclamarsi “traditore” della compattezza etnica, solo per essersi comportato come sarebbe stato del tutto lecito attendersi in una società più civile, che ha a cuore “il raggiungimento della piena dignità della persona umana ed il suo completo sviluppo fisico, economico, culturale e spirituale”, come recitava la stesura preliminare dell’articolo 3 della Costituzione. Nel testo abbiamo ricercato le ragioni storiche, sociopolitiche e culturali che hanno causato il fallimento dell’utopia altoatesina ed indicato delle strade che potrebbero avvicinarci a delle soluzioni vere, quelle che consentirebbero a chi risiede nella provincia di Bolzano di non dover rinunciare ai valori della dignità, dell’integrità, dell’autenticità e della libertà.

Un’altra critica che ci è stata mossa è che il soggetto cosmopolita di cui noi auspichiamo l’avvento è uno che pensa di vivere in un self-service dell’identità, dove ciascuno si procura ciò che gradisce e poi paga alla cassa. A dire il vero milioni di esseri umani vivono già così, hanno già rivisto la scala delle loro priorità, e l’identità etnica non è più in cima. Ciò non significa che debba essere spazzata via. Quel che diversi critici pare abbiano difficoltà a capire è che noi non attacchiamo le identità in quanto tali, ma la predominanza di alcune specifiche identità su tutte le altre quando ciò è dovuto alla manipolazione psicologica e simbolica di chi detiene il potere e ha interesse a rendere salienti certe identità, ponendo in ombra altre identità, che pure sarebbero importanti. In Alto Adige, in particolare, il paradigma etnico è servito a mettere in secondo piano le istanze sociali, tanto che ormai nel panorama partitico locale la sinistra è virtualmente scomparsa e, per sopravvivere, deve evocare la causa ecologista, mentre la corrente sociale dell’SVP è quasi irrilevante. Un trionfo strategico che neanche von Clausewitz…
Partiamo allora da un dato di fondo. Sebbene ogni cultura ed ogni singolo elemento culturale non esista in natura, ma solo nell’immaginario umano, e sebbene gran parte della storia sia un’invenzione del presente, è certamente doveroso distinguere tra quelle invenzioni che hanno unicamente una finalità politica (es. i “confini biblici” di Israele, il “confine naturale” italiano al Brennero, il “Sole delle Alpi”, “Hofer eroe attuale”) e quelle che invece emergono da un sostrato popolare ed alle quali ci si è affezionati. È indubitabile che lingue e culture contribuiscono a plasmare la mentalità di ciascuno di noi ed è altrettanto indubitabile che nessun essere umano potrebbe divenire tale crescendo in un ambiente privo di cultura. In questo senso è corretto affermare che il mondo non è un buffet in cui ciascuno sceglie ciò che vuole. Il figlio di un contadino del Gujarat non avrà gli stessi margini di scelta del figlio di un diplomatico statunitense. Per quel che ci è dato di sapere, nessuno di noi sceglie il luogo in cui nascere e crescere. Ma ciò non significa che questo accidente del caso debba diventare un riferimento esclusivo ed è unicamente questo che abbiamo sostenuto in CME.
I più recenti studi di linguistica cognitiva realizzati a Stanford (Boroditsky, 2010) e Harvard [Ogunnaike/Banaji/Dunham, 2010], che pure prendono le mosse da una prospettiva riduzionistica molto discutibile che dovrebbe dar ragione ai paladini dell’identitarismo, indicano che una lingua influenza in modo decisivo il modo in cui pensiamo e percepiamo la realtà, almeno nei tempi brevi, ma anche che non ci può plasmare, non ci può rendere ciò che siamo e perciò non merita la nostra idolatria. La tecnica impiegata negli esperimenti è quella dell’“Implicit Association Test” (IAT), che concede pochi secondi per classificare parole, simboli, pensieri, sensazioni, ecc. I risultati sono molto interessanti. Se una persona fa il test nella sua lingua tende a preferire le persone e le cose della sua cultura, altrimenti tende alla neutralità. Quest’ultimo aspetto è determinante, perché implica che limitarsi a conoscere una sola lingua è, a tutti gli effetti, un’amputazione mentale. Più lingue e culture si conoscono, maggiore è il potenziale di obiettività e più abbondante la vita. Inoltre se, nella stessa sede sperimentale, gli sperimentatori insegnano ai membri di un gruppo linguistico come quelli di un altro gruppo organizzano il mondo, l’adattabilità è sorprendente: i test cognitivi produrranno gli stessi risultati per entrambi i gruppi. Questo significa che il cervello umano è meravigliosamente malleabile, quando c’è la volontà di usarlo al meglio. Questo per dire che essere monoidentitari è una scelta, non un destino, una scelta che equivale ad optare per un handicap. Se ci sono persone che preferiscono avere un handicap rispetto a non averlo non sarò certo io a condannarli, ma sicuramente ciascuno di noi deve avere il pieno diritto di agire diversamente, prerogativa che, storicamente, in Alto Adige, è stata invece ostacolata, in nome della lealtà agli antenati e della devozione al totem etnoculturale. È curioso che gli autori di CME ed in particolare il sottoscritto, siano stati considerati arroganti, ma la pretesa dei genitori di imporre alle successive generazioni un certo modo di vedere e vivere il mondo sia considerata assolutamente naturale e legittima. Salvo poi magari condannare l’indottrinamento religioso o politico di altre culture, come se l’indottrinamento etnico non fosse parimenti condannabile. Come se il tessuto discorsivo in cui si muovono le persone nate, cresciute o trasferitesi in Alto Adige, non fosse stato ordito da esseri umani ma da qualche agente soprannaturale, e fosse quindi intangibile ed incontestabile. Ma così come ci sono persone che non vedono alcuna ragione di fare a meno di un certo tessuto discorsivo (e va benissimo e non si vede perché dovrebbe essere diversamente), ci sono anche altre persone che sono stufe del fatto che questo sia l’unico discorso ufficiale. Hanno altre parole, altri pensieri, altri sogni, altri tessuti narrativi e discorsivi che sono rimasti nella clandestinità per troppo a lungo. Le smagliature del vecchia trama sono già varchi ma si continua, erroneamente, a vederli come forellini microscopici. E questo sia per mancanza di attenzione e sensibilità, sia perché a livello istituzionale si nega l’esistenza delle smagliature, figuriamoci dei varchi. Allo stesso tempo chi, tra i dissidenti, si fissa sempre e solo su ciò che apparentemente non cambia e che lo infastidisce (più o meno a ragione), rischia di non vedere ciò che sta cambiando o è già cambiato da tempo. È il rischio che corre chi combatte i golem/miti etnici, incluso il sottoscritto. Nel farlo, rafforzerà l’illusione che essi esistano, altrimenti perché ci sarebbe il bisogno di combatterli. C’è ancora chi scambia dei mulini per dei giganti.

I summenzionati dati sperimentali dovrebbero essere più che sufficienti per mettere in discussione un sistema come quello altoatesino, dove “colpisce la frequenza con la quale gli interlocutori, soprattutto di lingua tedesca, citano l'enunciato di Zelger, affermando che il suo pensiero del “Je mehr wir trennen, desto besser verstehen wir uns” (trad.: “Tanto più ci separeremo, tanto meglio ci comprenderemo”) è tuttora molto presente. Molti sono convinti che, nonostante in superficie sia percepibile un'apertura maggiore, in tanti altoatesini rimanga radicata la convinzione della necessità di dividere i due gruppi linguistici. Questo Diktat degli anni '50 avrebbe profondamente influenzato il modo di pensare degli altoatesini, tanto da farli temere il contatto troppo ravvicinato. Oggi una tale ideologia non avrebbe più nessuna ragione di esistere. Secondo un intervistato, questi lunghi anni durante i quali le vite dei due gruppi linguistici proseguivano su due binari paralleli avrebbero fatto sì che i gruppi linguistici si vedano ancora oggi come molto diversi e questa visione, sempre presente "nella memoria collettiva", rischierebbe di ostacolare l'apprendimento delle lingue” (Forer /Paladino /Vettori /Abel, 2008).
È altrettanto importante evitare di cadere nella trappola di pensare che i fatti storici non esistono ed esiste solo la storiografia. Io e Mauro Fattor abbiamo adottato una prospettiva comparativa, geografica e storica, proprio perché siamo ostili al relativismo. Quel che abbiamo cercato di fare non è stato provare a radere al suolo tutto per poi ricostruire qualcosa di nuovo. Non siamo dei rivoluzionari, ma dei gradualisti. Abbiamo fiducia nella capacità della gente di informarsi, diventare consapevole ed assumersi autonomamente la responsabilità di cambiare il contesto in cui vivono. Perciò abbiamo messo in guardia i lettori dall’idolatria, ossia dalla tendenza a vedere nella dimensione culturale del nostro vivere un qualcosa di più di una creazione dell’inventiva umana, un qualcosa da idealizzare al punto da diventarne devoti. Il rischio è quello di porre gli esseri umani al secondo posto. Ciò detto, non abbiamo mai affermato, nemmeno tra le righe, che chi vuole mettersi al secondo posto, rispetto ad un simbolo e ad un’identità, non abbia il diritto di farlo. Al contrario, “Contro i miti etnici” è stato scritto proprio per ribadire il diritto di ciascuno di scegliere in cosa credere, senza imporlo al prossimo.
Purtroppo, quel che parrebbe semplice buon senso, non sembra esserlo in Alto Adige, dove l’abitudine a credere in concetti fittizi è invalsa. Penso a Hofer il Braveheart, al nazismo liberatore, a Mussolini padre della patria, alla proporzionale etnica come meccanismo che, riducendo il livello dello scontro, lo elimina, agli altoatesini vittime della slealtà e perfidia dei sudtirolesi e vice versa, alla necessità di far prevalere i diritti collettivi su quelli individuali, all’omogeneità dell’Heimat e della Patria, alla possibilità di creare un Sudtirolo indipendente senza aggravare le contrapposizioni, all’Alto Adige come democrazia compiuta e la democrazia diretta come panacea, all’Euregio come vuota farneticazione dei politici, alla prospettiva di inserire gli immigrati senza alterare il sistema ed a quella di preservarlo di fronte alle crisi ed alle trasformazioni globali, alla certezza che un suo tracollo coinciderebbe con la violenza indiscriminata mentre il suo mantenimento la terrebbe per sempre alla larga. Sono solo alcune delle menzogne in cui molti residenti dell’Alto Adige, inclusi diversi politici, hanno preso per vere. Sfortunatamente, quando si cominciano a confondere verità e falsità, queste ultime si insinuano in ogni sfera del vivere quotidiano, finché la persona si trova costretta a razionalizzare le sue illusioni per non dover ammettere di aver scambiato un castello di carte per un castello di pietra. Credere alle illusioni comporta la graduale atrofizzazione delle facoltà critiche. Pensate ai fascisti coi loro treni in orari, ai nazisti, col loro Lebensraum, agli eurocomunisti che hanno creduto alla bontà dell’esperimento sovietico e maoista anche di fronte alla realtà dell’arcipelago gulag, delle purghe, della pulizia etnica in Ucraina e nelle province cinesi. Eppure, ancora oggi, esistono milioni di neofascisti, neonazisti e neocomunisti. Sembra incredibile, ma è così. Persone ipnotizzate dalle fole di leader carismatici e di ideologie semplificatorie e perciò incapaci di scorgere il loro carattere patologico, il narcisismo trasbordante, l’intossicante, infantile manicheismo. Incuranti delle lezioni della storia, tutto ciò che vedono è un’aura tragica, melodrammatica, eroica, epica, monumentale. Sognano e non pensano di dover pagare un prezzo, non pensano che, se realizzati, i loro sogni rischiano di si tramutarsi in incubi persino per loro stessi. Non si accorgono che il loro buon senso si è indebolito, è regredito, che si stanno progressivamente dissociando dalla realtà dei fatti e sprofondando in una realtà parallela fatta di autoinganni, chimere, fantasticherie, “abiti della mente” (attitudini essenziali) ingannevoli, lusinghe e seduzioni sedative ed automatismi stereotipici. Se compito di ogni adulto dovrebbe essere quello di affrontare la realtà obiettivamente, allora ogni menzogna incamerata o ogni aspetto della realtà che viene omesso, è un passo indietro nel processo di maturazione, mentre ogni menzogna smascherata o verità accolta è un piccolo, ma importante progresso.
Purtroppo, per molti, il passo indietro è piacevole e gratificante. Un esperimento psicologico condotto alla Emory University da Drew Western e la sua equipe di ricercatori ha rivelato che, tra gli attivisti pro-Bush e pro-Kerry, la risonanza magnetica funzionale indicava che, posti di fronte a informazioni che danneggiavano l’immagine dei rispettivi beniamini, i cervelli dei componenti delle due squadre sopprimevano le attività discernenti e le reazioni chimiche normalmente associate alle sensazioni negative attivando, di contro, quelle che producono piacere. In pratica mentire a se stessi ignorando la realtà era diventato un piacere intossicante che non comportava alcuna remora o esitazione. Le loro credenze si erano calcificate, le loro menti irrigidite (Shermer, 2006).

Come considerazione finale, è consigliabile non caricare quel testo (o il presente testo) di una gravità che non merita – è stato persino descritto come “nefasto”, un attributo affibbiato un po’ frettolosamente. Entrambi i volumi andrebbero considerati piuttosto come uno dei tanti tasselli, un punto di vista, un contributo critico che aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti della realtà altoatesina. Anche alla luce del fatto che, con l’importante eccezione di Thomas Benedikter, che pure, nonostante le puntuali contestazioni, non ha lesinato il suo apprezzamento, l’opera e le interviste sono state ben accolte negli ambienti di lingua tedesca. Sono stati gli ambienti di lingua italiana o mistilingue a sentirsi in dovere di difendere la presunta dignità ferita dell’altra parte, forse senza neppure aver interpellato gli esponenti di quest’ultima. Un atteggiamento nobile, ma anche un po’ paternalistico, appunto. Da questo punto di vista, è bene fare un passo avanti: le idee sono gettate nell’arena della discussione senza pretese di assolutezza, ma con la convinzione di aver offerto delle solide argomentazioni a difesa della tesi che il paradigma attualmente dominante è superato e va sostituito con quello di una società più aperta al cambiamento, alla sperimentazione, più fiduciosa nella capacità dei singoli di scegliere responsabilmente il proprio percorso di vita, senza essere istradati preventivamente, in nome di un ipotetico bene comune.
L’intera questione si risolve in due domande e due risposte: siamo prima di tutto altoatesini, sudtirolesi, trentini, ecc. e solo dopo esseri umani? Siamo solo altoatesini, sudtirolesi, trentini, ecc. o siamo anche altro? A seconda della risposta l'assetto attuale del Sudtirolo/Alto Adige parrà accettabile o meno. È questo “noi” e “voi”, “io” e “tu”, “nostro”, “mio”, “vostro”, “tuo”, “altrui”, che abbiamo cercato di smitizzare, di ridimensionare, partendo da una premessa autenticamente è anti-totalitaria, che è la seguente: l’identità non è una forma platonica, non è un qualcosa di essenziale ed immutabile, fino al decesso. Lo è solo per chi non riesce a tenere a freno il suo narcisismo. Tutti possiedono identità e ruoli molteplici: padre, madre, figlio, figlia, zio, zia, fratello o sorella, contadino o avvocato, liberale o socialista o nazionalista, politico, medico, soldato, amante dell’hip hop o credente. Non siamo mai una singola persona, ma sempre molte persone in una. Siamo una moltitudine, come Walt Whitman ci ha opportunamente rammentato: “Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini”.
Il termine identità comprende in sé due significati apparentemente inconciliabili. Il primo è quello di “uguaglianza o coincidenza assoluta” e “surrogabilità”, “interscambiabilità”. Il secondo è quello di “individuazione” ed “autenticità”. Occorre parsimonia nell’applicarli agli esseri umani. Infatti ogni genotipo è unico, non ci sono due cervelli identici e l’uso della lingua varia da persona a persona. Date queste premesse, parlare di identità collettive non ha alcun senso. Anche le identità personali sono però illusorie. Nel corso della giornata ciascuno assume svariate identità a seconda dei ruoli e delle persone con cui interagisce. Cerchiamo disperatamente di tenere assieme qualcosa che non può coagularsi, perché le vicende umane sono all’insegna della fluidità, sono soggette a mutamenti dettati da una pluralità di mansioni e di esperienze di vita. Solo l’esistenza dell’anima darebbe un senso a questo vocabolo così sdrucciolevole. Questa è la condizione umana. Ridurre se stessi o qualcun altro ad una singola identità, fissandola, significa impoverirsi e impoverirlo. È un’azione narcisistica e tirannica che nega la realtà dei fatti, ossia che gli umani sono esseri multiformi che si espandono e si contraggono, si identificano e si differenziano, si dividono per poi unirsi, sgusciano dentro e fuori da ogni identità, che è provvisoria perché è una costruzione e dipende dalle contingenze. Di conseguenza quello mio e di Mauro non è mai stato un attacco all’autonomia ma, ci auguriamo, un viatico o un preludio ad un’autonomia euregionale, che sarà più forte e meno vessatoria di quella attuale, in una società in cui chi detiene il potere (stato, provincia, mercato, religione, rappresentante etno-linguistico, ecc.) non deve permettersi di stabilire per ciascuno di noi chi siamo e chi o cosa dobbiamo essere. Il punto, quindi, è che il nero ed il bianco possono tranquillamente esistere in un mondo a colori, ma gli altri colori non possono esistere in un mondo in bianco e nero. Ci possono essere solo toni di grigio ed il grigio non stimola ciò che di meglio c’è negli esseri umani. Tutto il resto sono corollari o minuzie di scarsa pertinenza.
Gli inevitabili irrigidimenti dei difensori di questo sistema, quelli che hanno un investimento emotivo-esistenziale-economico nel suo mantenimento, serviranno solo a rendere più dolorosa la transizione. Mauro Fattor lo spiega molto bene nella sua parte di CME ed i prossimi anni gli renderanno giustizia.

giovedì 20 ottobre 2011

Trauttmansdorff o Rosengarten? A proposito di apartheid



ESTRATTO DA
Stefano Fait e Mauro Fattor, "Contro i miti etnici: alla ricerca di un Alto Adige diverso", Raetia, 2010, 224 pagine.

"Un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce
una sola varietà di fiori"

Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka

Chi parla di apartheid a proposito della situazione altoatesina non
viene quasi mai preso sul serio e, quando ciò avviene, è spesso solo
per esprimere la propria indignazione nei confronti di chi stabilisce
un parallelo così infelicemente indelicato nei confronti di chi ha
sofferto realmente a causa del regime segregazionista sudafricano.
In pratica si accusa il provocatore di avere poche idee e pure confuse
a proposito di entrambe le realtà. In passato io stesso ho usato il
termine apartheid per definire la segmentazione etnica altoatesina e,
pur essendo perfettamente consapevole della necessità di avanzare
numerosi e doverosi distinguo, ritengo che chi afferma di non dovere
neppure prendere in considerazione il confronto non sia pienamente
al corrente delle sostanziali affinità tra le radici del pensiero
razziale sudafricano e quelle del patriottismo etnicista sudtirolese.
È bene dunque dedicare un capitolo a questa disputa perché altrimenti
si continuerà pervicacemente a credere che, in tempi ragionevoli,
in Alto Adige si potrà un giorno giungere alla separazione finale
tra autonomismo e segmentazione etnica, preludio di una
scelta di autodeterminazione politica più matura e persino condivisibile.
Queste, secondo me, sono vane illusioni giacché, localmente,
autonomia ed etnicismo (ossia razzismo) esistono e si sostengono
vicendevolmente in una relazione simbiotica. Solo la libera e determinata
scelta di migliaia di residenti di varcare il confine etnico,
cioè di “contaminare” deliberatamente la propria appartenenza originaria
ed abbracciare una pluriappartenenza potrà cambiare le
cose. Quanti sono stati disposti a farlo finora? Solo alcune migliaia
di persone in poco più di novant’anni di convivenza forzata. Inoltre
si può prevedere che il continuo afflusso di immigrati causerà un
ulteriore irrigidimento dei confini etnici – come dimostrano i successi
delle destre etnopopuliste nell’area alpina di lingua tedesca.
Ci vorrà del tempo, come ci è voluto molto tempo per abbattere il
regime segregazionista, ma l’etnocrazia altoatesina è destinata ad
essere spazzata via dalla Storia. La questione è come far sì che ciò
avvenga senza spargimenti di sangue.
Possiamo iniziare prendendo in esame la questione demografica.
Israele, la popolazione bianca sudafricana, i Figiani, gli abitanti del
Québec, i Sudtirolesi e tanti altri popoli dove il criterio dell’ethnos
non è ancora stato sostituito da quello del demos, sono accomunati
dalla paura di essere numericamente schiacciati da una maggioranza
etnicamente diversa, che metterebbe a repentaglio la stabilità del
modello socio-amministrativo etnocratico che hanno messo in piedi
per tutelare i propri interessi collettivi. Solo in Sudafrica e negli
stati confederati statunitensi questa paura si è tradotta in specifiche
misure di vera e propria segregazione etnica, ma il potenziale per
una deriva analoga è presente in tutte queste realtà e, paradossalmente,
proprio in virtù del richiamo ai diritti inviolabili dei popoli,
tra i quali quello all’integrità e l’autenticità, estensione del discorso
dei diritti naturali. Questo tipo di interpretazione comunitarista dei
diritti naturali in pratica giustifica una serie di interferenze o violazioni
della sfera privata nella misura in cui questo possa portare dei
benefici ai gruppi in questione. Tuttavia se ogni diritto comporta un
dovere, come si può assegnare alcun tipo di responsabilità ad un
gruppo per la condotta dei suoi membri? Nessun sistema penale
avanzato lo potrebbe prendere nella pur minima considerazione.
Giungiamo così al pericoloso paradosso che le persone hanno maggiori
diritti se sono etnicamente definite senza che ciò comporti
maggiori responsabilità verso l’esterno, ma piuttosto un esubero di
doveri collettivi (verso il gruppo stesso), a discapito della creatività,
del diritto al dissenso e, nel complesso, del progresso civile e morale.
Questo è un paradosso intrinseco al rapporto tra democrazia e
diritti umani. Infatti la democrazia non è di per sé favorevole alla
tutela e promozione dei diritti umani in ogni circostanza. Al contrario,
la Storia insegna che “il popolo”, usando discrezionalmente i
poteri dello Stato, non ha perso molte occasioni per imporre la sua
volontà a chi non ne faceva parte, etichettato come inferiore o nocivo.
Dunque, come raccomanda Jack Donnelly, uno dei massimi
studiosi mondiali di diritti umani e relazioni internazionali, “gli attivisti
per i diritti umani devono essere almeno tanto diffidenti del
popolo quanto lo sono degli Stati e nel contempo devono servirsi
dello Stato per proteggersi dalle passioni popolari e dai pregiudizi”
(Donnelly 1998, 403). L’unico modo per riuscirvi è trasformare lo
Stato “da uno strumento nelle mani di un gruppo dominante – e non
solo quando si tratta di una piccola aristocrazia ereditaria, un potente
gruppo di capitalisti plutocrati, l’esercito, o un partito totalitario,
ma anche quando è la maggioranza di una società ad essere politicamente
dominante – ad un guardiano dei diritti umani di ogni cittadino”
(Donnelly 1998, 404).

Cerchiamo di capire meglio come questo paradosso fondamentale
prese forma nel Sudafrica del secondo dopoguerra, dove per popolo
s’intendeva la minoranza bianca. Il Partito Nazionale (che rappresentava
i nazionalisti Afrikaner) salì al potere nel 1948 e s’incaricò
di istituire il cosiddetto “apartheid”. L’idea di questo modello di
struttura organizzativa era nata negli anni Trenta, quando i leader
afrikaner proclamarono che la visione del mondo del loro popolo
non si poteva conciliare con i principi del liberalismo occidentale e
con il suo laicismo e si riconobbero sempre più in certi valori comunitaristi
promossi dal fascismo e poi dal nazismo.4 Il futuro
dell’Afrikanerdom doveva essere all’insegna della purezza etnico-
razziale, dell’autenticità della tradizione e della lingua, della difesa
dei valori cristiani e, più in generale, della strenua difesa di società
e cultura contro la loro progressiva americanizzazione. Insomma
l’apartheid non va ridotto solo ad una mera questione razziale, vi
era anche il netto rifiuto del modello economico e sociale angloamericano
e della lingua inglese che stava diventando egemone e
contaminava l’afrikaans. Il principio cardine dell’apartheid, come
suggerisce il suo nome – un neologismo che significa “separatezza”
– era una nozione dogmatica di divisione e distanziamento culturale
e sociale che trovava la sua fonte di legittimazione nell’ideologia
nazionalista e nel neo-Calvinismo del teologo e politico olandese
Abraham Kuyper (1837-1920). Specialmente nella “teoria delle
sfere di sovranità” (souvereiniteit in eigen kring in olandese, soewereiniteit
in eie kring in afrikaans), secondo cui potere ed autorità
sono stati assegnati ai popoli da Dio per tramite del Cristo, in modo
tale da essere distribuiti equamente tra le varie sfere, o istituzioni,
dell’esistenza umana, ognuna di pari dignità rispetto alle altre, sovrana
su se stessa ed indipendente dalle altre (Norval 1996). Da qui
nasce il principio dell’uguaglianza – formale, non certo sostanziale
–, tra la cultura bianca, quella nera e quella delle altre minoranze,
che andavano separate per preservarne i tratti caratteristici e per-
metterne un’evoluzione “libera” e distinta, nei tempi e nei modi più
idonei a ciascuna sfera o dominio (eiesoortigheid, “propriezza”). Il
contenuto delle sfere non doveva essere diluito o contaminato, ma
rispettato e valorizzato, perchè l’elezione divina coincideva con
quella culturale (Templin 1984; Thompson 1985). Anche in Sudafrica,
come in Israele e in Alto Adige, ritroviamo quindi il motivo
dell’Alleanza con Dio che garantisce al Popolo Eletto il diritto di
insediamento su una Terra Promessa (Sion) e lo protegge dai suoi
nemici interni ed esterni. Ritroviamo la dottrina della separazione
tra uguali, dove alcuni gruppi sono più uguali degli altri e a ciascuno
è assegnato un destino esclusivo (Johnson 1983). Inoltre vanno
segnalate la creazione di un sistema scolastico separato, l’uso obbligatorio
della madrelingua nelle scuole e la rimozione degli scolari
Afrikaners dalle scuole inglesi (Louw 2004). È piuttosto ironico,
ma anche emblematico di un certo modo di pensare i rapporti tra
gruppi umani, che l’apartheid fosse stato concepito dai suoi promotori
come l’espressione di una politica umanitaria, che ripudiava la
società castale precedente. Una separazione verticale era infatti preferibile
ad una separazione orizzontale. Il sistema castale generava
amarezza, frustrazione, risentimento ed avrebbe finito per causare
scontri interrazziali. Invece in questo modo i neri si vedevano riconosciuto
il diritto di sviluppare la propria specifica identità politico-
culturale, evitando così l’approccio assimilatorio, considerato troppo
paternalistico (Louw 2005). Per questo non mancavano ipocrite
affermazioni di solidarietà interrazziali con i Bantù, le cui sofferenze
sotto il giogo coloniale erano poste sullo stesso piano delle inquietudini
prodotte dalle pressioni globalizzanti in seno alla società
bianca sudafricana. Così teorici dell’apartheid quali Diederichs,
Cronje e Du Plessis denunciavano il capitalismo sfrenato ed il cosmopolitismo
liberale che avrebbero portato all’estinzione la ricca
diversità etnica sudafricana sostituendola con una scialba uniformità
culturale (Louw 2005.). J.B.M Hertzog, generale e poi primo
ministro dell’Unione del Sudafrica, dichiarò che “il dovere del nativo
non è quello di diventare un europeo nero, ma di diventare un
nativo migliore, con ideali e con una cultura che siano i suoi” (Dubow
1989). In realtà, naturalmente, il vero motivo non era quello di
rispettare gli usi e costumi altrui, ma quello di evitare un’impura
mescolanza etno-razziale (mengelmoes) e conservare il potere politico
e l’egemonia socio-culturale. Altrimenti non si capisce perchè
questo intervento radicale di ingegneria sociale avrebbe dovuto separare
i gruppi etnici anche negli hotel, nei ristoranti, negli ospedali,
sulle spiagge, nelle associazioni sportive e culturali, nei treni,
ecc. e proibire i matrimoni interrazziali (inclusi quelli con le minoranze
indiane e cinesi). Dietro la retorica dell’incompatibilità culturale
e della deleteria ibridazione si celava il consueto tentativo di
puntellare ideologicamente un sistema di potere delegittimato.
L’imperativo della protezione della propria identità rendeva necessaria
l’adozione di misure per rafforzare la coscienza etnica. Tra
queste c’erano un sistema corporativo di stampo populista (Volkskapitalisme)
e la celebrazione rituale del Great Trek dei Voortrekker
boeri con la rievocazione storica in costume della migrazione dei
pionieri e l’esaltazione degli eroi del passato. I paralleli con la realtà
sudtirolese sono numerosi: l’esaltazione delle virtù contadine, la lotta contro la modernità globalizzante, la ricerca dell’autarchia, lo
spirito indipendentista, un’intensa religiosità, la guerriglia per bande
contro gli invasori guidati da generali “barboni”, l’etnopopulismo
ed il patriottismo localista.
Quel che è interessante rilevare è che mentre in Sudafrica questo
modello di monoculturalismo plurale portò all’apartheid, in Olanda
lo stesso principio organizzativo, ma spogliato di qualunque componente
razziale, si manifestò nella forma del verzuiling, o “pluralismo
verticale”. Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta la società
olandese, per consentire alla popolazione di continuare a vivere
nelle proprie comunità chiuse a dispetto dell’avanzare della globalizzazione,
fu spezzettata in quattro diversi blocchi verticali, o pilastri
(zuilen), ciascuno con la propria ideologia di riferimento (socialismo,
calvinismo, cattolicesimo, liberalismo, ecc.) e collegati solo
dall’intreccio delle rispettive elite e dalla volontà di raggiungere
una serie di compromessi per il bene della nazione. In questo modo
ogni cittadino poteva vivere in un mondo familiare, ordinario, omogeneo,
fatto di banche, mezzi d’informazione, sindacati, partiti,
scuole, ospedali, biblioteche, università, associazioni sportive e culturali,
bar e chiese ideologicamente corretti e congrui (Wintle
1987). Il motto era “vivere separati ma assieme”, su base egalitaria.
Di conseguenza i membri di un pilastro (zuil) non avevano necessità
di incontrare i membri degli altri pilastri. Questa auto-segregazione,
ufficialmente giustificata dal bisogno di trovare un accordo
di massima tra persone di mentalità diversa, servì ad accrescere le
distanze sociali tra gruppi di cittadini proprio quando le specificità
culturali s’indebolivano a causa della loro prossimità fisica. Nella
piena certezza della giustezza delle proprie idee e della erroneità di
quelle altrui, si preferì evitare un confronto diretto piuttosto che
vedere nel disaccordo e nel contrasto risorse da mettere a frutto per
il progresso del paese (Wintle 2000). Solo la spinta libertaria della
fine degli anni Sessanta, che in Olanda non si è ancora fermata, riuscì
ad abbattere questo sistema coercitivo, che trova paralleli in
società notoriamente instabili ed autoritarie come il Libano, la Malesia,
Mauritius, le Figi, l’Irlanda del Nord e Cipro. Ma la nozione
stessa di una segmentazione sociale non è morta nei Paesi Bassi.
Ancora oggi le etnie minoritarie immigrate sono state inquadrate in
un modello multiculturalista molto simile a quello del verzuiling,
come se questo fosse l’unico modo di evitare seri conflitti sociali.
In realtà anche in passato la segregazione ha funzionato, almeno in
parte, solo per una serie di circostanze eccezionali: (a) l’assenza del
feudalesimo e quindi il precoce emergere di una società aperta ed
egalitaria ostile ad comunità gerarchizzate; (b) un costante, secolare
flusso di immigrati; (c) comunità di fedeli di dimensioni comparabili;
(d) la tradizionale cooperazione tra le elite; (e) l’emigrazione
di un’ampia sezione della popolazione più fondamentalista verso il
Michigan ed il Sudafrica; (f) un’economia tradizionalmente fondata
su di un intenso commercio marittimo (Pettigrew/Meertens 1996).
In seguito i processi di laicizzazione, individuazione e mondializzazione
hanno eroso il consenso attorno a questo modello sociale e
oggi è finalmente possibile affermare che la celebre tolleranza olandese
è stata raggiunta non grazie a, ma nonostante il verzuiling(Pettigrew Pettigrew/Meertens 1996).
Se riesaminiamo quanto detto possiamo notare che in queste società
l’interculturalità non era intesa come un valore e che l’enfasi
sull’unità nella diversità genera un collage di comunità autoperpetuantesi
e per quanto possibile indifferenti le une rispetto alle altre,
invece che una società nel senso proprio del termine – un insieme
organizzato di individui associati. Notiamo anche che sebbene questo
approccio sia in grado di limitare temporaneamente il ricorso
alla violenza da parte dei cittadini e dello stato, le tensioni rimangono,
e non sono sempre latenti. Se a ciò aggiungiamo il carattere
coercitivo nei confronti delle libere scelte individuali, siamo costretti
a concludere che questo modello dovrebbe avere un’applicazione
limitata nel tempo e nella portata. L’alternativa ad un Giardino
di Rose (Stato Razziale) o ad uno zoo di gabbie separate
(etnocrazia) è un parco botanico come quello di Castel Trauttmansdorff
(democrazia liberale) che riunisce la flora locale e quella di
tutto il mondo, realizzando un’integrazione di ibridazioni, non discriminatoria
e non intimorita dalle eventuali contaminazioni. Questa
è la direzione intrapresa, non senza tentennamenti e difficoltà,
dalla Repubblica di Mauritius, ma anche dalla maggior parte dei
paesi del Nord Europa e Nord America. Vi si parlano diverse lingue
ed è nata una lingua franca creola, si celebrano capodanni e feste
religiose assieme, si convive, invece di esistere separatamente. E
tutto questo in un paese dove il discorso ufficiale, nella politica
come nell’educazione, è stato per lungo tempo primordialista,
l’ibridità era vista come una piaga sociale e ci sono casi di politici
che, come Langer, hanno rifiutato pubblicamente l’obbligo di identificarsi
con un gruppo etnico specifico. La società civile mauriziana
ha, in buona parte, ignorato le pretese di politici ed imprenditori
etnici (ossia chi ha interesse a sottolineare differenze e separazioni)
per amor del quieto vivere. Almeno in questo, e forse non solo in
questo, Mauritius è più progredita e civile dell’Alto Adige, a dispetto
dell’enorme divario nelle risorse, infrastrutture, alfabetizzazione
e sostegno internazionale. Immagino sia questo il cammino da percorrere,
quello che conduce ad un luogo dell’anima dove la storia e
la cultura del mio prossimo sono anche parte della mia identità,
eterogenea, sovrabbondante, plurale di chi non è più uno, non è più
una monade, ma più di uno; è eccedente, è poroso, espansivo, comprensivo,
senza nel contempo perdere di vista il suo giroscopio interiore,
la sua bussola morale, ossia senza abiurare la sua individualità.
Dove la mia gente è la gente che considero tale, a prescindere
dalle classificazioni ufficiali. La destinazione è il luogo dell’incredibile
simmetria, la palintonos harmonia, l’armonia degli opposti
eraclitea, dove tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia
e separa ricongiunge.

Tenuto conto del fatto che le identità forti sono la conseguenza e
non la causa dei conflitti, l’unico modello praticabile è quello di
una società aperta, libera da tabù, tribalismi e vincoli imposti
dall’alto, dove le scelte sono consapevoli e critiche (Amselle 2001).
Quante speranze ci sono che ciò avvenga? Poche, molto poche, almeno
nel breve periodo. In ogni caso, bisognerebbe quantomeno
evitare di commettere lo stesso errore dell’Impero Austro-Ungarico
che, nell’intento di censire i suoi sudditi su base etnica, finì per indebolire
il sentimento di comune appartenenza ad un organismo
sovranazionale e potenziò le spinte centrifughe e le dispute tra le
varie nazionalità, collassando infine sotto il peso di egoismi e rivendicazioni
localistiche più o meno giustificate (Zeman 1990).
Secondo me l’attuale modello autonomista rischia di perpetuare
quest’irragionevole contrapposizione tra localismo ed universalismo.
Lo smarrimento identitario altoatesino avrebbe potuto essere
un terreno fertile per una politica interculturale favorevole alle contaminazioni di idee e stili di vita. Invece gli studi periodici dell’Istituto
provinciale di statistica di Bolzano confermano che per i giovani
altoatesini i confini etnici rimangono poco permeabili e circa un
terzo di loro (con picchi prossimi al 50% tra quelli di lingua italiana)
non è soddisfatto dell’attuale modello di convivenza etnica.
Ancora fino a pochi anni fa gli Altoatesini di lingua italiana ponevano
quelli di lingua tedesca sui gradini più bassi nella scala delle
preferenze, dopo Cinesi ed Africani e prima di Tirolesi, Albanesi e
Zingari (Kohr et al. 1994; Buzzi et al. 2004). Nell’elaborare il presente
modello autonomistico si è pensato che siccome il bersaglio
di violenze ed abusi sono spesso i “gruppi umani” allora sono questi
che vanno tutelati e risarciti, come se la volontà individuale costituisse
una presenza disturbatrice. Ad una violenza semplificatrice
della complessità del reale si è opposta una giustizia parimenti semplificatrice
ed arbitraria che ha mortificato la libertà di scelta dei
singoli, costretti ad auto-amputare la propria identità plurale. A livello
politico, poi, questo stato di cose è stato riaffermato da un
moralismo manicheo imperniato sull’eroica lotta contro l’oppressore,
sia esso di etnia “tedesca” o “italiana”. Proporzionali e censimenti
etnici possono funzionare per un paio di generazioni al massimo,
quando gli umori della popolazione sono orientati allo
scontro. Poi diventano inevitabilmente parte del problema, in quanto
mantengono i conflitti latenti, invece di sanarli. La proporzionale
etnica tende a spersonalizzare gli individui e stereotipizzare i gruppi
e, quando a ciò si aggiunge la competizione per le risorse, le
tensioni che ne derivano innescano un meccanismo di identificazione
automatica dell’individuo con il suo gruppo di riferimento che
sopprime le discrepanze tra identità personale ed identità collettiva.
In altre parole nessuna vera riconciliazione è possibile in una democrazia
su base etnica. Essa non è casa per nessuno, è cronicamente
instabile e giace su un pendio che conduce al baratro della distopia
e dello scontro interetnico. Gli esempi che possono servire a minare
il dogma dell’etnocrazia sudtirolese sono innumerevoli: Israele,
Cipro e Iugoslavia, Myanmar, Malesia, Sri Lanka, Québec, Figi,
Ruanda, Cambogia, Estonia e Slovacchia, oltre ad un eventuale Iraq
etnicamente tripartito. Per quanto tempo ancora continueremo ad
illuderci? Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo
perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con
la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua
patria è vista come un attacco personale. Erich Fromm aveva già
notato che chi criticava la Germania durante il nazismo spingeva
sempre più tra le braccia di Hitler anche quei Tedeschi in disaccordo
con lui. Questo è il risultato di quel morbo che è il patriottismo,
l’assudditarsi del devoto ad un idolo.

lunedì 2 agosto 2010

"Contro i Miti Etnici" - Fattor & Fait, Edizioni Raetia



Introduzione

Questo lavoro è dedicato a tutti i cittadini e politici di buona volontà. Non solo dell’Alto Adige.

Vi hanno detto che senza le radici non si costruisce il futuro, che senza un’identità collettiva la vita non ha senso, che l’atto di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici è un’offesa a ciascuno di voi, prima ancora che a Dio, che ognuno dovrebbe essere orgoglioso della propria patria/Heimat ed è tenuto ad amare la propria lingua. Tutto questo lo si deve fare a prescindere. Un po’ come le Tavole della Legge donate da Geova a Mosè sul Sinai: “Io sono il Signore, tuo Dio... Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine... Non ti prostrerai davanti a quelle cose...ecc.” I Comandamenti sono stati debitamente aggiornati e la loro osservanza è dovuta. È curioso che l’unico animale terrestre nato per essere libero abbia trascorso la sua storia escogitando ogni possibile mezzo e metodo per ingabbiarsi. Eppure, per noi umani, non esiste a questo mondo nulla di inevitabile, tranne la morte. Geni, ambienti familiari, culture, lingue, estrazione sociale, ecc. non programmano la nostra esistenza. È estremamente facile provarlo. Prendete i celebri gemelli siamesi Chang e Eng. Nati da una famiglia cinese che viveva nei pressi di Bangkok, vennero scorti da un medico inglese mentre facevano il bagno nel fiume. Impressionato e spaventato di fronte ad un essere umano duplice, il medico pagò famiglia e re del Siam (l’odierna Thailandia) per portarli con sé in patria. Tutti gli specialisti consultati riferirono che sarebbe stato impossibile separarli chirurgicamente senza causare la morte di almeno uno dei due, se non di entrambi. I due gemelli, dopo essere diventati due fenomeni da baraccone del circo Barnum, si ritirarono in una fattoria con le loro due mogli e 22 figli. Là terminarono i loro giorni. Il loro patrimonio genetico era pressoché identico, così come l’ambiente nel quale erano cresciuti, tuttavia le personalità di Chang e Eng non potevano essere più diverse. Chang, il più piccolo dei due, dominava quello di maggior statura, Eng, ed era estremamente umorale ed irascibile. Eng era invece di buon cuore, gioviale e tendenzialmente sottomesso. A causa di queste differenze una volta, da bambini, fecero a pugni e poi, da adulti, votarono per due candidati rivali. Chang alzava molto il gomito e questo incideva sulla salute di entrambi e la cosa peggiorò quando, nell’estate del 1870, ebbe un attacco di cuore che rese invalido sia lui sia Eng, anche se il cuore di quest’ultimo era sano. Circa 4 anni dopo Chang morì ed Eng, che era ancora sano come un pesce, rimase talmente sconvolto dall’evento da spegnersi due ore dopo.
Al di là dell’aneddoto, la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza.
Perciò chi vi dice che “è naturale questo” ed è “naturale quello” sbaglia. L’unica cosa “naturale” per un essere umano è quella di differenziarsi dagli altri, di maturare nei suoi modi e nei suoi tempi, di realizzarsi secondo le sue proprie attitudini, valori ed aspirazioni. Il resto sono superstizioni, un corredo di pregiudizi che si affermano su base etnica, religiosa, storica, culturale. Viaggiando e vivendo altrove molti hanno capito che si nasce in un luogo per puro caso, senza alcun merito, e che ognuno ha diritto ad un orizzonte aperto e non a uno rinchiuso nelle anguste valli dei desideri e bisogni psicologici delle generazioni precedenti.
La nostra intenzione non è quella di uniformare l’intero panorama identitario altoatesino. I movimenti identitari, di qualunque genere essi siano, sono sempre estremamente diversificati. Ci sono fanatici e bigotti in buona fede che alla fine si marginalizzano da soli e ci sono persone coscienziose ed assennate che si sforzano di andare incontro ad esigenze reali e legittime. Il nostro auspicio è che ciascun residente della provincia di Bolzano sia messo in condizione di essere libero di scegliere chi e che cosa vuole essere, libero di essere autentico, di non rinnegare se stesso, la sua coscienza, la sua integrità di individuo. Il nostro è un invito a guardarsi attorno con occhi nuovi, a sollecitare le proprie ed altrui riflessioni, a sognare e progettare un angolo di mondo in cui si possa essere liberi, autonomi e responsabili. Un luogo in cui la voce della tribù non sovrasti mai quella della coscienza.