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giovedì 26 gennaio 2012

I Libici (specialmente quelli neri) sentitamente ringraziano il PD e Napolitano




Che il PD abbia tradito praticamente tutti i valori per cui si batterono i partigiani non è una novità. È un partito di affaristi, sostenitori di un primo ministro neoliberista e di guerre che di umanitario non hanno nulla:
LIBIA
KOSOVO

Sciaguratamente, milioni di italiani continuano a votare per un partito complice del crimine perpetrato in Libia dall’Occidente e che, ci si augura, raccoglierà quel che ha seminato (non resta che invocare la giustizia karmica sugli stolti e sugli infami):

La Libia è nel caos. Quello che era uno dei paesi più prosperi dell’Africa è ora nelle mani dei fondamentalisti e delle multinazionali occidentali:
La NATO ha assistito la presa del potere di ex-Gheddafiani che si sono riciclati democratici ed hanno ingannato quei sempliciotti dei cittadini occidentali ma non certo i Libici, che infatti hanno preso d’assalto, armi alla mano, la sede del CNT proprio di Bengasi, già capitale degli insorti, aggredendo lo stesso Mustafa Abdel Jalil:
Anche il numero due del CNT è stato aggredito:
Nel frattempo la tribù dei Warfalla ha attaccato ed occupato Beni Walid, mandando un chiaro messaggio al CNT:
che ora minimizza:
I messaggi che provengono dalle milizie del CNT e che sono rivolti ai libici di pelle scura sono invece di ben diverso tenore. I neri libici sono perseguitati da anni e Gheddafi era l’unico baluardo contro linciaggi e torture. Ora i razzisti hanno campo libero e le atrocità non si contano, come testimoniano gli osservatori di Human Rights Watch:
e ricevono persino il supporto aereo NATO quando si tratta di espellere i 30mila abitanti di colore della cittadina di Tawergha, un altro potenziale crimine contro l’umanità:
Molte delle 7mila persone detenute illegalmente e torturate o sottoposte a sevizie sono di pelle scura:
Un altro singolare accidente del caso è che il più importante comandante militare della Libia post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhaj, che presiede il Consiglio Militare di Tipoli, sia un fondamentalista islamico, come peraltro molti altri dirigenti della Libia “democratica”:
essendo però, in aggiunta a questo, anche il fondatore di un gruppo di guerriglieri islamici che hanno costituito il cuore dell’insurrezione contro Gheddafi e che il governo inglese ha classificato come estremisti islamici ispirati da Al Qaeda
e le Nazioni Unite descrivono come “affiliati ad Al-Qaeda”:
Dunque la NATO combatte Al-Qaeda in Pachistan, mettendo a repentaglio la stabilità di una potenza nucleare con gli eccidi indiscriminati dei suoi droni, ma l’appoggia in Libia!

Complimenti vivissimi ai “Democratici” (tra l’altro, quanta tracotanza/hybris in questa auto-denominazione) per la splendida performance. Dormite pure sonni tranquilli, fino alla prossima guerra umanitaria:

giovedì 19 gennaio 2012

Egitto, Siria, Iran: come andrà a finire?




Il conflitto in Kosovo è la lotta del bene contro il male. È un conflitto giusto, che dobbiamo vincere. Non ci sono altre strade. Dobbiamo vincere se vogliamo che i nostri figli crescano in un mondo sicuro e stabile. Dobbiamo vincere perché la lotta contro il Fascismo negli anni quaranta non sia stata inutile.
Tony Blair

EGITTO
Mohammed Elbaradei, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e uomo apparentemente tutto d’un pezzo, essendosi sempre opposto alle trame dell’amministrazione Bush e del governo Blair, sbugiardandoli, ha annunciato che non parteciperà alle elezioni presidenziali che si terranno prima della fine di giugno (la data non è ancora stata decisa):
Il gran rifiuto è motivato dal suo timore che il risultato sia già stato predeterminato dalla giunta militare al potere in Egitto e che – sono le sue parole – “governa come se Mubarak non fosse mai stato spodestato”.
Non sta esagerando, anzi:
Il problema è che, dal punto di vista della giunta militare, non c’è mai stata una rivoluzione in Egitto. L’esercito ha preso il potere, ufficialmente nell’interesse del popolo. È vero che la rivoluzione non c’è stata, ma è indubbiamente falso – come si evince dalle informazioni contenute nell’articolo sopra-linkato – che l’esercito fa esclusivamente i suoi interessi. Con buona pace di Alaa al-Aswany, uno dei più importanti scrittori egiziani contemporanei, che aveva detto che “per giustificare l'invasione dell'Iraq gli Americani dissero che era l'unica maniera per liberare una nazione da un terribile dittatore. Abbiamo dimostrato con la nostra rivoluzione che si può costringere un dittatore ad andarsene pacificamente”, non c’è stata rivoluzione, c’è stato invece un colpo di stato finalizzato all’autoperpetuazione dell’establishment.
Tahar Ben Jelloun [“Sangue a piazza Tahrir, il furto di una rivoluzione”, la Repubblica, 24 Dicembre 2011] avvalora quest’interpretazione: “Gli avvenimenti in atto a piazza Tahrir, in Egitto, ci obbligano a rettificare alcuni dati divulgati da tutti noi, che però sono errati. Ciò che è accaduto un anno fa in Egitto non era una rivoluzione, bensì un colpo di stato militare. Mubarak non ha lasciato il Paese sotto la spinta dei manifestanti, per quanto numerosi e decisi, ma per volontà di una giunta militare che non gli ha lasciato altra scelta. Questo punto è essenziale per comprendere la violenza della repressione scatenata dall´ottobre scorso contro gli egiziani e le egiziane. L’esercito ha preso il potere, facendo credere che sarà il popolo a governare il Paese. Grave errore. Il popolo è rimasto per le vie e sulle piazze, e ha creduto di essersi sbarazzato dalla dittatura di un capo corrotto. Ma purtroppo la verità è un´altra: l´esercito ha mantenuto lo stato d´emergenza decretato 50 anni fa. Il 9 ottobre scorso, alcune auto blindate hanno investito 27 manifestanti che si ribellavano contro le aggressioni ai danni dei copti; e il 19 novembre lo stesso esercito ha ucciso 50 manifestanti e tradotto davanti a tribunali speciali migliaia di insorti, condannati a pene pesanti. L´esercito non intende cedere neppure un grammo del suo potere, e soprattutto dei suoi privilegi. Come già Sadat, Mubarak aveva colmato i militari di favori: sapeva che in questo modo li avrebbe placati, evitando un colpo di stato. Ma nel gennaio scorso, quando tra il clamore popolare milioni di persone hanno occupato piazza Tahrir, così come i rivoluzionari francesi avevano preso Place de la Bastille, i militari non potevano contrapporsi a quella forza popolare, quando già si contavano centinaia di morti e di dispersi. Hanno dunque giocato il gioco della rivolta, mentre in segreto si preparavano a prendere il potere. […]. I militari…stanno rubando la rivoluzione del popolo, mentre le elezioni danno favoriti i fratelli musulmani. Ora queste elezioni non sono democratiche, nella misura in cui si intende la democrazia come una cultura, una tradizione radicata nelle mentalità. In Egitto, come in Marocco e in Tunisia, la democrazia ha funzionato in quanto tecnica. Ma votare non basta per essere democratici: occorre difendere i valori fondamentali che sono alla base di un sistema democratico. Ora, la religione è incompatibile con la democrazia (si è ben visto ciò che ha dato la democrazia cristiana in Italia). Quella che aveva preso il nome di "primavera araba" sta perdendo i suoi colori, e trascolora oramai verso il rosso: rosso sangue”.
ElBaradei è troppo serio per farsi coinvolgere nel teatrino della politica egizia, che nominerà il presidente prima che sia approntata la nuova costituzione, che ne sancirà funzioni e relazioni rispetto agli altri poteri dello Stato. Chi accetterebbe di candidarsi per un incarico pubblico senza sapere quali saranno le sue mansioni, i suoi doveri, il suo effettivo potere decisionale e i suoi margini di discrezionalità? Solo dei candidati che hanno già un accordo sottobanco con l’esercito. Così funziona in Egitto (e non solo): anche se i fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza dei voti, non saranno loro ad esprimere il primo ministro, sebbene siano intenzionati a rispettare la laicità dello stato. Al potere resterà verosimilmente Kamal Ganzouri, il fantoccio della giunta militare, economista formato negli Stati Uniti, già premier sotto Mubarak. Come i militari credano di poter evitare una vera e propria rivoluzione è una domanda che finora non ha trovato risposta. Il re del Marocco, Muhammad VI, è riuscito a placare la popolazione accettando di nominare come primo ministro una figura proposta dalla maggioranza parlamentare. Ora l’Egitto, che è servito da modello per le proteste marocchine, è più autoritario della monarchia maghrebina!
Se si trattasse solo di una questione legata alle libertà ed ai diritti civili gli alti ufficiali non dovrebbero preoccuparsi poi molto. La rivolta egiziana è nata a causa del fortissimo rincaro dei generi di prima necessità e dell’aumento della disoccupazione:
non certo per l’iniziativa dei cosiddetti “fighetti di Tahrir”.
Il problema è che l’economia egiziana, come quella dell’eurozona, è messa davvero male
e ciò significa che i prossimi tumulti coinvolgeranno anche le masse contadine, ossia decine di milioni di persone, con molto poco da perdere.
ElBaradei sospetta che i Fratelli Musulmani saranno così contenti di mantenere la loro maggioranza parlamentare (i parlamentari del “nuovo corso”, appena eletti, sono per il 99% uomini e l’1% donne) e la possibilità di influenzare la stesura della nuova costituzione, che daranno via libera alla giunta militare per tutto il resto. Un accordo vantaggioso per entrambe le parti e disastroso per l’Egitto, che ha già visto un inciucio del genere, nel 2006, quando a 88 fratelli musulmani fu concesso di entrare in parlamento in cambio del loro sostegno al regime. Ora la Fratellanza Musulmana sarebbe un partner di maggioranza, con tutto l’interesse a coabitare con la vecchia élite, a spese dei cittadini.
Cittadini che, nettamente più svegli e scettici di quelli occidentali, hanno subodorato l’intrallazzo e stanno preparando una massiccia protesta in occasione dell’anniversario dell’inizio della “primavera araba”. Così, Hussein Tantawi, il 75enne comandante in capo dell'esercito egiziano, leader del Concilio Supremo Militare e dunque capo di stato, si è fatto portavoce della trita, becerissima retorica di ogni regime, ma che riecheggia sinistramente quella hitleriana: “L’Egitto fronteggia dei gravi pericoli, pericoli senza precedenti. Le forze armate sono la spina dorsale dell’Egitto e lo proteggono. Dei complotti minacciano questa spina dorsale e le forze armate sono state costrette a scendere in campo solo per proteggere l’Egitto dai nemici della nazione e del popolo”:
La realtà è ben diversa. L’esercito ha preso il potere, ha rimosso Mubarak e ha fatto piazza pulita (letteralmente) del movimento libertario, democratico e per una maggiore giustizia sociale, uccidendo, imprigionando e torturando migliaia di manifestanti ed attivisti, criminalizzando le manifestazioni e dichiarando, falsamente, che i rivoluzionari avevano rubato mezzi militari per poterli schiacciare senza pietà:
Questi spiacevoli sviluppi della “primavera araba” – questo mostruoso, visceralmente antidemocratico intreccio di fondamentalismo, militarismo e capitalismo –, non sono stati coperti adeguatamente dalla stampa occidentale, fin troppo entusiasticamente fissata sul mantra della primavera araba, diventato un pretesto per esportare militarmente la democrazia in Libia, Siria ed Iran, ma non nelle tirannie della penisola arabica, alleate dell’Occidente: 

SIRIA
Stando ad un sondaggio della Qatar Foundation, il 55% dei Siriani non vuole che Assad abbandoni la guida della nazione:
Si tenga conto del fatto che il Qatar è una delle nazioni più anti-Assad sulla faccia della terra:
e dunque difficilmente potrebbe pubblicare un risultato favorevole ad Assad, se non fosse vero.
Il Qatar aveva già inviato clandestinamente centinaia di soldati in Libia a combattere Gheddafi:
In una guerra della disinformazione che si è risolta senza una singola prova che Gheddafi stesse massacrando la popolazione:
e con il black-out su quel che sta succedendo nella Libia democratica:
Ora, a proposito della Siria, i media stanno ancora una volta ribaltando la realtà.
La maggior parte dei giornalisti italiani lo fa in buona fede, convintamente partecipe di una crociata umanitaria, sicura che i capi della ribellione non mentirebbero mai sul numero di morti (sic!). Anche molti politici italiani sono in buona fede. La loro colpa è quella di essere pigri, di avere la presunzione di sapere molto più di quel che sanno e di fidarsi di poche fonti smaccatamente di parte e prone alla volontà di chi vuole procedere con la scaletta delle guerre imperialiste.
Delle persone serie avrebbero già scoperto da tempo che la stessa “capitale dell’insurrezione”, Homs, è una città in buona parte favorevole ad Assad:
e che i giornalisti occidentali che ascoltano sempre e solo le testimonianze dei ribelli che li accompagnano senza mai nepure chiedere prove che quel che affermano è vero stanno vergognosamente tradendo la loro etica professionale:
I pochi giornalisti occidentali che sanno fare il loro mestiere ci lasciano le penne. Penso, ad esempio, a Gilles Jacquier, che stava documentando un corteo pro-Assad, quasi 10 anni dopo il primo tentativo di assassinarlo, nei Territori Occupati (2002), per mano dei soldati israeliani:
L’ipocrisia occidentale si spinge al punto di celebrare gli osservatori della Lega Araba finché le loro valutazioni sono in linea con la volontà dei governi euro-americani (es. Libia, almeno inizialmente) e di condannarli quando invece rivelano che la situazione in Siria è ben diversa da quella descritta dai media “liberi” delle democrazie occidentali, enfatizzando il dissenso di un singolo osservatore su 165:
Delle persone serie, che rispettano i propri lettori ed elettori, avrebbero preso in considerazioni le informazioni fornite da un ex agente della CIA, Philip Giraldi e riguardanti il coinvolgimento NATO nella destabilizzazione della Siria, che prevede persino l’afflusso di quegli stessi guerriglieri “fondamentalisti islamici” (pecunia non olet) che hanno già combattuto in Libia:
o il punto di vista di un ex ministro canadese:

IRAN
L’Iran è l’ultima tappa. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che boicotteranno qualunque nazione che comprerà petrolio dall’Iran. Cina e India non sembrano intenzionati a prendere sul serio questo ricatto. Il Giappone, una colonia americana come l’Italia, lo farebbe, se se lo potesse permettere, ma dopo Fukushima e la sospensione delle attività di varie centrali atomiche, non può permetterselo. È possibile che questa minaccia rafforzi le fazioni nazionalistiche ed antiamericane che, purtroppo, sono anche anti-democratiche. La Corea del Sud dipende, come il Giappone, dall’economia cinese: cosa deciderà di fare? Poi c’è l’Italia, che dipende dalle forniture libiche e iraniane ed è sull’orlo della recessione e ci sono quei paesi dell’America Latina “neobolivariani”, che sembrano intenzionati a sfidare gli Stati Uniti:
L’appello statunitense potrebbe rivelare che le alleanze americane sono molto più gracili di quel che ci si potrebbe aspettare e che la superpotenza ha i piedi d’argilla:
L’Iran non può certamente permettersi di restare isolato, piegato sotto l’embargo. Se vuole può chiudere lo Stretto di Ormuz e se sarà costretto lo farà. Gli Stati Uniti lo considererebbero un atto di guerra. La Russia ha spiegato che un attacco americano all’Iran sarebbe considerato una minaccia alla sua sicurezza. La Cina ha detto la stessa cosa riguardo al Pachistan, che è ai ferri corti con gli Stati Uniti. È come Sarajevo 1914: un colpo di pistola (un lancio di missile) e ci sarà un effetto domino che causerà un conflitto mondiale:
ed una susseguente pandemia?
Eppure, NON ESISTE ANCORA UN MOVIMENTO DI MASSA CONTRO LA GUERRA. La crisi economica sembra aver attirato su di sé tutta l’attenzione del mondo. La gente non riesce a capacitarsi del fatto che qualcuno possa davvero arrivare alla guerra. Obama, il premio Nobel per la Pace? Hillary Clinton? Impossibile. E invece…

giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

mercoledì 7 dicembre 2011

Come si esporta la democrazia tra i selvaggi (1953-...)




1953: Mohammad Mosaddeq, primo ministro iraniano democraticamente eletto viene abbattuto da un colpo di stato ordito dalla CIA e servizi segreti inglesi, per essersi azzardato a nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana. Al suo posto il classico tiranno burattino dell’occidente, lo Shah:

Obama si “scusa” con l’Iran:

1963: il partito Ba’ath (quello di Saddam Hussein) prende il potere in Iraq con un colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti:

1977: colpo di stato in Pachistan. Muhammad Zia-ul-Haq instaura una dittatura militare. Reagan lo prende sotto la sua ala protettiva e così nascono i talebani (in funzione anti-sovietica), quelli che stiamo combattendo da un decennio:

1996 i talebani prendono il potere in Afghanistan. Il loro governo è riconosciuto ufficialmente da Arabia Saudita e Pachistan (entrambi nostri alleati nella Guerra al Terrore)

2011: Mohammar Gheddafi ennesimo tiranno alleato dell’Occidente nella Guerra al Terrore fronteggia un’insurrezione armata organizzata dalla CIA e dall’Arabia Saudita:

sabato 26 novembre 2011

Breivik - pensavo fosse amore (patrio) invece era un complotto



Intanto che gli anticomplottisti si deliziano con questo:
e magari anche con un libro, che non fa mai male:

…scettici e complottisti possono leggersi questo dossier dedicato ad Anders Behring Breivik:

“I TESTIMONI PARLARONO DI PIU’ TERRORISTI DOPO CHE BREIVIK ERA STATO ARRESTATO” di Hans O. Torgersen, Andreas Ground Foss e Eivind Sørlie (quotidiano norvegese Aftenposten, 28-08-2011): “Da tre a cinque terroristi con pistole e fucili. Potrebbero esserci anche degli esplosivi sull’isola”….Quando i primi gruppi delle squadre di emergenza sono sbarcati a Utøya alle ore 18:25, furono accolti, stando alle fonti della centrale di polizia di Oslo, da diversi giovani che produssero descrizioni dettagliate di coloro che avevano percepito come svariati esecutori. I testimoni descrissero le sembianze e l’abbigliamento dei presunti killer. Due minuti dopo, Anders Behring Breivik fu arrestato. Ma anche se il rumore degli spari cessò dopo il suo arresto, il personale delle squadre di emergenza a Utøya ricevette ancora nuove concrete descrizioni da parte dei testimoni sulla presenza di complici. Gli fu detto che le sembianze e i vestiti osservati dai testimoni non corrispondevano a quelli della persona arrestata, Behring Breivik…In base a fonti attendibili, ci sono volute «ore» prima che la polizia decidesse di «abbassare la guardia» in merito al numero di terroristi che potevano essere nell’isola.
Ecco tre dei testimoni oculari, Marius Helander Røset, Mats Moen Kristiansen e Jostein Helsingeng:
che, riguardo alla presenza di altri assalitori, hanno riferito quel che hanno visto al quotidiano norvegese Verdens Gang: "Molti ragazzi che si trovavano a Utoya sulla scena della drammatica sparatoria, hanno dichiarato a VG di essere convinti che ci sia stato più di un assassino. Ne è convinto anche Marius Helander Roset:
Sono certo che gli spari provenissero da due diversi punti dell'isola allo stesso tempo"
La stessa cosa dice, fra gli altri, Aleksander Stavdal, un altro testimone (stesso articolo): "Credo che a sparare fossero in due".
Anche la polizia norvegese sembrava essere convinta che ci fosse più di un esecutore, almeno prima che Breivik "confessasse" di aver fatto tutto da solo.
"Alla conferenza stampa di sabato mattina, la polizia ha dichiarato che devono esserci stati diversi esecutori e ha sottolineato che le indagini sono in corso" (stesso articolo).
L’altro presunto “giustiziere” corrisponde ad una descrizione completamente diversa da quella di Breivik: un uomo moro, sul metro e ottanta, di aspetto scandinavo e armato di una pistola e di un fucile:
"Vedkommende var i følge dem rundt 180 centimeter høy, hadde tykt mørkt hår og så nordisk ut. Han hadde en pistol i høyrehånden og et gevær på ryggen".
"sono molti i sopravvissuti di Utoya secondo cui a sparare non è stato un solo uomo, la polizia continua a indagare".
Commento di una lettrice: “è incredibile il fatto che una persona possa compiere un gesto del genere e poi riscuotere il massimo credito in merito alle proprie affermazioni...”.
In questo fotogramma Breivik sarebbe “chiaramente riconoscibile” (i giornalisti della Repubblica non finiscono mai di stupire i propri lettori, che fortunatamente si stanno volatilizzando):
Commento di un lettore: “e poi per quale motivo Breivik avrebbe dovuto girare per Oslo con la pistola spianata poco prima dell'esplosione delle bombe? Cos'è, un fumetto?
Breivik parla di tutto tranne che del movente:
In effetti, che movente potrebbe avere? “Libero” titolava molto accortamente: “Ha ucciso 100 norvegesi perché odia gli islamici
Breivik chiamò la polizia norvegese 10 volte, ottenendo una risposta solo 2 volte. La replica dei poliziotti era così incerta che pretese che lo richiamassero per accertarsi che lo prendessero sul serio. Poi fece una pausa per decidere se suicidarsi o continuare. Alla fine continuò, mentre le "forze speciali" (speciali per la loro criminale inefficienza?) partivano per l'isola DAL MOLO PIU' LONTANO (4 km) invece che da quello più vicino (670 m).
[il link della Repubblica è stato soppresso]
Commento di un lettore: “Penso che la questione vada un attimo esaminata e discussa. Oggi, sfogliando i giornali, l'unico messaggio di prima pagina che arriva è infatti questo: "Ho fatto tutto da solo!". Ah, ok, fine della storia allora! Mi viene da ridere pensando che si possa dare retta ad uno che ha ammazzato 100 persone però, in effetti, ci siamo bevuti Berlusconi per vent'anni senza fare una piega, quindi di tonni col bollino di qualità in giro ce n'é tanti. L'episodio è assurdo tanto quanto quello dell'11 settembre: esplosioni in centro e due ore dopo mega strage ed in posto in cui il premier avrebbe dovuto recarsi il giorno dopo. Una strage in perfetta scioltezza, in tranquillità, diciamo. Ora, per ragioni lavorative, mi è capitato di andare a riprendere Berlusconi in occasione di alcuni eventi relativi al terremoto del 2009 ad Aquila. Ebbene, una settimana prima, in giro già c'erano gruppi di bonifica dell'area che si assicuravano della sicurezza del premier. Si dirà che in Norvegia è tutto così calmo ... non fa mai niente nessuno ... bla bla. Beh, a ME non sembra che la Norvegia non abbia problemi. Cellule terroristiche sono segnalate da tempo, quindi almeno dei MINIMI in termini di sicurezza ci dovrebbero essere no? E nessuno ha messo un agentino di sicurezza, manco un guardiano con la scaccia cani, su un'isola senza vie di fuga dove di lì a 24 ore doveva recarsi Stoltenberg? Ammazza, normale! Poi appaiono queste millecinquecento pagine di deliri vari, ovviamente raccolti in capitoli così è più facile leggerli: credibilissimo. Esaltato di destra estrema fa tutto da solo. Ok, diciamo che le cose sono andate così e facciamola finita. Io però preferisco passare per "paranoico" e pensare che molto più banalmente e per una mera questione di soldi alla Norvegia sia stato fatto arrivare il chiaro messaggio di non rompere troppo i coglioni.
Una selezione di altri commenti: “voi, dopo aver fatto esplodere un bomba a 30 km di distanza, generando inevitabilmente allarme, andreste da soli su un isola dove ci sono 700 persone, tutte membri del partito di governo e dove ci sono i figli del primo ministro, senza avere degli insider e una logistica sul posto? Non c'era un servizio di sicurezza? Nemmeno per i figli del premier dopo un grave attentato? Cosa facevano? Nessuno si è posto domande? Neppure di fronte a uno armato fino ai denti? Neppure di fronte a un asserito poliziotto con le scarpe bianche? E' esplosa una bomba a pochi metri dall'ufficio del primo ministro alle 15:22. La sparatoria a Utoya, dove c'erano DUE FIGLI DEL PRIMO MINISTRO, è iniziata un'ora e mezzo dopo! Dire che la polizia ha reagito lentamente è troppo poco! Le stesse notizie di stampa evidenziano che subito dopo l’attentato di Oslo il primo ministro venne messo al sicuro. I suoi figli no? Perché no? Sull'isola, durante un convegno importante del maggior partito al potere, dove qualche giorno prima è passato pure il primo ministro, almeno una sezione di polizia armata ci dovrebbe essere a prescindere da ogni legame con la bomba ad Oslo.
A Columbine erano in due armati fino ai denti (secondo la versione ufficiale) in ambiente chiuso: hanno fatto 15 morti e 24 feriti. Come ha fatto questo a farne fuori 85 all'aperto da solo?
Breivik ha inaugurato la sua pagina FB solo qualche giorno prima dell'attentato, senza usarla, e sul suo twitter c'era solo una citazione. Le stesse notizie di stampa evidenziano che subito dopo l'attentato di Oslo il primo ministro venne messo al sicuro. I suoi figli no? PERCHE' NO?
Un massone neonazista fondamentalista cristiano ammiratore di Churchill e di un eroe della resistenza al nazismo è una contraddizione in termini.
Le prime segnalazioni di spari a Utoya sono delle 16:50. La polizia invia uno SWAT team solo alle 17:40. Non con l’elicottero perché, dicono, sarebbe stato troppo lento. Arrivati sulle sponde del lago verso le 18:00 fanno fatica a trovare una barca (?!) per cui approdano sull’isola solo alle 18:20. Il killer si arrende subito. Utoya dista dal centro di Oslo 30 km. In elicottero credo si impieghi qualcosa come 5 minuti... La polizia norvegese che si scusa per il ritardo di un'ora e mezza causato dalle ferie fa sembrare l'Italia un'utopia scandinava.

Webster Tarpley sul possibile movente:
Un movente: la Norvegia ha deciso di mettere fine ai bombardamenti della Libia entro il 1° agosto
Gli obiettivi degli attacchi terroristici norvegesi sono tutti espressamente politici, compresi gli uffici governativi e un campo estivo dei giovani del Partito Laburista oggi al governo, e quindi vanno in direzione della politica. Il governo della Norvegia è attualmente una coalizione composta dal Partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra, e il Partito di Centro. La Norvegia ha sempre cercato di coltivare una politica estera filo-araba, come si evidenzia nella sua sponsorizzazione degli accordi di pace di Oslo tra il primo ministro israeliano Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat a metà degli anni novanta. L'attuale governo ha annunciato la sua intenzione di concedere il riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese nel prossimo futuro. Quando lo scorso febbraio è iniziata la destabilizzazione della Libia, il ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre del partito laburista ha messo in guardia i partner della Norvegia nella NATO dal farsi coinvolgere.
Ma subito dopo, la Norvegia ha ceduto alle pressioni degli Stati Uniti e ha accettato di partecipare al bombardamento NATO della Libia per un periodo iniziale di tre mesi, inviando sei aerei che hanno effettuato circa il 10% di tutti i bombardamenti annoverati dall'Alleanza atlantica. Tuttavia, allo scoccare finale dei suoi tre mesi di impegno, la Norvegia aveva ridotto il suo contingente a quattro aerei per il mese di luglio, e il 10 giugno ha comunicato l'intenzione di ritirarsi del tutto entro il primo agosto dalla coalizione dei bombardamenti NATO.
La decisione norvegese di abbandonare la coalizione di attacco della NATO si è associata con una mossa simile dei Paesi Bassi, che è stata annunciata nella stessa data del 10 giugno. Gli olandesi hanno deciso di mantenere il loro contingente di sei aerei, ma non prenderanno più parte a bombardamenti su obiettivi a terra. D'ora in poi, gli olandesi sono disposti solo ad aiutare a far rispettare la no-fly zone attraverso l’interdizione aerea. C'era quindi la possibilità che l'esempio della Norvegia avesse potuto innescare una tendenza generale da parte degli stati più piccoli della NATO ad uscire dalla coalizione di bombardamento, in cui la loro presenza collettiva è altamente significativa.
Esponenti di spicco del governo norvegese sono stati tra i primi a minimizzare la presunta logica che sottostava al bombardamento della NATO, intanto che sollecitavano trattative: «Le soluzioni ai problemi in Libia sono politiche, non possono essere risolte con mezzi militari», ha dichiarato il Primo Ministro norvegese Stoltenberg ai giornalisti riuniti per una conferenza a Oslo il 13 maggio. «Stiamo sostenendo vigorosamente tutti gli sforzi intesi a trovare una soluzione politica alle sfide cui ci troviamo di fronte in Libia», ha aggiunto. Il governo norvegese ... ha promesso di ridimensionare il suo ruolo negli attacchi aerei alla Libia orchestrati dalla NATO dopo che il suo attuale impegno di tre mesi termina il 24 giugno. [4]
Questa era la politica dell'intero governo norvegese: «La Norvegia ridimensionerà il suo contributo con i caccia in Libia da sei a quattro aerei e si ritirerà completamente dalla operazione a guida NATO entro il 1° agosto», ha dichiarato venerdì il governo.... Il ministro della Difesa Grete Faremo ha detto che si aspetta la comprensione da parte degli alleati NATO perché la Norvegia ha una piccola forza aerea e non può "mantenere un grande contributo con i caccia durante un lungo periodo." La forza aerea della Norvegia sostiene intanto che i suoi jet F-16 hanno effettuato circa il 10 per cento dei bombardamenti aerei della Nato in Libia a partire dal 31 marzo. I partiti della coalizione di governo di centro-sinistra della Norvegia, erano stati in disaccordo sulla possibilità di estendere la partecipazione del paese, che avrebbe dovuto scadere il 24 giugno. La fazione più di sinistra nel governo, il Partito Socialista di Sinistra, si è opposta a una proroga, ma un compromesso è stato raggiunto affinché si rimanesse in funzione fino al 1° agosto con un minor numero di aerei. «È saggio porre fine al contributo dei caccia norvegesi. Ora la Norvegia dovrebbe impiegare i suoi sforzi per trovare una soluzione pacifica in Libia», ha dichiarato il deputato Baard Vegar Solhjell del Partito Socialista di Sinistra. [5]
Il Dipartimento di Stato si è lamentato della “mancanza di impegno” della Norvegia per l’avventura libica
La decisione norvegese di smettere di combattere la guerra contro la Libia, la prima di questo tipo da parte di qualsiasi membro dell'alleanza atlantica, ha attirato l'attenzione degli osservatori diplomatici, uno dei quali ha commentato che l'attuale governo di Oslo ha auspicato «un approccio nettamente più pacifico alle politiche globali da parte del governo norvegese .... [nonostante] le recenti pressioni da parte degli Stati Uniti in Norvegia affinché contribuisse maggiormente alla campagna militare in Libia. La Norvegia ha opposto resistenza a queste pressioni e ha spinto per un approccio più tranquillo agli attacchi della NATO sulla Libia guidati dagli USA, e ha rifiutato di fornire armi alla NATO, annunciando infine il mese scorso che la Norvegia avrebbe lasciato il suo ruolo militare in Libia dal 1° agosto. Nel mese di marzo, quando gli Stati Uniti stavano mettendo assieme il sostegno unilaterale volto a invadere la Libia, la Norvegia del ministro degli esteri Jonas Gahr Støre è stata una delle poche nazioni a mettere in guardia gli Stati Uniti contro l'intervento armato in Libia. La Norvegia inizialmente ha fornito sei aerei da combattimento per le operazioni di Libia e ha realizzato circa il 10% degli attacchi a partire dal 19 marzo. Tuttavia, i funzionari degli Stati Uniti hanno segnalato Norvegia e Danimarca per la loro 'mancanza di impegno' nella missione determinata a mandar via Gheddafi ... Altri legami Norvegia-Libia includono grandi interessi della Norvegia in Libia in materia di petrolio e fertilizzanti: la compagnia norvegese Statoil, posseduta dallo stato, ha circa 30 dipendenti presso i suoi uffici a Tripoli .... Aziende [norvegesi] hanno condotto importanti operazioni di business in Libia, in collaborazione con il regime di Gheddafi. » [6]
Allo stato attuale delle indagini, la migliore valutazione circa il motivo degli attentati norvegesi è quella di punire il paese per la sua politica estera indipendente e filo-araba in generale, e per il suo ripudio della coalizione dei bombardamenti NATO schierata contro la Libia in particolare.

Riferimenti
[4] “Libya solution more political than military-Norway,” Reuters, 13 May 2011, http://www.trust.org/alertnet/news/libya-solution-more-political-than-military-norway
[5] “Norway to quit Libya operation by August,” AP, June 10, 2011, http://www.signonsandiego.com/news/2011/jun/10/norway-to-quit-libya-operation-by-august/
[6] Tragic Irony Surrounds Oslo Bombing, Phuket Word, July 23, 2011, http://www.phuketword.com/tragic-irony-surrounds-oslo-bombings
originale: Webster Tarpley
Versione italiana:
25.07.2011
Traduzione a cura di PINO CABRAS

Sull’avventura libica: