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martedì 29 novembre 2011

Violenza Buddista




La militarizzazione e fascistizzazione del buddismo non è stato un fenomeno esclusivamente giapponese.

Come si spiegano le deviazioni così radicali in una dottrina che proibisce categoricamente di togliere la vita? Come si sono giustificati quelli che hanno violato il caposaldo della dottrina buddista?

Per il buddhista non è peccato solo uccidere, ma anche provocare una morte, approvarla, fornire i mezzi per causarla. In molti casi sarebbe meglio morire che uccidere. Per certe correnti buddhiste (ma non per il Dalai Lama), anche in guerra è meglio lasciarsi uccidere che uccidere (nonresistenza).

Poiché la natura umana è quella che è, anche le migliori filosofie – e il buddhismo è certamente una di quelle – si prestano a fondamentali distorsioni che razionalizzano il male, facendolo apparire come un bene. Nel caso del buddhismo, poiché l’altro suo caposaldo è che la vita è sofferenza e scopo di ciascuno dovrebbe essere quello di non rinascere più, allora uccidere qualcuno è rendergli un servizio, un atto caritatevole. Per di più la persona è un’illusione, non esiste realmente, quindi anche il peccato non esiste veramente. È chiaro che questa interpretazione della dottrina buddhista ha un carattere “satanico”, nel senso che perverte un messaggio di amore e tolleranza per giustificare l’egoismo più sconfinato e l’intolleranza più spietata, l’esatto opposto dell’insegnamento di Siddharta Gautama.  

Il problema centrale dell’umanità il la gestione del potere e la corruzione che questa porta con sé. Quando il buddhismo ha incontrato il potere, si è corrotto, come ogni altro nobile messaggio di riscatto

Nel buddhismo, come in tutte le altre discipline filosofico-religiose, si è infiltrata l’idea della costante lotta tra luce ed oscurità, creatività e distruttività, spiritualità e materialità, egoismo ed altruismo, nonviolenza e violenza, ecc. che, invece di perseguire l’equilibrio tra gli opposti, deve risultare nel trionfo definitivo di una parte sull’altra: questa è la radice principale della corruzione morale. Da essa è derivato ogni genere di possibile ipocrisia e manipolazione logica e morale che ha vessato il buddhismo, fino a farlo diventare uno strumento di violenza di massa in Giappone, nel Sud-est asiatico e nello Sri Lanka.

Cerchiamo di capire meglio come.

Il maestro zen Takuan, nel diciassettesimo secolo, scrive che la spada non ha una sua volontà, è vuota. Tutto è vuoto, tutto è come il bagliore di un fulmine. Anche l’uomo che sta per essere ucciso dalla katana è vuoto, come chi lo sta per uccidere. Le loro menti non hanno sostanza. Loro stessi non possiedono una mente propriamente detta. Dunque non sono realmente uomini e la spada non è realmente una spada. Dunque uccidere non è male: è al di là del bene e del male, come avrebbe concordato Nietzsche.

Il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki si muoveva sulla stessa linea. Una persona che uccide nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali, non può essere considerato un assassino. È una forza naturale e quindi è intrinsecamente innocente, cosmicamente neutro. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta. Così la tortura può essere compassionevole (in un antico testo Mahayana) perché consuma i peccati della vittima della tortura e la libera dal ciclo delle reincarnazioni. Quando si raggiunge la saggezza della vacuità (Śūnyatā), non si può commettere un errore, perché si è interamente interdipendenti rispetto a tutto il resto e dunque nulla di ciò che facciamo ricade nella sfera della nostra responsabilità personale. È la negazione della nostra vacuità intrinseca, che è la nostra natura autentica, ad essere all’origine della violenza, ci spiegano i buddhisti pro-violenza. Peccato che Takuan, che si identifica completamente con il vuoto, usi questa identificazione proprio per autorizzare se stesso a perseguire la volontà di potere senza alcuna restrizione. Nei testi di Suzuki la vacuità è descritta come cieca e brutale quanto la natura. Per altri il vuoto è l’essenza della compassione. Il karma diventa un orpello o un pretesto per indulgere nella violenza catartica (la redenzione “compassionevole” della vittima della propria violenza).

È l’intenzione che conta, non l’atto, e chi può giudicare facilmente un’intenzione, che è soggettivamente interpretabile? Il relativismo morale (“tutto è lecito”) scaturisce dal relativismo ontologico: tutto l’esistente è relativo, anche il senso delle mie azioni lo è (indipendentemente dai miei interessi). La razionalità e le riflessioni morali sono superflue: le intuizioni viscerali sono sufficienti. Così il buddismo scivola nel soggettivismo e si può integrare perfettamente in ogni ideologia politica dominante: non esiste più alcun parametro di riferimento sovrapersonale, i miei desideri diventano la norma. Potrebbe esistere un’inversione più integrale delle intuizioni di Siddharta?

Ciò giustifica l’indiscriminata violenza buddista (guerre, torture, punizioni di crudele, sadica efferatezza) che ha avuto ed ha luogo in Tibet, Cina, Mongolia, Corea, Sri Lanka, Birmania e Thailandia, indipendentemente dal fatto che si tratti del buddismo theravada o di quello tantrico o di quello zen (es. i monaci guerrieri che costrinsero il governo centrale a sottometterli con la forza per porre fine agli scontri tra monasteri rivali ed alle sevizie e soprusi ai danni dei contadini, per poi giustificare le peggiori atrocità del militarismo giapponese in ossequio alla volontà governativa di una “mobilitazione spirituale” della popolazione).

Nel 2008 i monaci tibetani infrangono le vetrine dei negozi cinesi a Lhasa. Nello Sri Lanka i monaci buddisti promuovono una guerra spietata nel nome dell’ideale della purezza etnica e religiosa. I Tibetani, nel corso della loro storia, hanno invaso Cina, India, Mongolia e soprattutto il piccolo Bhutan. Il Tibet è stato costretto ad optare per la strada del pacifismo dalla forza militare di India e Cina (di necessità virtù). Si dovrebbe citare la pedofilia endemica dei monasteri zen: gli efebi travestiti da donne e chiamati chigo, utili come distrazione sessuale, gli scontri tra monasteri per il possesso di un efebo speciale. Infine, l’orrore dello zen imperialista giapponese si commenta da solo. Tutto legittimo e perfino auspicabile nel contesto della tutela del Dharma.

La tanto magnificata vacuità dei buddhisti violenti e guerrafondai non ha nulla a che vedere con il distacco pregno di divino dei mistici occidentali ed orientali, è semplice assenza di riflessione morale e di assunzione di responsabilità per le proprie azioni. Cieco egocentrismo intossicato dalla megalomania e dal narcisismo. In questo ambito, l’APPARENTE soppressione di ego diventa, paradossalmente la strada maestra per la complicità negli orrori di un regime tirannico: la fusione del sé nel tutto organico (dissoluzione del sé: da ego personale a ego di gruppo) consente di agire senza sentirsi colpevoli nell’obbedire agli ordini che provengono dall’alto. Fu questo il caso dei soldati giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale: “uccidete tutti i nemici, il Buddha riconoscerà i suoi e si impedirà a persone malevole di compiere il male”.

SINTESI DI COME SI DEPRAVA IL BUDDHISMO:
In special modo nel Buddismo del Grande Veicolo (Mahayana), l’intera esistenza è vista come un’illusione, un qualcosa che non è mai avvenuto, perciò porvi fine non è grave anzi, può essere un atto compassionevole. Nel buddismo Mahayana e tantrico anche la tortura può essere un veicolo di salvezza per il torturato (o un male necessario). La realtà ultima, oltre l’illusione è al di là del bene e del male, l’omicidio diventa un fatto tecnico, in conseguenza della negazione del sé. L’uomo che sa che la realtà è illusione non potrà che compiere un male illusorio, ossia inesistente. Non si può uccidere il vuoto più di quanto si possa distruggere il vento. Si è in perfetta e spontanea armonia con l’universo: il male non esiste di per sé. Chi non è spinto da ragioni egoistiche ma da una consapevolezza superiore (illuminato) non può essere ritenuto responsabile di fronte alle leggi terrene, non è più prigioniero degli attaccamenti materiali (come il “me ne frego” fascista). La violenza è il risultato del karma della vittima (se l’è cercata in una vita precedente). Vi è l’obbligo di difendere il Dharma, lo Stato tutela il Dharma, perciò la violenza è sacra quando è minacciato dalle forze del male (ma non avevano oltrepassato le dicotomie? Forse solo quando conviene a loro?). L’uccisione è liberazione dell’anima di un peccatore che ora potrà rinascere sotto dei migliori auspici. La morte dei nemici del Buddha è moralmente neutra: i nemici del Buddha possono anche essere quelli che si rifiutano di pagare le tasse al monastero locale. I tempi sono cambiati dall’epoca del Buddha ed i suoi principi erano giusti allora ma adesso non sono più adattabili alla realtà contemporanea. In questo modo il buddista può giustificare la propria violenza e contemporaneamente condannare quella altrui.

In conclusione, i buddisti non sono persone violente, sono semplicemente esseri umani come gli altri. Il buddismo è indubbiamente più tollerante di tutte le altre religioni ed ideologie – salvo l’organizzazione gerarchica e patriarcale e la misoginia –, ma quando incontra le gerarchie di potere appare ugualmente vulnerabile e manipolabile.

BIBLIOGRAFIA :
Bernard Faure, Bouddhisme et violence, Paris: Le Cavalier Bleu, 2008.
Michael K. Jerryson, Mark Juergensmeyer (eds.) Buddhist Warfare. Oxford: Oxford University Press, 2010.
Georges Renondeau, « Histoire des moines-guerriers du Japon », in Mélanges publiés par l’Institut des hautes études chinoises, t. 1, Paris, Collège de France, 1957.

venerdì 18 novembre 2011

Contro il relativismo morale



Per i Birmani è incomprensibile come i principi che affermano la dignità intrinseca degli esseri umani e il loro diritto inalienabile all’uguaglianza, che riconoscono che tutti gli uomini sono dotati di ragione e coscienza e propugnano lo spirito della fratellanza universale, possano essere in contrasto con i valori autoctoni. […]. Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza. Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. La nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere, il coraggio di sentire e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Aung San Suu Kyi, “Libera dalla paura”.

È ormai idea diffusa che [il relativismo] sia sintomo di progressismo politico e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia [ma è] una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli anti-democratici pesa quanto quello dei democratici; infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saltati sul carro del postmoderno.
José Antonio Marina, “Il fallimento dell’intelligenza”.

La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”.

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è.
Gianangelo Bof, sindaco LEGHISTA di Tarzo (TV).

Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men.
Aragorn, “Lord of the Rings”.

Il relativismo morale è la dottrina etica standard delle persone affette da psicopatia e disturbo narcisistico della personalità. Dovrà pur significare qualcosa, no?
D’altronde i fondamentalisti sono i più grandi relativisti: per loro i principi di libertà e giustizia ed il valore della vita sono del tutto relativi. Per il terrorista islamico il diritto alla vita non è applicabile all’infedele. Per la Chiesa il diritto alla salute non vale per gli Africani che gradirebbero usare i profilattici anti-AIDS. Per diversi preti il diritto all’infanzia ed all’integrità della persona non ha alcun significato.
Il relativismo morale non ha senso. Chi dice di essere relativista poi nei fatti predilige qualche virtù e qualche norma (es. femministe postmoderniste: iper-relativiste su tutto, ma non sul trattamento delle donne) – foss’anche il relativismo stesso – e per poterlo fare deve per forza mettere a confronto le sue preferenze morali con quelle degli altri e stabilire che le sue sono migliori. Ma su qualche base può farlo se non attraverso un’idea di approssimazione alla Verità?
Il relativismo morale induce le persone a credere che non sia più possibile giudicare alcunché. I relativisti hanno rinunciato all’uso delle facoltà critiche, del discernimento, alla capacità di valutare criticamente la situazione e stabilire se una cosa sia buona, giusta e vera oppure no. Coesistere con il resto della creazione non significa che si deve accettare tutto, legarsi a qualunque cosa, accogliere tutto. Guardare tutto da una prospettiva più elevata non comporta ridurre lo spettro cromatico a diversi toni di grigio. I colori ci sono ancora e vederli quando ci sono permette di esaminare più obiettivamente la realtà, non di astenersi dal prendere una qualche posizione. Quello lasciamolo agli ignavi. Il relativismo è il prodotto di un’educazione spirituale e morale deficitaria, non è il suo culmine. La gente scambia il primo passo, la capacità e volontà di distaccarsi temporaneamente dalle proprie predilezioni, per l’ultimo. Ma se un giudizio affrettato è quasi sicuramente sbagliato, ciò non significa che non si debba più giudicare a ragione veduta. La sospensione del giudizio nello spirito di un olimpico distacco va bene per Dio, non per gli esseri umani, che invece vivono in una realtà che è fatta anche di conflitto, sopruso, prevaricazione, inganno, tradimento, ecc. Adottare questa prospettiva senza aver raggiunto una maturità spirituale raramente conseguita nella storia umana, serve più che altro a dissimulare la propria confusione, paura, inerzia morale e psicologica ed ignoranza. Serve anche a rendere più vulnerabili di fronte all’azione di chi sottrae il potere di autodeterminazione al prossimo facendo credere che in fondo libertà, giustizia, uguaglianza e dignità sono valori relativi. Il relativismo troppo spesso scaturisce dalla paura della libertà, paura della responsabilità di doversi informare e decidere di conseguenza, mancanza di integrità e coraggio morale. Non c’è equanimità se manca l’integrità.
Il progresso morale esiste. Il progresso morale è quello che ha abolito la schiavitù ed i sacrifici umani, vietato la tortura e lo sfruttamento del lavoro minorile, istituito il suffragio universale maschile e femminile e la convenzione di Ginevra, tra i numerosi esempi che si possono fare – solo grazie al fatto che non tutti sono relativisti culturali e che alcuni hanno capito che la loro società era imperfetta e c’erano ampi margini di miglioramento. Qualcuno obietta: ora c’è il caporalato, la guerra umanitaria, la “tortura soft” (tecniche avanzate di interrogatorio). Gli eufemismi indicano però che l’opinione pubblica condanna quello che un tempo, poche generazioni fa, dava per scontato. Esiste un consenso pressoché universale sul fatto che è giusto rispettare la dignità umana e che il genocidio, lo schiavismo, la tirannide e il razzismo sono cose sbagliate. Questa è una meravigliosa conquista umana: precaria, ma di i importanza cardinale. Chi ne minimizza la portata o è in malafede o dovrebbe recarsi a vivere in quei paesi in cui questa conquista è ancora un sogno. La fratellanza umana può fondarsi solo sull’apprezzamento delle differenze, della varietà, coniugato con il riconoscimento e la valorizzazione delle affinità. Il relativismo, essenzializzando le differenze, fa il gioco di chi desidera seminare zizzania e divisioni per poter mantenere il suo potere e se possibile accrescerlo.
Se tutti i sistemi morali fossero socialmente e storicamente contingenti, allora non esisterebbe alcun criterio di scelta affidabile ed obiettivo e la morale si ridurrebbe all’usanza, alla credenza, alla volontà di una maggioranza in seno ad una comunità, ad un rigido soggettivismo egotista. D’altra parte, poiché ogni società è la sommatoria di individui con opinioni differenti, nessuna società o cultura potrebbe imporre un sistema morale definito. Di qui la deriva nichilista, perfettamente esemplificata da un editoriale di Benito Mussolini dal titolo Relativismo e fascismo, pubblicato sul Popolo d’Italia il 22 novembre 1921, in cui il futuro Duce afferma: «Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono i portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi e rinnovellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista. … Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che, dunque, ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace».
Questa citazione è un dato storico che descrive una possibile modalità di transizione dal relativismo morale al soggettivismo radicale o nichilismo e – per inerzia, narcisismo ed horror vacui – all’asso­lutismo, alla tirannia.
Un antropologo che si rispetti dovrebbe ripudiare la mascherata relativista di chi si permette di giustificare misure repressive o deflettere le critiche in nome dell’incommensurabilità dei valori. È in nome del relativismo che si difendono la pena di morte e la tortura; in nome del relativismo il razzista segregazionista sudafricano J.B.M. Hertzog esortava bianchi e neri a collaborare alla difesa dell’apartheid, affinché ciascuno preservasse i suoi ideali e la sua cultura; in nome del relativismo, infine, nell’Atene classica, Trasimaco rispondeva a Socrate che la giustizia non è altro che l’interesse del più forte. È quindi fondamentale capire che il relativismo culturale degli antropologi è un relativismo epistemico, non valoriale. È una scelta euristica, non etica e perciò non va vista come un atto di deliberata connivenza con la violazione dei diritti fondamentali di bambini, donne, disabili, omosessuali, minoranze etniche e religiose, degli animali e dell’ecosfera.
Ernest Gellner aveva visto giusto quando aveva riepilogato l’intera questione della contrapposizione tra universalismo e relativismo nella doppia domanda: «C’è un solo tipo di uomo, o ce ne sono molti? C’è un solo mondo, o ce ne sono molti?». Proprio l’anno in cui nacqui Eric R. Wolf diede la sua risposta, che io sottoscrivo con piacere: «Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello di affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità… l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. … Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere… se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia».
Fin che è sul campo l’etnografo si affida al giudizio di autenticità locale ed accoglie la richiesta che certi argomenti siano collocati in una sfera al di là del bene e del male. Una volta a casa, però, non può ignorare i rapporti di potere, le discriminazioni e sperequazioni, gli interessi privati, le ipocrisie, la miriade di contraddizioni ed eccezioni e, soprattutto, l’inconsistenza della pretesa che determinati concetti e valori siano intraducibili, che esistano differenze insormontabili e che le culture siano internamente omogenee ed ermeticamente sigillate rispetto alle influenze esterne. Altrimenti l’antropologia dovrebbe rinunciare al titolo di scienza sociale, seguendo l’auspicio di certi critici post-modernisti, troppo impegnati a de-strutturare e frammentare la conoscenza per preoccuparsi delle conseguenze delle loro frivolezze sulle persone in carne ed ossa. Queste sono persone di scarsa caratura morale ed abbondante falsa coscienza che, finché se ne stanno nel proprio paese, dichiarano di apprezzare la dignità umana, il rispetto per l’individuo, la libertà e di ritenerli valori fondamentali che distinguono l’uomo dall’animale, ma quando poi mettono piede all’estero, in un luogo esotico, cambiano improvvisamente idea.
Quale forza prescrittiva può avere una dottrina relativista? Il relativismo è evidentemente una contraddizione in termini, non potendo per sua natura autofondarsi. Un relativista non può, per coerenza, credere che “tutto è relativo” (un’affermazione assoluta). Ciò nonostante, per anni, molti antropologi si sono scagliati furiosamente contro la formulazione dei diritti umani, come se la loro origine «occidentale» li macchiasse per sempre di una colpa originaria. Lo fanno per ignoranza e pigrizia mentale, visto che la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu un’opera corale di esperti di tutto il mondo e gran parte delle costituzioni dei paesi post-coloniali sono modellate su di essa state
Per questi presunti antropologi rimanere ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un inavvertito fraintendimento. Un silenzio passivo è da preferirsi rispetto all’imprigionamento ed alla perversione della Sacra Alterità nella cornice della nostra conoscenza convenzionale. «Sono totalmente diversi», «non siamo in grado di capirli», «criticarli è un sintomo di mentalità imperialista». Lo studioso deve dunque prorogare o sospendere la valutazione critica e soppiantarla con il giudizio di valore che riceve dall’Altro, l’unico giudice dell’adeguatezza della descrizione realizzata dall’osservatore. Si accettano acriticamente i pregiudizi e le interpretazioni soggettive dell’Al­tro in una sorta di auto-lobotomizzazione critica. L’idea della cultura come radicale alterità infrange ed offusca le evidenti ed istruttive omologie, ponendosi in contrasto con i più elementari principi di logica e metodo scientifico. Viene da chiedersi perché l’assenza di logica sia degna di nota, piuttosto che il sintomo dell’assenza di qualcosa di significativo da dire, della rinuncia a fare il proprio lavoro con senso di responsabilità e dedizione, della complicità con il potere «indigeno» che mette in campo tutte le sue funzioni mitopoietiche e mimetiche nell’intento di auto-perpetuarsi, magari con l’aiuto di una corte di intellettuali stranieri, più grulli che meschini, interessati ad assicurarne l’auto-promozione per varie ragioni. Un perfetto dispositivo usato dalle classi dominanti per occultare la natura dispotica del loro governo. Ogni peana dedicato al relativismo morale è un elogio dell’infermità mentale, di un pensiero confinato che rinuncia ad alimentarsi dell’esperienza concreta.
D’altro canto è un’idea bizzarra quella secondo cui per avere una mente aperta e non essere bigotto significa non avere una salda opinione su niente, oscillando da una posizione ad un’altra in nome dell’equanimità e del relativismo. Una persona intelligente crede in qualcosa, sa perché crede in questo qualcosa e sa articolare le sue convinzioni ed argomentare le ragioni a sostegno delle medesime. La fondamentale differenza tra relativismo culturale e relativismo morale è che il primo è un procedimento empatico che consente all’osser­vatore di assumere la prospettiva dell’altro mentre il secondo è un’ottica che nega che credenze morali e giudizi etici possano essere o veri o falsi e che esistano proprietà morali che stanno a cuore a tutti gli esseri umani. Senza relativismo culturale non si può fare antropologia. Non solo, senza una forma di relativismo epistemico non potrebbe neppure esistere alcun sistema etico. Infatti l’etica, l’insieme strutturato dei nostri principi morali, si basa sul nostro sentire empatico, sulla nostra simpatia immaginativa che permette la mutua comprensione e non la semplice proiezione dei nostri sentimenti in un’altra persona. L’empatia è identificazione emotiva, assorbimento e fusione emozionale al punto che uno si estrania da se stesso e si vede come parte dell’altra persona con la quale condivide una data sensazione. L’etica deriva dalla necessità di riflettere la visione del mondo di un altro essere umano. Così facendo si diventa più morali, si espandono i propri orizzonti e si indebolisce il naturale egocentrismo. L’empatia più autentica è quella che è rivolta a tutti e non solo a quelli a cui teniamo. Non ci limitiamo a replicare i loro sentimenti e sensazioni ma riconosciamo che appartengono a qualcuno che merita il nostro rispetto. Empatizzare troppo con qualcuno e non abbastanza con tutti ci porta fuori strada. Dunque il relativismo tanto caro agli antropologi è l’espressione deontologica di questo aspetto della natura umana, dell’unica maniera che conosciamo di raggiungere uno stadio in cui possiamo esaminare le nostre azioni dal punto di vista di uno spettatore imparziale. L’empatia ed il relativismo culturale tengono a bada le nostre emozioni, filtrandole, ed evitando così che ci facciano deragliare, sopprimendo la nostra obiettività, discernimento e buon senso. Questo è il secondo motivo per cui ritengo legittimo concepire l’antropologia “fatta come si deve” come un’impresa virtuosa.
Il buon antropologo, una volta tolto il cappello del professionista, dovrebbe essere in grado di distinguere ciò che è relativo da ciò che è universale o sostanzialmente universale. Mi riferisco ad esempio alle virtù primarie come la benevolenza, la sapienza, l’amore, la fede, la speranza, la compassione, la tenacia, il coraggio morale, la solidarietà, l’armonia, la sicurezza, l’avvedutezza, il buon senso, la cooperazione, l’operosità, ecc. Queste sono qualità grandemente apprezzate in ogni angolo del globo. La stessa regola aurea – il caposaldo di ogni sistema etico – è presente in tutte le maggiori tradizioni culturali e religiose umane. Dunque il relativismo culturale non comporta un’auto­matica adesione ad un relativismo morale del tipo «se Dio è morto allora tutto è lecito». Come notava C.S. Lewis, «è necessario credere fermamente nell’oggettività di certi valori se si vuole vivere in un mondo in cui i governi non siano tirannie e l’obbedienza non sia quella dello schiavo verso il padrone».


LINK UTILI:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/io-credo-nella-verita.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/idee-e-virtu-di-gesu-il-cristo-un.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/socrate-un-compendio-con-alcuni.html





mercoledì 9 novembre 2011

Perché quest'uomo è il leader dei verdi europei?



La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l'innocente. Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti e vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave di questo?
Carlo Maria Martini, Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione, La Repubblica, 13 maggio 2010

Purtroppo, nell' articolo di Sofri, come, del resto, nella lettera della Francescato, manca il fatto. Non c' è il sunto e non c' è il senso di quel testo di trenta pagine che Cohn-Bendit scrisse nel 1976 e che nulla ha da spartire con «la scoperta del bambino come persona dotata di sessualità» (Francescato), né con «il rifiuto dell' ipocrisia e della reticenza» (Sofri). Mi dispiace doverlo ricordare, ma il testo di Cohn-Bendit è, nei suoi passi più espliciti, talmente crudo che il Corriere, come qualsiasi altro giornale, non è contento di pubblicarlo e neppure di sunteggiarlo. Cohn-Bendit racconta infatti di come i bambini suoi allievi gli sbottonassero i pantaloni e lo carezzassero, e di come egli, il loro maestro, lasciandoli fare, li carezzasse a sua volta. Questo testo, nei suoi momenti più scabrosi, è certamente pedofilo. Anche se ora Cohn-Bendit, con l' autorevole e credibile conforto dei suoi ex allievi diventati adulti, ci dice di non avere mai fatto le cose che racconta. Sappiamo valutare la differenza tra chi scrive sconcezze e chi le fa. Ma allora perché Cohn-Bendit non si prende la responsabilità - personale e non epocale - del suo scritto e la fa finita? Ci dispiace che un uomo raffinato come Sofri, del quale siamo sempre curiosi lettori, abbia citato, per difendere quel testo, il professore Marcello Bernardi, i cui libri, soprattutto «Il Nuovo Bambino», ci hanno svezzato nella strana professione di padre. Ci addolora per Bernardi, che è morto, ma anche per Sofri. Purtroppo infatti questo di Cohn-Bendit è un caso in cui il testo non può essere pretesto, in cui il fatto non può essere nascosto, se non per malafede (d'amico). A volte, però, per difendere un amico, è molto meglio dargli un calcio nel sedere.
Francesco Merlo

Daniel Cohn-Bendit, uno dei leader del 68 francese, è ora a leader dei verdi europei.
Ha criticato Vendola per non aver appoggiato l’intervento NATO in Libia:

È stato educato in un istituto d’élite tedesco, l'Odenwald di Heppenheim, al centro di un'inchiesta per abusi pedofili: “Una rivelazione riportata dal Frankfurter Rundschau che annovera tra gli ex allievi dell'istituto molti nomi noti. Primo fra tutti, il leader studentesco del maggio '68 e attuale capo dei verdi al Parlamento europeo: Daniel Cohn-Bendit. "Gli abusi sessuali hanno avuto luogo almeno a partire dal 1971", ha ammesso la direttrice della scuola, Margarita Kaufman. "Gli studenti coinvolti dovrebbero essere 20 circa".

Nel 1975 Cohn Bendit pubblica "Gran Bazar", un libro in cui rievoca la sua esperienza professionale di aiuto-educatore in una scuola materna autogestito a Francoforte, difendendo la coltivazione della sessualità tra i bambini di età compresa tra 1 e 6 anni. Comprende passaggi come il seguente: «Mi era successo molte volte che certi bambini mi aprissero la cerniera dei pantaloni e cominciassero a farmi il solletico. Reagivo in modi diversi a seconda delle circostanze, ma il loro desiderio mi poneva un problema. Ciò nondimeno, se insistevano, li accarezzavo anch'io… Il mio flirt permanente con tutti i bambini assumeva presto delle forme erotiche. Avevo bisogno di essere accettato da loro in maniera incondizionata. Volevo che i bambini avessero voglia di me, e facevo di tutto affinché dipendessero da me» (Daniel Cohn-Bendit, Le grand bazar, 1975)
Il 23 aprile 1982, nel corso del programma “Apostrophes”, trasmesso da Antenne 2, Cohn-Bendit parla di “un gioco erotico-maniacale”: “Je ne leur donne pas des idées… La sexualité d’un gosse [bambino], c’est absolument fantastique. Faut être honnête, faut être sérieux ! J’ai travaillé avant avec les tout-petits. Les tout-petits, c’est autre chose. Mais j’ai travaillé avec des gosses entre 4 et 6 ans. Vous savez, quand une petite fille de 5 ans, 5 ans et demi, commence à vous déshabiller, c’est fantastique ! C’est fantastique, car c’est un jeu érotico-maniaque!” [“Voi sapete che la sessualità di un bambino è assolutamente fantastica Quando una bambina di 5 anni comincia a spogliarvi... è fantastico! È fantastico perché è un gioco assolutamente erotico-maniaco!”].
Un videoclip (in francese) riepiloga le a dir poco controverse dichiarazioni di Cohn Bendit sul tema della pedofilia:
Su questo tema si è scontrato con Marine Le Pen:
e con François Bayrou:
Il suo nome è riemerso nell’inchiesta sul famigerato asilo di Rignano Flaminio:
Non c’è ragione di credere che sia coinvolto in quella terribile vicenda – terribile a prescindere da come andrà a finire (o sono mostri i genitori, o lo sono gli insegnanti) –, ma il fatto che gli inquirenti abbiano deciso di mostrare l’immagine di Cohn Bendit ai bambini per effettuare un possibile riconoscimento significa che ormai la sua figura è  indissolubilmente legata alla pedofilia.

Stando così le cose, io mi domando: perché quest’uomo è ancora co-presidente dei Verdi Europei? E' veramente indispensabile? Non sarebbe più opportuno che passasse il testimone a qualcun altro? Davvero i Verdi non riescono ad esprimere un leader carismatico meno controverso?