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venerdì 20 gennaio 2012
Socrate e l'illusorietà della morte
Nella tradizione orfico-pitagorica la morte non è una cosa brutta ma un momento di purificazione, il trionfo dello spirito sulla materia che lo imprigiona, dell’eterno sul transeunte. Il sapiente deve capovolgere il suo giudizio sul vivere e sul morire. Ecco cosa ne pensa Socrate.
– Credi tu che la morte sia qualche cosa?
– Certo – rispose Simmia.
– E non crediamo noi che essa altro non sia che la separazione dell’anima dal corpo? E l’esser morto non consiste proprio in questo: nello stare l’anima e il corpo separati tra loro e ciascuno per conto proprio? Che altro è la morte se non questo?
– Nient’altro che questo, infatti – rispose Simmia.
– E allora osserva attentamente, o amico, se tu hai la stessa opinione che ho io, poiché solo così potremo meglio comprendere ciò di cui discutiamo. Pare a te che sia da vero filosofo darsi cura dei piaceri, come, per esempio, del mangiare e del bere?
– Niente affatto, Socrate – confermò Simmia.
– E dei piaceri d’amore?
– Neppure.
– E così tutte le altre cure del corpo, come l’acquisto di lussuoso vestiario, di magnifiche calzature e di ogni altro ricercato ornamento, pare a te che il filosofo abbia in pregio più di quel tanto che la necessità lo costringa a farne uso?
– A me pare che il vero filosofo disprezzerà tutto questo.
– Non ti sembra allora che l’attività di un tale uomo non sia per nulla rivolta al corpo, da cui anzi si allontana più che sia possibile, ma invece sia tutta dedita all’anima?
– Certamente.
– E quindi è chiaro che in tutte queste cose il filosofo, a preferenza di ogni altro uomo, cerca più che può di liberare l’anima da ogni comunanza col corpo. Non è forse vero?
– Pare di sì.
– Ed è per questo o Simmia, che il volgo crede che colui il quale non prova alcuno di questi piaceri, e non vi partecipa, non meriti neanche di vivere; poiché tende ad essere come un morto chi non si cura dei piaceri che derivano dal corpo.
– Dici proprio la verità.
– E che diremo dell’acquisto della sapienza? Credi tu che nella ricerca della verità ci sarà o no di impedimento il corpo? Intendo dire questo: il senso della vista e dell’udito, ad esempio, danno a noi certezza assoluta, oppure hanno ragione i poeti quando continuamente ci dicono che noi non udiamo, né vediamo nulla di preciso? E se questi sensi non sono né sicuri, né precisi, che cosa dovremmo dire degli altri ancora più manchevoli di questi? Non ti pare?
– Certamente – disse.
– Quando, dunque – continuò Socrate – l’anima riesce ad attingere il vero? Perché se essa si accinge a ricercare la verità con l’aiuto del corpo, è evidente che sarà da questo tratta in inganno.
– Proprio così.
– Non è forse nella pura attività di ragione che si rende a lei manifesta la verità?
– Certamente.
– E questa attività non si esplica ancor meglio quando l’anima non è conturbata da nessuna di tali sensazioni, né dalla vista, né dall’udito, né dal dolore, né dal piacere, ma tutta in sé raccolta, abbandonando completamente il corpo, senza più alcuna comunanza né contatto con esso, tende solamente alla verità?
– Dici proprio bene.
– Non è questa, allora, la ragione per la quale l’anima del filosofo disprezza profondamente il corpo e rifugge da esso e aspira a rimanere sola, tutta in sé raccolta?
– Certamente.
– Ma v’è ancora un altro argomento, o Simmia. Affermiamo noi l’esistenza di un “giusto in sé”, o no?
– Certo che lo affermiamo, per Zeus.
– E di un “bello in sé”, di un “buono in sé”?
– Pure.
– Or bene, vedesti tu mai con gli occhi del corpo il “Giusto”, il “Bello”, il “Buono”?
– No, mai – rispose quegli.
– E li hai mai conosciuti con qualche altro senso del corpo? E non parlo solamente di questi, ma ancora della “Grandezza”, della “Salute”, della “Forza”, in una parola di tutto ciò che realmente è. E credi tu che si conosce la realtà in sé delle cose per mezzo dei sensi del corpo, oppure reputi che colui il quale si propone di conoscere il vero per mezzo dell’attività pura di ragione si avvicinerà più di ogni altro alla perfetta conoscenza di esso?
– È proprio così.
– E a questa perfetta conoscenza può pervenire soltanto colui che alla verità si volge con la sola mente, e non sorregge la sua ragione con alcun senso del corpo, ma solo in sé e puro, con la mente pura, cerca di attingere il vero, astraendosi, più che sia possibile, dagli occhi, dagli orecchi, dal corpo tutto, poiché questo sconvolge l’anima e non le permette di acquistare verità e sapienza. Non è forse quest’uomo, o Simmia, colui che potrà, più di ogni altro, cogliere la realtà?
– Tu dici il vero, o Socrate – rispose Simmia.
– Dunque – seguitò Socrate – tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri.
Platone, "Fedone", Armando Editore, Roma 2007.
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lunedì 16 gennaio 2012
Credenti e atei
CREDENTE: Un
giorno sarò premiato per aver vissuto questa vita di tedio e servilismo ed andrò
in un luogo remoto e magico chiamato Paradiso, pieno di felicità, risate, gioia
e vita eterna. Nel frattempo devo evitare di irritare la mia divinità
osservando le norme sociali della mia società e continuando ad essere un
volenteroso membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente
e ripetitiva.
ATEO: Un giorno io, i miei figli e i miei nipoti saremo
premiati per queste generazioni di orribile lavoro d’ufficio e andremo in un
luogo magico chiamato Spazio, grazie al progresso tecnologico. Vivremo
eternamente delle esistenze piene di felicità, risate e gioia. Nel frattempo
devo evitare di ostacolare il nostro Progresso verso questo nuovo mondo osservando
le norme sociali della mia società e continuando ad essere un volenteroso
membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente e
ripetitiva.
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martedì 8 novembre 2011
Ma Gesù è stato veramente crocifisso?
- Gesù non ritiene che la passione e risurrezione siano così cruciali. Domanda infatti a “Dio” se sia proprio indispensabile un tale patimento: “Quindi prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e cominciò ad essere preso da timore e angoscia; e disse loro: «L'anima mia è grandemente rattristata, fino alla morte; rimanete qui e vegliate». E, andato un poco avanti, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, si allontanasse da lui quell'ora. E disse: «Abba, Padre, ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi» (Marco 14, 33-36).
- Di così scarsa importanza era il tema della risurrezione che Pietro, Giacomo, Giovanni non ne avevano mai sentito parlare e non sapevano di cosa Gesù trasfigurato stesse parlando (“Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti”, Marco 9, 10). Dunque Gesù non aveva dedicato un solo minuto di tutta la sua predicazione alla descrizione di un evento che la Chiesa ci dice sia il fondamento del suo messaggio, tant’è che dopo la sua risurrezione nessuno lo riconosce e nessuno si aspetta un evento del genere. Sbalorditivo!
- I capi giudei obiettarono: "Non hai ancora cinquant’anni e avresti visto Abramo?" (Giovanni 8, 57);
- S. Ireneo parla di un Gesù che predica fino a 50 anni (Adversus Haereses II 22, 4-6);
- Gesù è definito “rabbi” anche se prima dei 40 anni non si poteva esserlo;
- Il simbolo del crocifisso - ossia il simbolo per antonomasia della cristianità - non appare né pubblicamente né clandestinamente fino al IV secolo d.C.;
- I primi autori cristiani ignorano il tema della crocifissione e della risurrezione, con buona pace della crocifisso-mania dei nostri tempi (cf. Citati, più oltre);
- Ci fidiamo della parola degli evangelisti, che sono dei perfetti sconosciuti (chi erano? Quali erano le loro motivazioni?) e che non erano presenti quando Gesù era in vita?
"Nella Didachè c'è una mancanza ancora più grave: non c'è traccia del corpo e del sangue di Cristo, e della sua morte come redenzione, quasi che Paolo non avesse mai predicato. Gesù non è ancora diventato Xristos: cioè il Messia...Ma, a poco a poco il sangue di Gesù Cristo diventa il centro della salvezza...Gesù cresce... ed avanza sulla scena, con il suo corpo sanguinante e la sua morte, fino a diventare colui che è stato e sarà per sempre: il Cristo di Paolo e Giovanni" […] "Ignazio non vuole, a nessun prezzo, per nessuna ragione, essere liberato dalle catene e dalla condanna. Solo imitando Gesù, solo subendo la morte come Gesù in croce, egli diverrà pienamente cristiano...Con una tremenda autoferocia, Ignazio giunge al punto di dire che se le belve non avessero voluto divorarlo li "le costringerà a forza". "Fuoco e croce, scontri con belve, lacerazioni, squarci, dispersione d'ossa, mutilazione di membra, triturazione, - purché io possa raggiungere Gesù Cristo". Nell'anfiteatro, le zanne crudeli delle belve lo macineranno, trasformandolo in pane puro".
E' Pietro Citati che scrive, sulla Repubblica (“I misteri di Gesù”, 5 ottobre 2010), svelando il lato sadico e necrofilo della cristianità, una trucida e raccapricciante manipolazione del messaggio di Gesù, del messaggio cristiano delle origini. Questo cristianesimo volgare, neopagano-dionisiaco è un vero e proprio affronto al Cristo, una blasfemia ed un virus della mente che va debellato nelle nostre coscienze. Chi crede nella Salvezza alla fine dei tempi dovrebbe cominciare a riflettere sulla vera origine di questo materialismo “spirituale” spacciato per rivelazione divina.
Per John Milton la transustanziazione è un banchetto per cannibali. Gli si può forse dar torto? Che c'entrano i riti di Adone, Dumuzi e Dioniso con quelli cristiani?
È l’irrompere del mito che cancella la verità, la metafisica del sangue, quanto mai gretto e grottesco: il sangue di Gesù, sangue e suolo, voce del sangue, sangue impuro o purificatore, sangue eletto che, solo, può convertire ed essere convertito, linee di sangue/lignaggi. Mito che ripropone una visione dei rapporti tra umano e divino segnata dal piacere morboso nella contemplazione del supplizio, dell’autoflagellazione, dello spargimento di sangue, della violenza sadica e ritualizzata, dell’agonia, della tortura, della vittimizzazione, del tormento, dell’odio, del volontario autosacrificio in piena sottomissione ai poteri superiori come gesto nobile esaltante, redentore, della fede nella forza unificante della violenza purificatrice, del sangue che irrora i membri della comunità rendendoli una cosa sola, una fratellanza eterna e rassicurante. L’idea che la Salvezza passa esclusivamente attraverso il sangue di Gesù, il sangue che gronda dalle ferite, dalle piaghe, dai chiodi, dalle spine, che cade sui fedeli, li copre e li purga dai peccati. Solo la purezza del sangue e della fede, il crogiolamento nel senso di colpa e la disponibilità all’autoimmolazione sacrificale, se richiesta, possono evitare l’eterna dannazione, rappresentano l’unica via che conduce al Padre. La teologia del supplizio e sacrificio di un’umanità peccatrice e malvagia è inscindibile dalla metafisica del sangue. Proprio il Concilio di Trento (1545-1563) anatemizzava “chi afferma che il peccato di Adamo, uno per la sua origine, trasmesso con la generazione e non per imitazione, che aderisce a tutti, ed è proprio di ciascuno, possa essere tolto con le forze della natura umana, o con altro mezzo, al di fuori dei meriti dell’unico mediatore, il signore nostro Gesù Cristo, che ci ha riconciliati con Dio per mezzo del suo sangue”. Forse il Concilio tridentino non parlava dello stesso Gesù il Cristo che proclamava “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,12) e “Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,33).
Come si DECADE da una concezione spirituale ad una materialista:
FASE 1: ciascuno è un essere spirituale e la sua esistenza non dipende dai processi materiali. Non esistono limiti al potenziale di un essere spirituale. Le realtà materiali sono il prodotto di processi spirituali e possono essere create, modificate e fatte sparire attraverso i medesimi processi spirituali, che possono essere appresi nella loro interezza, da tutti.
FASE 2: ciascuno è un essere spirituale, ma esistono diverse classi di esseri spirituali che non possono essere cambiate. Gli esseri spirituali sono soggetti a leggi inevitabili e immutabili che governano l’universo fisico.
FASE 3: ciascuno è un essere spirituale, ma esistono gerarchie, spiriti superiori e spiriti inferiori. I processi materiali sono primariamente il risultato delle attività degli spiriti superiori.
FASE 4: ciascuno ha una dimensione spirituale ma esiste solo un essere puramente spirituale: Dio. L’universo materiale è stato creato da Dio.
FASE 5: esiste una realtà spirituale, ma dipende e deriva dall’universo materiale. Se esiste un Essere Supremo questo sarà materiale oppure una legge fisica. Ci sono molte leggi universali che le persone non potranno mai capire.
FASE 6: non esiste alcuna realtà spirituale. Tutto si può spiegare come prodotto di processi fisico-chimici. Anche le abilità “paranormali”, se esistono, sono frutto di principi dell’universo materiale che non sono ancora stati scoperti
FASE 7: quella che chiamiamo “vita” in realtà non esiste. Ogni cambiamento è il risultato di processi fisico-chimici inanimati che producono l’illusione della vita e del pensiero. Non esiste altra realtà che quella dell’universo fisico e le facoltà paranormali non esistono.
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lunedì 24 ottobre 2011
Avatar - nuove frontiere del grottesco e del totalitario
James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:
E.W.: “Avatar is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico che accusa Cameron di aver creato un prodotto che può servire a reclutare eco-terroristi)
James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”
1. la violenza domina la Terra e Pandora. Avatar è un film molto violento. La foresta ed i cieli di Pandora sono popolati da bestie ferocissime, i Na'vi sono governati da una casta guerriera ed il nonno della protagonista aveva già sventato la loro estinzione per mano di non si sa bene chi (o comunque non l’ho capito io);
2. Cameron sputa in faccia ad animalisti, ambientalisti, pacifisti e riformisti contemporanei: siete dei perdenti, tra 150 anni la Terra sarà comunque un pianeta moribondo e l'umanità invece di trovare un altro posto in cui vivere viaggerà per anni nello spazio per estrarre minerali preziosissimi che peraltro non possono servire a salvarla dall’estinzione (premessa totalmente implausibile). I pochi esseri umani ragionevoli o si convertono in Na'vi oppure si sacrificano per loro. Il messaggio martellato in testa è: voi esseri umani siete dei bambini ignoranti ed autodistruttivi ed avete bisogno di qualcuno che vi dica cosa fare per il vostro bene prima che sia troppo tardi;
3. I Na'vi sono una società fortemente maschilista-patriarcale ed analfabeta dove le donne stanno a casa (nell'albero) a fare la calza, badare ai figli e forse raccogliere bacche. I maschi se la spassano ANDANDO A CAVALLO NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD), oppure domando con la forza degli pterodattili (però poi assicurano che è l’animale a scegliere…CERTO!);
4. Come ogni casta guerriera i suoi membri sono degli idioti. La scena della CARICA DI CAVALLERIA NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD) contro armi automatiche è rubata da “L'Ultimo Samurai”. In termini pratici è totalmente inutile e dissennata (l'unico scontro che conta si svolge in aria) ma descrive perfettamente l'etica fascista bushido dei guerrieri Na'vi: farsi massacrare inutilmente è romanticamente glorioso;
5. Nella società Na'vi non c'è molto da fare. Se sei un uomo cacci e ti infratti con una delle poche donne disponibili in mezzo alla foresta (col rischio di farti uccidere da qualche bestione o bestiolaccia). Se sei una donna cucini o t'infratti col tuo uomo. Si prega molto, si ascoltano le voci degli antenati come se fossero documentari LUCE. Si vola sugli pterodattili ma bisogna stare attenti a certi mostri volanti;
6. Chi doma un mostro volante ha l'uccello più grosso e potente e quindi in pratica diventa il capo di fatto e può sfruttare il capo ufficiale come interprete se non parla bene la lingua locale (classico elogio dell’umanitarismo imperialista in stile “il fardello dell’uomo bianco”);
7. Se sei stato prescelto da Eywa-Gaia, la divina sapienza, come Neo è stato prescelto dall'Oracolo in Matrix, allora stai sicuro che alla prima occasione ti lasceranno a terra in mezzo ad un incendio perché loro sì che venerano la saggezza sconfinata e lungimirante di Eywa!
8. E' sempre opportuno mettere a capo di ogni spedizione coloniale un ufficiale psicopatico che non vede l'ora di fare una pulizia etnica ed imporre la legge marziale nella colonia;
9. Perché gli umani devono proprio scavare sotto l'Albero Casa quando ci sono intere montagne volanti di unobtanium che da sole potrebbero far crollare il prezzo del minerale sulla terra? In tutta Pandora ci sono solo poche centinaia di Na'vi. E' davvero impossibile mettersi d'accordo?
10. Il panteismo piaceva molto ai dirigenti del Terzo Reich. E' un materialismo spirituale / spiritualismo materialista, la religione perfetta per una modernità che se ne infischia della trascendenza e crede che è giusto o sbagliato ciò che una maggioranza ritiene sia giusto o sbagliato. Non mi risulta che un solo popolo tribale sia panteista. Quel che è certo è che nessuno sciamano sarebbe panteista, però la "regina" Na'vi è una sciamana. Eywa è il nome di questo culto panteista, sul modello di Gaia (James Lovelock), incentrato sul postulato dell’esistenza di un legame elettromagnetico spirituale tra ogni organismo (internet organico) con l’Albero Anima come archivio planetario.
10. Il panteismo piaceva molto ai dirigenti del Terzo Reich. E' un materialismo spirituale / spiritualismo materialista, la religione perfetta per una modernità che se ne infischia della trascendenza e crede che è giusto o sbagliato ciò che una maggioranza ritiene sia giusto o sbagliato. Non mi risulta che un solo popolo tribale sia panteista. Quel che è certo è che nessuno sciamano sarebbe panteista, però la "regina" Na'vi è una sciamana. Eywa è il nome di questo culto panteista, sul modello di Gaia (James Lovelock), incentrato sul postulato dell’esistenza di un legame elettromagnetico spirituale tra ogni organismo (internet organico) con l’Albero Anima come archivio planetario.
Bron Taylor ha pubblicato “Dark Green Religion: Nature spirituality and the Planetary Future” in cui auspica che il panteismo divenga una religione ed un’etica globale. Secondo lui una religione non deve necessariamente implicare la credenza in esseri divini non-materiali o in un’intelligenza cosmica. È sufficiente un sentimento di reverenza verso la terra e l’ecosfera e il timore per il giudizio implacabile della terra verso chi la molesta e tormenta (sic!). Culto materialista. Taylor è convinto che in futuro la scienza fornirà quei parametri che consentiranno alla gente di raggiungere una comprensione spirituale dell’esistenza e dell’universo. Bizzarro come si definisca spirituale l’interconnessione e l’olismo organicista dei Na’vi: si tratta semplicemente di inserire una spina di alimentazione in una presa e stabilire un collegamento di un’interfaccia bioartificiale (chip) ai fasci nervosi. Non c’è nulla di moralmente rilevante nella realtà pandoriana. La natura è neutrale, amorale. Il sistema Eywa è un incubo distopico: tutto è controllato, monitorato, disciplinato da un apparato biologico onnipresente che ha il compito di mantenere un’armonia globale. Nessun pandoriano può ritenersi autonomo rispetto a Eywa, non c’è dunque autentica libertà. Il parallelo più efficace per i Na’vi non è quello con i nativi americani ma con i Borg.
SCENARI FUTURI
La crisi delle religioni monoteiste porterà in auge una tanto ridicola quanto sinistra religione tecnoscientista - panteistica, eliocentrica e con aspirazioni assolutiste. Il tecno-shinto-buddhismo giapponese è il futuro, una "spiritualità" materialista che serve solo a mantenere l'ordine e la produzione, non certo a sviluppare l'eccellenza umana. Avatar ha già cominciato a riempire i vuoti lasciati sul campo dalle religioni istituzionali. E' solo il primo rivoletto. La piena la si scorge già in certi indirizzi teologici, nelle più recenti tendenze new age ed in certi discorsi dei politici. “Chi parla in nome della natura?” Una domanda stolta ed arrogante. Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a farlo, ma l’impulso autoritario è duro a morire.
Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma: molte persone sentono di poter venerare la natura ed il cosmo pur rimanendo incerti sull’esistenza di un creatore. La natura e la vita viste come un miracolo. I credenti dell’avatarismo sono convinti di essere gli unici ad aver davvero capito come stanno le cose, gli unici che rispettano e valorizzano la vita. Dopo l’evoluzionismo emerge una teologia evolutiva che descrive Dio (Essere Supremo) come l’interezza della realtà MATERIALE: gli esseri viventi sono polvere di stelle, particelle di un universo che sta prendendo coscienza di se stesso (si veda anche la trilogia di Philip Pullman, “dark matter”). Si decreta che una modalità dell’esistente sia l’unica espressione dell’esistente, come se questo potesse farci sentire meno soli, dispersi, in un vasto cosmo privo di senso e di empatia! Ma l’Avatarismo non offre scelte: l’alternativa è l’estinzione, perché non siamo più adattivi. Dobbiamo porci al servizio del benessere dell’ecosfera, che è un’estensione di noi stessi (cioè di Ego!).
Ecco l’inghippo: l’universo è un’estensione di noi stessi, noi siamo l’autentico divino, per questo ci dobbiamo prendere cura di lui. Ogni comportamento che conduce alla distruzione del mondo è autodistruttivo, perché il mondo è parte di noi. L’umano si fa divino e si autovenera. Il panteismo è una mescolanza di ateismo, narcisismo e biofilia che in realtà è necrofilia (distruggo tutto ciò che decido non essere in linea con la mia idea di universo).
Non può funzionare. È in contrasto con i fondamenti della fisica quantistica e con la realtà del nostro universo, che NON è un ecosistema interconnesso. Sono miliardi di anni che le frontiere dell’universo non sono causalmente interrelate e la distanza tra le galassie più remote si espande ad una velocità superiore a quella della luce (perché si allontanano tutte da un punto centrale in direzioni diverse, anche opposte). Dunque nulla di ciò che accade in questo settore dello spazio avrà alcuna influenza su di loro. Tra l’altro perché dovrei amare qualcosa che è del tutto indifferente alla mia esistenza? Rispetto, perché no? Ma amore?. Difficile amare un sasso. Posso ammirare una supernova o una cascata, ma amarle? Difficile amare delle forze vitali che non siano intelligenze spirituali, ma se sono spirituali allora non è più panteismo ma panenteismo. Panenteismo significa che l’essere Supremo, la sorgente di ogni entità spirituale, è contemporaneamente dentro e fuori l’universo: l’anima conta molto più del corpo.
Il già citato Taylor, molto assennatamente, sottolinea i rischi di un cultismo che contrappone puro, incontaminato, intatto e sublime da un lato e impuro, inquinato, sconsacrato dall’altro. Segnala anche che diversi militanti verde-scuro si sono dimostrati indifferenti alle sorti delle minoranze marginalizzate (discendenti degli schiavi) e delle classi subordinate, che mai hanno avuto la possibilità di fare esperienza della natura selvaggia. La metà oscura include anche superbia e la tendenza a demonizzare gli avversari.
*****
James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:
E.W.: “’Avatar’ is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico)
James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”
Non è un caso. Se l’unico valore è la conservazione dell’ecosfera, allora il relativismo etico (indifferenza morale) prevale. La pelle non è una frontiera etica rilevante, dunque tutta la creazione si trova in una condizione di uguaglianza etica: ogni cosa ha lo stesso valore ed utilità di ogni altra cosa ai fini della stabilità omeostatica del sistema. Un’ideologia politica radicale ma culturalmente conservatrice e spiritualmente passiva e rassegnata di fronte ad un sistema che non può essere cambiato ed il cui valore è più grande di quello delle parti che lo compongono (ingranaggi). Si ha un’inversione rispetto al panenteismo: in un ologramma ogni parte è equivalente rispetto al tutto, nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio all’interno di una più grande ingranaggio (la civiltà umana) che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere i suoi compiti. Chi sgarra mette a repentaglio tutto e va quindi eliminato. Il sistema è automatico ed autopoietico – un numero limitato di algoritmi può illustrarne il funzionamento – ma non ha uno scopo. Dunque la morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione (“Eterno Ritorno” nietzscheano), come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. Anche l’idea di inquinamento è priva di significato. Per Lovelock l’inquinamento è energia degradata che serve a far andare il sistema. Tutto è già predeterminato, l’universo è regolato da leggi inviolabili, da meccanismi inarrestabili. Lovelock afferma che le regole sono fondamentali, la libertà è deleteria, le regole severe producono sempre stabilità. Gaia è dura ed implacabile, ed offre conforto a chi obbedisce alle regole, mentre è spietata verso chi le trasgredisce. L’unica cosa che conta è un pianeta adatto alla vita. Ma Lovelock crede comunque che ogni mente sia un sottosistema della Mente Universale e che un altro nome di Gaia possa essere Maria (sic!). Bizzarramente, la fusione in un unico sistema dei tre tradizionali domini dell’esistente – l’inorganico, l’organico ed il divino – si impregna di pseudo-misticismo. Naturalmente se il comportamento umano fosse descrivibile algoritmicamente, ossia fosse preprogrammato, non ci sarebbe alcuna prospettiva di cambiamento o redenzione, saremmo già condannati all’estinzione, un errore nell’universo, a meno che non intervenga qualcuno ad alterare la nostra biologia e neurologia.
Potete star certi che ci sarà sempre qualcuno che si offrirà come soluzione ad ogni nostro problema. Il Potere usa mille maschere benevole.
LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html.
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