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martedì 24 gennaio 2012

L'Occidente rappresenta ormai la peggiore minaccia per il genere umano




Le sanzioni economiche e finanziarie esaminate, lungi dall’essere un’alternativa a scosse, di cui altri sollevano del resto la minaccia, conducono ad esse per gradi. Gli embarghi, ivi estendendosi e indurendosi, si approssimano ai blocchi. Ma i blocchi, nel diritto internazionale, sono già degli atti di guerra. E per non parlare della guerra dell’ombra, di certo guidata da altri, che già miete le sue vittime. Decisamente, l’ostinazione della diplomazia francese a perseguire un cammino di conseguenze incalcolabili e a invischiarvi i suoi partner evoca la formula di Mark Twain: “Per colui che non ha che un martello, tutto prende la forma di chiodi”.
François Nicoullaud, ex ambasciatore francese a Teheran, Le Monde, 16-11-2011

La Grecia importa il 25 per cento del suo petrolio dall'Iran, noi il 13,2%.
Italia e Grecia sono i massimi importatori europei di petrolio iraniano.
La Grecia ha chiesto all'Europa di non porre un embargo totale al petrolio iraniano.
Al contrario, il nostro ministro degli Esteri, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata (noto uomo del popolo), non ha trovato nulla di disdicevole. Secondo lui l’impatto sull’Italia sarà nullo:  
Una curiosa difformità di valutazioni tra governo greco e governo italiano.
Forse l’inevitabile rincaro del greggio non lo turba.

Perché si è imboccata la strada dell’embargo?
Nel più recente rapporto dell’AIEA – indicato da molti, tra i quali il suo stesso direttore generale, Yukiya Amano, come prova del fatto che l’Iran ha intrapreso la strada della costruzione della bomba atomica – si legge invece che tutto l’uranio iraniano è sotto controllo [“continues to verify the non-diversion of declared nuclear material”] e che non ci sono novità sostanziali:
Perché Amano mente così spudoratamente?
Da Limes (11 novembre 2011): “sono in molti a reputare che l’agenda dell’Aiea si sia spostata da una posizione prettamente scientifica e tecnologica verso una direzione più politicizzata e filoccidentale, perdendo l’approccio cauto e misurato che caratterizzava la gestione El Baradei. Pesa inoltre il ricordo di quando, in prospettiva dell’inizio delle ostilità irachene, l’amministrazione statunitense mentì volontariamente alla comunità internazionale sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Al contempo le cancellerie e gli esperti sono consapevoli del fatto che l'Aiea non abbia mezzi indipendenti per comprovare le informazioni, e soprattutto le disinformazioni, che riceve dalle nazioni consociate. El Baradei non ne faceva segreto e “vagliava” molto attentamente le rivelazioni altamente politicizzate sul dossier nucleare iraniano. […]. Scremato delle faziosità di parte e dato il giusto peso al fatto che lo stesso recente rapporto dell’Aiea ha riconosciuto che "la capacità dell'agenzia di comprendere le attività in Iran dopo la fine del 2003 è ridotta a causa delle informazioni limitate di cui dispone", si può dire che esso sia in realtà molto in linea con la National intelligence estimate (Nie) del novembre 2007, che affermava che Teheran aveva interrotto il suo programma nucleare militare nel 2003:
Altre intelligenti riflessioni sulla questione:

Leon Panetta (segretario alla difesa USA): “Il n. 1 del Pentagono e' convinto che Teheran abbia la capacità di costruire un ordigno atomico ma non ritiene che lo stia facendo, anche grazie alle sanzioni internazionali”.
Resta da capire perché dovrebbe continuare a non farlo, vista la persecuzione a cui è stato sottoposto:
“Gli iraniani andranno comunque avanti per la loro strada, perché il nucleare tocca le corde dell’orgoglio nazionale. I vertici di Teheran rivendicano il nucleare a scopo solo civili, ma ormai è una questione legata alla sicurezza, dopo la caduta di gheddafi in Libia l’atomica resta l’unico possibile deterrente contro possibili aggressioni”.
http://blog.panorama.it/mondo/2012/01/23/iran-embargo-petrolifero-contro-il-nucleare-o-per-un-cambio-di-regime-lanalisi/
Un punto di vista confermato dallo stesso Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele: “Probabilmente lo farei. Non m’illudo che [gli Iraniani] lo facciano [procedano con il programma nucleare] a causa di Israele. Si guardano attorno, vedono che l’India è una potenza nucleare, la Cina è una potenza nucleare, il Pachistan è una potenza nucleare, per non parlare dei Russi”.
Risposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele, a Charlie Rose (PBS), che gli aveva chiesto se non avrebbe voluto anche lui delle armi atomiche, se fosse stato un ministro del governo iraniano, 17 novembre 2011.
Gli ultimi tre direttori del Mossad hanno spiegato che se anche il programma atomico iraniano fosse di natura militare, non sarebbe un dramma:

Vorrei dunque capire come si giustifichi questo embargo e perché Italia e Grecia debbano stare zitti e muti e prenderselo nel sedere.
Tenuto conto delle conseguenze delle iniziative occidentali:
vorrei anche capire cos’altro devono fare le “democrazie” occidentali prima che le rispettive opinioni pubbliche si rendano conto di far parte di società guerrafondaie, imperialiste, una costante minaccia alla stabilità, alla pace, alla prosperità della specie umana. 

Abbiamo rinnegato tutto quello in cui credevamo, facciamo paura al resto del mondo, uccidiamo o lasciamo morire milioni di esseri umani per conservare il nostro stile di vita, accettiamo di chiamare democrazie degli oligopoli castali solo perché, finora, ci hanno mantenuto nel benessere a spese di tutti gli altri.  E ora siamo pronti a scatenare una Terza Guerra Mondiale.
Per il bene dell’umanità, mi auguro una nostra prossima, rapida e devastante sconfitta. Solo così potremo rinsavire e ricominciare, imparando dagli errori commessi.

venerdì 20 gennaio 2012

Socrate e l'illusorietà della morte



Nella tradizione orfico-pitagorica la morte non è una cosa brutta ma un momento di purificazione, il trionfo dello spirito sulla materia che lo imprigiona, dell’eterno sul transeunte. Il sapiente deve capovolgere il suo giudizio sul vivere e sul morire. Ecco cosa ne pensa Socrate.

– Credi tu che la morte sia qualche cosa?
– Certo – rispose Simmia.
– E non crediamo noi che essa altro non sia che la separazione dell’anima dal corpo? E l’esser morto non consiste proprio in questo: nello stare l’anima e il corpo separati tra loro e ciascuno per conto proprio? Che altro è la morte se non questo?
– Nient’altro che questo, infatti – rispose Simmia.
– E allora osserva attentamente, o amico, se tu hai la stessa opinione che ho io, poiché solo così potremo meglio comprendere ciò di cui discutiamo. Pare a te che sia da vero filosofo darsi cura dei piaceri, come, per esempio, del mangiare e del bere?
– Niente affatto, Socrate – confermò Simmia.
– E dei piaceri d’amore?
– Neppure.
– E così tutte le altre cure del corpo, come l’acquisto di lussuoso vestiario, di magnifiche calzature e di ogni altro ricercato ornamento, pare a te che il filosofo abbia in pregio più di quel tanto che la necessità lo costringa a farne uso?
– A me pare che il vero filosofo disprezzerà tutto questo.
– Non ti sembra allora che l’attività di un tale uomo non sia per nulla rivolta al corpo, da cui anzi si allontana più che sia possibile, ma invece sia tutta dedita all’anima?
– Certamente.
– E quindi è chiaro che in tutte queste cose il filosofo, a preferenza di ogni altro uomo, cerca più che può di liberare l’anima da ogni comunanza col corpo. Non è forse vero?
– Pare di sì.
– Ed è per questo o Simmia, che il volgo crede che colui il quale non prova alcuno di questi piaceri, e non vi partecipa, non meriti neanche di vivere; poiché tende ad essere come un morto chi non si cura dei piaceri che derivano dal corpo.
– Dici proprio la verità.
– E che diremo dell’acquisto della sapienza? Credi tu che nella ricerca della verità ci sarà o no di impedimento il corpo? Intendo dire questo: il senso della vista e dell’udito, ad esempio, danno a noi certezza assoluta, oppure hanno ragione i poeti quando continuamente ci dicono che noi non udiamo, né vediamo nulla di preciso? E se questi sensi non sono né sicuri, né precisi, che cosa dovremmo dire degli altri ancora più manchevoli di questi? Non ti pare?
– Certamente – disse.
– Quando, dunque – continuò Socrate – l’anima riesce ad attingere il vero? Perché se essa si accinge a ricercare la verità con l’aiuto del corpo, è evidente che sarà da questo tratta in inganno.
– Proprio così.
– Non è forse nella pura attività di ragione che si rende a lei manifesta la verità?
– Certamente.
– E questa attività non si esplica ancor meglio quando l’anima non è conturbata da nessuna di tali sensazioni, né dalla vista, né dall’udito, né dal dolore, né dal piacere, ma tutta in sé raccolta, abbandonando completamente il corpo, senza più alcuna comunanza né contatto con esso, tende solamente alla verità?
– Dici proprio bene.
– Non è questa, allora, la ragione per la quale l’anima del filosofo disprezza profondamente il corpo e rifugge da esso e aspira a rimanere sola, tutta in sé raccolta?
– Certamente.
– Ma v’è ancora un altro argomento, o Simmia. Affermiamo noi l’esistenza di un “giusto in sé”, o no?
– Certo che lo affermiamo, per Zeus.
– E di un “bello in sé”, di un “buono in sé”?
– Pure.
– Or bene, vedesti tu mai con gli occhi del corpo il “Giusto”, il “Bello”, il “Buono”?
– No, mai – rispose quegli.
– E li hai mai conosciuti con qualche altro senso del corpo? E non parlo solamente di questi, ma ancora della “Grandezza”, della “Salute”, della “Forza”, in una parola di tutto ciò che realmente è. E credi tu che si conosce la realtà in sé delle cose per mezzo dei sensi del corpo, oppure reputi che colui il quale si propone di conoscere il vero per mezzo dell’attività pura di ragione si avvicinerà più di ogni altro alla perfetta conoscenza di esso?
– È proprio così.
– E a questa perfetta conoscenza può pervenire soltanto colui che alla verità si volge con la sola mente, e non sorregge la sua ragione con alcun senso del corpo, ma solo in sé e puro, con la mente pura, cerca di attingere il vero, astraendosi, più che sia possibile, dagli occhi, dagli orecchi, dal corpo tutto, poiché questo sconvolge l’anima e non le permette di acquistare verità e sapienza. Non è forse quest’uomo, o Simmia, colui che potrà, più di ogni altro, cogliere la realtà?
– Tu dici il vero, o Socrate – rispose Simmia.
– Dunque – seguitò Socrate – tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri.

Platone, "Fedone", Armando Editore, Roma 2007.

giovedì 12 gennaio 2012

Guardatevi dalle Idi di marzo - come prevedere la data d'inizio della Terza Guerra Mondiale




Le idi di marzo erano un giorno festivo dedicato al dio della guerra, Marte.
Wikipedia

INDOVINO: Guardati dalle Idi di marzo.
CESARE: Che uomo è quello?
BRUTO: Un indovino vi ingiunge di guardarvi dalle Idi di marzo.
William Shakespeare, “Giulio Cesare”

Le sanzioni economiche e finanziarie esaminate, lungi dall'essere un'alternativa a scosse, di cui altri sollevano del resto la minaccia, conducono ad esse per gradi. Gli embarghi, ivi estendendosi e indurendosi, si approssimano ai blocchi. Ma i blocchi, nel diritto internazionale, sono già degli atti di guerra. E per non parlare della guerra dell'ombra, di certo guidata da altri, che già miete le sue vittime. Decisamente, l'ostinazione della diplomazia francese a perseguire un cammino di conseguenze incalcolabili e a invischiarvi i suoi partner evoca la formula di Mark Twain: "Per colui che non ha che un martello, tutto prende la forma di chiodi".
François Nicoullaud, ex ambasciatore francese a Teheran – “Smettiamo di farci paura: la bomba iraniana non è per domani!”, Le Monde, 16-11-2011
L'articolo che segue è stato pubblicato pochi giorni fa su Le Monde. Rappresenta il punto di vista di François Nicoullaud. La traduzione è a cura di Davide Rocco.
citazioni dall’originale in francese (l’articolo è stato convenientemente rimosso dal sito di Le Monde):

In questa fase storica il mondo si avvia verso la terza guerra mondiale per una seria di ragioni, la principale delle quali è il controllo della popolazione mondiale, che sta cominciando a rendersi conto che è tempo di unirsi contro gli invasori:
Un’altra è la lotta intestina tra fazioni, con gli Stati Uniti nella parte del bullo indebolito che sta per raccogliere quel che ha seminato: il risentimento dell’intero pianeta. Diverse nazioni (in particolare Russia, Cina, India) stanno preparando l’abbandono del dollaro: hanno fatto man bassa di oro e sottoscritto accordi commerciali bilaterali che escludono il dollaro. Il Venezuela ha richiamato in patria le sue riserve auree.
I patetici, pionieristici, tentativi di Iraq e Libia di fare lo stesso (nel 2000 l’Iraq aveva deciso di vendere il suo petrolio in euro e l’Iran era pronto a seguirlo) sono finiti come sappiamo.
Asia Times – Aprile 2011
Traduzione italiana qui:
La Francia appoggiò l’iniziativa irachena e mandò avanti la PNB-Paribas:
E si guadagnò il rinnovato livore di Washington e di Hollywood:
L’India sta esaminando la possibilità di stringere accordi con l’Iran per aggirare l’embargo americano del petrolio iraniano, pagando in oro:
La Cina preferirebbe farlo usando lo yuan:
Giappone e Cina (terza e seconda economia globale) abbandonano il dollaro:
India e Giappone abbandonano il dollaro:
Cina e Russia abbandonano il dollaro:
Russia ed Iran abbandonano il dollaro su iniziativa russa (!!!):
“La Cina ha attaccato le sanzioni "unilaterali" all'Iran imposte dagli Stati Uniti con la firma di Barack Obama su una legge che mette nel mirino la Banca centrale di Teheran. "La Cina e' contraria a mettere una legge nazionale al di sopra del diritto internazionale e a imporre sanzioni unilaterali contro altri Paesi", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hong Lei”.
La bolla cinese sta per esplodere a causa della crisi del mercato immobiliare e dei debiti contratti dai governi regionali, ma il governo cinese può cavarsela se riesce a scaricare la crisi sugli Stati Uniti, così come questi ultimi hanno fatto con l’Europa. È una questione di sopravvivenza: uno dei due giganti dovrà crollare e la Russia ha già scelto da che parte starà. Le sue navi sono in Siria, a rintuzzare l’offensiva occidentale.
La guerra inizierà quest’anno, perché Panetta ha dichiarato che entro la fine del 2012 l’Iran potrà sviluppare l’atomica e questo è uno scenario inaccettabile (è falso, le conclusioni degli ispettori dell’AIEA non fornito alcuna indicazione in tal senso - ma quel che importa è che è quel che vogliono far credere):
Qualche giorno fa si è però contraddetto:
e quasi certamente entro settembre, in quanto dopo l’estate sarà troppo tardi: gli Iraniani saranno riusciti a sparpagliare il loro programma atomico e il sito di Fordo, nel cuore delle montagne di Qom, pressoché inespugnabile, sarà a pieno regime:
Secondo gli analisti di Religare [http://www.religarecm.com/] c’è un 50% di possibilità che l’attacco israeliano avvenga all’inizio di febbraio, cioè entro un mese!
Il picco israeliano non coincide con quello americano che è invece spostato verso aprile-maggio (con un altro picco immediatamente prima delle elezioni presidenziali d’inizio novembre).
Perché a marzo?
Perché a marzo s’intersecano i picchi di opportunità di Israele e Stati Uniti (cf. grafico di religare), perché le elezioni parlamentari iraniane si tengono ad inizio marzo, così come le presidenziali russe (fase di transizione, disordini interni altamente probabili):
perché il Ministro per l'Energia dell'Iran, Mazhid Namizhu ha comunicato che il 20 marzo del 2012, grazie alla collaborazione russa, entrerà in funzione a pieno regime la prima centrale nucleare dell'Iran, a Busher:
Nello stesso giorno, che marca la fine dell’anno iraniano (il 21 marzo è il primo giorno dell’anno iraniano), sarà inaugurata la borsa dell’energia iraniana, un altro passo verso l’autodeterminazione:
Secondariamente, Assad ha promesso un referendum costituzionale per marzo, si sottoscrive il patto fiscale dell’eurozona, un passo ulteriore verso gli Stati Uniti d’Europa e la Grecia rischia il default. Per qualche ragione sembra che marzo 2012 debba essere un mese di svolte epocali.

Non siamo condannati a ripetere ogni volta gli stessi errori, ciclicamente, ineluttabilmente.
La guerra, questa guerra dalle conseguenze indescrivibili:
e che i meglio informati, nello stesso Israele, considerano una calamità ed un delirio:
non è inevitabile. Noi possiamo mobilitarci per bloccare il mondo, in modo che i potenti siano costretti ad interrompere le loro partite a scacchi a danno di tutti noi e della natura che ci circonda e del pianeta che ci ospita.
Possiamo forse prevenire anche un Secondo Olocausto:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/verso-un-secondo-olocausto.html

martedì 10 gennaio 2012

The International - schiavi del debito




La IBBC è una banca, il loro obiettivo non è il controllo del conflitto, è il controllo del debito che il conflitto produce. Vedete, il grande valore di un conflitto, il vero valore, sta nel debito che genera. Se controlli il debito, controlli tutto quanto. Voi lo trovate inquietante, vero? Ma è questa la vera essenza dell'industria bancaria: fare di tutti noi - sia che siamo nazioni o individui - schiavi del debito.
- Luca Barbareschi, nella parte di Calvini, un finanziere italiano che si candida in politica, nel film The International, 20 marzo 2009

lunedì 9 gennaio 2012

11 settembre 2001: quando la finzione anticipa la realtà - il celebre episodio di Lone Gunmen (4 marzo 2011 - sottotitolato in italiano)




L'attacco terroristico dell'11 settembre fu illustrato oltre 6 mesi prima che avvenisse nell'episodio pilota della serie Lone Gunmen, uno spin-off (serie figlia) di X-Files. Nell’episodio trasmesso il 4 MARZO del 2001 la trama si sviluppa attorno alla scoperta e al tentativo di sabotaggio di un piano congegnato da una fazione all’interno del governo americano e che prevede l’esecuzione di un auto-attentato (false flag) per giustificare una guerra e rilanciare i proventi derivati dall’indotto dell’industria bellica. Un aereo di linea radiocomandato andrà a sbattere contro il World Trade Center.

BYERS (to his father): 'We know it's a wargame scenario, that it has to do with airline counter-terrorism. Why is it important enough to kill for?'
MR. BYERS: 'Because it is no longer a game.'
BYERS: 'If some terrorist group wants to act out this scenario, why target you for assassination?'
MR. BYERS: 'Depends on who your terrorists are.'
BYERS: '...The men who conceived of it in the first place. You're saying OUR GOVERNMENT PLANS TO COMMIT A TERRORIST ACT AGAINST A DOMESTIC AIRLINE...'
MR. BYERS: 'There you go...indicting the entire government as usual. It's a faction, a small faction.'
BYERS: 'For what possible gain?'
MR. BYERS: 'The Cold War is over, John. But with no clear enemy to stockpile against, the arm's market's flat. But, bring down a fully-loaded 727 into the middle of New York City and you'll find a dozen tin-pot dictators all over the world just clammering to take responsibility and begging to be smart-bombed.'
BYERS: 'I can't believe it. This is about increasing arms sales?.
BYERS: 'You absolutely sure that this is the targeted flight?'
MR. BYERS: 'This flight was chosen primarily for its visibility. It's scheduled to pass over Manhattan on its way to Boston.'
BYERS: 'You said they intend to bring this down in the middle of New York City. What if there isn't a bomb?'
MR. BYERS: 'Then, how are they going to bring it down?'
BYERS: 'The same way a dead man can drive a car.'
LANGLY: 'Remote access.  Somebody on the ground is flying your plane...Your flight is going to make an unscheduled stop.'
FROHIKE: 'Corner of Liberty and Washington. Lower Manhattan.'
BYERS: 'World Trade Center. They're going to crash the plane into the World Trade Center!'



domenica 8 gennaio 2012

Rapporto Segreto da Iron Mountain sulla Possibilità e Desiderabilità della Pace




Il Report from Iron Mountain ("Rapporto Segreto da Iron Mountain sulla Possibilità e Desiderabilità della Pace"), pubblicato dalla "Dial Press" nel 1967 a cura del giornalista indipendente Leonard C. Lewin, ufficialmente classificato come satira, ma solo 5 anni dopo la sua pubblicazione, non ha alcuna caratteristica della satira. Non c’è nulla di swiftiano, di arguto, di ironico. E’ noioso, burocratico, freddo, dettagliato e drammatico. John Kenneth Galbraith ha garantito sulla sua autenticità, dichiarando di aver fatto parte del comitato che l’ha redatto. 
La sua veridicità è meno importante della logica (e "morale") sottesa
Le sue conclusioni si possono sintetizzare come segue: una società di pace è insostenibile perché la guerra fa parte del sistema economico e dunque uno stato di guerra permanente è necessario per la stabilità economica e sociale (crescita, consumo, sfogo per l’aggressività collettiva ed i comportamenti anti-sociali, controllo demografico: come in un enorme potlatch). Tra le raccomandazioni, la diffusione di notizie riguardanti forme di vita aliene, l’allarmismo sull’inquinamento fuori controllo e una possibile reintroduzione della schiavitù.
Le uniche alternative praticabili, rispetto alla guerra:
(a) spese improduttive pari all’ammontare richiesto dal budget militare (programma di welfare integrale; missione spaziale finalizzata a obiettivi irraggiungibili; un sistema di ispezioni per il disarmo permanente, ultra-elaborato e ritualizzato);
(b) una minaccia esterna generalizzata (forza di polizia internazionale virtualmente onnipotente; esplicita minaccia extraterrestre; inquinamento globale massiccio; invenzione di forze ostili di altra natura [opzione giudicata promettente]);
(c) misure di controllo capillare della società e un senso di minaccia personale (programmi modellati sull’esempio dei Corpi di Pace oppure una forma di schiavitù moderna e sofisticata [NB considerata un’opzione molto promettente e collegata alla voce: “repressione etnica organizzata”] – pericolo dato dall’intenso inquinamento, nuove religioni e mitologie, scontri tra gladiatori o cose analoghe);
(d) misure di contenimento della demografia umana (programma integrale di eugenetica applicata); la creazione di una missione sufficientemente motivante (una necessità impellente) che giustifichi la ricerca scientifica su vasta scala (missioni spaziali, welfare ed eugenetica).
Conclusioni: nessuna delle alternative può sostituire la guerra, giudicata ripugnante e spiacevole, ma più realistica di un pacifismo emotivo. La pace funziona nel breve ma è destabilizzante nel lungo periodo.

Personalmente trovo che la logica retrostante a questo studio sia ripugnante ma descriva perfettamente la natura di una società governata da psicopatologiche, ossia dalla forma mentis degli psicopatici, la più seria minaccia alla pace nel mondo. 

Qui la sintesi di Lewin (inglese): http://www.hermes-press.com/lewin1.htm
Qui il testo integrale (inglese):
Qui il testo integrale (spagnolo):
Qui commenti di alcuni lettori (inglese):

domenica 27 novembre 2011

Si può evitare una Terza Guerra Civile Europea (studiando il caso jugoslavo)




La guerricciola slovena – che dà il via nel 1991 alla disintegrazione dei Balcani – è un capolavoro di astuzia strategica e di messa in scena, e l’esperienza fatta a Timosoara mi aiuta a prenderne atto con relativa rapidità. Lo strappo – come si vedrà più tardi – avviene grazie a una tacita unità d’intenti con la Serbia. Si consuma all’insaputa della Croazia, e soprattutto dell’esercito federale, che cade nel tranello della provocazione. La Slovenia non interessa a Milošević; dietro alle sue dichiarazioni roboanti sull’integrità dei confini, egli già lavora per ritagliare dal paese la fetta più larga possibile di Grande Serbia, dunque il separatismo sloveno gli è utile a mettere in mora il processo e a schivarne la responsabilità. Anche per i dirigenti di Lubiana è un abile gioco delle tre carte. Essi hanno costruito la separazione pompando la rabbia popolare dei ‘mitteleuropei’ contro i ‘bizantini’ serbi, ma è proprio con i bizantini che essi si accordano per spaccare la Federazione.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”, 2000, p. 58.

Incremento del costo dei combustibili fossili, eccessivo indebitamento, forti disparità nord-sud, regionalismi separatisti, cultura democratica deficitaria, burocrazia inefficiente e corrotta, malavita organizzata, speculazioni internazionali, trame geopolitiche globali: queste sono state le cause principali della morte della Jugoslavia. 
Succederà anche all’Unione Europea, in caso di crollo dell’eurozona, come hanno vaticinato Merkel e Sarkozy?

Occorre prima fare piazza pulita della tenace credenza che siano le lealtà etniche a causare le guerre civili. I miti etnici e religiosi sono ingredienti fondamentali di quasi ogni guerra civile, ma si attivano solo se e quando conviene a quelli che chiamo gli “imprenditori dell’etnico” – politici, intellettuali, industriali e finanzieri che hanno interesse a rinfocolare dissidi per dividere la popolazione. Un semplice, incontestabile dato di fatto è sufficiente a confutare una volta per tutte il mito dell’incontenibile forza dell’odio interetnico. Il censimento ruandese del 1991 stimava che la popolazione tutsi ammontasse a 600mila cittadini e almeno 300mila Tutsi sono sopravvissuti al loro genocidio. Se il conto delle vittime è affidabile – tra il mezzo milione ed il milione –, allora il numero di Hutu uccisi da altri Hutu è paragonabile se non superiore a quello dei Tutsi massacrati dagli Hutu. Il che significa che, ancora una volta, le semplificazioni binomiali (bianco/nero, buono/cattivo) non rendono giustizia alla complessità degli eventi umani. 

Per capire cosa sia successo in Jugoslavia si deve anche tener conto della trama mafiosa che la avvolgeva in un reticolo di poderosi traffici di esseri umani, di armi, di droga tra Kosovo, Croazia, Germania e Italia, che hanno coinvolto alcuni tra i politici croati ed austriaci più in vista. Per maggiori dettagli, rimando all’articolo di Vito Lops, sul Sole 24 Ore del 10 settembre 2010, dal titolo “Il giallo della banca Hypo Alpe-Adria. Tra i contatti con la malavita e quei finanziamenti ad Haider”, alle fondamentali inchieste pubblicate online da “EaST Journal” ed agli studi rigorosissimi del politologo Francesco Strazzari, in particolare l’inestimabile “Notte balcanica : guerre, crimine, stati falliti alle soglie d'Europa” (2008), che hanno già tratteggiato i contorni della vicenda, in cui criminalità e sovranità si intrecciano inestricabilmente e trasversalmente rispetto ai gruppi etnici.
I Serbi, Milosevic in primis, restano comunque i principali responsabili di ciò che è avvenuto. Fino al 1958 il partito comunista era intento a creare una “coscienza jugoslava”. Poi, negli anni Sessanta, questa politica fu rovesciata e non solo non ci si curò più di fare riferimento alla nazionalità jugoslava, ma addirittura si introdusse l’obbligo per i cittadini di dichiarare la loro affiliazione etnica. Questo fu fatto perché molti Serbi stavano tentando di impadronirsi clandestinamente dei centri di potere dell’intera nazione – l’esercito e l’amministrazione pubblica –, approfittando del fatto che l’etnia non contava. Perciò bisognava in qualche modo identificarli. Il nazionalismo etnico divenne la principale forma di opposizione al comunismo, ma soprattutto ad un colpo di stato serbo dissimulato. Non si trattava di un atavismo, la natura del conflitto non era etnica. C’era invece un uso mafioso dei legami clanici per conquistare fette sempre più grandi di potere, prestigio, influenza e benessere. Tutto questo produsse un processo scismogenetico: le varie fazioni assunsero posizioni gradualmente sempre più estreme, in una crescente polarizzazione. I mass media, invece di mitigare questi processi, irrobustirono la tendenza a tessere interazioni simboliche all’insegna della contrapposizione scismatica. Ogni questione sociale andava letta in termini etnici, cosicché le simpatie e preferenze di ciascuno finivano per andare alla “sua” gente, indipendentemente dalla ragionevolezza delle istanze sollevate dall’altra parte (Denich, 2000).
I fatti, perciò, danno ragione al sociologo e politologo Marco Deriu, quando sostiene che “Il conflitto etnico non è la realtà della guerra, ma piuttosto il nome della rappresentazione pregiudiziale con cui gli osservatori sia locali che occidentali si dispongono a fronte di un conflitto del quale capiscono ben poco e da cui vogliono a tutti i costi sentirsi distanti” (Deriu, 2005, p.105). E anche a Paolo Rumiz: “Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero” (Rumiz, 2000, p.29). Quando invece quella tribale è una mera mascherata che serve innanzitutto a far credere “all’irrazionalità di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilità di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo, fornisce la base teorica all’impossibilità della convivenza e dunque all’inevitabilità della pulizia etnica; in terzo luogo, soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte dell’opinione pubblica internazionale” (Rumiz, ibid., p. 76). 
Guido Rampoldi (“L'Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005) ha parlato di ribaltamento della verità ed ha denunciato due motivi propagandistici convergenti: quello che associava il nazionalismo serbo al nazismo e quello che si agganciava alla teoria fatalistica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington, che leggeva ogni conflitto come un fenomeno naturale o un’ineluttabilità storica e perciò incontrollabile: “Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l'Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro 'spontaneo' tra popolazioni portatrici di 'civiltà' inconciliabili; e la 'civiltà' dei musulmani doveva avere caratteristiche aggressive (come è anche nell'Huntington più recente). […] È la fabbrica d'una vulgata in cui "civiltà" ha la spiacevole tendenza a funzionare come un'altra pseudocategoria, "razza", cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d'un patrimonio genetico”.
Queste impressioni sono state confermate da un progetto di ricerca internazionale che ha coinvolto storici e scienziati sociali e che aveva come obiettivo quello di scrivere una storia il più possibile imparziale del conflitto jugoslavo (MacDonald et al., 2009). Lo studio internazionale riporta che in un sondaggio del 2003, a poco più di un decennio dalla fine delle pulizie etniche, tra il 21% ed il 25% di Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci non avrebbero avuto alcun problema ad accogliere in famiglia un genero o una nuora dell’altro gruppo etnico, indipendentemente dal giudizio della propria comunità. Un valore ai miei occhi sbalorditivo.
Dunque perché l’odio assassino? Gli studiosi elencano una serie di ragioni: la crisi economica, l’autoritarismo e clientelismo diffuso, dalla famiglia allo stato, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di politici che cercavano lo scontro, i mezzi di informazione che battevano il tasto sull’atavicità ed inevitabilità dei conflitti interetnici, perché controllati da lobbies governative ed industriali che pensavano di poter avvantaggiarsi da uno scontro generalizzato. La guerra fu fabbricata anche a partire dalle acredini residue risalenti alla seconda guerra mondiale che lo stato ignorò, come se non esistessero, invece di affrontarle e creare una vera riconciliazione. Questi esperti sono concordi nel respingere la logica circolare per cui la guerra era inevitabile per il semplice fatto che ha avuto luogo. Obiettano, come Rumiz, che la debolezza con cui ci si oppose alla guerra fu paradossalmente il risultato dell’impreparazione della popolazione ad un tale sviluppo estremo. La gente non se l’aspettava e non si era attivata per evitarla. Invece politici, produttori d’armi, intellettuali, giornalisti e organizzazioni criminali avevano investito molto nell’innescamento di una spirale di distruzione e riuscirono a convincere ciascuno jugoslavo che erano stati gli altri a volere la guerra, non “noi”.  Nonostante questo moltissimi jugoslavi aiutarono i propri “nemici etnici”. 

Con ciò non si vuol dire che la Jugoslavia fosse un’utopia plurale, Ma non era nemmeno una terra di rancori e faide insanabili dove l’unità era stata imposta da fuori. C’erano separazione e convivenza, tolleranza e pregiudizio: come in Alto Adige, come in Italia, come in ogni altro luogo. Non era una società tribale, ma fu tribalizzata e si lasciò tribalizzare. Un paesano serbo aveva molte più cose in comune con il suo compaesano musulmano che con un serbo di Belgrado, sia per quel che riguarda il dialetto, sia per quel che concerne lo stile di vita; ma il conflitto rese saliente il parametro religioso e quindi la barriera separò categorie religiose, e non economiche, sociali e di ideologia politica. Vi erano relazioni amichevoli tra gruppi, ma diverse pratiche sociali li separavano, specialmente al di fuori degli ambienti urbani, dove i matrimoni misti erano rari e le amicizie erano monoetniche, così come lo erano i colleghi di lavoro. I matrimoni misti non erano comuni non per una questione di xenofobia ma perché creano complicazioni di adattamento a tradizioni diverse che molte persone preferiscono evitare. Era più facile frequentare e coniugarsi a persone che condividevano le medesime pratiche e che erano già inserite nel medesimo reticolo di obblighi reciproci dei propri genitori. Insomma, la sfera pubblica era condivisa ma quella dell’intimità era separata (Bringa, 1995). La Bosnia rurale era una società plurale, nell’accezione di Furnivall (1948): “Essa è, nel suo senso più stretto, una mescolanza, poiché essi si mescolano, ma non si combinano. Ciascun gruppo ha la sua propria religione, la sua cultura e la sua lingua, le sue idee e costumi. Come individui si incontrano, ma solo al mercato, per comprare e vendere. C’è una società plurale, con differenti sezioni della comunità che vivono fianco a fianco, ma separatamente, all’interno della stessa unità politica”. Un po’ come l’Unione Europea, in effetti. Questa separazione spiega perché, una volta che lo stato jugoslavo si sfasciò ed iniziarono le violenze, fu relativamente facile per i fomentatori d’odio rendere così determinanti e disumani i legami etnici, trasformandoli in legami clanici, cioè in una grande famiglia fittizia in cui ogni parente è tenuto ad aiutare e sacrificarsi per gli altri parenti. Un familismo su scala gigantesca reso possibile da un’accorta e scellerata manipolazione simbolica. Le persone non possono scegliere i loro familiari e, allo stesso modo, non fu più possibile scegliere con chi stare: o con noi o contro di noi. Fu la fine del volontarismo e l’inizio del sanguinario dominio del fatalismo. Non importava più ciò che uno sentiva dentro, importava la sua collocazione nell’universo simbolico serbo, croato e musulmano. Ognuno era prigioniero, volente o nolente, nella sua gabbia etnica e poteva solo cercare di allargarla a spese delle gabbie altrui
Nelle città il problema dell’etnocentrismo era molto meno sentito ed i matrimoni misti erano molto più comuni. Le statistiche sui matrimoni misti indicano che in Jugoslavia, fino al 1981, sei milioni di cittadini si erano imparentati attraverso un matrimonio misto, su una popolazione complessiva di poco più di 22 milioni di abitanti. L’integrazione sociale era dunque un fatto, non un’impossibilità (Petrović, 2000). Infatti le città multietniche bosniache resistettero alla propaganda e respinsero l’esortazione a separare le comunità miste. Per questo i Serbi bosniaci furono costretti a tagliare le linee telefoniche tra quartieri etnicamente differenziati. Tagliando le comunicazioni tra le persone si ristabiliscono i confini che la gente ignorava. L’assenza di informazioni non consentiva di farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo e si era più facile preda della propaganda (Ramet, 2005).
Purtroppo la psiche umana è conformata in modo tale che una diversa affiliazione – una distinzione ed un senso di missione – è sufficiente per innescare un processo scismogenetico, ossia la formazione di una frattura. Ma ancora negli anni Ottanta per molti era impossibile immaginare una tragedia del genere. Solo a partire dal 1987 si cominciò a prestare attenzione a quelle Cassandre che avvertivano che c’erano tutti i presupposti per una guerra civile, se le autorità non avessero corretto la rotta (Ramet, 2008). Gli stessi etnografi che lavoravano sul posto, lontano dai centri urbani dove lo tsunami stava montando, non si erano dati pensiero di quel che sarebbe potuto accadere ed effettivamente accadde di lì a pochi anni. C’era sì l’idea di una possibile separazione, ma generalmente non si temeva una guerra civile e certamente non un evento di tale ferocia. In fondo i popoli bosniaci non si erano assaliti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e anche lì c’era stato bisogno dell’intervento nazifascista per scatenare l’inferno. Se l’odio fosse davvero stato una costante, un elemento intrinseco ai rapporti tra le genti jugoslave, allora si sarebbe arrivati ad una separazione netta, in aree etnicamente pure, già da secoli. Se la coesistenza fosse stata davvero impossibile e le relazioni interetniche fossero state realmente troncate come si sostiene ora, perché comunità differenti avrebbero continuato a convivere e risiedere in territori potenzialmente ostili, come hanno fatto? Paolo Rumiz, infatti, parla di incredulità della gente, ignoranza, sorpresa: “NON ESISTE PROVA MIGLIORE FORSE CHE LA BOSNIA NON È STATA DISTRUTTA DALL’ODIO, MA DA UNA DIFFUSA IGNORANZA DELL’ODIO” (Rumiz, 2000, p. 7).
I musulmani pensavano che solo i forestieri (ljudi sa strane) avrebbero creato incidenti. Ma quando queste forze esterne si presentarono alle loro porte, si stupirono nello scoprire che alcuni dei loro vicini si univano ad esse nell’eccidio dei musulmani, nel saccheggio e nella distruzione delle loro case (Bringa, 1995). Questa inconsapevolezza è da attribuire alla distanza dagli epicentri del fenomeno scismogenetico ed alla complessità della convergenza di fattori politici, economici, istituzionali ed ideologici tali da produrre una “tempesta perfetta” che compromise gli equilibri attivando certi meccanismi di progressiva contrapposizione in tutta l’area, anche laddove non c’erano stati dissidi diversi da quelli che s’incontrano in ogni comunità umana. Quel che si può escludere recisamente è che sia colpa di anonimi fattori storici o biologici. Ci furono persone in posizione di autorità che fecero tutto quanto era in loro potere perché accadesse quel che poi successe. Narcisismo ed orgoglio ferito, problemi di autostima, la ricerca spasmodica di un leader carismatico e messianico che conducesse il gregge, fecero il resto. A ciò si aggiunse la convinzione serba, alimentata dal regime, di essere tra i pochi guardiani rimasti dei valori del cuore e dello spirito e contro l’americanizzazione del pianeta (Ramet, 2005).
La pulizia etnica servì prima di tutto a creare le contrapposizioni, non ne fu la conseguenza. Poiché, essenzialmente, c’era un solo linguaggio, serbi musulmani e croati cominciarono a distorcere le loro lingue per andare incontro al mito della separazione. I musulmani introdussero termini arabi al posto di quelli serbi, i croati cercarono di inventarsi un croato puro ed autentico con picchi farseschi come quando si smise di usare il termine hiljada (mille) che era un vecchio termine croato, perché era stato impiegato dal governo jugoslavo, preferendo il sinonimo tisuca. Si distrussero i monumenti dedicati agli eroi della guerra antinazista, perché erano jugoslavi (Hedges, 2003).
Come i nazionalismi precedono l’esistenza delle nazioni e le creano dal nulla, immaginandosi delle comunità che prima non c’erano, allo stesso modo la pulizia etnica produsse legami solidissimi tra i carnefici, che si sentirono uniti dal senso di colpa e dalla necessità di proseguire nell’escalation di odio e violenza per dare un senso alle atrocità compiute in precedenza, in un circolo vizioso di razionalizzazione dell’imbarbarimento progressivo. Ad ulteriore dimostrazione che la maggior parte delle persone coinvolte in questa pratiche mostruose possiede una coscienza e va ritenuto pienamente responsabile di ciò che sta facendo. Il risultato fu che molti serbi bosniaci – ma certamente non tutti, anzi – si distaccarono da quei criteri morali, psicologici e cognitivi che fino a quel momento avevano impiegato per valutare se stessi e gli altri (Ramet, 2005).
La crisi jugoslava non va letta come il risultato di odio etnico. Quel tipo di interpretazione inverte la storia e comincia a leggerla dalla fine. L’odio è arrivato alla fine. Accettare la naturalezza ed inevitabilità delle animosità etniche ne facilita l’insorgere e il trinceramento in appartenenze gelose, possessive, intolleranti e paranoici (Woodward, 1995). Tutti i gruppi si percepivano come vittime, ignorando gli eccessi della propria parte, ignorando le rivendicazioni altrui. Fu uno di quei casi di autismo collettivo che sono molto frequenti nella specie umana. Il fatto è che finché non esiste un vocabolario comune ed una storia condivisa non ci sarà pace, ma solo assenza di conflitto violento.  Ciò non significa deresponsabilizzare le persone. La gente comune non era innocente. Fu dopo tutto una maggioranza di elettori a continuare a votare per dei candidati che avevano enfatizzato la loro eticità e la contrapposizione rispetto agli altri gruppi etnici e a non votare in massa per chi voleva una pacifica convivenza. Queste persone avrebbero potuto e dovuto immaginare che il continuo rilancio di accuse, l’escalation dei proclami e la progressiva polarizzazione avrebbero causato una guerra civile.


SEGUE L'IMPORTANTE CORREZIONE INTEGRATIVA DI GIULIANO GERI (ZANDONAI EDITORE), CHE RINGRAZIO:

"Un piccolo appunto. Non si può, a rigor di logica, parlare di divisioni "etniche" tra popolazioni della stessa etnia (slavi), dunque l'introduzione di un simile concetto è già di per sé la cifra di una manipolazione a fini diversificati, di cui l'Occidente è responsabile al pari della classe politica interna che ha preparato, studiato a tavolino e poi scatenato la dissoluzione. Inoltre non si può parlare di "nazionalità jugoslava", se non in termini particolari. "Narodnost" è proprio la categoria cui si è voluta sostituire quella, impropria, di "etnia". Gli ultimi censimenti chiedevano ai cittadini jugoslavi di esprimere la propria "nazionalità" (serbi, croati, bosgnacchi ecc.). Chi si rifiutava di appartenere a quelle che sarebbero diventate "gabbie etniche", si definiva ufficialmente di "nazionalità jugoslava", senza alcun criterio né sentimento di appartenenza socio-politica che non fosse quella federale. 
Una settimana fa c'è stato il ventennale della caduta di Vukovar, mirabile esempio di come la guerra civile sia stato un evento rigorosamente pianificato".