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lunedì 23 gennaio 2012

Morbido è bello - perché amo il femminino e detesto Nietzsche, pur ammirandolo







For a New World Order to live well



La società è un’impalcatura…su cui una specie prescelta di individui è in grado di innalzarsi al suo compito superiore e soprattutto a un "essere" superiore.
Al di là del Bene e del Male

Ciò che determina la tua condizione è l’ammontare di potere che rappresenti: il resto è codardia.
La volontà di potenza.

L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa.
L’Anticristo

Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri...la vita vive sempre a spese di un'altra vita - chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà.
Volontà di Potenza

Il fenomeno fondamentale: innumerevoli individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi.
Volontà di Potenza

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c'è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il "popolo" o il "femminino", agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori.
Volontà di Potenza

La vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna "uguaglianza di diritti" fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste ultime devono essere amputate - oppure l'insieme va in rovina. Avere compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l'antinatura posta come morale.
Volontà di Potenza

E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se ne servisse - affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova e sublime alla schiavitù.
Volontà di Potenza

Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna
Così parlò Zarathustra

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?
Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341).

È possibile dividere il mondo in mille maniere. Ad esempio, si può partire dalla contrapposizione solido/morbido (liquido).
Tempo fa un sostenitore di Berlusconi scriveva su facebook: “il partito di plastica, come ci chiamate spregiativamente, è un partito solido e con una nerchia possente in grado di respingere qualsiasi tentativo di deriva autoritaria del pci”.
Questo motivo del "ce l'ho duro" ritorna implacabilmente nelle esternazioni delle personalità autoritarie, di destra e di sinistra, dei razzisti, integralisti, nazionalisti/patrioti, fondamentalisti, elitisti, ecc.
Klaus Theweleit ci ha mostrato che il femminino è associato alla morbidezza ed alla liquidità (all’etereo dell’anima, dello spirito), il mascolino alla durezza, alla graniticità (al corpo, alla materia). Il razzista necessita di profilassi quando si trova alle prese con la liquidità della “melma extra-comunitaria”: teme di essere infettato. Il potere è il suo viagra, la supremazia su tutto ciò che non è sufficientemente duro, coriaceo, corazzato.
Le personalità autoritarie, i feticisti del mascolino, si inchinano al cospetto del maschio alfa di turno, SEMPRE. Coriacei all’esterno, sono morbidi dentro, ma non lo vogliono e possono ammettere. Molti cristianisti superomistici sarebbero i primi a convertirsi all'Islam, in un'ipotetica Eurabia, così come molti comunisti si sono convertiti al berlusconismo o al cristianismo. L’importante, per loro, è essere devoti: al loro ego e a qualunque entità collettiva che consenta loro di venerarlo (il proprio ego, appunto) senza dar mostra di narcisismo.
Il potere inebria questi ego mascolini, insicuri e proprio per questo armati di luoghi comuni e pregiudizi virilisti: dà loro la possibilità di plasmare la materia e la Creazione a loro gusto e discrezione.
Donne, trans, gay, drogati, zingari, ebrei progressisti, liberal, stranieri, tifosi avversari, ecc. sono tutti troppo fluidi, soffici, melmosi, virali, pandemici. Bisogna tenerli a bada, magari scendendo a valle dalla granitiche montagne con gli itifallici kalashnikov, carichi (non sterili). Falli eretti, confini netti, auto-tribalizzazione intruppante, moralismo ipocrita ma intransigente e guaine identitarie immunizzanti. Tutto può essere utile a creare degli ego rassicurati.
Cosa c'è di vivo in tutto questo? Nulla. È necrofilia inconsapevole. La vita è impura, promiscua, contingente, aperta, non auto-referenziata ma, soprattutto, scorre e cambia (panta rei). La plastica e la roccia non sono vive. Sono “sicuri da morire”, come suggeriva l’antropologo indo-statunitense Arjun Appadurai.
Nietzsche è l’epitome di questa mentalità, un compendio delle idiosincrasie dell’ego mascolino.

Fanno un po’ sorridere i difensori di Friedrich W. Nietzsche, perché spesse volte difendono il loro idolo soprattutto per non dover mettere in discussione la validità delle loro scelte e la presentabilità della loro personalità. Il filosofo tedesco fu senza dubbio un genio, ma chiunque l’abbia letto con un minimo di attenzione e che sia dotato di una coscienza/empatia sufficientemente sviluppata, non avrà potuto fare a meno di notare la continuità di un pensiero che va da Callicle a Terry De Nicolò, passando per Hitler:
E che, lo chiarisco subito, ha una sua rispettabilità. Sì, sto dicendo che l’ideologia nazista, per quanto rivoltante, aberrante, sanguinaria e mostruosa, non è un non-pensiero, è e rimane una filosofia, una filosofia che è sempre esistita e sempre esisterà, perché fa parte della Creazione, come ho cercato di spiegare qui: 
È una prospettiva sul mondo parziale, insufficiente, narcisistica, egocentrica, superficiale, ecc. ma non è inesistente. Non è l’antitesi del sapere.
Si è detto che Nietzsche non può essere considerato un filosofo, giacché ha condannato l’uso dell’intelletto e della logica preferendovi l’istinto e le emozioni. È certamente vero che fu ignorato dall’ambiente filosofico fino alla prima guerra mondiale, quando divenne un ottimo strumento di propaganda. È altrettanto vero che non ha mai davvero amato nessuno tranne che se stesso, si è autoproclamato artista senza produrre vera arte, ma solo una serie di aforismi a volte acutissimi ed illuminati/illumnanti, altre volte avvilenti per la loro dozzinalità (anche i geni non possono essere sempre al meglio).
Eppure rimane uno dei più grandi filosofi della storia umana e quel che ci ha insegnato non è meno prezioso di quel che ci hanno insegnato un Socrate, un Wittgenstein o un Lao Tzu.
Mentre la massima parte dei maestri spirituali dell’umanità ha insegnato che ego va tenuto sotto controllo e, se possibile, ridimensionato – perché ego è nemico dell’empatia –, Nietzsche insegna che bisogna gonfiarlo, come la coda di un pavone, come il gozzo della rana toro quando si sente minacciata o deve competere con un altro maschio: “Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue:
- Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili” (Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali").

Nietzsche sostiene che l’unica motivazione umana è la volontà di potenza. Mitezza e dolcezza servono solo a mascherare il vero movente. Santo o tiranno pari sono. La negazione di questa volontà di potenza è una malattia e Nietzsche è il medico dell’umanità. Ma il problema è psicologico: Nietzsche è un uomo che cerca la potenza fuori da sé perché si sente insicuro ed inadeguato. La persona veramente forte si può permettere di essere giusta e gentile, il debole no: l’ansia lo divorerebbe. I più piccoli, deboli esseri umani sono i più egoisti: “grandi” e duri fuori, piccoli e morbidi dentro. Purtroppo il palcoscenico della storia è quasi sempre stato occupato da uomini che non si sentono sufficientemente uomini e nel contempo sentono il bisogno di dimostrare a tutti di esserlo, di non essere emasculati, ma virili, granitici appunto.

Nietzsche dichiara che alla società serve il Superuomo, qualcuno che sia libero di fare quel che gli pare. Dio è morto e non ci sono norme universalmente applicabili, né ci sono punizioni per i propri capricci. Il Superuomo è l’alfa e l’omega della società. È in lui e nel servirlo che essa trova il suo fine e significato. I superuomini, che incarnano la legge – come il Führer –  formeranno una casta razzialmente pura e dominante ed il resto della popolazione sarà ridotta allo condizione di paria o chandala (impurità intrinseca).

Quando si definisce Nietzsche un liberatore, bisognerebbe tenere bene a mente il fatto che il suo unico intento emancipativo riguardava il superuomo. L’uomo ordinario doveva essere soggiogato, denigrato, asservito. Per la prima volta un filosofo va oltre Machiavelli e proclama la necessità dell’uso della violenza e della brutalità fino all’eliminazione degli “inadatti”. Non pone nessun limite a ciò che le creature superiori possono fare. Bene e male, giusto e sbagliato sono stati inventati per le persone ordinarie, quelle inferiori, quelle che ne hanno bisogno. Rapporti personali e familiari non contano quando un uomo è alla ricerca del più alto grado di eccellenza personale. Essere deboli è un errore, perché è troppo ordinario. Il superuomo nietzscheano si crea le sue regole, privilegiando le virtù del coraggio, della potenza e dell’audacia.
La vita non ha un fine che non sia la sua auto perpetuazione. Vivere è la logica della vita, il suo valore fondante. La morale della vita è quella della forza, dell’energia della volontà creatrice: una moralità spontanea, aggressiva, espansiva, modellatrice, che realizza la vita invece di riformarla, che è al di là del bene e del male e deve prevalere sulla morale degli schiavi. Il superuomo è lo spirito libero, l’uomo nobile e superiore, i cui valori si auto-fondano.
La casta dominante non deve giustificare il suo operato, ciò che fa è giusto per definizione, perché rappresenta la sorgente dei valori fondanti e non deve richiedere approvazioni. Giudica ciò che è nocivo per se stessa come nocivo in senso assoluto. I suoi valori e criteri di giudizio sono gli unici ad avere validità universale.
Nietzsche è un materialista e detesta platonismo e cristianesimo per il loro attaccamento ad una realtà ulteriore, metafisica, separata da quella sensibile, più vera di quest’ultima. Chi ci crede lo fa per risentimento, per superare il suo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, al cospetto di chi trionfa: la sua è la morale degli schiavi, di chi rifiuta la vita e la forza invece di affermarle.

Secondo Nietzsche il processo di civilizzazione ha indotto l’umanità a vergognarsi dei suoi legittimi istinti (come l’aggressività, la crudeltà ed il desiderio di prevaricazione), determinando la nascita del senso di colpa, che spinge gli uomini a rivolgere le proprie pulsioni contro se stessi. Invece l’uomo dovrebbe godere edonisticamente: la sua unica vera colpa è quella di non averlo fatto abbastanza, di aver scelto la felicità ultraterrena in luogo di quella terrena (“Così parlò Zarathustra”). Il cristianesimo è anti-vitale, necrofilo, favorisce i deboli, la gracilità, i moribondi, a discapito di chi afferma la vita. Democrazia e socialismo seguono la medesima strada, sbagliata, causando l’infiacchimento, il degrado, la regressione dell’umano.
Il bene comune non esiste, esiste solo il bene soggettivo, l’autopromozione, che si estrinseca in un’organizzazione sociale aristocratica in cui una casta di signori si dedica al piacere ed una massa di lavoratori subordinati (fisicamente e mentalmente mediocri, dozzinali) li mantiene. Ma, per riuscire ad edificarla, occorre tornare alla fedeltà alla terra, alla vita ed al sangue, serve la transizione evolutiva dall’uomo al superuomo. L’uomo è, infatti, a sentir Nietzsche, “un cavo teso tra la bestia e il superuomo”. Serve un capovolgimento dei valori correnti, umanitari e spirituali, una trasvalutazione (nichilismo attivo) che neghi la falsa concezione della realtà e del destino dell’uomo che domina il presente, a sua volta frutto di un’inversione morale iniziata dagli Ebrei.
Per capire come si debba vivere sarà sufficiente ribaltare la prospettiva. Ciò che è bene visto dal basso (nell’ottica della plebe) è male visto dall’alto e vice versa.
L’egoismo è l’essenza delle menti più nobili – ciò che è debole va sacrificato per la gloria di ciò che è forte. Gli egoisti non devono sentirsi in colpa, è solo falsa coscienza: “Se le persone non si considerano più malvagie, cessano di esserlo” (“Aurora: pensieri sui pregiudizi morali”, 1881, 148). 
Signori e servi avranno sempre una concezione antitetica di bene e male, perché i primi sono autentici ed i secondi sprofondano nel risentimento. Ma mentre i signori non si rendono conto di danneggiare il prossimo nel perseguimento dei propri obiettivi, i servi lo fanno deliberatamente (Aurora, 371).
I signori sono, a buon diritto, sfrenatamente insolenti (übermütigsten) e non devono sentirsi in obbligo verso chi non è loro pari. La loro discrezionalità è illimitata, al di là del bene e del male (aussermoralisch). La compassione è una malattia della civiltà occidentale che può condurre ad un nuovo buddismo ed alla degenerazione della vita stessa. La vita infatti è usurpazione, sfruttamento, soggiogamento, la volontà di potenza è volontà di vita. Dunque crudeltà, disonestà, vendetta ed irrazionalità istintuale sono virtù, mentre la curiosità intellettuale, la pace, la compassione ed il cambiamento sono dei pericoli (“Aurora” e “Genealogia della Morale”).
Per questo prediligo il femminino e contemplo, stupefatto ed anche un po’ impietosito, l’alterità della filosofia nietzscheana rispetto alla mia.
È la mia superbia che mi spinge a provare commiserazione, in luogo dell’interesse e rispetto per l’altro-da-me: in questo senso sono molto più affine a Nietzsche ed agli “ego d’acciaio” di quanto mi piacerebbe essere.

domenica 27 novembre 2011

Si può evitare una Terza Guerra Civile Europea (studiando il caso jugoslavo)




La guerricciola slovena – che dà il via nel 1991 alla disintegrazione dei Balcani – è un capolavoro di astuzia strategica e di messa in scena, e l’esperienza fatta a Timosoara mi aiuta a prenderne atto con relativa rapidità. Lo strappo – come si vedrà più tardi – avviene grazie a una tacita unità d’intenti con la Serbia. Si consuma all’insaputa della Croazia, e soprattutto dell’esercito federale, che cade nel tranello della provocazione. La Slovenia non interessa a Milošević; dietro alle sue dichiarazioni roboanti sull’integrità dei confini, egli già lavora per ritagliare dal paese la fetta più larga possibile di Grande Serbia, dunque il separatismo sloveno gli è utile a mettere in mora il processo e a schivarne la responsabilità. Anche per i dirigenti di Lubiana è un abile gioco delle tre carte. Essi hanno costruito la separazione pompando la rabbia popolare dei ‘mitteleuropei’ contro i ‘bizantini’ serbi, ma è proprio con i bizantini che essi si accordano per spaccare la Federazione.
Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”, 2000, p. 58.

Incremento del costo dei combustibili fossili, eccessivo indebitamento, forti disparità nord-sud, regionalismi separatisti, cultura democratica deficitaria, burocrazia inefficiente e corrotta, malavita organizzata, speculazioni internazionali, trame geopolitiche globali: queste sono state le cause principali della morte della Jugoslavia. 
Succederà anche all’Unione Europea, in caso di crollo dell’eurozona, come hanno vaticinato Merkel e Sarkozy?

Occorre prima fare piazza pulita della tenace credenza che siano le lealtà etniche a causare le guerre civili. I miti etnici e religiosi sono ingredienti fondamentali di quasi ogni guerra civile, ma si attivano solo se e quando conviene a quelli che chiamo gli “imprenditori dell’etnico” – politici, intellettuali, industriali e finanzieri che hanno interesse a rinfocolare dissidi per dividere la popolazione. Un semplice, incontestabile dato di fatto è sufficiente a confutare una volta per tutte il mito dell’incontenibile forza dell’odio interetnico. Il censimento ruandese del 1991 stimava che la popolazione tutsi ammontasse a 600mila cittadini e almeno 300mila Tutsi sono sopravvissuti al loro genocidio. Se il conto delle vittime è affidabile – tra il mezzo milione ed il milione –, allora il numero di Hutu uccisi da altri Hutu è paragonabile se non superiore a quello dei Tutsi massacrati dagli Hutu. Il che significa che, ancora una volta, le semplificazioni binomiali (bianco/nero, buono/cattivo) non rendono giustizia alla complessità degli eventi umani. 

Per capire cosa sia successo in Jugoslavia si deve anche tener conto della trama mafiosa che la avvolgeva in un reticolo di poderosi traffici di esseri umani, di armi, di droga tra Kosovo, Croazia, Germania e Italia, che hanno coinvolto alcuni tra i politici croati ed austriaci più in vista. Per maggiori dettagli, rimando all’articolo di Vito Lops, sul Sole 24 Ore del 10 settembre 2010, dal titolo “Il giallo della banca Hypo Alpe-Adria. Tra i contatti con la malavita e quei finanziamenti ad Haider”, alle fondamentali inchieste pubblicate online da “EaST Journal” ed agli studi rigorosissimi del politologo Francesco Strazzari, in particolare l’inestimabile “Notte balcanica : guerre, crimine, stati falliti alle soglie d'Europa” (2008), che hanno già tratteggiato i contorni della vicenda, in cui criminalità e sovranità si intrecciano inestricabilmente e trasversalmente rispetto ai gruppi etnici.
I Serbi, Milosevic in primis, restano comunque i principali responsabili di ciò che è avvenuto. Fino al 1958 il partito comunista era intento a creare una “coscienza jugoslava”. Poi, negli anni Sessanta, questa politica fu rovesciata e non solo non ci si curò più di fare riferimento alla nazionalità jugoslava, ma addirittura si introdusse l’obbligo per i cittadini di dichiarare la loro affiliazione etnica. Questo fu fatto perché molti Serbi stavano tentando di impadronirsi clandestinamente dei centri di potere dell’intera nazione – l’esercito e l’amministrazione pubblica –, approfittando del fatto che l’etnia non contava. Perciò bisognava in qualche modo identificarli. Il nazionalismo etnico divenne la principale forma di opposizione al comunismo, ma soprattutto ad un colpo di stato serbo dissimulato. Non si trattava di un atavismo, la natura del conflitto non era etnica. C’era invece un uso mafioso dei legami clanici per conquistare fette sempre più grandi di potere, prestigio, influenza e benessere. Tutto questo produsse un processo scismogenetico: le varie fazioni assunsero posizioni gradualmente sempre più estreme, in una crescente polarizzazione. I mass media, invece di mitigare questi processi, irrobustirono la tendenza a tessere interazioni simboliche all’insegna della contrapposizione scismatica. Ogni questione sociale andava letta in termini etnici, cosicché le simpatie e preferenze di ciascuno finivano per andare alla “sua” gente, indipendentemente dalla ragionevolezza delle istanze sollevate dall’altra parte (Denich, 2000).
I fatti, perciò, danno ragione al sociologo e politologo Marco Deriu, quando sostiene che “Il conflitto etnico non è la realtà della guerra, ma piuttosto il nome della rappresentazione pregiudiziale con cui gli osservatori sia locali che occidentali si dispongono a fronte di un conflitto del quale capiscono ben poco e da cui vogliono a tutti i costi sentirsi distanti” (Deriu, 2005, p.105). E anche a Paolo Rumiz: “Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero” (Rumiz, 2000, p.29). Quando invece quella tribale è una mera mascherata che serve innanzitutto a far credere “all’irrazionalità di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilità di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo, fornisce la base teorica all’impossibilità della convivenza e dunque all’inevitabilità della pulizia etnica; in terzo luogo, soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte dell’opinione pubblica internazionale” (Rumiz, ibid., p. 76). 
Guido Rampoldi (“L'Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005) ha parlato di ribaltamento della verità ed ha denunciato due motivi propagandistici convergenti: quello che associava il nazionalismo serbo al nazismo e quello che si agganciava alla teoria fatalistica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington, che leggeva ogni conflitto come un fenomeno naturale o un’ineluttabilità storica e perciò incontrollabile: “Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l'Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro 'spontaneo' tra popolazioni portatrici di 'civiltà' inconciliabili; e la 'civiltà' dei musulmani doveva avere caratteristiche aggressive (come è anche nell'Huntington più recente). […] È la fabbrica d'una vulgata in cui "civiltà" ha la spiacevole tendenza a funzionare come un'altra pseudocategoria, "razza", cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d'un patrimonio genetico”.
Queste impressioni sono state confermate da un progetto di ricerca internazionale che ha coinvolto storici e scienziati sociali e che aveva come obiettivo quello di scrivere una storia il più possibile imparziale del conflitto jugoslavo (MacDonald et al., 2009). Lo studio internazionale riporta che in un sondaggio del 2003, a poco più di un decennio dalla fine delle pulizie etniche, tra il 21% ed il 25% di Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci non avrebbero avuto alcun problema ad accogliere in famiglia un genero o una nuora dell’altro gruppo etnico, indipendentemente dal giudizio della propria comunità. Un valore ai miei occhi sbalorditivo.
Dunque perché l’odio assassino? Gli studiosi elencano una serie di ragioni: la crisi economica, l’autoritarismo e clientelismo diffuso, dalla famiglia allo stato, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di politici che cercavano lo scontro, i mezzi di informazione che battevano il tasto sull’atavicità ed inevitabilità dei conflitti interetnici, perché controllati da lobbies governative ed industriali che pensavano di poter avvantaggiarsi da uno scontro generalizzato. La guerra fu fabbricata anche a partire dalle acredini residue risalenti alla seconda guerra mondiale che lo stato ignorò, come se non esistessero, invece di affrontarle e creare una vera riconciliazione. Questi esperti sono concordi nel respingere la logica circolare per cui la guerra era inevitabile per il semplice fatto che ha avuto luogo. Obiettano, come Rumiz, che la debolezza con cui ci si oppose alla guerra fu paradossalmente il risultato dell’impreparazione della popolazione ad un tale sviluppo estremo. La gente non se l’aspettava e non si era attivata per evitarla. Invece politici, produttori d’armi, intellettuali, giornalisti e organizzazioni criminali avevano investito molto nell’innescamento di una spirale di distruzione e riuscirono a convincere ciascuno jugoslavo che erano stati gli altri a volere la guerra, non “noi”.  Nonostante questo moltissimi jugoslavi aiutarono i propri “nemici etnici”. 

Con ciò non si vuol dire che la Jugoslavia fosse un’utopia plurale, Ma non era nemmeno una terra di rancori e faide insanabili dove l’unità era stata imposta da fuori. C’erano separazione e convivenza, tolleranza e pregiudizio: come in Alto Adige, come in Italia, come in ogni altro luogo. Non era una società tribale, ma fu tribalizzata e si lasciò tribalizzare. Un paesano serbo aveva molte più cose in comune con il suo compaesano musulmano che con un serbo di Belgrado, sia per quel che riguarda il dialetto, sia per quel che concerne lo stile di vita; ma il conflitto rese saliente il parametro religioso e quindi la barriera separò categorie religiose, e non economiche, sociali e di ideologia politica. Vi erano relazioni amichevoli tra gruppi, ma diverse pratiche sociali li separavano, specialmente al di fuori degli ambienti urbani, dove i matrimoni misti erano rari e le amicizie erano monoetniche, così come lo erano i colleghi di lavoro. I matrimoni misti non erano comuni non per una questione di xenofobia ma perché creano complicazioni di adattamento a tradizioni diverse che molte persone preferiscono evitare. Era più facile frequentare e coniugarsi a persone che condividevano le medesime pratiche e che erano già inserite nel medesimo reticolo di obblighi reciproci dei propri genitori. Insomma, la sfera pubblica era condivisa ma quella dell’intimità era separata (Bringa, 1995). La Bosnia rurale era una società plurale, nell’accezione di Furnivall (1948): “Essa è, nel suo senso più stretto, una mescolanza, poiché essi si mescolano, ma non si combinano. Ciascun gruppo ha la sua propria religione, la sua cultura e la sua lingua, le sue idee e costumi. Come individui si incontrano, ma solo al mercato, per comprare e vendere. C’è una società plurale, con differenti sezioni della comunità che vivono fianco a fianco, ma separatamente, all’interno della stessa unità politica”. Un po’ come l’Unione Europea, in effetti. Questa separazione spiega perché, una volta che lo stato jugoslavo si sfasciò ed iniziarono le violenze, fu relativamente facile per i fomentatori d’odio rendere così determinanti e disumani i legami etnici, trasformandoli in legami clanici, cioè in una grande famiglia fittizia in cui ogni parente è tenuto ad aiutare e sacrificarsi per gli altri parenti. Un familismo su scala gigantesca reso possibile da un’accorta e scellerata manipolazione simbolica. Le persone non possono scegliere i loro familiari e, allo stesso modo, non fu più possibile scegliere con chi stare: o con noi o contro di noi. Fu la fine del volontarismo e l’inizio del sanguinario dominio del fatalismo. Non importava più ciò che uno sentiva dentro, importava la sua collocazione nell’universo simbolico serbo, croato e musulmano. Ognuno era prigioniero, volente o nolente, nella sua gabbia etnica e poteva solo cercare di allargarla a spese delle gabbie altrui
Nelle città il problema dell’etnocentrismo era molto meno sentito ed i matrimoni misti erano molto più comuni. Le statistiche sui matrimoni misti indicano che in Jugoslavia, fino al 1981, sei milioni di cittadini si erano imparentati attraverso un matrimonio misto, su una popolazione complessiva di poco più di 22 milioni di abitanti. L’integrazione sociale era dunque un fatto, non un’impossibilità (Petrović, 2000). Infatti le città multietniche bosniache resistettero alla propaganda e respinsero l’esortazione a separare le comunità miste. Per questo i Serbi bosniaci furono costretti a tagliare le linee telefoniche tra quartieri etnicamente differenziati. Tagliando le comunicazioni tra le persone si ristabiliscono i confini che la gente ignorava. L’assenza di informazioni non consentiva di farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo e si era più facile preda della propaganda (Ramet, 2005).
Purtroppo la psiche umana è conformata in modo tale che una diversa affiliazione – una distinzione ed un senso di missione – è sufficiente per innescare un processo scismogenetico, ossia la formazione di una frattura. Ma ancora negli anni Ottanta per molti era impossibile immaginare una tragedia del genere. Solo a partire dal 1987 si cominciò a prestare attenzione a quelle Cassandre che avvertivano che c’erano tutti i presupposti per una guerra civile, se le autorità non avessero corretto la rotta (Ramet, 2008). Gli stessi etnografi che lavoravano sul posto, lontano dai centri urbani dove lo tsunami stava montando, non si erano dati pensiero di quel che sarebbe potuto accadere ed effettivamente accadde di lì a pochi anni. C’era sì l’idea di una possibile separazione, ma generalmente non si temeva una guerra civile e certamente non un evento di tale ferocia. In fondo i popoli bosniaci non si erano assaliti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e anche lì c’era stato bisogno dell’intervento nazifascista per scatenare l’inferno. Se l’odio fosse davvero stato una costante, un elemento intrinseco ai rapporti tra le genti jugoslave, allora si sarebbe arrivati ad una separazione netta, in aree etnicamente pure, già da secoli. Se la coesistenza fosse stata davvero impossibile e le relazioni interetniche fossero state realmente troncate come si sostiene ora, perché comunità differenti avrebbero continuato a convivere e risiedere in territori potenzialmente ostili, come hanno fatto? Paolo Rumiz, infatti, parla di incredulità della gente, ignoranza, sorpresa: “NON ESISTE PROVA MIGLIORE FORSE CHE LA BOSNIA NON È STATA DISTRUTTA DALL’ODIO, MA DA UNA DIFFUSA IGNORANZA DELL’ODIO” (Rumiz, 2000, p. 7).
I musulmani pensavano che solo i forestieri (ljudi sa strane) avrebbero creato incidenti. Ma quando queste forze esterne si presentarono alle loro porte, si stupirono nello scoprire che alcuni dei loro vicini si univano ad esse nell’eccidio dei musulmani, nel saccheggio e nella distruzione delle loro case (Bringa, 1995). Questa inconsapevolezza è da attribuire alla distanza dagli epicentri del fenomeno scismogenetico ed alla complessità della convergenza di fattori politici, economici, istituzionali ed ideologici tali da produrre una “tempesta perfetta” che compromise gli equilibri attivando certi meccanismi di progressiva contrapposizione in tutta l’area, anche laddove non c’erano stati dissidi diversi da quelli che s’incontrano in ogni comunità umana. Quel che si può escludere recisamente è che sia colpa di anonimi fattori storici o biologici. Ci furono persone in posizione di autorità che fecero tutto quanto era in loro potere perché accadesse quel che poi successe. Narcisismo ed orgoglio ferito, problemi di autostima, la ricerca spasmodica di un leader carismatico e messianico che conducesse il gregge, fecero il resto. A ciò si aggiunse la convinzione serba, alimentata dal regime, di essere tra i pochi guardiani rimasti dei valori del cuore e dello spirito e contro l’americanizzazione del pianeta (Ramet, 2005).
La pulizia etnica servì prima di tutto a creare le contrapposizioni, non ne fu la conseguenza. Poiché, essenzialmente, c’era un solo linguaggio, serbi musulmani e croati cominciarono a distorcere le loro lingue per andare incontro al mito della separazione. I musulmani introdussero termini arabi al posto di quelli serbi, i croati cercarono di inventarsi un croato puro ed autentico con picchi farseschi come quando si smise di usare il termine hiljada (mille) che era un vecchio termine croato, perché era stato impiegato dal governo jugoslavo, preferendo il sinonimo tisuca. Si distrussero i monumenti dedicati agli eroi della guerra antinazista, perché erano jugoslavi (Hedges, 2003).
Come i nazionalismi precedono l’esistenza delle nazioni e le creano dal nulla, immaginandosi delle comunità che prima non c’erano, allo stesso modo la pulizia etnica produsse legami solidissimi tra i carnefici, che si sentirono uniti dal senso di colpa e dalla necessità di proseguire nell’escalation di odio e violenza per dare un senso alle atrocità compiute in precedenza, in un circolo vizioso di razionalizzazione dell’imbarbarimento progressivo. Ad ulteriore dimostrazione che la maggior parte delle persone coinvolte in questa pratiche mostruose possiede una coscienza e va ritenuto pienamente responsabile di ciò che sta facendo. Il risultato fu che molti serbi bosniaci – ma certamente non tutti, anzi – si distaccarono da quei criteri morali, psicologici e cognitivi che fino a quel momento avevano impiegato per valutare se stessi e gli altri (Ramet, 2005).
La crisi jugoslava non va letta come il risultato di odio etnico. Quel tipo di interpretazione inverte la storia e comincia a leggerla dalla fine. L’odio è arrivato alla fine. Accettare la naturalezza ed inevitabilità delle animosità etniche ne facilita l’insorgere e il trinceramento in appartenenze gelose, possessive, intolleranti e paranoici (Woodward, 1995). Tutti i gruppi si percepivano come vittime, ignorando gli eccessi della propria parte, ignorando le rivendicazioni altrui. Fu uno di quei casi di autismo collettivo che sono molto frequenti nella specie umana. Il fatto è che finché non esiste un vocabolario comune ed una storia condivisa non ci sarà pace, ma solo assenza di conflitto violento.  Ciò non significa deresponsabilizzare le persone. La gente comune non era innocente. Fu dopo tutto una maggioranza di elettori a continuare a votare per dei candidati che avevano enfatizzato la loro eticità e la contrapposizione rispetto agli altri gruppi etnici e a non votare in massa per chi voleva una pacifica convivenza. Queste persone avrebbero potuto e dovuto immaginare che il continuo rilancio di accuse, l’escalation dei proclami e la progressiva polarizzazione avrebbero causato una guerra civile.


SEGUE L'IMPORTANTE CORREZIONE INTEGRATIVA DI GIULIANO GERI (ZANDONAI EDITORE), CHE RINGRAZIO:

"Un piccolo appunto. Non si può, a rigor di logica, parlare di divisioni "etniche" tra popolazioni della stessa etnia (slavi), dunque l'introduzione di un simile concetto è già di per sé la cifra di una manipolazione a fini diversificati, di cui l'Occidente è responsabile al pari della classe politica interna che ha preparato, studiato a tavolino e poi scatenato la dissoluzione. Inoltre non si può parlare di "nazionalità jugoslava", se non in termini particolari. "Narodnost" è proprio la categoria cui si è voluta sostituire quella, impropria, di "etnia". Gli ultimi censimenti chiedevano ai cittadini jugoslavi di esprimere la propria "nazionalità" (serbi, croati, bosgnacchi ecc.). Chi si rifiutava di appartenere a quelle che sarebbero diventate "gabbie etniche", si definiva ufficialmente di "nazionalità jugoslava", senza alcun criterio né sentimento di appartenenza socio-politica che non fosse quella federale. 
Una settimana fa c'è stato il ventennale della caduta di Vukovar, mirabile esempio di come la guerra civile sia stato un evento rigorosamente pianificato".


domenica 20 novembre 2011

Buoni steccati per un buon vicinato - quando i morti valgono più dei vivi


Non dobbiamo lasciare gli immigrati agli italiani. La maggior parte di loro ha frequentato la scuola italiana perché noi non li volevamo, ma è nel nostro interesse che imparino il tedesco, altrimenti si dichiareranno italiani.

Richard Theiner, Obmann (segretario) della Südtiroler Volkspartei.

La società multiculturale tiene al suo interno le diverse culture, ma l’una di fronte all’altra come sistemi di valori e visioni del mondo chiusi, ciascuno in sé sufficiente a fornire il quadro etico completo e bastante all’esistenza dei suoi membri. Onde, potrebbe dirsi che il pluralismo tende ad un orizzonte comune di senso, per quanto composito; mentre il multiculturalismo no, si ferma a una giustapposizione delle diverse culture, nella migliore delle ipotesi estranee l’una all’altra; nella peggiore, conflittuali. [...]. il primo schema è la separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza. [...] La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. 
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia. Un dialogo”.

All’interno di questa mentalità [ideologia tirolese] vorrei inserire il concetto di lotta ai corpi estranei, attorno al quale si sviluppa questa mia riflessione. Sono diventati corpi estranei idee, aspirazioni e movimenti che non rientravano nel quadro descritto, ma piuttosto disturbavano il mondo così ordinato e tramandato e per questo motivo sono cadute sotto questa straordinariamente vigile ed efficace lotta ai corpi estranei. Per fare un esempio, basta pensare cosa è successo in Tirolo dal XVI sec. in poi con il protestantesimo, arrivando persino all’espulsione fisica. Oppure richiamiamo alla memoria il destino degli ebrei in Tirolo. Pensiamo ai massoni e all’illuminismo – indipendentemente dal fatto se la minaccia proveniva da Vienna, da Monaco o persino (che orrore!) dalla Francia con le baionette napoleoniche. Pensiamo al rifiuto del liberalismo politico – la disputa nella scuola, il “Kulturkampf” e ciò che è successo attorno alla libertà di religione in Tirolo appena un po’ più di cent’anni fa lo dimostrano – oppure alla freddezza con cui sono state accolte in Tirolo le idee repubblicane o socialiste. Non serve un particolare acume per riconoscere proprio nel culto dell’eroe tirolese Andreas Hofer la celebrazione più alta ed evidente di questa convinta e alla fine vincente lotta ai corpi estranei.
Alexander Langer, “Ciechi dall’occhio destro: il Tirolo fra Andreas Hofer e Haider”.

Se la gente vuole restare separata lo farà spontaneamente, se vorrà unirsi lo farà spontaneamente. Gli esperimenti di ingegneria sociale su vastissima scala che prevedono la divisione tra gli esseri umani sono invece inevitabilmente il sintomo di una sconfinata hybris che prima o poi presenta il conto. Gli esseri umani sono già egocentrici di natura, con un corollario di gelosie, invidie, rivendicazioni possessive, avidità, egoismi, ecc., ormeggiare centinaia di migliaia di essi ad una proporzionale etnica permanente è suicida. Lo stesso discorso vale per quegli esperimenti che costringono all’assimilazione i nuovo arrivati, considerati automaticamente non all’altezza di poter insegnare qualcosa di nuovo e utile ai residenti. Il fascismo, fece anche peggio: irruppe in casa d’altri e gridò: voi non valete nulla, la vostra cultura è un intralcio, o diventerete come noi o è meglio se ve ne andate. 
L’eterna contesa tra natura e cultura. Da un lato abbiamo il modello imperialista ed assimilatore latino e neo-latino, quello che ha trasformato l’Alsazia in un penoso parco a tema del nazionalismo francese e francofono e che avrebbe fatto subire una sorte simile all’Alto Adige, se il fascismo fosse durato quanto il franchismo. È anche quello dei romani e dei conquistadores, sempre pronti a civilizzare i nativi, estirpando le loro specificità “per il loro bene”. Dall’altra parte abbiamo un modello ugualmente radicale, nella separazione biologica, che ha dato vita a tutte le forme di segregazionismo del passato coloniale europeo e della storia americana e sudafricana. Per un utile confronto tra mentalità dell’apartheid e segregazionismo in Alto Adige, rimando a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010).
Esempi documentati di questo secondo sistema sono i regni visigoti nell’Iberia e quelli anglosassoni in Britannia. L’analisi genetica indica che in Britannia la popolazione celtica locale, di origine iberica, fu presumibilmente sottoposta ad un regime di apartheid estremamente aggressivo che, nel corso di un paio di secoli, anche a causa del terribile impatto demografico della cosiddetta “peste di Giustiniano”,  invertì la proporzione di invasori germanici rispetto agli indigeni celto-romani. È ipotizzabile che la radice indoeuropea walos sia all’origine di nomi e toponimi come Welschtirol (Trentino), Wales (Galles), Cornwall (Cornovaglia), Vlach (nei Balcani), Valacchia (Romania meridionale) e Valloni (in Belgio), ossia di terre e popoli celti o latini confinanti con il mondo teutonico. Il che potrebbe indicare una tradizionale riluttanza a mescolarsi con popoli non-germanici, laddove possibile. Fu comunque quel che scelsero di credere i nazisti, che tentarono di restaurare l’antico istituto dell’Erbhof (maso chiuso) e del corrispondente diritto fondiario germanico in tutta l’Europa rurale occupata (D’Onofrio, 1997). 
In realtà non c’è nulla d’intrinseco in questa contrapposizione. La sua dimensione storica è più che plausibile (Strassoldo, 2000, p. 85):

La spiegazione apparentemente più ovvia delle differenze tra Germania e Italia negli atteggiamenti verso la natura sta nel fatto che l’Italia, come propaggine della civiltà ellenica, si è urbanizzata almeno quindici secoli prima della Germania. Da molto più tempo la sua cultura si è sviluppata nell’ambiente artificiale di insediamenti stabili di pietra e mattoni, ad altra densità di popolazione. Il suo territorio è stato antropizzato, la natura addomesticata e sottomessa, le selve emarginate negli ambienti estremi, dei monti e delle paludi. La sua religione ha perso i caratteri tellurici (animasti, politeisti e panteisti) e ha assunto caratteri iranici e metafisici, la sua cultura si è fatta antropocentrica e socio-centrica.

Non esiste una società che sia indipendente dalle persone che la compongono e dalle vicende storiche che la modellano. La società è una costruzione, se è corrotta è perché sono corrotti i suoi membri. È una gabbia che ci siamo eretti attorno e noi siamo i nostri carcerieri. Non ha senso dare la colpa alla società. Chi, comprensibilmente, ne ha abbastanza del modello degli steccati etno-linguistici dovrebbe seguire l’esempio di Rosa Parks, che con la sua disobbedienza civile diede il via al movimento per la fine del segregazionismo tra bianchi e neri. Costruire un’ortodossia della separazione per interrompere il flusso della vita significa erigere muri e proiettare sull’altro, sul diverso, la nostra ombra, tutto ciò che di negativo vogliamo rimuovere da noi stessi. Ci si guarderà in cagnesco e si competerà invece di intessere relazioni. Una persona di buona volontà, un giusto, non ha bisogno di potere, status, autorità, quindi non crede a nazioni e bandiere, non erige muri, non è aggressivo, non necessita di identificazioni che lo espandano, che lo sollevino dalle sue ansie di inadeguatezza, che gli consentano di dire orgogliosamente “io” e “mio”, camuffandoli da “noi” e “nostro”. In questo modo non solo inganniamo noi stessi, ma inganniamo anche gli altri, rendendoli nostri complici. Poniamo un’etichetta su di noi e sugli altri e così non dobbiamo più preoccuparci di prenderli singolarmente per capirli. Ci convinciamo di sapere già tutto quel che c’è da sapere su di loro. È un comportamento terribilmente infantile e la proporzionale etnica lo alimenta generando nuovi spazi di autovenerazione personale e collettiva: “io non ho bisogno di voialtri”, “staremmo meglio se voi vi levaste di torno”. Questo è quel che si sente dire sempre più spesso in Alto Adige ed è un pessimo segno, il segnale che un meccanismo di risoluzione dei conflitti è invece un meccanismo di spartizione della prosperità che li perpetua, fissandoli.
L’idolatria frammenta e dove c’è frammentazione c’è conflitto e dove c’è conflitto c’è spesso miseria umana, miseria dell’animo, incaapcità di analizzare obiettivamente le cose, le nostre vite, le esistenze ed i pareri altrui. Abbiamo paura dei fatti e scappiamo nel mondo delle astrazioni. I nostri problemi derivano dalla nostra riluttanza a far convergere i due binari, quello dei fatti e quello delle idee. Questa scissione, che rispecchia quella etno-linguistica, genera dissonanza e violenza, ma facciamo fatica a capire che la violenza non è fuori o dentro di noi, la violenza siamo noi. Ce lo insegna la storia, il buon senso e, come vedremo, la scienza sperimentale.
La violenza non è solo picchiare o uccidere qualcuno. È violenza anche quando usiamo frasi taglienti ingiustificate, per il puro gusto di ferire l’altro, quando con un gesto liquidiamo una persona, per lo stesso motivo, quando obbediamo per paura. La violenza è sottile, profonda. Quando ci autoidentifichiamo come altoatesino o sudtirolese, siamo già entrati nel ciclo della violenza, perché ci separiamo in qualche misura dal resto del mondo e quando lo facciamo, in nome delle nostre credenze, tradizioni, nazionalità ed altre sovrastrutture, allora generiamo violenza. Chi aspira ad essere nonviolento non può appartenere ad una nazione, ad un gruppo etnico o ad una religione, ad un partito politico o una fazione, perché ciò condizionerà il modo in cui intende le ragioni altrui, lo renderà meno obiettivo, e quindi meno giusto, meno equo, meno sereno, meno distaccato, più aggressivo, più rabbioso. Sono la paura, la rabbia, lo spirito antagonistico che ci spingono ad onorare nazioni, stracci che chiamiamo bandiere, leader che incarnano la nostra “essenza”, ad assumere un atteggiamento difensivo che produce equivoci sempre più aggrovigliati e pericolosi. Competiamo con gli altri, continuare a confrontarci, a voler prevalere, a scegliere la gelosia, l’avidità, l’ingordigia, l’aggressione come stile di vita. È curioso che due guerre mondiali non ci abbiano ancora insegnato che bisogna stare uniti, non creare barriere tra noi. Quante ne serviranno ancora per farci rinsavire?
Eppure, ogni volta ricadiamo nello stesso errore e dividiamo il mondo in noi e loro, in buoni e cattivi, i capri espiatori a cui assegnare l’onere della colpa per tutto ciò che non va. Nominiamo narratori ufficiali specialisti della semplificazione, che corroborino la nostra immeschinita visione del mondo, che personifichino il “noi”, per renderlo più gestibile, più uniforme, per farci dimenticare quanto variegata e preoccupantemente contraddittoria sia la natura di questo “noi”. Diciamo le cose come stanno: noi vogliamo vivere e gli altri hanno meno diritto di vivere di noi. In Alto Adige gli altri hanno meno diritto alla prosperità di noi e i tagli dovranno colpire prima di tutto gli altri, i veri parassiti, quelli che fruiscono di prerogative immeritate, perché hanno imparato a fare le vittime. Questo è un altro discorso che si continua a sentire, da una parte e dall’altra. “Parassita” è un vocabolo che, dopo la vicenda nazista, ci si augurerebbe di non dover più sentir pronunciare in pubblico.

Gli studi di psicologia sociale degli ultimi 60 anni dimostrano fuori di ogni ragionevole dubbio che il paradigma della segmentazione etnica sia una faglia sismica che si estende nel cuore di un’area che, solo per il momento, non è sottoposta a sollecitazioni tettoniche; che lo slogan più adatto sarebbe “quanto più ci separeremo, tanto più rischieremo di farci del male”; e che, per ridurre o eliminare questa faglia, occorrerebbe seguire il consiglio di Alexander Langer: “quanto più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, tanto meglio ci comprenderemo”.
Un mondo vivo cambia, fluisce, scorre, è in uno stato di flusso costante. Chi crede di poter fissare identità e confini sarà spazzato via. Le catene imposte alla realtà si spezzano come fuscelli. Quel che dev’essere chiaro, una volta per tutte, è che dividere gli esseri umani apre la strada alla violenza e che questo l’Alto Adige non se lo può più permettere (e non se lo sarebbe mai dovuto permettere). Chi divide dovrà essere considerato responsabile di ogni spiacevole conseguenza. Vediamo dunque perché.
L’esperimento di Robbers Cave, realizzato nel 1954 da Muzafer and Carolyn Sherif in un campo estivo dell’Oklahoma, è considerato ancora oggi uno dei migliori esperimenti di psicologia sociale della storia. Vi presero parte 22 ragazzi separati fin dal momento in cui montarono su due diversi autobus per recarsi al campo in due gruppi di undici elementi in modo tale che non si conoscessero. Ciascun gruppo ignorava l’esistenza dell’altro e per i primi giorni furono mantenuti ad una distanza tale da non scoprire mai la presenza dell’altro gruppo. Gli fu chiesto di darsi un nome. Un gruppo optò per “i serpenti a sonagli”, l’altro si battezzò, “le aquile”. Il che è già di per se curioso visto che nella mitologia indigena americana aquila e serpente sono i due acerrimi nemici per antonomasia. Entro pochi giorni in seno a ciascun gruppo si formarono spontaneamente dei rapporti gerarchici. Poi si fecero incontrare i due gruppi e, nel giro di un altro paio di giorni, cominciò a generarsi dell’ostilità reciproca, che crebbe molto oltre quel che era stato preventivato dagli sperimentatori. Furono costretti ad interrompere questa fase per dare inizio alla terza ed ultima fase, quella dell’integrazione, che prevedeva l’introduzione di compiti, sfide ed obiettivi condivisi che annullavano la salienza di ciascun gruppo e costringevano i vari ragazzi a ragionare in termini di interessi comuni e sforzi cooperativi, perché nessun gruppo sarebbe stato in grado di farcela da solo. Come ad esempio l’approvvigionamento d’acqua in seguito ad un’improvvisa scarsità (artificiale), la rottura (non accidentale) del motore di un furgoncino, la scelta di un film da proiettare. Questi incarichi fecero sì che l’ostilità svanisse e, alla fine dell’esperimento, tutti avevano fatto amicizia e pretendevano di tornare a casa assieme. Le conclusioni di questo esperimento confermavano i risultati di esperimenti precedenti e sono state a loro volta comprovate da altri esperimenti, sempre più ingegnosi, ideati negli anni successivi.
Il dato più preoccupante è che è sufficiente dividere le persone in gruppi perché, in modo automatico, i componenti di un gruppo, per quanto eterogenei, comincino ad elaborare dei pregiudizi omogenei nei confronti di ciò che è esterno (negativi) ed interno (positivi) al gruppo e delle forme di dipendenza nei confronti del gruppo stesso (Kecmanovic, 1996). A prescindere da ogni considerazione e senza neppure rendersi conto dell’arbitrarietà delle loro categorizzazioni e linee di demarcazione, una persona indotta a catalogare gli altri in gruppi tende: (a) a minimizzare le differenze tra i membri di questi gruppi e ad esagerare le differenze tra gruppi; (b) a ricordare più facilmente ciò che accomuna i membri del suo gruppo e ciò che lo distingue dai membri di un altro gruppo; (c) a ricordare più facilmente le informazioni positive che riguardano i membri del suo gruppo, ignorando o rimuovendo dalla memoria quelle negative; (d) a vedere più legami e legami più intensi ed evidenti tra i membri del suo gruppo e se stesso; (e) ad aspettarsi che i valori ed atteggiamenti dei membri del suo gruppo rispecchino i suoi in misura maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (f) ad affezionarsi ai membri del suo gruppo considerandoli maggiormente degni di fiducia, affetto e lealtà; (g) a comunicare in modo tale da preservare un orientamento benevolo e positivo nei loro confronti; (h) ad aiutarli in misura segnatamente maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (i) a sottrarre risorse agli altri gruppi ed essere meno leale verso i loro membri, fenomeno che svanisce quando la separazione lascia il posto all’identificazione dell’altro come persona e non come membro di un diverso gruppo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009).
Il che dimostra che separare, compartimentare (diaballein in greco) gli esseri umani è “diabolico”.
Le strategie sperimentate con successo dagli psicologi sociali per riuscire a superare lo scontro e stimolare la cooperazione includono invece un processo di decategorizzazione, che sottolinea le qualità individuali degli altri ed incoraggia le interazioni su base personale. Questo è quel che abbiamo cercato di avviare io e Mauro Fattor con il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”. Una strategia alternativa, più semplice, è quella di ricategorizzare i membri che si percepiscono come appartenenti a gruppi diversi in un’unica, sovrastante categoria (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). Questo è quel che alcuni cercano di fare in Alto Adige, estendendo il dominio simbolico e semantico di “patria” fino a comprendere la minoranza altoatesina, affinché si senta coinvolta nel comune progetto di migliorare la società locale. Ciò però comporta lo spostamento della linea di demarcazione (e dei pregiudizi favorevoli o antagonistici) un po’ più in là e può creare un più intenso dualismo con i vicini trentini a sud e i vicini tirolesi a nord. Storicamente, il nazionalismo ha sfruttato questa strategia per superare i regionalismi, con il risultato di pacificare vaste aree, ma anche di causare maggiori frizioni tra nazioni, in luogo delle più limitate faide tra signorie, feudi e contrade. Inoltre questa nuova, più ampia identità collettiva può essere instabile (se i pregiudizi sono troppo radicati), può non arrecare i vantaggi promessi, può essere percepita come un’imposizione ingiustificata e portare di conseguenza all’esacerbamento dei dissidi invece che alla loro risoluzione permanente. Mi pare che questo sia precisamente il caso dell’Italia di questi anni. 
Che la soluzione migliore sia quella di invitare le persone ad imparare a gestire una molteplicità di identità collettive – analogamente a come ciascuno di noi passa nel corso di stessa una giornata da un ruolo all’altro senza avvertire traumi o di sconnessioni – è dimostrato dal fatto che chi supera la barriera dell’appartenenza forte ed opta per un’identificazione plurale e complementare, tende ad essere psicologicamente più in salute, ad esperire minori livelli di stress e a dedicarsi ad attività che sono più salutari per il suo organismo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). A ciò si aggiungono due aspetti ancora più decisivi: il mantenimento della volontà di denuncia delle disuguaglianze ed ingiustizie, che all’opposto un’eccessiva enfasi sulla coesione sociale inibisce, ed un più alto tasso di pensiero creativo ed innovativo, qualitativamente migliore (Fiske/Gilbert/Lindzey, 2010).

In sintesi, i sostenitori del comunitarismo identitario sbagliano quando affermano che la loro posizione sia naturale, razionale e conveniente. Nessuno di questi tre attributi è applicabile a questa ideologia. La scelta identitaria collettiva è al contrario emotiva, non è universale ed è potenzialmente disastrosa. Trovo semplicemente indecente che un presunto debito di riconoscenza verso antenati ignoti debba prevalere sulle responsabilità nei confronti dei vivi e che il paternalismo autoritario di genitori etnicamente militanti debba plasmare l’identità etnica dei figli, pena l’estinzione della comunità e dell’Heimat, cosicché ogni passeggiata, ogni conversazione, ogni domanda servano a trasformarli nel genere di persona che sarebbero ammirati da un Silvius Magnago o da un Pietro Mitolo. Goebbels, nel dicembre del 1942, esclamava: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi!”.
Gli esseri umani non sono argilla e se davvero ci sentiamo in debito nei confronti delle future generazioni, sarebbe opportuno dimostrarlo facendo in modo che possano nascere in un mondo in cui gli esseri umani si incontrano, piuttosto che in uno in cui si scontrano nel nome di sentimentalismi ed arcaismi e sulla scorta di istinti primordiali francamente risibili, come ha messo in luce Hans Magnus Enzensberger nella sua acuta analisi delle dinamiche dello scompartimento ferroviario (Enzensberger, 1993, pp. 5-8):

Due passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro storia, non sappiamo da dove vengono, né dove vanno. Si sono sistemati comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non è accolto con favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un singolare senso di solidarietà. Essi affrontano i nuovi arrivati come un gruppo compatto. È loro il territorio che è a disposizione. Considerano un intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza è quella dell'autoctono che rivendica per sé tutto lo spazio. Questa visione delle cose non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata. Questo innocente modello non è privo di lati assurdi. Lo scompartimento ferroviario è un soggiorno transitorio, un luogo che serve solo a cambiar luogo. E’ destinato alla fluttuazione. Il passeggero è di per sé la negazione del sedentario. Ha cambiato un territorio reale con uno virtuale. Ciononostante difende la sua precaria dimora con silenzioso accanimento.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Ciò si deve al fatto che tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice istituzionale delle ferrovie, dall'altro da norme di comportamento non scritte, come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati. Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. […]. Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari, dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per sé tutti i privilegi che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la difesa di un territorio «ereditario» appena occupato, e degna di nota la totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con quanta rapidità si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta e negata.