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lunedì 16 gennaio 2012

Credenti e atei






CREDENTE: Un giorno sarò premiato per aver vissuto questa vita di tedio e servilismo ed andrò in un luogo remoto e magico chiamato Paradiso, pieno di felicità, risate, gioia e vita eterna. Nel frattempo devo evitare di irritare la mia divinità osservando le norme sociali della mia società e continuando ad essere un volenteroso membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente e ripetitiva.
ATEO: Un giorno io, i miei figli e i miei nipoti saremo premiati per queste generazioni di orribile lavoro d’ufficio e andremo in un luogo magico chiamato Spazio, grazie al progresso tecnologico. Vivremo eternamente delle esistenze piene di felicità, risate e gioia. Nel frattempo devo evitare di ostacolare il nostro Progresso verso questo nuovo mondo osservando le norme sociali della mia società e continuando ad essere un volenteroso membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente e ripetitiva.

lunedì 24 ottobre 2011

Avatar - nuove frontiere del grottesco e del totalitario



James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:

E.W.: “Avatar is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico che accusa Cameron di aver creato un prodotto che può servire a reclutare eco-terroristi)

James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”



1. la violenza domina la Terra e Pandora. Avatar è un film molto violento. La foresta ed i cieli di Pandora sono popolati da bestie ferocissime, i Na'vi sono governati da una casta guerriera ed il nonno della protagonista aveva già sventato la loro estinzione per mano di non si sa bene chi (o comunque non l’ho capito io);

2. Cameron sputa in faccia ad animalisti, ambientalisti, pacifisti e riformisti contemporanei: siete dei perdenti, tra 150 anni la Terra sarà comunque un pianeta moribondo e l'umanità invece di trovare un altro posto in cui vivere viaggerà per anni nello spazio per estrarre minerali preziosissimi che peraltro non possono servire a salvarla dall’estinzione (premessa totalmente implausibile). I pochi esseri umani ragionevoli o si convertono in Na'vi oppure si sacrificano per loro. Il messaggio martellato in testa è: voi esseri umani siete dei bambini ignoranti ed autodistruttivi ed avete bisogno di qualcuno che vi dica cosa fare per il vostro bene prima che sia troppo tardi;

3. I Na'vi sono una società fortemente maschilista-patriarcale ed analfabeta dove le donne stanno a casa (nell'albero) a fare la calza, badare ai figli e forse raccogliere bacche. I maschi se la spassano ANDANDO A CAVALLO NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD), oppure domando con la forza degli pterodattili (però poi assicurano che è l’animale a scegliere…CERTO!);

4. Come ogni casta guerriera i suoi membri sono degli idioti. La scena della CARICA DI CAVALLERIA NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD) contro armi automatiche è rubata da “L'Ultimo Samurai”. In termini pratici è totalmente inutile e dissennata (l'unico scontro che conta si svolge in aria) ma descrive perfettamente l'etica fascista bushido dei guerrieri Na'vi: farsi massacrare inutilmente è romanticamente glorioso;

5. Nella società Na'vi non c'è molto da fare. Se sei un uomo cacci e ti infratti con una delle poche donne disponibili in mezzo alla foresta (col rischio di farti uccidere da qualche bestione o bestiolaccia). Se sei una donna cucini o t'infratti col tuo uomo. Si prega molto, si ascoltano le voci degli antenati come se fossero documentari LUCE. Si vola sugli pterodattili ma bisogna stare attenti a certi mostri volanti;

6. Chi doma un mostro volante ha l'uccello più grosso e potente e quindi in pratica diventa il capo di fatto e può sfruttare il capo ufficiale come interprete se non parla bene la lingua locale (classico elogio dell’umanitarismo imperialista in stile “il fardello dell’uomo bianco”);

7. Se sei stato prescelto da Eywa-Gaia, la divina sapienza, come Neo è stato prescelto dall'Oracolo in Matrix, allora stai sicuro che alla prima occasione ti lasceranno a terra in mezzo ad un incendio perché loro sì che venerano la saggezza sconfinata e lungimirante di Eywa!

8. E' sempre opportuno mettere a capo di ogni spedizione coloniale un ufficiale psicopatico che non vede l'ora di fare una pulizia etnica ed imporre la legge marziale nella colonia;

9. Perché gli umani devono proprio scavare sotto l'Albero Casa quando ci sono intere montagne volanti di unobtanium che da sole potrebbero far crollare il prezzo del minerale sulla terra? In tutta Pandora ci sono solo poche centinaia di Na'vi. E' davvero impossibile mettersi d'accordo?
10. Il panteismo piaceva molto ai dirigenti del Terzo Reich. E' un materialismo spirituale / spiritualismo materialista, la religione perfetta per una modernità che se ne infischia della trascendenza e crede che è giusto o sbagliato ciò che una maggioranza ritiene sia giusto o sbagliato. Non mi risulta che un solo popolo tribale sia panteista. Quel che è certo è che nessuno sciamano sarebbe panteista, però la "regina" Na'vi è una sciamana. Eywa è il nome di questo culto panteista, sul modello di Gaia (James Lovelock), incentrato sul postulato dell’esistenza di un legame elettromagnetico spirituale tra ogni organismo (internet organico) con l’Albero Anima come archivio planetario.



Bron Taylor ha pubblicato “Dark Green Religion: Nature spirituality and the Planetary Future” in cui auspica che il panteismo divenga una religione ed un’etica globale. Secondo lui una religione non deve necessariamente implicare la credenza in esseri divini non-materiali o in un’intelligenza cosmica. È sufficiente un sentimento di reverenza verso la terra e l’ecosfera e il timore per il giudizio implacabile della terra verso chi la molesta e tormenta (sic!). Culto materialista. Taylor è convinto che in futuro la scienza fornirà quei parametri che consentiranno alla gente di raggiungere una comprensione spirituale dell’esistenza e dell’universo. Bizzarro come si definisca spirituale l’interconnessione e l’olismo organicista dei Na’vi: si tratta semplicemente di inserire una spina di alimentazione in una presa e stabilire un collegamento di un’interfaccia bioartificiale (chip) ai fasci nervosi. Non c’è nulla di moralmente rilevante nella realtà pandoriana. La natura è neutrale, amorale. Il sistema Eywa è un incubo distopico: tutto è controllato, monitorato, disciplinato da un apparato biologico onnipresente che ha il compito di mantenere un’armonia globale. Nessun pandoriano può ritenersi autonomo rispetto a Eywa, non c’è dunque autentica libertà. Il parallelo più efficace per i Na’vi non è quello con i nativi americani ma con i Borg. 



SCENARI FUTURI

La crisi delle religioni monoteiste porterà in auge una tanto ridicola quanto sinistra religione tecnoscientista - panteistica, eliocentrica e con aspirazioni assolutiste. Il tecno-shinto-buddhismo giapponese è il futuro, una "spiritualità" materialista che serve solo a mantenere l'ordine e la produzione, non certo a sviluppare l'eccellenza umana. Avatar ha già cominciato a riempire i vuoti lasciati sul campo dalle religioni istituzionali. E' solo il primo rivoletto. La piena la si scorge già in certi indirizzi teologici, nelle più recenti tendenze new age ed in certi discorsi dei politici. “Chi parla in nome della natura?” Una domanda stolta ed arrogante. Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a farlo, ma l’impulso autoritario è duro a morire.

Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma: molte persone sentono di poter venerare la natura ed il cosmo pur rimanendo incerti sull’esistenza di un creatore. La natura e la vita viste come un miracolo. I credenti dell’avatarismo sono convinti di essere gli unici ad aver davvero capito come stanno le cose, gli unici che rispettano e valorizzano la vita. Dopo l’evoluzionismo emerge una teologia evolutiva che descrive Dio (Essere Supremo) come l’interezza della realtà MATERIALE: gli esseri viventi sono polvere di stelle, particelle di un universo che sta prendendo coscienza di se stesso (si veda anche la trilogia di Philip Pullman, “dark matter”). Si decreta che una modalità dell’esistente sia l’unica espressione dell’esistente, come se questo potesse farci sentire meno soli, dispersi, in un vasto cosmo privo di senso e di empatia! Ma l’Avatarismo non offre scelte: l’alternativa è l’estinzione, perché non siamo più adattivi. Dobbiamo porci al servizio del benessere dell’ecosfera, che è un’estensione di noi stessi (cioè di Ego!).

Ecco l’inghippo: l’universo è un’estensione di noi stessi, noi siamo l’autentico divino, per questo ci dobbiamo prendere cura di lui. Ogni comportamento che conduce alla distruzione del mondo è autodistruttivo, perché il mondo è parte di noi. L’umano si fa divino e si autovenera. Il panteismo è una mescolanza di ateismo, narcisismo e biofilia che in realtà è necrofilia (distruggo tutto ciò che decido non essere in linea con la mia idea di universo).

Non può funzionare. È in contrasto con i fondamenti della fisica quantistica e con la realtà del nostro universo, che NON è un ecosistema interconnesso. Sono miliardi di anni che le frontiere dell’universo non sono causalmente interrelate e la distanza tra le galassie più remote si espande ad una velocità superiore a quella della luce (perché si allontanano tutte da un punto centrale in direzioni diverse, anche opposte). Dunque nulla di ciò che accade in questo settore dello spazio avrà alcuna influenza su di loro. Tra l’altro perché dovrei amare qualcosa che è del tutto indifferente alla mia esistenza? Rispetto, perché no? Ma amore?. Difficile amare un sasso. Posso ammirare una supernova o una cascata, ma amarle? Difficile amare delle forze vitali che non siano intelligenze spirituali, ma se sono spirituali allora non è più panteismo ma panenteismo. Panenteismo significa che l’essere Supremo, la sorgente di ogni entità spirituale, è contemporaneamente dentro e fuori l’universo:  l’anima conta molto più del corpo.

Il già citato Taylor, molto assennatamente, sottolinea i rischi di un cultismo che contrappone puro, incontaminato, intatto e sublime da un lato e impuro, inquinato, sconsacrato dall’altro. Segnala anche che diversi militanti verde-scuro si sono dimostrati indifferenti alle sorti delle minoranze marginalizzate (discendenti degli schiavi) e delle classi subordinate, che mai hanno avuto la possibilità di fare esperienza della natura selvaggia. La metà oscura include anche superbia e la tendenza a demonizzare gli avversari.



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James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:

E.W.: “’Avatar’ is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico)

James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”

Non è un caso. Se l’unico valore è la conservazione dell’ecosfera, allora il relativismo etico (indifferenza morale) prevale. La pelle non è una frontiera etica rilevante, dunque tutta la creazione si trova in una condizione di uguaglianza etica: ogni cosa ha lo stesso valore ed utilità di ogni altra cosa ai fini della stabilità omeostatica del sistema. Un’ideologia politica radicale ma culturalmente conservatrice e spiritualmente passiva e rassegnata di fronte ad un sistema che non può essere cambiato ed il cui valore è più grande di quello delle parti che lo compongono (ingranaggi). Si ha un’inversione rispetto al panenteismo: in un ologramma ogni parte è equivalente rispetto al tutto, nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio all’interno di una più grande ingranaggio (la civiltà umana) che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere i suoi compiti. Chi sgarra mette a repentaglio tutto e va quindi eliminato. Il sistema è automatico ed autopoietico – un numero limitato di algoritmi può illustrarne il funzionamento – ma non ha uno scopo. Dunque la morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione (“Eterno Ritorno” nietzscheano), come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. Anche l’idea di inquinamento è priva di significato. Per Lovelock l’inquinamento è energia degradata che serve a far andare il sistema. Tutto è già predeterminato, l’universo è regolato da leggi inviolabili, da meccanismi inarrestabili. Lovelock afferma che le regole sono fondamentali, la libertà è deleteria, le regole severe producono sempre stabilità. Gaia è dura ed implacabile, ed offre conforto a chi obbedisce alle regole, mentre è spietata verso chi le trasgredisce. L’unica cosa che conta è un pianeta adatto alla vita. Ma Lovelock crede comunque che ogni mente sia un sottosistema della Mente Universale e che un altro nome di Gaia possa essere Maria (sic!). Bizzarramente, la fusione in un unico sistema dei tre tradizionali domini dell’esistente – l’inorganico, l’organico ed il divino – si impregna di pseudo-misticismo. Naturalmente se il comportamento umano fosse descrivibile algoritmicamente, ossia fosse preprogrammato, non ci sarebbe alcuna prospettiva di cambiamento o redenzione, saremmo già condannati all’estinzione, un errore nell’universo, a meno che non intervenga qualcuno ad alterare la nostra biologia e neurologia.

Potete star certi che ci sarà sempre qualcuno che si offrirà come soluzione ad ogni nostro problema. Il Potere usa mille maschere benevole.

LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html.

domenica 23 ottobre 2011

Alcide Degasperi, l’Ebreo Errante e l’Arcadia trentina



Nel 1918 non si poteva parlare di un anti-semitismo diffuso. Mi ricordo ancora le difficoltà che incontrava chi anche solo si azzardava a pronunziare la parola “ebreo”. Rimanevano a bocca aperta o reagivano violentemente. I nostri primi tentativi di far capire alla gente chi era il vero nemico parevano senza speranza.
Adolf Hitler, Mein Kampf

Conviene…esaminare spassionatamente anzi: sospettosamente quali germi di totalitarismo, di intolleranza, di perdita della ragione, di violenza e di esclusivismo si possano nascondere dietro ogni grande idea o causa che si pretenda generosa o umanitaria o addirittura salvifica.
Alexander Langer

Non è mai stato effettuato uno studio approfondito dell’antisemitismo e del razzismo in Trentino. Un vero peccato, perché il materiale abbonda (Antonelli, 1981; Rasera, 1986; Steurer / Rasera, 1988). Lo storico roveretano Fabrizio Rasera terminava il suo saggio con queste parole: “Se avessimo lo stomaco sufficientemente forte per sopportare la lettura di tanta cartaccia ripugnante, questa controstoria in nero la faremmo volentieri”. Ha perfettamente ragione, lo stomaco dev’essere molto ma molto robusto, perché l’olezzo del liquame è appena sopportabile. Il lavoro di Antonelli ne contiene già a sufficienza, da far impallidire Julius Streicher, editore nazista del famigerato settimanale “Der Stürmer”. Un secolo fa, il giornale cattolico trentino “Fede e Lavoro” impiegava toni, improperi, minacce, metafore, simbolismi, terminologie scatologiche che siamo abituati ad associare all’estremismo di destra più retrivo. La stampa cattolica locale, impegnata con tutta l’anima a combattere “la camorra giudaico-massonica-liberale-socialista” descrive i socialisti come “putredine”, “bestie che scrivono”, “porci”, “vampiri degli operai”, “rosticceri di carne umana”, “sgualdrine socialiste”, “canaglia degna della fogna”, “protoplasma dell’uomo primitivo”, ”maiali più che uomini”, “razza di vipere”. Dirsi liberali “è più peccato che chiamarsi o l’essere bestemmiatore, ladro, adultero, od omicida, o qualunque altro malfattore” (Antonelli, 1981, p. 61). Gli Ebrei sono intrinsecamente malvagi e traditori, perché “sono stranieri nella nazione dove vivono e quindi non sono interessati al suo sviluppo e anzi pronti a tradirla”. Strumenti del demonio, dissanguano i cristiani (cf. Simonino) ed hanno ordito un complotto internazionale per scristianizzare il mondo. I cristiani, invece, coerentemente con la scelta di raffigurare il dibattito locale come uno scontro apocalittico, sono “commilitoni” e “valorosi”, “colla bandiera alla testa del poderoso esercito di Dio”, “consegnati in caserma pronti all’assalto”, guidati dal “Vicario di Cristo che è il nostro Duce supremo”, “armi in resta, coraggio indomito nel cuore”, in una “falange irremovibile”, pronti a “marciare alla conquista dei pubblici poteri al fine di salvaguardare i diritti religiosi, nazionali ed economici del nostro popolo”. La laicità ed il socialismo sono una “malattia”, una “pestilenza”, “un’infezione morale”, “il germe del rancore e dell’odio, il microbo della fatale corruzione”, un “contagio”, un “morbo”, “un’erbaccia pestifera”. Per salvare il corpo sociale cattolico occorre “entrare nelle nostre valli, rigogliose nella loro naturale bellezza. Succhiamo il sangue puro di quelle arterie vitali del paese e portiamolo al cuore languente!”
Il feroce, livoroso antisemitismo della stampa cattolica trentina incuriosisce almeno quanto disgusta, perché si diffonde in migliaia di copie in una terra abbandonata dagli Ebrei dopo il 1475, per protesta contro le torture e la feroce uccisione di alcuni membri della comunità israelita locale, falsamente incolpati della morte di un bambino, il piccolo Simone, poi diventato oggetto del culto al beato Simonino. Un culto la cui persistenza è particolarmente significativa, perché solleva non solo la questione del razzismo e dell’intolleranza in una terra che, dopo le guerre mondiali, si è fatta paladina della pace e della solidarietà, ma anche quella della legittimità della tortura, quella vera e propria pestilenza della coscienza umana. È simbolicamente inquietante che si celebrasse il martire Simonino proprio il giorno del massacro delle Fosse Ardeatine (1944), per commemorare un bambino morto il giorno della fondazione del partito fascista (1919) e della presa del potere dittatoriale di Hitler (1933). Sono i corsi e ricorsi del “Male”. La stampa cattolica trentina del tempo, con la sua ossessione per l’idra giudaicomassoneliberalsocialista e i suoi riferimenti diretti ai famigerati “Protocolli dei Savi di Sion”, preparò idealmente il terreno per un potere che non si faceva troppi scrupoli nel neutralizzare i dissenzienti.
Fin troppo numerosi erano gli articoli intrisi di antisemitismo di “La Voce Cattolica” (di cui fu direttore Alcide De Gasperi), “Fede e Lavoro”, “Il Trentino” e “La quindicina internazionale”, ai quali collaborò lo stesso De Gasperi. Gli scritti e discorsi giovanili del padre dell’autonomia trentina, non lasciano dubbi sul peso che esercitò su di lui l’influenza reazionaria ed antisemita del borgomastro di Vienna, Karl Lueger, e degli ambienti cattolici nostrani e romani (De Gasperi, 1964; Valente, 2003; Conze / Corni / Pombeni, 2005). Alcuni estratti esemplificativi. Un’indicazione della feroce lotta sindacale tra cattolici e socialisti: “Noi non siamo contro gli ebrei, perché d’altra religione e d’altra razza, ma dobbiamo opporci ch’essi, coi loro denari, mettano il giogo degli schiavi sui cristiani. Quando in Austria cominciò la riscossa contro il capitalismo monopolizzato dagli ebrei, fu dannoso alla causa degli operai il vedere gli ebrei impadronirsi della rappresentanza dei loro interessi”. Un interessante parallelo tra Roma e Cartagine, interessante perché Cartagine fu vittima, nel migliore dei casi, di una metodica pulizia etnica e, nel peggiore, del primo genocidio documentato della storia: “Non saprei meglio caratterizzare le due armate in campo che paragonarle alla guerra fra Roma e Cartagine...Da una parte i cittadini viennesi, i professionisti, gli artigiani, il popolo onesto che lavora e i contadini della campagna che combattono per le mura avite e il focolare paterno, cioè Roma. Dall’altra i semiti di Cartagine, i capitalisti che hanno assoldato un esercito di mercenari, il cui grosso è formato dal proletario socialista internazionale... I rappresentanti dell’oro e della bancarotta politica, i fabbricatori della pubblica opinione, i padroni della borsa sono l’etichetta degli altri, che il vero nome è Allianz Israelit... Il loro capo è l’ebreo Ellenbogen. Dall’altra parte lo schieramento cristiano-sociale che ha assestato i colpi più fieri al capitalismo ebreo e ha introdotto il crocifisso nelle scuole, le monache negli ospedali, ha licenziato i maestri socialisti”. Wilhelm Ellebogen medico e politico socialdemocratico austriaco, propugnatore del suffragio universale, della tutela dei lavoratori e di quei diritti civili che oggi si danno per scontati, e per questo detestato da Karl Lueger, che minacciò anche dei pogrom anti-ebraici sull’esempio russo se gli Ebrei avessero continuato a sostenere la sinistra. È utile sapere che, in quegli stessi frangenti, nel 1908, in quella Vienna tendenzialmente ostile ai residenti ebrei, slavi ed italiani in cui Adolf Hitler costruì la sua coscienza politica, fu avanzata la proposta di tatuare un numero sul braccio di ogni Rom per prevenire eventuali borseggi durante una parata in onore dell’imperatore (Hamann, 1998). Ancora De Gasperi sul complotto giudeo-positivista-socialista: “La storia austriaca dell’Ottocento riassume ancora una volta la questione ebraica come discriminazione essenziale. Quando la giovane Europa conquistò dalle barricate la lotta politica, trovò che l’ebreo Carlo Marx aveva già fondato la Lega dei comunisti, che l’ebreo Lasalle aveva già un esercito in assetto di guerra, che l’ebreo Heinrich Heinecken e le colte ebree dominavano già nella letteratura ed ebrei dominavano nella industria libraria e una pleiade di professori ebrei avevano già conquistato le cattedre della scienza”. L’ebreo austriaco è generalmente slavo, il che lo squalifica ancora di più agli occhi di De Gasperi: “Va esaltata la lotta contro lo straniero e l’ebreo immigrato dalla Galizia e dalla Russia, questo popolo senza patria e senza diritti”. In una sinistra anticipazione delle misure punitive contro gli Ebrei austriaci dopo l’Anschluss: “La liquidazione delle fortune ebraiche allarga le prospettive degli affari per gli altri e i posti di avvocati e di medici rimasti vacanti aprono uno sfogo alle carriere”. Infine, nel 1938, mentre lavora alla Biblioteca vaticana, collaborando con il periodico “Illustrazione Vaticana”, sotto lo pseudonimo di Spectator, auspica che “che il razzismo italiano si attui in provvedimenti concreti di difesa e valorizzazione della nazione”.
Lo storico Paolo Pombeni, uno dei curatori del volume “Alcide De Gasperi: un percorso europeo”, ha affermato che, a questo proposito, “non si può parlare di antisemitismo, per il semplice motivo che certe convinzioni erano patrimonio comune di un ambiente in cui De Gasperi si era formato. Ricordo che fino agli anni Sessanta a Trento è stato diffuso il culto del Simonino, basato sul clamoroso falso storico di un bambino che sarebbe stato assassinato ritualmente dagli ebrei. E nella Vienna d’inizio secolo dei cristiano-sociali era ampiamente diffusa l'intolleranza verso un gruppo che rappresentava la modernità, il cosmopolitismo e che inficiava le sicurezze della tradizione”. Naturalmente, seguendo la medesima logica, non sarebbe antisemitismo neppure quello del giovane Hitler, cresciuto nello stesso ambiente. Queste parole di De Gasperi, che però, a differenza di Hitler, avrà modo di riscattarsi abbondantemente, contribuendo in modo determinante a proteggere l’Italia del dopoguerra da derive reazionarie (Sale, 2005), dimostrano invece che il razzismo culturalista non è meno ributtante di quello biologico-mistico del nazismo (Trinchese, 2006). In occasione dell’incontro sul tema “De Gasperi, il Trentino, l’Europa”, lo storico trentino Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo Storico in Trento, ha correttamente spiegato che “le pagine antisemite di De Gasperi vanno lette nella lotta di inizio novecento tra cattolici e socialisti. L’antisemitismo era uno degli elementi forti della polemica antisocialista. Poi sono del parere che una figura come quella di De Gasperi vada letta nella sua totalità, senza omissioni, anche nelle ombre, nei condizionamenti politici che pure ci sono stati”.
Bisogna capire perché due persone così radicalmente diverse come De Gasperi e Hitler potessero condividere questo tipo di prospettiva nei confronti di una minoranza, perché un chiarimento in tal senso potrebbe rivelarsi utile alla difesa delle minoranze dei nostri giorni. Il De Gasperi del periodo viennese deplorava le trasformazioni che avevano interessato la terra che gli aveva dato i natali: “un paese negli abitanti dei suoi monti cattolico, nelle sue classi colte, nella borghesia, in genere, pagano”. De Gasperi aborriva la laicità, la modernizzazione, la progressiva scristianizzazione della società in cui viveva, l’ascesa del socialismo ed accusava gli Ebrei di essere dietro tutto questo (Pombeni, 2007). Condivideva la propensione dei conservatori austriaci e di una corposa porzione del cattolicesimo (Finzi, 1997) a prendersela con i socialisti ebrei, allo stesso modo in cui i nazionalisti se la prendevano con i cosmopoliti ebrei, i socialisti con i capitalisti ebrei e gli stessi ebrei assimilati con gli ebrei integralisti e sionisti, mentre questi ultimi condannavano i primi, per aver tradito l’ebraismo. L’antisemitismo funziona perché è astratto e perché il bersaglio è una minoranza diffusa nella società. Meno Ebrei in carne ed ossa s’incontrano, più facile è rafforzare lo stereotipo dell’Ebreo incarnazione di tutti i mali della modernità. Fu il caso del Trentino, dove pure la presenza ebraica era virtualmente inesistente e dove l’ “affaire Dreyfus” ebbe una rinomanza enorme, visto che ancora oggi si sente l’espressione “l’affare draifus” (sic!) in luogo di “sto affare”, “sta cosa”. In Trentino, come altrove, l’antisemitismo rappresentò presumibilmente la reazione di animi insicuri, alle prese con la globalizzazione generata dall’imperialismo europeo e con un lancinante senso di anomia, di disgregamento delle norme tradizionali, di cambiamento inarrestabile, percepito come inevitabilmente deleterio. Una risposta che nacque dall’impatto improvviso ed inatteso su un comune sostrato rurale di ideologie eminentemente urbane e borghesi che, proprio in virtù del loro universalismo, non potevano che cercare di convertire, volenti o nolenti, dei contadini peraltro gelosi delle proprie autonomie e tendenzialmente autoritari. Ora, poiché l’identità collettiva era indissolubilmente legata al sostrato rurale, l’esito finale fu l’emergere di un populismo ruralista che cercava di individuare la quadratura del cerchio nella mediazione tra virtù contadine, viste come indispensabili per la coesione nazionale, e spinte emancipatorie provenienti dal mercato e dalla pur limitata società civile. Purtroppo questo significò importare nella costellazione di attributi dell’identità nazionale anche un bagaglio ideologico radicalmente ostile alla modernità fluida, o liquida che dir si voglia. Mi riferisco al mantra del sangue e del suolo ed al diffuso disprezzo per gli intellettuali e per quei popoli trans-territoriali, liminali, come gli Ebrei, i Sinti ed i Rom, i Tattare e i Sami (Svezia), i Karrner, gli Anabattisti/Hutteriti ed i Valdesi (in Tirolo e nelle Alpi piemontesi), ecc., che non mostravano alcuna lealtà nei confronti del territorio e che perciò venivano giudicati come impuri e trattati come tali. Questa visione piuttosto peculiare della natura e della società umana – un tipo di radicalismo reazionario, appunto – si frappose ad ogni tentativo di costruire una società aperta e per ciò stesso plurale.
La democrazia liberale era percepita come brutta, sformata, caotica, sciatta, scialba, non eroica, improvvisata, incoerente, fluida, mediocre. Non c’era paragone con l’Arcadia del Bel-Tempo-Che-Fu, che ogni autentico reazionario vorrebbe ricreare nel presente, in ossequio ad un giudizio estetico che è anche bisogno psicologico: la globalizzazione cosmopolita confonde e nel contempo omologa – si sostiene – in un magma irrisolto e indefinito. L’utopismo e l’arcadismo sono sistemi di valori che collocano l’armonia al loro centro: armonia dell’anima, di ciascuno con gli altri, di ciascuno nella società nel suo complesso. Non c’è margine, non c’è distanziamento tra appetito e sua soddisfazione, tra precetto ed propensione, tra obbligo e azione. S’incontra un criterio estetico laddove uno si aspetterebbe di trovarne uno etico, con grave nocumento per la causa della giustizia.
C’è chi preferisce linee nette e precise, confini ben tracciati, colori ordinatamente disposti sulla tavolozza, al punto da vederli in un passato che non è mai stato come se lo ricorda. C’è chi preferisce credere che questi siano i canoni estetici corretti, che non esistano altri modi di ammirare la bellezza, che la bellezza stessa è una, ordinata e prevedibile. In molti, forse in tutti noi, alligna un’estetica dualista, manichea, che aborre nuance, ibridità, indeterminatezza, sincretismi, commistioni e fusioni. Ma non in tutti questa pulsione comprime ad un punto tale le coscienze, da indurre alla richiesta di un’autorità disciplinatrice e paternalistica, che addomestichi tutti i cittadini (benevolmente e “per il loro bene”), inquadrandoli in una composizione il più possibile esteticamente attraente, ossia inequivocabile ed autentica; penalizzando i comportamenti trasgressivi e “fuori luogo” di chi non è privilegiato. Nella falsa che le persone, se lasciate a se stesse, siano condannate al degrado, all’abbrutimento, alla sciatteria, all’immoralità, alla volgarità, allo spreco e, quindi, alla bruttezza e disarmonia, mettendo a repentaglio gli sforzi dei fini esteti che governano l’Arcadia. Le persone vanno prese per mano per salvarle da un istinto che altrimenti le porterebbe ad esplicitare la loro naturale bruttezza ed indocile irrequietezza. Così si passa dall’idillio dell’arcadia comunitaria all’utopia tecnocratica che, paradossalmente, dovrebbe preservare la società dagli inquinanti della modernità. Il comune denominatore è quello della semplicità (cioè dell’autenticità). Dall’ideale della semplicità rustica del mondo agreste a quello della semplicità degli automatismi della società digitale, una transizione che era già stata preparata dall’utopismo rinascimentale della città ideale di Campanella, Alberti, Palladio, Filerete, Vasari, di Giorgio e Leonardo (e prima ancora di Vitruvio), la Civitas Solis, che fonde etica ed estetica (in greco kalokagathia). L’armonia dell’architettura urbana avrebbero reso virtuosi gli abitanti di una società ugualmente armoniosa “unita nel pensiero e nell’azione”. L’utopia pastorale-arcadica come preludio all’utopia dirigistico-efficientista, nella comune esaltazione di modi di vita semplici e frugali, il conseguente disprezzo del lusso (moralismo ascetico), l’apprezzamento del “valore-lavoro”, il vagheggiamento di un edificio politico fatto di solide armonie, di giuste ed invariabili proporzioni, l’aspirazione umana all’unità, semplicità, sicurezza, prosperità, serenità (quieta e stabile felicità), pace, virtù, prossimità agli dèi, a Dio, all’Ordine, espressione del mito dell’eterno ritorno e del desiderio del ritorno nel grembo materno. L’utopia, come l’arcadia, è il regno della luce, dell’ortodossia più feroce: non può esistere un’utopia migliore e quindi l’alterità cela in sé i germi della violenza, della sovversione, dell’annichilimento. L’Ebreo è la personificazione di tutto ciò che si oppone all’estetica dell’Arcadia e dell’Utopia e come tale va combattuto, perché la società va salvaguardata da tutto ciò che mira alla sua disintegrazione. Nasce la paura del contagio. Dall’Altro ci si protegge con l’isolamento xenofobico, l’ostracismo, la violenza e la “guerra giusta”. La prospettiva di un mondo futuro senza peccato, senza iniquità, senza sofferenza, dove il progresso morale si accompagna a quello materiale giustifica la fratellanza per coercizione e l’uguaglianza per imposizione. Una società di eguali, dove l’uguaglianza è conseguenza di un’unanimità indiscussa ed offre ai cittadini una facciata rispettabile dietro cui nascondere la paura della variabilità, dell’incerto, dell’originale, del dissenso.
Simbolicamente, Utopia e Arcadia sono rappresentate dall’isola, dal muro di cinta, dall’orologio che scandisce il mancato passaggio del tempo in armonia con le leggi cosmiche, sincronizzando corpi e menti. All’universo non è permesso di diventare diverso da quello che è. Nelle utopie non si distingue tra somiglianza ed uguaglianza, intesi come equivalenti, e per questo diviene possibile rappresentare il passato, il presente ed il futuro monocromaticamente, come una transizione senza soluzione di continuità tra Arcadia e Utopia. Nella Germania nazista questo processo di allineamento sincronico si chiamava Gleichschaltung, un meccanismo autocinetico che produceva incessantemente conformismo per consentire al potere di riprodursi uguale a se stesso, per un intero millennio, secondo le aspettative dei fautori del Reich millenario. Un’osservazione del filosofo francese Raymond Ruyer, che fu prigioniero di guerra in Germania, è molto opportuna: il nazismo fu senza dubbio “l’emergere in politica di un’utopia preparata da molto tempo in tutto il pensiero tedesco” (Ruyer, 1950). Purtroppo, l’assuefazione dei cittadini ebrei a quel basso continuo di retorica razzista impedì a molti di loro di capire che i nazisti non si sarebbero limitati a parlare, ma intendevano passare ai fatti (Pauley, 1992).

mercoledì 19 ottobre 2011

Gaia - Il Nuovo Ordine Mondiale di Beppe Grillo




Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo
Goethe

- Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà. Voglio il peccato. -
- Insomma - disse Mustafa Mond - voi reclamate il diritto ad essere infelice.-
- Ebbene, sì - disse il Selvaggio in tono di sfida - io reclamo il diritto ad essere infelice.-
Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

...scemenze come la campagna “Internet for Peace” o, peggio, narrazioni del futuro orrende, di “totalitarismo soffice”, come quella che emerge dal famigerato video della Casaleggio e Associati intitolato Gaia: The Future of Politics.
Wu Ming

Ecco il "famigerato video":
Attenzione specialmente da 4'20 in poi. Ho sempre detto che il futuro totalitarismo sarebbe stato umanitarista ed ecologista, proprio per fare appello ai migliori sentimenti umani ed usarli per accentrare il potere. Qui, la Casaleggio Associati, che lavora con Grillo, offre un quadro spaventosamente plausibile del tipo di indottrinamento che è già in opera e che si intensificherà con l'aggravarsi della crisi globale.
Come ho scritto altrove, manca la percezione che tesi ed antitesi possano essere create dalla stessa fonte (status quo), per ottenere la sintesi desiderata (un nuovo status quo ancora più vantaggioso). Molti critici del Nuovo Ordine Mondiale non sono chi dicono di essere o non sono consapevoli di essere degli utili idioti. Una posizione mediana, per quanto insoddisfacente, è l'unica che permetta di mantenere un atteggiamento intelligentemente scettico verso tutte le versioni dei fatti.

La visione prospettata da questo video è quella di una "governance" globale retta da un'Intelligenza Artificiale collegata ad una rete Google:
Nel corso di una terza guerra mondiale tra i buoni (mondo libero) e i cattivi (i classici cattivi) che accelererà i cambiamenti climatici nella direzione prevista da Al Gore (!!), si verificherà la riduzione della popolazione mondiale ad un 1 miliardo di persone (meglio gestibili!). Un nuovo Movimento Ambientalista risolverà tutti i problemi mondiali. Chi non è su Earthlink non esisterà (lo dicono loro!). Sarà introdotta una Intelligenza Artificiale Planetaria, chiamata BRAIN TRUST, che spiegherà a tutti come risolvere i problemi quotidiani, condividendo tutti i dati online (fine della libertà, fine della privacy). Ci sarà l’elezione in rete di un governo mondiale chiamato GAIA (chi sono gli scrutinatori? Brain Trust? Che opzioni alternative /candidature alternative esistono?) che abolirà partiti, ideologie e religioni (!!!!!!!!!!!!!!!). La conoscenza collettiva sarà la nuova norma (di nuovo: morte del libero arbitrio e della sfera privata).

Scenario non implausibile, purtroppo (lasciando stare la guerra ventennale che, semmai sarà una rivoluzione+terrore). Anzi, è proprio quello che hanno in mente alcuni specialisti dell'I.A.

Qui un docente-blogger (Dale Carrico) che denuncia con meritevole costanza l’autoritarismo di certi progetti transumanisti/IA:

Nella letteratura:
Herbert Gordon Wells, “The shape of things to come”
Aldous Huxley, “Brave New World”
Evgenij Ivanovič Zamjatin, “Noi”

Chi c’è dietro la Casaleggio Associati e Beppe Grillo?
Ce lo spiega il preziosissimo Luca Marcon: