Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Globale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Globale. Mostra tutti i post

venerdì 27 gennaio 2012

Soros avrà il mio corpo, ma non la mia anima - capitalismo, rivoluzione e la fuga dalla matrix






Se i padri dell’Europa, Jean Monnet e Robert Schuman, fossero vivi, vedrebbero che il loro obiettivo, spingere l’Europa verso una vera unificazione attraverso una serie di crisi, è sempre più a portata di mano.
Vicky Pryce “A necessary euro crisis”, Guardian, 2 dicembre 2011
Vicky Pryce è una dirigente di FTI consulting, la più grande società di consulenza per ristrutturazioni aziendali degli Stati Uniti, consultata nei casi Lehman Brothers, General Motors e Madoff.

Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.
Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”, 1982.

Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata.
Mario Monti, discorso alla Luiss, 22 febbraio 2011.

Se il popolo potesse comprendere in quale abisso l’ignoranza lo fa precipitare, scuoterebbe ben presto il giogo di quelle anime venali che lo mantengono nell’ignoranza per il proprio interesse personale. Basterebbe per questo che usasse la propria ragione; è impossibile che lasciandola agire non scopra la verità.
Anonimo autore di “Esprit de Mr. Benoit de Espinosa”

Tutto si risolve nel potere, il potere in egoismo, l’egoismo in appetito, e l’appetito, lupo universale, doppiamente assecondato dalla volontà e dal potere, vorrà fare dell’intero universo la sua preda e alla fine divorerà se stesso.
William Shakespeare, “Troilo e Cressida”

Nel Regno di Dio entreranno coloro che sono stati capaci di rifiutare di perseguire nella loro vita il profitto economico. Nel Regno di Dio entreranno coloro che non si sono assuefatti alle gerarchie di potere e si sono prestati a favore non già dei potenti, ma degli ultimi della società.... La vera novità introdotta da Gesù circa il Regno di Dio sembra essere stata l'idea che questo Regno non dovesse essere più il termine di un'attesa futura, ma dovesse essere realizzato subito con un impegno immediato di trasformazione spirituale. Nel racconto del Vangelo di Luca, infatti, egli comincia la predicazione, affermando la necessità che i prigionieri siano liberati, i debiti condonati, ogni servitù abolita, ogni oppressione sciolta. Egli si riferisce al cosiddetto anno di grazia del Signore, che l'antica società templare ebraica praticava ogni cinquant'anni, imponendo l'annullamento degli acquisti immobiliari e dei gravami personali costituiti nei 49 anni precedenti e che il profeta Isaia aveva sostenuto dovesse essere attuato per ogni forma di ricchezza e di soggezione, in modo da eliminare scandalose ingiustizie. Gesù, infatti, fattosi consegnare dall'inserviente della sinagoga il rotolo biblico dove Isaia preannuncia il suo integrale anno di grazia del Signore, lo legge ad alta voce ai presenti per proclamare solennemente : "Oggi questa scrittura si compie nel momento stesso in cui le vostre orecchie la ascoltano".
Bontempelli e Bruni, “Civiltà storiche e loro documenti”, Milano, 1993

Chi non conosce George Soros? È nato a Budapest, il 12 agosto del 1930 da famiglia ebraica (Schwartz) costretta a cambiar nome per sfuggire alle persecuzioni). A 13 anni lavorava per il consiglio ebraico di Budapest, uno dei tanti che collaborava con i nazisti nello sterminio degli Ebrei, nella speranza di poter salvare quante più vite fosse possibile (o per egoismo e grettezza, come denunciò Hannah Arendt). Uno dei grandi geni finanziari della contemporaneità, uno che si è fatto da solo, senza ereditare i suoi miliardi, ed è oggi il 35esimo uomo più ricco del pianeta (Forbes, 2010); un capitalista così ambizioso ed audace da speculare contro la sterlina e la Banca d’Inghilterra, nel 1992, vincendo la partita. Soros è un globalista, ossia un fautore del nuovo ordine mondiale, ufficialmente da posizioni di sinistra, attraverso fondazioni, comitati e sponsorizzazioni di politici. Qui ho spiegato le ragioni per cui io reputo che il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale sia una pessima idea per molti ed un’eccellente idea per chi già detiene il potere e vuole, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi veramente:
Nel febbraio del 2009 Soros annunciò che il sistema economico globale era stato tenuto in vita artificialmente ma che, dopo l’inizio della crisi, non era più possibile vedere il fondo dell’abisso. Ora sta cercando di istituire un nuovo sistema economico-finanziario che faccia a meno del dollaro (il che decreterebbe la fine degli Stati Uniti) e che, presumibilmente, introdurrà una qualche valuta globale:
O, addirittura, abolirà i contanti:

Soros prevede il default greco (lo dà per certo), una risorgenza fascista, la discesa dell’Europa nel caos e nella violenza, ma non la morte dell’euro. Per gli Stati Uniti prevede rivolte negli Stati Uniti che innescheranno una reazione autoritaria da parte dello Stato. Il sistema economico globale potrebbe essere moribondo:
Aggiunge, però, che durante le crisi l’impossibile diventa possibile, nel male ma anche nel bene:
Considerazioni e previsioni analoghe sono state fatte da Jacques Attali:
Si tratta di capire se questa sia una crisi spontanea, ciclica e quindi se sia possibile affidarsi alle autorità mondiali per risolverla ed assicurarci un nuovo modello di sviluppo migliore di prima, oppure se sia una crisi generata nell’intento di far ingoiare alla popolazione mondiale delle trasformazioni che altrimenti rifiuterebbe.
Carroll Quigley, uno dei massimi storici dell’economia statunitensi del secolo scorso (mentore di Bill Clinton quando era un universitario), in Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time (New York: Macmillan, 1966), spiega che la crisi deflattiva del 1927-1940 fu la causa principale della Seconda Guerra Mondiale e fu prodotta dai banchieri. Demolì la democrazia ed il sistema parlamentare ed ostacolò quei governi che restarono democratici con la sua ortodossia economica, impedendo loro di riarmarsi adeguatamente e difendersi dal fascismo, con il risultato che la seconda guerra mondiale fu prolungata inutilmente a causa della debolezza delle democrazie che causò le loro sconfitte iniziali. Non contenti, i banchieri indirizzarono lo sviluppo economico dell’Occidente lungo la strada del capitalismo monopolistico.
La ricetta dei banchieri fu: tassi di interesse più alti, avanzo primario o pareggio del bilancio (oggi si chiama regola d’oro), riduzione della spesa pubblica (tagli al welfare), misure deflattive (che inibiscono l’iniziativa delle imprese), ancoraggio al sistema aureo (gold standard – c’è sempre quest’oro di mezzo).
Tutte idee che gli economisti non-ortodossi (oggi sono i vari Stiglitz, Krugman, Amartya Sen, ecc.) respinsero categoricamente, perché la strategia dei banchieri intendeva conservare il valore del denaro ed aumentare il profitto riducendo il costo del lavoro - ossia impoverendo i lavoratori e le loro famiglie, cioè a dire i consumatori, gli unici che potevano rilanciare l’economia.
Il paradigma dei banchieri servì a creare dei grandi blocchi continentali attorno agli stati maggiori, alle grandi potenze. L’integrazione degli stati in blocchi continentali non fu raggiunta per consenso ma coercitivamente, in quanto le nazioni erano costrette a seguire quella strada per poter pagare i debiti.
Quigley non è un nemico di questa strategia, come non lo è Attali. Lo storico statunitense spiega anzi che: Sono al corrente delle operazioni di questa organizzazione perché l’ho studiata per venti anni e, nel corso di due anni, nei primi anni Sessanta, mi è stato concesso di esaminare i suoi incartamenti ed archivi segreti. Non le sono ostile, come non lo sono verso la maggior parte dei suoi obiettivi e, per la maggior parte della vita sono stato in rapporti di familiarità con essa e con i suoi strumenti….Più in generale, sono maggiormente in disaccordo proprio riguardo al suo desiderio di restare occultata, mentre io credo che il suo ruolo nella storia sia sufficientemente significativo da meritare di essere conosciuto” (p. 950)
Quigley non approva la segretezza e cerca di portare alla luce le dinamiche dissimulate: “La terza fase dal capitalismo ha un significato così enorme nella storia del ventesimo secolo e le sue ramificazioni ed influenza sono state così sotterranee e persino occulte, che i lettori ci scuseranno se dedichiamo una particolare attenzione alla sua organizzazione ed ai suoi metodi” (p. 50).
Quali sono le ragioni di tutta questa segretezza?
“L’influenza del capitalismo finanziario e dei banchieri internazionali che l’hanno partorito è stata esercitata sia nell’ambito economico sia in quello politico, ma non avrebbe avuto alcun effetto se non fosse stata capace di persuadere entrambi ad accettare due assiomi della sua ideologia. Entrambi partivano dall’assunto che i politici sono troppo deboli e troppo sensibili all’ondivaga pressione popolare per meritare la responsabilità di prendere in consegna il controllo del sistema monetario; di conseguenza, la santità dei valori e la solidità del denaro dovevano essere protette in due modi: legando il valore del denaro a quello dell’oro e consentendo ai banchieri di controllare la quantità di denaro in circolazione. Per realizzare questo obiettivo divenne necessario nascondere ai governi ed alle popolazioni, perfino ingannandoli, la natura del denato e delle sue operazioni” (p. 53).
Ragioni non necessariamente plausibili:
“i banchieri sono stati ossessionati dal mantenimento del valore del denaro, sebbene le ragioni da loro normalmente addotte – che una valuta affidabile conserva la fiducia degli investitori – siano propagandistiche piuttosto che accurate” (p. 46).
Quigley mette in guardia i suoi lettori dal progressivo accentramento del potere, a discapito della salute delle istituzioni democratiche. A suo avviso, questo fatto, in combinazione con l’accresciuta sofisticatezza degli armamenti, può far prevalere l’autoritarismo sulla democrazia (p. 1201). 
Per Quigley il grave limite del capitalismo è che fornisce delle potenti motivazioni all’attività economica perché si fonda sull’interesse personale e sul profitto. Il suo limite è che enfatizzando l’egocentrismo rende più arduo il coordinamento economico. Si perde di vista il proprio ruolo nella più vasta cornice della società, ci si convince che le proprie attività sono comunque prioritarie a discapito del bene del sistema nel suo insieme. Al contrario, il profitto non va necessariamente a braccetto con la prosperità, la produttività generale e la maturazione morale, anzi.
In fin dei conti, allora, queste citazioni sulle banche e i banchieri non sono esagerate:

Viviamo in un sistema che insiste nell’incolpare gli individui e pretendere da loro che si conformino alle sue esigenze piuttosto che riformarsi, come se fosse inevitabile, sacrosanto, intoccabile, moralmente intangibile. Stando così le cose, è difficile immaginare che le cose cambieranno, senza una rivoluzione globale. Quasi certamente servirà una rivoluzione, perché i finanzieri hanno sempre appoggiato le rivoluzioni, che incarnano la dialettica “hegeliana” centrale alla loro visione del progresso sociale, antitetica a quella democratica, basata sulla ricerca di una maggiore giustizia sociale: tesi (establishment), antitesi (rivoluzione), sintesi (establishment più forte).
[A dirla tutta, Hegel avversava la rigida triadizzazione a lui erroneamente e pervicacemente attribuita, considerandola un geistloses Schema (una sterile/disanimata schematizzazione) che irreggimentava il pensiero filosofico invece di lasciarlo libero di esprimersi. Per lui il processo dialettico era spiraliforme, equilibrato, armonioso, come nella coincidentia oppositorum].
Per questo le rivoluzioni hanno il brutto vizio di degenerare in regimi più tirannici di quelli che abbattono:

Le rivoluzioni spianano la strada agli esseri umani peggiori e c’è chi le usa come leva per realizzare i ben altri obiettivi. Come ad esempio Zbigniew Brzezinski, nume tutelare di diversi presidenti americani, che, alla fine degli anni Novanta, spiegava che le guerre americane non servono a sanare l’economia americana ma esclusivamente a riaffermare l’egemonia statunitense mondiale e che solo un qualche tipo di Pearl Harbor consentirebbe di occupare militarmente l’Asia Centrale, il centro geostrategico del globo (l’11 settembre è arrivato circa 4 anni dopo la pubblicazione del libro):
Riferendosi alle nazioni centrasiatiche, Brzezinski usava volutamente termini come: “vassalli”, “tributari” e “barbari”. Essendo contrario alle guerre, che considera troppo dispendiose rispetto ai benefici che possono apportare, suggeriva di optare per la soluzione dell’insorgenza anti-governativa, ossia cambi di regime per mezzo di insurrezioni popolari programmate. Ci sono quelli come lui dietro le rivoluzioni colorate e una parte della primavera araba (es. Libia e Siria).
Le rivoluzioni colorate sono dei movimenti di protesta non-violenti e non-spontanei esplosi in varie regioni dell’ex Unione Sovietica e del Medio Oriente, tra le quali la Serbia (2000), la Georgia (2003), l’Ucraina (2004), il Libano e il Kyrgyzstan (2005), l’Iran (fallita, nel 2009-2010), in seguito ad un’elezione  dall’esito contestato o sull’onda della richiesta di un voto legittimo. Sono non-spontanee in quanto strumenti di politica estera, come il terrorismo. L’Occidente (o altre potenze regionali e globali) le organizza e le finanzia, direttamente o attraverso le ONG, per ottenere dei cambi di regime senza incorrere negli ingentissimi costi di una guerra (Iraq, Afghanistan, Libia) o nelle spiacevoli ricadute d’immagine di un golpe (es. Pinochet, Gbagbo), sfruttando le vulnerabilità dell’emotività umana (paura, desiderio, pigrizia) e la credulità dell’opinione pubblica internazionale pronta ad avallare qualunque moto nominalmente democratico. I fomentatori sono degli specialisti, persone altamente competenti che devono manovrare i moti popolari in modo tale da non far trapelare le reali motivazioni dei poteri forti che li sostengono. La stragran parte dei manifestanti dev’essere in buona fede, altrimenti il fallimento è assicurato.
A questo proposito, è significativo che i media siano pronti a sostenere qualunque protesta al di fuori dell’Occidente e denunciare qualunque protesta al suo interno, bollandola come irresponsabile, incivile, anti-patriottica, barbara, egoistica. I guardiani dello status quo sono impegnati a preservare un ordine iniquo consolidatosi nell’ultima generazione utilizzando una miscela di gas lacrimogeno, cariche di polizia, appelli alla responsabilità e proclami di superiore competenza tecnocratica. Gli sfidanti stanno cercando di riappropriarsi degli spazi di protesta, di imparare le dinamiche occultate dell’economia e della finanza e condividerle con gli altri. Così tematiche che erano state trascurate, bistrattate, fraintese, incomprese ora stanno riemergendo, dominano il dibattito pubblico e non possono più essere ignorate dai politici, che finiscono per esporsi al ridicolo: es. Mario Monti che, beatamente/beotamente, replica alla Gruber, che lo sta intervistando, che lui ha solo una vaga idea di cosa sia la massoneria, quando anche un pastore macedone sordomuto sa cos’è la massoneria.
Ciò significa che, questa volta, la Rivoluzione potrebbe ritorcersi contro chi la fomenta, perché il discorso pubblico non è più dominato unicamente dalla propaganda e dalla disinformazione, ma anche da un dibattito informato che ha la possibilità di fare la differenza:
Forse stavolta riusciremo dove chi ci ha preceduto ha miseramente fallito.
L’importante è essere consapevoli del fatto che proveranno a convincere le masse che:
-       internet è uno strumento di trasparenza assoluta che costringerà i governi a comportarsi responsabilmente (in realtà internet è stato usato per martellare nella testa della gente un certo tipo di visione del mondo favorevole ai potentati);
-       occupy wall street deve evolvere nel senso della rivoluzione francese, ossia della violenza terroristica (in realtà il chaos è una fase indispensabile per poter instaurare il governo globale, o nuovo ordine mondiale e quindi guerre planetarie e rivoluzioni globali sono già in programma);
-       la restrizione dei diritti civili è necessaria per garantire la sicurezza dei cittadini e rilanciare l’economia (in realtà la democrazia è invisa a chi gestisce il potere in questa fase storica e il desiderio è quello di far sentire la gente sfiduciata, priva di risorse);
-       l’unica organizzazione sociale possibile è piramidale, gerarchica, elitaria, ossia oligarchica (e quindi intrinsecamente anti-democratica);
-       le oligarchie sono in realtà democrazie ( = la vera democrazia è oligarchica) e chi le contesta e le contrasta è un nemico della democrazia;

La questione centrale del nostro tempo diventa allora quella di evitare che l’abbattimento del vecchio ordine spalanchi la porta ad un nuovo ordine molto peggiore di quello precedente. Non dobbiamo cadere nella trappola delle dittatura che promette di proteggerci dalla contro-rivoluzione, mentre incarna lo spirito della controrivoluzione, facendo il gioco delle forze contro-rivoluzionarie. Tutte le rivoluzioni sono fallite perché chi la ha guidate non era in grado di immaginare un mondo realmente migliore: pensava a distruggere senza costruire nulla di auspicabile per la gente comune. La rivoluzione francese ha portato al potere Robespierre e Saint-Just prima, Napoleone poi. Quella egiziana ha trasmesso il potere da Mubarak, un militare, all’esercito, in coabitazione con gli islamisti. La stessa sorte toccherà agli indignati e ad Occupy Wall Street quando le politiche recessive dei finti salvatori e sinceri rinnegati che governano i paesi europei (Cameron, Monti, Merkel, Sarkozy in primis):
assieme al deterioramente del clima globale (improvviso raffreddamento planetario)
provocheranno un movimento di disobbedienza civile di massa.
I potenti ce la metteranno tutta per spedire il mondo nell’abisso della catastrofe economica e della guerra mondiale (incluso l’uso, localizzato, su scala ridotta, ma dalle conseguenze incalcolabili, di armi atomiche) in modo tale che la ricostruzione sia radicale e lo choc subito dalla popolazione mondiale sia di tale portata da prevenire ogni forma di significativa resistenza all’instaurazione di un nuovo ordine formalmente benevolo ma visceralmente ed incorreggibilmente dispotico, in cui gli psicopatici del nostro tempo sembreranno delle placide suorine.
Hanno bisogno di poter catalizzare le forze del cambiamento nella direzione voluta, quella di un asservimento integrale in una società castale dietro la facciata di un’emancipazione radicale, della redenzione salvifica, angelica.
Indubbiamente ci sono forze contrarie che operano, anche segretamente, per contrastare questo genere di sbocco, ma tutto dipende dalla lucidità e consapevolezza delle persone comuni.

Come si sfugge a questa Matrix?
Innanzitutto va capito che chi è supino vede le cose più grandi di quello che sono realmente:

Ritengo che queste possano essere delle ragionevoli finalità, per noialtri “ordinari”:
-       introduzione di reti orizzontali di cooperative autonome di produttori e consumatori interconnesse globalmente al posto dei consueti sistemi di coordinamento gerarchici-piramidali;
-       beni comuni, rispetto per la natura, pari dignità, autentica democratizzazione delle procedure amministrative, auto-organizzazione dei processi lavorativi;
-       enfasi sull’autorealizzazione nel servizio al prossimo;
-       progresso tecnologico finalizzato al perseguimento del bene comune e non alla soddisfazione dell’avidità e del desiderio di sorvegliare, manipolare, soggiogare, attaccare;
-       valorizzazione del processo di apprendimento di chi non segue qualcuno ma cerca la sua strada. 
Il resto verrà da sé:

venerdì 30 dicembre 2011

Arundhati Roy e i gattoni tracotanti




Vorrei capire perché abbiamo fallito; perché, dopo tutti gli scioperi della fame e le iniziative legali, la resistenza nonviolenta è stata repressa con una brutalità pari a quella usata contro la lotta armata. Ci siamo fidati troppo dello stato di diritto? In India i potenti devono prendersi un bello spavento.
Arundhati Roy, impegnata nella lotta contro la diga di Narmada

L'ingiustizia non si può tollerare. Bisogna opporvi resistenza ad ogni costo. La non violenza non diventerà mai una scusa per disertare la lotta contro l'ingiustizia. Forse non abbiamo bisogno di pace in questa società ingiusta; abbiamo bisogno di persone che siano preparate a resistere.
Arundhati Roy

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.
Arundhati Roy, “The Briefing” (Manifesta 7, 2008)

La scrittrice (autrice del celebre “Il dio delle piccole cose”, Guanda 1997) ed attivista indiana, già vincitrice del Sydney Peace Prize nel 2004, dopo aver visto come “la più grande democrazia del mondo” massacra le sue minoranze nell’indifferenza del mondo e come un’abbondanza pressoché illimitata si concentra nelle mani di pochi, mentre centinaia di milioni di concittadini vivono nella più abietta miseria, senza alcuna prospettiva di migliorare la propria condizione, ha ripudiato la nonviolenza.
La democrazia com’è intesa oggi è un conflitto perpetuo tra gatti a cui sono state tagliate le unghie, un male minore. La dittatura è una falsa armonia in cui si strappano le unghie ai gatti “sconvenienti” e si fanno crescere quelle dei gatti ubbidienti e diligenti.
Arundhati Roy ha constatato che nell’uno e nell’altro caso i gatti più forti riescono comunque a trasformare tutti gli altri in topi. Cosa si può fare quando le persone che dissentono pacificamente vengono intimidite, imprigionate o uccise senza che questo sia di ostacolo ai gattoni tracotanti?

In “Listening to grasshoppers. Field notes on democracy” (London: Penguin Books, 2009) la scrittrice spiega che la gente ha bisogno di una visione e nel contempo di assicurarsi che chi pretende democrazia e giustizia sia giusto e democratico. Nel movimento non ci può essere spazio per le ingiustizie ai danni di donne e bambini. Se si lotta per la libertà bisogna anche pensare alla giustizia, anche a costo di alcune sconfitte nel breve. Opportunismo e convenienze particolari non possono compromettere certi principi, altrimenti nulla ci distinguerà dagli avversari. La lotta deve avere un obiettivo collettivo, ogni conquista deve valere per tutti. Non è un teatrino dei buoni sentimenti, una promozione degli interessi personali o di quelli delle ONG, che in troppi casi rendono più dipendenti e meno politicizzate le popolazioni assistite. Bisogna colpire il portafogli – anche perché il potere ha un codazzo di parassiti che pretendono ricompense. Come spiegava Howard Zinn, ribadisce Arundhati Roy, lo stato di diritto serve anche a legalizzare e rafforzare una condizione di privilegio ed iniquità nella distribuzione della ricchezza e del potere.  
Estratti dal discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011 [Arundhati Roy, “Lo chiamano progresso”, The Guardian, Gran Bretagna]:
“Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.
Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari.
Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.
Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.
Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.
Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi. L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.
La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.
In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.
Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli.
Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società.
Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito”.
Traduzione di Giuseppina Cavallo.
Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

mercoledì 21 dicembre 2011

La Sindrome dell'Anticristo




La parola greca hybris esprime meglio di qualunque altra la natura di questo atteggiamento. Per i greci indicava l’arroganza dell’eccesso, l’orgogliosa tracotanza, la sconfinata presunzione dell’uomo che cerca di acquistare gli attributi di Dio. Certamente gli Stati Uniti vivono sempre più in un regime di hybris e in pochi si rendono conto che con questo atteggiamento si stanno guadagnando un’ostilità crescente da parte del resto del mondo e in particolare da parte delle vittime della loro arroganza. […] raggiungeremo un senso del limite quando riusciremo a percepire questa ricerca dell’eccesso, della crescita illimitata, del dominio sulle alterità come un tentativo di rimozione della propria mortalità.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”, 2005

Io credo che ci sia anche una crudeltà che non è affatto follia, che è una lucida e razionale scelta del male, che è un peccato, pensato e pianificato, che è un mezzo voluto per mantenere e accrescere il potere proprio e quello del sistema
Marianella Garcia Villas



Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.
Benito Mussolini, secondo Elsa Morante

Per queste persone l’atto creativo è la testimonianza di una capacità di vivere che manca loro. La volontà di esercitare il controllo sull’altro nasce dall’invidia e da un profondo sentimento di vuoto e di sterilità […] la mortificazione delle potenzialità creative genera la paura di vivere, la paura dell’altro, la paura di lottare per la vita. Questa paura, che è la negazione stessa della vita, è il disagio che si cela dietro la maschera di ogni potente.
Roberto Castaldi, “Il fascino del potere”.
                                                                                                          
Nel folklore innumerevoli sono gli apprendisti stregoni che scioccamente osano avventurarsi oltre le loro reali capacità, cercando di contravvenire alla Natura. Vengono puniti con mali e cataclismi. Esaminando questi leitmotiv vediamo che i predatori desiderano superiorità e potere sugli altri. Sono portatori di una sorta di ampollosità psicologica per cui l’entità desidera essere più in alto dell’Ineffabile, altrettanto grande e a questo pari, a quell’Ineffabile che tradizionalmente distribuisce e controlla le forze misteriose della Natura, compresi i sistemi della Vita e della Morte, le regole della natura umana e così via. […]. Possiamo immaginare come speri, raccogliendo abbastanza anima (o anime), di poter fare una vampa di luci capace di annullare alfine la sua oscurità e porre rimedio alla sua solitudine…un essere formidabile nel suo aspetto irredento….anche se possiamo provarne pietà, le nostre prime azioni devono essere di riconoscerla, di proteggerci dalle sue devastazioni, e infine di privarla della sua energia sanguinaria.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue: Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili.
Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali"

In questa fase della nostra storia sono tremendamente incuriosito dalla forma mentis e dalle azioni delle persone che dimorano in cima alla Piramide sociale e che stanno gestendo la Grande Crisi che, in un modo o nell’altro, porterà alla Grande Trasformazione. Cos’hanno in testa? Cosa sentono nel cuore? Cosa provano quando mettono in gioco le esistenze di milioni di persone? 
Io credo che non siano diversi dai potenti del passato e dai potenti delle epopee e delle fiabe. Non credo, insomma, che la psiche umana sia cambiata in misura significativa.
I potenti della contemporaneità, come gli dèi e i potenti del passato, sono malvagi nella misura in cui pretendono non solo che noi li veneriamo, ma che li consideriamo buoni e giusti, anche se molti indizi sembrano dimostrare il contrario – ad esempio l’impunità dei responsabili della crisi e la spietatezza con cui si colpiscono le persone vulnerabili, disabili inclusi. Sono egocentrici, intossicati dalla volontà di potenza, convinti della propria autosufficienza, sprezzanti verso valori come la solidarietà, l’altruismo, la compassione. Il desiderio di dominare il prossimo, di appropriarsi delle cose altrui, di rifiutarsi di condividere ciò che si ha con gli altri non è un indizio di maturità, anzi, è tipico dei bambini. Sono dei bamboccioni invasati e questo li rende altamente pericolosi, come lo sono certi aspiranti ribelli, i futuri insorti della Rivoluzione Globale del 2012, che li scimmiotteranno, senza esserne consapevoli, come Satana scimmiotta Geova, come Robespierre scimmiottava l’assolutismo monarchico abbattuto dalla Rivoluzione, in un perverso dualismo sado-masochistico.
Lo psicologo junghiano Erich Neumann (“Psicologia del profondo e nuova etica”) ha esaminato le basi psicologiche della vecchia etica dipendente dal Dio-Padre che, proclamando aggressivamente il suo infinito potere e perfetta bontà, si comporta come un ego immaturo che ha bisogno di compensare le sue insicurezze. L’etica del tiranno e l’etica del ribelle radicale, del rivoluzionario di professione si nutre della manipolazione altrui per mezzo della pietà, del disprezzo, dell’invidia, del vittimismo, del senso di colpa, del richiamo alla giustizia. Sono etiche sado-masochistiche e necrofile incentrate sul dualismo padrone-servo, comando-sottomissione e su un’incrollabile devozione alla causa.
Una Rivoluzione matura è immune dalla sindrome dell’Anticristo e sceglie la strada della comprensione invece che dell’obbedienza, della persuasione invece che del comando, della libertà responsabile (matura) invece che del libero arbitrio (“me ne frego”/”l’uomo che non deve chiedere mai”), della visione integrale invece che della miope devozione, della trasformazione invece che della repressione e ribellione (per questo una rivoluzione ben fatta è una rivoluzione rapida, usa e getta, che deve lasciare immediatamente il posto alla democrazia).
Il tiranno e il rivoluzionario di professione sono simboleggiati dall’uroboro, il serpente che si morde la coda, epitome del perfezionismo, della superbia e dell’ossessività. Medusa è il suo volto mitico più minaccioso, il volto dell’alienazione psicotica. Medusa interrompe il flusso dell’energia vitale, trasforma tutto in pietra, rendendo impossibili le relazioni, l’interdipendenza e la crescita. È malvagia perché tronca il fluire della creazione, contrasta la coincidentia oppositorum che si fa garante della vita fisica e della vita della coscienza/anima, gonfia l’ego, sottrae l’amore che dovrebbe destinare ad altri, indirizzandolo verso se stessi. Il male è dunque un elemento della Creazione che tracima, deborda dalla sua logica originaria e si rende fine a se stesso, alfa e omega di se stesso, a discapito di tutto il resto.
Ecco cosa caratterizza i Potenti di inizio millennio e tutti quelli che li hanno preceduti: la superbia che si autoalimenta, un ego che ricerca disperatamente quello stato ideale nei ricordi dell’utero e dell’infanzia, quando non c’erano ostacoli e qualcuno era sempre pronto a soddisfare i suoi bisogni. Il loro male possiede un’energia terribile ed incrollabile che si alimenta di un’invidia alienante, di una superba malevolenza, dell’inestinguibile avidità di un buco nero, “un buco che assorbe tutta la luce che lo circonda…e si alimenta delle scomparse che provoca” (Jordi Bonells, “La seconda scomparsa di Majorana”). È un male persistente e che per questo ci sorprende, come ci sorprendono gli psicopatici:
I malvagi si rifiutano di riconoscere il peccato in loro stessi, celano i loro crimini con proiezioni e capri espiatori, motivati dalla loro paura dell’autocritica. Devono mantenere un’immagine di perfezione, il che non è per niente facile: formano reti di individui affini a loro in cui si rispecchiano e che li rinfrancano con la loro mera esistenza. Detentori di considerevole potere ed affetti da una molteplicità di patologie, la ricchezza ed il potere li fanno sentire come se fossero il centro dell’universo, semidivini se non divini; sfortunatamente per loro, ciò non li rende meno moralmente, culturalmente, spiritualmente e mentalmente periferici, marginali.
Non hanno alcun desiderio di essere buoni, per questo si danno da fare per apparire buoni. Professano di essere alla ricerca della bontà perfetta, quando invece bramano solo il potere fine a se stesso. Un desiderio di potere che nasconde il terrore dell’incertezza, l’incapacità di accettare la propria imperfezione dietro un velo fatto di orgoglio, disprezzo, intolleranza per l’imperfezione, auto-glorificazione: “il mondo umano di carattere demonico è una società tenuta insieme da una specie di tensione molecolare di numerosi ego, cioè da una forma di lealtà al gruppo o al capo che sminuisce l’individuo o, nei casi migliori, oppone al piacere dell’individuo il dovere e l’onore. […]. In un mondo umano sinistro un polo individuale è rappresentato dal capo-tiranno, imperscrutabile, malinconico e spietato, dotato di volontà insaziabile, il quale ispira sentimenti di lealtà solo se è abbastanza egocentrico da rappresentare l’ego collettivo dei suoi seguaci. L’altro polo è rappresentato dal pharmakos, o vittima sacrificale, che deve essere uccisa per accrescere la forza degli altri…La relazione erotica di tipo demonico diventa una passione selvaggia e distruttiva che opera contro la lealtà e frustra colui che la possiede. È di solito simboleggiata da una prostituta, strega, sirena, o altra femmina tentatrice, cioè un oggetto fisico del desiderio umano che è ricercato come possesso e perciò non può mai essere posseduto (Northrop Frye, “Anatomia della critica”, 1969, pp. 194-195).
Negano la realtà e la verità, s’ingannano da soli, s’infatuano di desideri irrealistici, coltivano una cronica percezione selettiva della realtà per proteggere il loro ego. Si assuefanno alla condizione di enormi parassiti che schiacciano quelli sotto di loro e sopportano di avere uno stivale premuto sul volto. Una condizione di eterna lotta per la sopravvivenza in cui gli squaletti lottano per prendere il posto degli squali più grandi ed imbolsiti, nell’eterno tentativo di rendere ciascun altro un’estensione della proprio volontà. Vivono in un inferno senza fine, convincendosi che sia l’eden. Credono veramente di amare, ma è parassitismo. Hanno bisogno dell’altro per sopravvivere. Non c’è scelta, non c’è libertà, non c’è amore, solo necessità. Il loro è desiderio di essere viziati, accuditi, è infantilismo. Sono così impegnati a farsi amare, ad assorbire energie, che non resta nulla da concedere nell’amore, all’amore: “la sete di potere è la forma deviata della ricerca d’amore. E infatti, in modo più o meno occulto, essa viene sempre sostenuta da moti distruttivi, da una rabbia che cova profonda e da antica data. L’agognata identificazione con il potere si offre come via di scarica, come mezzo di liberazione e di risoluzione dell’aggressività. Ma può il male compiuto su altri liberarci del male che è stato compiuto su di noi? Se non siamo stati amati, non sappiamo amare noi stessi. Se non conosciamo le nostre debolezze, se non abbiamo appreso la tolleranza, non sapremo mai trovare nella diversità degli altri una ricchezza per noi stessi” (Aldo Carotenuto, “Attraversare la vita”, 1999, p. 179).
I potenti tirannici che hanno generato e governano la Crisi per depredare le masse sono perennemente famelici, con un vuoto interiore senza fondo, non si sentiranno mai completi, le loro relazioni sono molto superficiali perché si concentrano su cosa gli altri possono fare per loro e non cosa loro possono fare per gli altri. Non si interessano alla loro crescita personale e ancor meno alla crescita altrui, ma solo all’affinamento della loro capacità di imporsi sugli altri, di obbligarli ad obbedire alla loro volontà.
Abbiamo visto che il simbolo dell’Anticristo è l’uroboro, il cerchio dell’eterna immutabilità, l’archetipo della stagnazione, dell’assenza di crescita ed individuazione, la ricerca ossessiva della sicurezza e del controllo sul prossimo, il dominio sul proprio universo. È la loro rovina. Euripide spiega che Zeus priva della saggezza quelli che vuole che si perdano, ma non serve nessun Zeus, il loro cuore indurito, la loro mente auto-centrata, le loro manie di onnipotenza li perdono, per sempre. I potenti sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione egotisti e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se le loro vittime mancano della necessaria determinazione per limitare i danni da loro causati.