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lunedì 23 gennaio 2012

Morbido è bello - perché amo il femminino e detesto Nietzsche, pur ammirandolo







For a New World Order to live well



La società è un’impalcatura…su cui una specie prescelta di individui è in grado di innalzarsi al suo compito superiore e soprattutto a un "essere" superiore.
Al di là del Bene e del Male

Ciò che determina la tua condizione è l’ammontare di potere che rappresenti: il resto è codardia.
La volontà di potenza.

L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa.
L’Anticristo

Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri...la vita vive sempre a spese di un'altra vita - chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà.
Volontà di Potenza

Il fenomeno fondamentale: innumerevoli individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi.
Volontà di Potenza

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c'è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il "popolo" o il "femminino", agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori.
Volontà di Potenza

La vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna "uguaglianza di diritti" fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste ultime devono essere amputate - oppure l'insieme va in rovina. Avere compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l'antinatura posta come morale.
Volontà di Potenza

E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se ne servisse - affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova e sublime alla schiavitù.
Volontà di Potenza

Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna
Così parlò Zarathustra

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?
Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341).

È possibile dividere il mondo in mille maniere. Ad esempio, si può partire dalla contrapposizione solido/morbido (liquido).
Tempo fa un sostenitore di Berlusconi scriveva su facebook: “il partito di plastica, come ci chiamate spregiativamente, è un partito solido e con una nerchia possente in grado di respingere qualsiasi tentativo di deriva autoritaria del pci”.
Questo motivo del "ce l'ho duro" ritorna implacabilmente nelle esternazioni delle personalità autoritarie, di destra e di sinistra, dei razzisti, integralisti, nazionalisti/patrioti, fondamentalisti, elitisti, ecc.
Klaus Theweleit ci ha mostrato che il femminino è associato alla morbidezza ed alla liquidità (all’etereo dell’anima, dello spirito), il mascolino alla durezza, alla graniticità (al corpo, alla materia). Il razzista necessita di profilassi quando si trova alle prese con la liquidità della “melma extra-comunitaria”: teme di essere infettato. Il potere è il suo viagra, la supremazia su tutto ciò che non è sufficientemente duro, coriaceo, corazzato.
Le personalità autoritarie, i feticisti del mascolino, si inchinano al cospetto del maschio alfa di turno, SEMPRE. Coriacei all’esterno, sono morbidi dentro, ma non lo vogliono e possono ammettere. Molti cristianisti superomistici sarebbero i primi a convertirsi all'Islam, in un'ipotetica Eurabia, così come molti comunisti si sono convertiti al berlusconismo o al cristianismo. L’importante, per loro, è essere devoti: al loro ego e a qualunque entità collettiva che consenta loro di venerarlo (il proprio ego, appunto) senza dar mostra di narcisismo.
Il potere inebria questi ego mascolini, insicuri e proprio per questo armati di luoghi comuni e pregiudizi virilisti: dà loro la possibilità di plasmare la materia e la Creazione a loro gusto e discrezione.
Donne, trans, gay, drogati, zingari, ebrei progressisti, liberal, stranieri, tifosi avversari, ecc. sono tutti troppo fluidi, soffici, melmosi, virali, pandemici. Bisogna tenerli a bada, magari scendendo a valle dalla granitiche montagne con gli itifallici kalashnikov, carichi (non sterili). Falli eretti, confini netti, auto-tribalizzazione intruppante, moralismo ipocrita ma intransigente e guaine identitarie immunizzanti. Tutto può essere utile a creare degli ego rassicurati.
Cosa c'è di vivo in tutto questo? Nulla. È necrofilia inconsapevole. La vita è impura, promiscua, contingente, aperta, non auto-referenziata ma, soprattutto, scorre e cambia (panta rei). La plastica e la roccia non sono vive. Sono “sicuri da morire”, come suggeriva l’antropologo indo-statunitense Arjun Appadurai.
Nietzsche è l’epitome di questa mentalità, un compendio delle idiosincrasie dell’ego mascolino.

Fanno un po’ sorridere i difensori di Friedrich W. Nietzsche, perché spesse volte difendono il loro idolo soprattutto per non dover mettere in discussione la validità delle loro scelte e la presentabilità della loro personalità. Il filosofo tedesco fu senza dubbio un genio, ma chiunque l’abbia letto con un minimo di attenzione e che sia dotato di una coscienza/empatia sufficientemente sviluppata, non avrà potuto fare a meno di notare la continuità di un pensiero che va da Callicle a Terry De Nicolò, passando per Hitler:
E che, lo chiarisco subito, ha una sua rispettabilità. Sì, sto dicendo che l’ideologia nazista, per quanto rivoltante, aberrante, sanguinaria e mostruosa, non è un non-pensiero, è e rimane una filosofia, una filosofia che è sempre esistita e sempre esisterà, perché fa parte della Creazione, come ho cercato di spiegare qui: 
È una prospettiva sul mondo parziale, insufficiente, narcisistica, egocentrica, superficiale, ecc. ma non è inesistente. Non è l’antitesi del sapere.
Si è detto che Nietzsche non può essere considerato un filosofo, giacché ha condannato l’uso dell’intelletto e della logica preferendovi l’istinto e le emozioni. È certamente vero che fu ignorato dall’ambiente filosofico fino alla prima guerra mondiale, quando divenne un ottimo strumento di propaganda. È altrettanto vero che non ha mai davvero amato nessuno tranne che se stesso, si è autoproclamato artista senza produrre vera arte, ma solo una serie di aforismi a volte acutissimi ed illuminati/illumnanti, altre volte avvilenti per la loro dozzinalità (anche i geni non possono essere sempre al meglio).
Eppure rimane uno dei più grandi filosofi della storia umana e quel che ci ha insegnato non è meno prezioso di quel che ci hanno insegnato un Socrate, un Wittgenstein o un Lao Tzu.
Mentre la massima parte dei maestri spirituali dell’umanità ha insegnato che ego va tenuto sotto controllo e, se possibile, ridimensionato – perché ego è nemico dell’empatia –, Nietzsche insegna che bisogna gonfiarlo, come la coda di un pavone, come il gozzo della rana toro quando si sente minacciata o deve competere con un altro maschio: “Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue:
- Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili” (Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali").

Nietzsche sostiene che l’unica motivazione umana è la volontà di potenza. Mitezza e dolcezza servono solo a mascherare il vero movente. Santo o tiranno pari sono. La negazione di questa volontà di potenza è una malattia e Nietzsche è il medico dell’umanità. Ma il problema è psicologico: Nietzsche è un uomo che cerca la potenza fuori da sé perché si sente insicuro ed inadeguato. La persona veramente forte si può permettere di essere giusta e gentile, il debole no: l’ansia lo divorerebbe. I più piccoli, deboli esseri umani sono i più egoisti: “grandi” e duri fuori, piccoli e morbidi dentro. Purtroppo il palcoscenico della storia è quasi sempre stato occupato da uomini che non si sentono sufficientemente uomini e nel contempo sentono il bisogno di dimostrare a tutti di esserlo, di non essere emasculati, ma virili, granitici appunto.

Nietzsche dichiara che alla società serve il Superuomo, qualcuno che sia libero di fare quel che gli pare. Dio è morto e non ci sono norme universalmente applicabili, né ci sono punizioni per i propri capricci. Il Superuomo è l’alfa e l’omega della società. È in lui e nel servirlo che essa trova il suo fine e significato. I superuomini, che incarnano la legge – come il Führer –  formeranno una casta razzialmente pura e dominante ed il resto della popolazione sarà ridotta allo condizione di paria o chandala (impurità intrinseca).

Quando si definisce Nietzsche un liberatore, bisognerebbe tenere bene a mente il fatto che il suo unico intento emancipativo riguardava il superuomo. L’uomo ordinario doveva essere soggiogato, denigrato, asservito. Per la prima volta un filosofo va oltre Machiavelli e proclama la necessità dell’uso della violenza e della brutalità fino all’eliminazione degli “inadatti”. Non pone nessun limite a ciò che le creature superiori possono fare. Bene e male, giusto e sbagliato sono stati inventati per le persone ordinarie, quelle inferiori, quelle che ne hanno bisogno. Rapporti personali e familiari non contano quando un uomo è alla ricerca del più alto grado di eccellenza personale. Essere deboli è un errore, perché è troppo ordinario. Il superuomo nietzscheano si crea le sue regole, privilegiando le virtù del coraggio, della potenza e dell’audacia.
La vita non ha un fine che non sia la sua auto perpetuazione. Vivere è la logica della vita, il suo valore fondante. La morale della vita è quella della forza, dell’energia della volontà creatrice: una moralità spontanea, aggressiva, espansiva, modellatrice, che realizza la vita invece di riformarla, che è al di là del bene e del male e deve prevalere sulla morale degli schiavi. Il superuomo è lo spirito libero, l’uomo nobile e superiore, i cui valori si auto-fondano.
La casta dominante non deve giustificare il suo operato, ciò che fa è giusto per definizione, perché rappresenta la sorgente dei valori fondanti e non deve richiedere approvazioni. Giudica ciò che è nocivo per se stessa come nocivo in senso assoluto. I suoi valori e criteri di giudizio sono gli unici ad avere validità universale.
Nietzsche è un materialista e detesta platonismo e cristianesimo per il loro attaccamento ad una realtà ulteriore, metafisica, separata da quella sensibile, più vera di quest’ultima. Chi ci crede lo fa per risentimento, per superare il suo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, al cospetto di chi trionfa: la sua è la morale degli schiavi, di chi rifiuta la vita e la forza invece di affermarle.

Secondo Nietzsche il processo di civilizzazione ha indotto l’umanità a vergognarsi dei suoi legittimi istinti (come l’aggressività, la crudeltà ed il desiderio di prevaricazione), determinando la nascita del senso di colpa, che spinge gli uomini a rivolgere le proprie pulsioni contro se stessi. Invece l’uomo dovrebbe godere edonisticamente: la sua unica vera colpa è quella di non averlo fatto abbastanza, di aver scelto la felicità ultraterrena in luogo di quella terrena (“Così parlò Zarathustra”). Il cristianesimo è anti-vitale, necrofilo, favorisce i deboli, la gracilità, i moribondi, a discapito di chi afferma la vita. Democrazia e socialismo seguono la medesima strada, sbagliata, causando l’infiacchimento, il degrado, la regressione dell’umano.
Il bene comune non esiste, esiste solo il bene soggettivo, l’autopromozione, che si estrinseca in un’organizzazione sociale aristocratica in cui una casta di signori si dedica al piacere ed una massa di lavoratori subordinati (fisicamente e mentalmente mediocri, dozzinali) li mantiene. Ma, per riuscire ad edificarla, occorre tornare alla fedeltà alla terra, alla vita ed al sangue, serve la transizione evolutiva dall’uomo al superuomo. L’uomo è, infatti, a sentir Nietzsche, “un cavo teso tra la bestia e il superuomo”. Serve un capovolgimento dei valori correnti, umanitari e spirituali, una trasvalutazione (nichilismo attivo) che neghi la falsa concezione della realtà e del destino dell’uomo che domina il presente, a sua volta frutto di un’inversione morale iniziata dagli Ebrei.
Per capire come si debba vivere sarà sufficiente ribaltare la prospettiva. Ciò che è bene visto dal basso (nell’ottica della plebe) è male visto dall’alto e vice versa.
L’egoismo è l’essenza delle menti più nobili – ciò che è debole va sacrificato per la gloria di ciò che è forte. Gli egoisti non devono sentirsi in colpa, è solo falsa coscienza: “Se le persone non si considerano più malvagie, cessano di esserlo” (“Aurora: pensieri sui pregiudizi morali”, 1881, 148). 
Signori e servi avranno sempre una concezione antitetica di bene e male, perché i primi sono autentici ed i secondi sprofondano nel risentimento. Ma mentre i signori non si rendono conto di danneggiare il prossimo nel perseguimento dei propri obiettivi, i servi lo fanno deliberatamente (Aurora, 371).
I signori sono, a buon diritto, sfrenatamente insolenti (übermütigsten) e non devono sentirsi in obbligo verso chi non è loro pari. La loro discrezionalità è illimitata, al di là del bene e del male (aussermoralisch). La compassione è una malattia della civiltà occidentale che può condurre ad un nuovo buddismo ed alla degenerazione della vita stessa. La vita infatti è usurpazione, sfruttamento, soggiogamento, la volontà di potenza è volontà di vita. Dunque crudeltà, disonestà, vendetta ed irrazionalità istintuale sono virtù, mentre la curiosità intellettuale, la pace, la compassione ed il cambiamento sono dei pericoli (“Aurora” e “Genealogia della Morale”).
Per questo prediligo il femminino e contemplo, stupefatto ed anche un po’ impietosito, l’alterità della filosofia nietzscheana rispetto alla mia.
È la mia superbia che mi spinge a provare commiserazione, in luogo dell’interesse e rispetto per l’altro-da-me: in questo senso sono molto più affine a Nietzsche ed agli “ego d’acciaio” di quanto mi piacerebbe essere.

lunedì 16 gennaio 2012

Credenti e atei






CREDENTE: Un giorno sarò premiato per aver vissuto questa vita di tedio e servilismo ed andrò in un luogo remoto e magico chiamato Paradiso, pieno di felicità, risate, gioia e vita eterna. Nel frattempo devo evitare di irritare la mia divinità osservando le norme sociali della mia società e continuando ad essere un volenteroso membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente e ripetitiva.
ATEO: Un giorno io, i miei figli e i miei nipoti saremo premiati per queste generazioni di orribile lavoro d’ufficio e andremo in un luogo magico chiamato Spazio, grazie al progresso tecnologico. Vivremo eternamente delle esistenze piene di felicità, risate e gioia. Nel frattempo devo evitare di ostacolare il nostro Progresso verso questo nuovo mondo osservando le norme sociali della mia società e continuando ad essere un volenteroso membro della stessa, conducendo una vita mediocre, insoddisfacente e ripetitiva.

domenica 11 dicembre 2011

Terrorismo islamico, omofobia e Terrore Rivoluzionario




Un essere umano è dotato di libero arbitrio. Può usarlo per scegliere tra il bene ed il male. Se può solo fare il bene oppure il male, allora è un’arancia meccanica, nel senso che ha l'apparenza di un organismo di bell’aspetto, colorato e succoso, ma in effetti è solo un giocattolo a molla che può essere caricato da Dio o dal Diavolo o, visto che ormai sta progressivamente rimpiazzando entrambi, dallo stato onnipotente.
Introduzione di Burgess all’edizione americana di “Arancia Meccanica” del 1986

L’idea che il mondo attuale sia corrotto così radicalmente da rendere impossibile qualunque miglioramento e che proprio per questo motivo il mondo che ad esso succederà debba portare con sé la perfezione assoluta e la liberazione definitiva, questa idea è una delle più mostruose aberrazioni dello spirito umano. La ragione sana suggerisce piuttosto: quanto più il mondo attuale è corrotto, tanto più lungo, difficile e incerto è il camino che lo separa dall’agognato regno della perfezione.
Leszek Kolakowski, “Lo spirito rivoluzionario”, 1982, p. 21

Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto.
Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215

Nel 1921 Ernst Jünger osservò molto acutamente che la morte è la realizzazione ideale di una credenza, il suo complemento e completamento. Lo stesso vale per la fede di un terrorista: il contenuto conta poco, la convinzione è tutto. Essere degni del sacrificio della propria vita è la dimostrazione della propria superiore qualità e dell’immacolatezza del proprio spirito, cioè della propria sacralità. Il terrorista è un homo sacer, “nuda vita”, per riprendere un tema già sviluppato dal filosofo Giorgio Agamben. La sua condizione eccede quelle contemplate dal diritto umano e da quello divino: può uccidere senza essere accusato di omicidio e la sua morte volontaria è rituale per antonomasia.
Ma se di ritorno del sacro si deve parlare, allora è bene chiarire che sarebbe meglio concentrarsi su alcune sue componenti come “il magico”, “il sublime” e “l’epico”. La mitologizzazione della quotidianità si accompagna al titanismo di militanti che realmente credono di cavalcare la Storia, e di poter dare l’avvio alla rigenerazione palingenetica della civiltà (islamica, cristiana, giapponese, europea, ecc.). I fondamentalisti di ogni sorta semplificano la realtà fino a trasformarla in una caricatura di sé stessa, una funzione ad uso e consumo delle loro credenze ed intendimenti.
Il tempo e lo spazio ordinari evaporano nella loro coscienza rituale che si fonda sulla credenza millenarista che sia possibile accelerare l’avvento di un grande rivolgimento epocale che restituirà ai “puri” il ruolo di guide spirituali delle masse, assimilate all’immagine di un gregge di pecore disperso ed in attesa di un benevolo ma energico pastore. Tempo, spazio ed Ego si fondono nella comunità di destino che preannuncia la venuta di una nuova era e di una nuova umanità. Più che di religione sarebbe opportuno parlare di religiosità, o comunque di religione politica (e religione dell’Ego), per molti versi affine a quello che rappresentarono il nazi-fascismo ed il comunismo del secolo scorso per milioni di persone.
Questo sconsiderato riformismo ultraradicale non analizza le questioni sul tappeto prendendo in considerazione l’umanità per come è ora, con i suoi pregi e difetti, i suoi limiti e le sue potenzialità, ma per come dovrebbe essere, e per forza di cose sarà, quando l’onda fondamentalista avrà spazzato via la società materialista ed individualista dominante. Questa stessa ideale configurazione dell’umanità è il pretesto che giustifica il sacrificio di un certo numero di persone (terrorismo), o l’uso di determinati gruppi umani come capri espiatori (es. i Rom).
Accanto alla storia ordinaria, i militanti fondamentalisti costruiscono e mettono in moto una Storia “Nobile”, provvidenziale, ed una visione della vita totalizzante, cultista, dove tutto va esperito in maniera ed in misura assoluta e dove l’inversione o la sospensione o l’accelerazione – a seconda delle esigenze – dello scorrere del tempo restituirà all’ordine delle cose la sua integrità originale. È un’immagine confortante e sedativa, nonché gratificante per l’ego di chi, perdente radicale, si trova improvvisamente proiettato sul palcoscenico mondiale dove, per parafrasare Calvino, non un gesto e non una parola vanno sprecati, perché si è dalla parte del riscatto, della rettitudine, della purezza, in un mondo degradato, depravato ed impuro. L’istinto, l’emozione, l’intuito, la fede sopprimono la ragione: chi deve operare per migliorare la propria esistenza deve usare il cervello, chi si aspetta di essere salvato, deve solo attendere con fiducia, oppure andare incontro ad una morte “eroica”.
Questo dovrebbe risultare chiaro a chiunque si sia reso conto del fatto che lungi dall’essere espressioni specifiche di una rivitalizzazione dell’Islam “tradizionale”, i movimenti fondamentalisti musulmani sono in realtà una reazione estremamente moderna all’evento epocale che è stata la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione ideologica tra comunismo e capitalismo. Molti di questi estremisti pensano e parlano come i militanti anti-imperialisti del secolo scorso e gli anarchici di fine Ottocento che condannavano la modernità occidentale; oppure come gli indignati più zelanti.
L’obiettivo non è quello di recuperare un presunto idillio confessionale e sociale dell’umma dei tempi dei loro nonni e bisnonni, né quello di costruire uno stato islamico di tipo fascista, ma piuttosto quello di islamizzare la modernità e di porre rimedio alla perdita delle identità collettive, spazzate via dall’irrompere del cosmopolitismo individualizzante. In questo senso le analogie con altri movimenti fondamentalisti ebraici e cristiani, ma anche, come detto, con ideologie politiche radical-populiste del passato e del presente, sono davvero numerose ed impressionanti. Basti pensare che Osama Bin Laden iniziò la sua carriera di sovversivo combattendo per la liberazione dell’Afghanistan dall’imperialismo sovietico negli anni Ottanta.
Nel gennaio del 2008 è stata pubblicata sul prestigioso settimanale britannico “The Observer” una brillante inchiesta di Jason Burke, uno dei giornalisti di lingua inglese più competenti in materia di fondamentalismo islamico, avendo trascorso molto tempo sul campo, intervistando militanti islamici e combattenti afgani. Quest’inchiesta riesaminava le sue esperienze ed i dati riguardanti il profilo psicologico e sociale degli appartenenti alle cellule del terrorismo islamico inglese raccolti in questi anni dalle unità anti-terrorismo europee. I risultati sono stati spiazzanti per molti. Chi si aspettava che i terroristi fossero in genere poco più che adolescenti, e quindi più esposti al rischio di plagio, ha appreso che l’età media dei militanti britannici era di 29 anni. Chi riteneva che l’indottrinamento nelle moschee fosse un fattore decisivo si è dovuto ricredere: il ruolo degli istigatori non sembra essere quello di inculcare nei giovani il fanatismo religioso, tanto che la gran parte dei militanti è accomunata da un’abissale ignoranza dei fondamenti coranici e della politica internazionale. In genere non si tratta di maestri religiosi ma di conoscenti leggermente più vecchi, a volte amici, altre volte parenti. Le fonti governative rivelano che meno del 10 per cento delle attività degli estremisti sono ricollegabili ai luoghi di culto. La povertà non è un fattore scatenante. Meno del 20 per cento dei militanti proviene da ambienti disagiati, anche se in genere tutti si percepiscono come sottoimpiegati. Né si tratta necessariamente di figure asociali: un terzo di loro è sposato e circa un quarto di loro ha almeno un figlio. Almeno uno su tre ha conseguito la laurea o una specializzazione equivalente mentre molti altri, nel momento in cui si sono lasciati coinvolgere dal radicalismo islamico, erano studenti, spesso di discipline tecniche e scientifiche, in special modo ingegneria ed informatica.
Quasi sempre la spinta finale è fornita dall’esperienza di un fallimento professionale e dalla percezione di un rigetto xenofobo. Spesso il passo successivo è il rifiuto della religiosità apolitica dei genitori e l’adesione alle correnti più politicizzate dell’Islam, che sembrano più rilevanti e più adatte a rispondere agli interrogativi dei nostri tempi.
C’è il caso di Shiraz Maher, un normale studente dell’Università di Leeds, con gli stessi interessi dei suoi pari età.  Tutto questo fino all’11 Settembre, un evento che lo costringe a prendere posizione: “Le regole del gioco erano cambiate…Improvvisamente mi ritrovai a pormi delle domande a proposito dell’Islam, della mia identità e del mondo, come non mi era mai capitato prima”. Alcuni giorni dopo l’attacco Maher fu avvicinato da un attivista di nome Hizb ut-Tahrir, un laureato in scienze politiche alla sua stessa università, solo pochi anni più vecchio di lui, che vestiva elegantemente, all’occidentale, e che sosteneva di conoscere il Corano a memoria. Hizb ut-Tahrir “sembrava avere tutte le risposte”, ci spiega Maher, sorpreso dalla sua comprensione del desiderio di spassarsela, di ballare e fumare spinelli, anatema per i frequentatori della moschea. Ma per Hizb ut-Tahrir non c’è problema: “Se non fosse divertente la gente non lo farebbe”. Così Maher pensa tra sé e sé: “Ecco qui qualcuno di successo che sa parlare la mia lingua”, cioè il linguaggio del riscatto musulmano, assalito dal capitalismo, dalle armi e dalla cultura occidentale. Come dichiarano due giovani intervistati musulmani, Ahmed e Mohammed, “c’è un piano anti-islamico. Non vogliono che diventiamo forti. Ci vogliono spingere in basso, nella povertà, umiliandoci. Ci chiamano terroristi ma anche loro sono terroristi”. Molti infatti, guardando le immagini dell’invasione dell’Iraq, hanno cominciato a sensibilizzarsi alla causa dei musulmani nel mondo, decidendo di volerli aiutare quantomeno economicamente. Altri facevano parte di bande che cacciavano via gli spacciatori dai loro quartieri e quindi erano già pronti a menare le mani. Altri ancora vedono la jihad come una scelta di vita romantica, gloriosa, avventurosa, clandestina, ribelle che ha il valore aggiunto di ricreare attorno a loro un ambiente familiare, fatto di persone che la pensano come loro e che comprendono le loro ansie e desideri.
Questo li isola progressivamente dal mondo. È un distanziamento decisivo perché rafforza la determinazione dei militanti ed impedisce che i loro pensieri siano “disturbati” da punti di vista alternativi o informazioni dissonanti. In seguito, una volta “entrati nel giro”, molti vengono spediti in Afghanistan come carne da cannone, ufficialmente per “farsi le ossa” (Burke, 2004). Ne ricaviamo ancora una volta l’impressione che la fede in una salvezza ultraterrena in quanto tale abbia ben poco a che fare con questi fenomeni. Ben più rilevante sembra essere il divario tra le legittime aspettative di migliaia di giovani e le reali prospettive di avanzamento sociale, che ormai ha superato la soglia di relativa tolleranza. Altrimenti non si spiega la forte concentrazione di insegnanti, funzionari pubblici, medici, ingegneri, ecc.
Sono gli scarti di un settore pubblico umiliato da governi nazionali laici di paesi arabi che non hanno saputo rilanciare l’economia e sono stati costretti ad operare tagli sostanziosi (Antoun, 2001). Sono gli scarti della modernità e sono affatto moderni, sganciati da una specifica comunità tradizionale di riferimento, dalla famiglia, dal passato, dal territorio, si sentono credenti rinati come parte della più grande ummah globale, Al-ummah al-islamiyyah, la comunità islamica transnazionale. Gesù invitava ad abbandonare famiglia, amici e casa per unirsi a lui, i terroristi giapponesi e quelli islamici sono pronti a farlo, ma la loro idea di redenzione personale e collettiva è diametralmente opposta. Sono pronti a compiere un qualche atto sensazionale che risuonerà sui media internazionali, rendendoli immortali. Non sono interessati a mobilizzare le masse, non pensano a riforme politiche, non intendono dedicare la loro vita all’assistenza ai disagiati o all’insegnamento della fede, non gradirebbero morire in qualche valle sperduta dell’Afghanistan, in un mercato iracheno, o ad un posto di blocco israeliano. Una morte troppo anonima per degli uomini con le loro competenze e talenti. Come tutti i perdenti radicali, i terroristi jihadisti contemporanei sono dei megalomani narcisisti che bramano la “bella morte” e gli “onori” della cronaca e, se possibile, desiderano che ciò avvenga nei luoghi simboli del glamour occidentale, anche perché la loro rinascita nella fede avviene quasi sempre in Occidente, dove le loro certezze dottrinarie, ossia i pilastri della loro tradizione culturale, sono messi a dura prova. Quando dichiarano di identificarsi con le vittime dell’imperialismo occidentale stanno mentendo a se stessi. Non v’è alcun processo di immedesimazione in corso, non v’è empatia nelle loro parole e nei loro atti. Se fosse così andrebbero ad aiutare la gente verso la quale dichiarano di nutrire una così profonda compassione. Ma non è così. Provano compassione solo per se stessi, esattamente come gli euroterroristi degli anni Settanta. Sono loro le vittime della modernità, del sistema, dell’umiliazione dell’Islam. Sono loro che non sono riusciti ad essere all’altezza delle proprie aspettative ed ora, per mascherare il proprio egoismo e le ferite interiori, ma anche per cancellare il senso di personale disfatta, si creano una falsa coscienza. In questo modo precipitano nell’idolatria, che è prima di tutto idolatria di se stessi, che nasce dal bisogno di mitizzare il proprio percorso esistenziale, proiettandolo sullo scenario globale di un immaginario scontro cosmico.
Come tutti i militanti radicali del passato e del presente, chiedono a Dio ed alla Storia quel che non hanno saputo ottenere da se stessi. Ma la loro è una battaglia privata, non collettiva. Le istituzioni religiose e quelle nazionali li hanno delusi, hanno fallito il loro compito di addomesticare la modernità risacralizzandola, ri-incantandola, per usare la terminologia weberiana. Per questo il loro rapporto con Dio è immediato, diretto, la loro religiosità fanatica proprio perché fondata su basi deboli e strumentali. Sono indifferenti alle grandi questioni teologiche che potrebbero solo soffocare il loro grande fervore ideologico. Non cercano una guida spirituale ma un coordinatore, un esperto di logistica, un’occasione per morire “alla grande”. Anch’essi, o forse loro più di tutti, esperiscono la vasta crisi delle religioni, quella che Ratzinger, nel 2004, definiva “lo sgretolarsi del cristianesimo”, che è anche lo sgretolarsi delle altre due religioni monoteistiche e del buddismo, dell’induismo e dello scintoismo, ecc. Mentre milioni di fedeli si radunano nei grandi meeting, sempre meno sono quelli che si ritrovano per pregare nei giorni designati e quelli che dedicano la loro vita all’apostolato. Questo perché si è giunti alla dissociazione finale tra cultura di appartenenza ed affiliazione religiosa, alla dispersione delle comunità tradizionali - fittizie ma in precedenza universalmente percepite come reali – ed alla ritribalizzazione della società attorno ai trend della moda ed a nuovi simboli di identificazione etnica. Nuove comunità immaginate che, condannate fin dalla nascita ad un’esistenza effimera sotto i colpi dell’apertura delle culture, delle società e delle menti che rappresenta la globalizzazione, reagiscono con l’irrigidimento dottrinale, o la violenza, alla loro manifesta gracilità. Lo jihadismo è una delle espressioni più note di questa ritribalizzazione e scomparirà nel giro di una generazione, per ricomparire dopo qualche decennio, quante le condizioni saranno favorevoli alla risurrezione della mistica dell’”eroismo fondamentalista”. In altre parole i fondamentalismi non sono reazioni difensive di culture tradizionali sotto assalto, non sono il risultato di uno scontro di civiltà, perché non esistono civiltà che si possano scontrare.
La destra pone l’accento sullo scontro di civiltà. La sinistra, come di consueto (e in certi casi non senza valide ragioni), punta l’indice contro le sperequazioni sociali. In realtà i rivoltosi non erano giovani poveri e senza speranza di riscatto ma figli sottoimpiegati di genitori piccolo-borghesi, non sempre musulmani, che impiegano le tecniche pedagogiche della generazioni precedenti, contadine, in una società che non sa cosa farsene. Questi figli ritenevano di poter ambire a qualcosa di più della carità pulciosa e mortificante di un paese che ufficialmente nega il razzismo ma nei fatti non può cancellarlo con un tratto di penna. Amano appassionatamente il proprio paese europeo, al punto da detestarlo quando questa li rifiuta, come succede negli amori non corrisposti. In realtà, quindi, i militanti e “potenziali terroristi” sono giovani di buona cultura che si sentono sradicati, discriminati, esclusi da una società che non è disposta ad accettarli per quello che sono (non semplice manodopera a basso costo) e cerca di imporre loro un certo modello di buon cittadino senza nel contempo usare lo stesso trattamento pedagogico-discriminatorio nei confronti dei non-musulmani. Di conseguenza questi giovani musulmani frustrati, come i loro omologhi giapponesi di Aum-Shinrikyo, s’imbarcano nella ricerca di una causa per la quale lottare, per dare un significato più profondo e saldo alla propria esistenza. Meglio sarebbe aiutarli a sentirsi integrati e non necessariamente omologati, costruendo luoghi di apprendimento e di culto, ma anche d’incontro con la gioventù non musulmana, piuttosto che spingerli tra le braccia di chi ha interesse a fomentare la violenza interculturale ed interreligiosa.
Se espandiamo gradualmente questo tipo di prospettiva arriviamo a capire che la loro reazione è per molti versi analoga a quella di Alex DeLarge, il protagonista di Arancia Meccanica di Anthony Burgess, che aveva ben compreso come lo Stato era del tutto indifferente alla sua esistenza, se non nella misura in cui questa non doveva in alcun modo minare l’armonia sociale. Le autorità rimangono interdette di fronte al comportamento antisociale di un amante della musica classica, un tratto generalmente associato ai “cittadini al di sopra di ogni sospetto”: “Hai una bella casa qui, dei genitori buoni e amorevoli, non hai un cervello da buttare. C’è un qualche demone che si impadronisce di te?”. Le risposte di Burgess sono ambigue, equivoche. Ma di Alex DeLarge è pieno anche il mondo non-islamico. Pensiamo ad esempio ai massacri nei college americani: Jonesboro, Arkansas; Pearl, Mississippi; Springfield, Oregon; Paducah, Kentucky; la Columbine High School di Littleton, Colorado; Conyers, Georgia, e poi Fort Gibson ed il massacro del Virginia Tech, perpetrato dal ventitreenne Cho Seung-Hui. Più recentemente un giovane finlandese, Pekka-Eric Auvinen, ha massacrato nove persone nella sua stessa scuola dopo aver diffuso online un manifesto radical-ecologista nel quale esaltava il pensiero del controverso e misantropico intellettuale finlandese Pentti Linkola e dichiarava che il suo credo Social-Darwinista lo spingeva a passare all’azione a tutela dell’ambiente, sperando di servire da modello per altri ed augurandosi che “la morte dell’umanità arrivi al più presto”. E poi c’è Breivik. Il numero di vittime di questi “terroristi fatti in casa” non si avvicina chiaramente a quello prodotto dai loro “colleghi” islamisti, ma stiamo comunque parlando di decine e decine di vite innocenti falciate in nome di un disagio esistenziale personale.
Chi ha analizzato gli scritti ed i video di questi giovani assassini ha potuto constatare che l’uccisione di massa dei propri compagni di scuola ed insegnanti ed il tentativo di distruggere gli istituti da loro frequentati erano motivati dalla convinzione che quelli, e non altri, fossero i responsabili del proprio malessere e senso di oppressione. Un ragazzo spiega che ci sono due modi per diventare famosi a scuola. La via del successo e la via dell’irrisione: “in pratica avevi paura di essere deriso per tutto quel che facevi perché se facevi una cosa fuori dell’ordinario, e ci si aspettava che nessuno facesse qualcosa del genere, avrebbero riso di te, ti avrebbero preso per i fondelli, e non avresti potuto far parte del gruppo. Così, poi, diventavi un escluso” (Klein, 2006).
In questo modo si viene a creare un sistema di sorveglianza benthamiano: un panopticon degno del Grande Fratello (quello letterario) che vede tutto e controlla tutto, sanzionando ogni devianza, nel vestire, nel comportamento, nei gusti, nella forma fisica, nel pensare, e così via. Stabilito un ideale ipermascolino ed iperfemminino al quale aspirare, tutti gli studenti sono costretti a misurarsi con esso, rendendosi conto della propria inadeguatezza e della propria fallibilità (Cook, 2000). Ecco la testimonianza di uno dei sopravvissuti alla strage di Columbine (15 morti, 23 feriti), riferendosi ai due omicidi, Dylan Klebold e Eric Harris: “Certo che li prendevamo per il culo. Ma che cosa altro ti aspetti quando vieni a scuola con certe pettinature e con delle corna sul cappellino?  Non erano solo gli atleti; facevano schifo all’intera scuola. Sono un branco di froci…Se ti vuoi liberare di qualcuno, in genere li prendi in giro, così tutta la scuola li chiama froci” (Gibbs & Roche, 1999, p. 48). In un video registrato la notte prima della sparatoria, Harris si sfoga dicendo “la gente mi prende costantemente per il culo per la mia faccia, i miei capelli, le mie camicie”, mentre Klebold aggiunge “vi ucciderò tutti. Ne ho abbastanza della vostra merda”, dove per “merda” s’intende il bullismo, l’essere spintonati, chiusi negli armadietti, il diventare bersaglio dei lazzi e delle ingiurie, dei sassi e delle lattine, l’essere chiamati froci tutto il tempo. Il risultato è l’aggressività maschile verso gli altri (eterodiretta) e l’aggressività femminile verso se stesse (autodiretta, come l’anoressia e la bulimia, l’automutilazione ed i ferimenti volontari, i tentativi di suicidio, ecc.).
Luke Woodham, di Pearl, Mississippi, dopo aver ucciso la madre che lo insultava e due studenti della sua scuola, ferendone altri sette, disse allo psichiatra che lo esaminava che non era pazzo: “Sono arrabbiato…non sono viziato o pigro; perché l’omicidio non è debole od ottuso; l’omicidio è cazzuto ed audace. Ho ucciso perché la gente come me viene maltrattata ogni giorno” (Chua-Eoan, 1997, p. 54).
Così, paradossalmente, anche un atto di protesta estrema come la violenza indiscriminata – così “virile” e totalitaria – serve solo a rinforzare il sistema di oppressione, ribadendo la naturalezza e correttezza degli standard di normalità imposti dalla società. Nessuna ragazza è finora entrata nella sua classe con delle pistole sparando all’impazzata e l’automutilazione maschile è piuttosto rara. Così non è un caso che molti studenti coinvolti nelle sparatorie abbiano scelto di farsi giustizia da soli dopo essere stati rifiutati da una ragazza: la loro mascolinità era stata messa in dubbio ed i ragazzi erano a rischio di essere accusati di inadeguatezza sessuale o di omosessualità latente.

martedì 6 dicembre 2011

Moschee tra meli e vigneti - Islamofobia



Io rifiuto questo ordine costituito e questa pace sociale frutto della falsità, della viltà, della paura e del cedimento agli estremisti ed ai terroristi islamici. Io condanno questa classe di politicanti ignoranti, vili, egoisti, miopi e suicidi. Io ho orrore di questa sedicente civiltà laicista, relativista, negazionista, nichilista, multiculturalista, disfattista, che all’insegna dell’islamicamente corretto si è arresa all’ideologia della morte e ci sta trascinando nell’era dell’oscurantismo e della barbarie.
Magdi Allam

Magdi “Cristiano” Allam, come troppi altri “cristiani”, era distratto, in classe, quando insegnavano la tolleranza. Ma si può sempre rimediare: la vita è una grande lezione.

Da alcuni anni in Europa è in corso un intenso dibattito sull’impatto dell’immigrazione di massa e dell’Euroislam. Si tratta di un evento epocale ed il problema è reale: quanti immigrati musulmani sono davvero disposti ad integrarsi? La risposta dipende naturalmente da come i nuovi residenti percepiscono il luogo in cui vivono. Se si troveranno bene, metteranno su famiglia e se i loro figli decideranno di porre il Trentino, per fare un esempio, al centro del loro progetto di vita, allora saranno a tutti gli effetti Trentini. Tuttavia alcuni Trentini si oppongono alla costruzione di moschee sul “sacro suolo trentino”, paventando l’avvento di una fantomatica Eurabia, un presunto complotto finanziato dai petrolieri mediorientali intenzionati ad imporre un Califfato sul nostro continente. Altri più semplicemente giudicano l’Islam incompatibile con la democrazia o con l’identità trentina. Eppure per lungo tempo ci si è chiesti se lo stesso Cattolicesimo fosse compatibile con la democrazia, citando ad esempio i colpevoli silenzi ed i taciti assensi del Vaticano nei confronti delle politiche più reazionarie ed autoritarie, in Europa come in America Latina. Una parte importante della Chiesa Cattolica, dalla Rivoluzione Francese in poi, si convinse che la democrazia era il primo passo verso il relativismo, la laicità, il materialismo, l’agnosticismo, l’ateismo ed il comunismo. Per evitare questi sviluppi, si poteva e si doveva ricorrere al pugno di ferro di un regime autoritario (Corrin, 2002) anche se ciò significava essere fin troppo compiacenti nei confronti delle dittature nazi-fasciste (Portelli, 2001) e negare alle minoranze confessionali ed in particolare agli Ebrei i diritti civili sanciti dalle costituzioni europee (Dietrich, 2002), magari tenendoli rinchiusi nei ghetti, in modo da evitare che contagiassero i Cristiani con i loro ideali di modernità cosmopolita e liberal-democratica (Kertzer, 2001).
Non è difficile notare le similarità tra il senso di coinvolgimento in una battaglia cosmica tra Bene e Male che caratterizzò la Chiesa dell’Ottocento e del Novecento e la sensazione di molte guide spirituali musulmane che la modernità consumistica e secolarizzante euro-americana, dopo aver indebolito la cristianità, stia aggredendo i fondamentali dell’Islam, anche tramite l’occupazione militare dei suoi luoghi sacri. Quando questa convinzione si fa strada, la via è aperta per l’uccisione di innocenti in nome della sopravvivenza dell’Istituzione e dei valori dei quali essa si fa portavoce. Non è una questione di fede, ma di identificazione simbolica collettiva e di appartenenza. D’altra parte in numerosi casi solo una minoranza di credenti è d’accordo con certe posizioni ufficiali del Vaticano. Non sarebbe dunque ragionevole concludere che le opinioni di alcuni imam, tra migliaia di imam, non debbano per forza rappresentare né verosimilmente rappresenteranno mai il punto di vista maggioritario dei musulmani e specialmente degli euromusulmani?
C’è chi denuncia l’assenza di chiese nei paesi musulmani per concludere che questa è una ragione sufficiente per impedire la costruzione di moschee in Trentino. Queste obiezioni ignorano il fatto che l’unico paese al mondo a maggioranza musulmana dove non si possono costruire chiese è una teocrazia alleata di ferro dell’Occidente Giudeo-Cristiano, ossia l’Arabia Saudita, per volontà della famiglia reale. Per di più questo ragionamento lascia intendere che abbassarsi al livello di una teocrazia islamista è perfettamente legittimo, anzi auspicabile. Si regredisce agli albori della filosofia morale, alla legge del taglione. Negli altri paesi musulmani esistono chiese, scuole e strutture ospedaliere e caritatevoli cristiane. Quindi, anche solo in nome della reciprocità, per non parlare dell’obbligo di tutela dei diritti civili dei nostri concittadini di religione musulmana, sarebbe giusto e doveroso consentire che sorgano istituzioni musulmane in Italia ed in Trentino. Infine, come ignorare il dato storico che la libertà di professare la propria fede, un motivo di vanto delle culture europee, è stato conquistata a dispetto dell’opposizione della Chiesa Cattolica? Sono argomentazioni di buon senso che non smuoveranno però le coscienze di chi non vuole lasciarsi convincere né dai laici, né dai parroci (definiti “comunisti”!), né dalla posizione ufficiale del papa stesso, che ad Istanbul ha pregato assieme al Gran Muftì in direzione della Mecca. Evidentemente, agli occhi di questi fanatici di casa nostra, anche il Sommo Pontefice sbaglia, sviato dai traditori della cristianità, la quinta colonna di Eurabia in Europa. Questi fondamentalisti identitari temono che tra alcuni anni l’identità europea e quella trentina saranno rese irriconoscibili, anche se nessun Trentino saprebbe individuare una definizione condivisa di identità trentina.
Il buon senso è inviso a chi ha già stabilito preventivamente la colpevolezza di imputati che non hanno ancora neppure compiuto un reato, se non quello di essere nati in una famiglia musulmana o di esserlo diventati.
Oggi si attaccano i musulmani in nome della libertà d’espressione, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze patite dai musulmani moderati che si trovano tra i due fuochi dell’estremismo cristiano ed islamico, accusati da entrambi di essere nascostamente in combutta con i rispettivi nemici. La destra anti-islamica si trova in una posizione di forza proprio perché, dichiarando di essere scesa in campo a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza e del fondamentalismo, impiega il linguaggio dei diritti civili, storicamente avversato dalla destra stessa, ma ampiamente condiviso dall’opinione pubblica, come un’arma moralmente incontestabile. Di contro la sinistra si trova spiazzata, perché pur condividendo la lealtà ai principi costituzionali, teme che schierandosi a difesa della minoranza islamica rischierebbe di indebolirli o comunque di tradirne lo spirito. Come condannare certe pratiche musulmane senza portare acqua al mulino della destra? Così quest’ultima continua a mantenere l’iniziativa, mentre le iniziative della sinistra denotano chiari segni d’impotenza. Una sinistra che perde consensi e, non intervenendo perentoriamente, permette ai rivali politici di trasformare gli ideali universalistici dell’Illuminismo in pilastri del nazionalismo xenofobo, in un “fondamentalismo illuminista” – che però non deve intaccare le “radici cristiane” dell’Europa – all’insegna della contrapposizione tra i “nostri valori” ed i “loro valori”. Questo, naturalmente, è il più indecente tradimento dello spirito dell’Illuminismo, che valorizzava sopra tutto il resto il diritto di ciascuno di scegliere il proprio percorso esistenziale e spirituale, a patto che non si violasse il diritto altrui di fare lo stesso.
Tuttavia un vasto consenso su che cosa s’intenda per violazione è difficile da individuare, così la mera esistenza di una consistente minoranza di non-cristiani è additata come una minaccia per il diritto dei Cristiani di professare la propria fede. Le obiezioni della sinistra sono respinte come l’ennesima manifestazione di debolezza ed arrendevolezza, in contrasto con la schietta e virile franchezza realistica della destra, che ha il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, facendosi portavoce della gente comune.
Così si glissa convenientemente sul fatto che la sinistra è parimenti contraria all’estremismo e si batte da sempre per i diritti dei membri più vulnerabili della società e sul fatto che l’Illuminismo era e rimane una battaglia contro ogni dogmatismo, perché lo zelo ideologico quasi sempre distorce e compromette anche i valori più condivisibili. Nel caso del “fondamentalismo illuminista” messo in campo dalla destra, l’individualismo etico promosso dai pensatori illuministi, ossia il principio secondo cui ogni essere umano è autonomo e viene prima delle collettività, evapora di fronte alla conclamata e categorica lealtà alla Patria, alla Civiltà Europea ed alla Cristianità, ed all’imperativo della lotta contro il Velo, la Tradizione Coranica , la Cultura Musulmana ed il Fondamentalismo, la radice di ogni male.
Il fatto che l’Islam e le sue pratiche siano estremamente eterogenei al loro interno, come dovrebbe risultare evidente a chiunque consideri la sua estensione geografica (che ora include anche l’Europa e gli Stati Uniti) e la varietà degli accadimenti storici e dei mutamenti sociali che ne hanno segnato l’evoluzione, è un aspetto che non viene preso nella giusta considerazione. È molto più semplice adattare i fatti alle idee piuttosto che fare il contrario. In questo modo è anche più facile mobilitare tutte le forze disponibili in una guerra combattuta contro un Nemico Assoluto e Monolitico, piuttosto che contro una realtà sfaccettata e contraddittoria.
Questo modo di interpretare la realtà odierna e le sue sfide altro non è se non l’ennesima variazione sul tema del fondamentalismo culturalista. Ciò è testimoniato dal fatto che se esponenti della Chiesa Cattolica rendono pubbliche le proprie opinioni omofobiche o misogine, la reazione non è mai scomposta come quando le stesse affermazioni provengono da un musulmano. Niente di cui sorprendersi, visto che il problema che fronteggiamo non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è forte in società come quelle dalle quali provengono la maggior parte degli immigrati, musulmani e non, che si sono attardate sulla strada dell’emancipazione degli individui, ma che è tutt’altro che assente nella nostra.
Se ci lasceremo sommergere da questo tipo di retorica, gli effetti non potranno che convergere verso l’istituzione di una “democrazia” populista, legata ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita di minoranze e soprattutto individui che si facciano sentire e si facciano valere, in funzione di stimolo al confronto, e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze. Questo è quel che si è fatto in Canada e negli Stati Uniti, dove la forte minoranza musulmana (circa 8 milioni di praticanti) non ha mai costituito un problema, né prima né dopo l’11 Settembre; un po’ com’era il caso degli euromusulmani prima di quella fatidica data. È anche quel che si cerca di fare in India, con i suoi 150 milioni di musulmani, in Indonesia, la democrazia musulmana più popolosa del mondo ed in Bangladesh, un’altra democrazia dove l’85 per cento della popolazione è musulmano.
Che ci piaccia o no i Musulmani sono ormai parte dell’Europa e del Trentino e l’unica reale minaccia al nostro stile di vita ed ai valori democratici proviene da noi stessi. Il panico esistenziale che si è impadronito di molti Trentini è infondato, ma è un’evoluzione naturale ed inevitabile della trasformazione che sta subendo la società trentina e che fa temere a molti che le loro stesse vite saranno sommerse e dominate da dei forestieri, che saranno esautorati della propria identità, spinti lungo la china dell’estinzione. È la stessa paranoia che tormenta i sonni di molti Sudtirolesi di lingua tedesca e che giustificava, ai loro occhi, gli attentati dinamitardi contro i simboli dell’italianità. La paura, il sospetto ed il desiderio di separazione fisica contribuiscono ad impedire ai nostri concittadini di religione musulmana di sentirsi davvero a casa, cioè di integrarsi. Le moschee, come le chiese, fanno respirare aria di casa a milioni di persone, quindi è bene che ci siano. Un attacco generalizzato all’Islam può solo estraniare quella maggioranza moderata che è la nostra naturale alleata. Se ce la rendiamo ostile sarà solo colpa nostra.