1. Partiamo
subito dal suo libro. E’ felice autore di “Oligarchie per popoli superflui”
della casa editrice Koinè. In che senso superflui? Almeno detengono qualche
minimo potere?
R. – Che potere
vuole che detengano i popoli, dato che gran parte delle decisioni importanti
sono prese a porte chiuse, che gran parte della ricerca scientifica,
tecnologica e militare si fa in segreto, che la metà della popolazione non è in
grado di capire un articolo di giornale di media difficoltà, che sì e no il 7%
della gente legge libri, e forse l’1% si documenta in qualche modo sui fatti
economici e geostrategici rilevanti? E che dire dell’Italia, che ha un livello
culturale particolarmente basso e una scuola particolarmente degradata?
Il potere
reale è in mano ai grandi cartelli della moneta, del credito, delle materie
prime, dell’informazione, della tecnologia. E’ sociologicamente acquisito,
oltreché empiricamente evidente, che non esistono e non sono mai esistiti,
nelle società strutturate, sistemi di potere governati dal basso, ossia
sostanzialmente (e non solo formalmente) democratici. Negli USA, ad esempio, il
potere è in mano a quella che la sociologia definisce power élite, formata dai
vertici della finanza, della politica e delle forze armate. In essa si entra
soltanto per cooptazione. Gli atti e i programmi di questo potere vengono
decisi dietro porte chiuse, non pubblicamente, e sovente nemmeno in forma
scritta. Tra il luglio 2003 e il luglio 2007 la Fed ha creato liquidità per
16.000 miliardi di dollari senza nemmeno dirlo (Audit GAO 2011).
[qui è
possibile che ci sia un errore cronologico. Rimando alla nota a conclusione dell'articolo perché la questione è particolarmente interessante e a dir poco sconvolgente*]
La BCE non
rilascia il dato sui prestiti che concede. Nelle elezioni popolari, solo
piccole frazioni di potere reale vengono messe in gioco. Le decisioni di
politica economica, i grandi indirizzi, le grandi manovre che interessano la
vita della gente, sono stabilite segretamente e portate avanti da organismi non
elettivi, non responsabili, non trasparenti, come i direttorii delle banche
centrali, i vari G2, G7, G8, G20. O i Gatt e Gats, il FMI, il WTO…
Ciò premesso,
nel corso dell’ultimo centennio è avvenuto un cambiamento fondamentale nel
sistema di potere: oggi, il potere non è più suddiviso tra molte oligarchie
nazionali e territoriali, ma concentrato in poche organizzazioni globali,
monopolistiche di risorse primarie, come la moneta, il credito, le commodities.
Non è più legato a territori specifici o popoli specifici, ma è extraterritoriale,
smaterializzato, informatizzato, finanziarizzato. Non ha più bisogno di grandi
masse di combattenti, agricoltori, operai, coloni, elettori. In questo senso, i
popoli sono divenuti superflui, sostituibili, expendable [sacrificabili]. Anzi,
sono un problema ecologico, in termini di inquinamento ed esaurimento delle
risorse, ma anche di instabilità, dovuta ai conflitti per il possesso dell’acqua
e di altre risorse sempre più scarse.
2. Crisi di
liquidità: Lei dichiara che gli interventi montiani significano fare un
salasso a una persona che sta morendo di anemia. Afferma che
questa sia prodotta in modo mirato e strategico manovrando le leve del rating
etc. Per fare cosa? Quale è il fine?
R.
Effettivamente il sistema-paese sta collassando, economicamente, non per
mancanza di fattori di produzione, ma perché gli è stata deliberatamente
tolta liquidità attraverso la restrizione dei criteri del credito, la
politica riduttiva dei redditi, gli alti tassi di interesse, la pressione degli
interessi passivi e delle tasse, che in buona parte pure vanno a pagare il
servizio del debito pubblico, e ovviamente i tagli della spesa pubblica. Carenza
di liquidità che produce anche carenza di investimenti, quindi di
infrastrutturazione e aggiornamenti necessari a mantenere la competitività.
Ciò premesso, da più parti si fa notare che la recente manovra del governo va
nel senso di aggravare tale situazione di “anemia”, perché drena la poca
liquidità residua nel sistema aumentando le tasse, colpendo le pensioni, i
consumi, mettendo in fuga i capitali verso l’estero; inoltre colpisce duramente
il settore dell’edilizia, che è quello che innesca le fasi di recupero nel
ciclo economico, e ha depresso il morale della popolazione e la sua propensione
agli acquisti: già a natale abbiamo avuto un crollo.Rispetta
invece tutte le rendite parassitarie, i privilegi e gli sprechi di politica e
amministrazione, mentre programma grandi acquisti di cacciabombardieri, a
vantaggio degli industriali stranieri che li costruiscono. Il recente
rifinanziamento delle pericolanti banche italiane, peraltro dovuto più a Draghi
che a Monti, non sta apportando credito nell’economia reale, anche perché il
governo, nel concedere loro la sua garanzia, non le ha vincolate ad immettere
moneta nel sistema. Le misure per il rilancio della fase due appaiono
semplicemente derisorie. Insomma, il governo sembra far di tutto per
impedire una ripresa economica, limitandosi ad aggiustare i conti sulla
carta nel brevissimo termine, ma a spese della possibilità di recupero dell’economia
reale, le cui prospettive a 3 anni e oltre sono perciò valutate negativamente
dai mercati finanziari (aste 28-29.12.11), sui quali lo spread del btp rimane
altissimo.
La storia
economica recente ha, del resto, ripetutamente mostrato che le politiche
di tagli e tasse, giustificate con l’affermazione di voler risanare i conti,
hanno prodotto, nel giro di qualche anno, effetti contrari, con aumento del
debito pubblico, recessione, avvitamento fiscale. Così pure sta
avvenendo in Grecia, e il FMI ha sostanzialmente ammesso l’errore della ricetta
imposta a quel paese. In base a tali osservazioni sorge il legittimo
quesito: perché mai Monti fa tutto ciò, dato che non può non sapere che
gli effetti di ciò che fa saranno controproducenti, tale da produrre una crisi
recessiva, occupazionale, sociale? In che strategia si colloca la sua azione?
Persegue forse un fine più ampio, sacrificando ad esso l’economia nazionale,
perlomeno nel breve e medio termine? E nell’interesse di chi? Forse dei
poteri forti finanziari, di cui Monti nega di essere emissario?
In realtà Monti
non ha introdotto una variazione di rotta, ma solo un’accelerazione, con in più
una tutela specifica per gli interessi delle banche. La sua politica
non è una cosa nuova, ma sta semplicemente continuando ciò che i precedenti
governi hanno fatto in Italia, e non solo in Italia. Le accuse mosse a Monti e
al suo governo di essere emanazioni dei poteri forti che si sono impadroniti,
con essi, dello stato, non considerano che Monti, in sostanza, fa quello che
han fatto gli altri. Sul piano oggettivo, infatti, la storia italiana, da
un trentennio circa, è caratterizzata da un grande ed evidente processo,
che avanza su due gambe.
La prima è la
sistematica cessione (con la giustificazione della riduzione del debito
pubblico e della maggiore efficienza della gestione privata) degli assets
strategici (grandi mercati, grande industria, industria capace di ricerca e
alta formazione, banche strategiche, servizi pubblici con connesse posizioni di
monopolio) a potentati finanziari privati, quasi interamente stranieri.
La seconda è il
trasferimento di poteri politici, delle funzioni sovrane, compresa la sovranità
monetaria, comprese le funzioni di bilancio, compresa la politica fiscale),
compresi – per finire – i cordoni della borsa, a organismi decisionali
tecnocratici, che fanno capo alla BCE e al sistema bancario, quindi sempre ai
predetti potentati finanziari privati.
La prima gamba
viene presentata come processo di liberalizzazione, ma si è risolta sinora in privatizzazioni
di posizioni monopolistiche o simili; la seconda come processo di
integrazione europea, ovviamente, quegli organismi di europeo hanno solo il
nome, essendo essenzialmente “apolidi” e non solidali coi popoli.
Giuseppe De
Rita, nel suo recentissimo saggio L’eclissi della borghesia, spiega che le
privatizzazioni delle industrie di stato sono state controproducenti anche al
fine di ridurre il debito pubblico, perché hanno fruttato 147 miliardi che sono
stati usati per pagare interessi passivi, e sono costate perdite di posti di
lavoro, di centri di ricerca e di formazione sia tecnica che manageriale unici
in Italia, quindi un decadimento delle competenze, oltre a un incremento della
dipendenza strutturale dal capitale straniero. Una nuova stagione di
tali privatizzazioni servirebbe solo a completare la riduzione dell’Italia in
una condizione di totale asservimento e subordinazione anche culturale e
manageriale.
Il risultato
tendenziale dell’avanzata di queste due gambe, è il superamento dello
stato nazionale, la riorganizzazione del sistema di potere reale a livello
soprannazionale, tendenzialmente globale, con lo svuotamento dello stato
nazionale, sia come organismo politico, sia come sistema-paese, di ogni sua
autonomia (monetaria, finanziaria, economica, politica, giuridica), e la sua
sottoposizione, quale provincia privata di autonomia e dipendente per tutto, a
gestori sovrannazionali. Questi organismi-gestori hanno carattere
tecnocratico, autoreferenziale, non trasparente, non “accountable”, non
partecipato dal basso, esente da controlli e condizionamenti da parte di
organismi rappresentativi della popolazione, non sottoponibili nemmeno al
controllo giudiziario.
Gli statuti
della BCE, della BIS, del MES sono chiarissimi esempi di ciò. Si unificano gli
stati, riducendoli a province senza autonomia, e sottoponendoli a un governo
centralizzato. Questo processo, che realizza operativamente il primato
della finanza speculativa sull’economia reale, e si accompagna all’eliminazione
della classe intermedia nonché a una graduale ma profonda
attenuazione dei diritti partecipativi, politici e civici, compresi quelli
afferenti alla privacy e alla condizione di lavoratori, di contribuenti, di
utenti dei pubblici servizi.
Il progetto in
esame, avviato negli anni ’80, col programma di privatizzazione della sovranità
monetaria e di finanziarizzazione dei debiti pubblici, è in fase avanzata di
realizzazione. Maastricht, la BCE, Lisbona ne sono state ulteriori tappe
importanti. Per far accettare ai vari popoli, sindacati, partiti
politici, i vari passaggi, sempre più dolorosi e compressivi, di questa via
crucis – la perdita di indipendenza, di diritti, di sicurezze, di reddito, di
dignità – sembra che si stia ricorrendo a una serie incalzante e incessante di
crisi, shock, allarmi, creati ad hoc, che rendono i popoli stessi più
arrendevoli e malleabili, come spiegato da Monti stesso nella famosa intervista
alla Luiss:
dove afferma
che abbiamo bisogno delle crisi per far progredire il processo di
integrazione – ovviamente, un progetto generato e deciso dall’alto, non dal
basso, democraticamente. Anzi, neanche reso noto al popolo su cui esso
si compie.
Ecco allora
che anche la crisi, l’emergenza, verso cui le politiche lacrime e sangue, tagli
e tassi, portano non solo l’Italia ma anche altri paesi, possono avere questa
funzione: vincere le resistenze. Questa può essere una spiegazione del
perché mai si fanno manovre che avranno, con virtuale certezza, un effetto
recessivo sull’economia, e che quindi produrranno crisi, allarme, emergenza. Si
tratta di applicazione del metodo shock-and-awe, che trovate
analizzato nel saggio mio e di Paolo Cioni sulla manipolazione mentale, Neuroschiavi
[libro che consiglio di leggere].
La gente non
ci pensa, i mass media non lo mettono in evidenza, ma proprio adesso si
sta procedendo alla sottrazione ai singoli paesi dei poteri di bilancio, di
politica economica, di imposizione tributaria e al loro conferimento ad
organismi autocratici, non eletti, non responsabili – quindi con caratteri
contrari alla civilizzazione europea, e tipici piuttosto delle autocrazie
asiatiche. Organismi che fanno gli interessi dei soggetti più forti, a
spese degli altri.
Tra questi organismi
spicca il MES, o Meccanismo Europeo di Stabilità (controllare per
credere il sito:
in corso di approvazione dai vari parlamenti, nel totale silenzio dei media –
silenzio quanto mai opportuno, perché il MES costa moltissimo: l’Italia dovrà
sborsare circa 130 miliardi, che verranno prelevati con prossime manovre, e poi
sarà il MES a fare le manovre fiscali, dal prossimo Marzo. Vi è un altro
aspetto, concernente quella che ho definito “la prima gamba”: il decreto “Salvitalia”,
come ha giustamente detto Piergiorgio Odifreddi il 28.12, intervistato da
RaiNews 24 a Cortina Incontra, porterà l’Italia in condizioni di dover
vendere o svendere, per far cassa e ottenere aiuti ottemperando a “condizionalità”,
il patrimonio pubblico e i servizi pubblici al capitale privato di quella
grande finanza – nel che qualcuno potrebbe ravvisare conflitti di interessi del
governo dei banchieri, del tipo di quelle che si rimproveravano a Berlusconi in
relazione alle sue aziende.
3. Ma la
classe politica italiana, che può fare, in questo contesto?
R. I partiti
politici possono esigere che il governo “tecnico”, in cambio del loro voto che
gli dà la necessaria copertura “democratica”, non tocchi le loro clientele, le
loro poltrone e prebende (compreso il finanziamento pubblico), che non faccia
la spending review e non introduca le best practices, ma che riempia la loro
mangiatoia di soldi spremuti con le nuove tasse. La Chiesa può esigere che, in
cambio dei voti che controlla, e del controllo delle coscienze che le rimane,
il governo non tocchi i suoi privilegi fiscali, l’otto per mille, i sussidii.
Le mafie possono esigere che il governo non metta in vendita i 25 miliardi di
beni confiscati loro dallo Stato, e che non disturbi troppo i loro traffici con
droga, immigrazione e appalti. Berlusconi può esigere che il governo, in cambio
del suo sostegno, mantenga i privilegi di Mediaset. I parlamentari nominati
possono dirgli: “Noi ti diamo il voto, se tu non tocchi i nostri stipendi di
16.000 Euro al mese anche se la gente protesta.”I banchieri possono
semplicemente dire: “Bravo, continua così!”. Insomma, si può realizzare
un’alleanza degli interessi delle caste nazionali e di quelli del grande
capitale internazionale.
4.
Monti-Napolitano. Lei ci ha visto un asse…
R. Si potrebbe
dire, per battuta, che Napolitano collabora a quel piano di dissoluzione dello
stato nazionale italiano proprio mentre assai enfaticamente ne celebra il
centocinquantenario della nascita. Ma non dobbiamo vedere le scelte
politiche di questo o quel governo o capo di stato come frutto di iniziative di
Napolitano od Obama o Berlusconi o Sarkozy o Draghi o, in generale, di persone
specifiche. Non vi sono iniziative e responsabilità personali, o di una
maggioranza di governo, perché non vi è libertà di scelta politica di
fondo, nell’area del Dollaro e del FMI. Né, ancor prima, di modello
macroeconomico di riferimento. Oramai la politica economica, quindi la
politica tout court, è unificata, dettata dal cartello mondiale monopolista
della moneta, e guidata dal medesimo modello mondializzato, quello della
grande finanza, del Bilderberg, della Trilateral, della Goldman Sachs.
Nella
costituzione reale dell’Italia, che non è ovviamente quella formale e
dichiarata, ma che regola innanzitutto il ruolo e gli obblighi dell’Italia come
paese vinto e tributario, sottomesso al vincitore, quindi a sovranità
limitata, con oltre 130 basi americane – in questa costituzione reale, il
capo della stato può avere la funzione di assicurare (usando i suoi fortissimi
poteri di pressione, legittimazione, delegittimazione) che il governo e il
parlamento italiani ottemperino alle richieste della potenza dominante, persino
partecipando alle sue guerre, problematicamente rispetto all’art. 11 della
Costituzione. La potenza dominante, vincitrice dell’ultima guerra
mondiale, è il cartello finanziario angloamericano, quello che ha imposto
Bretton Woods, il Gatt, il Gats e molte altre cose, in primis il modello
interpretativo generale dell’economia, quello della Scuola di Chicago.
Però il
superstato europeo è così radicalmente non-europeo, proprio perché autocratico,
simile alle autocrazie orientali di cui l’Europa ha sempre avuto un profondo
orrore e disprezzo, che non è nemmeno detto che riesca a imporsi o che resista.
La sua minaccia, ormai percepita, può risvegliare proprio quello spirito di
lotta per la libertà, tipicamente europeo, che ripetutamente ha vinto contro
forze immensamente superiori: lo spirito che ritroviamo nelle Guerre Persiane
narrate da Erodoto, nell’impresa di Leonida cantata da Simonide, nella morte di
Socrate, Zenone, Seneca, o recentemente in quella di Ian Palak; nella lenta
resurrezione del pensiero critico, filosofico, scientifico dai secoli di
repressione dogmatica da parte di un’istituzione religiosa pure profondamente
asiatica per origini e ordinamento. E ancora nella lotta degli empiristi e dei
Lumi contro l’assolutismo, nella rivoluzione francese, nella resistenza
liberale ai tre totalitarismi del secolo scorso. Il risveglio di questo spirito
coraggioso e libertario sarà vieppiù probabile, se il superstato europeo sarà
percepito come un Quarto Reich germanico.
5. Quali le
differenze tra Berlusconi e Monti e tra il governo Berlusconi e il governo
Monti?
R. Poche,
oggettivamente. Monti, Tremonti, Berlusconi, Merkel, Sarkozy e molti altri –
praticamente tutto il mondo che sta nel sistema del Dollaro, come ho già detto –
hanno il medesimo modello macroeconomico di riferimento, neomonetarista,
neoliberista, finanziarizzante. Quindi anche ricette simili. Che non hanno
affatto prodotto i vantaggi promessi, ossia l’ottimale distribuzione delle
risorse e dei redditi assieme alla prevenzione o al rapido riequilibrio delle
crisi, bensì hanno prodotto fortissimi vantaggi per una ristretta élite,
impoverimento e insicurezza per gli altri. In quanto alle manovre, come già
detto, si sono rivelate recessive, distruttive per le capacità industriali,
peggiorative per i conti pubblici, per il rating, per la borsa, e foriere di
avvitamento fiscale. Ciò che è cambiato nel passaggio da Berlusconi a
Monti e al suo governo di banchieri, è che adesso il cartello bancario sta
mettendo la faccia nel governo del paese, ossia assume direttamente, attraverso
i suoi uomini, il governo del paese. Così anche in Grecia, col passaggio da
Papandreou a Papademos. E che sta accelerando il collasso del paese.
6. Si può
pensare di uscire dall’euro? O è meglio resistere?
R. Da
quest’anno siamo tenuti, secondo le norme “europee”, a ridurre lo stock di
debito pubblico di 45 miliardi ogni anno – cosa non fattibile, che
comporterebbe una recessione mortale.
Pensate invece
a un’Italia che poteva essere, e a cui si è rinunciato. A un’Italia
pre-1983, pre-divorzio tra lo stato e Bankitalia. Libera da Maastricht, con
un debito pubblico non finanziarizzato, quindi non ricattabile. Il debito
pubblico italiano esplose dopo quel divorzio e proprio per effetto della
finanziarizzazione, che ci rende ricattabili sia dai baroni-predoni della
finanza internazionale che da modesti politici borniert e bornés,
elettoralmente perdenti. Potevamo continuare col mix del successo italiano
(compresi deficit vantaggiosamente finanziato da Bankitalia e ampia evasione
fiscale che manteneva il frutto del lavoro nel circuito produttivo anziché in
quello sterile dello stato), aggiornandolo con più ricerca e innovazione
tecnologica. Vi immaginate quante imprese avremmo attirato, di quelle che dall’Europa
occidentale sono emigrate a Est e a Sud? E quante imprese italiane sarebbero
ancora vive e in Italia? Oggi potremmo entrare nell’eurosistema dettando le
condizioni, anziché subirle e finire in una posizione di subordinazione e
sfruttamento. Era il vecchio sistema, che consentiva allo stato di farsi
propulsore e protagonista dell’economia, quindi permetteva all’Italia di
crescere e di vivere bene, pur avendo un meridione e un apparato statale molto
inefficienti e costosi. Dopo la finanziarizzazione del debito pubblico, la
globalizzazione, le privatizzazioni, i vincoli di bilancio, la cessione della
moneta e della sovranità, non è più possibile perseguire lo sviluppo. I
settori produttivi non riescono più a sostenere il resto del paese. Si può solo
prelevare con le tasse la ricchezza accumulata e usarla per far quadrare i
conti ancora per un anno o due, fino ad esaurimento, senza prospettive. Si
diceva che i vincoli di bilancio e la moneta unica avrebbero costretto l’Italia
ad adeguarsi all’efficienza e alla correttezza europee, ponendo fine agli
sprechi e alla corruzione. Così non è stato e non poteva essere, perché il
clientelismo, il parassitismo, è una mentalità, un’abitudine sociale
inveterata, che non si cambia se non in diverse generazioni oppure attraverso
sconvolgimenti radicali. I governi italiani hanno approfittato dei primi
anni dell’Euro, in cui si pagavano bassissimi interessi sul debito pubblico e
non vi era l’attacco speculativo, non per ridurre lo stock di debito pubblico e
fare investimenti, ma per alimentare la spesa clientelare e a spreco, perché è
da essa che i partiti traggono consenso, potere e profitti.
Dopo questo
fallimento, come si può credere che un paese efficiente come la Germania,
capace di integrare la DDR, capace di crescere nella crisi mondiale, rispettoso
delle regole, accetti di integrarsi con un paese come l’Italia, da quasi vent’anni
in declino, retto da una partitocrazia incompetente e corrotta, permanentemente
incapace di correggere le proprie storture, di cui un’ampia parte sopravvive
grazie a sussidii e non è nemmeno in grado di smaltire i rifiuti solidi urbani?
Fare sacrifici per integrarsi con la Germania è assurdo: quell’integrazione
non avverrà mai. La Germania punta a neutralizzare l’Italia come concorrente sui
mercati internazionali, e a liberarsi dal debito pubblico italiano. Leggete
Sommella a pag. 3 di MF del 3 Gennaio: lo spiega benissimo. Monti è l’uomo
che la Merkel ha voluto a questo scopo, dopo che le banche tedesche avevano
provocato l’impennata dello spread vendendo massicciamente i btp.
Uscire dai trattati istitutivi dell’eurosistema è
giuridicamente possibile, e secondo me è meglio uscire sia da esso che dall’UE,
che continuare su questa strada, per diverse ragioni, e non solo per il fatto
che il prezzo che dobbiamo pagare, per restarci, e sempre più alto, sia in
termini economici, sia di perdita di libertà rispetto al sistema bancario e
alle sue emanazioni politiche come le c.d. istituzioni europee e i governi
commissariali. Sempre più alto, e non si vede limite al suo innalzamento, che
sembra prodotto artatamente, per prenderci tutto, emergenza dopo emergenza,
senza nulla dare, se non boccate d’aria per proseguire su quel cammino di
assoggettamento.
Ulteriori
ragioni per uscire dall’eurosistema sono che la BCE non è una banca
centrale, perché non è autorizzata ad assicurare l’acquisto dei titoli del
debito pubblico dei paesi aderenti in modo idoneo a sottrarli all’aggiotaggio
dei grandi predoni finanziari. Se avessimo una vera banca centrale, questa
potrebbe farlo, come fa la Fed, la banca centrale nipponica, quella britannica.
E come la Banca d’Italia prima del 1981! Se la massa monetaria dell’euro
deve essere coperta da titoli americani, dollar-backed, allora la BCE è come
uno switch-board sottoposto alla Fed, non una banca centrale di emissione al
servizio dell’Europa, bensì un qualcosa di imposto imperialisticamente per
impedire che gli europei abbiano una banca centrale effettiva propria, in modo che
l’euro dipenda dal dollaro e non gli contenda il ruolo di moneta
internazionale. Inoltre, l’euro non è una moneta, ma un insieme di cambi fissi,
analogo al già fallito SME, tra monete nazionali che sostanzialmente ancora
esistono in relazione ai rispettivi e separati debiti sovrani. Aree che hanno
livelli di produttività-competitività molto diversi, hanno quindi bisogno di
monete diverse, di cambi diversi, per poter esportare, attrarre investimenti e
turismo, crescere e infrastrutturarsi, mentre confini nazionali e monetari
dovrebbero circoscrivere aree di produttività simile. Altrimenti si ha che le
aree più forti approfittano del loro dominio sul comune sistema monetario per
usarlo a proprio vantaggio e a danno dei paesi più deboli, come la classe dirigente
della Germania fece con lo SME e come sta facendo ora con l’euro, in modo
imperialistico e violento, e in minor misura lo fa la Francia. Per esempio:
le banche tedesche e francesi prendono denaro al 2% grazie al loro rating, e
lo usano per comperare btp italiani che rendono il 6-7%. In questo modo, vampirizzano l’Italia, in quanto
da un lato si procurano liquidità per finanziare le loro economie, dall’altro
sottraggono liquidità dall’economia italiana, cioè sottraggono i mezzi sia per
gli investimenti che per i pagamenti, e spingono in su i tassi dei prestiti
bancari.
Quale capo
della BCE, Mario Draghi si è messo a finanziare, con la BCE, le banche italiane
affinché comperino il debito pubblico italiano, togliendo il boccone a quelle
francesi e tedesche – che quindi ora rischiano il downgrading, e le economie
francese e tedesca avranno meno facilità a finanziarsi. Ma la BCE presta alle
banche all’1% il denaro che queste usano per comperare btp al 7%! Perché allora
la BCE non compera il btp al 2%? Per fare gli interessi delle banche private,
che lucrano il 5% dalle tasche dei contribuenti? O perché la Fed non permette
che, nella sua area, vi sia una banca centrale concorrente? Come che sia, da
quanto sopra dovremmo imparare che i
nostri vicini europei e i nostri liberatori USA non sono amici, ma perlopiù
avversari controinteressati e sfruttatori, e che non c’è nulla di più stupido
che trasferire i poteri politici, soprattutto in materia finanziaria, ad
organismi dominati da loro, perché li usano per sfruttarci, approfittando del
fatto di essere assai più forti.
7. In
relazione alla decisione di Draghi che ha menzionato ora, ritiene che la
situazione potrebbe cambiare, che la BCE potrebbe iniziare ad agire nell’interesse
dell’Europa, dell’Italia?
[...]
8. Destra
contro sinistra è una vecchia storia. La nuova politica potremmo pensarla così:
mondialisti contro nazionalisti, ultraliberisti contro sociali. E’ d’accordo?
R. Le etichette “destra” e “sinistra” fanno ancora
presa sulla mente popolare, quindi si usano nella propaganda. Le etichette si
usano perché funzionano, non perché veridiche. Molti oggettivi
conflitti tra classi, culture, interessi persistono come in passato, ma è
divenuto primario il conflitto di
interessi tra, da un lato, l’oligarchia globale, che dispone di strumenti,
reti, monopoli globali, e soprattutto dispone del monopolio della moneta e del
credito, quindi del potere politico e militare; e, dall’altro lato, la società
che produce la ricchezza reale (lavoratori autonomi, dipendenti, imprenditori),
le popolazioni nazionali, regionali, locali, che dipendono sempre più da questi
strumenti, reti, monopoli, e che quindi sono sempre più dominate, sfruttate,
schiacciate, violentate – anche attraverso l’imposizione di emigrare in massa o
di accettare immigrazioni di massa tali da alterare la composizione e gli
equilibri dei corpi sociali.
Il conflitto
di classe, oggettivamente, non è tra imprenditore e prestatore d’opera, i quali
entrambi sono esposti alla concorrenza e producono ricchezza reale; ma tra essi
e il monopolista della moneta e del credito, e lo speculatore finanziario, i
quali si prendono ricchezza dalla società senza produrne e darne in cambio,
anzi arrecandole molti danni e togliendole libertà e sicurezza. In Italia, i
partiti della sinistra c.d. moderata si sono alleati con gli interessi della
grande finanza e apportano all’agenda politica di questa il consenso del loro
elettorato, in danno di questo stesso. Vi è però anche una sinistra
vera, quella di un Paolo Ferrero e di un Marco Ferrando, che cerca di
diffondere la consapevolezza del vero conflitto di classe.
[...]
11. Ci
descriva un possibile scenario nazionale, politico ed economico, tra 10 anni,
se si continuerà lungo questa strada…
R. Previsioni
a dieci anni non sono possibili perché il divenire storico è legato a fattori
impredicibili, come le innovazioni tecnologiche, che hanno ripercussioni molto
vaste e profonde, come potrebbe averne il raggiungimento dei limiti fisici
dello sviluppo (esaurimento delle risorse, squilibri ecologici). Ipotizzando che i fattori non cambino, mi
aspetto che l’Italia, tra un decennio, sia una provincia impoverita di uno
stato mondiale orwelliano, con qualche autonomia politica di facciata, ma
strettamente diretta da organismi sovrannazionali autocratici. Priva o quasi di
una classe dirigente e tecnico-scientifica qualificata, è gestita
prevalentemente da managers stranieri per capitali stranieri.
La gente è
incalzata dalle esigenze pratiche quotidiane, partecipa pochissimo alla vita
politica. Lavora per le necessità primarie (compresi i servizi pubblici) e per
pagare gli interessi sul debito pubblico e privato accumulato dalle precedenti
generazioni, e lo trova normale, perché ha introiettato questo compito come
scontato, e perché la controinformazione è repressa come crimine di
sedizione. Il cittadino-consumatore-lavoratore-contribuente-utente non ha quasi
più possibilità di negoziare con le sue controparti: deve accettare salari,
tariffe, tasse come gli sono fissati. Il metodo contributivo viene esteso
alla sanità pubblica: ti curano fino all’esaurimento dei tuoi versamenti per la
salute. Gli strumenti informatici consentono alla classe dirigente parassitaria
di conoscere e aggredire capillarmente i redditi e i risparmi dei cittadini col
prelievo fiscale.
A mio avviso, invece, le cose andranno molto diversamente:
* Della Luna indica il periodo
2003 – 2007 che però è quello in cui Alan Greenspan ha gettato le basi
dell’attuale crisi, fingendo di credere che le bolle si possano sanare con
altre bolle (più grandi e più numerose) e decidendo di tenere i tassi di
interesse artificiosamente bassi. L’esempio negativo della banca
centrale giapponese doveva mostrargli che la cosa non poteva funzionare;
quindi, siccome è tutt’altro che un imbecille, le sue reali intenzioni dovevano
erano diverse da quelle da lui espresse pubblicamente.
Qui ci sono diversi pareri sulle
sue responsabilità:
Il periodo che va dal 2007 al 2010 è
invece quello in cui si può collocare la cifra astronomica di16.000
miliardi di dollari, pari all’ammontare di una possibile (molto probabile) megatruffa internazionale ordita dalla
Federal Reserve e denunciata da quattro parlamentari statunitensi:
sono lo scrittore/regista di “The MoneyMasters” e del nuovo film “The Secret of Oz”. Per coincidenza, sono atterrato in Islanda il 31 maggio 2010, due giorni dopo la Sua elezione. Mi è stato chiesto di venire in Islanda per cercare di aiutare a dare dei suggerimenti per la vostra economia. Abbiamo formato un gruppo di lavoro chiamato “The Icelandic Monetary Reform Working Group” (IMRWG) ed abbiamo incontrato tre membri del parlamento, compresa Birgitta Jonsdottir. Qualcuno del suo staff si incontrerà con il nostro gruppo domani (lunedì). Vorrei solo mettermi in contatto con lei personalmente per spiegarle in breve di cosa si tratta. Noi (del IMRWG) abbiamo deciso che la MIGLIOR cosa da farsi fosse di cercare di incontrarla per convincerla a formare la BEST BANK per aiutare ad alleviare le persone le cui case sono state ipotecate dalle banche. La BEST BANK sarebbe modellata sulla Bank of North Dakota (BND). Funziona così. La città di Reykjavik (CR) crea la sua banca. Veramente, dato che l’Islanda ha avuto esperienze negative con le banche strettamente legate a certi partiti politici, sarebbe probabilmente MEGLIO chiamarla “Bank of Reykjavik” (BR). Ma tanto per divertirci, chiamiamola Best Bank (BB). La CR deposita tutte le sue entrate fiscali nella BB. Diciamo che sono 200.000.000 KR all’anno. Questo è un asset che può essere moltiplicato per un fattore di 9 secondo le regole bancarie internazionali. Usando il principio della riserva frazionale che è accettato dal FMI, si consentirebbe alla BB di concedere prestiti di 1.800.000.000 IMMEDIATAMENTE. Dato che la CR possiede interamente la BB, la BB potrebbe concedere questi prestiti a chiunque scelga, compreso al governo della città, SENZA interessi – sì, è giusto, a interesse ZERO. Tutto questo è completamente legale! È per questo che il North Dakota è l’UNICO stato negli USA con un budget bilanciato, nessun debito, e il più basso tasso di disoccupazione della nazione. Ma c’è di meglio. La città di Reykjavik ha anche altri asset. Secondo le stesse regole bancarie internazionali, la CR può contare il valore di tutte le strade, dei ponti, degli edifici, ecc. come suo capitale (asset base). L’importo è altissimo! Ora, non vorrete certo inflazionare troppo la somma di denaro, né correre rischi per gli asset della CR, quindi non presterete neanche lontanamente tanto quanto potreste, ma ci pensate al numero di persone che potreste aiutare prestando 2 BILIONI di KR? Certamente, la CR potrebbe usare questo denaro per aiutare a riparare l’economia in altri modi, come pure per contenere le tasse in questi difficili tempi economici. È questo che il North Dakota fa con la sua banca. Quando si passa alle case, c’è un problema. Il costo degli immobili è salito davvero troppo. Deve essere riabbassato. Quindi questo deve essere preso in considerazione. Non dovete mantenere alto il costo delle case. I prezzi devono scendere. Ma ci sono dei buoni economisti in Islanda che su questo possono venirvi in aiuto, compresa la “banda degli otto”. Lei ha un’opportunità storica oggi di cambiare il sistema monetario islandese. Se approverà la Best Bank, lo farà anche il parlamento. Se la nazione islandese sfugge al sistema del debito monetario con cui il FMI cerca di soggiogarla, il denaro di investimento si riverserà in Islanda da tutto il mondo. Mia moglie ed io saremo lieti di depositare il nostro denaro nella Best Bank perché sappiamo quanto sarebbe forte. Molti altri Americani farebbero lo stesso. Una volta che la BB sarà operativa, le altre nazioni staranno a guardare.
“Si chiama Reza Moghadam, è nato a Teheran e il futuro dell’Italia è nelle sue mani. Nelle sue mani è la gestione della crisi debitoria italiana. Nelle sue mani il Fondo monetario internazionale (Fmi) non ha messo solo l’Italia – per quale Reza ha un mandato speciale, come qualcuno ricorderà abbiamo l’Fmi che ci fruga nei cassetti – ma l’Europa intera. E’ il capo del Dipartimento europeo del Fmi, fresco fresco di nomina.
Prende il posto di Antonio Borges, portoghese, bocconiano, vice-presidente della Goldman Sachs, che “ha lasciato l’incarico in un momento delicato” – come recita il comunicato del Fmi. Antonio Borges, secondo indiscrezioni, è ritenuto il responsabile dell’attacco speculativo all’Italia, anche lui aveva la “speciale delega” per il nostro paese. Sempre Borges è il salvatore delloIor (la banca vaticana, per intenderci, quella che riciclava con Marcinkus i fondi neri di Cosa nostra destinati alla Dc). Fin qui i fatti, ma Borges è un ometto che sa cosa sono i “poteri forti” e a levarlo dalla sedia pare ci sia voluto il Papa tedesco per intercessione della Merkel. La posta in gioco, secondo i rumors, era alta: o lui, o Monti.
Ma torniamo ai fatti. Il suo successore, Reza Moghadam, ha un curriculum invidiabile e poche ombre. Laureato ad Oxford, ha indirizzato in Iran molti investimenti inglesi e francesi nel settore nucleare. Il suo precedente incarico nel Fmi era quello di dirigere il Dipartimento di politiche strategiche, ovvero gestire il prestito ai paesi emergenti con particolare attenzione all’Africa (un continente che ha visto più volte all’opera l’Fmi e i risultati, non certo brillanti, sono sotto gli occhi di tutti). In Africa il nostro Reza, braccio destro del francese Strauss Kahn, ha gestito la delega per Liberia, Nigeria, Benin, Togo: tutti paesi sprofondati nella guerra per il petrolio. Guerre da cui, a giovarne, è stata la Total francese.
Reza non lascia l’incarico al Dipartimento di politiche strategiche ma lo porta con sé in Europa dove, lo ricordiamo, è stato nominato dalla francese Cristine Lagarde direttore del Dipartimento europeo del Fmi. Ciò significa che l’attenzione alle politiche di prestito del Fmi passa dall’Africa all’Europa. Il trasloco di quello che è da ritenersi il dipartimento più potente del Fmi preoccupa. La Lagarde ha dichiarato che Reza avrà anche il compito di monitorare i governi caduti nella crisi del debito: Italia in testa, Grecia, Irlanda e Portogallo.
Il governo Monti ha solo una piccola arma di Difesa: si chiama Giampaolo Di Paola, neo-ministro, ammiraglio della Marina Militare, presidente del Comitato Militare della Nato, attualmente in carica e in servizio attivo. Il Comitato militare della Nato è quello che decide, è il vertice della struttura militare atlantica. Il nostro Di Paola ne è il presidente. Sempre parlando come fossimo al bar: è uno che conta più della Lagarde.
Ma da cosa dovremmo difenderci, di grazia? Dagli interessi francesi? Dalla distruzione delle nostre principali aziende (Finmeccanica ha perso il 20% in borsa in un sol giorno, Impegilo è decotta, e per chi sperava nelle commesse libiche… anche quelle se le sono accaparrate i francesi). Come considerare l’ipotesi che Borges, e quindi l’Fmi, abbia guidato l’attacco speculativo all’Italia e come interpretare, in questa luce, la nomina di Reza. E ancora, si profila forse un attacco speculativo all’eurozona, e a quale scopo? Le pedine si muovono disegnando quale gioco? Oppure?”
Jacques Attali, http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Attali, che nel 2006 aveva correttamente previsto una crisi globale più grave di quella del 1929, ci avvisa dell’incombente catastrofe (e sceglie una data interessante per farlo: 11 settembre 2011):
Sta per arrivare un doppio choc ed è tempo di prepararsi. Doppio perché riguarda la crisi bancaria e le finanze pubbliche. Sarà qui tra breve e nessuno ci ragiona sopra, come se bastasse non pensarci per scongiurarlo. Ecco come si svilupperà: la Grecia non dispone più degli strumenti per finanziare il suo deficit, smetterà di appianare i suoi debiti, una parte delle pensioni e dei salari pubblici. Tutte le banche che hanno prestato denaro alla Grecia e le aziende che le hanno venduto armi e prodotti di prima necessità subiranno perdite. Eppure la Grecia non uscirà dall’eurozona, perché nessun trattato la costringe a farlo o lo rende persino possibile; nessuno può obbligare i Greci a convertire gli euro che possiedono in dracme di minor valore. Nessun salvataggio della Grecia con le magre risorse del fondo europeo di stabilizzazione. Non si creeranno Eurobond perché ciò avrebbe senso solo all’interno di un sistema fiscale europeo e di un controllo europeo dei deficit nazionali, per evitare abusi. In mancanza di strumenti finanziari adeguati, le altre nazioni europee abbandoneranno la Grecia al suo destino. I mercati, ossia in pratica i creditori asiatici e del medio oriente, si preoccuperanno per questo abbandono e aumenteranno il costo dei prestiti a Portogallo, Spagna ed Italia. La crisi investirà la Francia, quando ci renderemo conto che la sua situazione finanziaria è persino peggiore di quella italiana (il cui budget, fatta esclusione per l’impegno di debito – “Ammontare di capitale e interesse che viene pagato, solitamente su base annuale, in cambio di un finanziamento, sia che sia un mutuo ipotecario che un titolo obbligazionario” – registra un’eccedenza, a differenza della Francia) e che le sue banche e compagnie di assicurazioni sono oberate dalla gran parte del debito pubblico dei paesi minori e detengono ancora massicce quantità di titoli tossici, che ora sono privi di qualunque valore. Per evitare il collasso di queste banche, cercheremo azionariato pubblico o privato. Invano, perché per le sole banche francesi sarebbe necessario l’equivalente del 7% del prodotto interno lordo francese. Presa dal panico, la banca centrale europea acconsentirà ad un massiccio finanziamento di queste banche, ricadendo nella prassi di risolvere un problema di insolvenza attraverso la creazione di nuova liquidità. Scioccati da questo lassismo, la Germania uscirà dall’euro, creando un euro+, com’era già da tempo nei piani e che, stando ad una banca svizzera [immagino si riferisca a questo documento:
costerà a ciascun cittadino tedesco dai 6 agli 8mila euro il primo anno, e poi 3500-4500 euro all’anno. L’implosione dell’euro svelerà ai mercati che le banche anglosassoni non sono messe meglio, perché anch’esse non si sono liberate dei titoli tossici e perché la bolla immobiliare è al termine e non può più nascondere la realtà. A quel punto seguiranno il collasso del sistema finanziario europeo, una grande depressione, disoccupazione generalizzata e alla fine persino la messa in discussione della democrazia.
Attali ha scritto “Demain, qui gouvernera le monde?” (2011), in cui delinea lo scenario di una confederazione planetaria democratica: “questo tipo di governo esisterà un giorno. Dopo un disastro, o al posto di un disastro. Occorre pensarci urgentemente, prima che sia troppo tardi. È tempo di organizzare degli stati generali planetari”.
Ecco alcune sue recenti interviste (in francese). Mia sintesi per sommi capi in italiano:
Il mercato è globale ma la democrazia non lo è – la crisi ha creato ripiegamenti identitari e xenofobi – serve una struttura europea più forte – tutte le organizzazioni mondiali (incluso il fondo monetario internazionale) vanno messe sotto il controllo dell’assemblea delle Nazioni Unite – unica maniera per far pesare le opinioni di paesi in ascesa e non solo quelle dei soliti noti e per governare le grandi crisi come l’incidente nucleare giapponese – un’altra catastrofe paragonabile a quelle del ventesimo secolo è possibile se continuiamo ad essere così narcisisti, autistici ed incuranti.
Servono regole del diritto mondiale non dettate da una plutocrazia – basta con la NATO strumento degli USA, NATO strumento dell’ONU e basta ipocrisie con le guerre a metà: se è una guerra la si chiama guerra. Se si fa una guerra è per vincerla e va votata in Parlamento. Serve una polizia mondiale, prigioni mondiali, ecc. – è a favore della guerra in Libia e dell’intervento in Costa d’Avorio – Obama, dopo Wilson, è il presidente americano più intelligente, colto e sofisticato e quel che dice va preso sul serio, ad esempio quando ammette che gli USA non hanno più i mezzi né l’intenzione di governare il mondo e cercano di condividere questo ruolo con le altre democrazie – dal monocentrismo al policentrismo, perché i problemi sono troppo immensi – governo mondiale per prevenire un’esperienza come quella del Novecento, quando il rifiuto della mondializzazione ed il processo di demondializzazione hanno portato alla Grande Guerra prima ed al nazismo e comunismo poi. Attali afferma che siamo in una fase molto simile a quella a cavallo dell’Ottocento e Novecento: enorme espansione dei traffici, forte sviluppo tecnologico, terrorismo, crisi finanziaria, protezionismo, ecc. – siamo sull’orlo di un altro conflitto mondiale e del caos – la questione è se l’unione planetaria si farà al posto di una guerra o dopo una guerra: come la società delle nazioni proposta prima della grande guerra ma nata dopo, o l’unione europea, proposta prima della seconda guerra mondiale ma nata dopo – “è evidente che ci sarà un governo mondiale, si tratta solo di capire se avverrà al posto di una catastrofe o in seguito ad una catastrofe”.
Ci sono molti trattati e molte istituzioni ma sono caotiche. La prima cosa da fare sarà quella di raggruppare in un unico codice mondiale tutti i testi esistenti – ci avviciniamo ogni giorno di più ad un massiccio crack obbligazionario perché i debiti pubblici si accumulano e se ci sarà una nuova crisi bancaria, gli stati non potranno più giocare il jolly del debito pubblico, perché sono troppo indebitati – la soluzione è porre in atto un vero sistema monetario internazionale, solido ed organizzato, in modo tale che le banche facciano solo il loro mestiere ed aumentino la copertura dei fondi propri. Ma succederà solo dopo un’altra crisi.
Governo mondiale sarà totale perché i problemi (disoccupazione, crisi ecologica) sono globali e l’umanità è una totalità – ma non sarà totalitario (non dovrà essere per forza totalitario). Dobbiamo dimostrare di essere capaci di creare delle istituzioni totali democratiche perché altrimenti saranno totalitarie e la barbarie farà il suo ritorno – in questo sistema futuro il presidente francese dovrà diventare un garante dei diritti umani “perché questi saranno fortemente minacciati nell’avvenire”.
Siamo diventati tutti dei vicini e questo è un movimento irreversibile – ogni catastrofe si verifica a causa della mancanza di regole mondiali – se non ci mobilitiamo nel senso di un governo mondiale tornerà una fase di oscurantismo – la storia non si ripete nella stessa maniera e questa volta sarebbe peggio – in questa fase della storia mondiale tutti i germi del fascismo e del totalitarismo sono presenti – c’è un chiaro pericolo che la gente si appelli all’uomo forte e nessuno, all’inizio del secolo scorso, si aspettava che entro vent’anni l’Europa sarebbe stata coperta di dittature – i germi sono già qui tra noi e il rischio di una dittatura si contrasta solo con l’apertura all’altro, l’altruismo, l’interesse nei confronti del prossimo – stati generali del mondo necessari per far capire alla gente che il governo mondiale non è un complotto plutocratico – al momento siamo su un aereo (il pianeta Terra) che è senza pilota e senza cabina di pilotaggio – a ciò si può rimediare in ventiquattr’ore fondendo il fondo monetario internazionale, il consiglio di sicurezza dell’ONU e il G20: il potere di questo direttorio dovrà essere controbilanciato dall’assemblea generale delle nazioni unite (un parlamento mondiale).
È scritto tutto, nero su bianco, il debito pubblico non è solo un problema civilistico di qualcuno che deve essere pagato, è creato apposta per instaurare un regime di tipo feudale con strumenti moderni.
Questa è la dinamica dei prezzi argentini dal 1900 ad oggi. Dal 1900 al 1945 i prezzi sono rimasti graniticamente stabili. Dopo tale data, con l'intervento dei sicari dell'economia dell'IMF, il cui asserito fine era evitare l'inflazione, c'è stata un'impennata quasi verticale. Evidente caso di doublespeak. Un caso chiarissimo nel quale si può con evidenza affermare il dolo dell'IMF, anche solo guardando il grafico e considerando la scansione temporale degli eventi storici. Se poi ci aggiungiamo anche quello che dice John Perkins...
Mario Giuliano
ENGLISH: John Perkins (2004). Confessions of an Economic Hit Man, San Francisco: Berrett-Koehler Publishers.
ITALIANO: John Perkins (2010). Confessioni di un sicario dell'economia : la costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider, Roma: Minimum fax, 2010.
“È un libro, quello di Perkins, che merita nuova visibilità, nonostante abbia già avuto un'ampia circolazione (25mila copie vendute, un ottimo risultato per questo genere di testi in Italia): è un libro importantissimo per comprendere i reali meccanismi di costruzione della globalizzazione, tanto che a scuola l'ho dato da leggere a qualche mio alunno che aveva manifestato interesse per queste questioni. «La costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider», dice il sottotitolo: l'autore infatti nel 1971 era entrato alle dipendenze di una società di consulenze internazionali che conduceva studi in ordine a progetti su cui far affluire finanziamenti di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale: «Di ognuno di questi progetti, l'aspetto che passava sotto silenzio era che si prefiggevano di creare alti profitti per gli appaltatori e far felici un pugno di ricche e influenti famiglie dei paesi destinatori, assicurando al tempo stesso la dipendenza finanziaria a lungo termine e quindi la lealtà politica di governi di tutto il mondo. Più ingente era il prestito, meglio era. Il fatto che il peso del debito di cui il paese si faceva carico avrebbe privato i suoi cittadini più poveri della sanità, dell'istruzione e di altri servizi sociali per i decenni a venire non era preso in considerazione». Dall'Iran all'Iraq, dall'Arabia Saudita al Venezuela, da Panama all'Indonesia, tutto il mondo compare nei viaggi raccontati con una sapienza di scrittura che non si limita a descrivere, ma narra”.
Marco Rovelli, L'Unità, 11 settembre 2010
“Racconta con dovizia di prove, indizi e deduzioni come gli Usa avessero (e hanno) una precisa strategia colonialista nei confronti dei paesi di secondo e terzo mondo che vogliono attrarre nella propria sfera d'influenza: basta che abbiano democrazie traballanti e risorse naturali buone e abbondanti. Perkins confessa subito: era un gangster in giacca e cravatta girava il mondo e le stanze del potere con "una pistola in una tasca e le banconote nell'altra". Dal 1968 al 1981 era uno dei sicari economici USA, sottometteva stati e clan economicamente e politicamente. Sedurre, corrompere, spiare, provocare, il suo compito e il suo fine giustificava ogni mezzo. E quando queste arti persuasive non bastavano, governo e Cia compiacenti (e spesso partecipanti), chiamavano gli "sciacalli" e i leader integerrimi e incorruttibili venivano messi fuori gioco, con golpe o attentati. Perkins, a cui in questo Risiko spettava il Sud America, è un personaggio controverso, la sua verità non può essere considerata Storia, anche se porta prove, indizi e arringhe molto convincenti”.
Boris Sollazzo, Il Sole 24ore, 18 agosto 2008
“Cosa succede quando un giovanotto idealista, fresco di Peace Corps, viene reclutato dalla Chas T. Main, formalmente una grossa società di Ingegneria impegnata nella cooperazione, per indurre attraverso previsioni manipolate dei governi ad accettare prestiti astronomici che non potranno mai restituire? Succede che un nuovo sicario dell'economia è nato, pronto a lavorare ad uno dei più grandi progetti di dominazione mondiale mai concepiti dall'uomo. Un progetto che non prevede l'uso della forza militare se non come extrema ratio ma, al contrario, fa un uso spregiudicato ed estremamente efficace della leva economica per ridurre all'obbedienza un Paese dopo l'altro. Senza fermarsi di fronte a nulla”.
Marco Dellantonio - Lettera.com
“L’autore racconta il suo cammino interiore di conversione da sfruttatore a sostenitore dei diritti degli oppressi….Perkins ammette di essere uno dei tanti “professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi Paesi in via di sviluppo. I loro metodo comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni e omicidi”
Giulio Albanese, “Globalizzazione e cleptocrazia”, Avvenire, 29 giugno 2008
“Nel libro, l'autore racconta dei nove anni trascorsi con la Main negli anni Settanta. Dall'Ecuador a Panama, dall'Iran all'Arabia Saudita, la missione era sempre la stessa: d'accordo con agenzie governative, dichiara di aver gonfiato le previsioni sulla crescita economica di quei Paesi, spianando la strada a prestiti da miliardi di dollari che questi sottoscrivevano. In definitiva, dice, mentre questi Paesi diventavano clienti delle grandi compagnie americane di ingegneria, edilizia, e mani-fatturiere quali ad esempio Bechtel, Halliburton, Boeing ed altre, i fondi venivano riciclati negli Stati Uniti. Ma racconta anche del costante tormento che gli derivava dalla sensazione di essere in realtà un sicario, ufficialmente sul libro-paga della Main Inc., e indirettamente controllato dal governo e dalle agenzie di intelligence”.
Landon Thomas Jr., The New York Times, 8 novembre 2006
"Siamo un'élite di persone che utilizza le organizzazioni della finanza internazionale per creare le condizioni affinché altri paesi si sottomettano alla corporatocrazia che domina le nostre grandi aziende, il nostro governo e le nostre banche". Scritto come un romanzo, documentato come un saggio (note a pie' di pagina per chi desidera le fonti) il libro descrive la più colossale opera di sfruttamento mai messa in piedi nella storia dell'umanità, si tratta: "di incoraggiare i leader mondiali a divenire parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali della Stati Uniti. Alla fine restano intrappolati in una trama di debiti che ne garantisce la fedeltà".
Corrado Augias, Il Venerdì, 12 settembre 2006
“John Perkins, classe 1943 e New England doc, è stato per molti anni un «sicario dell'economia», cioè un «esperto» assoldato dall'impero economico globale capeggiato dagli Usa affinché con i suoi progetti di sviluppo attirasse i leader del sud del mondo nella rete del sistema e intrappolasse così i loro paesi in una commistione perversa di debiti e asservimento politico. Sicario traduce l'originale «hitman», il bastonatore che veniva reclutato dalla mafia e dalle ditte americane per picchiare gli scioperanti. Preso dai rimorsi, divorato dai sensi di colpa per lo scempio sociale, politico e ambientale derivato dall'azione sua e dei suoi simili, l'ex economista capo e consulente di multinazionali e organismi economici mondiali ha deciso infine di vuotare il sacco in un libro Confessioni di un sicario dell'economia. È lì che in oltre 300 pagine narra, dall'interno del meccanismo, tronconi di storia contemporanea internazionale, a partire dai primi anni '70, quando ha inizio la sua carriera, fino all'agnizione dell'11 settembre 2001, quando l'abbattimento delle due torri, da lui definito il «risultato diretto dell'azione dei sicari dell'economia», lo spinge infine alla denuncia aperta. Sfilano così lungo la narrazione l'Indonesia del primo Suharto salito al potere dopo il massacro dei comunisti, il Panama di Omar Torrijos, l'Arabia saudita del patto scellerato tra i Saud e gli Usa dopo la prima crisi del petrolio, l'Iran dello Scià e della sua caduta, l'Ecuador di Jaime Roldòs, la Banca mondiale trasformata da Robert McNamara «in un agente dell'impero globale su scala mai vista». E altro ancora, fino all'Iraq di Saddam Hussein alla cui fine tramite guerra e occupazione Usa Perkins fornisce un background completo. Un esperto e competente alter-mondialista non potrà che dire, lungo tutto il racconto di Perkins, «lo abbiamo sempre detto». La Bechtel, la Halliburton, la famiglia Bush, Dick Cheney e Caspar Weinberger, la corporatocrazia, sono tutti vecchi attori fetidi di una trama già svelata, sia pur senza grande successo al fine della loro sparizione dalla scena mondiale. Anzi. E fa sempre bene ricordare che, appena Ronald Reagan, eroe dei nostri tempi beatificato da recenti commemorazioni, si insediò, furono fatti fuori con attentati targati Cia due presidenti latinoamericani democraticamente eletti ma scomodi per gli Usa, Roldòs e Torrijos, per l'appunto, esplosi in volo l'uno a maggio e l'altro a luglio del 1981. Tuttavia il libro di Perkins non dà l'impressione del déjà-vu, proprio per questo suo aspetto di internità, non certo frequente. Così che anche se le denunce sono note, se ne raccomanda la lettura ai più giovani, che poco amano le tirate ideologiche e apprezzano invece molto la concretezza degli eventi, qui narrati con linguaggio semplice e chiaro. Altro interessante elemento delle Confessioni è la descrizione del cambiamento di strategia dei «sicari» imposto dal mutare dei tempi.
Così che all'azione diretta della Cia, come nel caso del rovesciamento del premier Mossadeq in Iran nel 1951, si sostituiscono via via, soprattutto dopo la batosta inflitta agli Usa dal Vietnam, tattiche «morbide», come i «sicari-consulenti» artefici dei piani di sviluppo finanziati da Fmi e Banca mondiale. Perkins fa parte ancora di quella generazione che viene messa al corrente della sordida segretezza dei meccanismi. Per la generazione successiva non ve ne sarà più bisogno: le nuove leve, negli anni '90, agiranno convinte di muoversi su un piano del tutto legale e necessario. Grazie alla nuova ideologia della globalizzazione economica, figlia della deregulation degli anni '80 che ha reso sacro il profitto e leciti tutti i mezzi per procurarselo.
Resta da dire qualcosa sulla figura di John Perkins, una sorta di Raskolnikov post moderno che non assurge mai a figura tragica, nonostante i guasti immani da lui provocati ed elencati e gli innumerevoli mea culpa disseminati lungo il libro. Pur apprezzando il grande sforzo di portare alla luce un universo indecente e tuttavia ancora dominante, getta qualche ombra la facilità con cui, ancora negli anni '90, accettò di farsi lautamente pagare (mezzo milione di dollari) il proprio silenzio da una multinazionale”.
Angela Pascucci, “Le monde diplomatique”, 16 febbraio 2006
“Se ciò che scrive è tutto vero - e purtroppo lo è - John Perkins è il primo pentito storico dell'economia della globalizzazione. Un don Masino Buscetta che conosce regole e meccanismi. Come ogni pentito, Perkins ha avuto un ruolo di primo piano nell'organizzazione, era quello che si dice un sicario dell'economia. Funziona così: lui come tanti altri lavorano per grosse compagnie (tipo Halliburton per intenderci); vengono mandati in un paese del terzo mondo per convincere il governante di turno a servirsi di prestiti e fondi di istituzioni come Banca mondiale e Fmi. Fondi che vengono garantiti grazie alle straordinarie (e per nulla veritiere) previsioni di crescita economica di quel paese stilate dagli stessi sicari. I fondi verranno utilizzati per pagare servizi e infrastrutture commissionati (fa parte del contratto) a imprese Usa. Il governo di quel paese non sa o non gli importa che quei debiti non riuscirà mai a pagarli perché le stime sulla sua crescita sono folli. E quindi diventerà un eterno debitore degli Usa. Cioè, per dirla in altri termini, una colonia dell'impero. Se i sicari falliscono, se il governante si dimostra più ostico del previsto (vedi Allende o Torrijos o Roldos), entrano in scena gli sciacalli e i governanti fanno una brutta fine. Se falliscono anche quelli, migliaia di giovani americani vengono mandati a combattere in un paese lontano. Chiaro? Nelle pagine di Confessioni di un sicario dell'economia ci sono i racconti di tutto il lavoro sporco fatto da Perkins, tutti i grandi personaggi che ha incontrato da Graham Greene a presidenti dell'America Latina che erano la speranza per il loro popolo oppure uomini di pezza iraniani messi lì e poi travolti dalla furia della rivoluzione. E c'è il durissimo conflitto con la sua coscienza che lo ha portato a mollare tutto e a scrivere questo libro dopo, dice, aver rinunciato più volte per minacce o bustarelle”.
Dario Olivero “Sicari, freak e corruzione il lato nascosto dell'economia”, repubblica.it, 04 novembre 2005
Dello stesso autore:
“La storia segreta dell'impero americano. Corruttori, sciacalli e sicari dell'economia”