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sabato 21 gennaio 2012

Maria Chiara Pievatolo, i Beni Comuni, il Mondo Nuovo






La moralità dell'uomo politico consiste nell'esercitare il potere che gli è stato affidato, al fine di perseguire il bene comune. Non c'è un solo cittadino italiano che non sia fiero di essere stato rappresentato nel nostro Paese e nel mondo da un Uomo che ha interpretato il diritto degli uomini come cosa sacra, sia nell'esercizio del suo incarico istituzionale che sotto il dominio fascista.
Norberto Bobbio su Sandro Pertini

Consentire al governo in carica di vendere liberamente beni di tutti (beni comuni) per far fronte alle proprie necessità contingenti di politica economica è, sul piano costituzionale, tanto irresponsabile quando lo sarebbe sul piano familiare consentire al maggiordomo di vendere l’argenteria migliore per sopperire alla sua necessità di andare in vacanza. Purtroppo, l’assuefazione alla logica del potere della maggioranza, tipica della modernità, ci ha fatto perdere consapevolezza del fatto che il governo dovrebbe essere il servitore del popolo sovrano, e non viceversa. […]. Il modello di soggetto avido e bulimico descrive assai accuratamente i comportamenti delle due più importanti istituzioni che popolano il nostro mondo. Tanto la moderna società per azioni quanto il moderno Stato sovrano, infatti, tendono a comportarsi rispetto ai beni comuni esattamente come l’avido invitato al buffet: essi mirano sistematicamente alla massima acquisizione quantitativa di risorse a spese di altri. Questi soggetti, motivati rispettivamente dall’interesse degli azionisti (e dei manager) e da quello nazionale (e dei leader politici), pongono in essere comportamenti miopi ed egoistici, dalle conseguenze catastrofiche per tutti, che vanno denunciati e combattuti, nell’interesse della stessa conservazione di un pianeta vivo. Per farlo occorre innanzitutto sfidare la spessa coltre ideologica che li sostiene.
Ugo Mattei, “Beni comuni: un manifesto”, Roma; Bari: Laterza, 2011.

Un pubblico non può essere illuminato che lentamente. Una rivoluzione potrà produrre la fine di un despotismo personale e d'una oppressione cupida e dispotica; ma nuovi pregiudizi serviranno, come gli antichi, a dirigere ciecamente la grande moltitudine che non pensa. Per questa illuminazione non s'esige tuttavia altro che libertà e invero la più innocente di tutte le libertà: quella di fare pubblicamente uso del proprio intelletto in tutti i punti.
Immanuel Kant, “Che cos’è l'illuminismo?”

I beni comuni sono "a titolarità diffusa", appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell´interesse delle generazioni che verranno. In questo senso sono davvero "patrimonio dell´umanità". Un bene come l´acqua non può essere considerato una merce che deve produrre profitto. E la conoscenza non può essere oggetto di "chiusure" proprietarie, ripetendo nel tempo nostro la vicenda che, tra Seicento e Settecento, in Inghilterra portò a recintare le terre coltivabili, sottraendole al godimento comune e affidandole a singoli proprietari. […]. I beni comuni ci parlano dell´irriducibilità del mondo alla logica del mercato, indicano un limite, illuminano un aspetto nuovo della sostenibilità: che non è solo quella imposta dai rischi del consumo scriteriato dei beni naturali (aria, acqua, ambiente), ma pure quella legata alla necessità di contrastare la sottrazione alle persone delle opportunità offerte dall´innovazione scientifica e tecnologica. […]. Il bene comune, di cui s’erano perdute le tracce nella furia dei particolarismi e nell´estrema individualizzazione degli interessi, s´incarna nella pluralità dei beni comuni. Poiché questi beni si sottraggono alla logica dell´uso esclusivo e, al contrario, rendono evidente che la loro caratteristica è quella della condivisione, si manifesta con nuova forza il legame sociale, la possibilità di iniziative collettive di cui Internet fornisce continue testimonianze. Il futuro, cancellato dallo sguardo corto del breve periodo, ci è imposto dalla necessità di garantire ai beni comuni la permanenza nel tempo. Ritorna, in forme che lo rendono ineludibile, il tema dell´eguaglianza, perché i beni comuni non tollerano le discriminazioni nell´accesso se non a prezzo di una drammatica caduta in divisioni che disegnano davvero una società castale, dove ritorna la cittadinanza censitaria, visto che beni fondamentali per la vita, come la stessa salute, sono più o meno accessibili a seconda delle disponibilità finanziarie di ciascuno. Intorno ai beni comuni si propone così la questione della democrazia e della dotazione di diritti d´ogni persona.
Stefano Rodotà, “Se il mondo perde il senso del bene comune”, Repubblica, 10 agosto 2010.

Io sono uno di quelli che si fanno confutare con piacere, se non dice la verità, ma che con piacere confutano se qualcun altro non dice il vero, e anzi mi lascio confutare con un piacere non minore di quello che provo confutando. Infatti ritengo che essere confutato sia un bene maggiore, tanto maggiore quanto lo è essere liberati dal male piuttosto che liberarne altri. Perché io penso che per l’essere umano non ci sia un male paragonabile a un’opinione falsa su ciò di cui ora verte il discorso.
Socrate – Platone, “Gorgia”, 458a-b

Che cosa sono i beni comuni e perché saranno la spina dorsale del Mondo Nuovo (o almeno di quello non-totalitario)?
Ce lo spiega Maria Chiara Pievatolo, filosofa politica dell’Università di Pisa.

“Secondo Vandana Shiva, il tentativo di estensione globale del sistema dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale vigente negli Stati Uniti può essere visto come l'estensione del colonialismo al mondo delle idee. Nel 1493 papa Alessandro VI, nella sua funzione di arbitro fra spagnoli e portoghesi, assegnò ai Re Cattolici, con la bolla Inter Caetera, tutte le terre al di là di una linea di demarcazione posta cento miglia ad ovest delle Azzorre. In questo modo l'usurpazione coloniale venne trasformata in volere divino, sulla base del presupposto che le popolazioni delle terre così arbitrariamente assegnate fossero riducibili alla stregua di natura priva di ogni forma di umanità e libertà. La pretesa di appropriarsi del codice genetico tramite brevetti e diritti di sfruttamento esclusivi si basa su una logica analoga: tutto ciò che non è stato sottoposto al regime eurocentrico della proprietà privata - per esempio perché è stato da sempre patrimonio collettivo di una cultura tradizionale - può essere liberamente privatizzato. Vandana Shiva chiama questa processo di recinzione dei territori comuni del mondo delle idee biopirateria e si propone di combatterla per salvaguardare la diversità culturale e biologica”.
Maria Chiara Pievatolo

“Secondo Lessig, ci sono buone ragioni per mantenere alcuni tipi di beni in un regime di commons. Il carattere collettivo si addice in modo paradigmatico alle entità del mondo delle idee. Lo scrisse molto chiaramente Jefferson, in armonia con la tradizione dell'Illuminismo, in una lettera a Isaac MacPherson del 13 agosto 1813: le idee sono di proprietà esclusiva di chi le ha pensate solo finché non le rivela in pubblico. Ma, una volta rese pubbliche, possono essere possedute da tutti, senza privare di nulla il loro primo autore. «Chi riceve un idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come chi accende il suo lume al mio riceve luce senza oscurare me.» Per questo, le idee devono diffondersi liberamente nel mondo, per istruire e migliorare gli uomini, e le invenzioni non possono essere soggette a proprietà privata”.
Maria Chiara Pievatolo

“Gli economisti, sui commons, sono riusciti a comporre una tragedia. Nel 1968 Garret Hardin scrisse che una risorsa che può essere usata liberamente da tutti ha come effetto collaterale che i costi derivanti dall'uso di ciascuno si scaricheranno su tutti gli altri. Se posso portare le mie bestie al pascolo sul prato comune, rispetto alla mia utilità individuale è per me razionale cercare di sfruttarlo il più possibile, perché è gratis; ma in questo modo esaurisco il pascolo stesso, a danno di tutti gli altri. A chi viaggia piace trovare la strada libera; ma se tutti la usano contemporaneamente, perché è gratis, viaggiare diventa impossibile. Ecco la tragedia dei commons: i beni comuni, in quanto vengono usati in comune, tendono a venir sfruttati fino all'esaurimento. Tendono, cioè, se rimangono comuni, a cessare di essere beni. Solo gli autori di utopie possono rimpiangere i commons, immaginandoli come verdeggianti. Per gli economisti, le recinzioni sono una necessità inevitabile. […]. Una strada o un pascolo sono commons competitivi, perché un loro uso incontrollato li deteriora e li impoverisce. Non bisogna fare l'errore di confondere i pascoli di erba con i pascoli delle idee: le idee, a differenza dell'erba, crescono se vengono condivise, e il loro valore aumenta, perché la condivisione dà loro la possibilità di svilupparsi e di migliorarsi. Infine, niente ci autorizza a credere, in generale, che se un bene è pubblico sia impossibile vincolarlo a regole d'uso”.
Maria Chiara Pievatolo, Il pirata di Koenigsberg, "Linux Magazine", 13 novembre 2004

“Avevo commesso l'errore di dare per scontato, nello spirito del capitalismo, che l'unico motore che ci spinge a imparare e a creare sia il desiderio di guadagno. Platone non ragionava così: per gli antichi, le cose veramente importanti erano quelle che si fanno per scelta, liberamente e gratuitamente, al di là della necessità economica. Per loro, chi si dedicava solo ai suoi interessi economici, pur avendo già quanto bastava per vivere, era semplicemente un idiotes. Idiotes, in greco, significa "privato", ma vuol dire anche "deficiente": una persona, cioè, cui manca qualcosa di importante. Per gli antichi, in altre parole, chi continuava a lavorare per fare soldi, senza averne bisogno, era semplicemente uno scemo - uno sprovveduto che non sapeva che cosa fare della propria libertà. Gli antichi si sarebbero, piuttosto, stupiti del nostro stupore: gli hacker usano, da uomini liberi, il proprio tempo per discutere e creare cose che hanno valore di per se stesse. Perché vivere come schiavi, senza esserne obbligati? Perché credere che chi è costretto dalla necessità economica produca cose migliori di chi lo fa liberamente? Nel mondo antico, la libertà del sapere era un ideale aristocratico, riservato a pochissimi: ma molte rivoluzioni efficaci derivano, storicamente, dalla democratizzazione di ideali aristocratici. Gandhi riuscì a convincere milioni di indiani a praticare la non-violenza, per liberarsi dagli inglesi, anche perché la non-violenza era, in India, un ideale aristocratico originariamente riservato alla casta superiore, che lasciava ad altri l'onere di sporcarsi le mani col sangue”.

“Kant si chiedeva se era inevitabile privatizzare le idee per renderle pubbliche nei libri. Come Richard Stallman, egli distingueva fra il libro come oggetto fisico e i pensieri in esso contenuti. Il libro come oggetto fisico diventa proprietà di chi lo compra. Un proprietario, se vuole riprodurre quello che ha comprato, lo può fare legittimamente. Secondo Kant, quanto si dice per i libri vale anche per altri oggetti: immagini, spartiti musicali, opere d'arte. Una volta che me li sono comprati, posso riprodurli con i miei mezzi, regalarli agli amici o anche rivenderli. E' divertente osservare che Kant, filosofo prussiano noto per il suo moralismo, sarebbe oggi considerato un paladino della pirateria”.

“Nel caso del software libero,  possiamo essere in competizione nell'offrire i nostri servizi, e nello stesso tempo collaborare al suo sviluppo. I servizi che offriamo, essendo legati al software libero, non sarebbero possibili se non partecipassimo al suo sviluppo cooperativo. Anche in questo caso, è la cooperazione a rendere possibile la competizione. Ogni quattro anni, nella Grecia antica, si sospendevano le guerre, ma non per fare la pace, bensì per celebrare un'altra competizione: alcuni ambivano all'onore di vincere le gare di Olimpia e quasi tutti desideravano assistervi. Ma questa competizione, che interessava a tutti, poteva essere soltanto l'esito di una cooperazione veramente straordinaria”.
Maria Chiara Pievatolo, “Cooperare, a Olimpia”

“Perfino in Italia esiste una tradizione di commons, nota a chi ama la montagna o il diritto: la proprietà collettiva delle Regole Trentine, che governano l'uso della roba de tuti. In tutti questi casi i proprietari non sono uno o più individui determinati, indicati con nome e cognome, ma gruppi aperti a chiunque soddisfi i requisiti per farne parte”.

“Per il diritto romano, proprio come per Richard Stallman, la proprietà privata esclusiva si giustificava solo per gli oggetti materiali, perché – a differenza delle idee - non potevano essere goduti in comune. In più, i giuristi romani riconoscevano varie forme di proprietà non esclusiva, su oggetti di diversi tipi.
Le res nullius sono le cose che non appartengono a nessuno, ma solo perché nessuno se le è ancora prese. Le res communes sono invece cose comuni perché, per la loro natura, non possono essere privatizzate: i giuristi romani adducevano come esempi l'oceano e l'atmosfera. Le res publicae sono cose che appartengono al pubblico e vengono tenute aperte al pubblico con il diritto – per esempio strade, porti, fiumi, golene, ponti. Ancor oggi, il carattere pubblico delle strade viene giustificato con l'argomento che un sistema di vie di comunicazione interamente privatizzato obbligherebbe a pagare un pedaggio ad ogni passo, strozzando non solo il commercio, ma la vita stessa di una società. Il diritto romano riconosceva inoltre delle res universitatis, che appartenevano a comunità più limitate – come i collettivi di studenti e docenti che fondarono, in epoca medioevale, le università – e delle res divini iuris, le cose che non potevano venir possedute da nessun essere umano perché sacre2.

Fonti
Mattei, Ugo, Beni comuni: un manifesto, Roma; Bari: Laterza, 2011.

lunedì 26 dicembre 2011

La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo




Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese

Allora anche i miti non disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati, non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky, “Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010

Arrivano momenti in cui diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela

Avevo l’impressione che la guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King

Il diritto alla tolleranza illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone

Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

A proposito del disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico Peyretti (16 agosto 1993)

Brutale, violento, con la clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)

Sono giunto alla conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra "democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso. Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:

E poi c’è la guerra, che produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà. Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra delle Falklands.

Affermare che “la natura umana non è violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di creazione e distruzione, fin dai suoi albori:

Diceva bene Gurdjieff: ci sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose. L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri sempre più se stessi. 
È un grossolano e pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica, inelastica:
La materia è il campo di battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità. Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare. È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la  giustizia, armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna (es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino, David Kelly).
Nel nostro mondo vivono anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza prevaricatrice. Il loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione, rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda, ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.  
Con loro la diplomazia non funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia) ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo, all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e Israele).
La spiacevole realtà dei fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli “personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’ infantile.
Non ci possiamo permettere di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale. Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo amorale.
Molte persone sono bellicose nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male. Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra, confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi: poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti, meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico, è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia, all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”. 
In pratica, non ci si comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata. Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del 2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al disastro economico:
E verso la guerra più mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati – ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema: ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b) identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e) insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che, come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie: sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza. E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci porterà alla rovina.

BIBLIOGRAFIA
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