venerdì 30 dicembre 2011

Arundhati Roy e i gattoni tracotanti




Vorrei capire perché abbiamo fallito; perché, dopo tutti gli scioperi della fame e le iniziative legali, la resistenza nonviolenta è stata repressa con una brutalità pari a quella usata contro la lotta armata. Ci siamo fidati troppo dello stato di diritto? In India i potenti devono prendersi un bello spavento.
Arundhati Roy, impegnata nella lotta contro la diga di Narmada

L'ingiustizia non si può tollerare. Bisogna opporvi resistenza ad ogni costo. La non violenza non diventerà mai una scusa per disertare la lotta contro l'ingiustizia. Forse non abbiamo bisogno di pace in questa società ingiusta; abbiamo bisogno di persone che siano preparate a resistere.
Arundhati Roy

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.
Arundhati Roy, “The Briefing” (Manifesta 7, 2008)

La scrittrice (autrice del celebre “Il dio delle piccole cose”, Guanda 1997) ed attivista indiana, già vincitrice del Sydney Peace Prize nel 2004, dopo aver visto come “la più grande democrazia del mondo” massacra le sue minoranze nell’indifferenza del mondo e come un’abbondanza pressoché illimitata si concentra nelle mani di pochi, mentre centinaia di milioni di concittadini vivono nella più abietta miseria, senza alcuna prospettiva di migliorare la propria condizione, ha ripudiato la nonviolenza.
La democrazia com’è intesa oggi è un conflitto perpetuo tra gatti a cui sono state tagliate le unghie, un male minore. La dittatura è una falsa armonia in cui si strappano le unghie ai gatti “sconvenienti” e si fanno crescere quelle dei gatti ubbidienti e diligenti.
Arundhati Roy ha constatato che nell’uno e nell’altro caso i gatti più forti riescono comunque a trasformare tutti gli altri in topi. Cosa si può fare quando le persone che dissentono pacificamente vengono intimidite, imprigionate o uccise senza che questo sia di ostacolo ai gattoni tracotanti?

In “Listening to grasshoppers. Field notes on democracy” (London: Penguin Books, 2009) la scrittrice spiega che la gente ha bisogno di una visione e nel contempo di assicurarsi che chi pretende democrazia e giustizia sia giusto e democratico. Nel movimento non ci può essere spazio per le ingiustizie ai danni di donne e bambini. Se si lotta per la libertà bisogna anche pensare alla giustizia, anche a costo di alcune sconfitte nel breve. Opportunismo e convenienze particolari non possono compromettere certi principi, altrimenti nulla ci distinguerà dagli avversari. La lotta deve avere un obiettivo collettivo, ogni conquista deve valere per tutti. Non è un teatrino dei buoni sentimenti, una promozione degli interessi personali o di quelli delle ONG, che in troppi casi rendono più dipendenti e meno politicizzate le popolazioni assistite. Bisogna colpire il portafogli – anche perché il potere ha un codazzo di parassiti che pretendono ricompense. Come spiegava Howard Zinn, ribadisce Arundhati Roy, lo stato di diritto serve anche a legalizzare e rafforzare una condizione di privilegio ed iniquità nella distribuzione della ricchezza e del potere.  
Estratti dal discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011 [Arundhati Roy, “Lo chiamano progresso”, The Guardian, Gran Bretagna]:
“Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.
Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari.
Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.
Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.
Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.
Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi. L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.
La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.
In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.
Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli.
Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società.
Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito”.
Traduzione di Giuseppina Cavallo.
Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

2 commenti:

Mauro Poggi ha detto...

Grazie per questo post. C'è una vergognosa mancanza di informazione sulle battaglie di Arundhaty Roy, e in generale sulla reale qualità della democrazia in India. A dire il vero ci sarebbe molto da dire sulla reale qualità della democrazia anche da noi... Forse davvero non è più tempo di non-violenza.

Stefano Fait ha detto...

e io ringrazio per il commento!
Se la nonviolenza diventa autocastrazione, ossia diventa il mezzo con cui il buon cuore viene usato per imprigionare milioni di esseri umani in un sistema iniquo, oppressivo, violento e soffocante, un sistema che manipola le menti al punto da distorcere la percezione della realtà, allora bisogna tirar fuori le unghie e DIFENDERSI. Qualcuno lo deve pur fare, se vogliamo dare una chance a chi verrà dopo di noi.

Auguro a tutti un 2012 di grande forza morale e grande lucidità!