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domenica 4 dicembre 2011

La nonviolenza serve a qualcosa?




Luke: “Il lato oscuro è più forte?”
Yoda: “No, no, no… più rapido, più facile , più seducente…uno Jedi usa la Forza per la conoscenza e la difesa, mai per attaccare…le tue armi… bisogno non ne avrai…Grande guerriero… mmh… guerra non ha mai fatto nessuno grande!”

La misura della vita non sta nella sopraffazione reciproca o nella prestanza bellica, ma nella misura, nella socialità, nella gentilezza e perfino nell’eleganza, che non è una colpa ma una disciplina. […]. Si tratta di scegliere come stare al mondo; con quali idee, quali speranze, quali gusti e quali disgusti.
Michele Serra, Il Venerdì, 1152, 16 aprile 2010.

Che cos’è la democrazia se non un insieme di regole (le cosiddette regole del gioco) per la soluzione dei conflitti senza spargimento di sangue? Che cos’è la democrazia se non la prima introduzione del metodo nonviolento per risolvere i conflitti politici?
Norberto Bobbio

Per giustificare l'invasione dell'Iraq gli Americani dissero che era l'unica maniera per liberare una nazione da un terribile dittatore. Abbiamo dimostrato con la nostra rivoluzione che si può costringere un dittatore ad andarsene pacificamente.
Alaa al-Aswany, uno dei più importanti scrittori egiziani contemporanei

Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete di più chi può far perire sia l’anima che il corpo.
Matteo 10, 28

Poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.
Lettera di Giacomo, 16-18

La resistenza nonviolenta funziona solo se il potere è violento. M.L. King fu sconfitto ad Albany perché il capo della polizia locale, Laurie Pritchett, impiegò  metodi nonviolenti contro i manifestanti nonviolenti. King lo considerava una brava persona troppo rispettosa del sistema ma fece fatica a perdonargli di avere usato i suoi metodi morali per tutelare i fini immorali della segregazione razziale. Tuttavia, con il passare del tempo, diventarono comunque amici. Il movimento luddista fu nonviolento: era formato da sabotatori, non da assassini. Eppure oggi, come allora, il lavoratore dipende sempre più dalle macchine. Aung San Suu Kiy è viva perché la popolazione è dalla sua parte, ma la popolazione è dalla sua parte perché lei non la espone alla violenza del regime.
Insomma, la questione della violenza e della nonviolenza è delicata e complicata.

Qualunque persona dotata di senno e di empatia dovrebbe considerare la violenza come l’extrema ratio, l’ultima opzione contemplabile. Una persona di buona volontà dovrebbe impegnarsi a lasciare ai posteri un mondo meno violento di quello in cui è nato. Una persona di buona volontà, dotata di senno ed empatia, dovrebbero però anche voler lasciare ai figli un mondo più libero e più giusto. La presenza di bulli, psicopatici, malati di mente, stupratori, pedofili, violenti e predatori vari, però, mette in contrapposizione pace e giustizia, nonviolenza e libertà.

La pace del nostro tempo è iniqua: nel “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley il regime si compiace di aver abolito la guerra.

La simpatia per la causa della nonviolenza ha indotto alcuni potenti a pensare che resteranno per sempre impuniti.

Più un paese è prospero, più sarà pacifico, internamente: il che significa che, se necessario, esporterà la violenza pur di mantenere la stabilità interna:

Il fatto è che nella vita ci sono molteplici circostanze in cui la forza fisica è indispensabile, per difendersi e per evitare che bambini ed adulti dal raziocinio compromesso si facciano male o ne arrechino ad altri. Non viviamo in un mondo ideale e quindi è importante che i bambini apprendano a farsi valere di fronte a chi cerca di prevaricare i loro diritti e a prendere le difese dei più deboli. Anche tra bambini ci sono bulli e manipolatori, per quanto la cosa ci risulti  spiacevole e facciamo di tutto per rimuoverla dal nostro orizzonte di consapevolezza. Ciò non toglie che l’uso della forza fisica deve rimanere sporadico, eccezionale, meditato ed equanime, non deve mirare a dominare il prossimo, ma a ristabilire un equilibrio compromesso ed insegnare al bambino che le sue azioni hanno delle conseguenze, che se si ferisce coscientemente qualcun altro la reazione può essere dolorosa. Solo rendendosi conto che il mondo è quello che è si può aiutare il bambino a maturare e diventare un adulto riflessivo e responsabile che non si rende complice del male restandosene zitto ed inerte: chi non resiste con la forza alla violenza dei predatori è responsabile anche degli abusi che subiranno gli indifesi. Socrate era contrario alla violenza, ma fu anche un ottimo soldato.

Il che non significa che bisogna sempre combattere il fuoco con il fuoco. La violenza, come detto, dovrebbe essere l’ultima opzione. Una persona che riesce a disciplinare le proprie emozioni sa capire quando è il momento di farlo e non alimenta un’atmosfera psicologicamente malsana, l’habitat ideale degli psicopatici. Quando uno è felice e in pace non nutre alcun desiderio di fare del male a qualcun altro: “La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”, diceva Baruch Spinoza.

Ho già esaminato questa questione qui (autodifesa):
qui (vendetta):
e qui (paura):

Essere violenti non è la stessa cosa che essere coraggiosi. In genere la violenza è una risposta inadeguata alle circostanze, che indica povertà di immaginazione nel concepire opzioni alternative. È tipico di chi brama il potere e fomenta la violenza perché conosce solo quella. La prima opzione dovrebbe sempre essere quella della non-cooperazione:

Ma non bisogna autocompiacersi narcisisticamente della propria asserita nonviolenza. Nessuno è nonviolento ed a questo mondo ed è fin troppo facile fare la colomba fino all’estremo sacrificio pur di mantenere la propria purezza, ad ogni costo. Anche quella è una violenza, la violenza di ego che impone a tutti gli altri le conseguenza della sua eroica impresa, magari anche facendo trionfare i violatori incalliti del diritto.

Diceva bene Jiddu Krishnamurti: essendo violenta, la mente proietta il suo opposto, l’ideale della nonviolenza. Si sostiene che l’ideale serva a superare il suo opposto, ma è davvero così? L’ideale è una meravigliosa e rispettabile via di fuga dall’attuale. L’ideale della nonviolenza, come ogni utopia collettiva, è fittizio e compensativo: ciò che dovrebbe essere ci aiuta a dissimulare ciò che purtroppo è. Il procrastinare non ci aiuta a capire ciò che è ma, anzi, ostacola la nostra comprensione. Bisognerebbe liberarsi dall’ideale, da ciò che dovrebbe essere. Krishnamurti osserva, molto acutamente, che se voglio essere nonviolento, l’atto di volerlo indica che la radice del male - il desiderio - è ancora lì. Voglio essere nonviolento e faccio violenza a me stesso per diventare quel che voglio essere, in accordo con i miei desideri. C’è conflitto, attrito, la disciplina che mi impongo produce effetti intorno a me, effetti imprevedibili ma sempre violenti, perché l’ideale è comunque irraggiungibile e perciò tutte le mie energie si concentrano su di me, a spese degli altri; anzi, recluto gli altri nella mia crociata di perfezionamento. Ancora una volta, il mondo diventa un’estensione di me stesso. Questa è la ragione per cui la rabbia e la violenza vanno studiate in uno spirito di tolleranza.

Reputo che la strada migliore sia la via di mezzo tra la nonresistenza tolstojana e la violenza terrorista di chi vuole rimodellare il mondo a sua immagine  e somiglianza (come Robespierre e Saint-Just, Lenin e Stalin).

Questa via di mezzo è l’arte dell’approccio indiretto, che resiste alla tentazione del braccio di ferro, della contrapposizione di fuoco e fuoco, che non serve a nulla. Mi pare che sia la via indicata da Gesù il Cristo, che voleva porre fine alle guerre – “Chi di spada ferisce di spada perisce” –, ma anche allo stato di ipnosi collettiva in cui versa l’umanità al cospetto del potere. È riuscito a porre fine alle guerre? No, e non sarà il pensiero positivo della New Age a cambiare le cose. E allora che senso ha protestare? Ebbene, ogni nostro piccolo sforzo, cumulato a quello delle altre persone di buona volontà, unite in un impegno corale, un’impresa collettiva, si cristallizza poi in esiti diversi. Non poter redimere questo mondo non vuol dire abbandonarlo a se stesso. Il fatto che per vivere dobbiamo alimentarci con altre vite non vuol dire che va tutto bene quando si arreca sofferenza fisica ad una qualunque specie, animale o vegetale. Il fatto che questo mondo sia caratterizzato da una lotta continua non rende per questo legittima la sopraffazione, come ci vorrebbe far credere, tra gli altri, Nietzsche. La vita, anche quella spirituale, non è una faccenda limitata alla contemplazione pacifica e quieta devozione, ma è un terribile tumulto, una lotta spietata, un’amara contesa. Ciò non toglie che a noi spetti il compito di fare nostro l’aforisma di Hans Jonas: “Agisci in modo tale che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra” (Hans Jonas, “Il principio di responsabilità”).

Per farcela dobbiamo costantemente sorvegliare e contrastare le debolezze umane: l’egocentrismo, l’auto-inganno, la fallacia logica, la soggettività emotiva, il bisogno di appartenenza, la dipendenza da figure autoritarie/autorevoli, il pensiero binario-manicheo, la vulnerabilità alla pressione gregaria, l’ignoranza, la percezione selettiva della realtà, la mancanza di facoltà psichiche (sospetto che altri animali ne siano dotati). E, contemporaneamente, coltivare quegli attributi di umanità che tendiamo a smarrire – il bisogno d’amore (non possessivo), di rendersi utili, di migliorarsi, la curiosità, la creatività, il desiderio di apprendere e capire, la laboriosità, ecc. – e che ci preservano dalla condizione di fantocci, caricature di esseri umani: “il ciclo cosmogonico viene presentato con una stupefacente coerenza nei sacri testi di tutti i continenti e conferisce alle avventure dell’eroe un aspetto nuovo ed interessante; perché ora diventa chiaro che il viaggio periglioso non era lo sforzo di chi deve ottenere ma di chi deve riottenere, non di chi scopre, ma di chi riscopre. Si scopre, cioè, che i poteri divini ricercati e conquistati con gravi rischi personali erano sempre stati presenti nel cuore dell’eroe. È il “figlio del re” che ha finalmente compreso la sua identità e, in questo modo, può esercitare i poteri che gli spettano –figlio di Dio…da questo punto di vista l’eroe simboleggia l’immagine di creatività e redenzione divina che è celata in tutti noi e che attende di essere svelata e restituita alla vita” [Joseph Campbell, “L'eroe dei mille volti” 1949]

domenica 20 novembre 2011

Omaggio a Aung San Suu Kyi



Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro.
Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220.

Ciò che conduce l'uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un'umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.
Aung San Suu Kyi

Per i Birmani è incomprensibile come i principi che affermano la dignità intrinseca degli esseri umani e il loro diritto inalienabile all’uguaglianza, che riconoscono che tutti gli uomini sono dotati di ragione e coscienza e propugnano lo spirito della fratellanza universale, possano essere in contrasto con i valori autoctoni. […] Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza, Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. la nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere. Il coraggio di sentire. e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Aung San Suu Kyi

Di costruttori di ponti ce n’è a bizzeffe: uno in più o uno in meno non farebbe alcuna differenza. Fortunatamente ci sono anche creatori di mondi, di scenari di vita alternativi per umanità migliori. Gli idealisti sono una risorsa per ogni società quando mantengono un legame con la realtà, ossia quando non pretendono che un’intera comunità li segua sulla loro strada. Sono antropologicamente ottimisti e non vogliono imporre il loro volere al prossimo. Gli utopisti sono invece generalmente pericolosi, perché pretendono che la natura umana si conformi alle loro attese e pretese.
Aung San Suu Kyi, come tanti riformatori prima di lei, mi sembra rientrare nel novero di persone che cercano, idealmente appunto, di ispirare le persone, non di rieducarle, di persuaderle che le riforme che contano non provengano dall’alto, ma da dentro di noi. Nessuna riforma può germogliare senza un terreno adatto ed una rivoluzione della coscienza è il terreno più adatto. L’attuale crisi globale potrà servire da innesco per questo tipo di rivoluzione, una volta che le vecchie logiche e mentalità saranno rimosse. È l’opinione di questa magnifica figura del nostro tempo, Aung San Suu Kyi: “Molta gente trova imbarazzante e poco pratico pensare alla vita spirituale e politica come una cosa sola. Io non vedo alcuna divisione. Nelle democrazie esiste questo impulso a dividere il secolare dallo spirituale, ma non è necessario. […]. Quando parlo di rivoluzione dello spirito, mi riferisco alla nostra lotta per la democrazia. Ho sempre sostenuto che una vera rivoluzione deve nascere dallo spirito. Bisogna essere convinti di avere bisogno del cambiamento e di voler cambiare determinate cose, non solo quelle materiali. Occorre un sistema politico ispirato a determinati valori spirituali, valori diversi da quelli del passato” (Aung San Suu Kyi, 2008).
In precedenza, la politica birmana aveva precisato che “l'autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo” (Aung San Suu Kyi, 2003).

Aung San Suu Kiy ama il coraggio (2008, p. 11):
Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza, Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. la nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere. Il coraggio di sentire. e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Ritiene che esistano usi legittimi della violenza (p. 117):
Il compito principale dell’esercito è di proteggere e difendere la popolazione. Se vivessimo in un mondo dove non fosse necessario difenderci, non ci sarebbe bisogno di alcun esercito. Ma non mi pare che a breve termine il mondo subirà una tale trasformazione da rendere superflua ogni protezione. Mi piacerebbe pensare all’esercito come una forza difensiva piuttosto che distruttiva.
Ma rifiuta il melodramma, i sentimentalismi di un certo ribellismo virilista da cui non era purtroppo immune Gandhi (p. 149):
In politica bisogna essere flessibili. Non sono una di quelle persone che direbbero: sciopero della fame fino alla morte. Non credo serva a risolvere le cose. […] nella nostra famiglia non siamo melodrammatici. Pensiamo solo agli aspetti pratici delle cose. Io non incoraggio il melodramma. Non mi piace…lo trovo molto stupido. Bisogna affrontare la vita con razionalità.
Per la stessa ragione, non se la sente di prendere se stessa e i suo compagni troppo seriamente (p. 51) :
Ci siamo sempre fatti grandi risate su tutti i problemi che abbiamo dovuto affrontare e tutte le ingiustizie e gli abusi che abbiamo subito. […]. Questo non significa che siamo del tutto liberi da sentimenti negativi. E finché non ce ne saremo liberati completamente, ne saremo schiavi. ma la bontà e il metta che abbiamo ricevuto hanno fatto molto per scacciarli da dentro di noi.
E ancora (pp. 170-172):
Ho sempre avuto un notevole senso dell’umorismo. riesco a vedere il lato ridicolo delle cose, e questo mi aiuta molto, perché riesco a ridere anche della mia situazione... non ho mai partecipato ad una riunione in cui non si ridesse un po’. […]. Se sei abituato a ridere sempre, cominci a ridere anche dei tuoi problemi. Ti abitui a vedere il lato assurdo e buffo dei fatti e non prendi più tanto sul serio i tuoi guai. Allo stesso modo, se sei abituato a dare amicizia e affetto, è molto più facile concederli anche alle persone che magari si ritengono tue nemiche.
Non reputa di poter condannare chi si affida ai metodi violenti (p. 166):
Non condanno chi combatte per la “giusta causa” con qualsiasi mezzo. Mio padre l’ha fatto e io lo ammiro molto per questo.
Perché la nonviolenza non garantisce il successo e ancora meno l’incolumità (p. 165):
Non pretendiamo neppure di avere il monopolio sui metodi di lotta giusti per ottenere ciò che vogliamo. D’altronde, non possiamo garantire la loro incolumità. Non possiamo dire: “seguiteci sulla via della nonviolenza e sarete protetti”, né che ci arriveremo senza vittime. è una promessa che non possiamo fare.
Tuttavia ritiene che prima di tutto vada tentata la strada della nonviolenza, perché una democrazia conquistata con la violenza sarebbe comunque un pessimo esempio e perciò un fattore di instabilità (p. 164):
Ritengo che se otteniamo la democrazia in questo modo non riusciremo mai a liberarci dell’idea che occorra la violenza per raggiungere i cambiamenti necessari. Tale metodo resterebbe una costante minaccia anche per noi. Perché c’è sempre chi non concorda con la democrazia. E se la raggiungessimo con mezzi violenti, il nocciolo duro di quanti sono sempre stati contrari al movimento democratico potrebbe pensare: “loro hanno cambiato il sistema con la violenza e se noi possiamo sviluppare nostri metodi violenti superiori a loro potremmo riconquistare il potere”. E il circolo vizioso non terminerebbe mai.
Mi sembrano considerazioni di apprezzabile buon senso.

venerdì 18 novembre 2011

Contro il relativismo morale



Per i Birmani è incomprensibile come i principi che affermano la dignità intrinseca degli esseri umani e il loro diritto inalienabile all’uguaglianza, che riconoscono che tutti gli uomini sono dotati di ragione e coscienza e propugnano lo spirito della fratellanza universale, possano essere in contrasto con i valori autoctoni. […]. Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza. Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. La nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere, il coraggio di sentire e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Aung San Suu Kyi, “Libera dalla paura”.

È ormai idea diffusa che [il relativismo] sia sintomo di progressismo politico e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia [ma è] una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli anti-democratici pesa quanto quello dei democratici; infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saltati sul carro del postmoderno.
José Antonio Marina, “Il fallimento dell’intelligenza”.

La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”.

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è.
Gianangelo Bof, sindaco LEGHISTA di Tarzo (TV).

Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men.
Aragorn, “Lord of the Rings”.

Il relativismo morale è la dottrina etica standard delle persone affette da psicopatia e disturbo narcisistico della personalità. Dovrà pur significare qualcosa, no?
D’altronde i fondamentalisti sono i più grandi relativisti: per loro i principi di libertà e giustizia ed il valore della vita sono del tutto relativi. Per il terrorista islamico il diritto alla vita non è applicabile all’infedele. Per la Chiesa il diritto alla salute non vale per gli Africani che gradirebbero usare i profilattici anti-AIDS. Per diversi preti il diritto all’infanzia ed all’integrità della persona non ha alcun significato.
Il relativismo morale non ha senso. Chi dice di essere relativista poi nei fatti predilige qualche virtù e qualche norma (es. femministe postmoderniste: iper-relativiste su tutto, ma non sul trattamento delle donne) – foss’anche il relativismo stesso – e per poterlo fare deve per forza mettere a confronto le sue preferenze morali con quelle degli altri e stabilire che le sue sono migliori. Ma su qualche base può farlo se non attraverso un’idea di approssimazione alla Verità?
Il relativismo morale induce le persone a credere che non sia più possibile giudicare alcunché. I relativisti hanno rinunciato all’uso delle facoltà critiche, del discernimento, alla capacità di valutare criticamente la situazione e stabilire se una cosa sia buona, giusta e vera oppure no. Coesistere con il resto della creazione non significa che si deve accettare tutto, legarsi a qualunque cosa, accogliere tutto. Guardare tutto da una prospettiva più elevata non comporta ridurre lo spettro cromatico a diversi toni di grigio. I colori ci sono ancora e vederli quando ci sono permette di esaminare più obiettivamente la realtà, non di astenersi dal prendere una qualche posizione. Quello lasciamolo agli ignavi. Il relativismo è il prodotto di un’educazione spirituale e morale deficitaria, non è il suo culmine. La gente scambia il primo passo, la capacità e volontà di distaccarsi temporaneamente dalle proprie predilezioni, per l’ultimo. Ma se un giudizio affrettato è quasi sicuramente sbagliato, ciò non significa che non si debba più giudicare a ragione veduta. La sospensione del giudizio nello spirito di un olimpico distacco va bene per Dio, non per gli esseri umani, che invece vivono in una realtà che è fatta anche di conflitto, sopruso, prevaricazione, inganno, tradimento, ecc. Adottare questa prospettiva senza aver raggiunto una maturità spirituale raramente conseguita nella storia umana, serve più che altro a dissimulare la propria confusione, paura, inerzia morale e psicologica ed ignoranza. Serve anche a rendere più vulnerabili di fronte all’azione di chi sottrae il potere di autodeterminazione al prossimo facendo credere che in fondo libertà, giustizia, uguaglianza e dignità sono valori relativi. Il relativismo troppo spesso scaturisce dalla paura della libertà, paura della responsabilità di doversi informare e decidere di conseguenza, mancanza di integrità e coraggio morale. Non c’è equanimità se manca l’integrità.
Il progresso morale esiste. Il progresso morale è quello che ha abolito la schiavitù ed i sacrifici umani, vietato la tortura e lo sfruttamento del lavoro minorile, istituito il suffragio universale maschile e femminile e la convenzione di Ginevra, tra i numerosi esempi che si possono fare – solo grazie al fatto che non tutti sono relativisti culturali e che alcuni hanno capito che la loro società era imperfetta e c’erano ampi margini di miglioramento. Qualcuno obietta: ora c’è il caporalato, la guerra umanitaria, la “tortura soft” (tecniche avanzate di interrogatorio). Gli eufemismi indicano però che l’opinione pubblica condanna quello che un tempo, poche generazioni fa, dava per scontato. Esiste un consenso pressoché universale sul fatto che è giusto rispettare la dignità umana e che il genocidio, lo schiavismo, la tirannide e il razzismo sono cose sbagliate. Questa è una meravigliosa conquista umana: precaria, ma di i importanza cardinale. Chi ne minimizza la portata o è in malafede o dovrebbe recarsi a vivere in quei paesi in cui questa conquista è ancora un sogno. La fratellanza umana può fondarsi solo sull’apprezzamento delle differenze, della varietà, coniugato con il riconoscimento e la valorizzazione delle affinità. Il relativismo, essenzializzando le differenze, fa il gioco di chi desidera seminare zizzania e divisioni per poter mantenere il suo potere e se possibile accrescerlo.
Se tutti i sistemi morali fossero socialmente e storicamente contingenti, allora non esisterebbe alcun criterio di scelta affidabile ed obiettivo e la morale si ridurrebbe all’usanza, alla credenza, alla volontà di una maggioranza in seno ad una comunità, ad un rigido soggettivismo egotista. D’altra parte, poiché ogni società è la sommatoria di individui con opinioni differenti, nessuna società o cultura potrebbe imporre un sistema morale definito. Di qui la deriva nichilista, perfettamente esemplificata da un editoriale di Benito Mussolini dal titolo Relativismo e fascismo, pubblicato sul Popolo d’Italia il 22 novembre 1921, in cui il futuro Duce afferma: «Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono i portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi e rinnovellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista. … Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che, dunque, ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace».
Questa citazione è un dato storico che descrive una possibile modalità di transizione dal relativismo morale al soggettivismo radicale o nichilismo e – per inerzia, narcisismo ed horror vacui – all’asso­lutismo, alla tirannia.
Un antropologo che si rispetti dovrebbe ripudiare la mascherata relativista di chi si permette di giustificare misure repressive o deflettere le critiche in nome dell’incommensurabilità dei valori. È in nome del relativismo che si difendono la pena di morte e la tortura; in nome del relativismo il razzista segregazionista sudafricano J.B.M. Hertzog esortava bianchi e neri a collaborare alla difesa dell’apartheid, affinché ciascuno preservasse i suoi ideali e la sua cultura; in nome del relativismo, infine, nell’Atene classica, Trasimaco rispondeva a Socrate che la giustizia non è altro che l’interesse del più forte. È quindi fondamentale capire che il relativismo culturale degli antropologi è un relativismo epistemico, non valoriale. È una scelta euristica, non etica e perciò non va vista come un atto di deliberata connivenza con la violazione dei diritti fondamentali di bambini, donne, disabili, omosessuali, minoranze etniche e religiose, degli animali e dell’ecosfera.
Ernest Gellner aveva visto giusto quando aveva riepilogato l’intera questione della contrapposizione tra universalismo e relativismo nella doppia domanda: «C’è un solo tipo di uomo, o ce ne sono molti? C’è un solo mondo, o ce ne sono molti?». Proprio l’anno in cui nacqui Eric R. Wolf diede la sua risposta, che io sottoscrivo con piacere: «Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello di affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità… l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. … Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere… se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia».
Fin che è sul campo l’etnografo si affida al giudizio di autenticità locale ed accoglie la richiesta che certi argomenti siano collocati in una sfera al di là del bene e del male. Una volta a casa, però, non può ignorare i rapporti di potere, le discriminazioni e sperequazioni, gli interessi privati, le ipocrisie, la miriade di contraddizioni ed eccezioni e, soprattutto, l’inconsistenza della pretesa che determinati concetti e valori siano intraducibili, che esistano differenze insormontabili e che le culture siano internamente omogenee ed ermeticamente sigillate rispetto alle influenze esterne. Altrimenti l’antropologia dovrebbe rinunciare al titolo di scienza sociale, seguendo l’auspicio di certi critici post-modernisti, troppo impegnati a de-strutturare e frammentare la conoscenza per preoccuparsi delle conseguenze delle loro frivolezze sulle persone in carne ed ossa. Queste sono persone di scarsa caratura morale ed abbondante falsa coscienza che, finché se ne stanno nel proprio paese, dichiarano di apprezzare la dignità umana, il rispetto per l’individuo, la libertà e di ritenerli valori fondamentali che distinguono l’uomo dall’animale, ma quando poi mettono piede all’estero, in un luogo esotico, cambiano improvvisamente idea.
Quale forza prescrittiva può avere una dottrina relativista? Il relativismo è evidentemente una contraddizione in termini, non potendo per sua natura autofondarsi. Un relativista non può, per coerenza, credere che “tutto è relativo” (un’affermazione assoluta). Ciò nonostante, per anni, molti antropologi si sono scagliati furiosamente contro la formulazione dei diritti umani, come se la loro origine «occidentale» li macchiasse per sempre di una colpa originaria. Lo fanno per ignoranza e pigrizia mentale, visto che la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu un’opera corale di esperti di tutto il mondo e gran parte delle costituzioni dei paesi post-coloniali sono modellate su di essa state
Per questi presunti antropologi rimanere ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un inavvertito fraintendimento. Un silenzio passivo è da preferirsi rispetto all’imprigionamento ed alla perversione della Sacra Alterità nella cornice della nostra conoscenza convenzionale. «Sono totalmente diversi», «non siamo in grado di capirli», «criticarli è un sintomo di mentalità imperialista». Lo studioso deve dunque prorogare o sospendere la valutazione critica e soppiantarla con il giudizio di valore che riceve dall’Altro, l’unico giudice dell’adeguatezza della descrizione realizzata dall’osservatore. Si accettano acriticamente i pregiudizi e le interpretazioni soggettive dell’Al­tro in una sorta di auto-lobotomizzazione critica. L’idea della cultura come radicale alterità infrange ed offusca le evidenti ed istruttive omologie, ponendosi in contrasto con i più elementari principi di logica e metodo scientifico. Viene da chiedersi perché l’assenza di logica sia degna di nota, piuttosto che il sintomo dell’assenza di qualcosa di significativo da dire, della rinuncia a fare il proprio lavoro con senso di responsabilità e dedizione, della complicità con il potere «indigeno» che mette in campo tutte le sue funzioni mitopoietiche e mimetiche nell’intento di auto-perpetuarsi, magari con l’aiuto di una corte di intellettuali stranieri, più grulli che meschini, interessati ad assicurarne l’auto-promozione per varie ragioni. Un perfetto dispositivo usato dalle classi dominanti per occultare la natura dispotica del loro governo. Ogni peana dedicato al relativismo morale è un elogio dell’infermità mentale, di un pensiero confinato che rinuncia ad alimentarsi dell’esperienza concreta.
D’altro canto è un’idea bizzarra quella secondo cui per avere una mente aperta e non essere bigotto significa non avere una salda opinione su niente, oscillando da una posizione ad un’altra in nome dell’equanimità e del relativismo. Una persona intelligente crede in qualcosa, sa perché crede in questo qualcosa e sa articolare le sue convinzioni ed argomentare le ragioni a sostegno delle medesime. La fondamentale differenza tra relativismo culturale e relativismo morale è che il primo è un procedimento empatico che consente all’osser­vatore di assumere la prospettiva dell’altro mentre il secondo è un’ottica che nega che credenze morali e giudizi etici possano essere o veri o falsi e che esistano proprietà morali che stanno a cuore a tutti gli esseri umani. Senza relativismo culturale non si può fare antropologia. Non solo, senza una forma di relativismo epistemico non potrebbe neppure esistere alcun sistema etico. Infatti l’etica, l’insieme strutturato dei nostri principi morali, si basa sul nostro sentire empatico, sulla nostra simpatia immaginativa che permette la mutua comprensione e non la semplice proiezione dei nostri sentimenti in un’altra persona. L’empatia è identificazione emotiva, assorbimento e fusione emozionale al punto che uno si estrania da se stesso e si vede come parte dell’altra persona con la quale condivide una data sensazione. L’etica deriva dalla necessità di riflettere la visione del mondo di un altro essere umano. Così facendo si diventa più morali, si espandono i propri orizzonti e si indebolisce il naturale egocentrismo. L’empatia più autentica è quella che è rivolta a tutti e non solo a quelli a cui teniamo. Non ci limitiamo a replicare i loro sentimenti e sensazioni ma riconosciamo che appartengono a qualcuno che merita il nostro rispetto. Empatizzare troppo con qualcuno e non abbastanza con tutti ci porta fuori strada. Dunque il relativismo tanto caro agli antropologi è l’espressione deontologica di questo aspetto della natura umana, dell’unica maniera che conosciamo di raggiungere uno stadio in cui possiamo esaminare le nostre azioni dal punto di vista di uno spettatore imparziale. L’empatia ed il relativismo culturale tengono a bada le nostre emozioni, filtrandole, ed evitando così che ci facciano deragliare, sopprimendo la nostra obiettività, discernimento e buon senso. Questo è il secondo motivo per cui ritengo legittimo concepire l’antropologia “fatta come si deve” come un’impresa virtuosa.
Il buon antropologo, una volta tolto il cappello del professionista, dovrebbe essere in grado di distinguere ciò che è relativo da ciò che è universale o sostanzialmente universale. Mi riferisco ad esempio alle virtù primarie come la benevolenza, la sapienza, l’amore, la fede, la speranza, la compassione, la tenacia, il coraggio morale, la solidarietà, l’armonia, la sicurezza, l’avvedutezza, il buon senso, la cooperazione, l’operosità, ecc. Queste sono qualità grandemente apprezzate in ogni angolo del globo. La stessa regola aurea – il caposaldo di ogni sistema etico – è presente in tutte le maggiori tradizioni culturali e religiose umane. Dunque il relativismo culturale non comporta un’auto­matica adesione ad un relativismo morale del tipo «se Dio è morto allora tutto è lecito». Come notava C.S. Lewis, «è necessario credere fermamente nell’oggettività di certi valori se si vuole vivere in un mondo in cui i governi non siano tirannie e l’obbedienza non sia quella dello schiavo verso il padrone».


LINK UTILI:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/io-credo-nella-verita.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/idee-e-virtu-di-gesu-il-cristo-un.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/socrate-un-compendio-con-alcuni.html





sabato 5 novembre 2011

È tutta una questione di coscienza





Vi erano e vi sono persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento (compimento?) della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione di sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l'umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di 'fare' cultura, e non di 'essere riempito' di cultura.

Alexander Langer, “Segni dei tempi”, 1967

Di dove sei? Nonostante la domanda mi sia stata rivolta un migliaio di volte non riesco mai a rispondere con prontezza… le mie risposte non sono mai uguali o meglio identiche. Dipende dall'ora, dalla stagione, dalle circostanze e comunque dalla persona che mi  rivolge la domanda... A ciascuno concedo una tessera di un mosaico che forse mi rappresenta, ma del quale so di ignorare la forma definitiva…. Tutto mi sembra irritante delle tre parole che compongono questa domanda “Di dove sei?” irritante, perché la trovo una misura coercitiva di definire quello che non voglio più, mai più definire: una mia identità. Anche linguisticamente la cosa mi disturba. Il genitivo, il “di” significa appartenenza, dipendenza, soggezione. “Di dove mi pare” vorrei rispondere. […]. Forse questo capita solo a me. Per altri il “Di dove sei?” è rassicurante, toglie dall'angoscia di essere di nessun posto, il desiderio di proclamare che in verità si è, cioè si è terminato di migrare, di vagare, si è diventati sedentari. […]. Mia è la speranza di un futuro nel quale si potrebbe rispondere: io sono una forma mutabile nello spazio e nei tempi. E il dove è in me, non io sono di un dove.
Brunamaria Dal Lago Veneri, “Di dove sei? Un problema di identità”

Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia, mormorando Io ti amo, tra non molto morirò ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti, perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato, perché temevo di poterti poi perdere. Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all'oceano mio amore, anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così separati, considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è perfetta! Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci, e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per sempre; non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto l'aria, l'oceano e la terra, ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.
Walt Whitman, “Foglie d’Erba”

Oggi la civiltà occidentale è riuscita nella mostruosa impresa di ostracizzare la spiritualità dal dibattito pubblico. Quella spiritualità che ha guidato i passi di Dag Hammarskjöld, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati consecutivi, tra il 1953 ed il 1961, di Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, mistica e così dotata per la matematica e la statistica da diventare la prima donna ad essere accolta nella Royal Statistical Society e nell’American Statistical Association, di Aung San Suu Kyi, George Washington, James Madison, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, Martin Luther King, Nelson Mandela, i “nostri” Aldo Moro e Alexander Langer. Siamo arrivati a despiritualizzare Immanuel Kant e Montesquieu, due pensatori mirabili e vivacemente spirituali. Anche l’esoterismo spiritualista di Goethe infastidisce, ma agli artisti si concede molto di più che a tutti gli altri. Si può essere religiosi, ma l'idea di spiritualità è associata irrimediabilmente alla New Age. Questo, purtroppo, è il sintomo del precario stato di salute della civiltà umana - non solo della sua porzione cosiddetta "occidentale" - in una fase declinante del suo percorso.    
I grandi statisti del passato, quelli che ci hanno dato le nostre costituzioni, non erano degli ingenui idealisti. Avevano ben presente l'onnipervasività dell'avidità, dell'ignoranza, della stoltezza, dell'odio, dei pregiudizi, della violenza umana. Per questo crearono dei sistemi che potevano tenere a bada il peggio della natura umana e nel contempo dare l'opportunità ai più ispirati di partire alla ricerca del proprio “Graal”, della crescita spirituale, del “Cristo interiore”, come lo chiamava William Penn, mentre Lincoln preferiva definirli “i migliori angeli della nostra natura”.
Ciò che li accomunava era un’enorme forza di carattere e pochissime pretese di pubblica gratitudine. Queste persone, così intimamente ma profondamente spirituali, hanno cambiato la storia delle loro rispettive società. Erano enormemente interessati alle grandi questioni dell’umanità, non solo all’analisi politica ma anche alle riflessioni filosofiche, esistenziali, spirituali. Erano esseri umani pieni di difetti, ma con uno spessore e si sforzavano di essere obiettivi, di rifuggire la faziosità. Coltivavano l’idea di una nazione esemplare (Stati Uniti), o redenta (Italia), o pacificata (Alto Adige), assieme agli ideali morali, allo sforzo di auto-miglioramento, alla virtuosità, alla ricerca del consenso e del compromesso, alla disponibilità ad ascoltare gli altri. La convinzione che fosse necessario emanciparsi dalla tirannia dei dogmi religiosi non li rendeva meno spirituali e religiosi.
La coscienza non è un'invenzione, non è un prodotto del condizionamento sociale. Esiste dentro di noi, nella nostra psiche, un potere, una forza che ci consente di discernere i valori reali del bene e del male, del giusto e dello sbagliato e che si manifesta attraverso l’empatia. L'egocentrismo neutralizza in parte questa capacità che possediamo fin dalla nascita. Non siamo semplici animali complessi con cervelli complessi, non siamo scimmie nude e chi lo pensa non è in grado di capire la differenza tra un chicco d’uva spremuto e un Barolo. A prescindere dalla difficoltà con la quale possiamo entrare in contatto con la nostra coscienza, è essenziale provare a farlo, come invitavano a fare, tra gli altri, Socrate, Gesù, il Buddha e l’Emerson di “Oversoul”, che si apre con queste parole: “La nostra fede va e viene a momenti; il vizio è un’abitudine. Eppure c’è una profondità in questi momenti che ci obbliga ad attribuire loro maggiore realtà rispetto ad altre esperienze… Sono costretto in ogni momento a riconoscere un’origine più alta della mia volontà”.
Non si può essere spiritualmente liberi se non si è raggiunto un sufficiente livello di comprensione dell’etica, dell’integrità e della giustizia. Chi non compie questo sforzo resterà schiavo dei suoi appetiti (che gli parranno irresistibili e giustificati) e della dominazione altrui (che gli parrà parimenti irresistibile e giustificata). Per questo il principale obiettivo dei dominatori è sempre stato quello di indurre le persone a concentrarsi sulle questioni materiali e superficiali, a detrimento di quelle spirituali, dell’educazione come Bildung, come autorealizzazione integrale, nel corpo e nell’anima (coscienza).
È mia opinione che i nostri problemi, tutti i nostri problemi si risolvono a partire dal basso, dalle coscienze di delle persone ordinarie. Gli interventi dall’alto funzionano solo se esiste già un certo tipo di presa di coscienza di una massa critica di persone. La coscienza è il mezzo con cui comprendiamo il mondo. “Leggiamo” la natura, la società e le motivazioni umane non come sono ma come la coscienza ci permette di interpretarle. Per questo è importante far circolare idee nuove che mettano in discussione ciò che si è dato troppo spesso per scontato e non lo è.
Penso che quasi nessun antropologo contesterebbe l’idea che le culture sono espressione della coscienza umana e che la coscienza umana evolve assieme alle culture. Io mi spingo oltre. Nell’etimologia del termine – dal latino “conscire”, cum+scire, conoscere accuratamente, essere consapevole – va enfatizzata la particella intensiva “cum”, con il significato di “assieme”. Nel senso che gli esseri umani sono diventati coscienti assieme, non per un accidente del caso o un intervento divino, ma perché hanno cominciato a condividere in modo sistematico le loro conoscenze. Gli albori della scienza potrebbero dunque coincidere con la nascita (l’insorgere) della coscienza umana. Grazie all’attenzione, all’introspezione, alla conoscenza ed alla comunicazione ci possiamo interrogare e spesso trovare risposte e trasmetterle agli altri. Solo la specie umana ha raggiunto questo livello di coscienza.
Ma cos’è la coscienza? Come la cultura, è difficile definirla. Grosso modo, equivale alla “presenza di spirito”, ma ciò serve solo a spostare il problema della definizione, non a risolverlo. Agostino di Ippona diceva del tempo: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Dobbiamo dunque rassegnarci?
Il dizionario Devoto-Oli offre questa definizione: “La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino; consapevolezza valutativa”. Mi pare un po’ riduttivo, troppo facile da confondere con “consapevolezza”. Allora, forse, consapevolezza e coscienza sono sinonimi? La coscienza è una “consapevolezza valutativa”?
Io penso che la consapevolezza sia un attributo della coscienza e che la mente sia un suo sinonimo. Per coscienza, quindi, dovremmo intendere il complesso dell’attività mentale (ragionamento, sensazioni, emozioni ed impressioni, memoria, intenzionalità, immaginazione, giudizio, introspezione, autocontrollo, autocoscienza) di un essere vivente, cioè a dire il nesso tra genotipo, ambiente naturale e contesto socio-culturale. Essa include l’insieme di parametri che definiscono l’esperienza soggettiva, fisica e mentale, della realtà. Se questi parametri fossero modificati, la realtà ci apparirebbe sensibilmente diversa (come quando un miope indossa gli occhiali, o li toglie). Ne consegue che al variare della coscienza varia anche l’auto-percezione e la comprensione di noi stessi e che perciò non esiste alcun sé permanente, a dispetto di quel che scegliamo di credere: è dunque possibile che i buddisti (e neoplatonici) abbiano avuto ragione fin dall’inizio. Ne consegue che è la coscienza a determinare l’identità di una persona e che questa è in costante ricalibrazione (in divenire). È sempre alla coscienza che vanno imputati libero arbitrio (intenzionalità), attenzione e consapevolezza (conoscenza) e condotta morale (etica). Non è certo un caso che in numerose lingue i termini che indicano coscienza, conoscenza e coscienza morale siano morfologicamente interconnessi.
Una coscienza immersa nella realtà non può che essere soggettiva. Solo la misura più ampia possibile di trascendenza – grazie all’empatia, un parziale distacco da me stesso – conferisce obiettività alle mie osservazioni. Allora una coscienza in espansione è più obiettiva di una coscienza costretta. Infatti, come abbiamo visto, la parola “coscienza” deriva dal verbo latino conscire (et. “sapere assieme”, “essere reciprocamente consapevoli”). È perciò la proprietà di una relazione, anzi, è il risultato di una relazione tra l’interno e l’esterno, l’io e l’altro.
Più ampia sarà la conoscenza, più intensa sarà la coscienza, più robusto il libero arbitrio, più consapevoli le nostre decisioni, più morale la nostra condotta. L’ignoranza, al contrario, è come un’amputazione, uno svuotamento di vitalità consapevole (non-meccanica). Essere ignoranti è come avere le batterie quasi scariche. Ci può essere di consolazione il fatto che siamo tutti molto ignoranti, chi più chi meno. Per questo nessun essere umano è pienamente umano. Siamo indeterminati, ossia non c’è alcun modo di valutare in anticipo cosa saremmo in grado di fare, date certe condizioni favorevoli. Paolo scriveva: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Corinzi 13, 11-12). È un’ottima descrizione dei un processo di presa di coscienza, ossia di intensificazione della presenza di spirito.
Forse l’unica tipologia umana predeterminata è quella degli psicopatici, che sono esseri umani oberati da un ristretto sviluppo dei centri emotivi dell’empatia, dunque privi di coscienza morale ed integralmente soggettivi, cioè a dire completamente indifferenti al punto di vista altrui, che è meramente strumentale alla realizzazione dei propri fini: la loro “presenza di spirito” è virtualmente nulla, sono esseri umani quasi integralmente meccanici, robotica e neppure se ne rendono conto, poiché presuppongono che tutti gli altri siano come loro. Possono anche essere molto passionali e vivaci, senza essere violenti e non sono così facili da riconoscere. Ma non sono realmente vitali, se non solo esteriormente. Quel che è certo è che sono l’antitesi dell’altruismo, nel senso più proprio, quello di attenzione e sensibilità alle esigenze e prerogative altrui. 
Qui maggiori dettagli:
Fatta questa premessa, vorrei passare ad esplorare le implicazioni dei mutamenti di coscienza. Come una lingua cambia, così cambia anche una coscienza. Nessuno studioso del cervello vi direbbe che si sono solo due modalità di essere al mondo: quella conscia e quella inconscia. Esistono invece livelli di coscienza variabili nella stessa persona in vari momenti della giornata e dell’anno e in diverse fasi della vita. Un bambino non ha lo stesso livello di coscienza di un ragazzo ed un adolescente non lo condivide con gli adulti. L’ontogenesi (bimbo > adolescente > adulto), ricapitola la filogenesi (homo habilis > homo erectus > homo heidelbergensis > homo sapiens) ed il processo di civilizzazione (tribale > rurale > urbano > globale/digitale). Idealmente, l’evoluzione della coscienza si è manifestata come un’amplificazione della mente umana (o della consapevolezza degli altri animali) nel senso di una maggiore estensione, maggiore profondità, maggiore auto-riflessività. La quantità di conoscenza di cui disponiamo è grandemente superiore a quella delle generazioni precedenti, grazie all’alfabetizzazione, alla scolarizzazione, alla circolazione dell’informazione. È evidente a qualunque osservatore obiettivo che chi ha compilato buona parte dell’Antico Testamento non aveva una coscienza interamente moderna. Il suo cervello era anatomicamente moderno ma non la sua coscienza. Il Nuovo Testamento ci sembra molto più moderno (in largo anticipo sui suoi tempi e anche sui nostri, apparentemente).
È impossibile misurare i livelli di coscienza, ma è facile capire la differenza tra un insegnante e la maggior parte dei suoi studenti, o tra nipoti e nonni. Gli indigeni della Papuasia non definirebbero primitivi i loro antenati, perché la loro cultura ed il loro stile di vita, manifestazione di un certo livello di coscienza, non sono troppo dissimili. Naturalmente ciò non significa che, essendo più moderno, un nipote sia qualitativamente superiore rispetto al nonno, in termini di coscienza. La sua è semplicemente una coscienza diversa. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato affermare che la coscienza dei cacciatori-raccoglitori sia superiore alla nostra, solo perché erano più rispettosi della natura. L’ignoranza dei dati etnografici e delle reali condizioni di vita delle popolazioni “esotiche” ci spinge ad idealizzare le società tribali, dove infanticidio, sacrifici umani, schiavitù, omicidi, suicidi non mancano.
Siamo diversi: questo è tutto. Un indigeno della Nuova Guinea non sa guidare un’auto, prendere un treno, leggere Dante o Shakespeare, comunicare con persone dall’altra parte del mondo, non ha ascoltato Mozart, non sa nulla della Shoah, non ha sviluppato una particolare visione dei diritti umani, non capirebbe il messaggio contenuto nell’arte di Kendell Geers o nei film di Truffaut. I primi antropologi scoprirono con sorpresa che presso diversi popoli non era chiara la connessione tra copulazione e concepimento. Noi, in cambio, non sopravvivremmo a lungo, al loro posto, e non saremmo in grado di esperire il loro ambiente nella maniera totalizzante che li caratterizza. Allo stesso tempo, mentre uno sciamano ed un accademico hanno un livello di coscienza superiore alla media, ciò riguarda soprattutto un ambito limitato di specializzazione. In altri campi può essere vero l’inverso.
Non si possono stabilire gerarchie proprio perché l'essere umano è l'unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell'interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente socio-culturale. Proprio in questa sua indeterminazione, ossia nell'assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). Non solo, la sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile (ha un potenziale indeterminabile, insospettabile, appunto) e, poiché è imprevedibile, è anche creativo ed innovativo. L'affinamento morale, civile, scientifico ed artistico derivano dalla porosità di questi confini dell'umano, che si manifestano in una incredibile varietà di sfere di coscienza. In altre parole, come aveva intuito Sartre, gli esseri umani, inclusi i cacciatori della Papuasia, sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza.
Ogni persona ha il diritto di scegliere per la sua coscienza dei confini determinati. Questo diritto è irrevocabile e va rispettato fino a quando non comporta la negligenza dei suoi doveri nei confronti del prossimo. Ma nessuno, in nessuna circostanza, può decidere che così debba essere per l’intera specie.
Anche se qualcuno volesse confinare la nostra coscienza, per esempio tramite la somministrazione coatta di psicofarmaci, ad esempio – come nel film “Equilibrium” –, la natura, alla lunga, vi si opporrebbe. Infatti la coscienza prosegue il suo cammino evolutivo, sia filogeneticamente, sia ontologicamente e quella umana evolve molto più rapidamente delle altre (Tattersall, 1998; Keenan, 2003). Animali diversi hanno tipi di coscienza diversa, ma animali dello stesso tipo hanno lo stesso tipo di coscienza. Alcuni animali dello stesso tipo hanno diversi livelli di coscienza. Il che spiega come mai molti cani e gatti si dimostrino più simili all’uomo degli scimpanzé non in cattività, che pure sono biologicamente molto più simili a noi.
È presumibile che, raggiunto un certo livello di coscienza, sia difficile regredire in modo permanente (salvo catastrofi planetarie). È certo che nessun essere umano ha raggiunto la massima estensione di coscienza possibile per la nostra specie, anche se è possibile che alcuni abbiano raggiunto il loro massimo personale, se acconsentono che la loro mente si chiuda irrimediabilmente.
Abbiamo detto che tutti gli esseri umani sono uguali (i processi neurali sono in potenza i medesimi), ma non lo sono per livello o sfera di coscienza. Un bambino ed un anziano parlano la stessa lingua ma i vocaboli sono diversi e la coscienza è diversa. Così in certe lingue mancano delle parole per indicare certi stati d’animo relativi ad una certa sfera di coscienza. Dei bimbi italiani e yanomami non avranno probabilmente livelli di coscienza sensibilmente diversi ma, crescendo, si differenzieranno progressivamente. I ragazzini yanomami, nel lungo periodo, sarebbero perfettamente in grado di incorporare Salgari, Topolino, Gardaland e la playstation nella loro mente e nel loro modello di comprensione dell’universo e della vita, perché il loro cervello ha lo stesso potenziale dei ragazzini italiani. Allo stesso modo i ragazzini italiani potrebbero adattarsi alla realtà amazzonica, se fossero costretti a farlo ed assistiti nel farlo. La differenza è che tanti ragazzini italiani sanno qualcosa dell’Amazzonia e potrebbero forse arrivarci anche da soli. È invece difficile immaginare che un ragazzino yanomami sarebbe capace di fare il suo ingresso a Gardaland: non sarebbe neppure al corrente della sua esistenza, non avrebbe familiarità con il viaggio aereo e in treno e con l’incontro di sconosciuti, non potrebbero pagare. Non avrebbe neppure la curiosità di esplorare il resto del mondo, se non vi ci s’imbattesse accidentalmente. Questo dipende dal suo livello di coscienza (e di conoscenza: i due livelli sono concomitanti ma non direttamente equivalenti). Ma se avesse la possibilità di fare questo viaggio tornerebbe con un livello di coscienza forse persino superiore a quello dei suoi genitori. Lo stesso vale per i ragazzini italiani.
Charles Darwin ci offre un esempio molto interessante di questo tipo di fenomeno. Durante il viaggio del Beagle educò un certo un numero di nativi della Terra del Fuoco a comportarsi come gentiluomini britannici. Quando tornò li ritrovò che vivevano come prima del loro incontro e della loro “istruzione” ma, una volta saliti a bordo, erano ancora capaci di rientrare nella sfera di coscienza degli ospiti.
Livelli diversi di coscienza non comportano livelli differenti di umanità. Più cultura e più conoscenza significano più coscienza ed intelligenza ma non significano maggiore umanità. Per la stessa logica, il fatto che stiamo consumando le risorse naturali pregiudicandone la disponibilità per le generazioni future non implica una nostra involuzione biologica, di specie: l’egoismo è il prodotto di una sfera di coscienza ristretta (non esiste realmente una falsa coscienza, ma solo false nozioni), resa possibile da un certo genere di propaganda consumistica ed edonistica strumentale al successo del modello economico capitalista, dunque provvisoria. Il modello capitalista è, a sua volta, la radicalizzazione della capacità umana di adattare l’ambiente alle sue esigenze e non vice versa, com’è il caso degli altri animali. Si è passati dall’evoluzione biologica all’evoluzione culturale (manifestazione dell’evoluzione della coscienza umana) ma l’educazione (l’immagazzinamento di informazioni), di per sé, non basta a promuovere espansioni di coscienza. Solo l’autentica conoscenza li consente. Per questo possono esistere scienziati colmi di pregiudizi, medici disposti a partecipare a sperimentazioni criminose o sedute di tortura e teorie filosofiche completamente distaccate dalla realtà quotidiana.
La ragione di ciò va ricercata nella tendenza, comune a tutti gli esseri umani, sebbene con diversi gradi di severità, ad operare meccanicamente, spesso reagendo a situazioni nuove in modo ben poco creativo, quasi fossimo prigionieri di schemi consuetudinari fatti di valori, credenze e scopi ormai così rigidi da impedire al cervello di sviluppare tutto il suo potenziale (Peat, 1987). Ancora una volta, vorrei suggerire che questo sia un evento più comune in società dove le identificazioni collettive sono più salde e soffocanti, come l’Alto Adige, appunto o, in misura enormemente più drammatica, nella Germania della transizione verso il nazismo. “Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo” (Allen, 1994, p. 279). Vi è un ammonimento di Luciano Gallino nell’introduzione all’edizione italiana che deve valere per tutti noi: “non esiste nulla capace di vietare che ciò che è accaduto a Thalburg […] possa prima o poi accadere di nuovo” (ibidem, p. VIII).
Si può insomma vivere nella contemporaneità senza possedere una coscienza “moderna”. Le persone coinvolte nella perpetrazione di genocidi, pulizie etniche, terrorismo, terrore di stato, torture, ecc., non possiedono una coscienza moderna. Un tempo tutte queste pratiche erano considerate naturali,  spiacevoli ma necessarie ed inevitabili. Oggi, invece, suscitano orrore e riprovazione nell’opinione pubblica: la ragione di ciò risiede nell’emergere di una coscienza moderna. Dunque nella Germania nazista c’erano vaste bolle di anti-modernità, a livello di maturità delle coscienze. Lo sviluppo tecnologico o la passione per l'arte non indicano di per sè una qualche sensibilità moderna. E, di contro, non era forse moderna la pulizia etnica romana ai danni dei Cartaginesi o la democrazia imperialista di Pericle?
La tecnologia è espressione della coscienza, ma non coincide con essa. Il secolo scorso è stato segnato dalla crescita rigogliosa del pacifismo, della nonviolenza, dell’ecologismo, della tutela dei diritti umani e dei diritti civili, della lotta per l’abolizione della pena di morte, della tortura, della sperimentazione sugli animali, ecc., ma è anche stato il secolo più orribile della storia umana, per quanto ne sappiamo.
Oggi credo che noi tutti concorderemmo sul fatto che l’Olocausto sarebbe inconcepibile in quasi tutto l’Occidente ed anche altrove. Ci saranno altri genocidi, ma ci risulta difficile credere che possa avvenire secondo quelle modalità, almeno in Europa. Se era già stato difficile tenerlo nascosto allora, ed era servita una guerra per perpetrarlo, figuriamoci adesso. Questa nostra fiducia – non è importante che sia ben riposta, è importante che esista e sia diffusa – è un’indicazione della prevalenza di una sensibilità moderna che deriva da una coscienza moderna. Ciò non significa che tra noi non esistano individui per cui un secondo Olocausto sarebbe concepibile e che sarebbero ben lieti di partecipare a pogrom contro gli Ebrei, i Rom o i musulmani. Per fortuna questa categoria di persone, gravemente ipodotata a livello di coscienza, rappresenta una minoranza. La Shoah è quell’esperienza catastrofica che ha almeno consentito di compiere un salto di qualità collettivo alla coscienza di intere popolazioni. Analogamente la guerra in Vietnam ha creato le premesse per le oceaniche marce pacifiste di quegli e dei nostri anni.
Dopo la guerra, le società dell’Europa occidentali sono diventate gradualmente meno violente ed oggi godono di un livello di aggressività interpersonale relativamente basso. Perché? Perché il livello di coscienza dell’opinione pubblica si è accresciuto fino al punto in cui una maggioranza di persone ha capito che aggressività e violenza sono controproducenti e servono solo ad esacerbare la situazione. Esiste anche un diffuso sospetto nei confronti di chi abusa del proprio potere. Questo rimane vero anche se ci sono poco dubbi sul fatto che, come ogni altro predatore, possediamo un istinto omicida. Tuttavia, a differenza degli altri animali, molti di noi sono perfettamente in grado di controllarlo, come di controllare, più meno efficacemente, tanti altri istinti (sadismo, lussuria, ingordigia, pigrizia, egoismo, ecc.). Per gli altri animali ciò non è possibile. Anche molti umani non sono ancora capaci di farlo e molti non arriveranno a farlo nel tempo loro destinato. Ma ciò è dovuto precisamente alla disparità di livelli di coscienza, non ad una comune natura belluina precariamente contenuta da fragili laccioli socio-culturali.
Ciò che è affascinante è che la specie umana è una specie indefinita in una misura qualitativamente differente rispetto alle altre specie. Ciascun individuo è indefinito, possiede “infinitezza”, per dirla con Emerson. Nessuno può essere definito e delimitato conclusivamente. In questo scarto rispetto agli altri ominidi, come ad esempio i Neanderthal, che rimasero presumibilmente identici a se stessi per tutta la loro storia, risiede la nostra dignità. Siamo dunque giunti a concludere che la dignità umana, che è il fondamento dei diritti umani e quindi della democrazia, ossia tutto ciò che Adolf Hitler odiava visceralmente, è strettamente interconnessa alla nostra coscienza. Più elevata sarà la sfera di coscienza, minore sarà il nostro egoismo e maggiore sarà l’attenzione ed il rispetto tributato alla dignità degli altri. Più lontano sarà il giorno dell’avvento di un nuovo Hitler, sotto mentite spoglie.
In una prospettiva in cui l’antropologo cede il passo al filosofo esistenzialista, bisognerebbe concludere che la condizione (livello, sfera) di consapevolezza è l’elemento chiave dell’esistenza in questo nostro universo. Bisognerebbe altresì concludere che il senso della vita pare essere quello di un’educazione permanente, come se il mondo fosse una grande scuola. Lo pensava anche il grande regista russo Andrei Tarkovsky: “Siamo così pochi. Qualche miliardo in tutto. Una manciata! Forse siamo qui per fare esperienza delle persone come una ragione per amare”.
Bisognerebbe, infine, io credo, concludere che lo strumento principe della nostra maturazione è la relazione: “in principio è la relazione”, dice Martin Buber, la relazione interpersonale è il fondamento della responsabilità e della giustizia, chiosa Lévinas. O, più precisamente, il dialogo socratico, che ci aiuta a diventare meno soggettivi, meno prigionieri dei nostri pregiudizi e preconcetti e meno ingiusti nei confronti del prossimo. Purtroppo il riduzionismo metodologico di tanta parte della scienza più recente nega l’esistenza della coscienza e considera la mente come una mera funzione di processi chimici ed impulsi elettrici che hanno luogo nel vuoto, piuttosto che come l’interfaccia con il resto dell’esistente, com’è invece probabilmente il caso. Fortunatamente il dibattito vede ancora una forte contrapposizione tra riduzionisti (internalisti: la mente emerge dall’interno, dalle attività neuronali) ed esternalisti, ossia coloro i quali contestano l’idea che la coscienza ed il cervello siano la stessa cosa, essendo più propensi a ritenere che il cervello sia solo il mezzo che rende possibile l’espressione della coscienza nella condizione fisica umana (e non solo umana), un canale di trasmissione e ricezione.
È comunque un fatto assodato che la mente umana non è un computer e lo stesso funzionamento di ogni cervello (l’estensione e complessità delle connessioni sinaptiche) dipende dalla sua storia biologica e dalle esperienze della persona che ne fa uso. Questo perché, a differenza di quello degli altri animali, il cervello umano rimane estremamente plastico e continua a crescere ed organizzarsi per un lungo periodo di tempo dopo la nascita. Questo aspetto dello sviluppo umano fa sì che ogni persona abbia modo di differenziarsi dalle altre ed eserciti su ogni società un’influenza che si articola nel senso di una crescente flessibilità e sofisticatezza per poter accogliere la variabilità umana senza soffocarla. Una società chiusa o comunque una società che coltiva le separazioni, le distinzioni, gli incasellamenti  è, per così dire, “innaturale”, perché si pone come ostacolo a quei processi spontanei che meglio ci caratterizzano, quelli cioè che portano all’emersione del sé, alla consapevolezza di essere agenti in un contesto naturale e sociale/simbolico, alla nostra autonoma ri-programmazione. Come chiarisce il celebre paleoantropologo Ian Tattersall, “mentre ogni altro organismo di cui siamo a conoscenza vive in un mondo che gli è stato offerto dalla Natura, gli esseri umani vivono in un mondo che loro stessi trasformano in simboli e ricreano nelle loro menti. È questo che ci rende delle creature affascinanti - e pericolose” (2002, p. 78).
Il livello di coscienza raggiunto dall’essere umano lo rende libero di coltivare la sua incompletezza, l’indeterminatezza (neotenia) necessaria all’apprendimento permanente, di percorrere vie alternative in una società ed in un ambiente aperti, di riprogrammarsi, sperimentando con e su se stesso. Un vantaggio aggiuntivo è che a maggiore eterogeneità e flessibilità corrispondono minori tassi di autoritarismo e di violenza/aggressività (Haslam/Reicher 2007; 2008).
Una ragione in più per mettersi alle spalle ogni genere di segmentazione e concezione gerarchica ed esclusiva della società umana.

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L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene