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lunedì 16 gennaio 2012

Golia (U.S.raele) nella trappola - chi c'è dietro Davide? Chi vuole un Secondo Olocausto?




La terza guerra mondiale è sempre più vicina:
Nonostante il fatto che, almeno in Israele, sia solo un ristretto gruppo di potenti a volerla:
Le esercitazioni congiunte israelo-statunitensi sono state prorogate alla seconda metà dell’anno, probabilmente perché è già stata presa la decisione di attaccare l’Iran:
Infatti il generale Martin Demspey, capo dello stato maggiore americano, si sta per recare in Israele per decidere il da farsi (per essere informato riguardo alle decisioni israeliane?):
Consiglio di leggere i commenti a questo articolo dei lettori di Haaretz, per capire cosa succederà ad Israele se coinvolgerà gli USA in un’ulteriore guerra illegale.
Qui una breve selezione, partendo dall’UNICA DOMANDA CHE VALE LA PENA PORSI: “Una domanda che non ha ricevuto risposta. Perché l’Iran continua a far sapere a tutti i progressi del suo programma nucleare? Non sembra esserci alcun motivo per far sapere al mondo esattamente a che punto sono e dove stanno facendo quel che fanno. A meno che non sia un’esca per l’Occidente e per Israele. Questi annunci sono dunque delle provocazioni? Vogliono che l’Occidente faccia la prima mossa? Ci piacerebbe credere che siano davvero stupidi nel rivelare al mondo che cosa stanno facendo, ma non siamo così ingenui. Dove c’è un’esca c’è sempre una trappola, o un amo. C’è qualcuno al di sopra di loro che sta tirando le cordicelle e sta usando l’Iran come un’esca, un richiamo?” – “Israele è la più grave minaccia alla pace nel mondo” – “un comitato di scienziati ha stimato che 3 milioni di persone morirebbero entro poche settimane a causa della nube radioattiva se i reattori iraniani fossero bombardati. A sua volta l’Iran bombarderebbe la centrale atomica di Dimona, trasformando gran parte di Israele in un paesaggio à la Chernobyl per millenni” – “la maniera più semplice per bloccare Israele è dire a Netanyahu che gli USA non verranno in soccorso di Israele perché Russia e/o Cina fornirebbero sostegno militare all’Iran” – “il risultato non sarebbe lo smembramento dell’Iran che desiderano gli Israeliani, ma un complicatissimo replay della guerra in Corea” – “un attacco all’Iran segnerebbe la fine di Israele” – “ci sarebbero terribili conseguenze per Israele…l’opinione pubblica statunitense si sentirebbe tradita” – “un attacco israeliano all’Iran sarebbe una catastrofe di proporzioni storiche che voterebbe Israele alla distruzione fisica e morale” – “non esiste una nazione che odia, ma solo un gruppo di individui con opinioni diverse. Non esiste una nazione terrorista e insinuare che ci sia significa giustificare la violenza contro degli innocenti. Il vero problema è la gente che crede al sensazionalismo e non pensa alle conseguenze delle proprie azioni. Attaccare l’Iran non renderà più sicuro Israele” – “Gli Israeliani celebrano i loro leader incompetenti e dissociati dalla realtà che li stanno portando rapidamente verso un’imminente distruzione. Una guerra con l’Iran è una guerra di troppo. Sarà l’ultima volta che il mondo consentirà ad una nazione ebraica di esistere” – “le conseguenze di un attacco all’Iran vanno ben oltre la sorte di Israele e la sua possibile distruzione” – “Netanyahu non sarà contento finché non avrà attaccato l’Iran: è una fissazione, la sua, una mania patologica. Inoltre gli serve qualcosa per distrarre l’attenzione internazionale dallo stato palestinese” – “Israele si prepara a rubare altra terra non appena sarà iniziata la guerra”.
Leggete attentamente e poi avvertite i vostri amici israeliani e palestinesi, prima che sia troppo tardi:

Più vicino ancora è l’autoattentato (false flag) che la scatenerà.
Ero e sono ancora convinto che per giustificare una guerra all’Iran serva un altro 11 settembre che implichi anche i “paesi canaglia” dell’America Latina (Venezuela e Cuba):
Avi Perry, già agente dell'intelligence israeliana, sul Jerusalem Post del 9 gennaio 2012, immagina uno scenario diverso e lo condivide con un candore disarmante: “L’Iran, proprio come la Germania nazista degli anni Quaranta, prenderà l’iniziativa ed “aiuterà” il presidente degli Stati Uniti e l’opinione pubblica americana a prendere una decisione, facendo la prima mossa ed attaccando una portaerei nel Golfo Persico. L’attacco iraniano alla nave militare statunitense servirà a giustificare una rappresaglia americana contro il regime iraniano. Il bersaglio non sarebbero le strutture nucleari iraniane, ma piuttosto la marina iraniana, le installazioni militari, le postazioni missilistiche, le piste aeree…la capacità iraniana di bloccare Ormuz. Poi sarebbe la volta del regime stesso. L’eliminazione delle strutture nucleari iraniane sarebbe l’atto finale, il gran finale. Se gli Stati Uniti avessero iniziato l’attacco esse sarebbero stati il primo obiettivo. Tuttavia, in questo scenario à la Pearl Harbor, in cui l’Iran lancia un attacco “a sorpresa” [il suo uso del virgolettato vale più di mille parole!] alla flotta americana, gli Stati Uniti avrebbero una motivazione impareggiabile per dare il colpo di grazia e porre fine a questi orribili giochetti….Gli Stati Uniti inciterebbero gli Iraniani a sollevarsi per sovvertire il corrotto regime fondamentalista islamico. Gli Iraniani risponderebbero in massa, le proteste riprenderebbero vigore e si congiungerebbero alla primavera araba, questa volta con il diretto appoggio degli Stati Uniti. Ironicamente…il regime iraniano provocherebbe la sua stessa rovina. Attaccare la flotta americana in acque internazionali equivale ad un attacco terroristico suicida”.
Moltissimi lettori di questo articolo del Jerusalem Post hanno mangiato la foglia e citato il precedente dell’incidente del Golfo del Tonchino, che servì da pretesto per l’intervento americano nel Vietnam:

O l’attacco israeliano alla USS Liberty:
Avi Perry continua spiegando che non si può consentire al regime di ottenere l’arma atomica, che lo renderebbe ancora più aggressivo di prima. Ma Stati Uniti, Unione Europea ed Israele non se la sentono di scatenare un conflitto, per paura dell’impatto negativo sull’economia che avrebbe la chiusura dello Stretto di Ormuz ed un’ulteriore guerra mediorientale. Con notevole ed inconsapevole autoironia, o smaccata ipocrisia, descrive il regime dei mullah come “accecato dalla sua capacità di intimidire, di imporre la sua volontà e di ignorare gli ammonimenti. Quel che gli Iraniani non hanno capito è che alcune delle linee che stanno per varcare sono rosse, rosso sangue”. È quasi incredibile che Perry non si renda conto del fatto che è esattamente quel che sta succedendo ad Israele, ormai in corsa frenetica verso l’abisso della sua distruzione:
Ecco le singolari conclusioni di Perry: “Nel 2012 assisteremo ad una nuova guerra. Questa volta sarà l’Iran a cominciarla. Questa volta gli Stati uniti risponderanno. Questa volta il regime iraniano si autodistruggerà. Questa volta la primavera persiana avrà successo. Questa volta la nube atomica iraniana evaporerà prima di piovere sugli infedeli”.

Tutta questa letale pagliacciata non potrà rendere meno incredibile una mossa suicida dell’Iran – barchini d’assalto contro portaerei nucleari! – che regali all’Occidente l’occasione che sta cercando da anni. Chi potrà credere ad una tale idiozia se non menti che hanno subito un fenomenale e criminale lavaggio del cervello in queste nostre società democratiche di nome, benché non di fatto?

Quanto alle prove della natura militare del programma atomico iraniano dopo il 2004, Robert Kelley, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha confermato l’impressione di Mohamed ElBaradei, anche lui un direttore generale dell’agenzia, che un documento del 2009 che dovrebbe essere la pistola fumante che rivela al mondo le imposture del regime iraniano è un falso, redatto da una persona la cui lingua materna non è il farsi e che ha impiegato un programma di scrittura arabo e non quello classico iraniano:
Ecco il documento in questione:
A dispetto della valutazioni degli esperti il documento fu pubblicato dal Times, che assicurò i lettori che si trattava di un testo autentico che confermava la pericolosità del regime.
Un documento privo di ogni intestazione ufficiale, numero, codice, datazione, sigillo o contrassegno, firma, designazione della sua fonte. Nessuna indicazione che attestasse la sua ufficialità e la sua origine! Scritto a partire da destra, come si è soliti fare nei documenti arabi, ma non in Iran. Scritto usando il font dell’alfabeto arabo e non quello farsi cosicché, ad esempio, mancano tutte le tilde laddove dovrebbero essercene e, in ogni circostanza, la lettera farsi “yeh” è scritta, erroneamente, con un carattere arabo e non con quello farsi. La numerazione è latina e non farsi. La punteggiatura è latina e non farsi. Ci sono diversi errori grammaticali, ripetuti e molto gravi (es. verbi al singolare per soggetti al plurale o cantonate ortografiche).
Nonostante queste incredibili anomalie, che testimoniano la sfrontatezza e dissennatezza israeliana – se uno prepara un falso di tale importanza da sottoporre al vaglio di un gruppo di esperti internazionali lo dovrebbe fare con tutti i crismi, se non vuole mettere in difficoltà i suoi complici e se non vuole insultare l’intelligenza degli scienziati e dell’umanità nel suo complesso –, l’esperto per l’Iran di un altro quotidiano britannico, il Guardian, ha corroborato la valutazione del suo collega al Times, ben sapendo l’importanza capitale di una tale scelta, che spinge il mondo verso una guerra dalle ramificazioni imprevedibili.
Questa decisione dimostra quindi due cose: che i principali organi di stampa occidentali non sono liberi e che esiste una chiara volontà di arrivare allo scontro, a qualunque costo. Lo ripeto, sperando che questa nozione entri finalmente nella testa della gente: alcuni tra i maggiori giornalisti occidentali stanno facendo quel che facevano i loro colleghi tedeschi sotto Goebbels, nel Terzo Reich – capovolgono la realtà per sospingere le masse nella direzione voluta. Se ci lascerete le penne sarà anche per colpa loro. Questa cosa dev’essere chiara una volta per tutte.
Kelley osserva che già una volta un documento contraffatto che riguardava delle fantomatiche armi di distruzione di massa servì per giustificare una guerra in Medio Oriente: quella in Iraq del 2003.
Eppure il nuovo direttore dell’AIEA, il giapponese Yukiya Amano, ha recuperato il falso dichiarandolo autentico e di importanza primaria per giudicare le intenzioni iraniane. 
Cosa ci dice questo? Che anche l’AIEA è al soldo dei guerrafondai:
Intanto il Giappone ha fiutato l’aria che tira, ha fatto i suoi conti e si è sfilato dallo schieramento anti-Iran, ripudiando il connazionale a capo dell’AIEA:

mercoledì 4 gennaio 2012

La prova che Israele è in mano ad una cricca di invasati antisemiti




Un’idea folle, la cosa più stupida che abbia mai sentito.
Meir Dagan, ex capo del Mossad, in merito all’ipotesi di un attacco all’Iran, 8 maggio 2011
L’Iran non rappresenta una minaccia per l’esistenza di Israele.
Ephraim Halevy, predecessore di Dagan, 4 Nov 2011
Probabilmente lo farei. Non m’illudo che [gli Iraniani] lo facciano [procedano con il programma nucleare] a causa di Israele. Si guardano attorno, vedono che l’India è una potenza nucleare, la Cina è una potenza nucleare, il Pachistan è una potenza nucleare, per non parlare dei Russi.
Risposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele, a Charlie Rose (PBS), che gli aveva chiesto se non avrebbe voluto anche lui delle armi atomiche, se fosse stato un ministro del governo iraniano, 17 novembre 2011.
Un Iran dotato di bombe nucleari non costituisce necessariamente una minaccia esistenziale per Israele…L’espressione “minaccia per la nostra esistenza” è usata a sproposito.
Tamir Pardo, successore di Dagan, 29 dicembre 2011
Ne consegue che qualunque attacco preventivo all’Iran sarà il risultato del fanatismo e della megalomania autodistruttiva di politici decerebrati e forse persino psicopatici che rappresentano la peggiore minaccia all’incolumità degli ebrei di tutto il mondo dai tempi di Hitler.

mercoledì 28 dicembre 2011

Hofer contro Napoleone




Per Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, “l’idealismo di Andreas Hofer è un esempio sublime che ha segnato la storia della nostra terra”. Quello di Hofer è un esempio “anche per le future generazioni che non debbono mai scordare né l’ottimismo nell’impegno quotidiano a difesa degli ideali e dell’Heimat, né il coraggio della fede che deve restare un riferimento chiaro e incancellabile della cultura cristiana di questa nostra terra” (“Schützen e Svp più vicini: è il «miracolo» della Heimat”, Alto Adige, 20 febbraio 2006). Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, ha dichiarato che: “Andreas Hofer è un mio eroe fin da quando ero bambino” (“Anche il sindaco di Bolzano commemora Hofer”, Alto Adige, 20 febbraio 2011).
La beatificazione laica della quale è stato oggetto Andreas Hofer, “Eroe della Fede” e Guglielmo Tell-Braveheart tirolese, nel corso delle celebrazioni per il bicentenario dell’insurrezione da lui guidata, ha sollevato delle perplessità. Stiamo infatti parlando di un capopopolo con il vizio del bere che si oppose valorosamente all’imperialismo napoleonico, pur sapendo che Vienna l’aveva ormai abbandonato al suo destino. La sua rivolta di popolo – al grido di Dio, Patria e Famiglia – doveva però fungere da baluardo contro l’avanzare dell’idea di diritti civili, per gli individui, per le donne, per i bambini e per le minoranze religiose ed etniche (Ebrei, Protestanti, Karrner, Rom e Sinti, ecc.), e poi del diritto internazionale, della separazione tra Stato e Chiesa, dello smantellamento del monopolio delle corporazioni, dell’obbligatorietà delle vaccinazioni antivaiolose, ecc. Gli obiettivi dei patrioti tirolesi erano tanto angusti quanto le valli dalle quali provenivano, ma gli obiettivi dell’imperialismo umanitario e civilizzatore franco-bavarese non erano meno rovinosi. È qui che vanno trovate le radici dell’attuale impasse.
A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.
Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù ad intercedere tra il credere e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch”
La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu anche un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare come un burattino quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Cole, 2000).

Fin dalle prime battute le manifestazioni sono organizzate secondo i canoni dei processi di nazionalizzazione delle masse. Nel nostro caso si tratta della nazione tirolese, della sua unità, che viene ricercata nell’identità culturale. Siamo in linea con l’idea völkish: si afferma cioè l’unità di un Volk non solo nella sua lingua, ma anche nella sua visione del mondo. Si è tirolesi perché si è religiosi, perché non si concepisce una comunità che non sia permeata di religiosità; si è tirolesi perché si mantengono i legami con la civiltà preindustriale, con il mondo contadino, con le corporazioni artigiane. In questo quadro assume forza e carattere il concetto di autonomia del Tirolo e si definisce il profilo della “libertà” tirolese che non va confuso con quello cosmopolita della migliore tradizione borghese e liberale. La figura di Andreas Hofer diventa il veicolo di questa Weltanschauung… 
(Claudio Nolet, cf. Faustini, 1985, pp. 6-7).

Un metodo che funziona ancora oggi. Questo perché gli esseri umani sono animali simbolici; non viviamo in una nicchia ecologica, viviamo in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Perciò chi controlla i simboli controlla gli esseri umani. 
Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina, al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della sua mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e non-cattolici, la sua scarsa mobilità sociale e la soppressione del criterio meritocratico (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era pre-industriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, immediatamente catalogato come anti-sistemico, anti-edenico (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003).

In questa insurrezione hoferiana v’è un aspetto che merita di essere rilevato: manca, pressoché del tutto, la componente socioeconomica della lotta di classe…Anche il popolo minuto del Trentino che si batteva per la conservazione di un ordine sociale nel quale si trovava pesantemente penalizzato rispetto ai ceti privilegiati per poteri e per ricchezza...rare le manifestazioni di aspirazioni ugualitarie sul piano politico-giuridico e rare anche quelle sul piano economico per una redistribuzione della ricchezza da ottenersi con provvedimenti normativi o con la violenza di moti di piazza (Corsini, 1991, p. 221).

Andreas Hofer è, ieri come oggi, suo malgrado, il simbolo della polarità dell’integralismo intollerante, di una fede arrabbiata che non ammette repliche, antitetica alla laicità democratica, che tutela i credenti dai noncredenti e vice versa. Il simbolo di chi confonde potere e virtù, di chi crede di essere dalla parte di Dio e che la sua missione consiste nel realizzare una Società Cristiana in terra, di chi crede che il fuoco si combatta col fuoco, che per difendere i propri valori si possano compiere azioni che li tradiscono, che è giusto costringere gli altri a credere nelle stesse cose, negli stessi principi, nella stessa missione, per il loro bene. Il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini, 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer ma, a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse.
Ho scritto, “suo malgrado”, perché “Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia” (Oberhofer, 2010), uno studio sapiente e circostanziato degli scritti del patriota tirolese (680 documenti tra lettere, appunti ed atti), ad opera di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, tratteggia la figura di un uomo semplice, di buon cuore, retto e sincero, modesto e di grande abnegazione, di discreta cultura (parlava trentino, veneziano, tirolese e tedesco, sapeva leggere e se la cavava con la scrittura), generalmente sollecito nei confronti degli altri, anche dei nemici, certamente non una testa calda e con un temperamento tutt’altro che brutale. Un uomo che, in altre circostanze, avrebbe optato, mitemente, per il motto “vivi e lascia vivere” e gioito di ciò che la vita gli avrebbe riservato, apprezzando il buon cibo, il buon bere e la buona compagnia. Era però anche un uomo ingenuo, vulnerabile, superstizioso, estremamente insicuro, impulsivo, tormentato dall’insicurezza economica, non particolarmente coraggioso (almeno fino al momento dell’esecuzione, dove invece tirò fuori l’eroe che c’era in lui). Era una personalità facilmente manipolabile che “non aveva il minimo orgoglio e lasciava che gli altri gli dessero consigli e istruzioni”, che “deve sempre porsi dalla parte di chi, del suo entourage, lo mette in buona luce”, cosicché  “chi sapeva colpire il suo cuore aveva gioco facile”. Questa, a grandi linee, era anche l’opinione che si era fatta di lui lo storico trentino Umberto Corsini. Il 2 novembre 1809, quando le cose volgevano decisamente al peggio, Hofer inviò due delegati per trattare la resa e chiedere perdono, ma pochi giorni dopo si contraddisse, lanciando un appello che incitava la popolazione ad una rivolta permanente e suicida. A chi lo interrogava, l’oste rispondeva: “Sono sopraggiunti dei mascalzoni da Bressanone che mi hanno obbligato a lanciare un nuovo appello al popolo. A lungo ho opposto resistenza, ma dovevo farlo altrimenti mi avrebbero ucciso”. Lo storico austriaco osserva che le sue missive diventano progressivamente confuse e contorte e che è lecito supporre che alcune lettere ed atti gli siano stati estorti ed altri falsificati.
Così c’è un Hofer che predica la clemenza e la compassione verso i prigionieri, da trattare “secondo il diritto delle genti”, ed un Hofer che esorta al linciaggio di chi, tra gli stessi Tirolesi, “non si adopera per la nostra giusta causa” e perciò “non va risparmiato, giacché il nostro agire è cristiano”. C’è un Hofer che invoca la giustizia sociale e l’uguaglianza, ma poi scrive: “combattiamo solo per Dio e per la fede, non per il paese e la gente”. C’è un Hofer che raccomanda di rispettare gli Ebrei ed un Hofer che li discrimina. A questo proposito, Oberhofer suggerisce che questi proclami vessatori “possono essere stati prodotti del tutto liberamente dai consiglieri”. E dunque? Abbiamo forse celebrato il bicentenario di un incolpevole burattino, vittima della più bieca Realpolitik?

venerdì 9 dicembre 2011

Il pacifismo filonazista di Jean Giono


Siamo i Visitors…veniamo in pace…sempre

Anna – “V”

La grande catastrofe collettiva è più un effetto che una causa. Non è il cielo che la invia, assolutamente. Sono gli uomini che vi si precipitano e la trattengono. È il prodotto, questa la morale della storia, del loro egoismo innato, della loro incapacità a uscire da se stessi, della riduzione della loro vita a dei bisogni elementari. Se non pensano che a salvare la loro vita, quella del clan familiare, sono marchiati da un segno fatale, non riusciranno a sfuggire. Se, al contrario, guardano al di là del loro orizzonte individuale…accumulano tutte le possibilità dalla loro parte
Benedetta Fanizza, “Jean Giono: la ricerca della felicità in Le Hussard sur le toit”, 2002.

Jean Giono (1895-1970) è l’autore del celebre “L’Ussaro sul Tetto” (1951) e de “L'uomo che piantava gli alberi” (1953). Fu anche un collaboratore di Vichy, ossia del Terzo Reich.
Quegli intellettuali e scrittori che collaborarono con il nazismo lo fecero adducendo motivazioni diverse, ma i meccanismi psicologici che li spinsero a farlo erano molto simili, così come la loro abilità nel rimuovere le conseguenze pratiche del loro comportamento. Nel caso di Jean Giono il pacifismo integrale, l’idealizzazione della vita rurale (“il ritorno alla terra”) e lo scetticismo verso il metodo democratico e la modernità in generale lo consegnarono anima e corpo al regime fantoccio di Vichy e al Terzo Reich. Veterano di Verdun, negli anni Trenta, durante l’estate, radunava un circolo di intellettuali pacifisti nel villaggio di Contadour, raccogliendo le loro riflessioni negli Ecrits pacifists. Nel 1939 fu arrestato per attività antimilitari ed antipatriottiche. Nel 1944 fu arrestato nuovamente, questa volta per collaborazionismo e forse per proteggerlo dalle possibili rappresaglie dei partigiani francesi. Durante la guerra aiutò degli Ebrei e dei comunisti, perché erano dei conoscenti, non perché simpatizzava per la causa di chi combatteva il nazismo. Nei suoi diari comunicava il suo disprezzo verso chi resisteva all’occupazione e la sua crudele indifferenza alla sorte degli Ebrei. Non criticò in una sola occasione i Tedeschi. In un intervista del 1941 definì Hitler un “poète en action’: “che cos’è Hitler se non un poeta in azione?”.
Elogiava costantemente i motivi ruralisti della propaganda di Vichy, che vedeva come un regime che poteva restituire i Francesi al legame con la terra, con le radici. Non condannò mai il trattamento riservato agli Ebrei dalle autorità di Vichy, che anticiparono persino i desideri degli occupanti nazisti, per poterli meglio compiacere, emanando leggi più severe di quelle in vigore in Germania
Quando, nel gennaio del 1944, un ex partecipante agli incontri di Contadour, Vladimir Rabinovitch, gli chiese di schierarsi a sostegno degli Ebrei, gli rispose – queste le sue parole trascritte nella pagina di diario del 2 gennaio, che: “non mi interessava nulla, che degli Ebrei me ne frega quanto delle mie prime mutande [‘je me fous des Juifs comme de ma première culotte’], che nel mondo ci sono cose più importanti da fare che preoccuparsi degli Ebrei. Che narcisismo! Per lui gli Ebrei sono l’unico argomento di discussione. Quanto a me, intendo occuparmi di ben altro”.
Giono aveva paura. Lo ammise lui stesso: “non sono proprio coraggioso”.
Traumatizzato dall’esperienza della Grande Guerra, era ossessionato dalla sua sopravvivenza fisica. Nel 1934 scriveva: “non posso dimenticare la guerra. Mi piacerebbe farlo, posso anche trascorrere due o tre notte senza pensarci e poi improvvisamente la rivedo, la risento, la rivivo. E questo mi spaventa. Durante la guerra ero spaventato, tremavo, me la facevo addosso…Preferisco pensare alla mia felicità. Non voglio sacrificarmi”. Questa sua ossessione eclissava la voce della sua coscienza. Scriveva: “vivono solamente quelli che non fanno la guerra, nessuna guerra” (‘Seuls vivent ceux qui ne font pas la guerre, aucune guerre’). Per questo si astraeva emotivamente da tutto ciò che lo circondava. Chiuse occhi, orecchi e bocca, mise a tacere la voce della coscienza, aspettando che passasse la buriana.
Per lui il pacifismo divenne sinonimo di non-resistenza al male. Approvava il non intervento nella guerra civile spagnola, che favorì il colpo di stato franchista contro un governo legittimamente eletto, lasciando impuniti fascisti e nazisti. Per Giono democrazia e dittatura pari sono. La sua opposizione al fascismo passava in secondo piano rispetto all’opposizione alla guerra. Un’opposizione peraltro debole, visto che non si astenne dal frequentare i circoli dei collaborazionisti più inveterati, dallo scrivere per quotidiani e pubblicazioni collaborazioniste, dal godere di buona stampa su quelle naziste e dall’incontrare le autorità occupanti nel maggio del 1944, quando era chiaro a tutti che avrebbero perso la guerra. Fu premiato con ripetuti inviti a Weimar per celebrare il Nuovo Ordine Europeo di Hitler. Nessuno lo costrinse a farlo, fu una sua libera scelta, una scelta di complicità mascherata.
In virtù del uso pacifismo integrale, Giono non riuscì mai a vedere la Resistenza che come una forma di guerra e tutte le guerre per lui erano sbagliate a prescindere. Meglio la Pax Nazista ad uno stato di conflittualità: “Per quel che mi riguarda, preferisco essere un Tedesco vivo piuttosto che un Francese morto”. Riuscì persino a rammaricarsi dello sbarco in Normandia degli Alleati, perché avrebbe riportato la guerra in Francia: “non faccio alcuna differenza tra Tedeschi ed Anglo-Americani, si assomigliano”.
Un gruppo di sicofanti lo spinse ad indossare i panni di saggio e profeta della sapienza bucolica ma, a dispetto del suo impegno pacifista, Giono approvava la prospettiva di una rivolta contadina, anche di indomita crudeltà, che spazzasse via la modernità urbana ed imponesse la sua idea di arcadia, internando i governanti di allora nei manicomi. L’ontologica purezza dell’ambiente rurale era da lui contrapposta alla congenita impurità di quello urbano. Negli anni Trenta avvertì i suoi corrispondenti ed interlocutori che si avvicinavano tempi terribili. Celebrò gli accordi di Monaco, che invece servirono unicamente ad eccitare la voracità di Hitler e del Terzo Reich. Non vide alcuna ragione per cui i Francesi avrebbero dovuto combattere per la libertà della Cecoslovacchia.
Per lui, nel 1939-1940, i governanti francesi erano tanto colpevoli quanto quello nazisti per la distruzione della guerra. Eppure, quando lo stato lo richiamò alle armi, nel settembre del 1939, dimenticò subito il suo volantinaggio antimilitarista dei giorni e mesi precedenti e si presentò al comando dell’esercito, dove gli assegnarono la mansione di segretario. I suoi amici pacifisti restarono senza parole.
Frequentò assiduamente diversi esponenti della Rivoluzione Nazionale (Vichy) e, nei primi giorni dell’Occupazione, si tinse i capelli di biondo e li fece tornare grigi solo in seguito alla Liberazione. Neppure i suoi famigliari credettero alla scusa del sole che gliene aveva schiarito delle ciocche, costringendolo ad uniformare il colore della chioma.

Bibliografia
Richard J. Golsan, French Writers and the Politics of Complicity: Crises of Democracy in the 1940s and 1990s, Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2006.
Richard J. Golsan, “Of Jean Giono and Collaboration: A Response to Meaghan Emery”, French Historical Studies, 33:4 (Fall 2010): 605-624.
Julian Jackson, “The Rural Fantasies of Jean Giono”, H-France Salon, vol. 2, issue 1, #2, 2010

martedì 6 dicembre 2011

Moschee tra meli e vigneti - Islamofobia



Io rifiuto questo ordine costituito e questa pace sociale frutto della falsità, della viltà, della paura e del cedimento agli estremisti ed ai terroristi islamici. Io condanno questa classe di politicanti ignoranti, vili, egoisti, miopi e suicidi. Io ho orrore di questa sedicente civiltà laicista, relativista, negazionista, nichilista, multiculturalista, disfattista, che all’insegna dell’islamicamente corretto si è arresa all’ideologia della morte e ci sta trascinando nell’era dell’oscurantismo e della barbarie.
Magdi Allam

Magdi “Cristiano” Allam, come troppi altri “cristiani”, era distratto, in classe, quando insegnavano la tolleranza. Ma si può sempre rimediare: la vita è una grande lezione.

Da alcuni anni in Europa è in corso un intenso dibattito sull’impatto dell’immigrazione di massa e dell’Euroislam. Si tratta di un evento epocale ed il problema è reale: quanti immigrati musulmani sono davvero disposti ad integrarsi? La risposta dipende naturalmente da come i nuovi residenti percepiscono il luogo in cui vivono. Se si troveranno bene, metteranno su famiglia e se i loro figli decideranno di porre il Trentino, per fare un esempio, al centro del loro progetto di vita, allora saranno a tutti gli effetti Trentini. Tuttavia alcuni Trentini si oppongono alla costruzione di moschee sul “sacro suolo trentino”, paventando l’avvento di una fantomatica Eurabia, un presunto complotto finanziato dai petrolieri mediorientali intenzionati ad imporre un Califfato sul nostro continente. Altri più semplicemente giudicano l’Islam incompatibile con la democrazia o con l’identità trentina. Eppure per lungo tempo ci si è chiesti se lo stesso Cattolicesimo fosse compatibile con la democrazia, citando ad esempio i colpevoli silenzi ed i taciti assensi del Vaticano nei confronti delle politiche più reazionarie ed autoritarie, in Europa come in America Latina. Una parte importante della Chiesa Cattolica, dalla Rivoluzione Francese in poi, si convinse che la democrazia era il primo passo verso il relativismo, la laicità, il materialismo, l’agnosticismo, l’ateismo ed il comunismo. Per evitare questi sviluppi, si poteva e si doveva ricorrere al pugno di ferro di un regime autoritario (Corrin, 2002) anche se ciò significava essere fin troppo compiacenti nei confronti delle dittature nazi-fasciste (Portelli, 2001) e negare alle minoranze confessionali ed in particolare agli Ebrei i diritti civili sanciti dalle costituzioni europee (Dietrich, 2002), magari tenendoli rinchiusi nei ghetti, in modo da evitare che contagiassero i Cristiani con i loro ideali di modernità cosmopolita e liberal-democratica (Kertzer, 2001).
Non è difficile notare le similarità tra il senso di coinvolgimento in una battaglia cosmica tra Bene e Male che caratterizzò la Chiesa dell’Ottocento e del Novecento e la sensazione di molte guide spirituali musulmane che la modernità consumistica e secolarizzante euro-americana, dopo aver indebolito la cristianità, stia aggredendo i fondamentali dell’Islam, anche tramite l’occupazione militare dei suoi luoghi sacri. Quando questa convinzione si fa strada, la via è aperta per l’uccisione di innocenti in nome della sopravvivenza dell’Istituzione e dei valori dei quali essa si fa portavoce. Non è una questione di fede, ma di identificazione simbolica collettiva e di appartenenza. D’altra parte in numerosi casi solo una minoranza di credenti è d’accordo con certe posizioni ufficiali del Vaticano. Non sarebbe dunque ragionevole concludere che le opinioni di alcuni imam, tra migliaia di imam, non debbano per forza rappresentare né verosimilmente rappresenteranno mai il punto di vista maggioritario dei musulmani e specialmente degli euromusulmani?
C’è chi denuncia l’assenza di chiese nei paesi musulmani per concludere che questa è una ragione sufficiente per impedire la costruzione di moschee in Trentino. Queste obiezioni ignorano il fatto che l’unico paese al mondo a maggioranza musulmana dove non si possono costruire chiese è una teocrazia alleata di ferro dell’Occidente Giudeo-Cristiano, ossia l’Arabia Saudita, per volontà della famiglia reale. Per di più questo ragionamento lascia intendere che abbassarsi al livello di una teocrazia islamista è perfettamente legittimo, anzi auspicabile. Si regredisce agli albori della filosofia morale, alla legge del taglione. Negli altri paesi musulmani esistono chiese, scuole e strutture ospedaliere e caritatevoli cristiane. Quindi, anche solo in nome della reciprocità, per non parlare dell’obbligo di tutela dei diritti civili dei nostri concittadini di religione musulmana, sarebbe giusto e doveroso consentire che sorgano istituzioni musulmane in Italia ed in Trentino. Infine, come ignorare il dato storico che la libertà di professare la propria fede, un motivo di vanto delle culture europee, è stato conquistata a dispetto dell’opposizione della Chiesa Cattolica? Sono argomentazioni di buon senso che non smuoveranno però le coscienze di chi non vuole lasciarsi convincere né dai laici, né dai parroci (definiti “comunisti”!), né dalla posizione ufficiale del papa stesso, che ad Istanbul ha pregato assieme al Gran Muftì in direzione della Mecca. Evidentemente, agli occhi di questi fanatici di casa nostra, anche il Sommo Pontefice sbaglia, sviato dai traditori della cristianità, la quinta colonna di Eurabia in Europa. Questi fondamentalisti identitari temono che tra alcuni anni l’identità europea e quella trentina saranno rese irriconoscibili, anche se nessun Trentino saprebbe individuare una definizione condivisa di identità trentina.
Il buon senso è inviso a chi ha già stabilito preventivamente la colpevolezza di imputati che non hanno ancora neppure compiuto un reato, se non quello di essere nati in una famiglia musulmana o di esserlo diventati.
Oggi si attaccano i musulmani in nome della libertà d’espressione, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze patite dai musulmani moderati che si trovano tra i due fuochi dell’estremismo cristiano ed islamico, accusati da entrambi di essere nascostamente in combutta con i rispettivi nemici. La destra anti-islamica si trova in una posizione di forza proprio perché, dichiarando di essere scesa in campo a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza e del fondamentalismo, impiega il linguaggio dei diritti civili, storicamente avversato dalla destra stessa, ma ampiamente condiviso dall’opinione pubblica, come un’arma moralmente incontestabile. Di contro la sinistra si trova spiazzata, perché pur condividendo la lealtà ai principi costituzionali, teme che schierandosi a difesa della minoranza islamica rischierebbe di indebolirli o comunque di tradirne lo spirito. Come condannare certe pratiche musulmane senza portare acqua al mulino della destra? Così quest’ultima continua a mantenere l’iniziativa, mentre le iniziative della sinistra denotano chiari segni d’impotenza. Una sinistra che perde consensi e, non intervenendo perentoriamente, permette ai rivali politici di trasformare gli ideali universalistici dell’Illuminismo in pilastri del nazionalismo xenofobo, in un “fondamentalismo illuminista” – che però non deve intaccare le “radici cristiane” dell’Europa – all’insegna della contrapposizione tra i “nostri valori” ed i “loro valori”. Questo, naturalmente, è il più indecente tradimento dello spirito dell’Illuminismo, che valorizzava sopra tutto il resto il diritto di ciascuno di scegliere il proprio percorso esistenziale e spirituale, a patto che non si violasse il diritto altrui di fare lo stesso.
Tuttavia un vasto consenso su che cosa s’intenda per violazione è difficile da individuare, così la mera esistenza di una consistente minoranza di non-cristiani è additata come una minaccia per il diritto dei Cristiani di professare la propria fede. Le obiezioni della sinistra sono respinte come l’ennesima manifestazione di debolezza ed arrendevolezza, in contrasto con la schietta e virile franchezza realistica della destra, che ha il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, facendosi portavoce della gente comune.
Così si glissa convenientemente sul fatto che la sinistra è parimenti contraria all’estremismo e si batte da sempre per i diritti dei membri più vulnerabili della società e sul fatto che l’Illuminismo era e rimane una battaglia contro ogni dogmatismo, perché lo zelo ideologico quasi sempre distorce e compromette anche i valori più condivisibili. Nel caso del “fondamentalismo illuminista” messo in campo dalla destra, l’individualismo etico promosso dai pensatori illuministi, ossia il principio secondo cui ogni essere umano è autonomo e viene prima delle collettività, evapora di fronte alla conclamata e categorica lealtà alla Patria, alla Civiltà Europea ed alla Cristianità, ed all’imperativo della lotta contro il Velo, la Tradizione Coranica , la Cultura Musulmana ed il Fondamentalismo, la radice di ogni male.
Il fatto che l’Islam e le sue pratiche siano estremamente eterogenei al loro interno, come dovrebbe risultare evidente a chiunque consideri la sua estensione geografica (che ora include anche l’Europa e gli Stati Uniti) e la varietà degli accadimenti storici e dei mutamenti sociali che ne hanno segnato l’evoluzione, è un aspetto che non viene preso nella giusta considerazione. È molto più semplice adattare i fatti alle idee piuttosto che fare il contrario. In questo modo è anche più facile mobilitare tutte le forze disponibili in una guerra combattuta contro un Nemico Assoluto e Monolitico, piuttosto che contro una realtà sfaccettata e contraddittoria.
Questo modo di interpretare la realtà odierna e le sue sfide altro non è se non l’ennesima variazione sul tema del fondamentalismo culturalista. Ciò è testimoniato dal fatto che se esponenti della Chiesa Cattolica rendono pubbliche le proprie opinioni omofobiche o misogine, la reazione non è mai scomposta come quando le stesse affermazioni provengono da un musulmano. Niente di cui sorprendersi, visto che il problema che fronteggiamo non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è forte in società come quelle dalle quali provengono la maggior parte degli immigrati, musulmani e non, che si sono attardate sulla strada dell’emancipazione degli individui, ma che è tutt’altro che assente nella nostra.
Se ci lasceremo sommergere da questo tipo di retorica, gli effetti non potranno che convergere verso l’istituzione di una “democrazia” populista, legata ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita di minoranze e soprattutto individui che si facciano sentire e si facciano valere, in funzione di stimolo al confronto, e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze. Questo è quel che si è fatto in Canada e negli Stati Uniti, dove la forte minoranza musulmana (circa 8 milioni di praticanti) non ha mai costituito un problema, né prima né dopo l’11 Settembre; un po’ com’era il caso degli euromusulmani prima di quella fatidica data. È anche quel che si cerca di fare in India, con i suoi 150 milioni di musulmani, in Indonesia, la democrazia musulmana più popolosa del mondo ed in Bangladesh, un’altra democrazia dove l’85 per cento della popolazione è musulmano.
Che ci piaccia o no i Musulmani sono ormai parte dell’Europa e del Trentino e l’unica reale minaccia al nostro stile di vita ed ai valori democratici proviene da noi stessi. Il panico esistenziale che si è impadronito di molti Trentini è infondato, ma è un’evoluzione naturale ed inevitabile della trasformazione che sta subendo la società trentina e che fa temere a molti che le loro stesse vite saranno sommerse e dominate da dei forestieri, che saranno esautorati della propria identità, spinti lungo la china dell’estinzione. È la stessa paranoia che tormenta i sonni di molti Sudtirolesi di lingua tedesca e che giustificava, ai loro occhi, gli attentati dinamitardi contro i simboli dell’italianità. La paura, il sospetto ed il desiderio di separazione fisica contribuiscono ad impedire ai nostri concittadini di religione musulmana di sentirsi davvero a casa, cioè di integrarsi. Le moschee, come le chiese, fanno respirare aria di casa a milioni di persone, quindi è bene che ci siano. Un attacco generalizzato all’Islam può solo estraniare quella maggioranza moderata che è la nostra naturale alleata. Se ce la rendiamo ostile sarà solo colpa nostra.

sabato 3 dicembre 2011

Magdi Allam - Viva Israele (recensione del 2008 per "Trentino")




Di fronte al fondamentalismo islamico, due sono le reazioni più comuni: cercare di comprenderne la natura per poterlo meglio contrastare e neutralizzare, oppure bollarlo come un indecifrabile male assoluto, legittimando così qualunque azione preventiva o punitiva. Magdi Allam ha scelto questa seconda via e merita la nostra attenzione, perché interpreta e riepiloga le paure e le convinzioni di milioni di persone.

Il vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera descrive la sua più recente pubblicazione, “Viva Israele”, come un “inno alla vita di tutti”, perché “quando si nega il diritto alla vita di Israele si innesca un meccanismo che si ritorce contro tutti, cattolici, musulmani ed ebrei”. Prova ne sia che Hamas, un’organizzazione che nega il diritto di esistere di Israele, sta rendendo impossibile la vita agli stessi Palestinesi.

Allam parla di una civiltà dell’amore e della vita, incarnata dall’Occidente e da Israele, vero “discrimine tra la civiltà e la barbarie, tra la cultura della vita e la cultura della morte, tra il bene e il male”, che però non esclude l’uso preventivo della forza contro le presunte fucine del terrorismo internazionale. Si scaglia contro il terrorismo dei taglialingua, “quelli che in cambio della nostra sopravvivenza fisica ci impongono un’esistenza da zombie, senza diritto di parola e movimento” e ci impediscono così di essere noi stessi. Per Allam “non si può scendere a compromessi con loro, pena la perdita della nostra dignità e libertà”. Chi lo fa, immedesimandosi nel sentire comune di un Occidente “pavido e spaventato”, si mette nella posizione di chi nutre un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo.

A questo punto l’analisi di Allam purtroppo s’interrompe, quasi schiacciata dall’enormità di un’entità imperscrutabile: l’odio. Allam non s’interroga, si barrica dietro all’eterna contrapposizione tra Civiltà della Vita e dell’Amore e Civiltà dell’Odio e della Morte, che assomiglia molto al Misterium Iniquitatis cattolico, l’insondabile mistero sull’origine ed il significato del male nell’uomo. In questo modo sancisce la futilità di ogni tentativo di capire le cause di efferatezze - che lui giustamente condanna senza appello - se non altro per contrastarle e prevenirle. 

Rifiutandosi di comprendere gli altri, Allam rinuncia anche a comprendere se stesso. La sua autobiografia è infatti una pubblica sconfessione di tutte le sue credenze giovanili, che esclude ogni dialogo con il suo passato, che pure gli ha trasmesso una certa rigidezza intellettuale. Il suo stile tribunizio purtroppo trasmette la sensazione che il mondo intero sia ostaggio di fondamentalismi monoteistici, di dogmi contrapposti, di oscuri complotti internazionali volti all’islamizzazione dell’Europa e che l’unica soluzione sia aggrapparsi ad idee astratte come “umanità”, “amore”, “sacralità della vita”, “libertà, “orgoglio”, “verità”. Nel suo libro egli spiega che “Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale”, mentre in un suo recente intervento a Levico ha dichiarato di essere “orgogliosamente fazioso, perché sono sempre dalla parte della vita e della verità…senza accettare alcun compromesso”.

Ma storicamente questa via conduce all’inaridimento dell’autonomia di giudizio e della volontà di intendere le ragioni altrui, a rinchiudersi nella propria fortezza di inespugnabili certezze e, non ultimo, allo stravolgimento dei fini e della pratica del giornalismo.

Così, Allam, che pure è chiaramente in buona fede, confonde l’esigenza di comprendere le cause di un fenomeno globale come l’estremismo islamico con l’arrendevolezza e la connivenza. Ma chi tradisce la propria civiltà: chi evidenzia come il fondamentalismo sia più virulento proprio laddove astuti autocrati strappano importanti avalli politici occidentali in cambio della promessa di tenere a bada il fondamentalismo stesso (es. Musharraf in Pakistan e la famiglia reale saudita) – il classico serpente che si morde la coda – o chi nega il valore della conoscenza? Come si spiega dunque che la “civiltà dell’amore e della vita” finanzia ed appoggia pubblicamente degli spietati tiranni? E come si spiega lo schietto ed a tratti delirante fanatismo di chi scrive quotidianamente al forum di Allam, ambiguamente intitolato “Noi e gli altri“?

La maggior preoccupazione di Allam deriva invece dalla sua convinzione che l’Europa sia già “una roccaforte dell’estremismo islamico”, che “nella maggior parte delle moschee italiane si predica l’odio, l’antisemitismo e l’avvento di un califfato globale…perché si tratta di centri di indottrinamento ideologico” e che questa minaccia è ancor più terribile in una società italiana malata di sensi di colpa ed autolesionismo, e quindi incapace di reagire.

Allam, che pure è a contatto con persone intellettualmente eccezionali, non sembra rendersi conto della falsa semplicità della sua visione del mondo, in tutto e per tutto analoga a quella di alcuni tra i suoi critici meno articolati. Nel testo egli cita autori ed esperti quasi esclusivamente per denigrarli, non acclude una bibliografia, non dà scampo a chi vorrebbe controllare la veridicità e la credibilità delle sue fonti. In pubblico invece reagisce alle osservazioni di chi lo critica, anche garbatamente, come se fosse invariabilmente oggetto di attacchi personali o ideologici. Eppure il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di provare a capire le ragioni degli altri, buone o cattive che siano, per aiutare i lettori a formarsi una propria opinione.

George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Per questo dobbiamo ascoltare e leggere Allam con grande attenzione: proprio per evitare che slogan come “Viva Israele” divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento.