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lunedì 23 gennaio 2012

Morbido è bello - perché amo il femminino e detesto Nietzsche, pur ammirandolo







For a New World Order to live well



La società è un’impalcatura…su cui una specie prescelta di individui è in grado di innalzarsi al suo compito superiore e soprattutto a un "essere" superiore.
Al di là del Bene e del Male

Ciò che determina la tua condizione è l’ammontare di potere che rappresenti: il resto è codardia.
La volontà di potenza.

L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa.
L’Anticristo

Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri...la vita vive sempre a spese di un'altra vita - chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà.
Volontà di Potenza

Il fenomeno fondamentale: innumerevoli individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi.
Volontà di Potenza

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c'è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il "popolo" o il "femminino", agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori.
Volontà di Potenza

La vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna "uguaglianza di diritti" fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste ultime devono essere amputate - oppure l'insieme va in rovina. Avere compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l'antinatura posta come morale.
Volontà di Potenza

E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se ne servisse - affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova e sublime alla schiavitù.
Volontà di Potenza

Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna
Così parlò Zarathustra

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?
Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341).

È possibile dividere il mondo in mille maniere. Ad esempio, si può partire dalla contrapposizione solido/morbido (liquido).
Tempo fa un sostenitore di Berlusconi scriveva su facebook: “il partito di plastica, come ci chiamate spregiativamente, è un partito solido e con una nerchia possente in grado di respingere qualsiasi tentativo di deriva autoritaria del pci”.
Questo motivo del "ce l'ho duro" ritorna implacabilmente nelle esternazioni delle personalità autoritarie, di destra e di sinistra, dei razzisti, integralisti, nazionalisti/patrioti, fondamentalisti, elitisti, ecc.
Klaus Theweleit ci ha mostrato che il femminino è associato alla morbidezza ed alla liquidità (all’etereo dell’anima, dello spirito), il mascolino alla durezza, alla graniticità (al corpo, alla materia). Il razzista necessita di profilassi quando si trova alle prese con la liquidità della “melma extra-comunitaria”: teme di essere infettato. Il potere è il suo viagra, la supremazia su tutto ciò che non è sufficientemente duro, coriaceo, corazzato.
Le personalità autoritarie, i feticisti del mascolino, si inchinano al cospetto del maschio alfa di turno, SEMPRE. Coriacei all’esterno, sono morbidi dentro, ma non lo vogliono e possono ammettere. Molti cristianisti superomistici sarebbero i primi a convertirsi all'Islam, in un'ipotetica Eurabia, così come molti comunisti si sono convertiti al berlusconismo o al cristianismo. L’importante, per loro, è essere devoti: al loro ego e a qualunque entità collettiva che consenta loro di venerarlo (il proprio ego, appunto) senza dar mostra di narcisismo.
Il potere inebria questi ego mascolini, insicuri e proprio per questo armati di luoghi comuni e pregiudizi virilisti: dà loro la possibilità di plasmare la materia e la Creazione a loro gusto e discrezione.
Donne, trans, gay, drogati, zingari, ebrei progressisti, liberal, stranieri, tifosi avversari, ecc. sono tutti troppo fluidi, soffici, melmosi, virali, pandemici. Bisogna tenerli a bada, magari scendendo a valle dalla granitiche montagne con gli itifallici kalashnikov, carichi (non sterili). Falli eretti, confini netti, auto-tribalizzazione intruppante, moralismo ipocrita ma intransigente e guaine identitarie immunizzanti. Tutto può essere utile a creare degli ego rassicurati.
Cosa c'è di vivo in tutto questo? Nulla. È necrofilia inconsapevole. La vita è impura, promiscua, contingente, aperta, non auto-referenziata ma, soprattutto, scorre e cambia (panta rei). La plastica e la roccia non sono vive. Sono “sicuri da morire”, come suggeriva l’antropologo indo-statunitense Arjun Appadurai.
Nietzsche è l’epitome di questa mentalità, un compendio delle idiosincrasie dell’ego mascolino.

Fanno un po’ sorridere i difensori di Friedrich W. Nietzsche, perché spesse volte difendono il loro idolo soprattutto per non dover mettere in discussione la validità delle loro scelte e la presentabilità della loro personalità. Il filosofo tedesco fu senza dubbio un genio, ma chiunque l’abbia letto con un minimo di attenzione e che sia dotato di una coscienza/empatia sufficientemente sviluppata, non avrà potuto fare a meno di notare la continuità di un pensiero che va da Callicle a Terry De Nicolò, passando per Hitler:
E che, lo chiarisco subito, ha una sua rispettabilità. Sì, sto dicendo che l’ideologia nazista, per quanto rivoltante, aberrante, sanguinaria e mostruosa, non è un non-pensiero, è e rimane una filosofia, una filosofia che è sempre esistita e sempre esisterà, perché fa parte della Creazione, come ho cercato di spiegare qui: 
È una prospettiva sul mondo parziale, insufficiente, narcisistica, egocentrica, superficiale, ecc. ma non è inesistente. Non è l’antitesi del sapere.
Si è detto che Nietzsche non può essere considerato un filosofo, giacché ha condannato l’uso dell’intelletto e della logica preferendovi l’istinto e le emozioni. È certamente vero che fu ignorato dall’ambiente filosofico fino alla prima guerra mondiale, quando divenne un ottimo strumento di propaganda. È altrettanto vero che non ha mai davvero amato nessuno tranne che se stesso, si è autoproclamato artista senza produrre vera arte, ma solo una serie di aforismi a volte acutissimi ed illuminati/illumnanti, altre volte avvilenti per la loro dozzinalità (anche i geni non possono essere sempre al meglio).
Eppure rimane uno dei più grandi filosofi della storia umana e quel che ci ha insegnato non è meno prezioso di quel che ci hanno insegnato un Socrate, un Wittgenstein o un Lao Tzu.
Mentre la massima parte dei maestri spirituali dell’umanità ha insegnato che ego va tenuto sotto controllo e, se possibile, ridimensionato – perché ego è nemico dell’empatia –, Nietzsche insegna che bisogna gonfiarlo, come la coda di un pavone, come il gozzo della rana toro quando si sente minacciata o deve competere con un altro maschio: “Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue:
- Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili” (Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali").

Nietzsche sostiene che l’unica motivazione umana è la volontà di potenza. Mitezza e dolcezza servono solo a mascherare il vero movente. Santo o tiranno pari sono. La negazione di questa volontà di potenza è una malattia e Nietzsche è il medico dell’umanità. Ma il problema è psicologico: Nietzsche è un uomo che cerca la potenza fuori da sé perché si sente insicuro ed inadeguato. La persona veramente forte si può permettere di essere giusta e gentile, il debole no: l’ansia lo divorerebbe. I più piccoli, deboli esseri umani sono i più egoisti: “grandi” e duri fuori, piccoli e morbidi dentro. Purtroppo il palcoscenico della storia è quasi sempre stato occupato da uomini che non si sentono sufficientemente uomini e nel contempo sentono il bisogno di dimostrare a tutti di esserlo, di non essere emasculati, ma virili, granitici appunto.

Nietzsche dichiara che alla società serve il Superuomo, qualcuno che sia libero di fare quel che gli pare. Dio è morto e non ci sono norme universalmente applicabili, né ci sono punizioni per i propri capricci. Il Superuomo è l’alfa e l’omega della società. È in lui e nel servirlo che essa trova il suo fine e significato. I superuomini, che incarnano la legge – come il Führer –  formeranno una casta razzialmente pura e dominante ed il resto della popolazione sarà ridotta allo condizione di paria o chandala (impurità intrinseca).

Quando si definisce Nietzsche un liberatore, bisognerebbe tenere bene a mente il fatto che il suo unico intento emancipativo riguardava il superuomo. L’uomo ordinario doveva essere soggiogato, denigrato, asservito. Per la prima volta un filosofo va oltre Machiavelli e proclama la necessità dell’uso della violenza e della brutalità fino all’eliminazione degli “inadatti”. Non pone nessun limite a ciò che le creature superiori possono fare. Bene e male, giusto e sbagliato sono stati inventati per le persone ordinarie, quelle inferiori, quelle che ne hanno bisogno. Rapporti personali e familiari non contano quando un uomo è alla ricerca del più alto grado di eccellenza personale. Essere deboli è un errore, perché è troppo ordinario. Il superuomo nietzscheano si crea le sue regole, privilegiando le virtù del coraggio, della potenza e dell’audacia.
La vita non ha un fine che non sia la sua auto perpetuazione. Vivere è la logica della vita, il suo valore fondante. La morale della vita è quella della forza, dell’energia della volontà creatrice: una moralità spontanea, aggressiva, espansiva, modellatrice, che realizza la vita invece di riformarla, che è al di là del bene e del male e deve prevalere sulla morale degli schiavi. Il superuomo è lo spirito libero, l’uomo nobile e superiore, i cui valori si auto-fondano.
La casta dominante non deve giustificare il suo operato, ciò che fa è giusto per definizione, perché rappresenta la sorgente dei valori fondanti e non deve richiedere approvazioni. Giudica ciò che è nocivo per se stessa come nocivo in senso assoluto. I suoi valori e criteri di giudizio sono gli unici ad avere validità universale.
Nietzsche è un materialista e detesta platonismo e cristianesimo per il loro attaccamento ad una realtà ulteriore, metafisica, separata da quella sensibile, più vera di quest’ultima. Chi ci crede lo fa per risentimento, per superare il suo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, al cospetto di chi trionfa: la sua è la morale degli schiavi, di chi rifiuta la vita e la forza invece di affermarle.

Secondo Nietzsche il processo di civilizzazione ha indotto l’umanità a vergognarsi dei suoi legittimi istinti (come l’aggressività, la crudeltà ed il desiderio di prevaricazione), determinando la nascita del senso di colpa, che spinge gli uomini a rivolgere le proprie pulsioni contro se stessi. Invece l’uomo dovrebbe godere edonisticamente: la sua unica vera colpa è quella di non averlo fatto abbastanza, di aver scelto la felicità ultraterrena in luogo di quella terrena (“Così parlò Zarathustra”). Il cristianesimo è anti-vitale, necrofilo, favorisce i deboli, la gracilità, i moribondi, a discapito di chi afferma la vita. Democrazia e socialismo seguono la medesima strada, sbagliata, causando l’infiacchimento, il degrado, la regressione dell’umano.
Il bene comune non esiste, esiste solo il bene soggettivo, l’autopromozione, che si estrinseca in un’organizzazione sociale aristocratica in cui una casta di signori si dedica al piacere ed una massa di lavoratori subordinati (fisicamente e mentalmente mediocri, dozzinali) li mantiene. Ma, per riuscire ad edificarla, occorre tornare alla fedeltà alla terra, alla vita ed al sangue, serve la transizione evolutiva dall’uomo al superuomo. L’uomo è, infatti, a sentir Nietzsche, “un cavo teso tra la bestia e il superuomo”. Serve un capovolgimento dei valori correnti, umanitari e spirituali, una trasvalutazione (nichilismo attivo) che neghi la falsa concezione della realtà e del destino dell’uomo che domina il presente, a sua volta frutto di un’inversione morale iniziata dagli Ebrei.
Per capire come si debba vivere sarà sufficiente ribaltare la prospettiva. Ciò che è bene visto dal basso (nell’ottica della plebe) è male visto dall’alto e vice versa.
L’egoismo è l’essenza delle menti più nobili – ciò che è debole va sacrificato per la gloria di ciò che è forte. Gli egoisti non devono sentirsi in colpa, è solo falsa coscienza: “Se le persone non si considerano più malvagie, cessano di esserlo” (“Aurora: pensieri sui pregiudizi morali”, 1881, 148). 
Signori e servi avranno sempre una concezione antitetica di bene e male, perché i primi sono autentici ed i secondi sprofondano nel risentimento. Ma mentre i signori non si rendono conto di danneggiare il prossimo nel perseguimento dei propri obiettivi, i servi lo fanno deliberatamente (Aurora, 371).
I signori sono, a buon diritto, sfrenatamente insolenti (übermütigsten) e non devono sentirsi in obbligo verso chi non è loro pari. La loro discrezionalità è illimitata, al di là del bene e del male (aussermoralisch). La compassione è una malattia della civiltà occidentale che può condurre ad un nuovo buddismo ed alla degenerazione della vita stessa. La vita infatti è usurpazione, sfruttamento, soggiogamento, la volontà di potenza è volontà di vita. Dunque crudeltà, disonestà, vendetta ed irrazionalità istintuale sono virtù, mentre la curiosità intellettuale, la pace, la compassione ed il cambiamento sono dei pericoli (“Aurora” e “Genealogia della Morale”).
Per questo prediligo il femminino e contemplo, stupefatto ed anche un po’ impietosito, l’alterità della filosofia nietzscheana rispetto alla mia.
È la mia superbia che mi spinge a provare commiserazione, in luogo dell’interesse e rispetto per l’altro-da-me: in questo senso sono molto più affine a Nietzsche ed agli “ego d’acciaio” di quanto mi piacerebbe essere.

domenica 23 ottobre 2011

Indignamoci! / Indigniamoci!



Stéphane Hessel - "Indignez-vous!"


Innanzitutto, diamo un'occhiata al famoso pamphlet di Stéphane Hessel.
Credo abbia ormai 94 anni, ma non ha perso la combattività del suo passato partigiano. Nella prima parte, Hessel, in buona sostanza, dice: vi ricordate tutti i nobili principi che ci hanno aiutato a sconfiggere il nazismo? Li avete lasciati per strada? Non vi accorgete che sono stati traditi, che l’intolleranza, la xenofobia, l’autoritarismo, l’edonismo, la sperequazione, i monopolismi, l’attacco al welfare, la propaganda mediatica, hanno avuto la meglio? Perché non mostrate gli attributi e vi riprendete ciò che vi spetta? Ci si deve indignare e resistere di fronte alla falsità di una società in cui ci dicono che mancano i soldi per sostenere le conquiste del passato anche se la ricchezza nazionale è senza precedenti nella storia. Recuperate il lascito della Resistenza e dei suoi ideali contro la dittatura dei mercati finanziari che minacciano la pace e la democrazia. I diritti sono universali e se incontrate qualcuno che non ne ha beneficiato dovete protestare ed aiutarlo a conquistarseli.
Hessel sottolinea che per loro resistere era più facile, si trattava di contrastare un’occupazione straniera, di non accettare la sconfitta: era semplice come semplice fu combattere per la decolonizzazione (dice lui). Hessel precisa anche che lui si è sempre indignato nel corso della sua vita, ma per ragioni che avevano poco a che fare con l’emotività: era la volontà di impegnarsi che lo motivava [« Ma longue vie m’a donné une succession de raisons de m’indigner. Ces raisons sont nées moins d’une émotion que d’une volonté d’engagement »], un impegno nel nome della responsabilità che ciascun essere umano deve esercitare [« il faut s’engager au nom de sa responsabilité de personne humaine »]. L’atteggiamento peggiore, quello più disumanizzante e disumano, è quello del disimpegno, dell’indifferenza e dell’apatia, quello di chi dice : “non ci posso far niente, me la caverò” [« je n’y peux rien, je me débrouille »].
Hessel non aggira il problema della violenza. Da sempre critico dell’imperialismo sionista / colonialismo israeliano, così giudica il lancio di missili sui civili israeliani: “non servono alla causa ma si possono comprendere alla luce dell’esasperazione degli abitati di Gaza: in questo concetto di esasperazione si deve intendere la violenza come una conclusione spiacevole di situazioni inaccettabili per chi le subisce. Si può dunque affermare che il terrorismo è una forma di esasperazione e che questa esasperazione è un termine negativo. Allora non si dovrà esa-sperare, ma sperare. L’esasperazione è la negazione della speranza. È comprensibile, direi quasi naturale, ma non per questo accettabile. Perché non consente di ottenere i risultati che può produrre la speranza” [cf. B.H. Obama, “The Audacity of Hope” – NdR].
Sulla nonviolenza, scrive: “Sono persuaso che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione delle diverse culture. È questa la via che l’umanità dovrà seguire per superare la sua prossima tappa. E qui, tornando a Sartre, non possiamo scusare i terroristi che lanciano le bombe, possiamo solo comprenderli. Nel 1947 Sartre scrive che la violenza, in qualunque forma si manifesti, è una sconfitta. Ma, dice, si tratta di una sconfitta inevitabile, perché il nostro è un universo di violenza. E se è vero che il ricorso alla violenza contro la violenza rischia di perpetuarla, è ugualmente vero che è l’unico mezzo per farla cessare. Ma io aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per farla cessare. Non possiamo appoggiare i terroristi come Sartre ha fatto in nome di questo principio durante la guerra d’Algeria, o in occasione dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, commesso contro degli atleti israeliani. Non è efficace, e lo stesso Sartre alla fine della propria vita arriverà a interrogarsi sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d’essere. Dirsi «la violenza non è efficace» è di gran lunga più importante che sapere se bisogna o no condannare coloro che la praticano. Il terrorismo non è efficace. La nozione di efficacia deve contenere una speranza non-violenta”. Più oltre: “Dobbiamo renderci conto che la violenza volta le spalle alla speranza. Le dobbiamo preferire la fiducia, la fiducia nella non-violenza. È questa la strada che dobbiamo imparare a percorrere. Tanto da parte degli oppressori che da quella degli oppressi, bisogna arrivare a una trattativa per cancellare l’oppressione; e questo porterà alla scomparsa della violenza terrorista. Perciò non dobbiamo lasciare che si accumuli troppo odio. In un mondo che ha superato il confronto delle ideologie e il totalitarismo conquistatore, il messaggio di uomini come Mandela, o Martin Luther King, è assolutamente attuale. Il loro è un messaggio di speranza, speranza che le società moderne sappiano superare i conflitti attraverso una comprensione reciproca e una pazienza vigile. Per riuscirci occorre basarsi sui diritti; e la violazione di questi, non importa per mano di chi, deve provocare la nostra indignazione. Su questi diritti non si transige”.
Sull’insurrezione contro lo status quo e sul concetto di limite, scrive : “Il pensiero produttivistico promosso dall’Occidente ha trascinato il mondo in una crisi per uscire dalla quale è necessario rompere radicalmente con la vertigine del «sempre di più», sia in ambito finanziario sia in quello delle scienze e della tecnica. È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie. Perché i rischi cui siamo esposti sono gravissimi, e potrebbero mettere fine all’avventura umana su un pianeta che diventerebbe inabitabile”.
Così, infine, conclude: “In occasione del sessantesimo anniversario del programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, l’8 marzo 2004, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1945) dicevamo che certo «il nazismo è sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è del tutto scomparsa, e la nostra rabbia contro l’ingiustizia è rimasta intatta». No, questa minaccia non è del tutto scomparsa. E allora, continuiamo a invocare «una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti». A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: «creare è resistere. Resistere è creare».


IL PROBLEMA DELLA PASSIONE IN POLITICA


Quando si parla di passione giovanile nell’arena politica credo sia bene tenere a mente che la leadership nazista era formata da appassionati trentenni, che assieme maturarono la loro “coscienza” e ideologia politica e assieme cercarono di distruggere tutto ciò che era ad essa antitetico, in quella che continuarono a chiamare Rivoluzione Nazional-Socialista fino alla fine. E se questo esempio può sembrare troppo estremo, al limite del caricaturale, aggiungerò allora che i fautori del Terrore che annientò quel che di ottimo c’era nella Rivoluzione Francese, ossia Robespierre, Danton e Saint-Just, erano molto giovani. I primi due erano trentenni e Saint-Just aveva 22 anni allo scoppio della Rivoluzione. Ghigliottinarono migliaia di critici per “salvare” la Rivoluzione che stavano uccidendo. Negli anni precedenti Robespierre era stato un vigoroso paladino del pacifismo, dell’abolizione della pena di morte, della tolleranza, della libertà di espressione e della democrazia (!!!). Tutto questo per dire che è nell’interesse di chi incarna lo status quo e lo vuole difendere fare in modo che certe passioni esasperate s’incanalino in certe direzioni piuttosto che in altre, direzioni che in genere sortiscono l’effetto contrario a quello previsto dai sinceri rivoluzionari con o senza il virgolettato. Non vedo perché stavolta le cose dovrebbero andare diversamente. Anzi, il rischio è ancora più grave, in quanto la scala è planetaria.

Quando dico che è nell’interesse dei paladini dello status quo incanalare le passioni in una certa direzione, mi riferisco alla direzione della violenza e dell’odio.
Per esempio la violenza e l’odio di Ernesto Che Guevara, quando dichiara, il 16 aprile 1967: “L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale”.
O la violenza e l’odio di Suong Sikouen, assistente di Pol Pot, che ricorda: “la rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità”.
O la violenza e l’odio del summenzionato Robespierre, che fu responsabile della morte di circa 2600 uomini e donne, giustiziati tra il 1792 e il luglio del 1794, 2217 dei quali morirono nel corso dei suoi ultimi cinque mesi di vita. Questi morti non sono un dettaglio storiografico.
L'uso pubblico della storia e della memoria salvaguardano il pluralismo, pluralismo che, peraltro, non stava particolarmente a cuore ai giacobini, o a Machiavelli.
Il Terrore è stato il vero nemico della Rivoluzione, un fantastico regalo alle forze della reazione: non sono pochi gli studiosi che sospettano infiltrazioni mirate ad ottenere quel tipo di risultato. Sono cose già successe al tempo delle battaglie per i diritti civili e del terrorismo. Torneranno a succedere: Machiavelli docet!

Nonviolenza e autodifesa(aikido-style)


Per abbattere il sistema iniquo, predatorio e sfacciatamente parassitario nel quale viviamo occorre evitare una deriva violenta (se non per autodifesa) ed autoritaria del movimento degli indignati, perché questo allontanerebbe quei milioni di persone – donne, anziani, famiglie – che hanno tutto da perdere da quel tipo di svolta e del cui appoggio non si può fare a meno, perché alienerebbe qualunque potenziale simpatia da parte di chi, per il momento, si trova dall’altra parte della barricata, un po’ incerto sul da farsi, oltre, infine, a fornire mille pretesti per imporre misure draconiane di ordine pubblico.


Realismo: capacità di discernere la realtà dei fatti


Per evitare queste “complicazioni” serve realismo (realismo, non cinismo). Le passioni devono essere temperate dal raziocinio e dal discernimento, non certo eccitate dalle nostalgie leniniste, da passioni incontrollate o dal bisogno psicologico di riuscire ad ogni costo laddove altri hanno fallito. L’idealismo/ottimismo è autolesionistico, perché per sua natura non è obiettivo e chi trascura l’obiettività è sconfitto in partenza e porterà alla distruzione chi lo segue. Realismo significa anche capire che le idee piacciono molto agli intellettuali, che vivono in un mondo di idee (la noosfera), ma che la maggior parte delle persone, per fortuna, non ha bisogno di una grandiosa narrazione per poter vivere dignitosamente ed abbondantemente. Si accontenta di una ragionevole misura di libertà, sicurezza e giustizia e merita comunque il nostro rispetto, anche se ci sta un po’ o molto stretto. Questa sobrietà è un antidoto capace di contenere le pulsioni più distruttive dell’uomo, che sono amplificate proprio dalla mancanza di un saldo legame con la realtà (e dall’edonismo/narcisismo dei nostri tempi).

Quando le masse si muoveranno...

Finora la gente non si è ancora mossa, sono solo pochi ad essersi svegliati. Quando si muoverà non sarà difficile notarlo. Quando si muoverà sarà perché avrà capito che non ha più nulla da perdere, che lo status quo non offre più quel minimo di libertà, sicurezza e giustizia sociale che ritiene indispensabile. A quel punto tutto sarà possibile, nel bene e nel male.

Fase epocale della storia umana - sommersi o salvati?

Io nutro una grande fiducia in questo movimento: sono orgoglioso ed onorato di avere il privilegio di essere qui, oggi, in questa incredibile fase della storia umana, ma so anche che le “forze oscure” che controllano l’alta finanza e una buona fetta dell’informazione e della politica hanno un potere senza precedenti e che c’è bisogno di sangue freddo, circospezione e discernimento: non tutti gli amici sono sinceri (Soros/Krugman/Draghi/Barroso ecc. si schierano con Occupy Wall Street: è bene, è male?), non tutti i nemici sono avversari.
Come diceva qualcuno: “semplice come una colomba, ma astuto come un serpente”. Altrimenti finirà molto, ma molto male. La storia è lì a testimoniarlo.