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lunedì 2 gennaio 2012

Janteloven - siamo mughi, potremmo essere sequoie




Janteloven (la “Legge di Jante”) dal nome di una cittadina rurale immaginaria che compare in un racconto dello scrittore danese Aksel Sandemose del 1933. Oggi la Janteloven si riferisce alla tendenza, rilevata in Scandinavia, ma già presente nella democrazia ateniese e nelle assemblee vichinghe, e probabilmente generalizzabile all’intero arco alpino – pur con mille eccezioni –, a non pensare in termini di libertà personale ma di libertà di gruppo: della famiglia, delle comunità, delle etnie; non in termini di diritti umani, ma di diritti collettivi di autodeterminazione. Non in termini di confronto aperto, ma di comunione spirituale che possa rendere superflua la mediazione. La suddetta legge si può applicare a tutte quelle società agrarie che si fondano sull’assolutizzazione dei principi di equità, stabilità ed uniformità e che per questo sono funestate da invidie, gelosie e livelli soffocanti di controllo sociale, che escludono ogni istanza pluralista e liberale. Queste sono le 10 regole della legge di Jante, che sono imposte e fatte rispettare dalle stesse vittime della loro tirannia, cioè i membri della comunità:

Non penserai mai di essere speciale;
Non penserai mai di avere la nostra stessa dignità;
Non penserai mai di essere più sveglio di noi;
Non immaginarti migliore di noi;
Non penserai mai di sapere più cose di noi;
Non penserai mai di essere più importante di noi;
Non penserai mai di distinguerti per bravura in qualche cosa;
Non riderai di noi;
Non penserai che qualcuno si preoccupi per te;
Non penserai che ci puoi insegnare qualcosa.

Come si vede la prima preoccupazione è quella di mantenere un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Anche a costo di sacrificare l’originalità, la varietà, l’ambizione e l’iniziativa personale, in breve, il benessere. L’uguaglianza delle opportunità perde di senso, non esistendo alcun criterio meritocratico. Non è forse un caso che due società geograficamente molto distanti come la Svezia ed il Giappone abbiano analoghi sistemi di coercizione (förbudsstat in svedese) e corporativismo sociale, una simile esaltazione dell’armonia e mortificazione della tradizione liberale ed un presente ancora in parte segnato dalla medesima retorica delle tradizionali virtù contadine (nōhonshugi). In Svezia, come nel resto della Scandinavia, en god uppväxtmiljö, cioè un ambiente adatto alla crescita dei bambini, dev’essere armonioso, privo di conflitti e dispute. L’egalitarismo (jämlikhet) e la giusta misura (lagom) sono i principi trainanti di una società che esteriormente appare smaccatamente moderna, ma il cui cuore batte per un romantico comunitarismo organicistico à la Tönnies. In svedese lagom, come in lagom är bäst, vale a dire “lagom è il meglio”, indica il giusto mezzo, ciò che è appropriato quantitativamente, qualitativamente e moralmente – un concetto presente anche nelle altre lingue scandinave. L’accezione non è però quella della giusta misura, o almeno non laddove conta. Pare che il termine derivi dall’espressione ga laget om, che significa “fare un giro (di birra)”. Essere lagom significa essere uno del gruppo, uno che vale né più né meno degli altri. In Svezia, tradizionalmente (ora le cose stanno cambiando), quando si beve con gli amici da un recipiente comune nessuno può bere più degli altri o meno degli altri, men che meno rifiutarsi di bere perché non ne ha voglia: chi viola questa norma non scritta infrange lo spirito comunitario. Questo dettaglio rivela delle insospettabili analogie con la cultura collettivista giapponese. In Giappone se si esce a cena con amici bisogna bere e mangiare quel che prende il gruppo. Chi non lo fa è considerato estremamente maleducato, perché prende pubblicamente le distanze dal gruppo con cui si accompagna. La società giapponese non è per nulla egalitaria, essendo organizzata in senso gerarchico-verticale, ma finge di esserlo. Analogamente, il principio d’ordine della società svedese, come di quelle alpine, è l’equità (rettferd) che si realizza nell’esigenza di evitare che qualcuno sorpassi gli altri per status o proprietà. Ovviamente ciò è virtualmente impossibile. In Giappone si riscontra la stessa logica nel famoso detto deru kugi wa utareru, “il chiodo che sporge va ribattuto”.  
L’origine di questa ideologia non è difficile da individuare. È la teoria del gioco a somma zero: alla fine della partita la vincita di un giocatore equivale alla perdita dello sconfitto. Non v’è alcun afflusso di beni dall’esterno, se non per grazia divina, né una parte viene distrutta. Nella realtà questo può solo accadere in un’economia chiusa, come quella dei paesi contadini appunto. Il mio successo deve per forza essere ottenuto a spese del resto della comunità, il che è inaccettabile in termini di coesione sociale. Per questo ancora oggi in Trentino può accadere che un paesano di successo sia costretto a nascondere il miglioramento delle sue condizioni di vita, per evitare ritorsioni collettive. Questo significa anche che la competizione è intrinsecamente immorale, perché crea vincitori e vinti, cioè disarmonici squilibri sociali ed infelicità. Inoltre non è lecito far trasparire la propria felicità. In una società fatalistica essere fortunati attira il rischio di una qualche calamità, magari invocata da chi nutre invidia. Essere felici significa sottolineare l’infelicità altrui e quindi generare ulteriore invidia.
In Giappone si è risolto questo problema tramite l’usanza di elogiare gli altri e biasimare se stessi. Una falsa umiltà di rara ipocrisia ma utilissima in una società conformista e prepotentemente gerarchica. La legatura dei piedi o il bonsai sono efficaci metafore di queste restrizioni auto-imposte per non risaltare troppo nella massa. Essere diversi, pensare con la propria testa, è visto come una minaccia.
Anche l’Italia rinascimentale era vittima di questa sindrome livellatrice. Allora si chiamava sprezzatura, da cui “disprezzare”, ed era una forma di dissimulazione. Non potendo impegnarsi per essere migliore, la persona di talento – in generale il nobiluomo – doveva fingere di eccellere in modo disinvolto, come se non potesse farci niente:Ce l’ha nel sangue, non è certo colpa sua”. Una predisposizione così dirompente che uno non può tenerla sotto controllo è un dono divino e la comunità se ne fa una ragione; anzi si può arrivare ad ammirare questa specialità, perché non è acquisita in cattiva fede o togliendo qualcosa a qualcun altro. Non è inappropriato suggerire che i leader populisti siano dispensati dalle norme comunitarie proprio come effetto di questo stesso tipo di meccanismo psicologico. Sono gli eroi palingenetici, toccati dalla Provvidenza ed inviati a rigenerare e rinnovare una società in frantumi.
Quante possibilità ci sono di fare strada in una società del genere? Se sai che il tuo successo dipende in ogni caso dal fallimento di qualcun altro, allora non sarai mai privo di sensi di colpa, e ti sentirai sempre in debito. Sarai caritatevole verso i bisognosi non in maniera disinteressata ma per non incorrere in qualche sciagura karmica/divina riequilibrante; non semplicemente perché è giusto così, perché è bello poter fare qualcosa di buono per qualcuno che ne ha bisogno.
Come detto, la legge di Jante opera in tutto il mondo, non solo negli ambienti rurali. In fondo il condominio altro non è che un villaggio ricontestualizzato. Pensiamo a come il gruppo schernisce uno dei suoi membri perché “si sente speciale”, “si sente migliore di noi”, “adesso si è montato la testa”, invitandolo a “scendere prima di farsi male”, ecc. Oppure quando i lettori delle riviste si deliziano nell’apprendere delle ultime scelleratezze dei vip e delle star, augurandosi in cuor loro che siano riportati tra i mortali, se possibile con una caduta fragorosa. È quel che in tedesco si chiama Schadenfreude, “piacere nelle altrui sventure”. Nei paesi anglosassoni si chiama tall poppy syndrome, dal racconto liviano di come Tarquinio il Superbo insegnò al figlio Sesto Tarquinio come domare i Gabii: decapitandone i capi come il padre aveva reciso i papaveri più alti.
A dimostrazione della sua universalità ed antichità, essa è presente anche tra gli Oroikava della Nuova Guinea: “Gli uominibianchi non sembrano essere soggetti alla normale economia morale delle relazioni interpersonali, quella per cui la vista della ricchezza fa crescere negli altri il desiderio e la cupidigia, mettendo in azione quei processi che fanno decrescere la ricchezza, o distribuendone una parte a chi l’ha vista, come forma di compensazione, o altrimenti generando dei sentimenti negativi di desiderio frustrato e gelosia che spingono le persone a contraccambiare distruttivamente, con un atto criminale oppure con un sortilegio” (Bashkow, 2006, p. 209).
Esiste naturalmente nelle valli alpine e, guarda caso, si accompagna ad una maggiore certezza etica e ad una minore disponibilità al cambiamento ed all’accoglienza degli immigrati (Gubert e Pollini, 2006). Nel suo "Il pane di ieri”, Enzo Bianchi, pur ammettendo che la vita nelle campagne del Monferrato poteva essere un incubo per donne, minori e non-conformisti, non si avvede che le virtù contadine che vorrebbe preservare come “magistero umano” sono al fondo del suo autoritarismo e soffocante moralismo. Per il priore della comunità monastica di Bose, Fa’ el to duvèr, cherpa ma va’ avanti!, è “una sorta di traduzione popolare dell’imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell’etica individuale”. A dire il vero è una massima perfettamente compatibile con l’interpretazione che Adolf Eichmann – “Agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo Paese” – e il giurista nazista Hans Frank – “Agisci in maniera tale che il Führer, se conoscesse le tue azioni approverebbe” – hanno dato della medesima. In altre parole obbedire alla legge significa allinearsi di buon grado alla volontà della comunità. L’è question ‘d nen pièssla, “Si tratta di non prendersela”, la seconda massima, sembra invece esprimere l’ideologia dell’armonia e della conformità assoluta. La terza massima, Mesciùma nenta el robi!, “Non mescoliamo le cose!” è corredata da un ambiguo commento del priore: “Principio minimo di ordine che successivamente, durante i miei studi, ho scoperto essere alla base delle prescrizioni bibliche contenute nella tradizione sacerdotale sulla «purità». Non mescolare le cose – «non adulterare» recita letteralmente il comandamento biblico di solito tradotto con un improbabile «non fornicare» o con un sessuofobo «non commettere atti impuri» – è principio di ordine che esige trasparenza di pensiero, chiarezza del discorso, rettitudine nell’agire. […]. Nessun ibrido, nessun sconfinamento di campo, nessun appiattimento in un magma indefinito, ma il sapore schietto di un vino non tagliato”. O il sapore schietto dell’ossessione per la Terra e per il Sangue (Blut und Boden), per la razza pura e l’Heimat (patria) incontaminata da elementi esterni. Infine Esagerùma nenta! “Non esageriamo!”, che equivale al lagom svedese ed al deru kugi wa utareru giapponese.
Nel Monferrato, come altrove, la ricerca (estorsione) del consenso è sempre stato uno dei valori imperanti.
Risulta difficile da un lato accettare il disaccordo e lo scostamento dal codice etico collettivo, e dall’altro dare il giusto peso alle istanze private che abbiano una rilevanza generale, laddove la nozione stessa di sfera privata è quantomai precaria ed il livellamento sociale è la norma (cf. studi di Piero S. Colla sulla società svedese http://books.google.it/books/about/Per_la_nazione_e_per_la_razza.html?id=sAkVAAAACAAJ&redir_esc=y).
Da ciò deriva la forte staticità della società e l’indolenza nel provvedere a distinguere tra gruppo di appartenenza ed individui, questi ultimi inchiavardati in un destino predefinito ed incapaci di percepire se stessi come possessori di un’identità separata dalla società nella quale vivono. La rimozione di ogni discrimine tra i vari membri della comunità tradizionale significa in ultima analisi che non possono esistere interessi qualitativamente differenti dei quali è necessario tener conto: “Se siamo tutti uguali, non c’è ragione di prendere sul serio delle differenze solo apparenti”. Un compromesso, per quanto insoddisfacente, rimane un’opzione preferibile rispetto alla collisione di posizioni contrapposte che impediscono di tutelare il sistema di reciprocità (do ut des) che regge le sorti degli agglomerati rurali.
Questo tipo di società, che ricalca come detto il modello Gemeinschaft di Ferdinand Tönnies, è totemizzato: la sua rappresentazione simbolica coincide con i legami di lealtà, alleanza e mutualità tra i suoi membri. Questi vincoli costituiscono un quadro di riferimento assoluto che è raramente messo in discussione, perché la totemizzazione conferisce alla società stessa la sua legittimità e ragion d’essere e permette di venerarla. La condizione di estrema prossimità dei suoi membri fa sì che, anche se nessuno crede davvero di essere uguale al vicino, ognuno senta il dovere di dar mostra di credere di non essere migliore degli altri, per non diventare il bersaglio dell’invidia sociale. Questa finzione di massa permette alla comunità di conservare intatti ed immutati i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni e soprattutto le norme tradizionali e quindi le ragioni della propria identità. In cambio chi non è parte della comunità è virtualmente inesistente, perché la funzione totemica è intrinsecamente esclusivista: non avrai altra comunità all’infuori di me. Questa è la sostanza di cui sono fatti gli incubi del fondamentalismo religioso e del totalitarismo politico.
Quel che si perde in questo genere di assetto sociale “permeante”, fondato sulla solidarietà organica, è il valore dei singoli – che risulta derivato, mai originario – e la funzione e l’importanza del conflitto. Non un conflitto fine a se stesso, non una divisione permanente, che sarebbe autolesionistica. Ma l’antagonismo come corollario del pluralismo, che genera quei legami che mantengono coese le democrazie. Una società che non è capace di superare l’autoreferenzialità e di comprendere ed assorbire ciò che le manca non è sana. È una distopia falsamente egalitaria che abolisce ciò che potrebbe distinguere una persona dall’altra, sancendo che il mero atto di far valere la propria personalità, anche senza causare danno alcuno agli altri, è intrinsecamente sbagliato e disdicevole; in altre parole, che qualcosa è andato storto nell’evoluzione umana.

Approfondimenti

sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

lunedì 28 novembre 2011

Le virtù trentino-tirolesi alla prova del Terzo Reich



Ho appena finite di leggere il rapporto del Gauleiter Frauenfeld sul Sudtirolo. Propone che i Sudtirolesi siano trapiantati in massa in Crimea e penso sia un’idea eccellente. Ci sono pochi altri luoghi su questo pianeta in cui una razza possa avere più successo nel conservare la sua integrità per secoli e secoli. I Tartari ed i Goti ne sono la prova vivente. Anch’io penso che la Crimea sarà climaticamente e geograficamente ideale per i Sudtirolesi e, se paragonata alla loro attuale situazione, sarà un paradiso di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcuna difficoltà fisica o psicologica. Tutto quel che devono fare è navigare un corso d’acqua tedesco, il Danubio, e saranno arrivati.
Adolf Hitler, luglio 1942 (Hitler, 2010)

“…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”.
Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

Come si comporterebbero Trentini e Sudtirolesi nell’evenienza di un loro inglobamento in un regime totalitario? Se i precedenti sono un’indicazione, allora è bene preoccuparsi, perché quel che si ricava dalla lettura di “La zona d'operazione delle Prealpi nella seconda guerra mondiale”, atti di un convegno di studi tenutosi nel 2006 e curati da Andrea Di Michele e Rodolfo Taiani (FMST, 2009), è un quadro a dir poco sconfortante.
Quello nazista era un ordine fondato non sul diritto del più forte, un diritto che è intrinsecamente transitorio, ma su quello metafisico e metastorico della purezza e preziosità del Sangue, della Razza e dello Spirito della Stirpe, un criterio così radicale, assoluto ed inesorabile da non sembrare neppure di origine umana. Tuttavia, mentre la fascistizzazione di entrambe le province fallì, l’occupazione nazista fu un successo. Lo pone in evidenza lo storico Luigi Ganapini, riepilogando i punti salienti dei vari contributi e citando “l’ambiguo comportamento del prefetto de Bertolini”, “il contributo sostanzioso allo sforzo bellico tedesco” da parte del Trentino Alto Adige, “i semi di conflittualità interetnica seminati a piene mani dagli studiosi”, “la scelta estrema del Corpo di Sicurezza Trentina”, la “guerra civile latente” in Alto Adige, l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno, monsignor Bortignon – salito su una scala per baciare i partigiani impiccati davanti ai loro carnefici – e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Johannes Geisler, che si limitò a predicare disciplina ed obbedienza, in contrasto con il basso clero, schierato contro il neo-paganesimo razzista. Il ruolo dell’élite scientifica è stato esaminato da Michael Wedekind nel suo bel contributo ed in un articolo più esteso, intitolato “Le sporadi tedesche: comunità germanofone dell’Alta Italia come oggetto dell’etnoscienza ed etno-politica tedesche”, pubblicato quasi contemporaneamente nell’ultimo numero di Archivio Trentino (2/2008). Lungi dall’attenersi a criteri di obiettività e rigore, gli etno-antropologi di lingua tedesca che operarono nella nostra regione e che sono stati riscoperti ed in qualche misura “sdoganati” negli ultimi anni [cf. capitolo sull’Ahnenerbe in questo stesso volume], dimostrarono “affinità ideologiche” col regime, una “bizzarra mancanza di aderenza alla realtà”, una “visione del mondo etnocentrica radicalizzata” ed una manifesta “disponibilità a partecipare al nuovo ordine europeo nazista”. Lorenzo Baratter ci ricorda che oltre 3000 Trentini, dovendo scegliere tra la prigionia in Germania assieme ad altri 600mila militari italiani, il lavoro nella Todt e il Corpo di Sicurezza Trentino, scelsero di indossare un’uniforme tedesca e di partecipare alle rappresaglie contro altri Trentini ed Italiani. Al contrario, il Corpo di Sicurezza Bellunese non prese mai forma. L’ambiguità degli obiettivi e la ristrettezza delle visioni sembrano aver sabotato il movimento resistenziale trentino. Alberto Vadagnini riporta che a fine 1944 Walter Pienagonda (“Rado”) scrive ad Andrea Mascagni che “il CLN trentino è bloccato da inerzie, beghe di partito, interessi personali, egoismi, invidie e da una visione troppo localista”. Bizantinismi morali che, secondo lo storico altoatesino Andrea Di Michele, si fanno evidenti nelle scelte postbelliche dell’SVP che, dovendo presentarsi come partito di raccolta etnico, accolse un po’ tutti, “dai più aperti oppositori al nazismo fino a coloro che vi avevano collaborato attivamente. Ciò significò anche tacere le voci degli ex resistenti in quanto scomodi testimoni di una profonda divisione che non si voleva mostrare verso l’esterno”.
Contraddizioni che, com’è noto, sono riemerse di recente in tutta la loro virulenza con il rifiuto del vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta di partecipare alle commemorazioni al lager di via Resia e con certe sue esternazioni che rivelano che lui considera l’incorporazione dell’Alto Adige nel Terzo Reich come un intervallo di libertà dall’occupante italiano. Dunque si rifiuta di riconoscere come un problema la deportazione e sterminio degli Ebrei residenti nell’area o la partecipazione ad un progetto efficacemente ricapitolato dalle considerazioni dei due massimi esponenti del nazismo, Martin Bormann, leader del partito nazista e segretario personale del Führer, e Adolf Hitler. Sul destino di milioni di Europei orientali: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Martin Bormann, Memorandum, 1942). Sulle politiche demografiche del Reich: “Il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali” (Adolf Hitler, 1928/1961). Più importante di tutto, per Ellecosta, è l’integrità dell’Heimat e la possibilità di tornare a parlare liberamente la propria lingua. L’etnia viene prima della libertà e della democrazia. Dall’altra parte c’è comunque chi, come Giorgio Holzmann, omaggia Ettore Tolomei, il campione della fascistizzazione e pulizia etnica dell’Alto Adige. Per entrambi, valgono le parole di Di Michele: “Io credo che su questio­ni così delicate e centrali non si debba transigere. Di fronte a una data che segna per tutti noi, italiani, tede­schi e ladini, la fine della dit­tatura e il ritorno alla demo­crazia, il riconoscimento de­ve essere esplicito e privo di ambiguità. Per questo, an­che nella nostra provincia, combatterono e morirono uomini sia di lingua italia­na che di lingua tedesca, ma­gari divisi sul destino che il Sudtirolo avrebbe dovuto conoscere dopo la guerra, ma consapevoli che la pri­ma cosa da fare era quella di dare il proprio contributo per sconfiggere le dittature. […]. Non è questione di essere italiani, tedeschi o ladini, ma di credere sinceramente nei valori della democrazia. Non ci possono essere ambi­guità nella condanna a fasci­smo e nazismo e va detto chiaramente che sono stati due Stati democratici, Italia e Austria, a trovare una so­luzione al problema sudtiro­lese” (Alto Adige, 28 aprile 2009).  
Quali dunque le cause della remissività, che a volte sconfinava nella duplicità, se non in un tacito e dissimulato collaborazionismo con l’orrore nazista da parte della popolazione trentino-tirolese? Ragioni storiche e politiche, certamente; la paura, comprensibilmente. Ma forse anche una sorta di “teutonofilia”, ossia il desiderio di essere tedesco, o come i tedeschi, o dalla parte dei tedeschi, a prescindere dai frangenti; e l’amore per tutto ciò che proviene dal mondo nordico, al punto da associare perizia tecnica e competenza morale e politica. Purtroppo quanto più un paese è ben organizzato, tanto più facile è sfruttarlo e tanto più arduo è trovare modi di interferire con gli obiettivi dell’occupante. In Trentino, la propaganda nazista si avvalse della stampa locale per lanciare il suo appello al tradizionale senso di lealtà e rispetto verso le istituzioni e l’autorità costituita, alla pazienza, concordia, disciplina, operosità, generosità, parsimonia, diligenza, sobrietà, cortesia ed allo spirito di sacrificio “tipicamente” trentini per garantire la pace sociale nelle retrovie alpine (Baggiani, 2010). Adolfo De Bertolini, nominato Commissario Prefetto dal Gauleiter Hofer, si era fatto interprete della diffusa volontà trentina di evitare il peggio e, nell’annunciare la costituzione del Corpo di Sicurezza Trentino, che indossava uniformi tedesche e doveva prestare un giuramento di fedeltà ad Hitler, ripropose alcuni dei motivi retorici più triti ma forse anche più rassicuranti per una popolazione angosciata: “Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale. […]. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell’onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”. L’allora vescovo di Trento, monsignor Carlo De Ferrari, una figura che non si distinse per audacia, nell’appello ai fedeli della Vigilia di Natale del 1943 li esortò a “proseguire sulla giusta via nella fede dei Padri che si tempra alle prove nell’austera disciplina che é obbedienza alle Autorità e alle leggi, per giungere così alla carità che é amor patrio e amore ai fratelli, secondo l’insegnamento di Paolo”. Il riferimento all’insegnamento paolino è quantomai significativo, perché ricorre frequentemente nei memoriali di chi denuncia le forme di collaborazionismo più o meno dell’Europa occupata dai nazisti. L’epistola ai Romani (13, 1-6) è di particolare interesse: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio”. Dietrich Bonhoeffer si interrogò a lungo sul senso e sulla validità di questo tipo di sollecitazioni in un mondo alle prese con un potere malvagio come quello nazista.
I partigiani non avevano dubbi: non esistono spazi per alcun compromesso con il Male ed un regime che stermina le popolazioni ed intende conquistare il mondo è l’incarnazione terrena del Male. Perciò il giudizio dei pochi partigiani trentini sulle presunte virtù trentine fu ben diverso: mentalità arretrata e reazionaria, clericalismo antimodernista, passività ed arrendevolezza, pavidità, scarsa lungimiranza, concretezza meschina ed ipocrita, chiusura mentale. Vi era la sensazione, peraltro non troppo distante dal vero, che la principale preoccupazione fosse quella di preservare la buona amministrazione, la coesione sociale ed un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Come per tutta la storia trentina, le poche ribellioni non smossero più di tanto le acque e, nei fatti, i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni rimasero quasi intatti ed immutati. In linea con l’antica tradizione secondo cui “il singolo era una creatura imperfetta che aveva bisogno della perfezione di una comunità per operare come cittadino” (Lo Preiato, 2009).
Maria Garbari (1984, p. 60) constata che lo scopo della retorica dell’occupante era quello di “associare il localismo con la visione della sicurezza, del benessere, dello starsene fuori dalla mischia, di evocare antiche tradizioni legate alla stabilità ed all’ordine: in nome di questo mondo fatto di conservazione e valorizzazione degli occupanti, si sarebbero potuti smussare alcuni angoli di frizione fra le popolazioni locali ed i nazisti ed evitare che la gente di montagna ed i contadini passassero nel campo dell’opposizione, magari attraverso la cerniera della chiesa e del clero minuto”. La Gleichschaltung nazista - allineamento coordinato e sincronizzato dell’intera società - fu senza alcun dubbio facilitato dalla tendenza locale ad esaltare il modello sociale ed amministrativo germanico e disprezzare quello italiano: “Sono questi dei luoghi comuni, che naturalmente solo parzialmente corrispondevano a verità, ma ebbero molto peso sulla mentalità locale e condizionarono senz’altro le scelte in certi momenti. Era difficile scindere l’ammirato stile di vita del mondo austro-tedesco dal nazismo di Hitler con i mezzi di informazione di cui allora si disponeva perlomeno nelle piccole comunità rurali, era difficile in quel momento ammirare il popolo tedesco e condannarne il regime del quale non si conoscevano ancora le atrocità (Palla, 2003, p. 219). Di conseguenza ogni forma di resistenza che mettesse a repentaglio lo spontaneo fluire della quotidianità era visto come il fumo negli occhi, “in quanto sinonimo in generale di disordine, di violenza gratuita, di rottura di tutte le regole e quindi del venir meno di ogni moralità e legalità” (Palla, ibidem).
Per ciò stesso i partigiani godevano di pessima fama ed erano assimilati a rubagalline, a briganti, a predoni che usavano gli slogan socialisti per appropriarsi della “roba” altrui. Invece il miraggio del completo autogoverno delle popolazioni autoctone giustificava ogni connivenza, costituendo “la più insidiosa, la più subdola, la più temibile delle prospettive che Franz Hofer è riuscito a far credere alla popolazione trentina nella prima fase del suo governo sulla regione, prima cioè di dare il via alla seconda fase che è stata quella della più feroce, efficiente, spietata repressione poliziesca” (Agostini & Romeo, 2002, p. 71). I Trentini non si lasciarono nazificare, come non si erano lasciati fascistizzare. Tirarono semplicemente a campare, attendendo l’arrivo degli Alleati. Ma è proprio il prevalere della filosofia del “Ha da passa' 'a nuttata” che rappresenta il trofeo più ambito per un esercito occupante: è sufficiente convincere la popolazione che se non ci saranno motivi di irritazione tutto si risolverà per il meglio e poi attendere gli effetti della Sindrome di Stoccolma, quella del rapito che si allea col rapitore contro i soccorritori, reintepretando in modo radicale la sua situazione, per difendere la sua psiche.
Diversa fu la reazione era la situazione in Alto Adige, dove molti video i nazisti come dei liberatori, tanto che vi trovarono rifugio ed assistenza, tra gli altri, persino dei mostri come Adolf Eichmann (al convento dei Francescani di Bolzano), Franz Stangl (Castel Labers), Josef Mengele (Vipiteno e Termeno), Gerda Bormann, la fanatica moglie di Martin Bormann (Merano) ed Erich Priebke (via Leonardo da Vinci, a Bolzano) (cf. Steinacher, 2010). Anche a questo proposito Francesco Comina scrive “pare che buona parte degli uomini sia senz’altro pronta ad adeguarsi ai poteri ed alle ideologie imperanti se ciò consente loro di perseguire i loro scopi e valori prettamente materialistici. Il mascheramento di tale comportamento con un folclore tinto di toni religiosi risulta fastidioso all’osservatore che viene da fuori e fa sì che gli spiriti più critici si allontanino da questa patria e dal consorzio culturale così pomposamente dichiarati” (2000, p. 11). Io credo che la sua valutazione del comportamento sudtirolese sia incompleta. Accanto ai motivi pratici ed al desiderio di continuare a vivere costi quel che costi, magari approfittando delle circostanze eccezionali per arricchirsi a spese degli altri, c’era un’adesione sincera ad un certo ruolo dell’individuo nella società. In Alto Adige, come in Trentino, gli individui erano “come organi in un corpo” (Lo Preiato, 2009). Non potevano esistere interessi qualitativamente differenti dei quali tener conto, in un quadro di riferimento assoluto in cui la sudditanza nei confronti del potere non poteva essere messa in discussione. “I cittadini erano sottoposti alla potestà di un padre sui figli con un obbligo di fedeltà assoluto, perpetuo e generale” (Lo Preiato, ibidem). Obbedire senza porsi troppe domande era considerata una virtù. E ciò dà conto del comportamento delle popolazioni locali che, come annota Armando Vadagnini, si dimostrò “priva di senso rivoluzionario”, “apatica”, “fredda e indifferente” (Di Michele / Taiani, 2009). Nel Bellunese, dove le autorità ecclesiastiche e civili erano apertamente critiche nei confronti del Terzo Reich, dove centinaia di partigiani emiliani erano affluiti per combattere sulle Alpi e dove permaneva la memoria della lotta contro il nemico austriaco, le cose andarono diversamente e la prospettiva localista non esaurì l’interpretazione degli eventi degli autoctoni. L’orientamento trentinistico riemergerà invece nel dopoguerra in seno all’autonomismo trentino, che ebbe due anime: una progressista e cosmopolita, sinceramente ispirata al federalismo di Carlo Cattaneo e di Altiero Spinelli, ed una più chiusa, localista e xenofoba. Di questa corrente faceva parte chi vedeva nell’unificazione con l’Italia la minaccia di “un progressivo decadimento economico, morale e culturale della nostra regione”, chi deplorava l’abrogazione delle “chiare leggi austriache che esercitavano una profonda distinzione del male e del bene” e “l’incontrollato afflusso dal sud di gente di ogni risma, pronta al raggiro e ad ogni mezzo di corruzione”. Il Movimento Separatista era addirittura pronto a riprendere in mano le armi nel 1945 qualora ci fosse stata la necessità di un’immediata azione di forza per richiamare l’attenzione internazionale (Baratter, 2009, p. 37).
La teutonofilia indusse molti ad anteporre a valori primari quali la dignità, l’onestà, il rispetto, l’attenzione verso il prossimo, il libero arbitrio, la compassione, la giustizia e la solidarietà, quei valori secondari come la diligenza, l’obbedienza, l’efficienza, la dedizione, la coesione e l’ordine che già godevano peraltro di uno status immeritato – se fini a se stessi – in questa regione. Immeritato perché le tradizionali virtù trentine o teutoniche sono virtù secondarie, funzionali al buon governo di una popolazione, non al buon governo delle coscienze. Vediamo perché. Giamblico di Calcide, rifacendosi a Pitagora, distingueva le virtù teoriche, che sono le virtù dell’anima che ha già abbandonato se stessa e si volge verso l’alto, dalle virtù civiche. Mentre queste riguardano la ragione che si dirige verso ciò che è inferiore a se stessa, le prime traggono origine dallo sforzo della ragione verso ciò che è superiore ad essa. Pur prescindendo dalle premesse metafisiche di Giamblico, ritengo che questa divisione tra virtù primarie e secondarie sia affatto plausibile.
Le virtù primarie comprenderebbero unità, armonia, pace, equilibrio, saggezza/sapienza, amore, fede, speranza, compassione, tenacia, calore umano, coraggio, umiltà, gratitudine, benevolenza. Quasi tutte queste virtù possono essere pervertite conducendo a: assimilazione, obbedienza supina, apatia, indifferenza, ordine, fanatismo, dipendenza psicologica, anticipazioni irrealistiche, manipolazione emotiva, rigidezza mentale, facili entusiasmi, sconsideratezza, auto-svalutazione, indebitamento perpetuo, sfruttamento.
Le virtù secondarie includono competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. Tutte qualità generalmente associate alle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente. Ma sono strumenti in vista di un fine e non devono diventare un fine in se stesse. In quel caso possono finire per formare gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Infatti, essere un eccellente cittadino dotato di virtù civiche non significa essere un eccellente essere umano dotato di virtù umane. In molte società le due cose divergono. Riferendosi ai meriti di Danesi ed Italiani nel salvataggio di Ebrei durante l’Olocausto, Hannah Arendt, in “Eichmann a Jerusalem”, scriveva: “Ciò che in Danimarca fu il risultato di un autentico senso politico, una congenita comprensione dei requisiti e delle responsabilità della cittadinanza e dell’indipendenza…in Italia ebbe origine da una quasi automatica umanità generale di un popolo antico e civile” (Arendt, 2009). Questa generalizzazione va presa con le molle, perché le virtù italiane giacevano e giacciono in una matrice di vizi mal sopportabili, come il disordine, la disobbedienza, il menefreghismo, la malizia, la corruzione ed il pressappochismo che peraltro intralciarono, loro malgrado, la macchina dello sterminio. Resta però il fatto che la disumanità nazista si espresse al meglio proprio in quel sistema di virtù secondarie che sono da sempre esaltate da patrioti e riformatori sociali. A questo punto, prima di procedere, è bene ammonire il lettore a non identificare nazismo e “germanità”. Norvegia, Danimarca e Olanda sono nazioni nordiche che hanno dimostrato livelli di umanitarismo pari se non superiori a quelli italiani, mentre non dobbiamo mai dimenticarci degli eccidi commessi dagli Italiani, fascisti o meno, in Africa e nei Balcani e dalla prontezza con la quale molti Italiani hanno chiuso gli occhi di fronte alla sorte dei Sudtirolesi. È bene non indulgere nell’autostereotipizzazione degli “Italiani, brava gente”.
Lo storico Jonathan Steinberg (Steinberg 1997) ha evidenziato l’uniformità della brutalità nell’esercito tedesco, la virtuale assenza di espressioni di umanità nella corrispondenza privata e nei documenti pubblici. Non si parla mai di esseri umani (Menschen), ma solo di materiale, forniture, roba. Apparentemente tra le mansioni del soldato tedesco non era contemplato il comportarsi umanamente: termini come morale ed etico non trovavano posto nei manuali degli ufficiali. Invece i soldati italiani facevano riferimento alle virtù cristiane in pubblico ed in privato, al retaggio dei codici di condotta cavallereschi, mostrando una forte consapevolezza dei dettami dell’onore ed un impegno a proteggere i deboli e gli oppressi. Perché una tale divergenza tra due paesi che appartengono alla medesima tradizione europea? Jonathan Steinberg ipotizza una biforcazione nella concezione stessa dell’umano e cita l’autore satirico Kurt Tucholsky che, nel 1928, scrisse un brillante pamphlet intitolato “Das Menschliche” (l’umano) in cui spiegava che “Das Menschliche” è un qualcosa che altrove è auto-evidente ma non in tedesco, dove rischia spesso di decadere nella categoria di “ciò che è al servizio” o, peggio ancora, di “ciò che è una cosa”. Tucholsky concludeva che questo è ciò che rende la mentalità tedesca così difficile da far intendere altrove. Nella Germania del tempo – ossia quella che stava per cedere alla seduzione nazista, non esistendo una Germania eternamente nazificabile – l’umano era strettamente associato al disordine, all’impertinenza, al caos incontrollabile…”das Menschliche” è tutto ciò che rimane dopo che il danno è fatto”. Come antropologo devo obiettare ad ogni essenzializzazione di una cultura così ricca e variegata. È evidente che milioni di Tedeschi, anche sotto il nazismo, non smarrirono i sentimenti umanitari. Ma non c’è alcun dubbio che la teologia politica nazista aveva come fine prioritario quello di de-umanizzare i nemici e robotizzare i seguaci, o per meglio dire adepti (perché di veri e propri fedeli parliamo, non di simpatizzanti), magnificando le virtù secondarie ed emarginando quelle primarie, le uniche che potevano interferire con i piani hitleriani.
A me pare che Emmanuel Levinas abbia colto con estrema acutezza e perspicacia la vera essenza del nazismo. Riporto qui di seguito una lunga citazione tratta da “Emmanuel Levinas” di Giuliano Sansonetti e che concerne la libertà dello spirito rispetto alla materia, un pilastro del pensiero filosofico occidentale (ma anche orientale): “Tale libertà si esprime nell’estraneità dell’anima che, senza comportare una fuga dal mondo, si distanzia da esso fondando così la propria trascendenza. È questa libertà sostenuta dal cristianesimo ad aver ispirato i movimenti profondi della storia, anche quelli, come il marxismo, che si sono posti in alternativa al cristianesimo. Rispetto a tale tradizione, l’hitlerismo costituisce una vera e propria rottura, un radicale rovesciamento di prospettiva. Lo specifico di questo movimento infatti Levinas lo individua nell’incatenamento dello spirito al corpo, per cui il biologico, con tutto ciò che comporta di fatalità, più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. Donde le misteriose voci del sangue, i richiami dell’eredità e del passato, ai quali il corpo serve da enigmatico veicolo. Ne deriva che l’essere dell’uomo non è più nella libertà ma in una specie d’incatenamento. Sul piano dei rapporti sociali, non è l’accordo libero della volontà a costituire l’elemento unificante, bensì la consanguineità, per cui se la razza non esiste, bisogna inventarla. Ogni comunione di spiriti che non sia fondata sulla consanguineità non può che apparire sospetta. Anche questa idea ha bisogno di affermarsi come universale, ecco allora che il razzismo deve far posto all’idea di espansione; quest’idea, però, a differenza delle altre, non lascia la libertà di accoglierla o meno, ma si trasforma in politica di potenza. Con l’hitlerismo, in sostanza, non è messo in discussione questo o quell’aspetto della civiltà occidentale, ma l’umanità stessa dell’uomo” (Sansonetti, 2009, pp. 42-43). Il nazismo è prima di tutto la negazione della dignità, la principale virtù umana, che dipende dalla capacità dell’individuo di continuare ad essere un soggetto dotato di volontà, di autogovernarsi, un attributo che si applica ai singoli esseri umani, non alle collettività. La seconda virtù primaria negata dal nazismo è quella della giustizia che, secondo Simone Weil, consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Per Pitagora il principio di giustizia determina la relazione reciproca e bilanciata tra eguali e deve stare alla base di ogni attività umana. È l’incontro di mutualità e giustizia che genera l’altra virtù primaria che è l’uguaglianza. Un’ulteriore virtù primaria oggetto delle attenzioni naziste è la mitezza, che Bobbio definiva “la più impolitica delle virtù” e che non va confusa con la passività mansueta. Sempre per Bobbio, il mite non è remissivo davanti alla soperchieria, anzi è baluardo contro l’arroganza (l’opinione eccessiva di sé che giustifica la sopraffazione), la protervia (l’ostentazione dell’arroganza) e la prepotenza (l’abuso di potere ostentato e praticato). Come William Blake, Bobbio era fautore di una civiltà fondata sulla dolcezza e sulla “parte migliore dell’io”, anatema per ogni autentico nazista.
I nazisti avevano una valida ragione a sostegno delle loro pretese: l’inesistenza di una morale obiettiva. In un mondo in cui ha valore solo ciò che è misurabile e computabile non possono esistere valori spirituali che non necessitino di una qualche giustificazione razionale. La scienza nazista era perfettamente in grado di avvalorare le intuizioni del Führer, se necessario anche falsando i dati. C’erano dei fatti che la scienza tedesca sotto il nazismo aveva il compito di tradurre in dogmi utili al riformismo politico hitleriano. L’esistenza della razza, la perpetuazione del genotipo (allora si chiamava plasma germinale) dai primordi fino al Terzo Reich, la determinazione genetica del temperamento e delle facoltà intellettuali, la causazione naturale della Storia e dell’evoluzione sociale. Questi erano tutti fatti “scientificamente dimostrati”. Essi comprovavano implacabilmente la validità della teoria dell’Ahnenerbe (eredità ancestrale), che definiva l’individuo e la sua spiritualità come il mero epifenomeno di linee genealogiche perpetue. In pratica i tratti caratteriali e le facoltà intellettive di ogni individuo erano il portato di un lungo processo di trasmissione del patrimonio germinale a partire dai suoi antenati, processo che non poteva essere influenzato da alcun fattore ambientale. Secondo questa teoria le popolazioni e le razze sarebbero fasci di linee germinali e gli esseri umani anelli di una catena genealogica millenaria che determinerebbe chi siamo, in cosa crediamo e come agiamo.
Questo sistema di coordinate faceva sì che le virtù preferite dai nazisti trovassero un ancoraggio nella Natura – trasformata in un idolo da venerare e in un agente cosmico schierato dalla parte del Terzo Reich –, e quindi nell’evoluzione universale. La spiritualità materialista dell’hitlerismo implicava il collettivismo identitario e quindi il rigetto di ogni concettualizzazione degli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti. Questa logica classificatoria imputava a tutti i membri di una razza, ad esempio gli ebrei, le colpe di alcuni ed attribuiva a tutti gli ariani i meriti di alcuni presunti ariani. Vi era poi la pretesa che chi fosse stato identificato come membro di una razza dovesse allinearsi alle pratiche e prescrizioni ad essa associate, accettando l’appiattimento della sua identità sulla categoria bio-sociale assegnatagli fin dalla nascita. Il danno in termini di dignità umana e realizzazione delle proprie potenzialità si estendeva anche al nazista, che non si rendeva conto di sconfessare la propria individualità e di condurre un’esistenza moralmente parassitaria, a rimorchio della sua razza ed ideologia di riferimento, narcisisticamente convinto di condividere le virtù del Volk e del Geist. Questo senso di impeccabilità e di intangibilità morale è alla base del comportamento osservato e denunciato dal grande alpinista Tita Piaz in Val di Fassa nel periodo dell’occupazione nazista (Palla, cf. Di Michele/Taiani, 2009): “Due giorni fa si flagellò uno di Campestrin perché non voleva ammettere di essere ebreo! Pare che la civilizzazione presso certi popoli sia passata attraverso i secoli senza lasciar traccia di sé. Se le cose venutemi a conoscenza questi ultimi tempi mi fossero state raccontate alcuni mesi fa mi sarei decisamente rifiutato di crederle non foss’altro che per rispetto della natura umana. Ma dunque siamo ritornati ai primordi della vita, retrocesso nel tempo delle scure profondità dell’essere? E l’uomo immagine di Dio dov’è ora?” (p. 349). E ancora, riguardo al mercanteggiamento dei beni delle vittime da parte delle guardie: “Capisco come i soldati romani abbiano diviso le misere vesti di Cristo che era un ribelle estraendole a sorte, ma non riesco a trovare una scusa per questi miserabili pigmei e questi quadrati egoisti che non arrossiscono punto di vendere il più piccolo favore al miglior offerente, che speculano sulle sventure delle vittime che sono loro fratelli” (p. 352). È interessante notare che Piaz impiega il termine “fratelli”. Nessun aguzzino avrebbe mai visto nell’altro un fratello, che è invece un concetto centrale dell’etica umanistica e cristiana.
Chi sostiene l’etica umanista-cristiana tanto aborrita dai nazisti ritiene che le virtù primarie ed i valori centrali definiti dalle carte costituzionali non abbiano bisogno di una qualche giustificazione razionale o di un ancoraggio naturalistico-evolutivo. Ritiene che non sia davvero necessario dimostrare scientificamente l'utilità di amore, amicizia, familiarità, comunanza, collegialità, fraternità, buon vicinato, dignità umana e solidarietà. Che per i diritti umani non siano richieste verifiche di autenticità e che principi ed intuizioni extra-scientifiche non siano il prodotto di superstizioni o di emozioni inaffidabili ma di semplice buon senso. Torniamo a toccare il nodo irrisolto del senso ultimo dei nostri ragionamenti morali. Possiamo fare a meno di ricercare in motivazioni che eccedono la nostra umanità le ragioni per comportarci decentemente, equanimemente ed affettuosamente nei confronti del prossimo? Dobbiamo chiedere a Dio o alla Scienza di spiegarci perché non si debbano fare certe cose? Oppure siamo giustificati nel sostenere che la madre di tutte le regole, “tratta gli altri come loro vorrebbero essere trattati”, esaurisce ogni discussione in merito al perché ed al percome uno debba agire in un modo piuttosto che in un altro? Personalmente credo che sia questo il caso e che la nostra umanità ci obblighi ad intervenire quando ci si chiede di alleviare le sofferenze altrui. Rimarranno comunque persone che non la riterranno un’argomentazione soddisfacente e vorranno risalire ancora più a monte, sostenendo magari che quelle centrate sull’empatia ed il buon senso (intuizioni morali) siano confuse pretese argomentative e che la comune condizione di vulnerabilità della nostra specie – nell’infanzia, nella malattia e nella senilità – non possa dar conto dell’esistenza dei sentimenti del rispetto, della gentilezza, dell’amore e della compassione. Questi critici sono liberi di pensare come credono, a patto che non cerchino di imporre all’intera collettività il loro riduzionismo epistemologico ed etico.