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mercoledì 28 dicembre 2011

Hofer contro Napoleone




Per Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, “l’idealismo di Andreas Hofer è un esempio sublime che ha segnato la storia della nostra terra”. Quello di Hofer è un esempio “anche per le future generazioni che non debbono mai scordare né l’ottimismo nell’impegno quotidiano a difesa degli ideali e dell’Heimat, né il coraggio della fede che deve restare un riferimento chiaro e incancellabile della cultura cristiana di questa nostra terra” (“Schützen e Svp più vicini: è il «miracolo» della Heimat”, Alto Adige, 20 febbraio 2006). Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, ha dichiarato che: “Andreas Hofer è un mio eroe fin da quando ero bambino” (“Anche il sindaco di Bolzano commemora Hofer”, Alto Adige, 20 febbraio 2011).
La beatificazione laica della quale è stato oggetto Andreas Hofer, “Eroe della Fede” e Guglielmo Tell-Braveheart tirolese, nel corso delle celebrazioni per il bicentenario dell’insurrezione da lui guidata, ha sollevato delle perplessità. Stiamo infatti parlando di un capopopolo con il vizio del bere che si oppose valorosamente all’imperialismo napoleonico, pur sapendo che Vienna l’aveva ormai abbandonato al suo destino. La sua rivolta di popolo – al grido di Dio, Patria e Famiglia – doveva però fungere da baluardo contro l’avanzare dell’idea di diritti civili, per gli individui, per le donne, per i bambini e per le minoranze religiose ed etniche (Ebrei, Protestanti, Karrner, Rom e Sinti, ecc.), e poi del diritto internazionale, della separazione tra Stato e Chiesa, dello smantellamento del monopolio delle corporazioni, dell’obbligatorietà delle vaccinazioni antivaiolose, ecc. Gli obiettivi dei patrioti tirolesi erano tanto angusti quanto le valli dalle quali provenivano, ma gli obiettivi dell’imperialismo umanitario e civilizzatore franco-bavarese non erano meno rovinosi. È qui che vanno trovate le radici dell’attuale impasse.
A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.
Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù ad intercedere tra il credere e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch”
La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu anche un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare come un burattino quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Cole, 2000).

Fin dalle prime battute le manifestazioni sono organizzate secondo i canoni dei processi di nazionalizzazione delle masse. Nel nostro caso si tratta della nazione tirolese, della sua unità, che viene ricercata nell’identità culturale. Siamo in linea con l’idea völkish: si afferma cioè l’unità di un Volk non solo nella sua lingua, ma anche nella sua visione del mondo. Si è tirolesi perché si è religiosi, perché non si concepisce una comunità che non sia permeata di religiosità; si è tirolesi perché si mantengono i legami con la civiltà preindustriale, con il mondo contadino, con le corporazioni artigiane. In questo quadro assume forza e carattere il concetto di autonomia del Tirolo e si definisce il profilo della “libertà” tirolese che non va confuso con quello cosmopolita della migliore tradizione borghese e liberale. La figura di Andreas Hofer diventa il veicolo di questa Weltanschauung… 
(Claudio Nolet, cf. Faustini, 1985, pp. 6-7).

Un metodo che funziona ancora oggi. Questo perché gli esseri umani sono animali simbolici; non viviamo in una nicchia ecologica, viviamo in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Perciò chi controlla i simboli controlla gli esseri umani. 
Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina, al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della sua mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e non-cattolici, la sua scarsa mobilità sociale e la soppressione del criterio meritocratico (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era pre-industriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, immediatamente catalogato come anti-sistemico, anti-edenico (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003).

In questa insurrezione hoferiana v’è un aspetto che merita di essere rilevato: manca, pressoché del tutto, la componente socioeconomica della lotta di classe…Anche il popolo minuto del Trentino che si batteva per la conservazione di un ordine sociale nel quale si trovava pesantemente penalizzato rispetto ai ceti privilegiati per poteri e per ricchezza...rare le manifestazioni di aspirazioni ugualitarie sul piano politico-giuridico e rare anche quelle sul piano economico per una redistribuzione della ricchezza da ottenersi con provvedimenti normativi o con la violenza di moti di piazza (Corsini, 1991, p. 221).

Andreas Hofer è, ieri come oggi, suo malgrado, il simbolo della polarità dell’integralismo intollerante, di una fede arrabbiata che non ammette repliche, antitetica alla laicità democratica, che tutela i credenti dai noncredenti e vice versa. Il simbolo di chi confonde potere e virtù, di chi crede di essere dalla parte di Dio e che la sua missione consiste nel realizzare una Società Cristiana in terra, di chi crede che il fuoco si combatta col fuoco, che per difendere i propri valori si possano compiere azioni che li tradiscono, che è giusto costringere gli altri a credere nelle stesse cose, negli stessi principi, nella stessa missione, per il loro bene. Il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini, 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer ma, a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse.
Ho scritto, “suo malgrado”, perché “Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia” (Oberhofer, 2010), uno studio sapiente e circostanziato degli scritti del patriota tirolese (680 documenti tra lettere, appunti ed atti), ad opera di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, tratteggia la figura di un uomo semplice, di buon cuore, retto e sincero, modesto e di grande abnegazione, di discreta cultura (parlava trentino, veneziano, tirolese e tedesco, sapeva leggere e se la cavava con la scrittura), generalmente sollecito nei confronti degli altri, anche dei nemici, certamente non una testa calda e con un temperamento tutt’altro che brutale. Un uomo che, in altre circostanze, avrebbe optato, mitemente, per il motto “vivi e lascia vivere” e gioito di ciò che la vita gli avrebbe riservato, apprezzando il buon cibo, il buon bere e la buona compagnia. Era però anche un uomo ingenuo, vulnerabile, superstizioso, estremamente insicuro, impulsivo, tormentato dall’insicurezza economica, non particolarmente coraggioso (almeno fino al momento dell’esecuzione, dove invece tirò fuori l’eroe che c’era in lui). Era una personalità facilmente manipolabile che “non aveva il minimo orgoglio e lasciava che gli altri gli dessero consigli e istruzioni”, che “deve sempre porsi dalla parte di chi, del suo entourage, lo mette in buona luce”, cosicché  “chi sapeva colpire il suo cuore aveva gioco facile”. Questa, a grandi linee, era anche l’opinione che si era fatta di lui lo storico trentino Umberto Corsini. Il 2 novembre 1809, quando le cose volgevano decisamente al peggio, Hofer inviò due delegati per trattare la resa e chiedere perdono, ma pochi giorni dopo si contraddisse, lanciando un appello che incitava la popolazione ad una rivolta permanente e suicida. A chi lo interrogava, l’oste rispondeva: “Sono sopraggiunti dei mascalzoni da Bressanone che mi hanno obbligato a lanciare un nuovo appello al popolo. A lungo ho opposto resistenza, ma dovevo farlo altrimenti mi avrebbero ucciso”. Lo storico austriaco osserva che le sue missive diventano progressivamente confuse e contorte e che è lecito supporre che alcune lettere ed atti gli siano stati estorti ed altri falsificati.
Così c’è un Hofer che predica la clemenza e la compassione verso i prigionieri, da trattare “secondo il diritto delle genti”, ed un Hofer che esorta al linciaggio di chi, tra gli stessi Tirolesi, “non si adopera per la nostra giusta causa” e perciò “non va risparmiato, giacché il nostro agire è cristiano”. C’è un Hofer che invoca la giustizia sociale e l’uguaglianza, ma poi scrive: “combattiamo solo per Dio e per la fede, non per il paese e la gente”. C’è un Hofer che raccomanda di rispettare gli Ebrei ed un Hofer che li discrimina. A questo proposito, Oberhofer suggerisce che questi proclami vessatori “possono essere stati prodotti del tutto liberamente dai consiglieri”. E dunque? Abbiamo forse celebrato il bicentenario di un incolpevole burattino, vittima della più bieca Realpolitik?

domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

domenica 23 ottobre 2011

Tappeiner, Canestrini e i Popoli Naturali (antropologia razzista in Trentino Alto Adige)



Più di ogni altra scienza, l'antropologia si è battuta nel corso del Novecento per l'affermazione dell'idea di culture compatte, autonome e distintive, di pari dignità e tendenzialmente incommensurabili, come patrimonio dei diversi popoli. Impegno volto al riconoscimento della dignità delle culture cosiddette "primitive", nonché alla valorizzazione e salvaguardia della diversità culturale a fronte dell’omologazione prodotta dall’imperialismo e dalla occidentalizzazione. Il discorso sulle culture e sulle identità, plasmato all'interno dello specialismo disciplinare, ha incontrato resistenze ma è lentamente entrato a far parte del linguaggio comune. In questo passaggio i concetti si sono no però fortemente reificati: culture e identità sono state intese come essenze più o meno immutabili, quasi-naturali, non costruite nella storia e nei rapporti politici ma date prima e indipendentemente dalla politica e dagli eventi storici. Inoltre il loro segno è progressivamente cambiato: se ne sono appropriati ideologie xenofobe e fondamentaliste, aggressivi nazionalismi e regionalismi, movimenti volti più al mantenimento del privilegio che al riconoscimento delle differenze. Una volta naturalizzati, tali concetti sono stati posti a fondamento di politiche di pregiudizio e intolleranza, in una parola, di un atteggiamento neorazzista, in un'epoca in cui il razzismo classico d'impronta biologica, screditato dall'uso fattone dal nazismo, non sembrava più sostenibile.
Fabio Dei

Onde illustrare più concretamente le implicazioni politiche di certi studi antropologici e medici, prendiamo in esame una serie di ricerche antropologiche sull’origine razziale delle popolazioni trentino-tirolesi al tempo in cui queste facevano parte dell’impero asburgico. In un clima politico arroventato da dispute territoriali tra Austria ed Italia, il medico ed antropologo meranese Franz Tappeiner (1816-1902) ed i suoi collaboratori dichiararono che i dati in loro possesso comprovavano che una maggioranza di Trentini poteva essere classificata come “tipo germanico”. La supposta dolicocefalicità dei Trentini, che li assimilava alla “razza ariana”, era molto conveniente ai fini della salvaguardia dei confini austriaci e si inserisce mirabilmente in un’elaborazione teorica strettamente connessa al dibattito antropologico tedesco che avrebbe trovato la sua sintesi locale proprio in un altro saggio del Tappeiner, intitolato “Der europäische Mensch und die Tiroler” (Tappeiner, 1896). In esso lo studioso, al quale è stato intitolato l’ospedale di Merano, sosteneva che, essendo ormai chiaro come non fosse possibile inferire dalle sole dimensioni del cranio l’intelligenza di una razza, l’unico criterio praticabile diventava il confronto tra le misurazioni craniometriche e le espressioni visibili dell’intelletto, cioè i manufatti, la cultura materiale. Seguendo questo accorgimento, assicurava Tappeiner, si era giunti ad un vasto consenso attorno alla tesi che l’Ariano, “l’Uomo Bianco”, era naturalmente predestinato a prevalere nel Kampf ums Dasein, la lotta per la sopravvivenza, e a dominare il mondo, mentre le altre razze si sarebbero avviate all’estinzione, a meno che non avessero optato per una vantaggiosa commistione con la razza ariana, che le avrebbe rigenerate. Ciò sarebbe avvenuto grazie alle superiori virtù intellettuali e spirituali del cervello e della fibra degli Ariani che avrebbero garantito alle razze inferiori quel salto evolutivo da loro tanto anelato. Indicava gli Ebrei come esempio di un popolo inferiore che si era salvato dalla scomparsa proprio grazie all’incrocio genetico. Infatti, il suo arianismo era ben diverso da quello dei colleghi di oltralpe. Era a favore degli incroci, anche con nativi americani e africani, ed invitava i suoi lettori a tenere a mente il caso di quel mulatto francese, dal corpo di negro e dal cervello di un ariano, che era riuscito a farsi accettare all’Accademia di Parigi.
A cavallo del secolo, gli antropologi tedeschi Ludwig Woltmann e Otto Ammon espressero opinioni analoghe (ma molto meno tolleranti riguardo alle commistioni): la razza ariana, o germanica, rappresentava il picco dell’evoluzione umana ed era stata selezionata per dominare il pianeta (Mosse, 1980). La controversia sulla superiorità di questa o quella razza era dunque in pieno svolgimento, in quegli anni (Padovan, 2003). Naturalmente questo tipo di retorica imperialista non poteva non suonare allarmante alle orecchie dei loro colleghi italiani, tutt’altro che scevri da considerazioni razziali, e trentini, che in generale avevano scelto più o meno dichiaratamente la via dell’irredentismo. Due di loro, Giovanni Canestrini (1835-1900), il “mastino italiano di Darwin”, e Lamberto Moschen (1853-1932) ribatterono che, stando all’evidenza scientifica da loro raccolta, i Trentini non potevano che essere classificati assieme ai loro vicini italiani. Entrambe le fazioni si rifiutarono di ammettere l’esistenza di evidenti somiglianze tra sud-tirolesi e trentini. Questo confronto tra “narrazioni” scientifiche contrastanti finalizzate all’appropriazione di un territorio è interessante perché entrambe le parti supportavano le loro tesi facendo ricorso a tassonomie locali reificate grazie ad una patina di scientificità e ad una rilettura in chiave deterministica della natura umana, e dichiarando che le indagini scientifiche hanno per oggetto la ricerca della verità e non possono trasformarsi in ancelle della politica (Mazzolini, 2001). Noi oggi sappiamo che queste affermazioni così categoriche mal si conciliano con la realtà dei fatti e ci sembra più che evidente che i summenzionati scienziati erano vittime delle loro personalissime verità. Ma non bisogna dimenticare che a quel tempo era ancora invalsa la convinzione che la scienza fosse posta a di là del Bene e del Male, e che quindi gli scienziati, compartecipi di questa neutralità quasi ultraterrena, erano nella posizione di dirimere con cognizione di causa questioni eminentemente politiche e sociali. Di qui l’intensità di quell’atteggiamento autoritario tipico di chi voleva strappare alle persone comuni il diritto di decidere della propria sorte e della propria identità che, invece, a sentire gli esperti, era un dato naturale, immutabile e non suscettibile di essere scelto o scartato. Tra la culla e la tomba, l’essere umano non subiva cambiamenti rimarchevoli. Lo stesso succedeva ai popoli. Gli antropologi di quell’epoca, specialmente quelli austriaci (Fuchs, 2003), adottarono una percezione statica dei Naturvölker, popoli “altri”, esclusi dai processi storici, i cui progressi tecnici e socio-culturali potevano solo avvenire per contatto e diffusione a partire dai Kulturkreise, circoli o sfere culturali coinvolte nei grandi processi storico-evolutivi. Alcuni di questi “fossili viventi”, rappresentanti di una natura umana preservatasi pura nel corso dei millenni, venivano esibiti nelle città tedesche tramite i Völkerschauen, esibizioni di umani esotici nel loro “habitat”, spesso ricostruito in modo tale da venire incontro alle aspettative di autenticità degli spettatori (Zimmerman, 2001). Per forza di cose, trattandosi di esseri umani con esigenze, desideri e finalità specifiche, gli “esemplari umani allo stato naturale” talvolta si rifiutavano di recitare la parte loro assegnata dalle società antropologiche che organizzavano gli spettacoli pubblici. Tantomeno erano disposti a lasciare che i loro crani e tratti anatomici fossero misurati dagli antropologi. I margini di negoziazione erano però ridotti, dato che l’obiettivo principale dei ricercatori era quello di raccogliere informazioni sulle tipologie umane primitive al fine di meglio comprendere gli stadi evolutivi della civiltà occidentale, ossia dei Kulturvölker, non certo quello di contrastare la brutalità dell’imperialismo europeo.
Diversi antropologi di lingua tedesca (ma anche negli Stati Uniti) rifiutavano l’evoluzionismo darwiniano nella misura in cui certe sue interpretazioni (Affenlehre) tendevano a rendere opaca la distinzione tra tutti gli esseri umani e i primati, invece di ridurre quella che separava questi ultimi dai “primitivi” naturalizzati e dagli individui deformi e devianti. Proprio per questo motivo, persino professionisti di chiara fama e fede liberale o socialista potevano finire per promuovere una visione della variabilità umana fin troppo strettamente imparentata con l’ideologia della “supremazia bianca” dell’America segregazionista, della Germania nazista, dell’Apartheid sudafricano, ma anche dell’Australia e, successivamente, come vedremo, dell’impero fascista. Poiché non esistono le razze e il panorama medico-antropologico tedesco non era “naturalmente” destinato a difendere tesi razziste, c’erano numerose eccezioni, anche molto prestigiose ed influenti, come Adolf Bastian (1826-1905), Rudolph Virchow (1821-1902) e Felix von Luschan (1854-1924), che si batterono con la veemenza propria di chi è consapevole delle ramificazioni di certe tendenze epocali. Virchow era l’esperto di riferimento per Tappeiner ed è quindi possibile che i suoi toni più morbidi siano il risultato della sua lettura delle opere del grande medico pomerano.
Due antropologi austriaci, Moritz Holl ed Emil Zuckerkandl, sulla scia di alcune indagini preliminari del Tappeiner, effettuarono delle misurazioni antropometriche nell’Austria occidentale, compreso il Tirolo, scoprendo che non esisteva alcun ceppo razziale omogeneo e che molti Austriaci che si consideravano puri ariani avevano tratti slavi meridionali (Fuchs, 2003). Già nel 1881 Tappeiner aveva concluso che i Tirolesi non appartenevano alla tipologia germanica; la loro brachicefalia li classificava in una diversa categoria, “celto-reto-romanica”, forse retaggio di una razza europea originaria. Sennonché altri suoi colleghi erano più propensi a credere che la loro origine fosse asiatica e non autoctona, contrapponendo il carattere che presumevano “asiatico” dei celti francesi ed italiani, a quello, distintamente più nobile, delle stirpi ariano-germaniche.
Un articolo pubblicato recentemente sullo European Journal of Human Genetics (Thomas et al. 2008), che ha visto la collaborazione dell’istituto di genetica dell’Eurac, ha posto la definitiva pietra tombale sulle più ardite interpretazioni dei dati genetici – quali la possibilità che i Ladini siano i diretti discendenti di una popolazione mediorientale rimasta sostanzialmente isolata nel corso dei secoli – stabilendo che: (a) la diversità delle popolazioni ladine è molto probabilmente la conseguenza dell’isolamento geografico, che tende ad accentuare certe caratteristiche (es. nanismo e gigantismo insulare), non di una distinzione originaria rispetto alle popolazioni limitrofe; (b) le popolazioni ladine sono considerevolmente diversificate al loro interno e ciò sembra dimostrare che gli ostacoli morfologici siano risultati maggiormente determinanti rispetto all’identità culturale e linguistica; (c) non esistono tratti genetici distintivi tali da far supporre che si sia mai verificato un reinsediamento di popoli provenienti dal Medio Oriente. Ogni tratto trova corrispondenza nel resto d’Europa e se qualche affinità con popolazioni mediorientali esiste, questa è da ascrivere a mutazioni parallele, cioè verificatesi indipendentemente l’una dall’altra. Le popolazioni alpine non sono dunque dei “fossili viventi” e le migrazioni degli agricoltori neolitici hanno riguardato l’intera Europa. Le popolazioni geneticamente più affini ai Ladini, che rimangono geneticamente tutt’altro che omogenei al loro interno, scongiurando qualunque riemersione di miti razziali, sono i Sudtirolesi, cioè i loro vicini alpini (Stenico / Nigro / Barbujani, 1998) Il che vanifica anche ogni tentativo di ancorare le autonomie ad un qualche sostrato biologico. Se queste presunte specificità esistono, esse sono diffuse in tutto l’arco alpino e prescindono dalle tradizioni culturali e linguistiche locali che, al limite, hanno semplicemente rallentato gli effetti degli influssi esterni, ormai peraltro estremamente robusti.
In circostanze di coesistenza pacifica ed armoniosa, cercare di individuare degli attributi unici e diffusi all’interno di una popolazione non è necessariamente un problema, ma altrove questa rappresentazione di un’alterità antropologica costruita ad uso e consumo di un pubblico in cerca di emozioni ed esotismi si è già intrecciata con interessi specifici volti ad un impiego politico di questa supposta diversità genetica.