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mercoledì 18 gennaio 2012

Anton Costas avverte che il fascismo è dietro l'angolo





Scrive Anton Costas (Università di Barcellona), uno dei maggiori economisti spagnoli, in un approfondimento apparso su El Pais dell’8 febbraio:

“Mi ero proposto di iniziare l'anno cercando disperatamente buone notizie con le quali alimentare una certa speranza di miglioramento, non perché sperassi che il 2012 fosse un anno pieno di cose buone - il mio ottimismo non arriva a questo -, ma perché, siano quali siano le circostanze, l'animo ottimista lo dobbiamo mettere noi.
Però tutto mi diventa più difficile, l'ambiente di inizio anno è deprimente. Non solo perché lo sono le circostanze, ma specialmente perché i governi, invece di comportarsi come medici che cercano di recuperare i ritmi vitali di un'economia malata, si comportano come fossero becchini.
Perché è questo quello che stanno facendo, infognando l'economia nella depressione. L'economia europea si trova di nuovo in fase di stagnazione. Dopo essere uscita dalla recessione del 2009, torna a cadere in una nuova recessione che ha un'alta probabilità di convertirsi in una lunga e pericolosa depressione. Se così fosse, le conseguenze oltrepassarebbero le frontiere dell'economia per incidere sulla stabilità sociale e politica.
Consentitemi di chiarire. L'economia capitalista è maniaco-depressiva. Ha delle tappe di euforia, seguite da altre di recessione. Gli economisti parlano di tre tipi di recessione, i cui profili adottano la forma di tre lettere, la V, la W e la L.
La prima è la più comune. La sua dinamica è la seguente: in qualche momento, per ragioni diverse l'economia smette di crescere e crolla, tocca il fondo e successivamente rimonta fino a ritornare al punto di partenza. Normalmente dovrebbe durare tra due e sei trimestri.
È quello che avvenne nel 2009. A partire dall'esplosione della bolla del credito nell'autunno del 2008, l'economia occidentale cadde in picchiata, come conseguenza del crollo dei consumi e degli investimenti privati che sono il motore principale dell'economia di mercato. Dopo aver toccato il fondo, nel 2010 iniziò a recuperare grazie all’intervento massiccio e coordinato di tutte le banche centrali e dei governi del G-20 per evitare una depressione come quella degli anni trenta del XX secolo. Queste politiche fiscali e monetarie agirono come motori ausiliari del motore principale che era grippato.
Però è in questo momento che i nostri governanti, impauriti dalla fattura del combustibile di questi motori (per il deficit pubblico e l'aspettativa dell’inflazione), decisero di disattivarli alla fine del 2010, prima che il motore principale ritornasse a funzionare.
Come era facile pronosticare, l’economia frenò il suo recupero e tornò a cadere, entrando nella recessione a forma di W, nella quale ci troviamo adesso.
Perché hanno agito in questo modo? Si lasciarono trasportare dall’idea magica dell'austerità espansiva: l'austerità farebbe ritornare la fiducia degli investitori, farebbe scendere il tasso di interesse e stimolerebbe la crescita. Una fiaba con le fatine. Noi economisti sappiamo che l'austerità ha funzionato solo dove le economie si potevano svalutare e approfittare dell'aumento delle esportazioni per crescere. La svalutazione monetaria apre una finestra alla crescita. Fare parte dell’Euro implica che questa finestra non esista.
L'austerità può non funzionare anche con la svalutazione. Questo è l'insegnamento impartito dal primo ministro britannico, David Cameron. Quando salì al governo due anni fa, mise in opera un intenso taglio di spesa e dei salari. Parallelamente, approfittando del fatto che non fosse nell’Euro, la sterlina si svalutò. Con questa politica, che possiamo chiamare neomercantilista, sperava di sostituire la domanda interna con le esportazioni.
Ma non funzionò. L’economia britannica si incammina verso la recessione. Siccome l’austerità è diventata una politica generalizzata in tutta l’Unione Europea, non c'è a chi esportare. E tutti si vedono condannati alla recessione. La mia fiducia iniziale nell’esistenza dell’intelligenza nei governi mi fece pensare che avrebbero cambiato rotta.
È quello che fece Franklin D. Roosevelt correggendo il cosiddetto “Errore del 1937”, che consisteva proprio in questo, nel disattivare i motori ausiliari prima che il motore principale tornasse a funzionare.
Però adesso i governi dell’eurozona persistono con una testardaggine degna di cause migliori con l’austerità compulsiva.
Da un lato la cancelliera Angela Merkel ha imposto un nuovo patto che impedisce l'uso della politica fiscale. Da un altro, il regolamento della BCE le impedisce di agire come prestatore di ultima istanza dei governi, uno strumento di politica finanziaria essenziale in momenti come questo, mentre i governi dei paesi in difficoltà come la Spagna, sotto l'effetto di quella che potremmo chiamare la sindrome di Berlino, si dedicano con fervore quasi religioso nel coltivare la mistica del sacrificio sterile e dei tagli compulsivi.
Come se l'insegnamento dell'esperimento inglese non esistesse. Questo perseverare nell’errore rende più probabile che la recessione a forma di W nella quale ci troviamo adesso si trasformi in una recessione a forma di L, che significa una recessione prolungata.
Gli insegnamenti di ciò che accadde negli anni trenta del secolo scorso in Europa ci dicono che gli effetti di una recessione prolungata e della disoccupazione oltrepassano le frontiere dell’economia per incidere in forma violenta sulla coesione sociale e la stabilità della democrazia.
L’insicurezza e la paura del futuro portano la popolazione a preferire la sicurezza che fittiziamente offre il populismo.
Così arrivarono il fascismo e quello che venne dopo.
Osservando questo panorama, mi chiedo se ancora esista una traccia di vita intelligente nella politica europea. E non ne sono sicuro.
Però di una cosa sono convinto: o si apre rapidamente una finestra alla crescita nella zona Euro, o vedremo il collasso delle nostre economie con tutte le altre conseguenze.
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08.02.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LAPORTA

COMMENTO DEL LETTORE HAMELIN:
Sì, sono intelligenti, decisamente più dei somari che li votano...
O che li votavano (ormai in Italia e Grecia si è sorpassata questa inutile perdita di tempo)...
Le manovre recessive sono state fatte con un unico obbiettivo: Piegare le popolazioni ad accettare un sistema di governo oligarchico, autocostituito, autoreferenziale e tecnocrate = Dittatura Finanziaria Europea.
Loro hanno fatto passare ai più queste manovre come ancora di salvezza mentre anche la più capra delle capre in economia sa che queste mettono fine a qualsiasi paventata ripresa.
Il Dottore ha convinto e ha fatto credere al paziente che il suo leggero mal di testa è un cancro...
Il paziente tra le grida del suo immaginario dolore chiede al medico la morfina che egli sapiente gli fornisce prima a piccole dosi così il paziente contento di non sentire il suo dolore immaginario lo ringrazia fintanto che le dosi aumentano, la vista gli si offusca e gli occhi si chiudono per sempre...
In tutte queste pagliacciate e pantomime gli unici intelligenti sono loro che chiedono sacrifici senza farne...
Gli stupidi sono tutti gli altri ... quelli che a tempo debito verranno utilizzati come carne da cannone per combattere una guerra contro un nemico "terrorista" e lontano , fonte di tutti i loro mali...
Caro autore tu sottovaluti il fatto che l'intelligenza non è sempre usata per buoni scopi, anzi...se chiedessi allo storico scopriresti che le idee più brillanti e riuscite erano rivolte verso fini malvagi.
Una buona domanda invece sarebbe: Perché la gente si affida ai suoi aguzzini scambiandoli per il buon pastore?

venerdì 9 dicembre 2011

Il pacifismo filonazista di Jean Giono


Siamo i Visitors…veniamo in pace…sempre

Anna – “V”

La grande catastrofe collettiva è più un effetto che una causa. Non è il cielo che la invia, assolutamente. Sono gli uomini che vi si precipitano e la trattengono. È il prodotto, questa la morale della storia, del loro egoismo innato, della loro incapacità a uscire da se stessi, della riduzione della loro vita a dei bisogni elementari. Se non pensano che a salvare la loro vita, quella del clan familiare, sono marchiati da un segno fatale, non riusciranno a sfuggire. Se, al contrario, guardano al di là del loro orizzonte individuale…accumulano tutte le possibilità dalla loro parte
Benedetta Fanizza, “Jean Giono: la ricerca della felicità in Le Hussard sur le toit”, 2002.

Jean Giono (1895-1970) è l’autore del celebre “L’Ussaro sul Tetto” (1951) e de “L'uomo che piantava gli alberi” (1953). Fu anche un collaboratore di Vichy, ossia del Terzo Reich.
Quegli intellettuali e scrittori che collaborarono con il nazismo lo fecero adducendo motivazioni diverse, ma i meccanismi psicologici che li spinsero a farlo erano molto simili, così come la loro abilità nel rimuovere le conseguenze pratiche del loro comportamento. Nel caso di Jean Giono il pacifismo integrale, l’idealizzazione della vita rurale (“il ritorno alla terra”) e lo scetticismo verso il metodo democratico e la modernità in generale lo consegnarono anima e corpo al regime fantoccio di Vichy e al Terzo Reich. Veterano di Verdun, negli anni Trenta, durante l’estate, radunava un circolo di intellettuali pacifisti nel villaggio di Contadour, raccogliendo le loro riflessioni negli Ecrits pacifists. Nel 1939 fu arrestato per attività antimilitari ed antipatriottiche. Nel 1944 fu arrestato nuovamente, questa volta per collaborazionismo e forse per proteggerlo dalle possibili rappresaglie dei partigiani francesi. Durante la guerra aiutò degli Ebrei e dei comunisti, perché erano dei conoscenti, non perché simpatizzava per la causa di chi combatteva il nazismo. Nei suoi diari comunicava il suo disprezzo verso chi resisteva all’occupazione e la sua crudele indifferenza alla sorte degli Ebrei. Non criticò in una sola occasione i Tedeschi. In un intervista del 1941 definì Hitler un “poète en action’: “che cos’è Hitler se non un poeta in azione?”.
Elogiava costantemente i motivi ruralisti della propaganda di Vichy, che vedeva come un regime che poteva restituire i Francesi al legame con la terra, con le radici. Non condannò mai il trattamento riservato agli Ebrei dalle autorità di Vichy, che anticiparono persino i desideri degli occupanti nazisti, per poterli meglio compiacere, emanando leggi più severe di quelle in vigore in Germania
Quando, nel gennaio del 1944, un ex partecipante agli incontri di Contadour, Vladimir Rabinovitch, gli chiese di schierarsi a sostegno degli Ebrei, gli rispose – queste le sue parole trascritte nella pagina di diario del 2 gennaio, che: “non mi interessava nulla, che degli Ebrei me ne frega quanto delle mie prime mutande [‘je me fous des Juifs comme de ma première culotte’], che nel mondo ci sono cose più importanti da fare che preoccuparsi degli Ebrei. Che narcisismo! Per lui gli Ebrei sono l’unico argomento di discussione. Quanto a me, intendo occuparmi di ben altro”.
Giono aveva paura. Lo ammise lui stesso: “non sono proprio coraggioso”.
Traumatizzato dall’esperienza della Grande Guerra, era ossessionato dalla sua sopravvivenza fisica. Nel 1934 scriveva: “non posso dimenticare la guerra. Mi piacerebbe farlo, posso anche trascorrere due o tre notte senza pensarci e poi improvvisamente la rivedo, la risento, la rivivo. E questo mi spaventa. Durante la guerra ero spaventato, tremavo, me la facevo addosso…Preferisco pensare alla mia felicità. Non voglio sacrificarmi”. Questa sua ossessione eclissava la voce della sua coscienza. Scriveva: “vivono solamente quelli che non fanno la guerra, nessuna guerra” (‘Seuls vivent ceux qui ne font pas la guerre, aucune guerre’). Per questo si astraeva emotivamente da tutto ciò che lo circondava. Chiuse occhi, orecchi e bocca, mise a tacere la voce della coscienza, aspettando che passasse la buriana.
Per lui il pacifismo divenne sinonimo di non-resistenza al male. Approvava il non intervento nella guerra civile spagnola, che favorì il colpo di stato franchista contro un governo legittimamente eletto, lasciando impuniti fascisti e nazisti. Per Giono democrazia e dittatura pari sono. La sua opposizione al fascismo passava in secondo piano rispetto all’opposizione alla guerra. Un’opposizione peraltro debole, visto che non si astenne dal frequentare i circoli dei collaborazionisti più inveterati, dallo scrivere per quotidiani e pubblicazioni collaborazioniste, dal godere di buona stampa su quelle naziste e dall’incontrare le autorità occupanti nel maggio del 1944, quando era chiaro a tutti che avrebbero perso la guerra. Fu premiato con ripetuti inviti a Weimar per celebrare il Nuovo Ordine Europeo di Hitler. Nessuno lo costrinse a farlo, fu una sua libera scelta, una scelta di complicità mascherata.
In virtù del uso pacifismo integrale, Giono non riuscì mai a vedere la Resistenza che come una forma di guerra e tutte le guerre per lui erano sbagliate a prescindere. Meglio la Pax Nazista ad uno stato di conflittualità: “Per quel che mi riguarda, preferisco essere un Tedesco vivo piuttosto che un Francese morto”. Riuscì persino a rammaricarsi dello sbarco in Normandia degli Alleati, perché avrebbe riportato la guerra in Francia: “non faccio alcuna differenza tra Tedeschi ed Anglo-Americani, si assomigliano”.
Un gruppo di sicofanti lo spinse ad indossare i panni di saggio e profeta della sapienza bucolica ma, a dispetto del suo impegno pacifista, Giono approvava la prospettiva di una rivolta contadina, anche di indomita crudeltà, che spazzasse via la modernità urbana ed imponesse la sua idea di arcadia, internando i governanti di allora nei manicomi. L’ontologica purezza dell’ambiente rurale era da lui contrapposta alla congenita impurità di quello urbano. Negli anni Trenta avvertì i suoi corrispondenti ed interlocutori che si avvicinavano tempi terribili. Celebrò gli accordi di Monaco, che invece servirono unicamente ad eccitare la voracità di Hitler e del Terzo Reich. Non vide alcuna ragione per cui i Francesi avrebbero dovuto combattere per la libertà della Cecoslovacchia.
Per lui, nel 1939-1940, i governanti francesi erano tanto colpevoli quanto quello nazisti per la distruzione della guerra. Eppure, quando lo stato lo richiamò alle armi, nel settembre del 1939, dimenticò subito il suo volantinaggio antimilitarista dei giorni e mesi precedenti e si presentò al comando dell’esercito, dove gli assegnarono la mansione di segretario. I suoi amici pacifisti restarono senza parole.
Frequentò assiduamente diversi esponenti della Rivoluzione Nazionale (Vichy) e, nei primi giorni dell’Occupazione, si tinse i capelli di biondo e li fece tornare grigi solo in seguito alla Liberazione. Neppure i suoi famigliari credettero alla scusa del sole che gliene aveva schiarito delle ciocche, costringendolo ad uniformare il colore della chioma.

Bibliografia
Richard J. Golsan, French Writers and the Politics of Complicity: Crises of Democracy in the 1940s and 1990s, Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2006.
Richard J. Golsan, “Of Jean Giono and Collaboration: A Response to Meaghan Emery”, French Historical Studies, 33:4 (Fall 2010): 605-624.
Julian Jackson, “The Rural Fantasies of Jean Giono”, H-France Salon, vol. 2, issue 1, #2, 2010

lunedì 21 novembre 2011

Io e Jörg Haider




Nuove politiche per un nuovo mondo
Dominique Strauss-Kahn

Zu viel Fremdes tut niemandem gut
Heinz-Christian Strache

A fronte di un presente capitalistico che assolutizza in modo fortemente totalitario l’efficienza e il profitto, si diffonde la tentazione della riscoperta di identità che, avendo a che fare con interlocutori molto forti come la civiltà industriale, la città, la produzione, la tecnologia, l’elettronica, tenta di costruire un’armatura senza sbavature; vale a dire una autorappresentazione che dia un senso opposto a quello del presente, che protegga e che in un certo senso stabilisca dei confini. Non c’è dubbio che oggi sia venuta l’ora dei piccoli totalitarismi, dei totalitarismi fatti in casa, come alternativa a quelli grandi. Quindi il piccolo stato, il piccolo nazionalismo, la piccola lega. In realtà temo che il totalitarismo sia moderno, probabilmente lo sbocco più moderno.
Alexander Langer

Jörg Haider (incidente stradale) non diceva solo sciocchezze. Pim Fortuyn (omicidio politico) era tutt’altro che uno sprovveduto, né lo erano Giorgio Panto (incidente aereo) o Lech Kaczyński (incidente aereo). Le loro idee sopravvivono, perché sono idee forti e coerenti. 
Sono un antropologo, anarchico, cosmopolita, paladino dei diritti umani e civili, grande ammiratore dello spirito originario dei due esperimenti chiamati “America” ed “Israele” e del pensiero di Alexander Langer; ho sposato un’extracomunitaria. 
Tuttavia condivido un certo numero di posizioni etnopopuliste (völkisch) sull’immigrazione, sullo stato centralista, sulla lobby sionista a Washington, sull’americanizzazione del pianeta, sul fondamentalismo islamico, sull’autoritarismo di Bruxelles, sullo sperpero dei soldi raccolti con la tassazione, sulla generale mancanza di idee alternative in una certa parte della sinistra, sull’importanza del messaggio originale di Gesù Cristo per la civiltà europea, sul diritto che dovrebbe godere Eva Klotz di vilipendere la bandiera italiana, se così decide, ecc. Credo che tante altre persone che si considerano progressiste e liberali dovrebbero fare lo stesso, invece di nascondere la testa nella sabbia e far finta di niente.
Ma se mi trovo così in sintonia con così tanti temi tipicamente etnopopulistici, allora perché tutto ciò che scrivo serve a contrastare l’ascesa dell’etnopopulismo? Cosa mi distingue realmente dai suddetti imprenditori della paura e dell’odio? Sono vittima della retorica demonizzante dei mezzi di informazione? Sono incapace di liberarmi da un assillante pregiudizio di sinistra? Penso di sì, ma c’è dell’altro, qualcosa di più importante. Mi distinguono diverse cose. La mia lealtà al principio della dignità umana. La mia viscerale avversione all’autoritarismo – un autoritarismo che si fa sempre più subdolamente sentire in tutto il mondo, proclamandosi democratico. Il mio rifiuto dell’estenuante martirologia e vittimocrazia del “chi ha sofferto più di noi?” e del “non possiamo sbagliare, siamo la parte lesa”. Il mio cronico scetticismo nei confronti di ogni identità determinata negativamente, bisognosa di un nemico: “noi siamo quel che siamo perché non siamo come voi”. La mia stupita contemplazione del rapporto quasi maniacale con la zolla e con le voci ancestrali degli “eroici” antenati (Abstammung e Herkunft) al servizio dell’Heimat, che rende equivalenti le ingiunzioni: “fuori dal mio campo!”, “alla larga dal mio clan!” e “via dalla mia Heimat!”. Il mio disappunto nel vedere che lo spirito campanilistico spinge ognuno a cercare di difendere i propri interessi a breve termine, senza cercare alternative ad un sistema di artificiosa penuria di risorse, che arricchisce pochi e rovina molti, mettendoci gli uni (indigeni) contro gli altri (immigrati). Infine, credo di poter dire, una visione più sofisticata della realtà, non stravolta da patriottismi/nazionalismi, etnicismi, integralismi, ecc., ma guidata dalla semplice constatazione che, poiché la mappa non corrisponde mai al territorio, nessuna delle nostre rispettive mappe è quella definitiva, e dunque solo un confronto collaborativo ci può portare a destinazione.
Di conseguenza, ad esempio, mentre sono completamente d’accordo che non sia giusto costringere una popolazione a subire quella che è a tutti gli effetti un’improvvisa invasione di forestieri, per quanto sostanzialmente pacifica, a me preme soprattutto il principio che questi stranieri dovrebbero poter vivere nei “loro” paesi e – è questo “e” che turba gli etnopopulisti – dovrebbero poter continuare a venire nei “nostri” paesi per scelta, non per necessità, contribuendo a cambiare le “nostre” società (altro tasto dolente). Come loro, sono estremamente critico della globalizzazione guidata dal Grande Capitale, ma mi dissocio quando condannano la globalizzazione in quanto tale, come processo di spontanea riduzione delle distanze. Come loro, ritengo che il lobbismo israeliano a Washington sia nocivo, ma a differenza loro non credo esista una razza giudea, non credo che quei lobbisti siano persone di fede, non li considero diversi dai lobbisti italiani a Bruxelles o dai gruppi di pressione dei produttori d’armi a Tokyo, mi fanno ridere le teorie del complotto giudaico per la conquista del mondo. Temo inoltre che questi lobbismi siano la peggior calamità che abbia colpito gli Ebrei dai tempi del nazismo, a causa degli inevitabili effetti boomerang.
Come Eva Klotz, giudico che sia sbagliato impedire la libertà d’espressione con una legge a tutela di sentimenti patriottici, perché considero il patriottismo un disvalore, non un valore (cf. Fait/Fattor 2010). Diversamente da lei, non mi permetterei mai di farlo, perché so che ferirei la sensibilità di migliaia di persone e servirebbe solo a riscaldare gli animi, mentre c’è bisogno di dialogo e compromessi. Infine, mi sembra evidente che il cristianesimo abbia segnato in modo irreversibile la civiltà europea e non solo negativamente, come sostengono certi “laicisti”. Semplicemente, ritengo che il culto della forma (riti, miti ed oggettistica sacra) sia idolatria e che un credente dovrebbe concentrarsi sulla sostanza e sulla pratica. La cristianità etnopopulista è solo un principio identitario, è come un guscio vuoto.
Diversamente da loro, quando la Grecia erige un muro per bloccare l’immigrazione che passa dalla Turchia, la Spagna fa lo stesso sulla frontiera col Marocco, gli Stati Uniti su quella col Messico e Israele su quella con l’Egitto, io non esulto ma mi preoccupo, perché vedo che intorno a me crescono i muri invece che i ponti. Si erige una prigione dalla quale non potrei scappare se la situazione politica o climatica europea dovesse deteriorarsi; capisco che lo stesso discorso vale per quegli Israeliani e Statunitensi che amano la libertà e si sentono soffocare dalle più recenti “misure di sicurezza”.
Diversamente da loro, non credo all’utopia della Gemeinschaft-Arcadia, del patriottismo che non è nazionalismo, del separatismo nonviolento, dell’identitarismo tollerante e dell'etnopopulismo che non è né di sinistra, né di destra.
Nel mio mondo ideale ci sarebbe spazio per loro, mentre temo che nel loro mondo ideale (e nel mondo della destra nazionalista italiana) ci sarebbe poco spazio per quelli come me.
Das Modell einer heterogenen Welt homogener Völker (un mondo eterogeneo di popoli omogenei) era anche quello che informava quel vasto e terribile progetto chiamato Terzo Reich, la cui vera natura non mi pare sia stata pienamente compresa. Il che mi fa capire che prima o poi arriva il momento di prendere delle posizioni chiare a tutela di chi continua a credere nella dignità degli esseri umani e nella prospettiva di un mondo meno violento, meno sgomento e meno egoista di questo.

sabato 19 novembre 2011

Verso gli Stati Uniti d'Europa



Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti.
 I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.

 È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata. In questo siamo come il G20…Abbiamo bisogno di crisi per fare passi avanti. Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi, ecc. per cui non è pienamente reversibile.
Mario Monti


Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno del male, ma a causa di coloro che guardano senza fare niente.
Albert Einstein (o chi per lui, poco importa)


Angela Merkel, una statista dal passato ambiguo…
…dopo aver sciaguratamente paragonato la situazione attuale a quella del Regno Unito alle prese con Hitler – o forse è involontaria autoironia? –, chiede che l’Europa passi dall’unione monetaria a quella politica, ossia agli Stati Uniti d’Europa, rinunciando ad una grossa fetta della sua sovranità, quasi 22 anni dopo la riunificazione. 
Prima di proseguire sarebbe utile dare un’occhiata a questi due articoli:
Uno dei temi principali di cui mi occupo in questo blog è la minaccia costituita da un gruppo di politici e finanzieri privi di scrupoli ed interessati unicamente al potere che hanno preso in ostaggio il disegno europeista delle origini per tramutarlo in un programma di progressiva demolizione della democrazia, per mezzo di una depressione economica generata, come quella annunciata qualche tempo fa:
Nessuno si è mai svegliato un mattino e si è ritrovato in una dittatura. Ci si accorge sempre troppo tardi del tipo di società in cui si vive, dei compromessi che si sono accettati turandosi il naso, delle rinunce che non ci si immaginava di poter fare. È un processo graduale e va interrotto prima che sia troppo tardi, prima che il veleno faccia effetto, prima che la mitridatizzazione ci renda insensibili. C’è chi sta curiosamente alludendo a complotti intergenerazionali di nostalgici del nazismo intenti a recuperare il progetto del Terzo Reich. Personalmente trovo che questa ipotesi sia completamente superflua. Qui mostro come il nazismo sia un’ideologia eterna, pre-esistente ad Hitler, congenita alla specie umana:
È altrettanto inutile parlare di un complotto imperialista statunitense incentrato sulla volontaria collaborazione di Angela Merkel. Quale vantaggio trarrebbero gli Americani dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa (SUE), una realtà geopolitica che per sua natura tenderebbe ad emanciparsi dall’ombrello NATO e fare accordi separati con la Russia, la Cina e i paesi arabi?
Qualcuno si ricorda se abbiamo eletto noi il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso, o uno qualunque dei vari commissari europei? Ai cittadini europei non è stata data la possibilità di decidere se sono disposti a lasciarsi alle spalle i tradizionali stati-nazione che, con tutti i loro difetti, si erano comunque fatti garanti dei diritti dei cittadini (cf. Arendt sugli Ebrei resi apolidi per poterli rimuovere dal corpo sociale). Gli Inglesi si opporrebbero in massa e così, date le circostanze, farebbero quasi tutti gli Europei. Per questo la strategia punta sulle crisi generate e sulla nomina di tecnocrati che completino il traghettamento senza consultare l’elettorato. Questa è l’essenza del “capitalismo del disastro”. Chi minimizza tutto questo bollandolo come “complottiamo” e liquida la storia socio-economica del secolo scorso come un dettaglio o è in mala fede, o è una persona troppo accecata dai suoi desideri e paure per essere in grado di esaminare obiettivamente la realtà. L’anticomplottista vede in ogni scettico un complottista, un imbecille che crede che lo sbarco sulla luna non sia mai avvenuto e che la regina d’Inghilterra sia un rettiliano. Dipingendo tutti gli scettici a tinte complottiste, l’anticomplottista disumanizza chi non la pensa come lui, riducendolo ad un unico comune denominatore, così innocuo nella sua risibilità. In fondo l'anticomplottista è marcatamente simile a quello che ritiene l'oggetto dei suoi strali.
Queste persone non troveranno quello che cercano o di cui hanno bisogno in questo blog.
Un’intervista a Éric Toussaint (presidente del Comitato per l'Annullamento del Debito del Terzo Mondo) può essere utile per fare luce sulla trama che si sta dipanando: “Si applicano in Europa le stesse misure del Congresso di Washington. In che consistono queste misure? Riduzione della spesa pubblica, licenziamenti massicci di funzionari, forti privatizzazioni, aumento delle imposte indirette come l’IVA, riforme del mercato del lavoro e dei sistemi pensionistici (questo fu il caso di parecchi paesi dell’America latina, mentre in Africa non c’è mai stato un sistema previdenziale). È esattamente lo stesso schema, che produce un degrado delle condizioni di vita e pietosi risultati economici in termini di crescita…Gli accordi imposti dalla troika (CE, FMI, BCE) alla Grecia, al Portogallo, all’Irlanda implicano misure simili a quelle applicate all’America Latina all’epoca del mandato di Carlos Menem in Argentina, che portarono alla fine al disastro e alla ribellione del 2001, il corralito…In Spagna il debito pubblico rappresenta solo il 17% del debito totale. È chiaro che la tendenza è quella del trasferimento del debito privato al governo spagnolo, come nel caso emblematico dell’Irlanda, paese modello con un deficit pari a zero e un tasso di disoccupazione nullo, che si ritrova oggi, in seguito al fallimento delle banche e all’esposizione alla bolla immobiliare, con un debito pubblico notevole perché il Tesoro si è sobbarcato il costo del salvataggio bancario. Questo processo è in corso in Spagna. Noi viviamo la messa in pratica della strategia descritta da Naomi Klein, la “strategia dello choc”. Per esempio, qualche giorno fa, il quotidiano Il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto esatto della lettera che la BCE ha trasmesso all’Italia agli inizi d’agosto. È la descrizione esatta della “strategia dello choc”. Più che di raccomandazioni, si trattava di diktat su temi che non sono per nulla di competenza della BCE…”
Questa è la realtà di ciò che sta accadendo. Chi chiude gli occhi ora non potrà farlo per sempre e sarà responsabile di non aver provato ad ostacolare questo progetto, mettendosi in gioco. Ci sono i giusti:
E ci sono gli ignavi, i complici di ogni tirannia.
Presumo che la tappa finale di questo processo sarà un Governo Mondiale ben diverso da quello, autenticamente democratico, auspicato da chi scrive, o da Jacques Attali (se è in buona fede):
Schäuble (ministro delle finanze) e Merkel vogliono gli Stati Uniti d’Europa, ma per conseguire questo obiettivo devono disfarsi della costituzione tedesca e redigerne una nuova. Per il momento la Corte Costituzionale tedesca costituisce un impedimento per i Grandi Timonieri. Andreas Vosskuhle, presidente della corte costituzionale, in un’intervista al quotidiano “Frankfurter Allgemeine” ha precisato che: “C’è poco spazio di manovra per poter attribuire i poteri degli stati centrali all’UE. Se si volesse andare oltre questi limiti – che potrebbe essere politicamente legittimo e desiderabile – allora la Germania dovrebbe darsi una nuova costituzione. Sarebbe necessario un referendum. Tutto ciò non può essere fatto senza il popolo. La sovranità dello stato tedesco è inviolata ed è ancorata in modo perpetuo alla leggi fondamentali. Non può essere accantonata dal parlamento, anche con i suoi poteri di emendare la costituzione”. [Fonte: The dangerous subversion of Germany's democracy, 28 settembre 2011.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE]
Herfried Münkler, autore di un istruttivo editoriale apparso su Der Spiegel, spiega che ogni tentativo di democratizzare l’Europa è controproducente. L’Unione Europea è come il Belgio, troppo eterogenea per potersi accordare e prendere anche le decisioni più basilari. Spingere il pedale della democratizzazione rischia di portare alla disintegrazione dell’edificio europeo. La forte astensione dell’elettorato in occasioni delle elezioni per il Parlamento Europeo, unita alla preferenza per candidati populisti lo rende ancora più scettico. Se vogliamo ricostruire l’Europa, spiega questo campione del pensiero antidemocratico, serve un forte nucleo centrale dotato di poteri importanti. La democrazia diretta darebbe un potere plebiscitario agli anti-europeisti moltiplicando il numero dei veti a Bruxelles. Münkler si riferisce a populisti come Jörg Haider (morto in un incidente d’auto), Pim Fortuyn (ucciso da un fanatico), Giorgio Panto (morto in un incidente aereo) o Lech Kaczyński (morto in un incidente aereo).
Polemiche, sospetti incrociati, rifiuto di sondare il parere dei cittadini, nella più classica tradizione eurocratica:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9362
La dirigenza tedesca pensa di potercela fare entro la fine del 2012, per via parlamentare (articolo 23) o referendaria (articolo 146):
http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,797584,00.html



INTEGRAZIONE A CURA DI MARIO GIULIANO
Il processo di integrazione europea che si sta implementando ha natura costituzionale, pertanto dovrebbe seguire l'unica forma ammissibile dell'assemblea costituente (non certo attraverso una ratifica formale di un trattato internazionale). Non lo si è fatto asseritamente per ragioni pratiche, mentre la realtà è che si vuole farlo contro la volontà dei popoli.
Che siano ipotizzabili i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione non sono l'unico a pensarlo.
Quei reati partono da molto prima della nomina di Monti e coinvolgono molte più persone. Nel 2005 i referendum di Francia e Olanda affondano la Costituzione Europea, la quale peraltro aveva avuto una genesi discutibile dal momento che non era mai stata eletta una vera e propria assemblea costituente (che è l'unico modo per poter fare legittimamente una costituzione). All'inizio del 2006 inizia il golpe con la legge 24 febbraio 2006 n. 85 che, sotto l'ingannevole titolo "Modifiche in tema di reati d'opinione", in realtà depenalizza molti reati contro la personalità dello stato prevedendo che le relative condotte siano punibili solo se poste in essere con violenza, che gli insider possono anche non aver bisogno di esercitare, potendo avvalersi di mezzi (pseudo)legali. Anche le relative pene vengono drasticamente ridotte. Vi è traccia nello stenografico della discussione parlamentare di qualcuno che obiettò che i reati contro la personalità dello stato non sono reati d'opinione e che la riforma andava oltre il segno in modo pericoloso (qualche mosca bianca c'è - per la cronaca mi pare che era uno di AN, adesso non ricordo il nome). La legge spiana la strada alla firma del Trattato di Lisbona, che altrimenti avrebbe integrati diversi reati contro la personalità dello stato. Firma che tuttavia a mio parere integra comunque il reato di attentato alla costituzione, che essendo previsto nella stessa carta, non è stato modificato. Infatti D'Alema, che non è fesso, a Lisbona non è andato, mandando un sottosegretario, e nelle foto di rito si vede benissimo che Prodi è sulle spine. Quindi la commissione di reati contro la personalità dello stato, nella vicenda di Lisbona come in quella attuale del governo tecnico, sono ipotizzabili solo se si considera nulla la legge 24 febbraio 2006, in quanto frutto di un attentato alla costituzione, operazione giuridicamente piuttosto ardita, ma del resto qui siamo totalmente al di fuori della legalità e in una situazione di emergenza costituzionale, anche in considerazione dell'alto numero di parlamentari coinvolti, di questa e della precedente legislatura.


venerdì 18 novembre 2011

Reza Moghadam governa Monti, Monti governa l'Italia



di Kaspar Hauser, East Journal, 18 novembre 2011

“Si chiama Reza Moghadam, è nato a Teheran e il futuro dell’Italia è nelle sue mani. Nelle sue mani è la gestione della crisi debitoria italiana. Nelle sue mani il Fondo monetario internazionale (Fmi) non ha messo solo l’Italia – per quale Reza ha un mandato speciale, come qualcuno ricorderà abbiamo l’Fmi che ci fruga nei cassetti – ma l’Europa intera. E’ il capo del Dipartimento europeo del Fmi, fresco fresco di nomina.
Prende il posto di Antonio Borges, portoghese, bocconiano, vice-presidente della Goldman Sachs, che “ha lasciato l’incarico in un momento delicato” – come recita il comunicato del Fmi. Antonio Borges, secondo indiscrezioni, è ritenuto il responsabile dell’attacco speculativo all’Italia, anche lui aveva la “speciale delega” per il nostro paese. Sempre Borges è il salvatore dello Ior (la banca vaticana, per intenderci, quella che riciclava con Marcinkus i fondi neri di Cosa nostra destinati alla Dc). Fin qui i fatti, ma Borges è un ometto che sa cosa sono i “poteri forti” e a levarlo dalla sedia pare ci sia voluto il Papa tedesco per intercessione della Merkel. La posta in gioco, secondo i rumors, era alta: o lui, o Monti.
Ma torniamo ai fatti. Il suo successore, Reza Moghadam, ha un curriculum invidiabile e poche ombre. Laureato ad Oxford, ha indirizzato in Iran molti investimenti inglesi e francesi nel settore nucleare. Il suo precedente incarico nel Fmi era quello di dirigere il Dipartimento di politiche strategiche, ovvero gestire il prestito ai paesi emergenti con particolare attenzione all’Africa (un continente che ha visto più volte all’opera l’Fmi e i risultati, non certo brillanti, sono sotto gli occhi di tutti). In Africa il nostro Reza, braccio destro del francese Strauss Kahn, ha gestito la delega per Liberia, Nigeria, Benin, Togo: tutti paesi sprofondati nella guerra per il petrolio. Guerre da cui, a giovarne, è stata la Total francese.
Reza non lascia l’incarico al Dipartimento di politiche strategiche ma lo porta con sé in Europa dove, lo ricordiamo, è stato nominato dalla francese Cristine Lagarde direttore del Dipartimento europeo del Fmi. Ciò significa che l’attenzione alle politiche di prestito del Fmi passa dall’Africa all’Europa. Il trasloco di quello che è da ritenersi il dipartimento più potente del Fmi preoccupa. La Lagarde ha dichiarato che Reza avrà anche il compito di monitorare i governi caduti nella crisi del debito: Italia in testa, Grecia, Irlanda e Portogallo.
Il governo Monti ha solo una piccola arma di Difesa: si chiama Giampaolo Di Paola, neo-ministro, ammiraglio della Marina Militare, presidente del Comitato Militare della Nato, attualmente in carica e in servizio attivo. Il Comitato militare della Nato è quello che decide, è il vertice della struttura militare atlantica. Il nostro Di Paola ne è il presidente. Sempre parlando come fossimo al bar: è uno che conta più della Lagarde.
Ma da cosa dovremmo difenderci, di grazia? Dagli interessi francesi? Dalla distruzione delle nostre principali aziende (Finmeccanica ha perso il 20% in borsa in un sol giorno, Impegilo è decotta, e per chi sperava nelle commesse libiche… anche quelle se le sono accaparrate i francesi). Come considerare l’ipotesi che Borges, e quindi l’Fmi, abbia guidato l’attacco speculativo all’Italia e come interpretare, in questa luce, la nomina di Reza. E ancora, si profila forse un attacco speculativo  all’eurozona, e a quale scopo? Le pedine si muovono disegnando quale gioco? Oppure?”
Il “buon” Reza è anche un fautore della moneta unica globale:

Previsioni di Jacques Attali per il 2012




Jacques Attali, http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Attali, che nel 2006 aveva correttamente previsto una crisi globale più grave di quella del 1929, ci avvisa dell’incombente catastrofe (e sceglie una data interessante per farlo: 11 settembre 2011):
Sta per arrivare un doppio choc ed è tempo di prepararsi. Doppio perché riguarda la crisi bancaria e le finanze pubbliche. Sarà qui tra breve e nessuno ci ragiona sopra, come se bastasse non pensarci per scongiurarlo. Ecco come si svilupperà: la Grecia non dispone più degli strumenti per finanziare il suo deficit, smetterà di appianare i suoi debiti, una parte delle pensioni e dei salari pubblici. Tutte le banche che hanno prestato denaro alla Grecia e le aziende che le hanno venduto armi e prodotti di prima necessità subiranno perdite. Eppure la Grecia non uscirà dall’eurozona, perché nessun trattato la costringe a farlo o lo rende persino possibile; nessuno può obbligare i Greci a convertire gli euro che possiedono in dracme di minor valore. Nessun salvataggio della Grecia con le magre risorse del fondo europeo di stabilizzazione. Non si creeranno Eurobond perché ciò avrebbe senso solo all’interno di un sistema fiscale europeo e di un controllo europeo dei deficit nazionali, per evitare abusi. In mancanza di strumenti finanziari adeguati, le altre nazioni europee abbandoneranno la Grecia al suo destino. I mercati, ossia in pratica i creditori asiatici e del medio oriente, si preoccuperanno per questo abbandono e aumenteranno il costo dei prestiti a Portogallo, Spagna ed Italia. La crisi investirà la Francia, quando ci renderemo conto che la sua situazione finanziaria è persino peggiore di quella italiana (il cui budget, fatta esclusione per l’impegno di debito – “Ammontare di capitale e interesse che viene pagato, solitamente su base annuale, in cambio di un finanziamento, sia che sia un mutuo ipotecario che un titolo obbligazionario” – registra un’eccedenza, a differenza della Francia) e che le sue banche e compagnie di assicurazioni sono oberate dalla gran parte del debito pubblico dei paesi minori e detengono ancora massicce quantità di titoli tossici, che ora sono privi di qualunque valore. Per evitare il collasso di queste banche, cercheremo azionariato pubblico o privato. Invano, perché per le sole banche francesi sarebbe necessario l’equivalente del 7% del prodotto interno lordo francese. Presa dal panico, la banca centrale europea acconsentirà ad un massiccio finanziamento di queste banche, ricadendo nella prassi di risolvere un problema di insolvenza attraverso la creazione di nuova liquidità. Scioccati da questo lassismo, la Germania uscirà dall’euro, creando un euro+, com’era già da tempo nei piani e che, stando ad una banca svizzera [immagino si riferisca a questo documento:
costerà a ciascun cittadino tedesco dai 6 agli 8mila euro il primo anno, e poi 3500-4500 euro all’anno. L’implosione dell’euro svelerà ai mercati che le banche anglosassoni non sono messe meglio, perché anch’esse non si sono liberate dei titoli tossici e perché la bolla immobiliare è al termine e non può più nascondere la realtà. A quel punto seguiranno il collasso del sistema finanziario europeo, una grande depressione, disoccupazione generalizzata e alla fine persino la messa in discussione della democrazia.
FONTE:

Attali ha scritto “Demain, qui gouvernera le monde?” (2011), in cui delinea lo scenario di una confederazione planetaria democratica: “questo tipo di governo esisterà un giorno. Dopo un disastro, o al posto di un disastro. Occorre pensarci urgentemente, prima che sia troppo tardi. È tempo di organizzare degli stati generali planetari”.
Ecco alcune sue recenti interviste (in francese). Mia sintesi per sommi capi in italiano:
Il mercato è globale ma la democrazia non lo è – la crisi ha creato ripiegamenti identitari e xenofobi – serve una struttura europea più forte – tutte le organizzazioni mondiali (incluso il fondo monetario internazionale) vanno messe sotto il controllo dell’assemblea delle Nazioni Unite – unica maniera per far pesare le opinioni di paesi in ascesa e non solo quelle dei soliti noti e per governare le grandi crisi come l’incidente nucleare giapponese – un’altra catastrofe paragonabile a quelle del ventesimo secolo è possibile se continuiamo ad essere così narcisisti, autistici ed incuranti.
Servono regole del diritto mondiale non dettate da una plutocrazia – basta con la NATO strumento degli USA, NATO strumento dell’ONU e basta ipocrisie con le guerre a metà: se è una guerra la si chiama guerra. Se si fa una guerra è per vincerla e va votata in Parlamento. Serve una polizia mondiale, prigioni mondiali, ecc. – è a favore della guerra in Libia e dell’intervento in Costa d’Avorio – Obama, dopo Wilson, è il presidente americano più intelligente, colto e sofisticato e quel che dice va preso sul serio, ad esempio quando ammette che gli USA non hanno più i mezzi né l’intenzione di governare il mondo e cercano di condividere questo ruolo con le altre democrazie – dal monocentrismo al policentrismo, perché i problemi sono troppo immensi – governo mondiale per prevenire un’esperienza come quella del Novecento, quando il rifiuto della mondializzazione ed il processo di demondializzazione hanno portato alla Grande Guerra prima ed al nazismo e comunismo poi. Attali afferma che siamo in una fase molto simile a quella a cavallo dell’Ottocento e Novecento: enorme espansione dei traffici, forte sviluppo tecnologico, terrorismo, crisi finanziaria, protezionismo, ecc. – siamo sull’orlo di un altro conflitto mondiale e del caos – la questione è se l’unione planetaria si farà al posto di una guerra o dopo una guerra: come la società delle nazioni proposta prima della grande guerra ma nata dopo, o l’unione europea, proposta prima della seconda guerra mondiale ma nata dopo – “è evidente che ci sarà un governo mondiale, si tratta solo di capire se avverrà al posto di una catastrofe o in seguito ad una catastrofe”.
Ci sono molti trattati e molte istituzioni ma sono caotiche. La prima cosa da fare sarà quella di raggruppare in un unico codice mondiale tutti i testi esistenti – ci avviciniamo ogni giorno di più ad un massiccio crack obbligazionario perché i debiti pubblici si accumulano e se ci sarà una nuova crisi bancaria, gli stati non potranno più giocare il jolly del debito pubblico, perché sono troppo indebitati – la soluzione è porre in atto un vero sistema monetario internazionale, solido ed organizzato, in modo tale che le banche facciano solo il loro mestiere ed aumentino la copertura dei fondi propri. Ma succederà solo dopo un’altra crisi.
Governo mondiale sarà totale perché i problemi (disoccupazione, crisi ecologica) sono globali e l’umanità è una totalità – ma non sarà totalitario (non dovrà essere per forza totalitario). Dobbiamo dimostrare di essere capaci di creare delle istituzioni totali democratiche perché altrimenti saranno totalitarie e la barbarie farà il suo ritorno – in questo sistema futuro il presidente francese dovrà diventare un garante dei diritti umani “perché questi saranno fortemente minacciati nell’avvenire”.
Siamo diventati tutti dei vicini e questo è un movimento irreversibile – ogni catastrofe si verifica a causa della mancanza di regole mondiali – se non ci mobilitiamo nel senso di un governo mondiale tornerà una fase di oscurantismo – la storia non si ripete nella stessa maniera e questa volta sarebbe peggio – in questa fase della storia mondiale tutti i germi del fascismo e del totalitarismo sono presenti – c’è un chiaro pericolo che la gente si appelli all’uomo forte e nessuno, all’inizio del secolo scorso, si aspettava che entro vent’anni l’Europa sarebbe stata coperta di dittature – i germi sono già qui tra noi e il rischio di una dittatura si contrasta solo con l’apertura all’altro, l’altruismo, l’interesse nei confronti del prossimo – stati generali del mondo necessari per far capire alla gente che il governo mondiale non è un complotto plutocratico – al momento siamo su un aereo (il pianeta Terra) che è senza pilota e senza cabina di pilotaggio – a ciò si può rimediare in ventiquattr’ore fondendo il fondo monetario internazionale, il consiglio di sicurezza dell’ONU e il G20: il potere di questo direttorio dovrà essere controbilanciato dall’assemblea generale delle nazioni unite (un parlamento mondiale).

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