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venerdì 20 gennaio 2012

Socrate e l'illusorietà della morte



Nella tradizione orfico-pitagorica la morte non è una cosa brutta ma un momento di purificazione, il trionfo dello spirito sulla materia che lo imprigiona, dell’eterno sul transeunte. Il sapiente deve capovolgere il suo giudizio sul vivere e sul morire. Ecco cosa ne pensa Socrate.

– Credi tu che la morte sia qualche cosa?
– Certo – rispose Simmia.
– E non crediamo noi che essa altro non sia che la separazione dell’anima dal corpo? E l’esser morto non consiste proprio in questo: nello stare l’anima e il corpo separati tra loro e ciascuno per conto proprio? Che altro è la morte se non questo?
– Nient’altro che questo, infatti – rispose Simmia.
– E allora osserva attentamente, o amico, se tu hai la stessa opinione che ho io, poiché solo così potremo meglio comprendere ciò di cui discutiamo. Pare a te che sia da vero filosofo darsi cura dei piaceri, come, per esempio, del mangiare e del bere?
– Niente affatto, Socrate – confermò Simmia.
– E dei piaceri d’amore?
– Neppure.
– E così tutte le altre cure del corpo, come l’acquisto di lussuoso vestiario, di magnifiche calzature e di ogni altro ricercato ornamento, pare a te che il filosofo abbia in pregio più di quel tanto che la necessità lo costringa a farne uso?
– A me pare che il vero filosofo disprezzerà tutto questo.
– Non ti sembra allora che l’attività di un tale uomo non sia per nulla rivolta al corpo, da cui anzi si allontana più che sia possibile, ma invece sia tutta dedita all’anima?
– Certamente.
– E quindi è chiaro che in tutte queste cose il filosofo, a preferenza di ogni altro uomo, cerca più che può di liberare l’anima da ogni comunanza col corpo. Non è forse vero?
– Pare di sì.
– Ed è per questo o Simmia, che il volgo crede che colui il quale non prova alcuno di questi piaceri, e non vi partecipa, non meriti neanche di vivere; poiché tende ad essere come un morto chi non si cura dei piaceri che derivano dal corpo.
– Dici proprio la verità.
– E che diremo dell’acquisto della sapienza? Credi tu che nella ricerca della verità ci sarà o no di impedimento il corpo? Intendo dire questo: il senso della vista e dell’udito, ad esempio, danno a noi certezza assoluta, oppure hanno ragione i poeti quando continuamente ci dicono che noi non udiamo, né vediamo nulla di preciso? E se questi sensi non sono né sicuri, né precisi, che cosa dovremmo dire degli altri ancora più manchevoli di questi? Non ti pare?
– Certamente – disse.
– Quando, dunque – continuò Socrate – l’anima riesce ad attingere il vero? Perché se essa si accinge a ricercare la verità con l’aiuto del corpo, è evidente che sarà da questo tratta in inganno.
– Proprio così.
– Non è forse nella pura attività di ragione che si rende a lei manifesta la verità?
– Certamente.
– E questa attività non si esplica ancor meglio quando l’anima non è conturbata da nessuna di tali sensazioni, né dalla vista, né dall’udito, né dal dolore, né dal piacere, ma tutta in sé raccolta, abbandonando completamente il corpo, senza più alcuna comunanza né contatto con esso, tende solamente alla verità?
– Dici proprio bene.
– Non è questa, allora, la ragione per la quale l’anima del filosofo disprezza profondamente il corpo e rifugge da esso e aspira a rimanere sola, tutta in sé raccolta?
– Certamente.
– Ma v’è ancora un altro argomento, o Simmia. Affermiamo noi l’esistenza di un “giusto in sé”, o no?
– Certo che lo affermiamo, per Zeus.
– E di un “bello in sé”, di un “buono in sé”?
– Pure.
– Or bene, vedesti tu mai con gli occhi del corpo il “Giusto”, il “Bello”, il “Buono”?
– No, mai – rispose quegli.
– E li hai mai conosciuti con qualche altro senso del corpo? E non parlo solamente di questi, ma ancora della “Grandezza”, della “Salute”, della “Forza”, in una parola di tutto ciò che realmente è. E credi tu che si conosce la realtà in sé delle cose per mezzo dei sensi del corpo, oppure reputi che colui il quale si propone di conoscere il vero per mezzo dell’attività pura di ragione si avvicinerà più di ogni altro alla perfetta conoscenza di esso?
– È proprio così.
– E a questa perfetta conoscenza può pervenire soltanto colui che alla verità si volge con la sola mente, e non sorregge la sua ragione con alcun senso del corpo, ma solo in sé e puro, con la mente pura, cerca di attingere il vero, astraendosi, più che sia possibile, dagli occhi, dagli orecchi, dal corpo tutto, poiché questo sconvolge l’anima e non le permette di acquistare verità e sapienza. Non è forse quest’uomo, o Simmia, colui che potrà, più di ogni altro, cogliere la realtà?
– Tu dici il vero, o Socrate – rispose Simmia.
– Dunque – seguitò Socrate – tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri.

Platone, "Fedone", Armando Editore, Roma 2007.

lunedì 12 dicembre 2011

La "primavera russa" e la democrazia extraterrestre



Nella giustizia delle favole come nella psiche profonda, la gentilezza verso ciò che sembra di poco conto viene premiata con il bene, e il rifiuto di fare del bene a chi non è bello viene punito. Lo stesso accade nei grandi sentimenti come l’amore. Quando ci espandiamo per toccare il non-bello, siamo ricompensati. Se lo disprezziamo, siamo separati dalla vita vera e lasciati fuori al freddo. Per alcuni, è più facile pensare pensieri superiori e bellissimi e toccare le cose che positivamente ci trascendono, che toccare, aiutare ed assistere il non-così positivo. Come la storia illustra, è facile cacciare il non-bello e sentirsi falsamente nel giusto.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”, 2009, p. 140

Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia,
mormorando Io ti amo, tra non molto morirò.
Ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti, perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato, perché temevo di poterti poi perdere.
Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all'oceano mio amore,
anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così separati, considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è perfetta!
Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci, e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per sempre;
non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto l'aria, l'oceano e la terra, ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.
Walt Whitman, Foglie d’Erba

Come contenere un ghigno sardonico quando i giornalisti occidentali inneggiano alla “Primavera Russa” dei manifestanti pro-democrazia che contestano Putin senza poter nascondere il fatto che le riprese li mostrano mentre sventolano bandiere con la falce e martello (noto simbolo democratico?), che vengono bellamente ignorate dai commentatori?
È giornalismo o è propaganda? La deontologia professionale, l’integrità: che fine hanno fatto? C'è in giro un'epidemia di minzolinite?
Il dato che salta all'occhio è che siamo in una fase in cui dobbiamo sostenere un forsennato attacco alla democrazia portato da oligarchie che si spacciano per democratiche e che stanno erodendo lo stato di diritto dal suo interno:
C’è chi, come l’ex consigliere di Mitterrand, teme il peggio:
Ho già trattato la questione della natura e delle virtù della democrazia in questo mondo:
E i problemi inerenti alla democrazia diretta:

Ora vorrei dimostrare che la democrazia è un’istituzione che potrebbe funzionare e quasi certamente funziona su altri mondi. In altre parole, ritengo che la democrazia non sia un monopolio della specie umana terrestre. Dando per scontata l’esistenza di vita intelligente nell’universo, 

http://www.informarexresistere.fr/2011/12/24/alienologia-corso-avanzato-parte-seconda-la-storiografia/#axzz1i8n9szlE
presumo che altre civiltà abbiano adottato un modello democratico per regolare la vita pubblica e dirimere le controversie. Qui spiego perché la penso a questo modo. 
Sono giunto a questa conclusione leggendo le opere di Jacob Needleman, un filosofo morale e politico che insegna alla San Francisco State University. In particolare, mi ha impressionato “The American Soul: Rediscovering the Wisdom of the Founders” (New York: Jeremy P. Tarcher, 2003). La mia trattazione è, in pratica, una rielaborazione per sommi capi delle sue tesi. Per me, come per lui, “America” è il nome del Mondo Nuovo, di una società ideale in cui le nostre migliori aspirazioni – “gli angeli migliori della nostra natura”, li chiamava Lincoln – hanno finalmente prevalso.  
La grande speranza dell’America, spiega Needleman, era la sua visione di cosa fosse l’umanità e di cosa potesse diventare – individualmente e coralmente. L’America era una grande idea e sono queste grandi idee che fanno andare avanti il mondo, che dischiudono la possibilità di un senso alto della vita umana. L’America come fatto, simbolo e promessa di un nuovo inizio, che concepisce il materialismo come una malattia della psiche che non riceve un sufficiente nutrimento di idee. Per Needleman, nell’America la missione degli esseri umani è quella di agire nel mondo come strumenti consapevoli ed individuati della Sapienza/Sophia (cf. trascendentalisti), persone di buona volontà e retto intendimento, ossia dei Giusti.
Sono le idee che dirigono la nostra attenzione verso la grandezza che ci circonda nella natura e nell’universo, aprendoci gli occhi sulle reali esigenze del nostro prossimo, mostrandoci che non siamo qui solo per noi stessi, che non è solo il comfort psicologico, fisico e sociale a cui dobbiamo aspirare. L’America, dunque, è un’espressione nuova ed originale, un esperimento sociale e politico, fondato su idee che sono state patrimonio dell’umanità per millenni.
Needleman afferma che l’uomo vive tra due mondi, un mondo interiore di grandi visioni spirituali e potere spirituale ed uno esterno di realtà e limitazioni materiali. Il senso della democrazia è radicato nella visione di una natura umana caduta e perfettibile: interiormente caduta ed interiormente perfettibile. I diritti costituzionali si basano su una visione della natura umana che ci chiama ad essere attori responsabili, responsabili verso qualcosa dentro di noi che è superiore ai nostri desideri così umani, troppo umani. Il sintomo che un’idea è davvero grande è la sua capacità di unificare le parti disparate dell’essere umano (si veda anche Jung). Ogni grande idea parla di un ordine sociale che diventa possibile sulla base di questo ordinamento interiore di ciascun individuo.
Ci può essere un legame interpersonale saldo e duraturo tra persone e nazioni così diverse se in ciascun coscienza/anima non si verifica un analogo processo di unificazione? Il mondo è come è perché gli esseri umani sono come sono e non c’è nulla di essenziale nella vita umana che possa essere migliorato se prima non ci occupiamo della nostra disarmonia interiore. Ogni riforma dall’esterno implica violenza e guerra in tutte le sue varie forme.
Siamo nati in un mondo di idee ponderate nei secoli, in un’identità filosofica plurale fatta anche di libertà, giustizia, uguaglianza, indipendenza di giudizio, coscienziosità, sollecitudine verso il prossimo, senso di responsabilità, auto-determinazione. Questa era l’idea di America. Non radici ma boccioli, frutti non ancora maturi. Ciò che conta è il potenziale inespresso, non il limite imposto; è il divenire, non l’essere.
Per Needleman l’arte del futuro, la competenza indispensabile per i tempi a venire, è il gruppo. L’intelligenza e la benevolenza di cui abbiamo bisogno vengono solo dal gruppo, dall’associazione di uomini e donne che cercano di lottare contro gli impulsi dell’illusione, dell’egoismo e della paura. Si è eroi coralmente, non singolarmente. L’eroe solitario è spesso un farabutto, un impostore.
Needleman rileva che, per i popoli extra-europei, il concetto di pace era ben diverso da quello che abbiamo in mente noi. La loro pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compresa quella che chiamiamo “male”; un concetto inclusivo, non esclusivo: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta. Persino la guerra era compresa nell’idea di pace, una guerra condotta in un certo modo e con certe motivazioni. L’assolutismo pacifista era completamente estraneo alla loro mentalità ed è un’invenzione della modernità.
La domanda a cui cercavano una risposta era molto semplice e molto importante: come pensare e vivere in modo tale da conformarsi alle leggi cosmiche, alla coscienza, che è la voce dell’universo in ognuno di noi, in un mondo che dia spazio ad una relazione tra la grandezza del cosmo e le esigenze della Terra e di ciò che vive e succede su quest’ultima?
Il contrario di quest’accezione di pace e giustizia, spiega il filosofo statunitense, è ciò che divide e separa le parti della realtà e le mantiene distinte, un moralismo che sminuisce l’interconnessione dei viventi, della vita. Ci sono cose che vanno distrutte e persone che vanno uccise (es. psicopatici che minacciano singole vite o intere comunità), ma non certo per plasmare il cosmo a nostro piacimento, bensì perché il cosmo possa ricostituirsi, per suo conto. Il giudizio di chi separa il bene dal male è quello del moralista, che è spesso spaventato e violento. Se il mondo è caduto è per via della sua violenza endemica, della tendenza a distruggere chi si oppone alla nostra volontà e morale, ignorando il senso di giustizia ed una visione obiettiva della realtà. Non è che il bene e il male non esistono, è che sono interdipendenti. È il nostro moralismo che ci spinge a distruggere, dopo aver distinto mente e corpo, spirito e materia, uomo e natura, vita e morte: una visione dualistica della realtà è molto confortevole. Per i nativi americani, come per Jung, ciò che è oggettivamente buono è la realtà nella sua interezza e ciò che è oggettivamente cattivo è la sua frammentazione. Ciò che alla mente ordinaria appare come opposizione, contrasto e contraddizione è un’unità trascendente, la riconciliazione dei contrari interconnessi, la cosiddetta coincidentia oppositorum. La vita come una relazione misteriosa ed intima tra forze opposte. La legge è ciò che mantiene questa relazione e, nel farlo, il dinamismo della vita. Questa è la pace, la pace assicurata dalla comprensione e conoscenza. La giustizia discende da tale comprensione. La pace fa da ponte tra due forze contrapposte. Il male è la forza che ostacola fatalmente l’azione della forza riconciliativa, la discesa della colomba, lo Spirito Santo, nella vita umana. Opporsi a ciò che è buono (es. l’intolleranza delle diversità che non violano la legge, l’ingiustizia, la violenza contro l’ambiente, la tortura, la guerra, ecc.) non è un peccato imperdonabile, imperdonabile è ostruire il corso della riconciliazione tra il bene e ciò che gli si contrappone. “Satana” deriva dall’ebraico satan, che significa l’avversario. “Diavolo” viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. Nella sua prima forma il demonio è uno strumento divino e serve delle sacre finalità.
Per questo Gesù chiama Pietro “Satana” ma gli ordina di mettersi dietro di lui: “va dietro a me, Satana” (attenzione all’errata traduzione “Lungi da me, satana!” Matteo 16:23), ossia di seguirlo come discepolo, quando Pietro dimostra di non aver capito il senso del suo messaggio. È invece irreparabile il male di chi nega lo Spirito Santo e la sua funzione di agente riconciliativo tra i contrari (es. altoatesini e sudtirolesi, o bianchi e neri, ebrei e arabi, cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord, ecc.) e legame tra l’umano e il divino, ossia chi induce l’uomo a credere di essere solo un animale o una macchina.  
Il cuore della democrazia è apprezzare l’altro anche quando è un mio avversario. Si è intimamente democratici quando si riesce a fare un passo indietro ed un passo fuori da se stessi, dalle proprie emotività e permettere all’altro di pensare, parlare e vivere.
La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica, capace di coniugare pragmatismo e misticismo, materia e spirito, esteriore ed interiore, bene e male.
Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere che cosa sia un essere umano, indipendentemente da tutte le distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali. Quali siano i suoi pregi e difetti.
Il significato più profondo della democrazia è la comprensione delle strutture più profonde del sé umano, dell’interiorità.
La democrazia è vitale perché nessuno può arrivare alla verità ed alla purezza della coscienza senza essere assistito da tante altre persone: è uno sforzo corale, come corali sono sempre stati gli sforzi delle varie costituenti, delle persone incaricate di redigere le carte dei diritti e gli statuti, che mai sarebbero giunti ad un tale livello di saggezza e lungimiranza, da soli.
Il monoteismo, invece, diffonde l’idea che ci sia una parte della natura umana che deve essere distrutta, senza che sia possibile ricostituire l’unità fondamentale dell’essere.
Nella dottrina della coincidentia oppositorum, dell’interconnessione, ciò che chiamiamo male – il dolore ed il timore insensati, brutali, crudeli, futili perché irredimibili, lo spreco di vita, l’ingiustizia titanica, la rabbia sorda e violenta – nasce proprio dalla scelta di escludere le forze del “male” (Jung le chiamava “ombra”) dalla nostra vita e dalla nostra mente consapevole. Quando questo male viene isolato, cresce fino a distruggere un bene che, innaturalmente separato, è indifeso. Da qui nascono il razzismo, il segregazionismo, la guerra sterminatrice, la pulizia etnica, l’olocausto.  

sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

venerdì 2 dicembre 2011

Della Paura e del Potere



La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l'ira all’odio, l'odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura
Yoda

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
Giovanni Falcone

Cowards die many times before their deaths. The valiant never taste of death but once.
William Shakespeare, "Julius Caesar"

Bello vivere nella paura, vero? In questo consiste essere uno schiavo.
Roy Batty

Nel circo, gli esseri umani sono rappresentati come liberi dall’abbraccio della morte. Nel circo una persona cammina su un cavo a cinquanta piedi dal suolo…un’altra rimane sospesa in aria per il tallone, qualcuno sostiene dodici persone in una piramide umana, qualcun altro è un proiettile umano. L’artista circense è l’immagine della persona escatologica – emancipata dalla fragilità e dall’inibizione, briosa ed eccitante mentre trascende la morte, ormai né confinata né conforme ai dettami della paura di morire. Il circo perciò ridicolizza la morte e, così facendo, ci mostra che l’unico nemico in vita è la morte, un nemico che dobbiamo fronteggiare tutti, in ogni circostanza, in ogni momento…Il servizio che ci rende – più di quello che ci rendono le chiese, malauguratamente – è quello di illustrare esplicitamente, drammaticamente ed umanamente la morte in seno alla vita. Il circo è una parabola escatologica e una parodia sociale: segnala la possibilità di trascendere il potere della morte, rivelando il mondo così com’è mentre apre al strada al Regno
William Stringfellow, “A Simplicity of Faith”

Che cosa è questa complicità degli oppressi con l'oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?
Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica, 16 giugno 2011

Il valore del viaggio è nella paura. E' nel fatto che, a un certo momento, così lontani dal nostro paese e dalla nostra lingua (un giornale francese assume un valore inestimabile. E quelle ore serali trascorse al caffé cercando di stabilire un contatto con altri uomini), un vago timore ci coglie, e l'istintivo desiderio di ritrovare il rifugio delle vecchie abitudini. E' l'apporto più evidente del viaggio. In quel momento siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo dell'essere. L'incontro con una cascata di luce ci mette in presenza dell'eternità. Per questo non bisogna dire che si viaggia per piacere. Non esiste piacere nel viaggiare, ma piuttosto, mi sembra, un'ascesi.
Albert Camus, “Taccuini, 1935-1942” – “Alle Baleari, l'estate scorsa”

Soltanto di rado anche il più coraggioso tra noi possiede il coraggio di ciò che veramente sa.
Nietzsche

Solo tardivamente guadagniamo il coraggio di ammettere quello che sappiamo.
Camus

Il teologo statunitense William Stringfellow, molto apprezzato da Karl Barth, era un grande amante dell’arte circense e il 15 gennaio del 1966 pubblicò un saggio intitolato “The Circus and Society” su “The Scotsman”. In esso descriveva il circo, nei suoi aspetti migliori, non quelli disumanizzanti del Diverso e del clown alienato, come la prefigurazione di un’umanità redenta, in un nuovo Eden. Il Circo era la parabola del Regno e la parodia del mondo. Per Stringfellow i cristiani erano dei viaggiatori, come la gente del circo. Si fermavano un poco e poi ripartivano. Eterni pellegrini. Nel circo gli animali giocano tra loro ed assieme agli uomini, imitando gli uomini. Gli uomini camminano nel fuoco, o in cielo sospesi su un corda, danzano nell’aria afferrandosi in volo, giocano con mille oggetti contemporaneamente. Sfidano la morte, le leggi della fisica, la paura. Intanto i pagliacci si fanno beffe della serietà delle persone, del loro amor proprio. Stringfellow usa il circo come allegoria della condizione umana: l’unico potere che le potenze (celesti e terrene) esercitano su di noi è quello della morte. La paura della morte ci controlla e ci rende schiavi. Gesù ci ha mostrato che è una paura insensata, dunque non abbiamo nulla da temere.

Jiddu Krishnamurti, che cristiano certamente non era, ha dedicato moltissimo tempo allo svisceramento della questione della paura e dell’incantesimo che getta su di noi. Krishnamurti osserva che più c’è confusione, più la gente cerca un pastore, o un testo sacro, o un’ideologia. Il sistema, l’uomo della provvidenza e l’idea diventano importanti, a discapito dell’essere umano. Si ha paura di perdere il lavoro, del giudizio altrui, del dolore e delle malattie, della morte, di essere disprezzato ed irriso, di non essere amato, della noia, della solitudine, ecc. La paura è la transizione da una condizione di certezza ad una di incertezza. Se una cosa accade improvvisamente non c’è tempo di avere paura, è lo scarto temporale che ci lascia il tempo di pensare – ossia di non osservare i fatti ma di riconcettualizzarli nella nostra mente sulla base dei ricordi (condizionamento sociale) – e quindi di temere: il tempo è tiranno, si dice. Temiamo l’ignoto e il cambiamento, ma allora temiamo la vita stessa, perché panta rei, tutto scorre, imprevedibilmente. Dunque abbiamo paura di morire ma anche di vivere. Difficile essere sereni. La vita è cambiamento ed aggrapparsi al passato significa condannarsi alla paura. Aggrapparsi disperatamente alla patria, all’ideologia, ad una parola/concetto (es. cancro, guerra, crisi), alla stessa famiglia, significa che ogni mutamento ci intimorirà. La paura rincitrullisce la mente e non c’è libertà nella paura. La paura rende schiavi. Non c’è amore nella paura: è più facile che ci sia odio, menzogna, autoinganno, superficialità, meccanicità, egoismo. Ma la “società” – chi detiene il potere – ha deciso che senza la paura ci sarebbe il caos. La paura serve a controllare la gente e trono ed altare sono alleati.

Se non ci comportiamo nel modo corretto in questa vita pagheremo nella prossima, o lo Stato ci punirà severamente. Oppure si insinua il bisogno di continuare a mettersi a confronto con gli altri: guardate loro, loro sì che hanno successo, non sono dei perdenti come voi. Serve ad instillare paura, paura del confronto, appunto, della competizione. Una mente spaventata non è mai onesta, né con se stessa né con gli altri. Se non fossimo psicologicamente in preda alla paura ci emanciperemmo dagli idoli/golem, dagli dèi, dai simboli di venerazione, dai leader populisti.

Poi c’è la paura della differenza, di qualcuno diverso che ci mette in difficoltà, la paura del conflitto conseguente a questa messa in discussione delle nostre certezze, la paura della perdita che potrebbe conseguirne, la paura del cambiamento che tutto ciò comporta. Le persone impaurite vivono all’interno di confini ristretti, tendono a sforzarsi di controllare tutto attorno a loro, incluse le altre persone, sono inibite nella loro capacità di empatizzare, sono inclini a ritirarsi nelle vecchie abitudini, nei vecchi paradigmi, quelli che stanno estinguendosi. Sono a rischio di perdersi e di spingere altri a perdersi.

Nel film “Fast Food Nation”, un gruppo di studenti apre il recinto del bestiame destinato ad essere macellato, che vive in condizioni di marcato degrado. Vorrebbero che uscissero ed invadessero le strade, in modo da poter poi sollevare la questione sul loro trattamento. Per quanto si sforzino, nessun bovino esce. Il cancello è aperto, ma è come se fosse ancora chiuso, a causa del condizionamento mentale. In verità non c’è alcun vincolo che non sia scioglibile. Ciò che ci trattiene è la paura, la paura della frusta, dell’elettrochoc, della morte, del giudizio altrui, ecc. L’intera società è concepita per rivitalizzare periodicamente queste paure, come un grande allevamento di bestiame. Dieci persone autenticamente, profondamente consapevoli sarebbero più pericolose di un milione di anarchici armati. Il potere nasce dalla docilità dell’uomo, dal fatto che esso accetti di obbedire.

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IL REGNO DEL TERRORE
Sopravvivere non basta, bisogna esserne degni e bisogna che siano presenti quelle precondizioni essenziali, senza le quali la vita non è tollerabile e perde il suo valore specifico, riducendosi ad un concetto astratto. “Il problema non è se conserveremo le nostre vite ad ogni costo, ma come le conserveremo”, constata Etty Hillesum. Gesù, Buddha e Socrate, ciascuno a suo modo, indicano che l’autoconservazione non è una ragione sufficiente per commettere il male. Sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. La vita del corpo non è il valore precipuo, ma è su questa fossilizzazione delle nostre emozioni che si alimenta la paura del terrorismo e la paura della crisi, che altera i riflessi dei cittadini: abbiamo già rinunciato al salutare scetticismo nei confronti del governo e del potere, sostituendolo con la deferenza:
Così accettiamo una progressiva restrizione dei nostri diritti. Poiché la Guerra al Terrore e la Guerra alla Crisi sono perpetue, non ci sono limiti a quel che ci potrebbe essere richiesto di sacrificare, tra tutte le conquiste delle passate generazioni.
Nulla di tutto questo sussisterebbe se non avessimo paura di morire. Tutte le virtù che le nazioni esaltano ed idolatrano – la potenza militare, l’abbondanza materiale, l’alta cultura, la sofisticatezza tecnologica, la grandeur imperiale, l’orgoglio razziale/etnico, la prosperità, i risultati sportivi, la lingua, ecc. sono ricollegabili alla necessità di tenere sotto controllo la paura della morte. Amiamo la patria perché viviamo della sua vitalità riflessa, uccidiamo per essa per la stessa ragione:
L’aggressività, la violenza, nascono dalla paura. La paura è dunque il problema centrale della nostra specie. Una mente in preda alla paura è confusa, conflittuale e tende ad essere violenta, distorta, aggressiva. L’umanità ha bisogno delle sue emozioni. Dice bene il mitico James T. Kirk, in “Ultima Frontiera”: “Sai bene che il dolore e la colpa non possono essere eliminati dal gesto di una mano fatata. Le cose che portiamo con noi ci rendono ciò che siamo. Perdendole, perdiamo la nostra identità. Non voglio che mi portino via il mio dolore, ne ho bisogno!". Abbiamo bisogno delle nostre emozioni per dare il meglio di noi stessi. Una società che volesse amputarci emotivamente – per il nostro bene – sarebbe un totalitarismo mascherato che vuole trasformarci in marionette (cf. l’esoterico eppur rivelatore “Teatro delle marionette” di Heinrich Von Kleist, ma anche “Equilibrium” di Kurt Wimmer)
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/lanticristo-e-il-teatro-delle.html
togliendoci ciò che ci rende umani e il potenziale per essere migliori, migliori di quanto vorrebbe quell’ipotetico regime di un futuro distopico, purtroppo non troppo remoto:  
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-cyloni-sono-gia-tra-noi.html
Quel che abbiamo il dovere di fare è controllare le emozioni negative (incluso l’amore possessivo), disciplinandole, non sopprimendole. In questo modo le emozioni da trappola ed ostacolo si trasformano in trampolino di lancio.

Al giorno d’oggi, purtroppo, intere industrie lucrano sul terrore come dei parassiti, e lo stesso fanno i politici autoritari. Tutte queste sinistre figure, interessate solo al proprio tornaconto, rendono il mondo progressivamente più miserabile, oscuro e sgraziato di quel che sarebbe altrimenti. Nessuno di loro può offrire l’immortalità o prevenire eventi catastrofici, reali o immaginari. Il rischio fa parte della vita, non ha senso ripudiare il nostro modo di vivere per gratificare chi desidera che lo facciamo e ci spaventa per indurci a farlo.
La paura è ciò che impedisce a molta gente di accettare la realtà così com’è, preferendo continuare ad ignorare gli indizi che demolirebbero la loro visione idealizzata. Non possono affrontare l’idea che chi sta in alto e può disporre delle vite di milioni di persone a sua completa discrezione possa scegliere di ucciderle per i propri scopi, senza il minimo scrupolo e rimorso. Questa verità dev’essere repressa dietro un velo di fantasie. Paradossalmente, quando indirizziamo i nostri timori, scegliamo la direzione sbagliata, un falso babau.

L’induzione della paura è un’idra che sembra impossibile uccidere, perché è connaturata all’esercizio del potere in un mondo che non è in grado di selezionare i suoi governanti sulla base della coscienza e coscienziosità. Perché ci nutriamo di cliché, scorciatoie logiche, sensazionalismi, semplificazioni, generalizzazioni, dicotomizzazioni. L’effetto dirompente di questa estenuante litania di frasi fatte e pensieri precotti corrode le coscienze ed agita gli animi. Bombardati costantemente, reagiamo con riflessi pavloviani: islamismo = terrorismo; stranieri = minaccia; libertà = egoismo; scetticismo = antipatriottismo;  altruismo = comunismo; felicità = soldi, potere.
La paura serve a manipolare la coscienza umana. Non si ha facile accesso ai centri superiori del cervello e quindi non si scorgono alternative, non si è più in grado di ragionare lucidamente. L’uso della paura è deliberato: lo scopo è mantenerci ad un livello di consapevolezza inferiore, in modo da preservare lo status quo anche in piena Era dell’Informazione. Non siamo imprigionati da sbarre di ferro, ma dalla chiusura delle “porte della percezione”.

Per far pendere la bilancia in favore della libertà servono le 3C: Conoscenza, Cooperazione e Compassione. Esse contrastano le 3M di Mistero, Miracolo e Militarismo, disseminate da chi ha interesse ad imprigionare la coscienza e l’anima umana. Le 3C sono evolutivamente aperte, le 3M sono evolutivamente chiuse. Dovrebbero restare in uno stato di equilibrio, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che così non è: le 3M dominano ad ogni livello. Tuttavia il futuro è aperto, non è predeterminato, è un groviglio vorticoso di incertezza e possibilità inimmaginabili fino al momento in cui non si fanno certe scelte.

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CORAGGIO E VILTÀ
Coraggio: "forza d'animo, connaturata o suscitata dall'altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire con serenità e senso di responsabilità situazioni scabrose, difficili, avvilenti, ed anche la morte".



Viltà: "disonorante rifiuto di affrontare pericoli o responsabilità, dovuto a codardia o pavidità".
Queste sono le definizioni del Devoto-Oli.

A questo punto non vorrei che si finisse per confondere la paura con il timore e l'apprensione. Non mi pare indichino la stessa cosa. Essere vigili, circospetti, cauti, ragionevolmente intimoriti/apprensivi di fronte ad una sfida non è aver paura, che è legata a stati ansiosi ed angosciati in cui c'è una perdita di controllo di pensieri ed azioni che può creare assuefazione e diventare un alibi. Finché questi sono temporanei, finché si possono imbrigliare con la forza d'animo e di volontà allora va tutto bene. Il codardo è uno che ha abdicato ad ogni possibilità di riacquistare l'autocontrollo: è servo della paura e vede pericoli ovunque. Dominato dal suo ego con le sue maniacalità e paranoie.


Codardia è "il venir meno all'adempimento del proprio dovere di fronte ad un pericolo". Il codardo vede rischi e minacce dove non ci sono, il coraggioso (che non è incosciente - non sono sinonimi) ha una visione più obiettiva, o meno soggettiva, della realtà, rispetto al codardo. Proprio perché è una questione morale il codardo muore ogni giorno e, poiché ogni giorno non si dimostra all'altezza, rende più arduo per gli altri far conto su di lui/lei.
La differenza è, io credo, sostanzialmente questa: il coraggioso mette il proprio ego e la propria sopravvivenza in secondo piano rispetto al bene comune, il codardo dà priorità ad ego ed alla propria sopravvivenza.
Solo quando ci si sforza di conoscere se stessi e ci si affronta a viso aperto, onestamente, il nostro comportamento è moralmente e spiritualmente integro. Serve coraggio perché spesso, purtroppo, si perviene a questa conoscenza solo attraverso la sofferenza o il superamento di enormi ostacoli. 
Il vile evita in ogni modo il patimento, quindi difficilmente maturerà.
Chi è troppo spaventato vede i pericoli più grandi di quelli che sono ed è incapace di contrastarli con efficacia. Temendo di perdere la vita dimentica che una vita senza onore, integrità e libertà non è degna di essere vissuta. Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite, molto maggiore di quello che sarebbe giustificato dal suo potere reale:
Politici privi di scrupoli cavalcano la paura ed accusano i loro critici di vivere nel mondo dei sogni, disconnessi dalla realtà, di spingere la nazione verso il disastro.
Uno stato d’animo impaurito ed aggressivo fa il gioco di chi vuole controllarci, di chi desidera distruggere la nostra libertà di dare espressione alle qualità della nostra coscienza/anima, di rimanere in piedi, non proni. Per farlo hanno bisogno di condizionarci in modo tale da indurci a pensare unicamente alla nostra sopravvivenza. Di qui il caos che regna sovrano sul nostro mondo, in questa fase della storia umana: il caos sovverte l’armonia interiore.

La battaglia più importante diventa allora quella combattuta per rifiutarsi di pensare e sentirsi come altri vogliono che noi pensiamo e ci sentiamo (ossia la modalità “istinto di sopravvivenza”). È una battaglia per il nostro cuore e la nostra mente. Temere la violenza che sospettiamo tengano in serbo per noi significa reprimere il potenziale di espansione della nostra verità interiore, della nostra libertà interiore. È quel che alcuni vogliono: Guerra e Terrore Rivoluzionario, seguiti da Ordine e Disciplina. Ogni Rivoluzione, non lo ripeterò mai abbastanza, necessità di coraggio ma anche di lucidità. Si vince la paura del Potere, che è tale solo perché gli consentiamo di esserlo, e poi si domina ego, che ci spinge al messianismo, all’intolleranza, alla megalomania (es. Robespierre, Saint-Just, Lenin, ecc.). No alla Guerra, sì alla Rivoluzione, no al Terrore Rivoluzionario, sì alla Democrazia:

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LA LEZIONE
C’è una lezione in tutto questo. C'è sempre una lezione in ogni cosa: la vita è una scuola a tempo pieno. Il fatto è che viviamo in un mondo insicuro anche perché certi politici hanno interesse a renderlo tale o a farcelo percepire come più insicuro di quel che è o potrebbe essere. Uscendo dall’infanzia dell'umanità ci siamo resi conto che i nostri genitori non ci possono proteggere, che non c’è alcun tutore che ci garantisca contro i pericoli. La raggiunta maturità comporterebbe la presa di coscienza del fatto che non abbiamo bisogno di guardiani e curatori dei nostri interessi e che coltivare questo tipo di dipendenza conduce dritti sulla strada dell’entropia e della Vera Morte, la morte della coscienza/anima.
Sfortunatamente non tutti hanno il coraggio di crescere e così ci si affida alle utopie ed ai Grandi Inquisitori, ai Fratelli Cosmici ed alle Chiese, che fanno le veci del defunto Dio Onnipotente. In questa crisi esistenziale/identitaria globale è insita un'enorme opportunità di crescita per chi è disposto e pronto a farlo, cioè dotato di sufficiente discernimento da prevedere i pericoli e le insidie, di sufficiente altruismo da provare ad alleviare la sofferenza che ci circonda, di sufficiente apertura alla conoscenza, all’apprendimento, al cambiamento di prospettiva, al vivere in uno stato d’animo rischioso ed avventuroso.

Agendo in buona fede, fiduciosi nell’esistenza di un fine e di valori ultimi nella vita, ci si sforza di raggiungere quella condizione indispensabile alla comprensione della verità, per quel che è possibile:
Con diligenza, pronti a rinunciare a ciò che si riteneva vero, in favore di una verità più profonda, pronti a divenire un veicolo e recipiente di salvezza, in qualunque contesto essa si manifesti.
In questo modo, attraverso la sincera convinzione (la verità interiore) e l’empatia/compassione/comprensione, ciò che c’è di meglio in noi si fa più presente a noi stessi. Questa è la peggiore minaccia esistenziale per lo psicopatico, è come una blasfemia, perché con la sua presenza nega la sua esistenza, o ne svela la vuotezza, la vacuità: